L'UOMO SOLO, di Luigi Pirandello - pagina 8
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«E tra le rovine, quindici anni fa, non come queste, è vero, luttuose e orrende, negli attendamenti, si folleggiava la notte, sotto le stelle davanti a questo mare divino; e canti e suoni e balli.
«Fu così, ch'io alla fine mi ritrovai secondo padre di tre bambini non miei, e poi, d'anno in anno, padre legittimo di cinque miei, che fanno - se non sbaglio - otto, e nove con la moglie, e undici coi suoceri, e dodici con me, e quindici - tutto sommato - con mio padre e mia madre e una mia sorella nubile, al cui mantenimento provvedo io.
«Ecco l'eroe, cari signori!
«Quel terremoto è passato; anche quest'altro è passato: terremoto perpetuo è rimasta la vita mia.
«Ma sono stato un eroe, non c'è che dire!
«E ora m'accusano che non faccio più il mio dovere; che sono un pessimo professore; e ho il disprezzo freddo di chi sperò in me; e i giornali mi danno del cinico; e non m'arrischio a parlare - per non dar spettacolo soverchio a lor signori - di tutto ciò che mi ribolle qua dentro e mi sconvolge la ragione, se penso ai sogni miei d'una volta, ai propositi miei!
«Signori, se in qualche momento di tregua io tento di raccogliermi e cedo alla vana speranza di potermi rimettere a conversare con l'anima mia d'un tempo, ecco quella vecchia sciancata, quella mia suocera immortale a cui è rimasta in corpo una rabbia inestinguibile contro di me, presentarsi alla soglia del mio studiolo, arrovesciar le mani sui fianchi con le gomita appuntate davanti e, chinandosi quasi fino a terra, ruggirmi tra le gengive bavose, non so se per imprecazione, o per ingiuria, o per condanna:
«"Terremoto! Terremoto! Terremoto!"
«I miei scolari l'hanno risaputo.
E sapete come mi chiamano? Il professor Terremoto.»
LA VESTE LUNGA
Era il primo viaggio lungo di Didì.
Da Palermo a Zùnica.
Circa otto ore di ferrovia.
Zùnica per Didì era un paese di sogno, lontano lontano, ma più nel tempo che nello spazio.
Da Zùnica infatti il padre recava un tempo, a lei bambina, certi freschi deliziosi frutti fragranti, che poi non aveva saputo più riconoscere, né per il colore, né per il sapore, né per la fragranza, in tanti altri che il padre le aveva pur recati di là: celse more in rustici ziretti di terracotta tappati con pampini di vite; perine ceree da una parte e sanguigne dall'altra, con la corona; e susine iridate e pistacchi e lumie.
Tuttora, dire Zùnica e immaginare un profondo bosco d'olivi saraceni e poi distese di verdissimi vigneti e giardini vermigli con siepi di salvie ronzanti d'api e vivai muscosi e boschetti d'agrumi imbalsamati di zagare e di gelsomini, era per Didì tutt'uno, quantunque già da un pezzo sapesse che Zùnica era una povera arida cittaduzza dell'interno della Sicilia, cinta da ogni parte dai lividi tufi arsicci delle zolfare e da scabre rocce gessose fulgenti alle rabbie del sole, e che quei frutti, non più gli stessi della sua infanzia, venivano da un feudo, detto di Ciumìa, parecchi chilometri lontano dal paese.
Aveva queste notizie dal padre: lei non era mai stata più là di Bagheria, presso Palermo, per la villeggiatura: Bagheria, sparsa tra il verde, bianca, sotto il turchino ardente del cielo.
L'anno scorso, era stata anche più vicino, tra i boschi d'aranci di Santa Flavia, e ancora con le vesti corte.
Ora, per il viaggio lungo fino a Zùnica indossava anche, per la prima volta, una veste lunga.
E le pareva d'esser già un'altra.
Una damina proprio per la quale.
Aveva lo strascico finanche negli sguardi; alzava, a tratti, le sopracciglia come a tirarlo su, questo strascico dello sguardo; e teneva alto il nasino ardito, alto il mento con la fossetta, e chiusa la bocca.
Bocca da signora con la veste lunga; bocca che nasconde i denti, come la veste lunga i piedini.
Se non che, seduto dirimpetto a lei, c'era Cocò, il fratello maggiore, quel birbante di Cocò il quale, col capo abbandonato su la spalliera rossa dello scompartimento di prima classe, tenendo gli occhi bassi e la sigaretta attaccata al labbro superiore, di tanto in tanto le sospirava, stanco:
- Didì, mi fai ridere.
Dio, che rabbia! Dio, che prurito nelle dita!
Ecco: se Cocò non si fosse rasi i baffi come voleva la moda, Didì glieli avrebbe strappati, saltandogli addosso come una gattina.
Invece, sorridendo con le ciglia alzate, gli rispondeva, senza scomporsi:
- Caro mio, sei un cretino.
Ridere della sua veste lunga e anche, se vogliamo, delle arie che si dava, dopo il serio discorso che le aveva tenuto la sera avanti a proposito di questo viaggio misterioso a Zùnica...
Era o non era, questo viaggio, una specie di spedizione, un'impresa, qualcosa come la scalata a un castello ben munito in cima a una montagna? Erano o non erano macchine da guerra per quella scalata le sue vesti lunghe? E dunque, che c'era da ridere se lei, sentendosi armata con esse per una conquista, provava di tratto in tratto le armi col darsi quelle arie?
Cocò, la sera avanti, le aveva detto che finalmente era venuto il tempo di pensare sul serio ai casi loro.
Didì aveva sgranato tanto d'occhi.
Casi loro? Che casi? Ci potevano esser casi anche per lei, a cui pensare, e per giunta sul serio?
Dopo la prima sorpresa, una gran risata.
Conosceva una persona sola, fatta apposta per pensare ai casi suoi e anche a quelli di tutti loro: donna Sabetta, la sua governante, intesa donna Bebé, o donna Be', come lei per far più presto la chiamava.
Donna Be' pensava sempre ai casi suoi.
Investita, spinta, trascinata da certi suoi furibondi impeti improvvisi, la poveretta fingeva di mettersi a frignare e, grattandosi con ambo le mani la fronte, gemeva:
- Oh benedetto il nome del Signore, mi lasci pensare ai casi miei, signorina!
La prendeva per donna Be', adesso, Cocò? No, non la prendeva per donna Be'.
Cocò, la sera avanti, le aveva assicurato che proprio questi benedetti cari loro c'erano, e serii, molto serii, come quella sua veste lunga da viaggio.
Fin da bambina, vedendo andare il padre ogni settimana e talvolta anche due volte la settimana a Zùnica, e sentendo parlare del feudo di Ciumìa e delle zolfare di Monte Diesi e d'altre zolfare e poderi e case, Didì aveva sempre creduto che tutti questi beni fossero del padre, la baronia dei Brilla.
Erano, invece, dei marchesi Nigrenti di Zùnica.
Il padre, barone Brilla, ne era soltanto l'amministratore giudiziario.
E quell'amministrazione da cui per vent'anni al padre era venuta la larga agiatezza, della quale loro due, Cocò e Didì, avevano sempre goduto, sarebbe finita tra pochi mesi.
Didì era veramente nata e cresciuta in mezzo a quell'agiatezza; aveva poco più di sedici anni; ma Cocò ne aveva ventisei; e Cocò serbava una chiara, per quanto lontana memoria dei gravi stenti tra cui il padre s'era dibattuto prima d'esser fatto, per maneggi e brighe d'ogni sorta, amministratore giudiziario dell'immenso patrimonio di quei marchesi di Zùnica.
Ora, c'era tutto il pericolo di ricadere in quegli stenti che, se anche minori, sarebbero sembrati più duri dopo l'agiatezza.
Per impedirlo, bisognava che riuscisse, ora, ma proprio bene e in tutto, il piano di battaglia architettato dal padre, e di cui quel viaggio era la prima mossa.
La prima, no, veramente.
Cocò era già stato a Zùnica col padre, circa tre mesi addietro, in ricognizione; vi si era trattenuto quindici giorni, e aveva conosciuto la famiglia Nigrenti.
La quale era composta, salvo errore, di tre fratelli e di una sorella.
Salvo errore, perché nell'antico palazzo in cima al paese c'erano anche due vecchie ottuagenarie, due zônne (zie-donne), che Cocò non sapeva bene se fossero dei Nigrenti anche loro, cioè se sorelle del nonno del marchese o se sorelle della nonna.
Il marchese si chiamava Andrea; aveva circa quarantacinque anni e, cessata l'amministrazione giudiziaria, sarebbe stato per le disposizioni testamentarie il maggior erede.
Degli altri due fratelli, uno era prete - don Arzigogolo, come lo chiamava il padre - l'altro, il così detto Cavaliere, un villanzone.
Bisognava guardarsi dall'uno e dall'altro, e più dal prete che dal villanzone.
La sorella aveva ventisette anni, un anno più di Cocò, e si chiamava Agata, o Titina: gracile come un'ostia e pallida come la cera; con gli occhi costantemente pieni d'angoscia e con le lunghe mani esili e fredde che le tremavano di timidezza, incerte e schive.
Doveva essere la purezza e la bontà in persona, poverina: non aveva mai dato un passo fuori del palazzo: assisteva le due vecchie ottuagenarie, le due zônne; ricamava e sonava «divinamente» il pianoforte.
Ebbene: il piano del padre era questo: prima di lasciare quell'amministrazione giudiziaria, concludere due matrimoni: dare cioè a Didì il marchese Andrea, e Agata a lui, Cocò.
Didì al primo annunzio era diventata in volto di bragia e gli occhi le avevano sfavillato di sdegno.
Lo sdegno era scoppiato in lei più che per la cosa in se stessa, per l'aria cinicamente rassegnata con cui Cocò la accettava per sé e la profferiva a lei come una salvezza.
Sposare per denari un vecchio, uno che aveva ventotto anni più di lei?
- Ventotto, no, - le aveva detto Cocò, ridendo di quella vampata di sdegno.
- Che ventotto, Didì! Ventisette, siamo giusti, ventisette e qualche mese.
- Cocò, mi fai schifo! Ecco: schifo! - gli aveva allora gridato Didì, tutta fremente, mostrandogli le pugna.
E Cocò:
- Sposo la Virtù, Didì, e ti faccio schifo? Ha un annetto anche lei più di me; ma la Virtù, Didì mia, ti faccio notare, non può esser molto giovane.
E io n'ho tanto bisogno! sono un discolaccio, un viziosaccio, tu lo sai: un farabutto, come dice papà: metterò senno: avrò ai piedi un bellissimo pajo di pantofole ricamate, con le iniziali in oro e la corona baronale, e un berretto in capo, di velluto, anch'esso ricamato, e col fiocco di seta, bello lungo.
Il baronello Cocò La Virtù...
Come sarò bello, Didì mia!
E s'era messo a passeggiare melenso melenso, col collo torto, gli occhi bassi, il bocchino appuntito, le mani una su l'altra, pendenti dal mento, a barba di capro.
Didì, senza volerlo, aveva sbruffato una risata.
E allora Cocò s'era messo a rabbonirla, carezzandola e parlandole di tutto il bene che egli avrebbe potuto fare a quella poveretta, gracile come un'ostia, pallida come la cera, la quale già, nei quindici giorni ch'egli s'era trattenuto a Zùnica, aveva mostrato, pur con la timidezza che le era propria, di vedere in lui il suo salvatore.
Ma sì! certamente! Era interesse dei fratelli e specie di quel così detto Cavaliere (il quale aveva con sé, fuori del palazzo, una donnaccia da cui aveva avuto dieci, quindici, venti, insomma, non si sa quanti figliuoli) ch'ella restasse nubile, tappata lì a muffir nell'ombra.
Ebbene, egli sarebbe stato il sole per lei, la vita.
La avrebbe tratta fuori di lì, condotta a Palermo, in una bella casa nuova: feste, teatri, viaggi, corse in automobile...
Bruttina era, sì; ma pazienza: per moglie, poteva passare.
Era tanto buona poi, e avvezza a non aver mai nulla, si sarebbe contentata anche di poco.
E aveva seguitato a parlare a lungo, apposta, di sé solamente, su questo tono, cioè del bene che pur si riprometteva di fare, perché Didì, stuzzicata così da una parte e, dall'altra, indispettita di vedersi messa da canto, alla fine domandasse:
- E io?
Venuta fuori la domanda, Cocò le aveva risposto con un profondo sospiro:
- Eh, per te, Didì mia, per te la faccenda è molto, ma molto più difficile! Non sei sola.
Didì aveva aggrottato le ciglia.
- Che vuol dire?
- Vuol dire...
vuol dire che ci sono altre attorno al marchese, ecco.
E una specialmente...
una!
Con un gesto molto espressivo Cocò le aveva lasciato immaginare una straordinaria bellezza.
- Vedova, sai? Su i trent'anni.
Cugina, per giunta...
E, con gli occhi socchiusi, s'era baciate le punte delle dita.
Didì aveva avuto uno scatto di sprezzo.
- E se lo pigli!
Ma subito Cocò:
- Una parola, se lo pigli! Ti pare che il marchese Andrea...
(Bel nome, Andrea! Senti come suona bene: il marchese Andrea...
In confidenza però potresti chiamarlo Nenè, come lo chiama Agata, cioè Titina, sua sorella.) È davvero un uomo, Nenè, sai? Ti basti sapere che ha avuto la...
La come si chiama...
La fermezza di star vent'anni chiuso in casa.
Vent'anni, capisci? non si scherza...
dacché tutto il suo patrimonio cadde sotto amministrazione giudiziaria.
Figurati i capelli, Didì mia, come gli sono cresciuti in questi venti anni! Ma se li taglierà.
Puoi esserne sicura, se li taglierà.
Ogni mattina, all'alba, esce solitario...
ti piace? solitario e avvolto in un mantello, per una lunga passeggiata fino alla montagna.
A cavallo, sai? La cavalla è piuttosto vecchiotta, bianca; ma lui cavalca divinamente.
Sì, divinamente, come la sorella Titina suona divinamente il pianoforte.
E pensa, oh, pensa che da giovine, fino a venticinque anni, cioè finché non lo richiamarono a Zùnica per il rovescio finanziario, lui «fece vita», e che vita, cara mia! fuori, in Continente, a Roma, a Firenze; corse il mondo; fu a Parigi, a Londra...
Ora pare che da giovanotto abbia amato questa cugina di cui t'ho parlato, che si chiama Fana Lopes.
Credo si fosse anche fidanzato con lei.
Ma, venuto il dissesto, lei non volle più saperne e sposò un altro.
Adesso che egli ritorna nel primiero stato...
capisci? Ma è più facile che il marchese, guarda, per farle dispetto, sposi un'altra cugina, zitellona questa, una certa Tuzza La Dia, che credo abbia sospirato sempre in segreto per lui, pregando Iddio.
Dati gli umori del marchese e i suoi capelli lunghi, dopo questi venti anni di clausura, è temibile anche questa zitellona, cara Didì.
Basta - aveva concluso la sera avanti Cocò, - ora chinati, Didì, e tienti con la punta delle dita l'orlo della veste su le gambe.
Stordita da quel lungo discorso, Didì s'era chinata, domandando:
- Perché?
E Cocò:
- Te le saluto.
Quelle ormai non si vedranno più!
Gliele aveva guardate e le aveva salutate con ambo le mani; poi, sospirando, aveva soggiunto:
- Rorò! Ricordi Rorò Campi, la tua amichetta? Ricordi che salutai le gambe anche a lei, l'ultima volta che portò le vesti corte? Credevo di non dovergliele più rivedere.
Eppure gliele rividi!
Didì s'era fatta pallida pallida e seria.
- Che dici?
- Ah, sai, morta! - s'era affrettato a risponderle Cocò.
- Morta, te lo giuro, gliele rividi, povera Rorò! Lasciarono la cassa mortuaria aperta, quando la portarono in chiesa, a San Domenico.
La mattina io ero là, in chiesa.
Vidi la bara, tra i ceri, e mi accostai.
C'erano attorno alcune donne del popolo, che ammiravano il ricco abito da sposa di cui il marito aveva voluto che fosse parata, da morta.
A un certo punto, una di quelle donnette sollevò un lembo della veste per osservare il merletto della sottana, e io così rividi le gambe della povera Rorò.
Tutta quella notte Didì s'era agitata sul letto senza poter dormire.
Già, prima d'andare a letto, aveva voluto provarsi ancora una volta la veste lunga da viaggio, davanti allo specchio dell'armadio.
Dopo il gesto espressivo, con cui Cocò aveva descritto la bellezza di colei...
come si chiamava? Fana...
Fana Lopes...
- si era veduta, lì nello specchio, troppo piccola, magrolina, miserina...
Poi s'era tirata su la veste davanti per rivedersi quel tanto, pochino pochino, delle gambe che aveva finora mostrato, e subito aveva pensato alle gambe di Rorò Campi, morta.
A letto, aveva voluto riguardarsele sotto le coperte: impalate, stecchite; immaginandosi morta anche lei, dentro una bara, con l'abito da sposa, dopo il matrimonio col marchese Andrea dai capelli lunghi...
Che razza di discorsi, quel Cocò!
Ora, in treno, Didì guardava il fratello sdrajato sul sedile dirimpetto e si sentiva prendere a mano a mano da una gran pena per lui.
In pochi anni aveva veduto sciuparsi la freschezza del bel volto fraterno, alterarsi l'aria di esso, l'espressione degli occhi e della bocca.
Le pareva ch'egli fosse come arso, dentro.
E quest'arsura interna, di trista febbre, gliela scorgeva negli sguardi, nelle labbra, nell'aridità e nella rossedine della pelle, segnatamente sotto gli occhi.
Sapeva ch'egli rincasava tardissimo ogni notte; che giocava; sospettava altri vizi in lui, più brutti, dalla violenza dei rimproveri che il padre gli faceva spesso, di nascosto a lei, chiusi l'uno e l'altro nello scrittojo.
E che strana impressione, di dolore misto a ribrezzo, provava da alcun tempo nel vederlo da quella trista vita impenetrabile accostarsi a lei; al pensiero che egli, pur sempre per lei buon fratellino affettuoso, fosse poi, fuori di casa, peggio che un discolo, un vizioso, se non proprio un farabutto, come tante volte nell'ira gli aveva gridato in faccia il padre.
Perché, perché non aveva egli per gli altri lo stesso cuore che per lei? Se era così buono per lei, senza mentire, come poteva poi, nello stesso tempo, essere così tristo per gli altri?
Ma forse la tristezza era fuori: fuori, là, nel mondo, ove a una certa età, lasciati i sereni, ingenui affetti della famiglia, si entrava coi calzoni lunghi gli uomini, con le vesti lunghe le donne.
E doveva essere una laida tristezza, se nessuno osava parlarne, se non sottovoce e con furbeschi ammiccamenti, che indispettivano chi - come lei - non riusciva a capirci nulla; doveva essere una tristezza divoratrice, se in sì poco tempo suo fratello, già così fresco e candido, s'era ridotto a quel modo; se Rorò Campi, la sua amicuccia, dopo un anno appena, ne era morta...
Didì si sentì pesare sui piedini, fino al giorno avanti liberi e scoperti, la veste lunga, e ne provò un fastidio smanioso: si sentì oppressa da una angoscia soffocante, e volse lo sguardo dal fratello al padre, che sedeva all'altro angolo della vettura, intento a leggere alcune carte d'amministrazione, tratte da una borsetta di cuojo aperta su le ginocchia.
Entro quella borsetta, foderata di stoffa rossa, spiccava lucido il turacciolo smerigliato di una fiala.
Didì vi fissò gli occhi e pensò che il padre era, da anni, sotto la minaccia continua d'una morte improvvisa, potendo da un istante all'altro essere colto da un accesso del suo male cardiaco, per cui portava sempre con sé quella fiala.
Se d'un tratto egli fosse venuto a mancarle...
Oh Dio, no, perché pensare a questo? Egli, pur con quella fiala lì davanti, non ci pensava.
Leggeva le sue carte d'amministrazione e, di tratto in tratto, si aggiustava le lenti insellate su la punta del naso; poi, ecco, si passava la mano grassoccia, bianca e pelosa, sul capo calvo, lucidissimo; oppure staccava gli occhi dalla lettura e li fissava nel vuoto, restringendo un po' le grosse palpebre rimborsate.
Gli occhi ceruli, ovati, gli s'accendevano allora di un'acuta vivezza maliziosa, in contrasto con la floscia stanchezza della faccia carnuta e porosa, da cui schizzavano, sotto il naso, gl'ispidi e corti baffetti rossastri, già un po' grigi, a cespugli.
Da un pezzo, cioè dalla morte della madre, avvenuta tre anni addietro, Didì aveva l'impressione che il padre si fosse come allontanato da lei, anzi staccato così, che lei, ecco, poteva osservarlo come un estraneo.
E non il padre soltanto: anche Cocò.
Le pareva che fosse rimasta lei sola a vivere ancora della vita della casa, o piuttosto a sentire il vuoto di essa, dopo la scomparsa di colei che la riempiva tutta e teneva tutti uniti.
Il padre, il fratello s'erano messi a vivere per conto loro, fuori di casa, certo; e quegli atti della vita, che seguitavano a compiere lì insieme con lei, erano quasi per apparenza, senza più quella cara, antica intimità, da cui spira quell'alito familiare, che sostiene, consola e rassicura.
Tuttora Didì ne sentiva un desiderio angoscioso, che la faceva piangere insaziabilmente, inginocchiata innanzi a un antica cassapanca, ov'erano conservate le vesti della madre.
L'alito della famiglia era racchiuso là, in quella cassapanca antica, di noce, lunga e stretta come una bara; e di là, dalle vesti della mamma, esalava, a inebriarla amaramente coi ricordi dell'infanzia felice.
Tutta la vita s'era come diradata e fatta vana, con la scomparsa di lei; tutte le cose pareva avessero perduto il loro corpo e fossero diventate ombre.
E che sarebbe avvenuto domani? Avrebbe ella sempre sentito quel vuoto, quella smania di un'attesa ignota, di qualche cosa che dovesse venire a colmarglielo, quel vuoto, e a ridarle la fiducia, la sicurezza, il riposo?
Le giornate eran passate per Didì come nuvole davanti alla luna.
Quante sere, senz'accendere il lume nella camera silenziosa, non se n'era stata dietro le alte invetriate della finestra a guardar le nuvole bianche e cineree che avviluppavano la luna! E pareva che corresse la luna, per liberarsi da quei viluppi.
E lei era rimasta a lungo, lì nell'ombra, con gli occhi intenti e senza sguardo, a fantasticare; e spesso gli occhi, senza che lei lo volesse, le si erano riempiti di lagrime.
Non voleva esser triste, no; voleva anzi esser lieta, alacre, vispa.
Ma nella solitudine, in quel vuoto, questo desiderio non trovava da sfogarsi altrimenti che in veri impeti di follia, che sbigottivano la povera donna Bebé.
Senza più guida, senza più nulla di consistente attorno, non sapeva che cosa dovesse fare della vita, qual via prendere.
Un giorno avrebbe voluto essere in un modo, il giorno appresso in un altro.
Aveva anche sognato tutta una notte, di ritorno dal teatro, di farsi ballerina, sì, e suora di carità la mattina dopo, quand'erano venute per la questua le monacelle del Boccone del povero.
E un po' voleva chiudersi tutta in se stessa e andar vagando per il mondo assorta nella scienza teosofica, come Frau Wenzel, la sua maestra di tedesco e di pianoforte; un po' voleva dedicarsi tutta all'arte, alla pittura.
Ma no, no: alla pittura veramente, no, più: le faceva orrore, ormai, la pittura, come se avesse preso corpo in quell'imbecille di Carlino Volpi, figlio del pittore Volpi, suo maestro, perché un giorno Carlino Volpi, venuto invece del padre ammalato, a darle lezione...
Com'era stato?...
Lei, a un certo punto, gli aveva domandato:
- Vermiglione o carminio?
E lui, muso di cane:
- Signorina, carminio...
così!
E l'aveva baciata in bocca.
Via, da quel giorno e per sempre, tavolozza, pennelli e cavalletto! Il cavalletto glielo aveva rovesciato addosso e, non contenta, gli aveva anche scagliato in faccia il fascio dei pennelli, e lo aveva cacciato via, senza neanche dargli il tempo di lavarsi la grinta impudente, tutta pinticchiata di verde, di giallo, di rosso.
Era alla discrezione del primo venuto, ecco...
Non c'era più nessuno, in casa, che la proteggesse.
Un mascalzone, così, poteva entrarle in casa e permettersi, come niente, di baciarla in bocca.
Che schifo le era rimasto, di quel bacio! S'era stroppicciate fino a sangue le labbra; e ancora a pensarci, istintivamente, si portava una mano alla bocca.
Ma aveva un bocca, veramente?...
Non se la sentiva! Ecco: si stringeva forte forte, con due dita, il labbro, e non se lo sentiva.
E così, di tutto il corpo.
Non se lo sentiva.
Forse perché era sempre assente da se stessa, lontana?...
Tutto era sospeso, fluido e irrequieto dentro di lei.
E le avevano messo quella veste lunga, ora così...
su un corpo, che lei non si sentiva.
Assai più del suo corpo pesava quella veste! Si figuravano che ci fosse qualcuna, una donna, sotto quella veste lunga, e invece no; invece lei, tutt'al più, non poteva sentirvi altro, dentro, che una bambina; sì, ancora, di nascosto a tutti, la bambina ch'era stata, quando tutto ancora intorno aveva per lei una realtà, la realtà della sua dolce infanzia, la realtà sicura che sua madre dava alle cose col suo alito e col suo amore.
Il corpo di quella bimba, sì, viveva e si nutriva e cresceva sotto le carezze e le cure della mamma.
Morta la mamma, lei aveva cominciato a non sentire più neanche il suo corpo, quasi che anch'esso si fosse diradato, come tutt'intorno la vita della famiglia, la realtà che lei non riusciva più a toccare in nulla.
Ora, questo viaggio...
Guardando di nuovo il padre e il fratello, Didì provò dentro, a un tratto, una profonda, violenta repulsione.
Si erano addormentati entrambi in penosi atteggiamenti.
Ridondava al padre da un lato, premuta dal colletto, la flaccida giogaja sotto il mento.
E aveva la fronte imperlata di sudore.
E nel trarre il respiro, gli sibilava un po' il naso.
Il treno, in salita, andava lentissimamente, quasi ansimando, per terre desolate, senza un filo d'acqua, senza un ciuffo d'erba, sotto l'azzurro intenso e cupo del cielo.
Non passava nulla, mai nulla davanti al finestrino della vettura; solo, di tanto in tanto, lentissimamente, un palo telegrafico, arido anch'esso, coi quattro fili che s'avvallavano appena.
Dove la conducevano quei due, che anche lì la lasciavano così sola? A un'impresa vergognosa.
E dormivano! Sì, perché, forse, era tutta così, e non era altro, la vita.
Essi, che già c'erano entrati, lo sapevano; c'erano ormai avvezzi e, andando, lasciandosi portare dal treno, potevano dormire...
Le avevano fatto indossare quella veste lunga per trascinarla lì, a quella laida impresa, che non faceva più loro alcuna impressione.
Giusto lì la trascinavano, a Zùnica, ch'era il paese di sogno della sua infanzia felice! E perché ne morisse dopo un anno, come la sua amichetta Rorò Campi?
L'ignota attesa, l'irrequietezza del suo spirito, dove, in che si sarebbero fermate? In una cittaduzza morta, in un fosco palazzo antico, accanto a un vecchio marito dai capelli lunghi...
E forse le sarebbe toccato di sostituire la cognata nelle cure di quelle due vecchie ottuagenarie, seppure il padre fosse riuscito nella sua insidia.
Fissando gli occhi nel vuoto, Didì vide le stanze di quel fosco palazzo.
Non c'era già stata una volta? Sì, in sogno, una volta, per restarvi per sempre...
Una volta? Quando? Ma ora, ecco...
e già da tanto tempo, vi era, e per starvi per sempre, soffocata nella vacuità d'un tempo fatto di minuti eterni, tentato da un ronzio perpetuo, vicino, lontano, di mosche sonnolente nel sole che dai vetri pinticchiati delle finestre sbadigliava sulle nude pareti gialle di vecchiaia, o si stampava polveroso sul pavimento di logori mattoni di terracotta.
Oh Dio, e non poter fuggire...
non poter fuggire...
Legata com'era, qua, dal sonno di quei due, dalla lentezza enorme di quel treno, uguale alla lentezza del tempo là, nell'antico palazzo, dove non si poteva far altro che dormire, come dormivano quei due...
Provò a un tratto in quel fantasticare che assumeva nel suo spirito una realtà massiccia, ponderosa, infrangibile, un senso di vuoto così arido, una così soffocante e atroce afa della vita, che istintivamente, proprio senza volerlo, cauta, allungò una mano alla borsetta di cuojo, che il padre aveva posato, aperta, sul sedile.
Il turacciolo smerigliato della fiala aveva già attratto con la sua iridescenza lo sguardo di lei.
Il padre, il fratello seguitavano a dormire.
E Didì stette un pezzo a esaminare la fiala, che luceva col veleno roseo.
Poi, quasi senza badare a quello che faceva, la sturò pian piano e lentamente l'accostò alle labbra, tenendo fissi gli occhi ai due che dormivano.
E vide, mentre beveva, che il padre alzava una mano, nel sonno, per scacciare una mosca, che gli scorreva su la fronte, lieve.
A un tratto, la mano che reggeva la fiala le cascò in grembo, pesantemente.
Come se gli orecchi le si fossero all'improvviso sturati, avvertì enorme, fragoroso, intronante il rumore del treno, così forte che temette dovesse soffocare il grido che le usciva dalla gola e gliela lacerava...
No...
ecco, il padre, il fratello balzavano dal sonno...
le erano sopra...
Come aggrapparsi più a loro?
Didì stese le braccia; ma non prese, non vide, non udì più nulla.
Tre ore dopo, arrivò, piccola morta con quella sua veste lunga, a Zùnica, al paese di sogno della sua infanzia felice.
I NOSTRI RICORDI
Questa, la via? questa, la casa? questo, il giardino?
Oh vanità dei ricordi!
Mi accorgevo bene, visitando dopo lunghi e lunghi anni il paesello ov'ero nato, dove avevo passato l'infanzia e la prima giovinezza, ch'esso, pur non essendo in nulla mutato, non era affatto quale era rimasto in me, ne' miei ricordi.
Per sé, dunque, il mio paesello non aveva quella vita, di cui io per tanto tempo avevo creduto di vivere; quella vita che per tanto altro tempo aveva nella mia immaginazione seguitato a svolgersi in esso, ugualmente, senza di me; e i luoghi e le cose non avevano quegli aspetti che io con tanta dolcezza di affetto avevo ritenuto e custodito nella memoria.
Non era mai stata, quella vita, se non in me.
Ed ecco, al cospetto delle cose - non mutate ma diverse perché io ero diverso - quella vita mi appariva irreale, come di sogno: una mia illusione, una mia finzione d'allora.
E vani, perciò, tutti i miei ricordi.
Credo sia questa una delle più tristi impressioni, forse la più triste, che avvenga di provare a chi ritorni dopo molti anni nel paese natale: vedere i proprii ricordi cader nel vuoto, venir meno a uno a uno, svanire: i ricordi che cercano di rifarsi vita e non si ritrovano più nei luoghi, perché il sentimento cangiato non riesce più a dare a quei luoghi la realtà ch'essi avevano prima, non per se stessi, ma per lui.
E provai, avvicinandomi a questo e a quello degli antichi compagni d'infanzia e di giovinezza, una segreta, indefinibile ambascia.
Se, al cospetto d'una realtà così diversa, mi si scopriva illusione la mia vita d'allora, que' miei antichi compagni - vissuti sempre fuori e ignari della mia illusione - com'erano? chi erano?
Ritornavo a loro da un mondo che non era mai esistito, se non nella mia vana memoria; e, facendo qualche timido accenno a quelli che per me eran ricordi lontani, avevo paura di sentirmi rispondere:
«Ma dove mai? ma quando mai?»
Perché, se pure a quei miei antichi compagni, come a tutti, l'infanzia si rappresentava con la soave poesia della lontananza, questa poesia certamente non aveva potuto mai prendere nell'anima loro quella consistenza che aveva preso nella mia, avendo essi di continuo sotto gli occhi il paragone della realtà misera, angusta, monotona, non diversa per loro, come diversa appariva a me adesso.
Domandai notizia di tanti e, con maraviglia ch'era a un tempo angoscia e dispetto, vidi, a qualche nome, certi visi oscurarsi, altri atteggiarsi di stupore o di disgusto o di compassione.
E in tutti era quella pena quasi sospesa, che si prova alla vista di uno che, pur con gli occhi aperti e chiari, vada nella luce a tentoni: cieco.
Mi sentivo raggelare dall'impressione che quelli ricevevano nel vedermi chieder notizia di certuni che, o erano spariti, o non meritavano più che uno come me se ne interessasse.
Uno come me!
Non vedevano, non potevano vedere ch'io movevo quelle domande da un tempo remoto, e che coloro di cui chiedevo notizia erano ancora i miei compagni d'allora.
Vedevano me, qual ero adesso; e ciascuno di certo mi vedeva a suo modo; e sapevan degli altri - loro sì, sapevano - come s'eran ridotti! Qualcuno era morto, poco dopo il mio allontanamento dal paese, e quasi non si serbava più memoria di lui; ora, immagine sbiadita, attraversava il tempo che per lui non era stato più, ma non riusciva a rifarsi vivo nemmeno per un istante e rimaneva pallida ombra di quel mio sogno lontano; qualche altro era andato a finir male, prestava umili servizi per campar la vita e dava del lei rispettosamente a coloro coi quali da fanciullo e da giovanetto trattava da pari a pari; qualche altro era stato anche in prigione, per furto; e uno, Costantino, eccolo lì: guardia di città: pezzo d'impertinente, che si divertiva a sorprendere in contravvenzione tutti gli antichi compagni di scuola.
Ma una più viva maraviglia provai nel ritrovarmi d'improvviso intimo amico di tanti che avrei potuto giurare di non aver mai conosciuto, o di aver conosciuto appena, o di cui anzi mi durava qualche ingrato ricordo o d'istintiva antipatia o di sciocca rivalità infantile.
E il mio più intimo amico, a detta di tutti, era un certo dottor Palumba, mai sentito nominare, il quale, poveretto, sarebbe venuto certamente ad accogliermi alla stazione, se da tre giorni appena non avesse perduto la moglie.
Pure sprofondato nel cordoglio della sciagura recentissima, però, il dottor Palumba agli amici, andati a fargli le condoglianze, aveva chiesto con ansia di me, se ero arrivato, se stavo bene, dov'ero alloggiato, per quanto tempo intendevo di trattenermi in paese.
Tutti, con commovente unanimità, mi informarono che non passava giorno, che quel dottor Palumba non parlasse di me a lungo, raccontando con particolari inesauribili, non solo i giuochi della mia infanzia, le birichinate di scolaretto, e poi le prime, ingenue avventure giovanili; ma anche tutto ciò che avevo fatto da che m'ero allontanato dal paese, avendo egli sempre chiesto notizie di me a quanti fossero in caso di dargliene.
E mi dissero che tanto affetto, una così ardente simpatia dimostrava per me in tutti quei racconti, che io, pur provando per qualcuno di essi che mi fu riferito un certo imbarazzo e anche un certo sdegno e avvilimento, perché, o non riuscivo a riconoscermi in esso o mi vedevo rappresentato in una maniera che più sciocca e ridicola non si sarebbe potuta immaginare, non ebbi il coraggio d'insorgere e di protestare:
«Ma dove mai? Ma quando mai? Chi è questo Palumba? Io non l'ho sentito mai nominare!»
Ero sicuro che, se così avessi detto, si sarebbero tutti allontanati da me con paura, correndo ad annunziare ai quattro venti:
«Sapete? Carlino Bersi è impazzito! Dice di non conoscere Palumba, di non averlo mai conosciuto!»
O forse avrebbero pensato, che per quel po' di gloriola, che qualche mio quadretto mi ha procacciata, io ora mi vergognassi della tenera, devota, costante amicizia di quell'umile e caro dottor Palumba.
Zitto, dunque.
No, che zitto! M'affrettai a dimostrare anch'io una vivissima premura di conoscere intanto la recente disgrazia di quel mio povero intimo amico.
- Oh, caro Palumba! Ma guarda...
Quanto me ne dispiace! La moglie, povero Palumba? E quanti figliuoli gli ha lasciati?
Tre? Eh già, sì, dovevano esser tre.
E piccini tutti e tre, sicuro, perché aveva sposato da poco...
Meno male, però, che aveva in casa una sorella nubile...
Già già...
sì sì...
come no? me ne ricordavo benissimo! Gli aveva fatto da madre, quella sorella nubile: oh, tanto buona, tanto buona anche lei...
Carmela? No.
An...
Angelica? Ma guarda un po', che smemorato! An...tonia, già, Antonia, Antonia, ecco: adesso mi ricordavo benissimo! E c'era da scommettere che anche lei, Antonia, non passava giorno che non parlasse di me, a lungo.
Eh sì, proprio; e non solo di me, ma anche della maggiore delle mie sorelle, parlava, della quale era stata compagna di scuola fino al primo corso normale.
Perdio! Quest'ultima notizia m'afferrò, dirò così, per le braccia e m'inchiodò lì a considerare, che infine qualcosa di vero doveva esserci nella sviscerata amicizia di questo Palumba per me.
Non era più lui solo; c'era anche Antonia adesso, che si diceva amica d'una delle mie sorelle! E costei affermava d'avermi veduto tante volte, piccino, in casa mia, quando veniva a trovare quella mia sorella.
«Ma è mai possibile,» smaniavo tra me e me, con crescente orgasmo, «è mai possibile, che di questo Palumba soltanto io non abbia serbato alcun ricordo, la più lieve traccia nella memoria?»
Luoghi, cose e persone - sì - tutto era divenuto per me diverso; ma infine un dato, un punto, un fondamento sia pur minimo di realtà, o meglio, di quella che per me era realtà allora, le mie illusioni lo avevano; poggiava su qualche cosa la mia finzione.
Avevo potuto riconoscer vani i miei ricordi, in quanto gli aspetti delle cose mi si eran presentati diversi dal mio immaginare, eppur non mutati; ma le cose erano! Dove e quando era mai stato per me questo Palumba?
Ero insomma come quell'ubriaco che, nel restituire in un canto deserto la gozzoviglia di tutta la giornata, vedendosi d'improvviso un cane sotto gli occhi, assalito da un dubbio atroce, si domandava:
- Questo l'ho mangiato qui; quest'altro l'ho mangiato lì; ma questo diavolo di cane dove l'ho mai mangiato?
- Bisogna assolutamente, - dissi a me stesso, - ch'io vada a vederlo, e che gli parli.
Io non posso dubitare di lui: egli è - qua - per tutti - di fatto - l'amico più intimo di Carlino Bersi.
Io dubito di me - Carlino Bersi - finché non lo vedo.
Che si scherza? c'è tutta una parte della mia vita, che vive in un altro, e della quale non è in me la minima traccia.
È mai possibile ch'io viva così in un altro a me del tutto ignoto, senza che ne sappia nulla? Oh via! via! Non è possibile, no! Questo cane io non l'ho mangiato; questo dottor Palumba dev'essere un fanfarone, uno dei soliti cianciatori delle farmacie rurali, che si fanno belli dell'amicizia di chiunque fuori del cerchio del paesello nativo sia riuscito a farsi, comunque, un po' di nome, anche di ladro emerito.
Ebbene, se è così, ora lo accomodo io.
Egli prova gusto a rappresentarmi a tutti come il più sciocco burlone di questo mondo? Vado a presentarmigli sotto un finto nome; gli dico che sono il signor...
il signor Buffardelli, ecco, amico e compagno d'arte e di studio a Roma di Carlino Bersi, venuto con lui in Sicilia per un'escursione artistica; gli dico che Carlino è dovuto ritornare a rotta di collo a Palermo per rintracciare alla dogana i nostri bagagli con tutti gli attrezzi di pittura, che avrebbero dovuto arrivare con noi; e che intanto, avendo saputo della disgrazia capitata al suo dilettissimo amico dottor Palumba, ha mandato subito me, Filippo Buffardelli, a far le condoglianze.
Mi presenterò anzi con un biglietto di Carlino.
Sono sicuro, sicurissimo, che egli abboccherà all'amo.
Ma, dato e non concesso ch'egli veramente mi abbia una volta conosciuto e ora mi riconosca; ebbene: non sono per lui un gran burlone? Gli dirò che ho voluto fargli questa burla.
Molti degli antichi compagni, quasi tutti, avevano stentato in prima a riconoscermi.
E difatti, sì, m'accorgevo io stesso d'esser molto cambiato, così grasso e barbuto, adesso, e senza più capelli, ahimè!
Mi feci indicare la casa del dottor Palumba, e andai.
Ah, che sollievo!
In un salottino fiorito di tutte le eleganze provinciali mi vidi venire innanzi uno spilungone biondastro, in papalina e pantofole ricamate, col mento inchiodato sul petto e le labbra stirate per aguzzar gli occhi a guardare di sui cerchi degli occhiali.
Mi sentii subito riavere.
No, niente, neppure un briciolo di me, della mia vita, poteva essere in quell'uomo.
Non lo avevo mai veduto, di sicuro, né egli aveva mai veduto me.
- Buff...
com'ha detto, scusi?
- Buffardelli, a servirla.
Ecco qua: ho un biglietto per lei di Carlino Bersi.
- Ah, Carlino! Carlino mio! - proruppe giubilante il dottor Palumba, stringendo e accostando alle labbra quel biglietto, quasi per baciarlo.
- E come non è venuto? dov'è? dov'è andato? Se sapesse come ardo di rivederlo! Che consolazione sarebbe per me una sua visita in questo momento! Ma verrà...
Ecco, sì...
mi promette che verrà...
caro! caro! Ma che gli è accaduto?
Gli dissi dei bagagli andati a rintracciare alla dogana di Palermo.
Perduti, forse? Quanto se n'afflisse quel caro uomo! C'era forse qualche dipinto di Carlino?
E cominciò a imprecare all'infame servizio ferroviario; poi a domandarmi se ero amico di Carlino da molto tempo, se stavamo insieme anche di casa, a Roma...
Era maraviglioso! Mi guardava fisso fisso, e con gli occhiali, facendomi quelle domande, ma non aveva negli occhi se non l'ansia di scoprirmi nel volto se fosse sincera come la sua la mia amicizia e pari al suo il mio affetto per Carlino.
Risposi alla meglio, compreso com'ero e commosso da quella maraviglia; poi lo spinsi a parlare di me.
Oh, bastò la spinterella, lieve lieve, d'una parola: un torrente m'investì d'aneddoti stravaganti, di Carlino bimbo, che stava in via San Pietro e tirava dal balcone frecce di carta sul nicchio del padre beneficiale; di Carlino ragazzo, che faceva la guerra contro i rivali di piazza San Francesco; di Carlino a scuola e di Carlino in vacanza; di Carlino, quando gli tirarono in faccia un torso di cavolo e per miracolo non lo accecarono; di Carlino commediante e marionettista e cavallerizzo e lottatore e avvocato e bersagliere e brigante e cacciatore di serpi e pescatore di ranocchie; e di Carlino, quando cadde da un terrazzo su un pagliajo e sarebbe morto se un enorme aquilone non gli avesse fatto da paracadute, e di Carlino...
Io stavo ad ascoltarlo, sbalordito; no, che dico sbalordito? quasi atterrito.
C'era, sì, c'era qualcosa, in tutti quei racconti, che forse somigliava lontanamente ai miei ricordi.
Erano forse, quei racconti, ricamati su lo stesso canovaccio de' miei ricordi, ma con radi puntacci sgarbati e sbilenchi.
Potevano essere, insomma, quei racconti, press'a poco i miei stessi ricordi, vani allo stesso modo e inconsistenti, e per di più spogliati d'ogni poesia, immiseriti, resi sciocchi, come rattrappiti e adattati al misero aspetto delle cose, all'affliggente angustia dei luoghi.
E come e donde eran potuti venire a quell'uomo, che mi stava di fronte; che mi guardava e non mi riconosceva; che io guardavo e...
ma sì! Forse fu per un guizzo di luce che gli scorsi negli occhi, o forse per un'inflessione di voce...
non so! Fu un lampo.
Sprofondai lo sguardo nella lontananza del tempo e a poco a poco ne ritornai con un sospiro e un nome:
- Loverde...
Il dottor Palumba s'interruppe, stordito.
- Loverde...
sì, - disse.
- Io mi chiamavo prima Loverde.
Ma fui adottato, a sedici anni, dal dottor Cesare Palumba, capitano medico, che...
Ma lei, scusi, come lo sa?
Non seppi contenermi:
- Loverde...
eh, sì...
ora ricordo! In terza elementare, sì!...
Ma...
conosciuto appena...
- Lei, come? Lei mi ha conosciuto?
- Ma sì...
aspetta...
Loverde, il nome?
- Carlo...
- Ah, Carlo...
dunque, come me...
Ebbene, non mi riconosci proprio? Sono io, non mi vedi? Carlino Bersi!
Il povero dottor Palumba restò come fulminato.
Levò le mani alla testa, mentre il viso gli si scomponeva tra guizzi nervosi, quasi pinzato da spilli invisibili.
- Lei?...
tu?...
Carlino...
lei? tu?...
Ma come?...
io...
oh Dio!...
ma che...
Fui crudele, lo riconosco.
E tanto più mi dolgo della mia crudeltà, in quanto quel poverino dovette credere senza dubbio ch'io avessi voluto prendermi il gusto di smascherarlo di fronte al paese con quella burla; mentre ero più che sicuro della sua buona fede, più che sicuro ormai d'essere stato uno sciocco a maravigliarmi tanto, poiché io stesso avevo già sperimentato, tutto quel giorno, che non hanno alcun fondamento di realtà quelli che noi chiamiamo i nostri ricordi.
Quel povero dottor Palumba credeva di ricordare...
S'era invece composta una bella favola di me! Ma non me n'ero composta una anch'io, per mio conto, ch'era subito svanita, appena rimesso il piede nel mio paesello natale? Gli ero stato un'ora di fronte, e non mi aveva riconosciuto.
Ma sfido! Vedeva entro di sé Carlino Bersi, non quale io ero, ma com'egli mi aveva sempre sognato.
Ecco, ed ero andato a svegliarlo da quel suo sogno.
Cercai di confortarlo, di calmarlo; ma il pover uomo, in preda a un crescente tremor convulso di tutto il corpo, annaspando, con gli occhi fuggevoli, pareva andasse in cerca di se stesso, del suo spirito che si smarriva, e volesse trattenerlo, arrestarlo, e non si dava pace e seguitava a balbettare:
- Ma come?...
che dice?...
ma dunque lei...
cioè, tu...
tu dunque...
come...
non ti ricordi...
che tu...
che io...
DI GUARDIA
- Tutti? Chi manca? - domandò San Romé, affacciandosi a una delle finestre basse del grazioso villino azzurro, dalle torricelle svelte e i balconi di marmo scolpiti a merletti e a fiorami.
- Tutti! tutti! - gli rispose a una voce, dal verde spiazzo ancor bagnato e luccicante di guazza, la comitiva dei villeggianti ravvivati dalla gaja freschezza dell'aria mattutina, essendo venuti su da Sarli a piedi.
Ma uno strillò:
- Manca Pepi!
- S'è affogato in Via della Buffa! - aggiunse la generalessa De Robertis, togliendosi dal braccio il seggio a libriccino per mettersi a sedere.
Tutti risero; anche San Romé dalla finestra, ma più per quel che vide: cioè, la Generalessa, enormemente fiancuta, che presentava il di dietro, china nell'atto d'assicurare i piedi del seggiolino su l'erba dello spiazzo.
- E perché manca Pepi?
- Mal di capo, - rispose Biagio Casòli.
- Sono andato a svegliarlo io stamattina.
Teme, dice, che gli prenda la febbre.
Questa notizia fu commentata malignamente, sotto sotto, dal crocchio delle signorine.
Roberto San Romé se n'accorse dalla finestra; vide quella smorfiosa della Tani, tutta cascante di vezzi, ammiccare all'altra viperetta della Bongi, e si morse il labbro.
Intanto dallo spiazzo la comitiva impaziente gli gridava di far presto.
S'eran levati tutti a bujo, giù a Sarli, per fare pian piano la salita fino a Gori; da Gori a Roccia Balda c'erano tre ore buone di cammino, e bisognava andar lesti per arrivarci prima che il sole s'infocasse.
- Ecco, - disse San Romé, ritirandosi.
- Dora sarà pronta.
Un momentino.
E andò al piano di sopra a picchiare all'uscio della camera della cognata, che non s'era ancor fatta vedere.
La trovò stesa su una sedia a sdrajo, in accappatojo bianco, coi bellissimi capelli biondi disciolti e una grossa benda bagnata, ravvolta studiatamente intorno al capo, come un turbante.
Pareva Beatrice Cenci.
- Come! - esclamò, restando.
- Ancora così? Son tutti giù che t'aspettano!
- Mi dispiace, - disse Dora, socchiudendo gli occhi.
- Ma io non posso venire.
- Come! - ripeté il cognato.
- Perché non puoi? Che t'è accaduto?
Dora alzò una mano alla testa e sospirò:
- Non vedi? Non mi reggo in piedi, dal mal di capo.
San Romé strinse le pugna, impallidì, con gli occhi gonfi d'ira.
- Anche tu? - proruppe.
- E temi niente niente che ti prenda la febbre, eh? Ma guarda un po' che combinazione! Il signor Pepi...
- Che c'entra Pepi?...
- domandò lei accigliandosi lievemente.
- Mal di capo, mal di capo, anche lui.
E non é venuto, - rispose San Romé, pigiando su le parole.
- Bada, Dora, che giù è stata notata la malattia improvvisa di questo signore, e ti prego di non dar nuova esca alla malignità della gente.
Dora s'intrecciò sul capo le belle mani inanellate, lasciando scivolar su le braccia le ampie maniche dell'accappatojo; sorrise impercettibilmente, strizzò gli occhi un po' miopi, e disse:
- Non capisco.
Non è permesso aver mal di capo in casa vostra?
- In casa nostra, - prese a risponderle San Romé, con violenza; ma si contenne; cangiò tono: - Su, Dora, ti prego, levati e smetti codesta commedia.
Ho incomodato per te una ventina di signore e signori, e t'avverto che gonfio da un pezzo in silenzio e voglio che tu la finisca.
Ma Dora scoppiò in una risata interminabile.
Poi si levò in piedi, gli s'accostò, reggendosi con una mano la benda su la fronte, e gli disse:
- Ma sai che mio marito stesso non si permetterebbe codesto tono con me? T'ha lasciato detto ch'io ti debbo proprio ubbidienza intera? Caro mio tutore, caro mio custode, caro mio signor carabiniere, ho mal di capo veramente, e basta così.
Si ritirò nella camera attigua, sbattendo l'uscio; ci mise il paletto, e gli mandò di là un'altra bella risata.
Roberto San Romé fece istintivamente un passo, quasi per trattenerla, e rimase tutto vibrante innanzi all'uscio chiuso, con le mani alle guance, come se lei con quel riso gliel'avesse sferzato.
Fu così viva questa impressione e gli fece tale impeto dentro, ch'egli sentì a un tratto quanto fosse ridicola la parte che rappresentava da circa tre mesi, da quando cioè suo fratello Cesare era venuto a lasciar la moglie a Gori, presso la madre da un anno inferma e relegata a letto.
Aveva fatto di tutto per renderle piacevole il soggiorno in quel borgo alpestre; la aveva condotta quasi ogni mattina giù a Sarli, dov'eran più numerosi i villeggianti; aveva concertato feste, escursioni, scampagnate.
Dapprima, la cognatina elegante e capricciosa s'era annojata e gliel'aveva dimostrato in tutti i modi: aveva scritto cinque, sei, sette volte al marito, ch'ella di Gori ne aveva già fin sopra gli occhi e che venisse subito subito a prenderla; ma, poiché Cesare su questo punto non s'era nemmeno curato di risponderle e, con la scusa di certi affari da sbrigare, se la spassava liberamente a Milano; per dispetto, là, s'era attaccata a quel signor Pepi che le faceva una corte scandalosa.
Ed era cominciato allora il supplizio di San Romé.
Si poteva dare ufficio più ridicolo del suo? far la guardia alla cognata che, nel vederlo così vigile e sospettoso e costretto a usar prudenza, pareva glielo facesse apposta? Più d'una volta, non potendone più, era stato sul punto di piantarlesi di faccia e di gridarle: «Bada, Dora, son tomo da rompergli il grugno io, a quel tuo spasimante! E se non ne sei persuasa, te ne faccio subito la prova.»
Ma più le mostrava stizza, e più lei gli sorrideva sfacciatamente.
Oh, certi sorrisi, certi sorrisi che tagliavano più d'un rasojo e gli dicevano chiaro e tondo quanto fossero buffe quelle sue premure, quella sua mutria, quella sua sorveglianza.
Col tatto, col garbo, egli si lusingava d'esser riuscito finora a impedire che lo scandalo andasse tropp'oltre e diventasse irreparabile.
Ma, dato il caratterino della cognata, non era ben sicuro di non aver fatto peggio, qualche volta, con quella assidua e mal dissimulata vigilanza, di non aver cioè provocato qualche imprudenza troppo avventata.
Aveva voluto farle comprendere subito che s'era accorto di tutto e che avvertiva a ogni parola, a ogni sguardo, a ogni mossa di lei, quando Pepi era là e anche quando non c'era.
Lei si era allora armata di quel suo riso dispettoso, quasi accettando la sfida ch'era negli sguardi cupi e fermi di lui.
Non voleva riconoscergli alcuna autorità su lei.
Ed era uscita, per esempio, sola per tempissimo dal villino, costringendolo a correre come un bracco, a scovarla nel bosco dei castagni, a mezza via tra Sarli e Gori.
Sola - sì - l'aveva trovata sola, sempre: ma poi, più d'una volta, gli era parso di scorgere attraverso le stecche delle persiane Pepi là a Gori, di notte, presso il villino, Pepi che villeggiava a Sarli.
Forse, fino a quel giorno, non era accaduto nulla di grave.
Ma ora? Ecco qua: ad onta di tutte le sue diligenze, si vedeva come preso al laccio.
Era evidente, evidentissima un'intesa tra i due, tra il Pepi e Dora.
E lui non poteva trarsi indietro: l'aveva proposta lui quella gita a Roccia Balda; aveva mandato già avanti la colazione per tutti lassù.
Quei signori sarebbero potuti andare più agevolmente e più presto da Sarli, ed eran venuti su a Gori apposta per prender Dora e lui.
Non poteva dunque, in nessun modo, con nessuna scusa, rimandarli indietro: doveva andar con loro senza meno.
E certamente in quel giorno...
ah povero Cesare!
Come annunziare intanto che anche Dora, come Pepi giù a Sarli, aveva il mal di capo?
San Romé scese allo spiazzo per un ultimo tentativo: pregare le signore che inducessero loro la cognata a venire.
Lo affollarono di domande: - Perché? - Che ha? - Si sente male? Oh guarda! - Oh poverina! - Ma come? - Da quando? - Che si sente?
Lui si guardò bene dal dichiarare il male che accusava la cognata; ma lo dichiarò lei, Dora, poco dopo là - come se nulla fosse - a quelle signore, e volle anche aggiungere, calcando su la voce: - Temo finanche che mi prenda la febbre.
Roberto San Romé ebbe la tentazione di tirarle una spinta da mandarla a schizzar fuori della finestra.
Ah, quanto gli avrebbe fatto bene al cuore, per votarselo di tutta la bile accumulata in quei tre mesi.
- Febbre? No, cara, - s'affrettò a dirle la Generalessa, proprio come se credesse al mal di capo.
- Faccia sentire il polso...
Agitatino, agitatino...
Riposo, cara.
Sarà un po' di flussione.
E chi le consigliò questo e chi quel rimedio e che si prendesse cura a ogni modo di quel male, che non avesse a diventar più grave, povera Dora, povera cara...
Sentì finirsi lo stomaco San Romé ascoltando gli amorevoli consigli di tutte quelle ipocrite, nelle quali aveva sperato ajuto e che invece: - Ma sì, pallidina! - Ma sì, le si vede dagli occhi! - Ma certo, un po' di riposo le farà bene! - Quanto ci duole! - Quanto ci dispiace! - Roccia Balda è lontana: non potrebbe far tanto cammino...
Baci, saluti, altre raccomandazioni e, per non far troppo tardi e perché la colazione era già partita per Roccia Balda, finalmente s'avviarono dolentissime di lasciarla, portandosi quel bravo, quel gentile San Romé che aveva avuto la felicissima idea di una gita così piacevole.
Né si fermarono lì.
Attraversando, tra i prati cinti di altissimi pioppi, i primi ceppi di case, frazioni di Gori, tutte sonore d'acque correnti giù per borri e per zane, e vedendo San Romé pallido e taciturno, vollero esortarlo a gara a non apprensionirsi tanto, perché, via, in fin de' conti era una lieve indisposizione che sarebbe presto passata.
E il pover uomo dovette allora sorridere e assicurar quelle buone signore, quelle care signorine che lui non era punto in pensiero per il male della cognata e ch'era anzi lieto, lietissimo di trovarsi in così bella compagnia per tutta la giornata.
Oh, il cielo era splendido e non c'era davvero pericolo che si rovesciasse uno di quegli acquazzoni improvvisi, così frequenti in montagna, a interromper la gita; né c'era alcuna probabilità di liberarsi prima di sera, con quel bravo signor Bortolo Raspi di Sarli, che pesava a dir poco un quintale e mezzo e a piedi era voluto venire, a piedi anche lui, vantandosi d'essere un gran camminatore, lui, e già cominciava a soffiare come un biacco e a far eco alla Generalessa, che s'era portato intanto il seggio a libriccino e dichiarava d'aver bisogno di sostare di tratto in tratto, lei, per non affaticarsi troppo il cuore.
Stancare no, non si stancava la Generalessa; ma certo quanto più si va in là, eh? più si va piano.
Lo sapeva bene il signor Generale suo marito, rimasto a Sarli, che non andava più neanche piano, da sette anni ormai in riposo assoluto.
- Nandino! Nandino! Non ti precipitare al tuo solito, figliuolo mio.
T'accaldi troppo! San Romé, prego, San Romé, venga qua: così andranno un po' più piano quelle benedette ragazze.
E, per tenerlo con sé, gli volle narrare la sua storia, la Generalessa, come l'aveva narrata a tutti i villeggianti giù a Sarli: gli volle dare in quel momento la consolazione di sapere che suo papà aveva una bella posizione, perché guadagnava bene, suo papà; e che lei era anche marchesa, sicuro! ma che non ci teneva affatto: marchesa, perché suo papà, a diciott'anni, quand'era ancora «un tocco di ragazza da chiudere a doppia mandata in guardaroba» l'aveva dapprima sposata a un marchese, che però glien'aveva fatte vedere d'ogni colore; oh, le era toccato finanche a servirlo otto anni con la spinite.
Rimasta vedova, bella (non lo diceva per vanità), aveva conosciuto il Generale, perché lei «teneva radunanze»: lui era un bel soldato: s'erano innamorati l'uno dell'altra; e, si sa, era finita come doveva finire.
Nato Nandino, lei aveva saputo far le cose per bene: aveva dato il bambino a balia e aveva sposato.
- Bisogna sempre saper fare le cose per bene, caro mio!
- Eh già, - sorrideva San Romé, che si sentiva struggere dalla brama di mordere e avrebbe voluto risponderle che sapeva quel che le male lingue dicevano, che ella cioè era stata cameriera di quel marchese, prima, del Generale poi.
Ma non pareva affatto, povera Generalessa! almeno fino a una cert'ora del giorno.
Non ostante la pinguedine, lei di mattina era sempre poetica; poi, è vero, cascava a parlar di cucina, ma perché le era sempre piaciuto, diceva, attendere alle cure casalinghe; e insegnava volentieri alle amiche qualche buon manicaretto.
Al Generale faceva lei da mangiare: sì, perché bocca schifa quel benedett'uomo! mai e poi mai avrebbe assaggiato un cibo apparecchiato da altre mani.
- Oh bello! oh bello!
E si fermò ad ammirare un prato, su cui una moltitudine di gambi esili, dritti, stendevano come un tenuissimo velo, tutto punteggiato in alto da certi pennacchietti d'un rosso cupo, bellissimi.
Come si chiamava, quella pianta graziosa?
- Oh, cattiva! - grugnì il signor Raspi.
- Le bestie non ne mangiano.
Qui la chiamano frujosa o scaletta.
Non serve a nulla, sa?
Che sguardo rivolse la Generalessa a quel savio uomo che dal tondo faccione, dagli occhietti porcini spirava la beatitudine della più impenetrabile balordaggine.
Non comprendeva che, in certe ore poetiche, conveniva anche ammirare le cose che non servono a nulla.
- San Romé, non perché tema di stancarmi, ma, dico, per calcolar l'ora che si potrà fare, che via c'è ancora fino a Roccia Balda?
- Uh, tanta, signora mia! C'è tempo! - sbuffò San Romé.
- Da dieci a dodici chilometri.
Ora però entreremo nel bosco.
- Oh bello! oh bello! - ripeté la Generalessa.
San Romé non poté più reggere e la lasciò col Raspi.
Di là, quelle pettegoline, la Bongi, la Tani, tenendosi per la vita, avevano attaccato un discorsetto fitto fitto, interrotto da brevi risatine, e di tanto in tanto si voltavano indietro a spiare se mai egli stesse in orecchi.
Su l'ultimo prato in declivio stavano a guardia d'alcuni giovenchi due brutte vecchie rugose e rinsecchite, intente a filar la lana all'ombra dei primi castagni del bosco.
- E la terza Parca dov'è? - domandò loro forte, seriamente, Biagio Casòli.
Quelle risposero che non lo sapevano, e allora il Casòli si mise a declamare:
De' bei giovenchi dal quadrato petto,
erte sul capo le lunate corna,
dolci negli occhi, nivei, che il mite
Virgilio amava.
Il signor Raspi, da lontano, si mise a ridere in una sua special maniera, come se frignasse, e domandò al Casòli:
- Che amava Virgilio? Le corna?
- Giusto le corna! - disse la Generalessa.
E tutti scoppiarono a ridere.
Lui, San Romé, le aveva già avvistate da lontano, quelle corna, e gli pareva assai che gli amici non ne profittassero per qualche poetica allusione.
Entrarono nel bosco.
Ora avrebbero potuto distrarsi, tutti quei cari signori, ammirando, come faceva la Generalessa quasi per obbligo e il signor Raspi, per fare una piccola sosta e riprender fiato, qua una cascatella spumosa, là un botro scosceso e cupo all'ombra di bassi ontani, più là un ciottolo nel rivo, vestito d'alga, su cui l'acqua si frangeva come se fosse di vetro, suscitando una ridda minuta di scagliette vive; ma, nossignori! nessuno sentiva quella deliziosa cruda frescura d'ombra insaporata d'acute fragranze, quel silenzio tutto pieno di fremiti, di fritinii di grilli, di risi di rivoli.
Pur chiacchierando tra loro, facevan tutti, come San Romé che se ne stava in silenzio e diventava a mano a mano più fosco e più nervoso, un certo calcolo approssimativo.
Dalla via che avevano percorsa, argomentavano a qual punto del viale che va da Sarli a Gori poteva esser giunto a quell'ora il Pepi.
Senza dubbio, Dora gli sarebbe andata incontro pian piano, venendo giù da Gori.
Poi certo, avvistandosi da lontano, avrebbero lasciato il viale, lei di sopra, lui di sotto, e sarebbero scesi nella valle boscosa del Sarnio per ritrovarsi, senza mal di capo, laggiù, ben protetti dagli alberi.
Tutte queste supposizioni si dipingevano così vive alla mente di San Romé, che gli pareva proprio di vederli, quei due, muovere al convegno, ridersi di lui, prima fra sé e sé, poi tutt'e due insieme; e apriva e chiudeva le mani, affondandosi le unghie nelle palme; quindi, notando che quegli altri si accorgevano del suo irrequieto malumore e che tuttavia, ora, non gli dicevano più nulla, come se paresse loro naturalissimo, si riaccostava ad essi, si sforzava a parlare, scacciando l'immagine viva, scolpita, di quel tradimento che gli pareva fatto a lui più che al fratello ignaro e lontano.
Ma, poco dopo, all'improvviso, non potendo interessarsi di quelle vuote chiacchiere, era riassalito da quell'immagine e si sentiva schernito da quella gente, la quale, sapendo benissimo qual supplizio fosse per lui quella gita, ecco, gli sorrideva per dimostrarglisi grata del piacere ch'egli aveva loro procurato, e gli domandava certe cose, certe cose...
Ecco qua: la Tani, per esempio, a un certo punto, se credeva che quell'albero là fosse stato colpito dal fulmine.
Perché? Perché pareva che facesse le corna, quel ceppo biforcuto...
No? E perché dunque più tardi, cioè quando finalmente arrivarono a Roccia Balda e tutti, dall'alto, si misero ad ammirare la vista maravigliosa della Valsarnia, perché la Generalessa volle saper da lui, come si chiamassero quei due picchi cinerulei, di là dall'ampia vallata? Ma per fargli vedere che gli facevano le corna, là, da lontano, anche i due picchi di Monte Merlo! No? E perché dunque, dopo colazione, quel bravo signor Bortolo Raspi cavò di tasca il fazzoletto, vi fece quattro nodini a gli angoli e se lo pose sul testone sudato? Ma per mostrargli anche lui due bei cornetti su la fronte...
Corna, corna, non vide altro che corna, da per tutto, San Romé quel giorno.
Le toccò poi quasi con mano, quando, sul tardi, avendo accompagnato la comitiva fino a Sarli per la via più corta, e risalendosene solo per il viale a Gori, a un certo punto, giù nella valle, tra i castagni, intravide Pepi, seduto e assorto senza dubbio nel ricordo della gioja recente.
Si fermò, pallido, fremente, coi denti serrati, serrate le pugna, perplesso, come tenuto tra due: tra la prudenza e la brama impetuosa di lasciarsi andar giù a precipizio, piombare addosso a quell'imbecille, farne strazio e vendicarsi così della tortura di tutta quella giornata.
Ma, in quel punto, gli arrivò dalla svolta del viale una vocetta limpida e fervida che canticchiava un'arietta a lui ben nota.
Si voltò di scatto, e si vide venire incontro la cognata col capo appoggiato languidamente alla spalla d'un uomo che la teneva per la vita.
Roberto San Romé sentì stroncarsi le gambe.
- Cesare! - gridò, trasecolando.
Il fratello, che stava a guardare in estasi le prime stelle nel cielo crepuscolare, mentre la mogliettina tutta languida cantava, sussultò al grido e gli s'avvicinò con Dora, la quale, vedendolo, scoppiò in una di quelle sue interminabili risate.
- Tu qua? - fece San Romé.
- E quando sei arrivato?
- Ma stamattina alle nove, perbacco! - gli rispose il fratello.
- Non hai visto jersera il mio telegramma?
- Non l'ha visto, non l'ha visto - disse Dora, guardando il cognato con gli occhi sfavillanti.
- Era già a Sarli per concertar la gita a Roccia Balda, e io non ho voluto dirgli nulla per non guastargli il divertimento che pareva gli stesse tanto a cuore.
Mi dispiace solamente, - aggiunse, - che l'ho tenuto forse in pensiero a causa...
a causa d'un certo mal di capo che ho dovuto simulare per sottrarmi alla gita.
Passato, sai, caro? passato del tutto.
Prese anche il braccio del cognato, per risalire pian piano a Gori, e col tono di voce più carezzevole gli domandò:
- E di', Roberto, ti sei divertito?
DONO DELLA VERGINE MARIA
+ Assunta.
+ Filomena.
+ Crocifissa.
+ Angelica.
+ Margherita.
+ ...
Così: una crocetta e il nome della figlia morta accanto.
Cinque, in colonna.
Poi una sesta, che aspettava il nome dell'ultima: Agata, a cui poco ormai restava da patire.
Don Nuccio D'Alagna si turò le orecchie per non sentirla tossire di là; e quasi fosse suo lo spasimo di quella tosse, strizzò gli occhi e tutta la faccia squallida, irta di peli grigi; poi s'alzò.
Era come perduto in quella sua enorme giacca, che non si sapeva più di che colore fosse e che dava a vedere che anche la carità, se ci si mette, può apparire beffarda.
La aveva certo avuta in elemosina quella vecchia giacca.
E don Nuccio, per rimediare, dov'era possibile, al soverchio della carità, teneva più volte rimboccate sui magri polsi le maniche.
Ma ogni cosa, come quella giacca, la sua miseria, le sue disgrazie, la nudità della casa pur tutta piena di sole, ma anche di mosche, dava l'impressione di una esagerazione quasi inverosimile.
Prima di recarsi di là, aspettò un pezzetto, sapendo che la figlia non voleva che accorresse a lei, subito dopo quegli accessi di tosse; e intanto cancellò col dito quel camposanto segnato sul piano del tavolino.
Oltre al lettuccio dell'inferma, in quell'altra camera, c'era soltanto una seggiola sgangherata e un pagliericcio arrotolato per terra, che il vecchio ogni sera si trascinava nella stanza vicina per buttarvisi a dormir vestito.
Ma eran rimaste stampate a muro, sulla vecchia carta da parato scolorita, qua e là strappata e con gli strambelli pendenti, le impronte degli altri mobili pegnorati e svenduti; e ancora attaccato al muro qualche resto dei ragnateli un tempo nascosti da quei mobili.
La luce era tanta, in quella stanza nuda e sonora, che quasi si mangiava il pallore del viso emaciato dell'inferma giacente sul letto.
Si vedevano solo in quel viso le fosse azzurre degli occhi.
Ma in compenso poi, tutt'intorno, sul guanciale un incendio, al sole, dei capelli rossi di lei.
E lei che, zitta zitta, a quel sole che le veniva sul letto si guardava le mani, o si avvolgeva attorno alle dita i riccioli di quei magnifici capelli.
Così zitta, così quieta, che a guardarla e a guardar poi attorno la camera, in tutta quella luce, se non fosse stato per il ronzio di qualche mosca, quasi non sarebbe parsa vera.
Don Nuccio, seduto su quell'unica seggiola, s'era messo a pensare a una cosa bella bella per la figliuola: alla sola cosa a lei ormai desiderabile, che Dio cioè le aprisse la mente, che quel duro patire lì sul saccone sudicio di quel letto nella casa vuota la persuadesse a chiedere d'esser portata all'ospedale, dove nessuna delle sorelle, morte prima, era voluta andare.
Ci si moriva lo stesso? No: don Nuccio scoteva un dito, con convinzione: era un'altra cosa; più pulita.
Rivedeva difatti col pensiero una lunga corsia, lucida, con tanti e tanti lettini bianchi in fila, di qua e di là, e un finestrone ampio in fondo sull'azzurro del cielo; rivedeva le suore di carità, con quelle grandi ali bianche in capo e quel tintinnio delle medaglie appese al rosario, a ogni passo; rivedeva pure un vecchio sacerdote che lo conduceva per mano lungo quella corsia: egli guardava smarrito, angosciato dalla commozione, su questo e su quel letto; alla fine il prete gli diceva: «Qua» e lo attirava presso la sponda d'uno di quei letti, ove giaceva moribonda, irriconoscibile, quella sciagurata che, dopo avergli messo al mondo sei creaturine, se n'era scappata di casa per andar poi a finir lì.
- Eccola! - Già a lui era morta la prima figlia, Assunta, di dodici anni.
- Come te! quella non ti perdona.
- Nuccio D'Alagna, - lo aveva ammonito severamente il vecchio sacerdote.
- Siamo davanti alla morte.
- Sì, padre.
Dio lo vuole, e io la perdono.
- Anche a nome delle figlie?
- Una è morta, padre.
A nome delle altre cinque che le terranno dietro.
Tutte, davvero, una dopo l'altra.
Ed egli, ora, era quasi inebetito.
Se l'erano portata via con loro, la sua anima, le cinque figliuole morte.
Per quest'ultima gliene restava un filo appena.
Ma pur quel filo era ancora acceso in punta; aveva ancora in punta come una fiammellina.
La sua fede.
La morte, la vita, gli uomini, da anni soffiavano, soffiavano per spegnergliela: non c'erano riusciti.
Una mattina aveva veduto aprire a un suo vicino di casa, che abitava dirimpetto, lo sportello della gabbiola per cacciarne via un ciuffolotto ammaestrato ch'egli, alcuni giorni addietro, gli aveva venduto per pochi soldi.
Era d'inverno e pioveva.
Il povero uccellino era venuto a batter le alucce ai vetri dell'antica finestra, quasi a chiedergli ajuto e ospitalità.
Aveva aperto la finestra, e che carezze a quel capino bagnato dalla pioggia! Poi se l'era posato su la spalla come un tempo, ed esso a bezzicargli il lobo dell'orecchio.
Si ricordava dunque! Lo riconosceva! Ma perché quel vicino lo aveva cacciato via dalla gabbia?
Non aveva tardato a capirlo, don Nuccio.
Aveva già notato da alcuni giorni, che la gente per via lo scansava, e che qualcuno, vedendolo passare, faceva certi atti.
L'uccellino gli era rimasto in casa, tutto l'inverno, a saltellare e a svolare cantando per le due stanzette, contento di qualche briciola di pane.
Poi, venuto il bel tempo, se n'era andato via; non tutt'a un tratto, però: erano state prima scappatine sui tetti delle prossime case: ritornava la sera; poi non era tornato più.
E pazienza, cacciar via un uccellino! Ma cacciar via anche lui, buttarlo in mezzo a una strada, con la figlia moribonda...
C'era coscienza?
- La coscienza, don Nuccio mio, io ce l'ho! Ma sono anche ricevitore del lotto - gli aveva detto lo Spiga, che da tant'anni lo teneva nel suo botteghino.
Ogni mestiere, ogni professione vuole una sua particolar coscienza.
E uno che sia ricevitore del lotto, si può dire che commetta una cattiva azione, togliendo il pane di bocca a un vecchio, il quale, con la fama di jettatore che gli hanno fatta in paese, certo non chiama più gente al banco a giocare?
Don Nuccio s'era dovuto arrendere a questa lampante verità; e se n'era andato da quel botteghino piangendo.
Era un sabato sera; e nella casa dirimpetto, quello stesso vicino che aveva cacciato il ciuffolotto dalla gabbia, festeggiava una vincita al lotto.
E l'aveva registrata lui, don Nuccio, al banco, la scommessa di quel vicino.
Ecco una prova della sua jettatura.
Seduto presso la finestra, guardava nella casa dirimpetto la mensa imbandita e i convitati che schiamazzavano mangiando e bevendo.
A un certo punto, uno s'era alzato ed era venuto a sbattergli in faccia gli scuri della finestra.
Così voleva Dio.
Lo diceva senz'ombra d'irrisione, don Nuccio D'Alagna, che se tutto questo gli accadeva, era segno che Dio voleva così.
Era anzi il suo modo d'intercalare.
E, ogni volta, s'aggiustava sui polsi la rimboccatura delle maniche.
- Un corno! - gli rispondeva però, volta per volta, don Bartolo Scimpri: l'unico che non avesse paura, ormai, d'avvicinarlo.
Sperticatamente alto di statura, ossuto e nero come un tizzone, questo don Bartolo Scimpri, benché da parecchi anni scomunicato, vestiva ancora da prete.
Le maniche della vecchia tonaca unta e inverdita avevano il difetto opposto di quelle della giacca di don Nuccio: gli arrivavano poco più giù dei gomiti lasciandogli scoperti gli avambracci pelosi.
E scoperti aveva anche, sotto, non solo i piedacci imbarcati in due grossi scarponi contadineschi, ma spesso perfino i fusoli delle gambe cotti dal sole, perché le calze di cotone a furia di rimboccarle da capo attortigliate in un punto perché si reggessero, s'erano slabbrate e gli ricadevano sulla fiocca dei piedi.
Allegramente si vantava della sua bruttezza, di quella sua fronte, che dalla sommità del capo calvo pareva gli scivolasse giù giù fino alla punta dell'enorme naso, dandogli una stranissima somiglianza col tacchino.
- Questa è la vela! - esclamava, battendosi la fronte.
- Ci soffia lo spirito divino!
Poi si prendeva con due dita il nasone:
- E questo, il timone!
Aspirava fortemente una boccata d'aria e, al rumore che l'aria faceva nel naso otturato, alzava subito quelle due dita e le scoteva in aria come se le fosse scottate.
Era in guerra aperta con tutto il clero, perché il clero - a suo dire - aveva azzoppato Dio.
Il diavolo, invece, aveva camminato.
Bisognava a ogni costo ringiovanire Dio, farlo viaggiare in ferrovia, col progresso, senza tanti misteri, per fargli sorpassare il diavolo.
- Luce elettrica! Luce elettrica! - gridava, agitando le lunghe braccia smanicate.
- Lo so io a chi giova tanta oscurità! E Dio vuol dire Luce!
Era tempo di finirla con tutta quella sciocca commedia delle pratiche esteriori del culto: messe e quarant'ore.
E paragonava il prete nella lunga funzione del consacrar l'ostia per poi inghiottirsela al gatto che prima scherza col topo e poi se lo mangia.
Egli avrebbe edificato la Chiesa Nuova.
Già pensava ai capitoli della Nuova Fede.
Ci pensava la notte, e li scriveva.
Ma prima bisognava trovare il tesoro.
Come? Per mezzo della sonnambula.
Ne aveva una, che lo ajutava anche a indovinar le malattie.
Perché don Bartolo curava anche i malati.
Li curava con certi intrugli, estratti da erbe speciali, sempre secondo le indicazioni di quella sonnambula.
Si contavano miracoli di guarigioni.
Ma don Bartolo non se ne inorgogliva.
La salute del corpo la ridava gratis a chi avesse fiducia nei suoi mezzi curativi.
Aspirava a ben altro lui! A preparare alle genti la salute dell'anima.
La gente però non sapeva ancor bene, se crederlo matto o imbroglione.
Chi diceva matto, e chi imbroglione.
Eretico era di certo; forse, indemoniato.
Il tugurio dov'abitava, in un suo poderetto vicino al camposanto, sul paese, pareva l'officina d'un mago.
I contadini dei dintorni vi si recavano la notte, incappucciati e con un lanternino in mano, per farsi insegnare dalla sonnambula il luogo preciso di certe trovature, tesori nascosti che dicevano di saper sotterrati nelle campagne del circondario al tempo della rivoluzione.
E mentre don Bartolo addormentava la sonnambula, muto, spettrale, con le mani sospese sul capo di lei, al lume vacillante d'un lampadino a olio, tremavano.
Tremavano, allorché, lasciando nel tugurio la donna addormentata, egli li invitava a uscir con lui all'aperto e li faceva inginocchiare sulla nuda terra, sotto il cielo stellato, e, inginocchiato anche lui, prima tendeva l'orecchio ai sommessi rumori della notte, poi diceva misteriosamente:
- Ssss...
eccolo! eccolo!
E levando la fronte, si dava a improvvisare stranissime preghiere, che a quelli parevano evocazioni diaboliche e bestemmie.
Rientrando, diceva:
- Dio si prega così, nel suo tempio, coi grilli e con le rane.
Ora all'opera!
E se qualche tarlo si svegliava nell'antica cassapanca che pareva una bara, là in un angolo, o la fiammella del lampadino crepitava a un soffio d'aria, un brivido coglieva quei contadini intenti e raggelati dalla paura.
Trovato il tesoro, sarebbe sorta la Chiesa Nuova, aperta all'aria e al sole, senz'altari e senz'immagini.
Ciò che i nuovi sacerdoti vi avrebbero fatto, don Bartolo veniva ogni giorno a spiegarlo a don Nuccio D'Alagna, il quale era pure il solo che, almeno in apparenza, stesse a sentirlo senza ribellarsi o scappar via con le mani agli orecchi.
- Lasciamo fare a Dio! - arrischiava soltanto, con un sospiro, a quando a quando.
Ma don Bartolo gli dava subito sulla voce:
- Un corno!
E gli dava da ricopiare, per elemosina, a un tanto a pagina, i capitoli della Nuova Fede che scarabocchiava la notte.
Gli portava anche da mangiare e qualche magica droga per la figliuola ammalata.
Appena andato via, don Nuccio scappava in chiesa a chieder perdono a Dio Padre, a Gesù, alla Vergine, a tutti i Santi, di quanto gli toccava d'udire, delle diavolerie che gli toccava di ricopiar la sera, per necessità.
Lui come lui, si sarebbe lasciato piuttosto morir di fame; ma era per la figlia, per quella povera anima innocente! I fedeli cristiani lo avevano tutti abbandonato.
Poteva esser volere di Dio che in quella miseria, nera come la pece, l'unico lume di carità gli venisse da quel demonio in veste da prete? Che fare, Signore, che fare? Che gran peccato aveva commesso perché anche quel boccone di pane dovesse parergli attossicato per la mano che glielo porgeva? Certo un potere diabolico esercitava quell'uomo su lui.
- Liberatemene, Vergine Maria, liberatemene Voi!
Inginocchiato sullo scalino innanzi alla nicchia della Vergine, lì tutta parata di gemme e d'ori, vestita di raso azzurro, col manto bianco stellato d'oro, don Nuccio alzava gli occhi lagrimosi al volto sorridente della Madre divina.
A lei si rivolgeva di preferenza perché gl'impetrasse da Dio il perdono, non tanto per il pane maledetto che mangiava, non tanto per quelle scritture diaboliche che gli toccava di ricopiare, quanto per un altro peccato, senza dubbio più grave di tutti.
Lo confessava tremando.
Si prestava a farsi addormentare da don Bartolo, come la sonnambula.
La prima volta lo aveva fatto per la figlia, per trovare nel sonno magnetico l'erba che gliela doveva guarire.
L'erba non si era trovata; ma egli seguitava ancora a farsi addormentare per provar quella delizia nuova, la beatitudine di quel sonno strano.
- Voliamo, don Nuccio, voliamo! - gli diceva don Bartolo, tenendogli i pollici delle due mani, mentr'egli già dormiva e vedeva.
- Vi sentite le ali? Bene, facciamoci una bella volatina per sollievo.
Vi conduco io.
La figliuola stava a guardare dal letto con tanto d'occhi sbarrati, sgomenta, angosciata, levata su un gomito: vedeva le palpebre chiuse del padre fervere come se nella rapidità vertiginosa del volo la vista di lui, abbarbagliata, fosse smarrita nell'immensità d'uno spettacolo luminoso.
- Acqua...
tant'acqua...
tant'acqua...
- diceva difatti, ansando, don Nuccio; e pareva che la sua voce arrivasse da lontano lontano.
- Passiamo questo mare, - rispondeva cupamente don Bartolo con la fronte contratta, quasi in un supremo sforzo di volontà.
- Scendiamo a Napoli, don Nuccio: vedrete che bella città! Poi ripigliamo il volo e andiamo a Roma a molestare il papa, ronzandogli attorno in forma di calabrone.
- Ah, Vergine Maria, Madre Santissima, - andava poi a pregar don Nuccio davanti alla nicchia, - liberatemi Voi da questo demonio che mi tiene!
E lo teneva davvero: bastava che don Bartolo lo guardasse in un certo modo, perché d'un tratto avvertisse un curioso abbandono di tutte le membra, e gli occhi gli si chiudessero da sé.
E prima ancora che don Bartolo ponesse il piede su la scala, egli, seduto accanto alla figlia, presentiva ogni volta, con un tremore di tutto il corpo, la venuta di lui.
- Eccolo, viene, - diceva.
E, poco dopo, difatti, ecco don Bartolo che salutava il padre e la figlia col cupo vocione:
- Benedicite.
- Viene, - disse anche quel giorno don Nuccio alla figlia, la quale, dopo quel forte assalto di tosse, s'era sentita subito meglio, davvero sollevata, e insolitamente s'era messa a parlare, non di guarigione, no - fino a tanto non si lusingava - ma, chi sa! d'una breve tregua del male, che le permettesse di lasciare un po' il letto.
Sentendola parlar così, don Nuccio s'era sentito morire.
O Vergine Maria, che quello fosse l'ultimo giorno? Perché anche le altre figliuole, così: - «Meglio, meglio,» - ed erano spirate poco dopo.
Questa, dunque, la liberazione che la Vergine gli concedeva? Ah, ma non questa, non questa aveva invocata tante volte; ma la propria morte: ché la figlia, allora, nel vedersi sola, si sarebbe lasciata portare all'ospedale.
Doveva restar solo lui, invece? assistere anche alla morte di quell'ultima innocente? Così voleva Dio?
Don Nuccio strinse le pugna.
Se la sua figliuola moriva, egli non aveva più bisogno di nulla; di nessuno; tanto meno poi di colui che, soccorrendo ai bisogni del corpo, gli dannava l'anima.
Si levò in piedi; si premette forte le mani sulla faccia.
- Papà, che hai? - gli domandò la figlia, sorpresa.
- Viene, viene, - rispose, quasi parlando tra sé; e apriva e chiudeva le mani, senza curarsi di nascondere l'agitazione.
- E se viene? - fece Agatina, sorridendo.
- Lo caccio via! - disse allora don Nuccio; e uscì risoluto dalla camera.
Questo voleva Dio, e perciò lo lasciava in vita e gli toglieva la figlia: voleva un atto di ribellione alla tirannia di quel demonio; voleva dargli tempo di far penitenza del suo gran peccato.
E mosse incontro a don Bartolo per fermarlo sull'entrata.
Don Bartolo saliva pian piano gli ultimi scalini.
Alzò il capo, vide don Nuccio sul pianerottolo a capo di scala e lo salutò al solito:
- Benedicite.
- Piano, fermatevi, - prese a dire concitatamente don Nuccio D'Alagna, quasi senza fiato, parandoglisi davanti, con le braccia protese.
- Qua oggi deve entrare il Signore, per mia figlia.
- Ci siamo? - domandò afflitto e premuroso don Bartolo, interpretando l'agitazione del vecchio come cagionata dall'imminente sciagura.
- Lasciatemela vedere.
- No, vi dico! - riprese convulso don Nuccio, trattenendolo per un braccio.
- In nome di Dio vi dico: non entrate!
Don Bartolo lo guardò, stordito.
- Perché?
- Perché Dio mi comanda così! Andate via! L'anima mia forse è dannata; ma rispettate quella d'una innocente che sta per comparire davanti alla giustizia divina!
- Ah, mi scacci? - disse trasecolato don Bartolo Scimpri, appuntandosi l'indice d'una mano sul petto.
- Scacci me? - incalzò, trasfigurandosi nello sdegno, drizzandosi sul busto.
- Anche tu dunque, povero verme, come tutta questa mandra di bestie, mi credi un demonio? Rispondi!
Don Nuccio s'era addossato al muro presso la porta: non si reggeva più in piedi, e a ogni parola di don Bartolo pareva diventasse più piccolo.
- Brutto vigliacco ingrato! - seguitò questi allora.
- Anche tu ti metti contro di me, codiando la gente che t'ha preso a calci come un cane rognoso? Mordi la mano che t'ha dato il pane? Io, t'ho dannato l'anima? Verme di terra! ti schiaccerei sotto il piede, se non mi facessi schifo e pietà insieme! Guardami negli occhi! guardami! Chi ti darà da sfamarti? chi ti darà da sotterrare la figlia? Scappa, scappa in chiesa, va' a chiederlo a quella tua Vergine parata come una sgualdrina!
Rimase un pezzo a fissarlo con occhi terribili; poi, come se, in tempo che lo fissava, avesse maturato in sé una feroce vendetta, scoppiò in una risata di scherno; ripeté tre volte, con crescente sprezzo:
- Bestia...
bestia...
bestia...
E se n'andò.
Don Nuccio cadde sui ginocchi, annichilito.
Quanto tempo stette lì, sul pianerottolo, come un sacco vuoto? Chi lo portò in chiesa, davanti alla nicchia della Vergine? Si ritrovò là, come in sogno, prosternato, con la faccia sullo scalino della nicchia; poi, rizzandosi sui ginocchi, un flutto di parole che non gli parvero nemmeno sue gli sgorgò fervido, impetuoso dalle labbra:
- Tanto ho penato, tante ne ho viste, e ancora non ho finito...
Vergine Santa, e sempre V'ho lodata! Morire io prima, no, Voi non avete voluto: sia fatta la Vostra santa volontà! Comandatemi, e sempre, fino all'ultimo, V'ubbidirò! Ecco, io stesso, con le mie mani sono venuto a offrirvi l'ultima figlia mia, l'ultimo sangue mio: prendetevela presto, Madre degli afflitti; non me la fate penare più! Lo so, né soli né abbandonati: abbiamo l'ajuto Vostro prezioso, e a codeste mani pietose e benedette ci raccomandiamo.
O sante mani, o dolci mani, mani che sanano ogni piaga: beato il capo su cui si posano in cielo! Codeste mani, se io ne sono degno, ora mi soccorreranno, m'ajuteranno a provvedere alla figlia mia.
O Vergine santa, i ceri e la bara.
Come farò? Farete Voi: provvederete Voi: è vero? è vero?
E a un tratto, nel delirio della preghiera, vide il miracolo.
Un riso muto, quasi da pazzo, gli s'allargò smisuratamente nella faccia trasfigurata.
- Sì? - disse, e ammutolì subito dopo, piegandosi indietro, atterrito, a sedere sui talloni, con le braccia conserte al petto.
Sul volto della Vergine, in un baleno, il sorriso degli occhi e delle labbra s'era fatto vivo; le ferveva negli occhi, vivo, il riso delle labbra; e da quelle labbra egli vide muoversi senza suono di voce una parola:
- Tieni.
E la Vergine moveva la mano, da cui pendeva un rosario d'oro e di perle.
- Tieni, - ripetevano le labbra, più visibilmente, poiché egli se ne stava lì come impietrito.
Vive, Dio, vive, vive quelle labbra; e con così vivo, vivo e pressante invito il gesto della mano e anche del capo, anche del capo ora, accompagnava l'offerta, che egli si sentì forzato a protendersi, ad allungare una mano tremante verso la mano della Vergine; e già stava per riceverne il rosario, quando dall'ombra dell'altra navata della chiesa un grido rimbombò come un tuono:
- Ah, ladro!
E don Nuccio cadde, come fulminato.
Subito un uomo accorse, vociando, lo afferrò per le braccia, lo tirò su in piedi, scrollandolo, malmenandolo.
- Ladro! vecchio e ladro! Dentro la casa del Signore? Spogliare la santa Vergine? Ladro! ladro!
E lo trascinava, così apostrofandolo e sputandogli in faccia, verso la porta della chiesa.
Accorse gente dalla piazza, e ora tra un coro d'imprecazioni rafforzate da calci, da sputi e da spintoni, don Nuccio D'Alagna, insensato:
- Dono, - balbettava gemendo, - dono della Vergine Maria...
Ma intravedendo su la piazza assolata l'ombra del cippo che sorgeva davanti la chiesa, come se quell'ombra si rizzasse d'improvviso dalla piazza, assumendo l'immagine di don Bartolo Scimpri, colossale, che scoteva il capo di nuovo in quella sua risata diabolica, diede un grido e s'abbandonò, inerte, tra le braccia della gente che lo trascinava.
LA VERITA'
Saru Argentu, inteso Tararà, appena introdotto nella gabbia della squallida Corte d'Assise, per prima cosa cavò di tasca un ampio fazzoletto rosso di cotone a fiorami gialli, e lo stese accuratamente su uno dei gradini della panca, per non sporcarsi, sedendo, l'abito delle feste, di greve panno turchino.
Nuovo l'abito, e nuovo il fazzoletto.
Seduto, volse la faccia e sorrise a tutti i contadini che gremivano, dalla ringhiera in giù, la parte dell'aula riservata al pubblico.
L'irto grugno raschioso, raso di fresco, gli dava l'aspetto d'uno scimmione.
Gli pendevano dagli orecchi due catenaccetti d'oro.
Dalla folla di tutti quei contadini si levava denso, ammorbante, un sito di stalla e di sudore, un lezzo caprino, un tanfo di bestie inzafardate, che accorava.
Qualche donna, vestita di nero, con la mantellina di panno tirata fin sopra gli orecchi, si mise a piangere perdutamente alla vista dell'imputato, il quale invece, guardando dalla gabbia, seguitava a sorridere e ora alzava una scabra manaccia terrosa, ora piegava il collo di qua e di là, non propriamente a salutare, ma a fare a questo e a quello degli amici e compagni di lavoro un cenno di riconoscimento, con una certa compiacenza.
Perché per lui era quasi una festa, quella, dopo tanti e tanti mesi di carcere preventivo.
E s'era parato come di domenica, per far buona comparsa.
Povero era, tanto che non aveva potuto neanche pagarsi un avvocato, e ne aveva uno d'ufficio; ma per quello che dipendeva da lui, ecco, pulito almeno, sbarbato, pettinato e con l'abito delle feste.
Dopo le prime formalità, costituita la giuria, il presidente invitò l'imputato ad alzarsi.
- Come vi chiamate?
- Tararà.
- Questo è un nomignolo.
Il vostro nome?
- Ah, sissignore.
Argentu, Saru Argentu, Eccellenza.
Ma tutti mi conoscono per Tararà.
- Va bene.
Quant'anni avete?
- Eccellenza, non lo so.
- Come non lo sapete?
Tararà si strinse nelle spalle e significò chiaramente con l'atteggiamento del volto, che gli sembrava quasi una vanità, ma proprio superflua, il computo degli anni.
Rispose:
- Abito in campagna, Eccellenza.
Chi ci pensa?
Risero tutti, e il presidente chinò il capo a cercare nelle carte che gli stavano aperte davanti:
- Siete nato nel 1873.
Avete dunque trentanove anni.
Tararà aprì le braccia e si rimise:
- Come comanda Vostra Eccellenza.
Per non provocare nuove risate, il presidente fece le altre interrogazioni, rispondendo da sé a ognuna: - È vero? - è vero? - Infine disse:
- Sedete.
Ora sentirete dal signor cancelliere di che cosa siete accusato.
Il cancelliere si mise a leggere l'atto d'accusa; ma a un certo punto dovette interrompere la lettura, perché il capo dei giurati stava per venir meno a causa del gran lezzo ferino che aveva empito tutta l'aula.
Bisognò dar ordine agli uscieri che fossero spalancate porte e finestre.
Apparve allora lampante e incontestabile la superiorità dell'imputato di fronte a coloro che dovevano giudicarlo.
Seduto su quel suo fazzolettone rosso fiammante, Tararà non avvertiva affatto quel lezzo, abituale al suo naso, e poteva sorridere; Tararà non sentiva caldo, pur vestito com'era di quel greve abito di panno turchino; Tararà infine non aveva alcun fastidio dalle mosche, che facevano scattare in gesti irosi i signori giurati, il procuratore del re, il presidente, il cancelliere, gli avvocati, gli uscieri, e finanche i carabinieri.
Le mosche gli si posavano su le mani, gli svolavano ronzanti sonnacchiose attorno alla faccia, gli s'attaccavano voraci su la fronte, agli angoli della bocca e perfino a quelli degli occhi: non le sentiva, non le cacciava, e poteva seguitare a sorridere.
Il giovane avvocato difensore, incaricato d'ufficio, gli aveva detto che poteva essere sicuro dell'assoluzione, perché aveva ucciso la moglie, di cui era provato l'adulterio.
Nella beata incoscienza delle bestie, non aveva neppur l'ombra del rimorso.
Perché dovesse rispondere di ciò che aveva fatto, di una cosa, cioè, che non riguardava altri che lui, non capiva.
Accettava l'azione della giustizia, come una fatalità inovviabile.
Nella vita c'era la giustizia, come per la campagna le cattive annate.
E la giustizia, con tutto quell'apparato solenne di scanni maestosi, di tocchi, di toghe e di pennacchi, era per Tararà come quel nuovo grande molino a vapore, che s'era inaugurato con gran festa l'anno avanti.
Visitandone con tanti altri curiosi il macchinario, tutto quell'ingranaggio di ruote, quel congegno indiavolato di stantuffi e di pulegge, Tararà, l'anno avanti, s'era sentita sorgere dentro e a mano a mano ingrandire, con lo stupore, la diffidenza.
Ciascuno avrebbe portato il suo grano a quel molino; ma chi avrebbe poi assicurato agli avventori che la farina sarebbe stata quella stessa del grano versato? Bisognava che ciascuno chiudesse gli occhi e accettasse con rassegnazione la farina che gli davano.
Così ora, con la stessa diffidenza, ma pur con la stessa rassegnazione, Tararà recava il suo caso nell'ingranaggio della giustizia.
Per conto suo, sapeva che aveva spaccato la testa alla moglie con un colpo d'accetta, perché, ritornato a casa fradicio e inzaccherato, una sera di sabato, dalla campagna sotto il borgo di Montaperto nella quale lavorava tutta la settimana da garzone, aveva trovato uno scandalo grosso nel vicolo dell'Arco di Spoto, ove abitava, su le alture di San Gerlando.
Poche ore avanti, sua moglie era stata sorpresa in flagrante adulterio insieme col cavaliere don Agatino Fiorìca.
La signora donna Graziella Fiorìca, moglie del cavaliere, con le dita piene d'anelli, le gote tinte di uva turca, e tutta infiocchettata come una di quelle mule che recano a suon di tamburo un carico di frumento alla chiesa, aveva guidato lei stessa in persona il delegato di pubblica sicurezza Spanò e due guardie di questura, là nel vicolo dell'Arco di Spoto, per la constatazione dell'adulterio.
Il vicinato non aveva potuto nascondere a Tararà la sua disgrazia, perché la moglie era stata trattenuta in arresto, col cavaliere, tutta la notte.
La mattina seguente Tararà, appena se la era vista ricomparire zitta zitta davanti all'uscio di strada, prima che le vicine avessero tempo d'accorrere, le era saltato addosso con l'accetta in pugno e le aveva spaccato la testa.
Chi sa che cosa stava a leggere adesso il signor cancelliere...
Terminata la lettura, il presidente fece alzare di nuovo l'imputato per l'interrogatorio.
- Imputato Argentu, avete sentito di che siete accusato?
Tararà fece un atto appena appena con la mano e, col suo solito sorriso, rispose:
- Eccellenza, per dire la verità, non ci ho fatto caso.
Il presidente allora lo redarguì con molta severità:
- Siete accusato d'aver assassinato con un colpo d'accetta, la mattina del 10 dicembre 1911, Rosaria Femminella, vostra moglie.
Che avete a dire in vostra discolpa? Rivolgetevi ai signori giurati e parlate chiaramente e col dovuto rispetto alla giustizia.
Tararà si recò una mano al petto, per significare che non aveva la minima intenzione di mancare di rispetto alla giustizia.
Ma tutti, ormai, nell'aula, avevano disposto l'animo all'ilarità e lo guardavano col sorriso preparato in attesa d'una sua risposta.
Tararà lo avvertì e rimase un pezzo sospeso e smarrito.
- Su, dite, insomma, - lo esortò il presidente.
- Dite ai signori giurati quel che avete da dire.
Tararà si strinse nelle spalle e disse:
- Ecco, Eccellenza.
Loro signori sono alletterati, e quello che sta scritto in codeste carte, lo avranno capito.
Io abito in campagna, Eccellenza.
Ma se in codeste carte sta scritto, che ho ammazzato mia moglie, è la verità.
E non se ne parla più.
Questa volta scoppiò a ridere, senza volerlo, anche il presidente.
- Non se ne parla più? Aspettate e sentirete, caro, se se ne parlerà...
- Intendo dire, Eccellenza, - spiegò Tararà, riponendosi la mano sul petto, - intendo dire, che l'ho fatto, ecco; e basta.
L'ho fatto...
sì, Eccellenza, mi rivolgo ai signori giurati, l'ho fatto propriamente, signori giurati, perché non ne ho potuto far di meno, ecco; e basta.
- Serietà! serietà, signori! serietà! - si mise a gridare il presidente, scrollando furiosamente il campanello.
- Dove siamo? Qua siamo in una Corte di giustizia! E si tratta di giudicare un uomo che ha ucciso! Se qualcuno si attenta un'altra volta a ridere, farò sgombrare l'aula! E mi duole di dover richiamare anche i signori giurati a considerare la gravità del loro compito!
Poi, rivolgendosi con fiero cipiglio all'imputato:
- Che intendete dire, voi, che non ne avete potuto far di meno?
Tararà, sbigottito in mezzo al violento silenzio sopravvenuto, rispose:
- Intendo dire, Eccellenza, che la colpa non è stata mia.
- Ma come non è stata vostra?
Il giovane avvocato, incaricato d'ufficio, credette a questo punto suo dovere ribellarsi contro il tono aggressivo assunto dal presidente verso il giudicabile.
- Perdoni, signor presidente, ma così finiremo d'imbalordire questo pover uomo! Mi pare ch'egli abbia ragione di dire che la colpa non è stata sua, ma della moglie che lo tradiva col cavalier Fiorìca.
È chiaro!
- Signor avvocato, prego, - ripigliò, risentito, il presidente.
- Lasciamo parlare l'accusato.
A voi, Tararà: intendete dir questo?
Tararà negò prima con un gesto del capo, poi con la voce:
- Nossignore, Eccellenza.
La colpa non è stata neanche di quella povera disgraziata.
La colpa è stata della signora...
della moglie del signor cavaliere Fiorìca, che non ha voluto lasciare le cose quiete.
Che c'entrava, signor presidente, andare a fare uno scandalo così grande davanti alla porta di casa mia, che finanche il selciato della strada, signor presidente, è diventato rosso dalla vergogna a vedere un degno galantuomo, il cavaliere Fiorìca, che sappiamo tutti che signore è, scovato lì, in maniche di camicia e coi calzoni in mano, signor presidente, nella tana d'una sporca contadina? Dio solo sa, signor presidente, quello che siamo costretti a fare per procurarci un tozzo di pane!
Tararà disse queste cose con le lagrime agli occhi e nella voce, scotendo le mani innanzi al petto, con le dita intrecciate, mentre le risate scoppiavano irrefrenabili in tutta l'aula e molti anche si torcevano in convulsione.
Ma, pur tra le risa, il presidente colse subito a volo la nuova posizione in cui l'imputato veniva a mettersi di fronte alla legge, dopo quanto aveva detto.
Se n'accorse anche il giovane avvocato difensore, e di scatto, vedendo crollare tutto l'edificio della sua difesa, si voltò verso la gabbia a far cenno a Tararà di fermarsi.
Troppo tardi.
Il presidente, tornando a scampanellare furiosamente, domandò all'imputato:
- Dunque voi confessate che vi era già nota la tresca di vostra moglie col cavaliere Fiorìca?
- Signor presidente, - insorse l'avvocato difensore, balzando in piedi, - scusi...
ma io così...
io così...
- Che così e così! - lo interruppe, gridando, il presidente.
- Bisogna che io metta in chiaro questo, per ora!
- Mi oppongo alla domanda, signor presidente!
- Lei non può mica opporsi, signor avvocato.
L'interrogatorio lo faccio io!
- E io allora depongo la toga!
- Ma faccia il piacere, avvocato! Dice sul serio? Se l'imputato stesso confessa...
- Nossignore, nossignore! Non ha confessato ancora nulla, signor presidente! Ha detto soltanto che la colpa, secondo lui, è della signora Fiorìca, che è andata a far uno scandalo innanzi alla sua abitazione.
- Va bene! E può lei impedirmi, adesso, di domandare all'imputato se gli era nota la tresca della moglie col Fiorìca?
Da tutta l'aula si levarono, a questo punto, verso Tararà pressanti, violenti cenni di diniego.
Il presidente montò su tutte le furie e minacciò di nuovo lo sgombro dell'aula.
- Rispondete, imputato Argentu: vi era nota, sì o no, la tresca di vostra moglie?
Tararà, smarrit
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