LA BUONA FAMIGLIA, di Carlo Goldoni - pagina 3
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Che vi può fare il puntiglio? Scaldarvi il capo e mettervi dalla parte del torto.
Volete illuminare e convincere chi vi fa del male? Date loro tempo di riflettervi sopra: credetemi, che le coscienze sono giudici di sé medesime, e presto o tardi, chi opera male s'ha da pentire d'averlo fatto.
COST.
Ascoltatelo bene vostro padre, che in verità non può dir meglio di quel che dice.
FABR.
Ho sempre fatto a modo vostro, signore, e me ne son trovato contento.
Lo farò ancora nell'avvenire.
Se l'amico mi manca di parola, pazienza.
Il danno non è gran cosa, e la piazza già lo condanna.
ANS.
Bravo, che tu sia benedetto.
(gli dà un bacio)
ISAB.
È picchiato all'uscio, mi pare.
LIS.
Andrò a vedere.
(s'alza e parte)
SCENA SETTIMA
COSTANZA, ISABELLA, FABRIZIO, ANSELMO
ANS.
Mangiamoceli noi i denari che ci avrebbono a mangiar le liti.
Questa sera ha da venirmi a trovar mio compare collo speziale e il dottore.
Volete voi, Fabrizio, che diamo loro un po' di merenda?
FABR.
Non siete voi il padrone, signore?
ANS.
Ma io ho piacere che tutto quello si fa, sia concordemente fatto.
L'aggradite voi, signora nuora?
COST.
Sì signore, quello che è di vostro piacere, è di piacer mio.
ANS.
Volete invitar nessuno, voi? (a Costanza)
COST.
Non saprei chi invitare io, perché in oggi non si può trattar nessuno senza mettersi in soggezione.
Da noi si va a letto presto, e pare, quando viene qui qualcheduno, che gli si faccia uno sgarbo a dirgli che siamo avvezzi a ritirarci per tempo.
Io godo la mia quiete; mi diverto colla mia famiglia, e non pratico volentieri.
ANS.
Oh, si sta pur meglio soli.
Mio compare e lo speziale sono come siam noi; e il dottore, che è ragionevole, si ritira per tempo.
SCENA OTTAVA
LISETTA e detti.
LIS.
Sa ella chi è, signora? (a Costanza)
COST.
Chi mai?
LIS.
La signor'Angiola, che la vorrebbe riverire.
Ha fatto picchiare all'uscio, per vedere se le torna comodo ora o più tardi.
COST.
Per me la faccio padrona di venir quando vuole, se il signor suocero o mio marito non hanno niente in contrario.
ANS.
Non siete voi la padrona? Ricevetela pure.
FABR.
Anzi è meglio che la facciate venir subito, più tardi vi può venir da fare qualche altra faccenda.
COST.
Appunto aspetto il tessitore verso il mezzogiorno.
ISAB.
Oh, che mi solleciti a dipanare dunque.
COST.
Fatele dire che è padrona quando comanda.
(a Lisetta)
LIS.
Ci avrebbe a essere qualche guaio in casa della signor'Angiola.
La serva m'ha fatto de' gesti col capo.
In quella casa ci si sta pur male.
COST.
Badate a voi.
LIS.
Compatisca.
(parte)
SCENA NONA
COSTANZA, ISABELLA, FABRIZIO, ANSELMO
ANS.
Tornate fuori di casa, voi? (a Fabrizio)
FABR.
Non signore, per questa mane.
Ho le lettere di Germania; anzi, se vi torna comodo, signore, vorrei che le leggessimo insieme e discorressimo sopra certi progetti che fanno al nostro negozio.
ANS.
Sì, figlio, come volete.
Già sapete che ho rinunziato il maneggio a voi non per sottrarmi dalla fatica, ma per impratichirvi degli affari nostri, prima della mia morte; son qui per altro ad assistervi, se vi occorre.
FABR.
Ed io ho accettato il carico per sollevarvi: ma intendo da voi dipendere, e valermi sempre dell'utile consiglio vostro.
ANS.
Andiamo dunque a leggere le lettere di Germania.
Nuora, a rivederci.
Nipotina, addio, cara: il mio sangue, il mio sangue.
Cielo, dammi allegrezza del mio sangue.
(parte)
SCENA DECIMA
COSTANZA, ISABELLA, FABRIZIO
FABR.
Vi occorre niente? (a Costanza)
COST.
Niente, per ora.
FABR.
Cecchino sta bene?
COST.
Benissimo.
È ito alla scuola.
FABR.
Ho parlato col suo maestro.
Si contenta molto di lui.
Spero che ci voglia dare consolazione.
COST.
Lo faccia il cielo per sua bontà.
FABR.
Dal canto mio non mancherò certo di dargli tutti gli aiuti possibili.
ISAB.
Perché non fa insegnare anche a me, signor padre, che imparerei tanto volentieri le lettere?
FABR.
Figliuola mia, le lettere non sono per voi.
Non dico già che non aveste ingegno atto ad apprenderle, che so benissimo altre valenti donne averle egregiamente apprese; ma le cure devono essere distribuite.
La briga della casa non è poca briga, sapete? e le donne vi si adattano meglio; e voi, o qui o altrove, avrete bisogno d'essere istruita in ciò più che in altro; e i lavori di mano che fate voi altre donne, sono utili alla famiglia quanto le arti che proprie sono dell'uomo.
Contentatevi di far quello che a voi si destina, e più del talento fate conto della bontà di cuore.
Imitate la madre vostra e sarete certa di riuscir bene.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
COSTANZA e ISABELLA
ISAB.
Non vorrei se ne avesse avuto a male il signor padre, perché ho detto così.
COST.
No, no, figliuola, non è puntiglioso vostro padre.
Non sentite ch'egli anzi vi loda? Ma vi consiglia a quello che crede meglio per voi.
ISAB.
Io non farò mai se non quello che mi verrà comandato.
COST.
E ciò riescirà in profitto vostro ed in nostra consolazione.
SCENA DODICESIMA
ANGIOLA e dette, poi LISETTA
ANG.
Si può venire?
COST.
È padrona la signor'Angiola.
(s'alza, e fa lo stesso Isabella)
ANG.
Stiano comode, stiano comode.
Proseguiscano le faccende loro, ch'io non intendo d'incomodarle.
COST.
Niente, signora.
Lisetta.
(chiama)
LIS.
Signora.
COST.
Una sedia alla signor'Angiola.
Tieni questa calza.
ANG.
Seguiti a far la sua calza; non si stia per me ad incomodare.
COST.
Non ho più voglia davvero; ho piacere di starmi un poco a godere la compagnia della signor'Angiola.
ISAB.
Seguiterò a dipanare io, se mi dà licenza.
ANG.
Sì, cara, fate pure.
Bella consolazione aver di queste figliuole! (a Costanza)
COST.
Bisogna ch'io le faccia questa giustizia a Isabellina, non è cattiva ragazza.
ANG.
Ma! la pace in casa è un gran bene.
Io non l'ho questo bene, povera me!
COST.
Ha qualche cosa che la disturba?
ANG.
Sono venuta a posta da lei per consiglio, per aiuto, e per isfogare un poco le mie passioni.
COST.
Incomoda la ragazza?
ANG.
Oh niente, può sentir ella pure.
COST.
Che cosa ha ella che la disturba, signora?
ANG.
Ho un marito pessimo, inquieto, pieno di vizi, di mal animo, che mi riduce agli estremi.
COST.
Non si faccia sentire a parlar così del marito.
(guarda un poco Isabella)
ANG.
Già tutto il vicinato sa il suo modo di vivere.
Da pochi giorni in qua ha una certa pratica d'una donna...
COST.
Isabella, andate a dipanare in quell'altra camera.
ISAB.
Sì signora, (s'alza) con sua licenza.
(ad Angiola) (Quasi quasi aveva curiosità di sentire, ma la signora madre comanda).
(da sé, e parte)
COST.
Portatele l'arcolaio.
(a Lisetta)
LIS.
Sì, signora.
(Ne vuole avere un pesto ora la mia padrona).
(da sé; prende l'arcolaio, e parte)
SCENA TREDICESIMA
COSTANZA e ANGIOLA
ANG.
(Gran delicatezza che ha per la sua figliuola! Mia madre non ha fatto così con me).
(da sé)
COST.
Ora possiamo parlare con libertà.
ANG.
Eh, non avrei detto cose...
COST.
È meglio così: le fanciulle fanno caso di tutto.
ANG.
Per tornare dunque al proposito nostro, signora Costanza, io sono una femmina disperata.
COST.
Perché mai? Il signor Raimondo è un galantuomo, un uomo civile; hanno del bene, sono senza figliuoli, dovrebbono vivere colla maggior quiete del mondo.
ANG.
Eh signora, se non vi è giudizio nel capo di casa, non vi può essere la quiete.
Mio marito ha una pratica.
COST.
Ma lo sa di certo? Potrebbono essere le male lingue che l'avessero detto.
ANG.
Lo so di certissimo.
Pur troppo per me, che dacché ha quest'impegno, non mi può più vedere, e non dorme nemmeno nella mia camera, e se gli dico una buona parola, mi risponde di bu e di ba.
COST.
Oh, che dice mai? Manco male che non vi è la ragazza.
ANG.
Le dirò solamente questa...
COST.
Cara signor'Angiola, sono cose che il dirle a me non le può recare sollievo alcuno; si risparmi il rammarico di raccontarle.
ANG.
Ma è necessario che gliele dica, se ho da arrivare alla cagione per cui sono venuta da lei.
COST.
Non saprei.
Si sfoghi con me, che può farlo; ma non lo faccia con tutti, che la riputazione ci scapita.
ANG.
Pur troppo siamo la favola del paese, e perché? per il poco giudizio di mio marito.
Oltre l'amica che gli succhia il sangue, ha di più il giuoco ancora.
COST.
In verità non la vorrei nemmeno conoscere.
ANG.
E fra un vizio e l'altro ha tanti debiti, che non sa dove rivoltarsi.
COST.
Povera signor'Angiola! sono una compagnia dolorosa i debiti.
ANG.
Uno ne ha fra gli altri della pigione di casa, che può farci scorgere pubblicamente, si tratta di dire che il padrone ci vuol mandare i birri alla porta.
COST.
Oimè, mi sento tutta rimescolare.
ANG.
E mio marito non ci pensa.
Mangia, dorme, va a divertirsi, e non vede il precipizio vicino.
COST.
Come mai si può dormire con simili batticuori? Divertirsi? Io non credo che sia possibile.
ANG.
Eppure si diverte, che lo so di certo; e a me tocca pensarci.
COST.
Ma ella che cosa può fare, se non si muove il marito?
ANG.
Che cosa posso fare? Ecco qui, le mie povere gioje anderanno di mezzo.
Per ora i pendenti e l'anello; e voglia il cielo che uno di questi giorni non vada a spasso il gioiello ed il resto ancora.
COST.
Vuol ella privarsi delle gioje per pagar i debiti?
ANG.
Che vuol ch'io faccia? Mi svenerei per la riputazion della casa.
COST.
Non so che dire.
È ammirabile la di lei bontà, e meriterebbe che il marito le fosse grato davvero.
Ma lo sarà certo, l'animo mi dice che le sarà grato.
Un'azion simile l'ha da convincere, se avesse un cuor di macigno.
ANG.
Mi consiglia anche ella a farlo?
COST.
Quando non v'è altro modo, l'aiutarsi col suo è sempre bene.
Le gioje si fanno anche con questo fine, per valersene nelle occasioni.
ANG.
Mi dispiace che andar in mano di certi cani, l'usura mangia il capitale.
COST.
Quanto sarebbe il bisogno suo, signor'Angiola?
ANG.
Cento scudi, signora, e se non fosse il mio troppo ardire...
COST.
Basta così; non dica altro, che voglio aver il piacere di servirla senza che provi pena nel domandare.
Mi figuro anch'io (quantunque per grazia del cielo non mi sia trovata mai in questo stato), mi figuro quanto rincrescimento abbia da provare una persona civile a confidare le sue indigenze; ma avendole confidate a me, può esser certa che non lo saprà nessuno.
Cento scudi li ho di mio, uniti a poco per volta coi regaletti che mi fa mio marito, ed alcuni utili che mi lascia sopra certi capi minuti del negozio nostro.
ANG.
Certo ella farà una carità fiorita.
COST.
Terrò le gioje in deposito.
E quando potrà...
ANG.
E mi ho da privare d'una parte delle mie gioje?
COST.
Non so che dire.
Io mi esibisco servirla, e mi prendo la libertà di farlo senza chiedere la permissione a nessuno.
È vero che i denari sono in mio potere; ma quello che è della moglie, è del marito; e all'incirca sa bene egli ancora quanti denari trovar mi posso.
E se venisse un giorno in curiosità di vederli, che vorrebbe ch'io gli dicessi? Finalmente, se troverà le gioje, dirò che ho creduto bene far un piacere...
ANG.
La prego di non dirglielo almeno senza una precisa necessità.
Mi vergognerei ch'egli lo sapesse.
COST.
Le prometto che non lo dirò, quando non fossi in necessità di doverlo dire.
ANG.
Tenga i pendenti e l'anello.
Glieli raccomando.
COST.
Favorisca di passar meco nel mio stanzino; dove mi vedrà metterli, li troverà sempre, volendo.
ANG.
Vada pure; non vi è bisogno ch'io veda.
COST.
Venga, che le conterò il denaro.
ANG.
Riceverò le sue grazie.
COST.
Favorisca passar innanzi.
ANG.
Per obbedirla.
(entra)
COST.
Poverina! Mi fa compassione.
Gran cose si sentono a questo mondo! e per questo, chi ha un poco di bene deve ringraziar il cielo di cuore.
(entra)
SCENA QUATTORDICESIMA
ANSELMO, FABRIZIO, poi NARDO
ANS.
Regolatevi così, figliuolo, e non fallerete.
Pochi negozi, ma sicuri: non intraprendete mai negozi nuovi con persone che non conoscete ben bene, e fidatevi poco di chi vi offre avvantaggi grandi.
FABR.
Veramente quel progetto di mandar le sete per conto nostro e ritirarne poscia i lavori, pare, secondo il calcolo che ci fanno, che potrebbe rendere un venti per cento; ma ci sono vari pericoli come voi riflettete prudentemente.
ANS.
Volete veder chiaro il maggior de' pericoli? Quello che a noi suggerisce un negozio sì vantaggioso, perché non lo fa da sé? Qualche cosa c'è sotto.
Io non soglio pensar male di nessuno; ma in materia di mercatura si vedono tanti cattivi esempi, che il pensar male in oggi è diventata la prima massima del commercio.
NAR.
Signore? (a Fabrizio)
FABR.
Che c'è?
NAR.
È qui il signor Raimondo che vorrebbe parlar con lei.
ANS.
Bellissima! la moglie dalla moglie, il marito dal marito.
Questi fanno le visite al contrario della gran moda.
FABR.
Bisognerà ch'io lo faccia venire.
(ad Anselmo)
ANS.
Sì, fatelo.
FABR.
Ditegli che è padrone.
(Nardo parte)
ANS.
Io me n'anderò a fare una cosa fuori di casa.
FABR.
Dove, signor padre?
ANS.
In un luogo; basta...
FABR.
Non lo posso saper io?
ANS.
Ve lo dirò, ma che nessuno lo sappia.
Una povera famiglia civile non ha pan da mangiare, le porto questo zecchino.
Credo che non vi dispiacerà ch'io lo faccia.
FABR.
Oh signor padre, dategliene due, se veramente ha bisogno.
ANS.
Per ora questo le può bastare.
Ma non lo diciamo a nessuno.
Parrebbe, se si sapesse, che volessimo far pompa d'un po' di bene che il cielo ci ha dato.
Non l'ha da sapere il mondo; basta che si sappia lassù.
(parte)
SCENA QUINDICESIMA
FABRIZIO e poi RAIMONDO
FABR.
Questi sono negozi sicuri.
Le opere di pietà non impoveriscono mai.
RAIM.
Servo, signor Fabrizio.
FABR.
Riverisco il signor Raimondo.
RAIM.
Non vorrei esser venuto in occasione di darvi incomodo.
FABR.
Siete sempre padrone in ogni tempo, ma ora, in verità, non ho niente che mi occupi.
RAIM.
Sono bene occupato io nel cuore, nella mente, nell'animo da mille agitazioni, da mille tetri pensieri.
FABR.
Che cosa mai v'inquieta a tal segno?
RAIM.
Una moglie trista, pessima, dolorosa.
FABR.
Caro amico, non parlate così della vostra moglie.
Fate pregiudizio a voi stesso.
RAIM.
Già è conosciuta bastantemente.
Ha tutti i difetti cred'io, che dar si possono in una donna, e poi una certa amicizia ch'ella coltiva, mi vuol far dare nei precipizi.
FABR.
E a voi che siete marito, non dà l'animo di farla praticare a modo vostro?
RAIM.
Eh pensate! per la mia soverchia bontà mi ha posto il piede sul collo, e non vi è rimedio.
FABR.
Siete bene, per dir il vero, in una deplorabile situazione.
RAIM.
Aggiungete allo stato mio quest'altra piccola circostanza.
Ho tanti debiti, che non so dove salvarmi
FABR.
Come mai li avete fatti questi gran debiti?
RAIM.
Causa la moglie; mi giuoca ogni cosa.
FABR.
E voi la lasciate giocare?
RAIM.
Sono stato compiacente al principio; ora mi converrà venire a qualche strana risoluzione.
FABR.
Voi non avete bisogno de' miei consigli: ma si trova il rimedio, quando si vuol trovare.
RAIM.
Dite bene voi, che avete una moglie buona; ma se l'aveste come la mia, non so come la v'anderebbe.
FABR.
Basta; ringrazio il cielo...
Certo è una cosa dura il non avere la pace in casa.
RAIM.
In cambio della pace, ci ho i debiti io in casa.
FABR.
Dite piano; non vi fate sentire.
RAIM.
La passione mi trasporta.
Caro amico, se voi non mi aiutate, io sono all'ultima disperazione.
FABR.
Ma, caro signor Raimondo, gli è vero ch'io maneggio e sono alla testa del negozio e della famiglia, ma rendo conto d'ogni cosa a mio padre.
Se volete che gliene parli...
RAIM.
No, no, vostro signor padre è un galantuomo, è un uomo dabbene; ma non avrei piacere che lo sapesse nessuno.
Io ho bisogno di dugento scudi, e vi darò in ipoteca un gioiello di diamanti con due spilloni da testa.
FABR.
Le avete voi queste gioje?
RAIM.
Eccole qui.
Voi ne averete pratica.
FABR.
Bene; vi servirò.
In ogni caso che mio padre mi ricercasse dei conti, con queste potrò appagarlo.
RAIM.
Sopra tutto, che nessuno lo sappia.
FABR.
Non dubitate; vi prometto che non si saprà.
Favorite passare nell'altra stanza, che vi conto subito i dugento scudi.
RAIM.
Voi mi farete il maggior piacere di questo mondo.
(entra)
FABR.
Prestar denari senza timore di perderli, è un servizio di niente; e poi siamo obbligati in questo mondo ad aiutarci potendo.
(entra)
SCENA SEDICESIMA
LISETTA e NARDO
NAR.
Ci sono ancora le visite dai padroni?
LIS.
Ci sono.
Anzi la padrona colla signor'Angiola sono passate nello stanzino, e parvemi che aprisse l'armadio, e ci giocherei che le presta dei denari.
NAR.
È facile, perché in casa del signor Raimondo contrasta, come si suol dire, il desinar colla cena.
LIS.
Zitto, che la padrona non vuole che si dica mal di nessuno.
NAR.
Fin qui non c'è male, che s'abbia a dire si mormora; ma se si volesse discorrere sopra di loro, si farebbero de' romanzi.
LIS.
Raccontatemi qualche cosa.
NAR.
No, no; i padroni non hanno piacere che si mormori.
LIS.
Non si può dire senza mormorare?
NAR.
Non lo so io; se, per esempio, dicessi che marito e moglie giocano da disperati?
LIS.
Si dice che giocano per divertimento.
NAR.
E se dicessi che il giuoco li ha rovinati?
LIS.
Basta dire che hanno giocato del suo, che del suo ciascheduno può far quel che vuole.
NAR.
Ma se hanno fatto dei debiti per giocare?
LIS.
Si può soggiungere che li pagheranno.
NAR.
Basta, in quanto al giuoco si può colorire la mormorazione; ma se passassimo a certi altri vizietti?
LIS.
E sono?
NAR.
No, no; se lo sapessero i padroni, l'avrebbono a sdegno; e non abbiamo da fare in segreto cosa che da loro ci vien comandato non fare.
LIS.
Si può ben dire qualche cosa, senza entrar nel massiccio; e in tutte le cose sento dire che vi è il più ed il meno.
Non dico che mi diciate tutto; ma così, delle coserelle che non sieno cosaccie.
NAR.
Per esempio, se dicessi che il signor Raimondo ha una comare, con cui ci spende l'osso del collo?
LIS.
Si può dire che lo faccia per carità.
NAR.
Carità pelosa un poco.
LIS.
Via, fra il bene e il non bene.
Ma non s'ha per questo da mormorare.
NAR.
Lo stesso si può dire della signor'Angiola, che va con certe compagnie di poco credito, con certi giovanotti di mondo, che fanno che mormori il vicinato.
LIS.
Ma noi non abbiamo da mormorare, per questo che la padrona non vuole.
NAR.
E m'ha detto il suo servitore, che cento volte ha ella augurata la morte al marito.
LIS.
Per voglia forse di rimaritarsi.
NAR.
Certo, perché fra quei che la servono, vi sarà alcuno che le darà nel genio.
LIS.
Eh, si vede ch'ella è d'un temperamento bestiale, capace d'ogni risoluzione.
NAR.
Si sono bene accoppiati.
Marito e moglie, due veri pazzi.
LIS.
Oh basta, non diciamo altro; non vorrei che principiassimo a mormorare.
NAR.
Se non fosse il freno che ci han messo i padroni...
LIS.
Anch'io ne direi di belle; ma non vogliono che si dica.
NAR.
Ecco la signor'Angiola che se ne va.
LIS.
E di là viene il signor Raimondo.
Che sì che s'incontrano?
NAR.
Andiamo, andiamo.
Non ci troviamo fra questi pazzi.
LIS.
Non mormorate.
(parte)
NAR.
Non vi è pericolo.
(parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
ANGIOLA da una parte, RAIMONDO dall'altra.
ANG.
(Con questi cento scudi...
Qua mio marito?) (da sé)
RAIM.
(Angiola qui? che vuol dire?) (da sé)
ANG.
Qua, signor marito?
RAIM.
Qua ancor ella, signora moglie?
ANG.
Sono venuta a far una visita alla signora Costanza.
RAIM.
Ed io al signor Fabrizio.
ANG.
Avreste bisogno di venirci spesso da lui, per imparare a vivere.
RAIM.
E voi stareste bene un paio d'anni in educazione della signora Costanza, per cambiar sistema; ma non fareste niente, io credo; avete troppo il capo sventato.
ANG.
La padella dice al paiuolo che non la tinga.
Oh, voi avete del sale in zucca!
RAIM.
Più di voi certo, che una donna alla fin fine non dee mettersi in paragone degli uomini, e dee pensare che la riputazione si perde presto.
ANG.
Io non faccio cose che non sieno da fare.
Né di me si può dire quello che si dice di voi.
RAIM.
Io so che dacché siete venuta voi in questa casa, vi è entrato il diavolo.
ANG.
C'era il diavolo prima che ci venissi.
Ce l'ho trovato io.
RAIM.
Che sì, che siete venuta qui per denari?
ANG.
Per denari? per farne che? Tocca a voi a pensare al mantenimento della casa, non tocca a me.
RAIM.
Voi pensate al mantenimento del giuoco.
ANG.
E voi al giuoco e alla comare.
RAIM.
E voi al giuoco e al compare.
ANG.
Chi mal fa, mal pensa.
Ci giuoco io, che siete venuto voi per denari.
RAIM.
Oh sì, che in questa casa ne danno a chi ne vuole.
Sono genti che hanno giudizio; non ne prestano sì facilmente.
ANG.
Gli è vero che sono cauti per non gettare; ma col pegno in mano, potrebbono anche far un piacere.
RAIM.
Che sì, che ve l'hanno fatto col pegno in mano?
ANG.
Sì eh? Basta così, ho capito.
So perché ci siete venuto.
RAIM.
Voi mi credete tinto della vostra pece.
ANG.
Or non c'è più niente in casa.
Quelle poche gioje, e poi è finita.
RAIM.
Spero non averete l'ardire di disporne senza consenso mio.
ANG.
Io non dico...
che si sa che servono per comparire.
Ma voi certo non vi prenderete la libertà...
Il gioiello e i spilloni che si sono dati al gioielliere per accomodare, quando tornano in casa?
RAIM.
Li porterà il legatore, quando saranno accomodati.
Erano scassate tre pietre del gioiello, e i spilloni s'hanno da rilegare di nuovo.
ANG.
No, no; io li voglio in casa.
RAIM.
E i pendenti e gli anelli dove son eglino, che non ve li vedo?
ANG.
Sono, sono...
nel mio armadio sono.
RAIM.
Cara signora, andiamo a casa, che li voglio vedere.
ANG.
Prima d'andar a casa, voglio ire dal gioielliere a veder un po' il fatto mio.
RAIM.
Che occorre che voi ci andiate? Tocca a me a vedere.
ANG.
Eh, non m'infinocchiate, caro.
Vo' andarvi ora da me; e se non ci sono le gioje mie, vo' che dite davvero ch'io sono un diavolo.
(parte)
RAIM.
L'animo mi dice, ch'ella abbia impegnati i pendenti.
Vo' aprir l'armadio senza le chiavi; e se non ci sono, troverà in me un diavolo più indiavolato del suo (parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
COSTANZA e FABRIZIO
COST.
Sarà ora, cred'io, di mandar a prendere Franceschino.
FABR.
Nardo fa qualche cosa in cucina, m'ha detto, e poi anderà.
COST.
Povero Nardo, non si può negare che non sia un servitore attento per la nostra casa.
FABR.
Sì certo; fa egli solo quello che non farebbono due.
COST.
In fatti, quando ne avevamo due, eravamo serviti peggio.
Principiano a dir fra di loro: tocca a te, tocca a me; e non fa niente nessuno.
FABR.
E poi quell'altro aveva il cervello sopra la berretta.
Questo ha un po' più del sodo.
COST.
E quel che mi piace, dalla sua bocca non si sente mai dir mal di nessuno.
FABR.
Nella servitù non è sì facile un tal contegno.
COST.
Anche Lisetta è una buona ragazza, di buona indole, amorosa, castigata assai nel parlare.
FABR.
Fortuna averla ritrovata così, per ragione della figliuola.
Dalla servitù imparano per lo più i figli le male cose che sanno.
COST.
Io le bado assaissimo, e non ho motivo di dolermi di niente della cameriera.
FABR.
Ringraziamo il cielo di tutto.
Si sentono certe cose che accadono altrove, che mi fanno tremare.
COST.
Il mondo peggiora sempre, per quel che si sente.
FABR.
Eh cara Costanza, il mondo è ognora il medesimo.
De' buoni e de' cattivi sempre ce ne sono stati; le virtù e i vizi hanno trovato loco in ogni età, in ogni tempo.
Chi ha avuto la buona educazione che aveste voi in casa de' vostri, non ha avuto campo di sentire quante pazzie ci sono nel mondo; ora che sentite discorrere, vi pare il mondo cambiato, e non è così.
Anche adesso ci sono delle persone dabbene, che vivono come voi siete vissuta, e ci sono degl'infelici dominati dal mal costume.
COST.
Gran disgrazia per chi si trova in certi impegni coll'animo e colla persona.
FABR.
Basta, pensiamo a noi, e lasciamo che il cielo provveda agli altri.
Se possiamo far del bene, facciamolo, ma senza intrinsicarsi troppo negli affari altrui.
COST.
Sapete ch'io sono nemica di certe curiosità.
Ma mi rammarico per gli altri, quando mi arrivano all'orecchie cose che sien di danno o di dispiacere a persone anche che non conosco.
Quella povera signor'Angiola mi ha contaminato davvero.
FABR.
Ma! la povera donna è in una pessima costituzione.
COST.
Non è egli stato da voi il di lei marito?
FABR.
Sì, c'è stato, e a me pure ha fatto venire il mal di cuore per compassione di lui.
COST.
Vi ha confidato ogni cosa dunque?
FABR.
Pur troppo mi ha fatto egli la dolorosa leggenda.
COST.
Lo stesso ha fatto con me sua moglie.
Che vuol dire, vanno d'accordo se non altro in questo, nel dire i fatti i suoi a chi non li vuol sapere.
FABR.
(È molto, per altro, che la signor'Angiola dica da sé i suoi difetti.
Questi è un principio buono).
(da sé)
COST.
Ho sentito delle gran cose.
FABR.
Ma non bisogna parlarne.
COST.
Oh, non v'è dubbio.
Dirò come dite voi: farle del bene, se si può; ma non intrinsicarsi.
FABR.
Certo il bisogno fa fare delle gran cose.
COST.
Vi ha detto il signor Raimondo lo stato di casa sua?
FABR.
Sì, me l'ha confidato.
COST.
Anche a me la signor'Angiola.
Convien dire, che si sieno accordati nella massima per provvedere al bisogno.
FABR.
Quando s'arriva a intaccar le gioje, è segno che la necessità stringe i panni addosso davvero.
COST.
Vi ha detto anche delle gioje dunque?
FABR.
Si è trovato in necessità di dirmelo.
COST.
E la signor'Angiola mi diceva, che non voleva che si sapesse.
FABR.
Per me sono certi che non lo dico a nessuno.
COST.
Nemmen io certamente.
FABR.
Le gioje staranno lì, fin che verranno a riprenderle.
COST.
Sono sicuri che saranno ben custodite.
FABR.
Con dugento scudi potranno rimediare a qualche loro maggior premura.
COST.
No dugento scudi; cento solamente.
FABR.
V'ha detto forse cento la signor Angiola?
COST.
Sì, mi disse che tale era il di lei bisogno.
FABR.
E il signor Raimondo, che sa più lo stato delle cose sue, m'ha detto dugento.
COST.
Ma io non gliene ho dati che cento soli.
FABR.
Voi avete dato cento scudi?
COST.
Io sì.
FABR.
A chi?
COST.
Alla signor'Angiola.
FABR.
Così colle mani vuote? senza sicurezza veruna?
COST.
Non signore; non lo sapete voi pure, che mi ha dato le gioje in pegno? Non ve l'ha detto il marito suo?
FABR.
Il marito suo ha dato a me un gioiello e due spilloni; ed io su questi gli ho prestati dugento scudi.
COST.
E a me la signor'Angiola ha portato un paio di pendenti e un anello, e mi ha pregato che le prestassi cento scudi.
FABR.
E a lei li avete prestati? (un poco alterato)
COST.
Sì, io.
Ho fatto male?
FABR.
Dar fuori cento scudi, senza dir niente né al suocero, né al marito, non mi pare cosa molto ben fatta.
COST.
Mi ha pregato che non lo dicessi.
FABR.
Tanto peggio.
Una donna prudente non lo doveva fare.
Dovevate dirle, che le mogli savie non fanno le cose di nascosto dei mariti loro.
COST.
La compassione m'ha indotto a farlo.
FABR.
La compassione, la carità, tutto quel che volete, ha da cedere il luogo al rispetto e alla convenienza.
COST.
Non mi pare aver fatto gran male.
FABR.
Che paia a voi, o non paia, vi torno a dire che avete fatto malissimo.
E poi dar cento scudi, acciò sieno cagione di nuovi scandali, è molto peggio ancora.
COST.
Peggio voi, compatitemi, che ne avete dati dugento.
FABR.
Io li ho dati a buon fine.
COST.
Ed io colla migliore intenzione di questo mondo.
FABR.
Orsù, non vo' contendere; ma non mi aspettava da voi un arbitrio simile.
COST.
Mi dispiace nell'anima averlo fatto; ma non credo poi di meritarmi un sì fatto rimprovero.
Dacché son vostra moglie, non mi avete detto altrettanto; pazienza.
FABR.
Non intendo trattarvi male; vi dico, che la dipendenza della moglie al marito deve essere costante ed illimitata.
COST.
Non sono poi la serva di casa.
FABR.
Ma né anche l'arbitra di disporre.
COST.
Pazienza.
(si ritira un poco piangendo)
FABR.
(Non vorrei averlo saputo).
(da sé, con afflizione)
COST.
(È tanto buono, e non vuol perdonare una cosa fatta senza malizia).
(da sé, come sopra)
FABR.
(Si principia così, con poco; guai se prendesse piede).
(da sé, come sopra)
COST.
(Poteva pure non esser venuta la signor Angiola).
(da sé)
FABR.
(Gran cosa, che s'abbia d'avere per altri dei stracciacuori).
(come sopra)
SCENA SECONDA
ANSELMO e detti.
ANS.
È ora di desinare? (Fabrizio e Costanza lo salutano, senza dir niente) Che c'è, figliuoli? Che è accaduto di male? Oimè, dov'è Cecchino? (a Fabrizio)
FABR.
Credo che Nardo sarà andato a prenderlo dalla scuola.
ANS.
Isabellina dov'è? (a Costanza)
COST.
Nella mia camera, che lavora.
ANS.
È accaduto niente di male?
COST.
Niente, signore.
FABR.
Niente.
ANS.
Ma io mi sento morire a vedervi così.
Qualche cosa ci ha da essere certo.
Siete corrucciati, figliuoli? Perché mai? In tanti anni che siete marito e moglie, quest'è la prima volta che vi vedo in un'aria che mi pare sdegnosa.
Vi sentite male? (a Fabrizio)
FABR.
Non signore, per grazia del cielo.
ANS.
Vi sentite male voi? (a Costanza)
COST.
Ah! (sospira, voltandosi verso Fabrizio)
ANS.
Eh, il cuor me lo dice.
Siete in collera, avete gridato.
Per carità, se mi volete bene, palesate a me la cagione del vostro dispiacere, del vostro sdegno.
Cari figliuoli, non mi date questo tormento.
Sapete quanto vi amo; mi si stacca il cuore.
COST.
Io, signore, sono la rea, e vi confesserò la mia colpa.
Ho prestato cento scudi alla signor'Angiola sopra alcuni diamanti, mossa dalle sue preghiere, e l'ho fatto senza dirlo né a voi, né a mio marito.
Domando perdono a tutti e due, e vi prometto in avvenire di non prendermi più una simile libertà.
(piangendo)
ANS.
Vi è altro, Fabrizio, che questo?
FABR.
Poteva dirlo, e non dare a divedere...
che ella...
(con qualche lagrima)
ANS.
Vi ha maltrattato per questo? (a Costanza)
COST.
Mi ha rimproverato...
e quando penso...
che mai più...
ANS.
Via, acchetatevi; non piangete per così poco: non vi affliggete per un sì leggiero motivo.
Fabrizio non ha tutto il torto a pretendere che vogliate mostrare quest'umile dipendenza da lui, che sapete quanto vi ama, e che non è capace di negarvi una giusta, onesta soddisfazione.
Non lo fa egli per li cento scudi; e non lo farebbe se fossero anche meno sicuri di quel che sono; ma io so il suo dispiacere: è geloso del vostro affetto, e dubita che in faccia di quella donna siate comparsa meno amante di quel che siete.
Ma voi, caro figliuolo, per un dispiacere così leggiero, perché mortificare una consorte che ha per voi tanto amore e tanto rispetto? Non siamo infallibili in questo mondo.
Siamo tutti soggetti ad errare, e il cuore si attende nelle operazioni, non l'effetto che ci rappresentano agli occhi.
Via, siate men rigoroso.
E voi, cara, non vi dolete sì fieramente d'un leggiero rimprovero ch'ei vi possa aver dato.
Questo vuol dire non aver mai avuto motivo di dolersi l'uno dell'altro; un picciolo neo vi agita, vi conturba.
Venite qui; accostatevi; voglio che facciate la pace; e presto fatela, prima che ritorni a casa Cecchino; prima che se ne avveda Isabella; prima che sappiasi dalla servitù.
Datemi la vostra mano.
(a Costanza) Fabrizio, la mano.
Se mi volete bene, pacificatevi, abbracciatevi, consolatemi per carità.
COST.
Vi domando perdono.
(a Fabrizio)
FABR.
Ed io a voi, cara.
ANS.
Via, via, stiamo allegri; che non si pianga più; che più non vi sieno dissensioni, dispiaceri, contese.
Pace, pace; sia benedetta la pace.
Questa sera dunque verrà il compare, il dottore e lo speziale, che già loro l'ho detto, e staremo in buona compagnia con quegli uomini veramente da bene; e dopo la merenda, voglio che facciamo una burla allo speziale.
So ch'egli ha un fiasco di vino buono, voglio che in compagnia andiamo a beverglielo tutto; e han da venire Cecchino e Isabellina, e voglio che si stia allegramente, sì, allegramente.
COST.
Oh signore, Isabellina non l'ho condotta mai fuori di notte.
ANS.
Verrà con me; le darò mano io; e se alcuno la vorrà nemmeno guardare, gli farò il grugno io.
Oh, ecco il nostro Cecchino.
SCENA TERZA
FRANCESCHINO, NARDO e detti.
FRANC.
(Entra, si cava il cappello, e va a baciare la mano a tutti, e parte)
ANS.
Ora ci siamo tutti; mi pare di essere più contento.
Nardo, come stiamo in cucina?
NAR.
Io per me posso far quanto presto vuole.
Ma all'ora solita del desinare ci mancheranno due ore.
ANS.
Tanto ci manca?
COST.
Si sente in buono appetito il signor suocero?
ANS.
Io sì per dir il vero; ma non tanto per me ho sollecitudine, quanto per Fabrizio, che stamattina si è alzato presto; e sarà bene anticipare un poco.
FABR.
Per me non ho questo bisogno.
Sapete quante volte, per ragione degli affari di piazza, sono solito a star così fino alla nera notte.
ANS.
Oh, io poi sì fatte cose non le ho volute mai.
Ho saputo prendere il mio tempo; non ho trascurato gl'interessi miei, ma mangiare ho voluto sempre; ed ora che son vecchio, grazie al cielo l'appetito mi serve, e quando è una cert'ora, bisogna ch'io mangi.
COST.
Sollecitatevi, Nardo.
NAR.
Farò più presto che potrò.
ANS.
Che cosa c'è di buono stamane?
NAR.
C'è una minestra d'erbe...
ANS.
Coll'ovo dentro, eh?
FABR.
Fino che venga l'ora del desinare, anderò avanzando tempo, per non istare così colle mani in mano.
Principierò a rispondere a qualche lettera.
ANS.
Sì, bravo; farete bene; così nel dì della posta vi troverete un po' sollevato, e potrete scrivere a più bell'agio.
COST.
Non verreste prima con me un poco? (a Fabrizio)
FABR.
Avete bisogno di nulla?
COST.
Vorrei mostrarvi una cosa.
ANS.
Via, andate a vedere quello che vostra moglie vi vuol mostrare.
(a Fabrizio)
FABR.
Si può sapere cos'è che mi volete mostrare?
ANS.
Andate con lei ci vuol tanto? Oh, se fosse viva la buona memoria della mia Cassandra, non me lo farei dire due volte.
COST.
Vorrei mostrarvi le gioje...
ANS.
Sentite? Le gioje vi vuol mostrare.
Oh figlio mio, che bella gioja è la moglie!
FABR.
Io credo che non vi averete fatto ingannare, e però non vi è bisogno ch'io veda...
COST.
Pazienza! conosco che non siete ancora coll'animo pienamente sereno.
FABR.
Quel che è stato, è stato; io non ci penso più.
ANS.
Ma va con seco: tu mi faresti montar in collera.
(a Fabrizio)
FABR.
Ciò non sia mai, signor padre.
Eccomi, Costanza, andiamo.
ANS.
E ti fai tanto pregare?
COST.
Il mio cuore non è mai stato angustiato come oggi.
(parte)
ANS.
Andate, andate, che vi consolerà.
(dietro a Costanza)
FABR.
Povera donna! Mi dispiace ora d'averla mortificata.
(parte)
SCENA QUARTA
ANSELMO e NARDO
ANS.
Va, va a terminare di consolarla.
(dietro a Fabrizio) Gioventù benedetta! E così tu non solleciti il desinare? (a Nardo)
NAR.
Aspettava che volesse sapere il desinare che c'è.
ANS.
Bene, che c'è oggi?
NAR.
Che hanno i padroni, che mi sembrano corrucciati?
ANS.
Curiosaccio! sei stato qui per sentire, eh? non per dirmi del desinare.
NAR.
Mi dispiacerebbe tanto, che i padroni si adirassero fra di loro; non ne siamo avvezzi noi a vederli adirati.
ANS.
E non lo sono nemmeno adesso.
È stato un poco di pissi pissi di certe genti; ma non è niente.
E così, che abbiamo noi da desinare?
NAR.
L'erbe, l'ho già detto.
ANS.
Coll'uovo, l'hai detto.
NAR.
Una pollastra bollita.
ANS.
Tenera, veh!
NAR.
Un arrosto di piccioncini.
ANS.
C'è da star poco bene per me.
NAR.
E ci saranno delle polpette.
ANS.
Oh, queste sì.
Fanne molte di queste, che sono per me una gioia.
NAR.
Vi sarà poi...
ANS.
Vanne, vanne, che il tempo passa
NAR.
Vado subito.
(Son curioso di sapere che cosa è stato; può essere che Lisetta lo sappia).
(da sé, e parte)
SCENA QUINTA
ANSELMO e poi ISABELLA
ANS.
Oh come per poco, se non veniva io, principiavano a bisticciarsi que' due colombi.
Dice bene il proverbio: ogni biscia ha il suo veleno.
Per buoni che sieno gli uomini, si danno di que' momenti, ne' quali si prendono le pagliucce per travi; ma chi è buono, come son eglino, presto presto si rasserena.
ISAB.
Ci posso stare qui, signor nonno?
ANS.
Perché mi domandate questo? Non potete stare in casa dove vi piace?
ISAB.
Dico così, perché io era nella camera della signora madre; è venuta col signor padre, e mi hanno cacciata via.
ANS.
Averanno degl'interessi fra loro.
ISAB.
Me ne ho a male io, che m'abbiano cacciato via.
ANS.
Vi averanno mandato via, acciò venghiate a stare un poco con me; ch'io non ci sto volentieri solo.
Dov'è Cecchino?
ISAB.
Studia, signore.
ANS.
Oh il buon ragazzo! studia senza che gli si dica.
Si vede che nello studio trova piacere, trova dilettazione.
ISAB.
Anch'io ho piacere a leggere, a studiare, e mi piace tanto tenere a mente quello ch'io leggo.
La sapete voi la canzona della colezione?
ANS.
No, io so che
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