LA BUONA FAMIGLIA, di Carlo Goldoni - pagina 9
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ANS.
Ma che cose mai, caro figlio, vi passeggiano per il capo? Parlerò io con mia nuora.
Mi comprometto di sapere la verità.
FABR.
Siete voi certo, che la voglia dire?
ANS.
Se non ha mai detto una bugia in tutto il tempo che è in casa nostra!
FABR.
È vero, nemmeno per ischerzo si è mai sentita a dire bugia.
ANS.
Eh, io vo vedendo da che procede il male.
Quelle gioje! quelle gioje! Tanto ella che voi, compatitemi, non dovevate impacciarvi con gente cattiva.
Portano costoro la peste col fiato dov'essi vanno.
Andiamo a desinare, che ormai non mi posso reggere in piedi.
Vi prego, a tavola dissimulate, sospendete ogni dubbio fin ch'io le parli; vedrete che la cosa sarà come dico io...
FABR.
Chi viene?
ANS.
Nardo forse.
FABR.
Altro che Nardo! il signor Raimondo.
Che stato sia da mia moglie?
ANS.
Pensate se vostra moglie vuol ricevere il signor Raimondo.
Non ve lo sognate nemmeno.
FABR.
Lo sapremo ora.
SCENA SETTIMA
RAIMONDO e detti.
RAIM.
Servo di lor signori.
FABR.
Che cosa avete da comandarmi, signore?
RAIM.
Niente, per ora, se non che dirvi che potevate risparmiare di svelar altrui la confidenza da me fattavi delle gioje.
FABR.
Io so di non averlo detto a nessuno.
RAIM.
L'avete detto alla vostra moglie.
Ella me l'ha confessato ora colla sua bocca.
Manco male che eravamo soli, e che nessuno l'ha intesa.
Si vede, compatitemi, ch'ella ha più prudenza di voi: non è capace ella di far sapere altrui gl'interessi che passano fra di noi.
Basta; custodite le gioje.
Verrò a riprenderle uno di questi giorni.
Vi riverisco.
(parte) (Fabrizio ed Anselmo rimangono un qualche tempo guardandosi, senza parlare; poi Fabrizio parte agitato, senza dir niente, ed Anselmo lo seguita)
SCENA OTTAVA
NARDO e LISETTA che s'incontrano
LIS.
Nardo, ho saputo ogni cosa.
NAR.
Anch'io tutto.
LIS.
Ho tanto fatto, che ho voluto sapere.
NAR.
E io, quando mi metto in capo di voler sapere, so certo.
LIS.
Possono ben dire, eh, della curiosità! Non c'è rimedio.
NAR.
Ma se quando ho curiosità di sapere, pare m'abbia morsicato la tarantola, non istò fermo un momento.
LIS.
Dal mormorare si può facilmente astenersi, ma dall'ansietà di sapere, è difficilissimo.
NAR.
Certo, perché la curiosità è cosa che dipende dalla natura; ma la mormorazione è un cattivo abito della volontà.
LIS.
Ora che si sa la cosa com'è, non si pensa più come si pensava.
NAR.
Avevo una pietra da mulino sopra dello stomaco; ora mi pare di essere sollevato.
LIS.
Tutto il male dunque proviene dalla gelosia.
NAR.
Sospetti che hanno l'uno dell'altro.
LIS.
Fa male il padrone a coltivare un'amicizia che può essere scandalosa.
NAR.
E la padrona fa peggio a ricever gli uomini di quella sorte, in tempo che suo marito è fuori di casa.
LIS.
Non credo che ci sia male.
NAR.
Non ci può esser gran bene, per altro.
LIS.
Certo che si principia così, e poi si passa a degl'impegni maggiori.
NAR.
Dicano quel che vogliono, siamo tutti di carne.
LIS.
Il padrone pare effeminato un poco; e se si stufa della moglie...
NAR.
Ed ella, colla sua bontà, chi l'assicura di non cadere?
LIS.
Ehi, Nardo, la mormorazione...
NAR.
Diavolo! ci son caduto senz'avvedermene.
LIS.
Che fanno ora, che non domandano in tavola?
NAR.
Non lo so certo.
Il desinare è all'ordine, e le vivande patiscono.
LIS.
Ci giuoco io, che fra marito e moglie vi è qualche nuovo taroccamento.
NAR.
Andiamo a sentire?
LIS.
Se sapessi con quale pretesto!
NAR.
Ci anderò io, col pretesto di domandare se vogliono in tavola.
LIS.
Sì, e sappiatemi dire.
NAR.
Vi dirò tutto; fra di noi si ha da passare d'accordo.
LIS.
Ci predicano l'armonia i padroni; non potranno dire che non si vada fra di noi di concerto.
NAR.
Aspettatemi, che ora torno.
(parte)
SCENA NONA
LISETTA, poi ISABELLA e FRANCESCHINO
LIS.
Nardo è un buonissimo ragazzo; se mi volessi maritare, non lascierei lui per un altro, ma in questo seguito volentieri le insinuazioni della padrona.
Non ho mai fatto all'amore, e non mi curo di farlo.
Può essere però che un giorno ci pensi per prender stato, e non ridurmi vecchia senza nessuno dal cuore.
In tal caso Nardo sarebbe secondo il genio mio; ma quando poi mi fosse marito, vorrei per assoluto ch'egli lasciasse il vizio della curiosità.
ISAB.
Lisetta, che vuol dire che oggi non si va a desinare?
FRANC.
Per verità, ho fame io pure; e poi, se ho d'andare alla scuola, poco tempo mi resta per desinare.
LIS.
Ora è andato Nardo a sentire che cosa dicono.
Cioè, che cosa dicono intorno al desinare; non già che ei voglia sentire quello che fra essi parlano.
ISAB.
Il signor nonno ci porterà i versi.
FRANC.
Io li copierò subito, e darò a voi la parte che vi toccherà dire.
LIS.
Li sentirò anch'io, non è egli vero?
ISAB.
Li diremo a tutti e chi li vorrà sentire, ci donerà qualche cosa.
LIS.
Fatemi un piacere, ditemi la bella canzona della colezione.
FRANC.
Non si dice più.
LIS.
Perché non la dite più.
ISAB.
Non vuole il signor nonno che si dica più?
LIS.
Io non so capire il perché.
FRANC.
Lo saprà egli il perché; io non ve lo so dire.
LIS.
Già ora il signor nonno non c'è; ditemela su, presto presto.
FRANC.
Oh, questo poi no.
Mi ricordo quello che mi ha insegnato il maestro, che bisogna essere obbedienti, e che l'obbedienza non basta usarla alla presenza di chi comanda, ma in distanza ancora; e bisogna ricordarsi quello che ci è comandato, e farlo sempre, sebbene ci costi del dispiacere.
LIS.
(Questo ragazzo mi fa vergognare).
(tra sé)
ISAB.
Mi ricordo anch'io, che la signora madre m'ha comandato che non mi lasciassi vedere alle finestre che guardano sulla strada, e d'allora in qua non mi ci sono affacciata mai più.
LIS.
(Quante se ne ritrovano di queste buone fanciulle? (da sè)
SCENA DECIMA
NARDO e detti.
LIS.
E così? (a Nardo con curiosità)
NAR.
(Zitto.
Vi dirò poi, che non sentano i ragazzi).
Ha detto il padrone vecchio, che si dia da desinare ai figliuoli; che essi hanno un affar di premura e mangieranno più tardi.
(forte)
LIS.
(Ho inteso).
(da sé)
FRANC.
Oh io, se non ci sono anch'essi, non mangio certo.
ISAB.
Nemmeno io, se non viene la signora madre, non desino.
LIS.
Patirete voi altri, a star così senza niente.
Andate, che Nardo vi darà qualche cosa.
NAR.
Io bisogna che vada fuori ora; dategliene voi da desinare.
(a Lisetta)
LIS.
(Dove vi mandano?) (piano a Nardo)
NAR.
(Il vecchio mi manda in fretta a cercare del Signor Raimondo e della signor'Angiola; e per obbligarli a venire, vuole ch'io loro dica, che se non vengono subito, perderanno le gioje).
(piano a Lisetta)
LIS.
(Come la possono credere questa baia?) (piano a Nardo)
NAR.
(Mi ha anche detto, che li faccia dubitare di qualche sequestro).
(piano a Lisetta)
LIS.
(Eh, la sa lunga il vecchio.
Ma perché vuol egli che tutt'e due qui si trovino? Per fare una piazzata, non crederei).
(piano a Nardo)
NAR.
(Non crederei, sentiremo).
(piano a Lisetta)
LIS.
(Oh, qui sì abbiamo da sentir tutto).
(piano a Nardo)
NAR.
(Se credessi di cacciarmi sotto d'un tavolino).
(piano a Lisetta)
LIS.
(Eh io se credessi di bucare il solaio).
(piano a Nardo)
NAR.
(Vado, vado.
Oh, questa poi me la voglio godere).
(parte)
SCENA UNDICESIMA
FRANCESCHINO, ISABELLA e LISETTA
FRANC.
Lisetta, che sia accaduto niente di male?
LIS.
Oibò; niente.
ISAB.
Questo discorrer piano fra voi e Nardo, tiene me ancora in qualche sospetto.
Voglio andare dalla signora madre.
LIS.
No, no, lasciate, che ci anderò io.
Sapete che quando trattano d'interessi, non vogliono che i ragazzi ci sieno.
ISAB.
Ditele ch'io non mangio senza di lei.
FRANC.
Anch'io dite loro che piuttosto mi contento di andare alla scuola così.
LIS.
(Poveri ragazzi, sono d'una gran bontà).
(da sé, e parte)
SCENA DODICESIMA
FRANCESCHINO ed ISABELLA
ISAB.
Mi dispiace che l'arcolaio è nella camera mia, e si passa per quella della signora madre.
Se l'avessi qui, vorrei dipanare.
FRANC.
In quel cassettino ci suol essere qualche libro.
Voglio vedere, che ci divertiremo un poco.
(Va al cassettino di un tavolino)
ISAB.
Fossevi almeno qualche libro bello.
Il Fior di virtù mi piace.
FRANC.
Oh, sapete che c'è nel cassettino?
ISAB.
Che cosa?
FRANC.
Delle ciambelle, dei zuccherini e dei frutti.
ISAB.
Chi le ha messe mai costì quelle buone cose?
FRANC.
Il signor nonno, cred'io.
ISAB.
Che le abbia messe per noi?
FRANC.
Può essere: ne ha sempre di queste galanterie.
ISAB.
Ora che ho fame, me le mangierei tutte.
FRANC.
Anch'io, ma senza licenza non si toccano.
ISAB.
No certo; mi ricordo ancora una volta, che la signora madre, per aver preso una pera, mi ha dato uno schiaffo.
FRANC.
Io morirei di fame, più tosto che pigliare da me senza domandare.
ISAB.
Ma vorrei che si andasse a tavola.
È passata l'ora e di là dell'ora.
FRANC.
Lisetta torna.
Ci saprà dire.
SCENA TREDICESIMA
LISETTA e detti.
ISAB.
E bene, Lisetta, che cosa dicono?
LIS.
Dicono, che per obbedienza venghiate tutt'e due subito a desinare.
FRANC.
Soli?
LIS.
Soli.
FRANC.
Pazienza.
(parte)
ISAB.
Non viene la signora madre?
LIS.
Per ora non può venire.
ISAB.
(Si mette il grembiule agli occhi singhiozzando, e parte)
LIS.
Povera figliuola amorosa! Pur troppo ci son dei guai; ma tutto tutto non ho potuto sentire.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
ANSELMO e COSTANZA
ANS.
Fatemi il piacere, consegnate a me quei pendenti e quell'anello che vi ha dato la signor'Angiola.
COST.
Subito, signore, li vado a prendere.
Voleva darli a mio marito, e non li ha voluti.
ANS.
Recateli a me, e non pensate altro.
COST.
(Va a prender le gioje)
ANS.
Ma! gli animi delicati si conturbano per poco.
L'irascibile è un appetito che, o molto o poco, da tutti gli uomini si fa sentire.
Mi ricordo ancora aver letto che undici sono le passioni che si attribuiscono all'anima: sei appartenenti alla parte concupiscibile, e cinque all'irascibile, le quali sono...
se la memoria non mi tradisce, la collera, l'ardire, il timore, la speranza, la disperazione.
E quelle della concupiscibile quali sono? Mi pare...
sì, queste sono: il piacere, il dolore, il desiderio, l'avversione, l'amore e l'odio.
Grazie al cielo, in quest'età posso gloriarmi della mia memoria; e che cosa mi ha condotto ad una buona vecchiaia? Il non dar retta a questi appetiti; lo studio di moderare queste tali passioni; poca irascibile, e quasi niente, quasi niente di concupiscibile.
COST.
Ecco le gioje, signore.
ANS.
Non dubitate, che l'animo mi dice che tutto anderà bene, e che con vostro marito tornerete ad essere quella che foste il primo dì che vi prese.
COST.
Sarebbe poco, se non ci amassimo per l'avvenire se non coll'amore del primo giorno.
Noi allora appena ci conoscevamo, e l'amor nostro era più una virtuosa obbedienza, che una tenera inclinazione.
Andò crescendo l'affetto nostro di giorno in giorno.
Conoscendoci bene, ci credemmo degni d'amore, e questi era giunto al sommo della contentezza.
Ma il cielo non vuol felici in terra; e quando le cose umane sono giunte all'estremo del male o del bene, vuole il destino che si rallentino, forse perché il cuor nostro non è capace di più, e non ha forza per trattenere fra i limiti il corso delle sue passioni.
ANS.
Nuora mia carissima, voi parlate assai saggiamente, e pare impossibile che con tali princìpi possiate poi lasciarvi abbattere sino a tal segno.
COST.
Tutto soffrirò, signore, ma non la disistima di mio marito.
Ch'ei mi rimproveri d'avere arbitrato dei cento scudi, d'avermi arrogato la libertà di fare un'opera, creduta buona, senza il di lui consiglio, gli do ragione, mi pento d'averlo fatto, e non cesserò mai di domandargli perdono; ma che l'aver io ad onesto fine ricevuta nella mia camera la visita d'un uomo, possa farlo sospettare della delicatezza dell'onor mio, è un'offesa grandissima ch'egli mi fa, è un torto che fa a se medesimo, dopo l'essersi chiamato per tanti anni della mia compagnia contentissimo; ed è un sospetto di tal conseguenza, che terrà lui sempre inquieto, e produrrà nell'animo mio la più dolorosa disperazione.
ANS.
No, signora Costanza, non dite così, che così non ha da essere, e così non sarà.
Mio figlio potrebbe dire lo stesso di voi, che avete sospettato della sua buona fede, per aver egli ricevuto nella sua camera quella donna.
Vi siete ambidue innanzi di me chiariti.
L'ha egli ricevuta per civiltà, l'avete fatto voi per una spezie di convenienza.
Anzi, per dirvela qui fra voi e me che nessuno ci sente, dal discorso vostro sincero e leale si raccoglie che voi vi siete lasciata persuadere a ricevere il signor Raimondo per un poco di curiosità, prevenuta da un falso sospetto che la di lui moglie vi dovesse dar ombra; e voi per questa parte, scusatemi, siete stata la prima ad offendere il caro vostro marito, che non è capace, no, di scordarsi di voi, del dover suo, della sua coscienza, per le frascherie del mondo.
Orsù, tutto dee essere terminato.
Voi avete depositato nelle mie mani le gioje.
Farà lo stesso Fabrizio, che mi ha promesso di farlo, e qui me le recherà egli medesimo...
Eccolo, che lo vedo venire.
Rasserenatevi nuora, rasserenatevi per carità.
COST.
Signore, che mi si tolga la vita, ma non l'amore di mio marito.
(piangendo)
ANS.
Via, per amore del cielo, non vi fate scorgere; non date ombra ai vostri figliuoli.
COST.
Non mi ricordo d'aver figliuoli ora; mi preme dell'amore di mio marito.
ANS.
(Oh amor coniugale, sei pur invidiabile, quando sei di quel buono!) (da sé)
SCENA QUINDICESIMA
FABRIZIO colle gioje, e detti.
FABR.
Eccovi servito, signore.
Queste sono le gioje datemi dal signor Raimondo.
ANS.
Mi avete portato altro?
FABR.
Che altro vi doveva portare?
ANS.
Che altro? Quello che voi solo dar mi potete; e nell'età in cui sono, mi abbisogna assai più del pane.
Caro figlio, la pace, la tranquillità, l'amore.
FABR.
Cose tutte, che dal canto mio ho procurato sempre di custodire in casa gelosamente; e la mia mala fortuna me le rapisce.
ANS.
No, non è vero...
COST.
Se son io la vostra mala fortuna, spero che il cielo ve ne libererà quanto prima.
ANS.
Non occorre che così diciate...
(a Costanza)
FABR.
Avreste voi cuore d'abbandonarmi?
ANS.
No, non è possibile.
(a Fabrizio)
COST.
Farà ch'io vi abbandoni la morte, che non mi pare da me lontana.
ANS.
Via, dico.
FABR.
Può essere ch'io vi prevenga.
ANS.
Sei pazzo?
COST.
Son certa però, che il mio cuore non ha niente da rimproverarmi.
ANS.
Verissimo, che tu sia benedetta.
FABR.
Né vi sarà chi possa imputare a me un pensiero d'infedeltà.
ANS.
Metterei per te le mani nel fuoco.
COST.
I miei difetti meritano molto peggio.
ANS.
Quai difetti?
FABR.
Per i miei, per i miei si patisce.
ANS.
Agnello.
(a Fabrizio) Colomba.
(a Costanza) Anime belle, innocenti, non vi affliggete più!
COST.
Ah! (sospirando)
FABR.
Pazienza! (sospirando)
ANS.
Non mi fate piangere, per carità.
SCENA SEDICESIMA
NARDO e detti.
NAR.
Li ho trovati.
ANS.
Dove son eglino?
NAR.
Saliscono ora le scale.
Li ho trovati in casa loro che quasi venivano alle mani; e quando mi hanno sentito dir delle gioje, facevano a gara ciaschedun di loro per venir primo.
Il marito prese la scala più presto; la moglie, per timore la prevenisse, gli tirò dietro uno scanno, lo fe' cadere, si fece male, e intanto avanzò ella il passo.
Zoppicando però ei la raggiunse, e sono qui tutt'e due colla miglior pace di questo mondo.
ANS.
Che vengano innanzi.
(Nardo parte)
COST.
Chi signore? (ad Anselmo)
ANS.
La signor'Angiola e il signor Raimondo.
COST.
Da noi?
ANS.
Zitto, zitto, lasciate operare a me.
SCENA DICIASSETTESIMA
ANGIOLA, RAIMONDO e detti
ANG.
Che novità c'è della roba mia?
RAIM.
Signore, io sono il padrone di casa, e spetta a me il dominio delle cose...
ANS.
Favorite acchetarvi, signori miei, che qui non siete venuti per mettere a soqquadro la casa nostra.
Ecco le gioje, che voi e voi date avete in ipoteca a mio figlio, a mia nuora.
Presso di loro non devono e non possono rimaner più.
Sono passate nelle mie mani, e dalle mie, salvate le debite convenienze, passeranno alle vostre.
Quali esser devono le convenienze che da noi si esigono? I cento scudi? I dugento scudi? No, no, e poi no.
Queste maledette gioje hanno seco la mala peste, portatele vosco, non le vogliamo più.
RAIM.
e ANG.
(Allungano tutt'e due le mani per prendere le gioje)
ANS.
Adagio un poco: il contagio vi fa poca paura, per quel ch'io vedo.
La prima convenienza.
A chi di voi s'avrebbono a consegnare?
ANG.
Sono di ragione della mia dote.
RAIM.
Io sono marito.
Il padrone son io.
ANG.
Non s'è mai sentito, che possa il marito disporre delle gioje della consorte.
RAIM.
Sì signora, si è sentito e si sentirà.
ANG.
Spettano a me, dico.
RAIM.
A me sostengo io che spettano.
ANS.
Non aspetteranno a nessuno, se fra di voi non vi accomodate.
ANG.
Mi neghereste i pendenti e l'anello da me in questa casa portati?
RAIM.
E non avrò io il gioiello? Non averò i spilloni?
ANS.
Tutto averete, accomodati che siate fra di voi due.
RAIM.
Per me mi contento della parte mia.
ANG.
E io sarò cheta colla mia porzione.
ANS.
Sia ringraziato il cielo! A ciascheduno la quota sua.
Eccovi soddisfatti.
(mostra le gioje)
RAIM.
e ANG.
(Allungano le mani nuovamente)
ANS.
Adagio, che non sono terminate le convenienze.
Ove sono i cento scudi? ove sono i dugento?
RAIM.
Che occorreva che ci mandaste a chiamare?
ANG.
Ci avete fatto venir qui per vederle?
COST.
Caro signor suocero, liberatemi da un tal fastidio.
FABR.
Io non ne posso più, signore.
(ad Anselmo)
ANS.
Flemma anche un poco.
(a Costanza e Fabrizio) Non si chiedono da voi né i cento, né i dugento scudi: ma cosa che a voi costa meno, e per noi può valere assai più.
Volete le gioje vostre? (ad Angiola)
ANG.
Se me le darete, le prenderò.
ANS.
Voi le volete? (a Raimondo)
RAIM.
Perché no, signore, nello stato in cui sono?...
ANS.
Rispondetemi a tuono.
La vostra sincerità può essere il prezzo del ricupero delle gioje vostre.
Signor'Angiola, che faceste, che diceste voi nella camera di mio figliuolo?
ANG.
So che volete dire.
Perdonatemi, signor Fabrizio se trasportata dalla miseria, ho usato con voi dell'arte per ricuperar le mie gioje.
Consolatevi voi, signora Costanza, d'aver un marito il più savio, il più amoroso del mondo; e perdonatemi, se per un po' di spirito di vendetta, per aver voi manifestato lo sborso fattomi dei cento scudi, ho tentato l'animo dello sposo vostro: cosa che ora m'empie di confusione, e mi sarà di perpetuo rimorso al cuore.
COST.
Credetemi, l'ho palesato senza intenzione di farlo.
FABR.
E voi, Costanza mia, avete potuto di me pensare?...
COST.
E voi, caro consorte, avete giudicato che il signor Raimondo...
RAIM.
No, amico, non fate così gran torto alla moglie vostra.
Ella mi ha ricevuto per la insistenza mia di voler seco discorrere sulle gioje affidatele da mia consorte.
Confesso aver fatto un po' di esperienza, così per semplice curiosità, sul carattere del di lei cuore; e l'ho trovata onesta a tal segno, che a una parola sola equivoca e sospettosa partì sollecita, e si scordò fino la civiltà per la delicatezza d'onore.
FABR.
Queste curiosità non si cavano nelle case de' galantuomini...
(a Raimondo)
ANS.
Basta così.
Siete voi persuaso della probità illibatissima di vostra moglie? (a Fabrizio)
FABR.
Ah sì, signore, mi pento de' miei temerari sospetti.
ANS.
E voi siete contenta del marito vostro? (a Costanza)
COST.
Così egli perdoni le debolezze mie, com'io son certa dell'amor suo.
ANS.
Lode al cielo.
Amici, ecco il tempo di ricuperare le gioje.
(fa mostra di volerle dare)
ANG.
e RAIM.
(Allungano le mani per pigliarle)
ANS.
Piano ancora che terminate non sono le convenienze.
Quello che detto ci avete, è il prezzo della ricupera.
Ci vuol l'interesse ancora: e l'interesse sia una promissione fortissima di favorirci per grazia di non venire né l'uno, né l'altro, mai più da noi.
ANG.
Sì signore, vi servirò.
RAIM.
Giustamente; ve lo prometto.
ANS.
Capisco che le indigenze vostre v'inducono a sperare d'averle senza il contante; e qualche merito si è acquistata la confessione vostra e la vostra rassegnazione.
Fabrizio, lasciatemi spender bene dugento scudi.
Costanza, cento scudi li avanzate da me.
Amici, eccovi le gioje vostre.
(dà i pendenti e l'anello ad Angiola, e le altre gioje a Raimondo, i quali se le prendono avidamente) Se qualche piacere vi reca un atto prodotto dall'amor mio verso la mia famiglia, il quale torna in profitto vostro, vi chiedo ora una grazia.
(ad Angiola e Raimondo)
RAIM.
Comandate, signore.
ANG.
Che non farei per un uomo della vostra bontà?
ANS.
Prima di escire di questa casa, pacificatevi fra di voi; trattatevi con amore; e fatemi sperare che l'esempio nostro vi faccia un po' più conoscere i doveri dello stato coniugale, e della vita onesta e civile.
ANG.
Caro marito, imparate dal signor Anselmo, dal signor Fabrizio.
RAIM.
Cercate voi d'imitare la signora Costanza.
ANS.
A voi, cari, non ci sarà bisogno d'insinuare...
(a Costanza e Fabrizio)
COST.
Caro marito, compatitemi.
FABR.
Consorte mia, vi domando perdono.
(s'abbracciano piangendo)
ANS.
Fate lo stesso voi altri ancora.
(ad Angiola e Raimondo)
RAIM.
Prendete, sposa, un abbraccio.
(ad Angiola)
ANG.
Sì, marito; con tutto il cuore.
(Son tanti mesi che non è passato fra noi un simile complimento).
(da sé)
ANS.
Oimè! non posso più.
A desinare.
Chi è di là?
SCENA ULTIMA
NARDO e LISETTA subito, da due portiere
LIS.
e NAR.
Signore.
ANS.
Ah disgraziati, dietro la portiera, eh? Moderate la vostra curiosità, altrimenti sarete cacciati via.
LIS.
Mai più, signore.
NAR.
Mai più.
ANS.
Andate in pace voi altri, che il cielo ve la conceda.
(ad Angiola e Raimondo) E noi andiamoci a reficiare più colla quiete d'animo che col cibo.
Andiamoci a consolare coi cari nostri figliuoli.
COST.
Sia ringraziato il cielo, che tanto bene ci dona.
Parmi esser rinata; torno da morte a vita.
E voi, spettatori, fate plauso al buon esempio che vi si porge con una Buona Famiglia.
Fine della Commedia.
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