LA BUONA FAMIGLIA, di Carlo Goldoni - pagina 7
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FABR.
La prego; so che non merito...
ANG.
Ed io non ho mai avuto questa fortuna, che la desiderava tanto.
FABR.
In che la posso servire?
ANG.
E ora trovo anche più in voi di quello mi fu dagli altri rappresentato.
FABR.
(Principia un poco a seccarmi).
(da sé)
ANG.
Se il cielo mi avesse dato un marito di questa sorte, felice me!
FABR.
Signora, alle corte: io non son fatto per tali ragionamenti.
Se qualche cosa da me le occorre, mi dica il piacer suo, e lasciamo da parte le cerimonie.
ANG.
(È un poco ruvido veramente; lo piglierò per un'altra parte).
(da sé)
FABR.
(Le ho sempre odiate le adulazioni).
(da sé)
ANG.
Signore, voi sarete ben persuaso, che il gioiello datovi in pegno da mio marito, ed i spilloni ancora, son gioje mie, sopra di che il marito non ha dominio veruno.
FABR.
Anzi, signora mia, son persuaso al contrario; e credo fermamente, che di tutto ciò che ha la moglie, possa il marito disporre.
ANG.
Sarà dunque in libertà del marito di rovinare affatto la moglie?
FABR.
Io, compatitemi, distinguerei vari casi.
Se il marito è savio, e la moglie no, può il marito dispor di tutto; se la moglie è savia, e il marito no, si fa in modo che non possa il marito dispor di niente.
Ma se tutti due mancano di saviezza, fanno a chi può far peggio, né si possono fra di loro rimproverare gli arbitrii.
ANG.
Fra queste tre classi così politamente distinte, in quale sono io collocata, signor Fabrizio?
FABR.
Non istà a me il giudicarlo, signora.
ANG.
Ma se il marito mio, secondo voi, può disporre, io non sarò la savia.
FABR.
Guardimi il cielo, ch'io mi avanzassi a dir cosa che vi potesse offendere.
ANG.
Non mi offendo di niente io.
Da voi ricevo tutto per amicizia.
Ma, caro signor Fabrizio, mettetevi le mani al petto: mio marito ha impegnato la roba mia, e la roba mia che ho portato in dote, non me la può impegnar mio marito; e voi, se siete quell'uomo onesto che vi decantano, conoscerete che ragion vuole ch'io le riabbia.
FABR.
Un tale articolo si potrà esaminare; ma intanto, per riavere le gioje, signora mia, avete voi portato i dugento scudi?
ANG.
Per ricuperare la roba mia, mi sarà d'uopo sborsar danaro?
FABR.
Non decido chi lo debba sborsare; ma senza questo, le gioje non esciranno dalle mie mani.
ANG.
Via, signor Fabrizio, siate meco un poco più compiacente.
Che vi ho fatto io, che mi guardate di sì mal occhio? Alla fin fine, se ora non volete darmi le gioje mie, pazienza.
Non vi perderò per questo la stima, né sarò grata alla vostra casa meno di quello ch'io debba essere, per il bene che ne ho ricevuto.
Mi cale sopra tutt'altro la vostra grazia, l'amicizia vostra; non parliamo più di melanconie; ho bisogno anch'io di sollevarmi un poco.
Caro signor Fabrizio, non v'incresca di far meco un po' di conversazione.
Accostiamoci un pocolino.
(s'accosta colla sedia)
FABR.
(S'alza) Se non avete altro da comandarmi, ho qualche cosa che mi sollecita a dipartirmi, signora mia.
ANG.
(S'alza) Volete ch'io ve la dica, come l'intendo? Siete assai scompiacente, signor Fabrizio, e vi conosce poco dunque chi predica la vostra docilità.
FABR.
Signora, io non fo la corte a nessuno.
Chi mi vuole, mi pigli; chi non mi vuole, mi lasci.
ANG.
E come volete che chi vi vuole, vi pigli, se da chi vi si accosta, fuggite?
FABR.
Compatitemi, veggo Nardo che mi vorrebbe dir qualche cosa.
(guardando verso la scena)
ANG.
E con questa buona grazia mi licenziate? S'io non volessi andarmene, che direste?
FABR.
Direi che vi accomodaste a bell'agio vostro.
Permettetemi ch'io vada a intendere, che cosa il mio servitore ha da dirmi.
ANG.
Mi lascierà qui sola con questa magnifica civiltà?
FABR.
(Eh, mi farebbe impazzare se le badassi).
(da sé) Nardo, venite qui.
SCENA DODICESIMA
NARDO e detti.
NAR.
Ho da dirle una cosa.
FABR.
Posso ascoltarlo senza offendere la civiltà (ad Angiola, con ironia)
ANG.
Accomodatevi, signore.
Non facciamo caricature.
FABR.
In casa mia non si usano.
(Bene, cosa c'è?) (accostandosi a Nardo)
ANG.
(Non c'è verso da sperar niente, per quel ch'io vedo).
(da sé)
NAR.
(È venuto per parlare a vossignoria il signor Raimondo.
C'è qui sua moglie; non sapeva di far bene, o di far male; gli ho detto che sono tornato ora a casa, e che non so se il padrone ci sia).
(piano a Fabrizio)
FABR.
Benissimo...
(guarda in viso Angiola, un poco turbato)
ANG.
Via, signore, non mi guardate losco, che senza più me ne vado.
FABR.
Se ora volete andarvene, sarà meglio.
Non anderete sola.
ANG.
È tornato il mio servitore?
FABR.
C'è il marito vostro, signora...
ANG.
Mio marito? Sa egli che ci sono?
FABR.
Non credo.
NAR.
Non lo sa, signora.
ANG.
Non ha veduto il servitore dunque?
NAR.
Non l'ha veduto, perché il camerata, veggendolo venire, si è rimpiattato.
Titta è un buon servitore; lo conosco che è un pezzo.
Per questa sorta di cose, non v'è un par suo.
ANG.
Che vorreste voi dire perciò...
(a Nardo) Signore, mio marito è un uomo bestiale; dirà ch'io sono qui ritornata a dispetto suo.
Noi ci faremo scorgere.
(a Fabrizio)
FABR.
E come posso io regolarmi? Ho da ricusar di riceverlo? Voi che siete una signora tanto civile, questa inciviltà non l'approverete.
ANG.
Prudenza insegna che sfuggasi il maggior male.
FABR.
Non c'è un male al mondo per me.
Ditegli che ci sono.
(a Nardo)
ANG.
No, per amor del cielo, non fate, ve lo chieggo per finezza, per grazia, per onestà.
FABR.
Come abbiamo a fare dunque?
SCENA TREDICESIMA
RAIMONDO di dentro, e detti
RAIM.
C'è o non c'è il signor Fabrizio?
ANG.
Meschina me! eccolo.
(ritirandosi indietro)
FABR.
Trattenetelo un poco.
(a Nardo)
NAR.
Sì signore.
Dirò che fate una cosa.
(parte)
ANG.
Lasciate ch'io mi ritiri, per carità.
FABR.
Ma non vorrei che facessimo peggio.
ANG.
S'ei non lo sa, non vi è pericolo.
FABR.
Cara signor'Angiola...
ANG.
Qui non c'è altro che dire.
Vo' ritirarmi.
Se voi sarete indiscreto a segno di disvelarmi, può essere che ve ne abbiate a pentire.
(s'accosta alla camera)
FABR.
Andate da mia moglie frattanto.
ANG.
Bene, bene.
FABR.
Per di là.
ANG.
O di qua, o di là...
FABR.
Ma no, è il mio studio quello.
RAIM.
Ditegli che mi preme, vi dico.
(di dentro, forte)
ANG.
(Corre a ritirarsi nella camera figurata lo studio)
SCENA QUATTORDICESIMA
FABRIZIO, RAIMONDO e NARDO
FABR.
(Poh! qual demonio mi ha condotto in casa costoro?) (da sé) Chi è di là? Chi mi vuole?
RAIM.
Sono io, signore.
Scusate, se torno ad incomodarvi.
FABR.
Scusate voi, se vi ho fatto un poco aspettare.
Aveva un affar tra' piedi, che m'inquietava.
RAIM.
Non sarà forse minore l'inquietudine che provo io; ditemi, signore, in grazia, da quell'uomo onesto che siete: è egli vero, che la signora vostra abbia prestati alla moglie mia dei denari sopra di alcune gioje?
FABR.
È verissimo.
Cento scudi le ha dato.
RAIM.
E queste gioje in che consistono?
FABR.
Parmi che m'abbian detto in un paio di pendenti e in un anello, io credo.
RAIM.
Non le avete vedute voi queste gioje?
FABR.
Non le ho vedute.
Mia moglie volea mostrarmele, ma quello che ella fa, è ben fatto, né mi son curato vederle.
RAIM.
Che dite, eh, della signor'Angiola? Può darsi sfacciataggine maggiore di una moglie senza rispetto?
FABR.
Dite piano, signor Raimondo.
RAIM.
In che averà ella impiegati li cento scudi? Voglia il cielo, che ciò non sia con vergogna nostra.
FABR.
Ma non dite sì forte.
RAIM.
Lasciatemi sfogare.
Qui non c'è nessun che mi senta.
FABR.
Ci potrebbe essere qualcheduno che vi sentisse.
RAIM.
Questo poco mi premerebbe.
Così ci fosse Angiola stessa, che le vorrei dire in faccia pazza, sciagurata, viziosa.
FABR.
Signore, se non cambiate discorso, io me ne vado.
RAIM.
Vorrei un piacere da voi.
FABR.
Comandatemi.
RAIM.
Che mi faceste vedere le gioje che colei ha lasciato in pegno, per riconoscerle se sono desse.
FABR.
Volentieri.
Nardo.
(chiama)
NAR.
Signore.
FABR.
Tenete questa chiave.
Aprite per codesta parte.
Andate dalla padrona, ditele che si contenti mandarmi quel paio di pendenti e quell'anello che ebbe questa mane da custodire.
NAR.
Sì signore.
(parte, poi torna)
FABR.
Vedete? Voi dicevate forte, ed il servitore sentiva.
RAIM.
Credetemi che poco preme.
Le pazzie di mia moglie sono oramai famose.
Tutti sanno ch'ella è una testaccia del diavolo.
FABR.
(Raschia forte, perché Angiola non senta) Ma io, compatitemi, non voglio sentire parlar così.
RAIM.
Credetemi, non trovo altro sollievo che lo sfogarmi un poco.
FABR.
Ma in casa mia non lo fate.
RAIM.
Quando penso ch'ella tende a precipitarmi...
FABR.
Via, via, ecco il servitore colle gioje.
NAR.
Signore, ho cercato la padrona per tutto, e non la trovo.
FABR.
Non c'è nella sua camera?
NAR.
Non c'è.
Ne ho domandato a Lisetta, e pare lo sappia, e non voglia dirmelo.
FABR.
Che novità è questa? Vo' un po' vedere io.
Con licenza; ora torno.
(Ehi, badate ch'egli non entrasse nello studiolo).
(piano a Nardo)
NAR.
(C'è l'amica, eh?) (piano a Fabrizio)
FABR.
(Sì, povera sventurata! Ha soggezione di suo marito...
Vi racconterò la cosa com'è...) (a Nardo) (Non vorrei ch'egli sospettasse...
Oh, sono pure il male imbrogliato).
(da sé e parte)
SCENA QUINDICESIMA
RAIMONDO, NARDO, poi COSTANZA
RAIM.
Dove può essere andata la signora Costanza?
NAR.
Non saprei.
Sarà poco lontana.
Eccola qui davvero.
COST.
(Viene da un'altra parte opposta a quella dove andò Fabrizio) (Non c'è qui? L'ho pur veduta venire).
(da sé guardando intorno)
RAIM.
Signora, la riverisco.
COST.
Serva divota.
(Dalla finestra l'ho veduta entrare, di là non si passa senza la chiave.
Di qua l'avrei incontrata.
Che fosse nello studiolo, non lo crederei).
(da sé)
NAR.
Signora, il padrone la cerca.
COST.
Non era qui il padrone?
NAR.
Sì signora; è partito ora per questa parte, in traccia di lei.
COST.
In traccia di me?
RAIM.
Cerca di voi, signora; andatelo ad avvisare ch'ella si trova qui.
(a Nardo)
NAR.
Vado subito.
(parte)
RAIM.
Mia moglie è stata da lei per cento scudi, non è egli vero?
COST.
Sì signore.
L'ha veduta ora la signor'Angiola?
RAIM.
Ora? dove? Non l'ho veduta io.
COST.
È molto che è qui vossignoria?
RAIM.
Poco.
È forse ritornata mia moglie?
COST.
(Non lo sa nemmen egli.
Oh cielo, cielo! Che cosa mai ha da essere?) (da sé)
RAIM.
Voi mi parete turbata.
Vi è qualche cosa di nuovo?
COST.
Ho qualche cosa che m'inquieta.
Compatitemi.
(guardando per la camera)
RAIM.
Non vorrei che mia moglie vi avesse dato dei dispiaceri.
Sarebbe capace di farlo.
COST.
(Non è possibile che mi possa dar pace).
(s'accosta allo studio)
RAIM.
(È agitatissima questa donna).
(da sé)
COST.
(Povera me! che cosa mai ho veduto?) (da sé dopo aver osservato nello stanzino)
RAIM.
Ma che avete, signora Costanza?
COST.
Niente, signore.
(Prudenza vuole che mi raffreni) (da sé)
RAIM.
Ecco il signor Fabrizio.
COST.
Con sua licenza (torna a partire per dove è venuta)
SCENA SEDICESIMA
RAIMONDO, FABRIZIO, poi ANGIOLA, poi NARDO
FABR.
Signora Costanza.
(chiamandola) Che novità è mai questa? Fugge? Non mi guarda? Non mi risponde?
RAIM.
Queste gioje, signore, si possono vedere sì o no?
FABR.
Le chiavi le ha mia moglie.
RAIM.
(Qui ci avrebbe a essere qualche cosa sotto).
(da sé) Signore, compatite l'incomodo.
FABR.
Tornate in un'altra ora.
RAIM.
Tornerò in un'ora più comoda.
(Aspetterò ch'egli non vi sia in casa, e farò ben io in modo che la signora mi dovrà mostrare le gioje mie.) (da sé e parte)
FABR.
(Dopo essersi allontanato da Raimondo).
Escite di qua una volta.
(ad Angiola allo studiolo)
ANG.
Un poco di acqua, per carità.
FABR.
Non c'è acqua, signora.
Favorite andarvene, che mi par tempo.
ANG.
Così me ne fossi andata prima; ne ho sentite di belle, e ho dovuto affogarmi per non poter rispondere.
FABR.
Vostro danno.
Partite, ve lo domando per carità.
ANG.
Parto, sì.
Se ci torno più in questa casa, mi porti il diavolo.
(parte)
FABR.
Che cosa ha meco mia moglie? Viene qui quando io non ci sono.
Parte quando io sopraggiungo.
La chiamo, e non mi risponde.
Ho de' sospetti in capo.
Nardo.
(chiama)
NAR.
Signore.
FABR.
Di' al signor padre, che favorisca venire un poco da me, se si contenta.
NAR.
Non c'è, signore, in casa.
FABR.
Non c'è? Dov'è andato a quest'ora?
NAR.
L'intesi dire che andava dal maestro del signor Cecchino, non so a che fare.
FABR.
Pazienza.
Non occorr'altro.
Va pure, gli parlerò quando torna.
No, dammi il cappello e la spada.
Anderò ad incontrarlo.
(parte)
NAR.
Mi pare sempre più s'intorbidi il tempo.
Oh, chi l'avrebbe mai detto? Il padrone ha rimpiattato la signor'Angiola, perché non fosse veduta.
E non s'ha da mormorare per questo? Io non dico di mormorare; ma vado subito a raccontarlo a Lisetta.
(parte)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
COSTANZA, poi LISETTA
COST.
Povera me! povera me! che giornata è questa per me! Non so s'io viva; mi sento una smania al cuore, che mi pare di essere, il ciel mi perdoni, all'inferno.
Ah, mi fossero cadute in terra le pupille degli occhi, pria di vedere quel che ho veduto.
Perché venir di soppiatto colei a ritrovar mio marito? E di più ancora, Nardo venirmi a dire ch'ella ha desiderato ch'io non ci fossi! Per bene non ci può essere venuta.
Ma! non potrebbono essere questi miei temerari giudizi? Non potrebb'ella essere qua tornata per ragione delle gioje sue?...
E se per questo fosse venuta, perché sottrarsi dagli occhi miei? perché desiderare ch'io non ci fossi? E di più poi, perché rimpiattarla nello studiolo, dove non riceve che persone dell'ultima confidenza? Potrebbe averlo fatto, perché veduta non fosse da suo marito...
Ma se la venuta sua fosse stata innocente, importato a lei non avrebbe l'esser veduta; e mio marito perché nasconderla, se non ci fosse?...
Ma che mai ci ha da essere? E avrò coraggio di pensar male di mio marito? dell'unico bene che ho al mondo, dell'unica mia consolazione che tante prove d'amor mi ha dato, che tanto bene disse ognora volermi? E me ne ha voluto, sì, del bene, me ne ha voluto, e me ne vorrà, spero, me ne vorrà; e se non me ne ha più da volere, colle mani alzate al cielo domando la morte per carità.
(con qualche lacrima) Lisetta.
(asciugandosi gli occhi)
LIS.
Signora.
COST.
È ritornato il signor Fabrizio?
LIS.
Non ancora.
COST.
E il signor suocero?
LIS.
Non si è veduto nemmeno lui.
E sì l'ora è avanzata.
COST.
Mio marito si tratterrà per gli affari suoi.
Stupisco del signor suocero, che a quest'ora non manca mai.
LIS.
Egli è uscito per andar dal maestro di Franceschino: ma poc'anzi, nel ritornare a casa ch'egli faceva, è stato riscontrato per la via dal signor Fabrizio; si sono posti a discorrere, e non la finiscono ancora.
COST.
(Non ha seguitato la donna dunque).
(da sé) Convien credere che abbiano degl'interessi che premano.
LIS.
Eh signora padrona, non si ha da mormorare, né da pensar male di nessuno: ma le cose chiare e patenti che cogli occhi si vedono, e colle orecchie si sentono, sono poi quel che sono, e non si può dir che non sieno.
COST.
Non sarebbe gran cosa, che l'occhio e l'orecchio ingannassero qualche volta.
LIS.
La signor'Angiola non è una paglia che si possa prendere in iscambio.
COST.
Sì, la signor'Angiola è venuta poc'anzi a discorrere con mio marito.
E per questo? Sarà la prima femmina che avrà seco lui trattato, per vendere, per comprare, per raccomandarsi?
LIS.
È vero, signora; ma le femmine che vengono solamente per questo, non cercano, pare a me, di parlar al marito di nascosto della consorte.
COST.
Quello sciocco di Nardo non ha inteso bene.
Ha detto ella, e lo so di certo, che bastavagli rappresentare le premure sue al padrone, senza incomodar la padrona.
LIS.
Ma perché serrarla nello studiolo?
COST.
Chi ha detto a voi, che l'ha serrata nello studiolo? Non può essere entrata ella là dentro per sottoscrivere un qualche foglio, per far qualche ricevuta, qualche ordine di pagamento? Lisetta, a quel ch'io vedo, voi siete stanca di viver meco.
Cento volte v'ho detto, che mi ristuccano ragionamenti simili, fatti così all'impazzata; e poi ve ne fo scrupolo grande, grandissimo, che quando non si san di certo le cose, non si dicono e non si credono.
Mio marito non ha mai dato uno scandalo, e non è capace di darlo.
La signor'Angiola è persona onesta; e se voi non castigherete la lingua, se non regolerete il pensare, non solo escirete di questa casa, ma non farete mai bene; poiché, figliuola mia, la riputazione che in un momento si toglie, in mille anni non si restituisce più intera.
LIS.
Ma io diceva questo perché...
COST.
Già mi avete capito, e non occorre mi replichiate.
LIS.
Compatisca per questa volta; non dirò più, signora.
COST.
Mi pare abbiano picchiato all'uscio di strada.
LIS.
Andrò a vedere.
(Con tutto questo non credo niente io.
Può ben dir che non dica, ma che non pensi poi! Bisognerebbe che mi facesse cambiar la testa).
(da sé e parte)
SCENA SECONDA
COSTANZA, poi LISETTA che torna.
COST.
Pagherei la metà del mio sangue, che non si potesse dir da costoro quello che pur troppo ragionevolmente si dice.
In questo mondo non si può godere felicità.
Finora ho avuto lo spasimo de' figliuoli; ora che sono allevati, e grazie al cielo in istato di darmi qualche consolazione, pare che voglia affliggermi la condotta di mio marito.
Ma giusto cielo! potrà egli cambiar il cuore? Un uomo di tanta bontà è possibile che si lasci sedurre, che si stanchi di volermi bene?
LIS.
È domandata, signora.
COST.
Da chi mai?
LIS.
Dal signor Raimondo.
COST.
Dal marito della signor'Angiola?
LIS.
Per l'appunto.
COST.
Domanda egli di mio consorte?
LIS.
Non signora, domanda di lei.
COST.
Che cosa vuole da me?
LIS.
Questo non me l'ha detto, e non me lo vorrà dire.
COST.
Ditegli che compatisca, che non c'è né mio suocero, né mio marito...
e che io sono impedita ora.
LIS.
Vedete? Così si fa, e non come quello...
COST.
Come chi volete voi dire?
LIS.
E non come quello che riceve le donne, senza che lo sappia la moglie.
COST.
Frasca.
LIS.
Non parlo di qua io; parlo de' mariti del paese mio.
(parte, poi ritorna)
COST.
Eppure non sarebbe fuor di proposito ch'io lo ricevessi! per sentir, così di lontano, se qualche cosa mi riuscisse di ricavare...
Ma no, è meglio superarla questa curiosità; alle volte, cercando di voler sapere, si sanno di quelle cose che non si vorrebbono aver sapute.
Io so per altro anche troppo, e potrei forse dalle parole del signor Raimondo raccogliere qualche cosa che mi recasse consolazione; e io medesima potrei contenermi seco in modo, che senza offendere la riputazione sua, valesse a farlo vegliare un poco più attento sulla condotta di sua consorte.
Ma non vorrei far peggio, e che mio marito trovasse un nuovo motivo per mortificarmi.
LIS.
Signora non posso dispensarmi dal dirle, che il signor Raimondo si offende moltissimo ch'ella non lo voglia ricevere; disse essere un galantuomo, che viene per un affare di premura grande, e che in due parole la spiccia subito.
COST.
Viene per un affare di premura grande?
LIS.
Sentirlo lui, è una cosa che preme all'eccesso.
COST.
(Volesse dirmi qualche cosa di mio marito?) (da sé) E mi spiccia presto, dice?
LIS.
In due parole.
COST.
Non saprei...
che passi.
LIS.
Benissimo.
COST.
È tornato il signor Fabrizio?
LIS.
Non signora.
Se torna, che non gli dica niente del signor Raimondo?
COST.
Anzi gliel'hai da dire.
E che venga subito.
Sei pure sciocca.
LIS.
Ma io, quanto più mi studio far bene, fo sempre peggio.
(parte)
SCENA TERZA
COSTANZA, poi RAIMONDO
COST.
Può anche darsi ch'egli venga da me per le gioje sue, che con i cento scudi alla mano voglia ricuperarle.
RAIM.
Permette la signora Costanza...
COST.
Scusi di grazia, se l'ho fatta un po' trattenere.
A quest'ora, chi è alla direzione della casa, ha sempre qualche cosa che fare.
I figliuoli non sanno stare senza di me; ciò non ostante, sentendo ch'ella ha qualche cosa da comandarmi, non ho voluto mancare.
RAIM.
Né io son qui per incomodarvi.
Favoritemi, in grazia.
È egli vero dunque che mia moglie ha dato a voi in ipoteca un paio di pendenti e un anello, per l'imprestito di cento scudi?
COST.
Verissimo.
RAIM.
Potrei aver io il piacere di vederle codeste gioje?
COST.
Signore, se vi basta vederle, non ho difficoltà di rendervi soddisfatto.
RAIM.
Siccome la moglie mia si è fatto lecito d'impegnarle, posso ancora temer di peggio.
Desidero per quiete mia di vederle.
COST.
Vi servo subito.
(parte)
RAIM.
(Va a prenderle; dunque ci sono.
Dubitavo di qualche inganno, benché sappia che sono genti da bene, e specialmente la signora Costanza è di buonissimo cuore.
Chi sa che con un poco di buona maniera non mi riuscisse riaverle senza il denaro ancora!) (da sé)
COST.
Ecco qui, signore, i pendenti e l'anello.
Li riconoscete voi? Sono dessi?
RAIM.
Verissimo, sono dessi.
Ecco la bell'azione di mia consorte.
Se voi andaste ad impegnare la roba di casa vostra senza parteciparlo al marito, che direbbe egli di voi?
COST.
So che volete dirmi.
Mi condannate per averle fatto piacere; pazienza, questo è il merito ch'io ne ho; ma sappiate che non mi sarei indotta a farlo, se ella non mi avesse svelate le piaghe di casa sua.
RAIM.
Da chi derivano queste piaghe?
COST.
Non lo so, signore, e non mi curo saperlo.
RAIM.
Ella lo fa per i capricci suoi; né io ho bisogno per il mantenimento di casa mia, che s'impegnino le mie gioje.
COST.
Via, signor Raimondo, sono cose queste da accomodarsi fra di voi due, senza far scene fuori di casa.
L'altar delle gioje è diviso con giusta distribuzione: cento alla moglie, dugento al marito; e poi non occorre diciate altro.
Chi mi porterà i cento scudi, avrà i pendenti e l'anello.
Un'altra cosa mi preme un poco più di sapere: che altri interessi può avere la signor'Angiola con mio marito? Non ardisco già pensar male: sarei una donna indegna, se volessi adombrare col pensiero soltanto il di lei onore; ma non vorrei ch'ella si prendesse qualche altro arbitrio; che mio marito, che è di buon cuore, le prestasse degli altri denari, e voi aveste da lamentarvene, e forse forse concepiste voi quel sospetto di vostra moglie, ch'io non ardisco formare di mio marito.
RAIM.
Non saprei; ma mia moglie è una pazzarella.
Non ha avuto giudizio mai, e dubito sia difficile che averlo voglia per l'avvenire.
COST.
Se voi parlate di lei con sì poco rispetto, che volete dunque ne dican gli altri?
RAIM.
Povero me, che mi è toccata in sorte una moglie sì dolorosa!
COST.
Signore, sia di uno, sia dell'altro il difetto, mi duole delle discordie vostre, ma è inutile che meco ve ne lagniate.
RAIM.
Ah, se mi fosse toccato in sorte una donna amabile qual siele voi!
COST.
Mi prendete in iscambio, signore.
RAIM.
La vostra bontà congiunta alla bellezza vostra...
COST.
Lisetta.
(chiama)
SCENA QUARTA
LISETTA e detti.
LIS.
Eccomi.
RAIM.
Stava costei coll'orecchia all'uscio.
COST.
Con sua licenza.
Ho un affar di premura.
RAIM.
Ma non abbiamo concluso niente circa l'affare dei cento scudi.
COST.
Quel che vostro, è vostro; parlatene con mio marito.
(parte)
SCENA QUINTA
RAIMONDO e LISETTA
LIS.
Sì signore quel che e vostro, è vostro.
Qui non si gabba nessuno.
RAIM.
Di che cosa v'intendete voi di parlare?
LIS.
Dei pendenti, dell'anello e dei cento scudi.
RAIM.
Vi ha ella dunque confidato il segreto?
LIS.
Oh signor no; non mi ha detto niente.
RAIM.
Come lo sapete dunque?
LIS.
Mi hanno comandato di ritirarmi, non mi hanno proibito di stare a sentire.
RAIM.
Ecco qui la mia riputazione in pericolo.
LIS.
Per quel che so io, eh? Felice voi, se non si sapesse di peggio.
Bisogna sentire quel che dicesi di voi e di vostra moglie dal vicinato.
RAIM.
Come! che cosa si può dire di noi?
LIS.
Orsù, in questa casa comandano che non si dica male di nessuno, ed io li voglio obbedire; e non vogliono nemmeno che siamo curiosi de' fatti d'altri, e non ne voglio saper di più.
(parte)
RAIM.
Mi hanno piantato qui arrossito e mortificato.
Sperava con questa donna, che ha de' denari, insinuarmi con buona grazia per averla amica ne' miei bisogni; ma è selvatica al maggior segno.
Spiacemi dei pendenti, spiacemi dell'anello; in qualche maniera converrà certo ricuperarli; se mia moglie li ha impegnati per cento, posso ricavarne dugento (parte)
SCENA SESTA
ANSELMO e FABRIZIO
ANS.
Non può essere, vi dico, non può essere.
Costanza non è donna capace...
FABR.
Ma se l'ho trovata io da sola a solo col signor Raimondo; e appena mi ha veduto, si è ritirata.
ANS.
Ma che cose mai, caro figlio, vi passeggiano per il capo? Parlerò io con mia nuora.
Mi comprometto di sapere la verità.
FABR.
Siete voi certo, che la voglia dire?
ANS.
Se non ha mai detto una bugia in tutto il tempo che è in casa nostra!
FABR.
È vero, nemmeno per ischerzo si è mai sentita a dire bugia.
ANS.
Eh, io vo vedendo da che procede il male.
Quelle gioje! quelle gioje! Tanto ella che voi, compatitemi, non dovevate impacciarvi con gente cattiva.
Portano costoro la peste col fiato dov'essi vanno.
Andiamo a desinare, che ormai non mi posso reggere in piedi.
Vi prego, a tavola dissimulate, sospendete ogni dubbio fin ch'io le parli; vedrete che la cosa sarà come dico io...
FABR.
Chi viene?
ANS.
Nardo forse.
FABR.
Altro che Nardo! il signor Raimondo.
Che stato sia da mia moglie?
ANS.
Pensate se vostra moglie vuol ricevere il signor Raimondo.
Non ve lo sognate nemmeno.
FABR.
Lo sapremo ora.
SCENA SETTIMA
RAIMONDO e detti.
RAIM.
Servo di lor signori.
FABR.
Che cosa avete da comandarmi, signore?
RAIM.
Niente, per ora, se non che dirvi che potevate risparmiare di svelar altrui la confidenza da me fattavi delle gioje.
FABR.
Io so di non averlo detto a nessuno.
RAIM.
L'avete detto alla vostra moglie.
Ella me l'ha confessato ora colla sua bocca.
Manco male che eravamo soli, e che nessuno l'ha intesa.
Si vede, compatitemi, ch'ella ha più prudenza di voi: non è capace ella di far sapere altrui gl'interessi che passano fra di noi.
Basta; custodite le gioje.
Verrò a riprenderle uno di questi giorni.
Vi riverisco.
(parte) (Fabrizio ed Anselmo rimangono un qualche tempo guardandosi, senza parlare; poi Fabrizio parte agitato, senza dir niente, ed Anselmo lo seguita)
SCENA OTTAVA
NARDO e LISETTA che s'incontrano
LIS.
Nardo, ho saputo ogni cosa.
NAR.
Anch'io tutto.
LIS.
Ho tanto fatto, che ho voluto sapere.
NAR.
E io, quando mi metto in capo di voler sapere, so certo.
LIS.
Possono ben dire, eh, della curiosità! Non c'è rimedio.
NAR.
Ma se quando ho curiosità di sapere, pare m'abbia morsicato la tarantola, non istò fermo un momento.
LIS.
Dal mormorare si può facilmente astenersi, ma dall'ansietà di sapere, è difficilissimo.
NAR.
Certo, perché la curiosità è cosa che dipende dalla natura; ma la mormorazione è un cattivo abito della volontà.
LIS.
Ora che si sa la cosa com'è, non si pensa più come si pensava.
NAR.
Avevo una pietra da mulino sopra dello stomaco; ora mi pare di essere sollevato.
LIS.
Tutto il male dunque proviene dalla gelosia.
NAR.
Sospetti che hanno l'uno dell'altro.
LIS.
Fa male il padrone a coltivare un'amicizia che può essere scandalosa.
NAR.
E la padrona fa peggio a ricever gli uomini di quella sorte, in tempo che suo marito è fuori di casa.
LIS.
Non credo che ci sia male.
NAR.
Non ci può esser gran bene, per altro.
LIS.
Certo che si principia così, e poi si passa a degl'impegni maggiori.
NAR.
Dicano quel che vogliono, siamo tutti di carne.
LIS.
Il padrone pare effeminato un poco; e se si stufa della moglie...
NAR.
Ed ella, colla sua bontà, chi l'assicura di non cadere?
LIS.
Ehi, Nardo, la mormorazione...
NAR.
Diavolo! ci son caduto senz'avvedermene.
LIS.
Che fanno ora, che non domandano in tavola?
NAR.
Non lo so certo.
Il desinare è all'ordine, e le vivande patiscono.
LIS.
Ci giuoco io, che fra marito e moglie vi è qualche nuovo taroccamento.
NAR.
Andiamo a sentire?
LIS.
Se sapessi con quale pretesto!
NAR.
Ci anderò io, col pretesto di domandare se vogliono in tavola.
LIS.
Sì, e sappiatemi dire.
NAR.
Vi dirò tutto; fra di noi si ha da passare d'accordo.
LIS.
Ci predicano l'armonia i padroni; non potranno dire che non si vada fra di noi di concerto.
NAR.
Aspettatemi, che ora torno.
(parte)
SCENA NONA
LISETTA, poi ISABELLA e FRANCESCHINO
LIS.
Nardo è un buonissimo ragazzo; se mi volessi maritare, non lascierei lui per un altro, ma in questo seguito volentieri le insinuazioni della padrona.
Non ho mai fatto all'amore, e non mi curo di farlo.
Può essere però che un giorno ci pensi per prender stato, e non ridurmi vecchia senza nessuno dal cuore.
In tal caso Nardo sarebbe secondo il genio mio; ma quando poi mi fosse marito, vorrei per assoluto ch'egli lasciasse il vizio della curiosità.
ISAB.
Lisetta, che vuol dire che oggi non si va a desinare?
FRANC.
Per verità, ho fame io pure; e poi, se ho d'andare alla scuola, poco tempo mi resta per desinare.
LIS.
Ora è andato Nardo a sentire che cosa dicono.
Cioè, che cosa dicono intorno al desinare; non già che ei voglia sentire quello che fra essi parlano.
ISAB.
Il signor nonno ci porterà i versi.
FRANC.
Io li copierò subito, e darò a voi la parte che vi toccherà dire.
LIS.
Li sentirò anch'io, non è egli vero?
ISAB.
Li diremo a tutti e chi li vorrà sentire, ci donerà qualche cosa.
LIS.
Fatemi un piacere, ditemi la bella canzona della colezione.
FRANC.
Non si dice più.
LIS.
Perché non la dite più.
ISAB.
Non vuole il signor nonno che si dica più?
LIS.
Io non so capire il perché.
FRANC.
Lo saprà egli il perché; io non ve lo so dire.
LIS.
Già ora il signor nonno non c'è; ditemela su, presto presto.
FRANC.
Oh, questo poi no.
Mi ricordo quello che mi ha insegnato il maestro, che bisogna essere obbedienti, e che l'obbedienza non basta usarla alla presenza di chi comanda, ma in distanza ancora; e bisogna ricordarsi quello che ci è comandato, e farlo sempre, sebbene ci costi del dispiacere.
LIS.
(Questo ragazzo mi fa vergognare).
(tra sé)
ISAB.
Mi ricordo anch'io, che la signora madre m'ha comandato che non mi lasciassi vedere alle finestre che guardano sulla strada, e d'allora in qua non mi ci sono affacciata mai più.
LIS.
(Quante se ne ritrovano di queste buone fanciulle? (da sè)
SCENA DECIMA
NARDO e detti.
LIS.
E così? (a Nardo con curiosità)
NAR.
(Zitto.
Vi dirò poi, che non sentano i ragazzi).
Ha detto il padrone vecchio, che si dia da desinare ai figliuoli; che essi hanno un affar di premura e mangieranno più tardi.
(forte)
LIS.
(Ho inteso).
(da sé)
FRANC.
Oh io, se non ci sono anch'essi, non mangio certo.
ISAB.
Nemmeno io, se non viene la signora madre, non desino.
LIS.
Patirete voi altri, a star così senza niente.
Andate, che Nardo vi darà qualche cosa.
NAR.
Io bisogna che vada fuori ora; dategliene voi da desinare.
(a Lisetta)
LIS.
(Dove vi mandano?) (piano a Nardo)
NAR.
(Il vecchio mi manda in fretta a cercare del Signor Raimondo e della signor'Angiola; e per obbligarli a venire, vuole ch'io loro dica, che se non vengono subito, perderanno le gioje).
(piano a Lisetta)
LIS.
(Come la possono credere questa baia?) (piano a Nardo)
NAR.
(Mi ha anche detto, che li faccia dubitare di qualche sequestro).
(piano a Lisetta)
LIS.
(Eh, la sa lunga il vecchio.
Ma perché vuol egli che tutt'e due qui si trovino? Per fare una piazzata, non crederei).
(piano a Nardo)
NAR.
(Non crederei, sentiremo).
(piano a Lisetta)
LIS.
(Oh, qui sì abbiamo da sentir tutto).
(piano a Nardo)
NAR.
(Se credessi di cacciarmi sotto d'un tavolino).
(piano a Lisetta)
LIS.
(Eh io se credessi di bucare il solaio).
(piano a Nardo)
NAR.
(Vado, vado.
Oh, questa poi me la voglio godere).
(parte)
SCENA UNDICESIMA
FRANCESCHINO, ISABELLA e LISETTA
FRANC.
Lisetta, che sia accaduto niente di male?
LIS.
Oibò; niente.
ISAB.
Questo discorrer piano fra voi e Nardo, tiene me ancora in qualche sospetto.
Voglio andare dalla signora madre.
LIS.
No, no, lasciate, che ci anderò io.
Sapete che quando trattano d'interessi, non vogliono che i ragazzi ci sieno.
ISAB.
Ditele ch'io non mangio senza di lei.
FRANC.
Anch'io dite loro che piuttosto mi contento di andare alla scuola così.
LIS.
(Poveri ragazzi, sono d'una gran bontà).
(da sé, e parte)
SCENA DODICESIMA
FRANCESCHINO ed ISABELLA
ISAB.
Mi dispiace che l'arcolaio è nella camera mia, e si passa per quella della signora madre.
Se l'avessi qui, vorrei dipanare.
FRANC.
In quel cassettino ci suol essere qualche libro.
Voglio vedere, che ci divertiremo un poco.
(Va al cassettino di un tavolino)
ISAB.
Fossevi almeno qualche libro bello.
Il Fior di virtù mi piace.
FRANC.
Oh, sapete che c'è nel cassettino?
ISAB.
Che cosa?
FRANC.
Delle ciambelle, dei zuccherini e dei frutti.
ISAB.
Chi le ha messe mai costì quelle buone cose?
FRANC.
Il signor nonno, cred'io.
ISAB.
Che le abbia messe per noi?
FRANC.
Può essere: ne ha sempre di queste galanterie.
ISAB.
Ora che ho fame, me le mangierei tutte.
FRANC.
Anch'io, ma senza licenza non si toccano.
ISAB.
No certo; mi ricordo ancora una volta, che la signora madre, per aver preso una pera, mi ha dato uno schiaffo.
FRANC.
Io morirei di fame, più tosto che pigliare da me senza domandare.
ISAB.
Ma vorrei che si andasse a tavola.
È passata l'ora e di là dell'ora.
FRANC.
Lisetta torna.
Ci saprà dire.
SCENA TREDICESIMA
LISETTA e detti.
ISAB.
E bene, Lisetta, che cosa dicono?
LIS.
Dicono, che per obbedienza venghiate tutt'e due subito a desinare.
FRANC.
Soli?
LIS.
Soli.
FRANC.
Pazienza.
(parte)
ISAB.
Non viene la signora madre?
LIS.
Per ora non può venire.
ISAB.
(Si mette il grembiule agli occhi singhiozzando, e parte)
LIS.
Povera figliuola amorosa! Pur troppo ci son dei guai; ma tutto tutto non ho potuto sentire.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
ANSELMO e COSTANZA
ANS.
Fatemi il piacere, consegnate a me quei pendenti e quell'anello che vi ha dato la signor'Angiola.
COST.
Subito, signore, li vado a prendere.
Voleva darli a mio marito, e non li ha voluti.
ANS.
Recateli a me, e non pensate altro.
COST.
(Va a prender le gioje)
ANS.
Ma! gli animi delicati si conturbano per poco.
L'irascibile è un appetito che, o molto o poco, da tutti gli uomini si fa sentire.
Mi ricordo ancora aver letto che undici sono le passioni che si attribuiscono all'anima: sei appartenenti alla parte concupiscibile, e cinque all'irascibile, le quali sono...
se la memoria non mi tradisce, la collera, l'ardire, il timore, la speranza, la disperazione.
E quelle della concupiscibile quali sono? Mi pare...
sì, queste sono: il piacere, il dolore, il desiderio, l'avversione, l'amore e l'odio.
Grazie al cielo, in quest'età posso gloriarmi della mia memoria; e che cosa mi ha condotto ad una buona vecchiaia? Il non dar retta a questi appetiti; lo studio di moderare queste tali passioni; poca irascibile, e quasi niente, quasi niente di concupiscibile.
COST.
Ecco le gioje, signore.
ANS.
Non dubitate, che l'animo mi dice che tutto anderà bene, e che con vostro marito tornerete ad essere quella che foste il primo dì che vi prese.
COST.
Sarebbe poco, se non ci amassimo per l'avvenire se non coll'amore del primo giorno.
Noi allora appena ci conoscevamo, e l'amor nostro era più una virtuosa obbedienza, che una tenera inclinazione.
Andò crescendo l'affetto nostro di giorno in giorno.
Conoscendoci bene, ci credemmo degni d'amore, e questi era giunto al sommo della contentezza.
Ma il cielo non vuol felici in terra; e quando le cose umane sono giunte all'estremo del male o del bene, vuole il destino che si rallentino, forse perché il cuor nostro non è capace di più, e non ha forza per trattenere fra i limiti il corso delle sue passioni.
ANS.
Nuora mia carissima, voi parlate assai saggiamente, e pare impossibile che con tali princìpi possiate poi lasciarvi abbattere sino a tal segno.
COST.
Tutto soffrirò, signore, ma non la disistima di mio marito.
Ch'ei mi rimproveri d'avere arbitrato dei cento scudi, d'avermi arrogato la libertà di fare un'opera, creduta buona, senza il di lui consiglio, gli do ragione, mi pento d'averlo fatto, e non cesserò mai di domandargli perdono; ma che l'aver io ad onesto fine ricevuta nella mia camera la visita d'un uomo, possa farlo sospettare della delicatezza dell'onor mio, è un'offesa grandissima ch'egli mi fa, è un torto che fa a se medesimo, dopo l'essersi chiamato per tanti anni della mia compagnia contentissimo; ed è un sospetto di tal conseguenza, che terrà lui sempre inquieto, e produrrà nell'animo mio la più dolorosa disperazione.
ANS.
No, signora Costanza, non dite così, che così non ha da essere, e così non sarà.
Mio figlio potrebbe dire lo stesso di voi, che avete sospettato della sua buona fede, per aver egli ricevuto nella sua camera quella donna.
Vi siete ambidue innanzi di me chiariti.
L'ha egli ricevuta per civiltà, l'avete fatto voi per una spezie di convenienza.
Anzi, per dirvela qui fra voi e me che nessuno ci sente, dal discorso vostro sincero e leale si raccoglie che voi vi siete lasciata persuadere a ricevere il signor Raimondo per un poco di curiosità, prevenuta da un falso sospetto che la di lui moglie vi dovesse dar ombra; e voi per questa parte, scusatemi, siete stata la prima ad offendere il caro vostro marito, che non è capace, no, di scordarsi di voi, del dover suo, della sua coscienza, per le frascherie del mondo.
Orsù, tutto dee essere terminato.
Voi avete depositato nelle mie mani le gioje.
Farà lo stesso Fabrizio, che mi ha promesso di farlo, e qui me le recherà egli medesimo...
Eccolo, che lo vedo venire.
Rasserenatevi nuora, rasserenatevi per carità.
COST.
Signore, che mi si tolga la vita, ma non l'amore di mio marito.
(piangendo)
ANS.
Via, per amore del cielo, non vi fate scorgere; non date ombra ai vostri figliuoli.
COST.
Non mi ricordo d'aver figliuoli ora; mi preme dell'amore di mio marito.
ANS.
(Oh amor coniugale, sei pur invidiabile, quando sei di quel buono!) (da sé)
SCENA QUINDICESIMA
FABRIZIO colle gioje, e detti.
FABR.
Eccovi servito, signore.
Queste sono le gioje datemi dal signor Raimondo.
ANS.
Mi avete portato altro?
FABR.
Che altro vi doveva portare?
ANS.
Che altro? Quello che voi solo dar mi potete; e nell'età in cui sono, mi abbisogna assai più del pane.
Caro figlio, la pace, la tranquillità, l'amore.
FABR.
Cose tutte, che dal canto mio ho procurato sempre di custodire in casa gelosamente; e la mia mala fortuna me le rapisce.
ANS.
No, non è vero...
COST.
Se son io la vostra mala fortuna, spero che il cielo ve ne libererà quanto prima.
ANS.
Non occorre che così diciate...
(a Costanza)
FABR.
Avreste voi cuore d'abbandonarmi?
ANS.
No, non è possibile.
(a Fabrizio)
COST.
Farà ch'io vi abbandoni la morte, che non mi pare da me lontana.
ANS.
Via, dico.
FABR.
Può essere ch'io vi prevenga.
ANS.
Sei pazzo?
COST.
Son certa però, che il mio cuore non ha niente da rimproverarmi.
ANS.
Verissimo, che tu sia benedetta.
FABR.
Né vi sarà chi possa imputare a me un pensiero d'infedeltà.
ANS.
Metterei per te le mani nel fuoco.
COST.
I miei difetti meritano molto peggio.
ANS.
Quai difetti?
FABR.
Per i miei, per i miei si patisce.
ANS.
Agnello.
(a Fabrizio) Colomba.
(a Costanza) Anime belle, innocenti, non vi affliggete più!
COST.
Ah! (sospirando)
FABR.
Pazienza! (sospirando)
ANS.
Non mi fate piangere, per carità.
SCENA SEDICESIMA
NARDO e detti.
NAR.
Li ho trovati.
ANS.
Dove son eglino?
NAR.
Saliscono ora le scale.
Li ho trovati in casa loro che quasi venivano alle mani; e quando mi hanno sentito dir delle gioje, facevano a gara ciaschedun di loro per venir primo.
Il marito prese la scala più presto; la moglie, per timore la prevenisse, gli tirò dietro uno scanno, lo fe' cadere, si fece male, e intanto avanzò ella il passo.
Zoppicando però ei la raggiunse, e sono qui tutt'e due colla miglior pace di questo mondo.
ANS.
Che vengano innanzi.
(Nardo parte)
COST.
Chi signore? (ad Anselmo)
ANS.
La signor'Angiola e il signor Raimondo.
COST.
Da noi?
ANS.
Zitto, zitto, lasciate operare a me.
SCENA DICIASSETTESIMA
ANGIOLA, RAIMONDO e detti
ANG.
Che novità c'è della roba mia?
RAIM.
Signore, io sono il padrone di casa, e spetta a me il dominio delle cose...
ANS.
Favorite acchetarvi, signori miei, che qui non siete venuti per mettere a soqquadro la casa nostra.
Ecco le gioje, che voi e voi date avete in ipoteca a mio figlio, a mia nuora.
Presso di loro non devono e non possono rimaner più.
Sono passate nelle mie mani, e dalle mie, salvate le debite convenienze, passeranno alle vostre.
Quali esser devono le convenienze che da noi si esigono? I cento scudi? I dugento scudi? No, no, e poi no.
Queste maledette gioje hanno seco la mala peste, portatele vosco, non le vogliamo più.
RAIM.
e ANG.
(Allungano tutt'e due le mani per prendere le gioje)
ANS.
Adagio un poco: il contagio vi fa poca paura, per quel ch'io vedo.
La prima convenienza.
A chi di voi s'avrebbono a consegnare?
ANG.
Sono di ragione della mia dote.
RAIM.
Io sono marito.
Il padrone son io.
ANG.
Non s'è mai sentito, che possa il marito disporre delle gioje della consorte.
RAIM.
Sì signora, si è sentito e si sentirà.
ANG.
Spettano a me, dico.
RAIM.
A me sostengo io che spettano.
ANS.
Non aspetteranno a nessuno, se fra di voi non vi accomodate.
ANG.
Mi neghereste i pendenti e l'anello da me in questa casa portati?
RAIM.
E non avrò io il gioiello? Non averò i spilloni?
ANS.
Tutto averete, accomodati che siate fra di voi due.
RAIM.
Per me mi contento della parte mia.
ANG.
E io sarò cheta colla mia porzione.
ANS.
Sia ringraziato il cielo! A ciascheduno la quota sua.
Eccovi soddisfatti.
(mostra le gioje)
RAIM.
e ANG.
(Allungano le mani nuovamente)
ANS.
Adagio, che non sono terminate le convenienze.
Ove sono i cento scudi? ove sono i dugento?
RAIM.
Che occorreva che ci mandaste a chiamare?
ANG.
Ci avete fatto venir qui per vederle?
COST.
Caro signor suocero, liberatemi da un tal fastidio.
FABR.
Io non ne posso più, signore.
(ad Anselmo)
ANS.
Flemma anche un poco.
(a Costanza e Fabrizio) Non si chiedono da voi né i cento, né i dugento scudi: ma cosa che a voi costa meno, e per noi può valere assai più.
Volete le gioje vostre? (ad Angiola)
ANG.
Se me le darete, le prenderò.
ANS.
Voi le volete? (a Raimondo)
RAIM.
Perché no, signore, nello stato in cui sono?...
ANS.
Rispondetemi a tuono.
La vostra sincerità può essere il prezzo del ricupero delle gioje vostre.
Signor'Angiola, che faceste, che diceste voi nella camera di mio figliuolo?
ANG.
So che volete dire.
Perdonatemi, signor Fabrizio se trasportata dalla miseria, ho usato con voi dell'arte per ricuperar le mie gioje.
Consolatevi voi, signora Costanza, d'aver un marito il più savio, il più amoroso del mondo; e perdonatemi, se per un po' di spirito di vendetta, per aver voi manifestato lo sborso fattomi dei cento scudi, ho tentato l'animo dello sposo vostro: cosa che ora m'empie di confusione, e mi sarà di perpetuo rimorso al cuore.
COST.
Credetemi, l'ho palesato senza intenzione di farlo.
FABR.
E voi, Costanza mia, avete potuto di me pensare?...
COST.
E voi, caro consorte, avete giudicato che il signor Raimondo...
RAIM.
No, amico, non fate così gran torto alla moglie vostra.
Ella mi ha ricevuto per la insistenza mia di voler seco discorrere sulle gioje affidatele da mia consorte.
Confesso aver fatto un po' di esperienza, così per semplice curiosità, sul carattere del di lei cuore; e l'ho trovata onesta a tal segno, che a una parola sola equivoca e sospettosa partì sollecita, e si scordò fino la civiltà per la delicatezza d'onore.
FABR.
Queste curiosità non si cavano nelle case de' galantuomini...
(a Raimondo)
ANS.
Basta così.
Siete voi persuaso della probità illibatissima di vostra moglie? (a Fabrizio)
FABR.
Ah sì, signore, mi pento de' miei temerari sospetti.
ANS.
E voi siete contenta del marito vostro? (a Costanza)
COST.
Così egli perdoni le debolezze mie, com'io son certa dell'amor suo.
ANS.
Lode al cielo.
Amici, ecco il tempo di ricuperare le gioje.
(fa mostra di volerle dare)
ANG.
e RAIM.
(Allungano le mani per pigliarle)
ANS.
Piano ancora che terminate non sono le convenienze.
Quello che detto ci avete, è il prezzo della ricupera.
Ci vuol l'interesse ancora: e l'interesse sia una promissione fortissima di favorirci per grazia di non venire né l'uno, né l'altro, mai più da noi.
ANG.
Sì signore, vi servirò.
RAIM.
Giustamente; ve lo prometto.
ANS.
Capisco che le indigenze vostre v'inducono a sperare d'averle senza il contante; e qualche merito si è acquistata la confessione vostra e la vostra rassegnazione.
Fabrizio, lasciatemi spender bene dugento scudi.
Costanza, cento scudi li avanzate da me.
Amici, eccovi le gioje vostre.
(dà i pendenti e l'anello ad Angiola, e le altre gioje a Raimondo, i quali se le prendono avidamente) Se qualche piacere vi reca un atto prodotto dall'amor mio verso la mia famiglia, il quale torna in profitto vostro, vi chiedo ora una grazia.
(ad Angiola e Raimondo)
RAIM.
Comandate, signore.
ANG.
Che non farei per un uomo della vostra bontà?
ANS.
Prima di escire di questa casa, pacificatevi fra di voi; trattatevi con amore; e fatemi sperare che l'esempio nostro vi faccia un po' più conoscere i doveri dello stato coniugale, e della vita onesta e civile.
ANG.
Caro marito, imparate dal signor Anselmo, dal signor Fabrizio.
RAIM.
Cercate voi d'imitare la signora Costanza.
ANS.
A voi, cari, non ci sarà bisogno d'insinuare...
(a Costanza e Fabrizio)
COST.
Caro marito, compatitemi.
FABR.
Consorte mia, vi domando perdono.
(s'abbracciano piangendo)
ANS.
Fate lo stesso voi altri ancora.
(ad Angiola e Raimondo)
RAIM.
Prendete, sposa, un abbraccio.
(ad Angiola)
ANG.
Sì, marito; con tutto il cuore.
(Son tanti mesi che non è passato fra noi un simile complimento).
(da sé)
ANS.
Oimè! non posso più.
A desinare.
Chi è di là?
SCENA ULTIMA
NARDO e LISETTA subito, da due portiere
LIS.
e NAR.
Signore.
ANS.
Ah disgraziati, dietro la portiera, eh? Moderate la vostra curiosità, altrimenti sarete cacciati via.
LIS.
Mai più, signore.
NAR.
Mai più.
ANS.
Andate in pace voi altri, che il cielo ve la conceda.
(ad Angiola e Raimondo) E noi andiamoci a reficiare più colla quiete d'animo che col cibo.
Andiamoci a consolare coi cari nostri figliuoli.
COST.
Sia ringraziato il cielo, che tanto bene ci dona.
Parmi esser rinata; torno da morte a vita.
E voi, spettatori, fate plauso al buon esempio che vi si porge con una Buona Famiglia.
Fine della Commedia.
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