LA CAMERIERA BRILLANTE, di Carlo Goldoni - pagina 2
...
.
L'ho veduto dalla finestra, mi ha chiamata in istrada...
(a Flaminia)
CLAR.
A me non si risponde? (ad Argentina)
ARG.
Oh signora, so il mio dovere.
Quando mi comandano di star zitta, non parlo.
(a Clarice) Son discesa per sentire che voleva da me.
(a Flaminia)
CLAR.
(Costei mi vuol far venire la mosca al naso).
(da sé)
FLA.
E così, Argentina mia, che cosa ti ha detto?
ARG.
Senta.
Con sua licenza.
(a Clarice, tirando Flaminia da parte)
CLAR.
Come! non posso sentire io?
ARG.
Oh signora no.
CLAR.
Perché?
ARG.
Perché ha dette certe cose che a lei non possono dar piacere.
Se gliele dicessi, mancherei al rispetto.
So il mio dovere.
(a Clarice) E così, signora mia...
(a Flaminia)
CLAR.
Parla: voglio sapere che cosa ha detto di me.
ARG.
Ma se mi ha comandato di tacere.
CLAR.
Ora voglio che parli.
ARG.
Taci, parla; voglio, non voglio: e poi non vorrà che le si dica che è stravagante.
CLAR.
Sei una temeraria.
ARG.
Tutto quello che comanda la mia padrona.
(a Clarice) E così, come le diceva...
(a Flaminia)
FLA.
(Mi fa quasi venir da ridere).
(da sé)
CLAR.
(Maledetta, non la posso soffrire).
(da sé)
ARG.
(Senta.
Il signor Ottavio vuol fare una visita al signor padrone.
Spero, mi disse, ch'un uomo della mia sorte sarà ben accolto dal signor Pantalone...) (piano a Flaminia)
CLAR.
Vuoi tu ch'io senta, o vuoi che ti dica quello che meriti? (ad Argentina)
ARG.
Io gli ho risposto...
(come sopra, non badando a Clarice)
CLAR.
Che impertinenza è la tua? (ad Argentina)
FLA.
Via, contentala quella signora.
Di' forte, ch'io non ci penso.
ARG.
Ma poi, se parlerò forte, mi dirà che stia zitta.
CLAR.
Tu devi obbedire, fraschetta.
ARG.
Obbedirò.
Disse il signor Ottavio: verrei a fare una visita alla signora Flaminia; ma non posso soffrire quell'umore stravagante della signora Clarice.
CLAR.
A me questo? Io stravagante?
ARG.
L'ha detto il signor Ottavio.
CLAR.
Mi sento fremere.
ARG.
E ha detto di più...
CLAR.
Sta zitta.
ARG.
Ha detto che siete...
CLAR.
Non più, temeraria.
ARG.
Ecco qui: parla; non più; sta zitta.
CLAR.
Se mio padre non ti caccia di questa casa, nascerà qualche precipizio.
ARG.
Certamente si seccherà...
CLAR.
Che cosa?
ARG.
Il canale della laguna.
CLAR.
Non ti posso soffrire.
Vado ora da mio padre a dirgli liberamente che non ti voglio.
ARG.
Pazienza.
CLAR.
Sì, ti manderà via.
ARG.
E così, tornando al nostro proposito...
(a Flaminia)
CLAR.
Indegna!
ARG.
Sappia che il signor Ottavio...
(a Flaminia)
CLAR.
Non mi abbadi?
ARG.
Mi comandi...
(a Clarice)
CLAR.
Sei una temeraria.
ARG.
CLAR.
(Se più l'ascolto, se più mi fermo, la bile mi fa crepare assolutamente).
(da sé, e parte)
SCENA TERZA
FLAMINIA ed ARGENTINA.
FLA.
È una gran testaccia quella mia sorella.
ARG.
Niente, signora; lasciate fare a me, che m'impegno di metterla alla disperazione.
FLA.
Per conto mio, non intendo però che si disprezzi e s'insulti; né tu devi farlo.
Ella pure è la tua padrona e le devi portar rispetto.
È mia sorella; e quantunque non abbia ella stima di me, io la voglio avere di lei.
ARG.
Saviamente parlate, signora; lodo infinitamente la vostra amabile docilità.
Io non intendo di mancare a quel rispetto che devo alla signora Clarice; ma qualche volta faccio per risvegliarla.
Già lo sapete com'è: un giorno mi vuole indorare, un altro giorno mi vorrebbe veder in cenere.
Io mi regolo secondo di che umore la trovo.
FLA.
Bada bene, che ora essendo di cattivo umore e stuzzicata da te un po' troppo, non vada da mio padre e non lo metta su malamente.
ARG.
A far che?
FLA.
A mandarti via.
ARG.
Oh signora, per così poco il padrone non mi licenzia.
FLA.
Lo so che ti vuol bene, ma potrebbe darsi...
ARG.
Cara signora Flaminia, non siete più innamorata del signor Ottavio?
FLA.
Sì, lo sono.
Perché mi dici tu questo?
ARG.
Perché badate a discorrere di me e non vi curate di parlare di lui.
FLA.
Parlo di te, cara Argentina, perché ti amo e non vorrei perderti.
ARG.
Non dubitate; non me n'anderò.
Il padrone non mi lascierebbe andare per centomila ducati e se la signora Clarice sarà in collera con me da vero, sapete cosa farò?
FLA.
Che cosa farai?
ARG.
Cospetto di bacco! sapete che cosa farò? Anderò a ritrovarla nella sua camera; le dirò tante belle cose, tante buffonerie; la bacierò, la pregherò, le ballerò dinanzi, la farò ridere e non sarà altro.
FLA.
Sì, veramente qualche volta tu sei brillante.
Faresti ridere i sassi.
ARG.
Ora non è tempo di ridere.
Parliamo un poco sul serio.
FLA.
Che cosa ti ha detto il signor Ottavio?
ARG.
Il signor Ottavio mi ha detto che con una gondola a quattro remi è venuto in cinque minuti da Venezia a Mestre; e per veder voi ha lasciato la conversazione della duchessa, della marchesa, della principessa.
(caricando e dipingendo l'ampollosità di Ottavio)
FLA.
Tu lo sbeffi il signor Ottavio.
ARG.
Oh, non signora.
L'imito così un pochino per veder se so fare.
FLA.
Se tu avessi per me quell'amore e quella premura di cui ti vanti, parleresti con più stima d'una persona ch'io amo.
ARG.
Se non vi volessi bene, non averei fatto quello che ho fatto.
FLA.
Di che parli? Non ti capisco.
ARG.
Ho persuaso il padrone a riceverlo in una visita di complimento, e forse a tenerlo a pranzo con lui e per conseguenza con voi.
FLA.
Oh sì davvero! Non hai fatto poco.
Mio padre, uomo sofistico, non può vedere nessuno.
Come l'hai persuaso, Argentina?
ARG.
Non sapete che, quando io voglio, meno gli uomini per il naso? Il signor Pantalone principalmente per me farebbe moneta falsa.
FLA.
Sì, è vero; anzi, per dirtela, mi è stato detto da più di uno che ti voleva sposare.
ARG.
Non signora; non conviene a una cameriera sposare un uomo civile, che ha ancora due figlie in casa.
FLA.
Brava Argentina, ti lodo; hai delle buone massime.
ARG.
Ecco il padrone.
FLA.
Ti raccomando volermi bene.
ARG.
Il mio bene vi può far poco bene.
FLA.
Aiutami coll'amico.
ARG.
Oh, quello vi farà del bene.
FLA.
Tu mi fai ridere.
(parte)
SCENA QUARTA
ARGENTINA, poi PANTALONE.
ARG.
L'amore, per quel ch'io sento, è una cosa che fa ridere e che fa piangere.
Io però finora non ho mai pianto; e spero che per questa ragione non piangerò.
Io faccio all'amore, come si fa quando ascoltasi una commedia.
Fin che mi dà piacere, l'ascolto; quando principia ad annoiarmi, mi metto in maschera e vado via.
PANT.
Arzentina.
ARG.
Signore.
PANT.
No se ve vede mai.
ARG.
Se aveste vent'anni di meno, mi vedreste di più.
PANT.
Eh za, se fusse più zovene, ve darave in tel genio.
ARG.
Non dico per questo; dico, perché non avreste bisogno d'occhiali.
PANT.
Coss'è sti occhiali? Ghe vedo più de vu, patrona.
ARG.
È vero; ci vedete assai più di me.
Perché, se io rido, mi vedete i denti.
Se voi ridete, io non ve li vedo.
PANT.
Voleu zogar che ve dago una sleppa?
ARG.
Volete giocare ch'io me la lascio dare?
PANT.
Sè un'insolente.
ARG.
Ma sono la vostra cara Argentina.
PANT.
Barona! sempre ti me strapazzi.
ARG.
Ve ne avete a male, perché qualche volta vi dico che siete vecchio?
PANT.
Siora sì, me n'ho per mal.
ARG.
Quando è così, bisogna rompere tutti i specchi di casa.
PANT.
Cossa songio? un cadavero? un mostro?
ARG.
Non signore; siete il più bel vecchietto di questo mondo.
PANT.
E dai co sto vecchio: ti xe una temeraria.
ARG.
Ma sono la vostra cara Argentina.
PANT.
Galiottazza! te bastonerò.
ARG.
Aguzzino.
PANT.
A mi aguzin?
ARG.
Se volete bastonare una galeotta!
PANT.
No ti parli, che no ti dighi un sproposito.
ARG.
Tacerò dunque.
PANT.
Sì, tasi, che ti farà ben.
ARG.
Voleva dirvi una cosa, ma non la dico più.
PANT.
Cossa me volevistu dir?
ARG.
Oh, non ve la dico più.
PANT.
La sarà qualche impertinenza al solito.
ARG.
Anzi era una cosa bella bella, la più bella di questo mondo.
PANT.
Via, dìmela.
ARG.
Oh, non parlo più.
PANT.
No me far andar in collera.
ARG.
Non la dico certo.
È una cosa che vi darebbe gusto; ma non la dico.
PANT.
Se no ti me la disi, no te vardo mai più.
ARG.
Ve la dirò e non ve la dirò.
PANT.
In che maniera?
ARG.
Colla bocca no certo.
PANT.
Ma come donca?
ARG.
Ve la dirò colle mani.
PANT.
Colle man? Via mo.
(s'accosta ad Argentina)
ARG.
Signor no, alla larga.
PANT.
Ma come colle man alla larga?
ARG.
Non sapete voi parlar colle mani?
PANT.
Sì ben; me l'arrecordo co giera putello.
ARG.
Osservate.
(alza le due dita indice e medio)
PANT.
V.
ARG.
(Alza il dito mignolo)
PANT.
I, vi...
ARG.
(Alza nuovamente due dita, indice e medio)
PANT.
V.
ARG.
(Forma un cerchio colle due dita pollice e indice)
PANT.
O, vo...
ARG.
(Tocca coll'indice ed il pollice l'estremità dell'orecchia)
PANT.
G.
ARG.
(Alza il dito indice)
PANT.
L.
ARG.
(Alza il dito mignolo)
PANT.
I.
ARG.
(Torna a far cerchio col pollice e coll'indice)
PANT.
O, voglio.
Vi Voglio.
Cossa voleu?
ARG.
(Piega il dito medio inarcato, accostandolo alla metà dell'indice)
PANT.
B.
ARG.
(Accosta l'indice all'occhio)
PANT.
E, be...
ARG.
(Stacca dalle altre dita l'indice e il medio, e li stende colle punte all'ingiù)
PANT.
N.
(principia a rallegrarsi)
ARG.
(Torna a toccar sotto l'occhio coll'indice)
PANT.
E, ne, bene.
Me voleu ben, cara?
ARG.
(Colla mano dritta si tocca il petto)
PANT.
P.
ARG.
(Fa il cerchio coll'indice ed il pollice)
PANT.
O, po...
ARG.
(Fa un semicircolo colle due dita suddette)
PANT.
C.
(principia a rattristarsi)
ARG.
(Fa il cerchio rotondo, come sopra)
PANT.
O, co, poco.
(melanconico)
ARG.
(Alza le due dita indice e medio)
PANT.
V.
(melanconico)
ARG.
(Fa il cerchio, come sopra)
PANT.
O.
ARG.
(Alza il dito mignolo)
PANT.
I, voi.
ARG.
(Forma mezzo cerchio col pollice e l'indice e l'accosta alla bocca, così che le punte del mezzo cerchio toccano i laterali delle labbra)
PANT.
A.
ARG.
(stacca tre dita dalle altre, pollice, indice e medio, e le rivolta colle punte in giù)
PANT.
M.
ARG.
(Accosta l'indice all'occhio)
PANT.
E, me, voi a me...
ARG.
(Abbassa le due punte dell'indice e del medio)
PANT.
N.
ARG.
(Alza il dito mignolo)
PANT.
I.
ARG.
(Accosta l'indice all'occhio)
PANT.
E.
ARG.
(Torna ad abbassar le due punte dell'indice e del medio)
PANT.
N.
ARG.
(Attraversa l'indice della mano dritta a quello della mano sinistra)
PANT.
T.
ARG.
(Torna ad accostar l'indice all'occhio)
PANT.
E, te, niente.
Mi gnente? Aspettè.
(fa diverse figure colle dita per esprimersi, ma non esprime niente di bene) Mi...
a vu...
tanto...
che...
mai...
più...
Ve lo digo colle man, colla bocca, col cuor e colle visceronazze.
ARG.
Mi date licenza ch'io parli?
PANT.
Sì, parla.
ARG.
Non vi credo.
PANT.
Giera meggio che ti tasessi.
ARG.
Se mi volete bene, n'avete da far un piacere.
PANT.
Cossa vustu?
ARG.
Ho veduto passeggiar nel cortile il signor Ottavio; l'avete da ricevere e gli avete da far buona ciera.
PANT.
Te l'ho dito delle altre volte: mi no vôi seccature.
Vegno in campagna per gòder la mia libertà, no vôi visite, no vôi complimenti, no vôi nissun.
ARG.
Mi avete pur promesso di riceverlo.
PANT.
Ho dito de sì, perché colle to smorfie ti m'ha fatto dir de sì per forza.
Ma te digo che no voggio nissun.
ARG.
Siete pure sofistico.
PANT.
O sofistico, o altro, la voggio cussì.
ARG.
Siete peggio d'un satiro.
PANT.
Son chi son, e no me stè a seccar.
ARG.
Più che andate in là, più diventate rabbioso.
PANT.
Vustu taser, frasconazza?
ARG.
Siete insoffribile.
PANT.
A mi, desgraziada?
ARG.
Ma sono la vostra cara Argentina.
(ridendo con grazia)
PANT.
(Siestu maledetta! co son per andar in collera, la me fa zo).
(da sé)
ARG.
Ma sono la vostra cara Argentina.
PANT.
Sì, baronazza, sì, te voggio ben...
ma ti gh'ha una lengua...
ARG.
E mi farete questo piacere.
(con vezzo)
PANT.
De cossa?
ARG.
Di ricevere il signor Ottavio.
(come sopra)
PANT.
Ma cossa t'importa a ti?...
ARG.
Sì,lo riceverà il mio caro papà.
(gli fa dei vezzi)
PANT.
Papà ti me disi?
ARG.
Il papà vuol bene alla tatta.
PANT.
Sì, te voggio ben.
ARG.
E lo riceverà.
PANT.
Mo per cossa?...
ARG.
Lo riceverà il nonno; lo riceverà.
PANT.
Anca nonno?
ARG.
Il bel nonnino!
PANT.
Vustu fenirla co sto dirme nonno?
ARG.
Il nonnino bello, il papà bello, il padrone bello, che mi vuol tanto bene! Eccolo, eccolo.
Venga, signor Ottavio.
Signor sì, per la sua Argentina lo riceverà.
Oh, guardate, chi dice che non mi vuol bene? Signor sì; mi vuol tanto bene, e per amor mio lo riceverà.
Caro papà! lo riceverà.
(parte)
SCENA QUINTA
PANTALONE, poi OTTAVIO.
PANT.
Chi pol responder, responda.
La m'incanta, la me incocalisse; e no so cossa dir.
Mi son de natura piuttosto caldo, piuttosto furioso, e custìa la me reduse co fa un agnello.
Velo là ch'el vien el sior Ottavio.
La gh'ha dito ch'el vegna, e el vien.
Mi so che premura che gh'ha custìa per sto sior Ottavio, perché Flaminia ghe xe innamorada, e chi sa che Arzentina no gh'abbia gusto che marida le mie putte, sperando po dopo che mi la voggia sposar? No la la pensarave miga mal.
Questo xe giusto quel che penso anca mi.
Xe vero che la me dise che son vecchio, che la me dise papà, che la me dise nonno; ma vedo che la me vol ben.
OTT.
Servitor divotissimo, signor Pantalone.
PANT.
La reverisso, patron.
OTT.
(Fa qualche atto d'ammirazione sul saluto triviale di Pantalone)
PANT.
Ala qualcossa da comandarme?
OTT.
Non signore.
Son qui per fare una certa compera di beni, e vado divertendomi osservando la villa.
PANT.
La vol comprar dei beni? Dove cómprela? Chi ghe xe che voggia vender? Anca mi, per dirghela, aspiro a far qualche acquisto; ma, che sappia mi, nissun vende.
OTT.
Contentatevi che mi è stato fatto il progetto.
A chi ha danari contanti nello scrigno, non manca il modo di fare acquisti.
PANT.
In grazia, se la domanda xe lecita, xelo un acquisto grosso?
OTT.
Eh, una piccola bagattella.
Per centomila ducati.
PANT.
Aseo! una piccola bagattella! (L'ha sbarà un canon da sessanta).
(da sé)
OTT.
Ma non mi piace la terra.
PANT.
No la ghe piase? E sì mo in ancuo Mestre xe deventà un Versaglies in piccolo.
La scomenza dal canal de Malghera, la zira tutto el paese, e po la scorra el Terraggio fin a Treviso.
La stenterà a trovar in nissun logo de Italia, e fora d'Italia, una villeggiatura cussì longa, cussì unita, cussì popolada come questa.
Ghe xe casini che i par gallerie; ghe xe palazzi da città, da sovrani.
Se fa conversazion stupende; feste da ballo magnifiche; tole spaventose.
Tutti i momenti se vede a correr la posta, sedie, carrozze, cavalli, lacchè; flusso e reflusso da tutte le ore.
Mi m'ho retirà fra terra, lontan dai strepiti, perché me piase la mia libertà.
Per altro sento a dir che a Mestre se fa cossazze; che se spende assae; che se gode assae; e che se fa spiccar el bon gusto, la magnificenza e la pulizia de tutti i ordeni delle persone che fa onor alla nazion, alla patria e anca all'Italia medesima.
OTT.
Eh! val più il mio feudo, che non val tutto Mestre e tutto il Terraglio insieme.
PANT.
La gh'ha un feudo? no l'ho miga mai savesto.
OTT.
Ne ho più di uno.
Ma sono cose ch'io non le dico.
Non faccio ostentazione delle cose mie.
PANT.
La gh'averà anca el titolo!
OTT.
Ho titoli, ho feudi, ho tutto quello che si può avere.
Ma non parliamo di questo.
Son qui, come diceva, per un affare; e son venuto a vedere la vostra villa.
PANT.
La vederà un tugurio, una spelonca, un lioghetto da poveromo.
Mi no gh'ho feudi; mi no gh'ho grandezze.
OTT.
Ciascuno deve contentarsi di avere le cose a misura del grado.
Io non lodo quelli che fanno dell'ostentazione.
PANT.
Se vede ch'ella xe un signor pien de modestia; no ghe piase de far grandezze.
OTT.
No certamente.
Alla mia tavola ci può venire ogni giorno chi vuole, ma non invito nessuno.
PANT.
Anca mi son cussì.
Alla mia tola no invido nissun.
OTT.
Fate benissimo: dagli amici si va senza essere invitati.
PANT.
Se va dove se xe seguri de trovar una bona tola; ma da mi se sta mal.
OTT.
In villa non si fanno trattamenti.
Ogni cosa serve.
PANT.
In villa, come ghe diseva, chi pol, fa pulito; ma mi no posso, e no fazzo gnente.
OTT.
Qui fra terra ogni cosa serve.
PANT.
Ma anca fra terra se magna.
OTT.
Voi non mangiate?
PANT.
Poco.
OTT.
Fate benissimo.
Il troppo cibo pregiudica la salute.
PANT.
Mi e la mia fameggia semo avezzai cussì.
Ma chi xe uso a tole grande, no se pol comodar.
OTT.
Io per solito mangio pochissimo.
PANT.
Mo se la fa una tola che pol vegnirghe chi vol.
OTT.
Lo faccio per gli altri; lo faccio perché mi piace spendere, perché mi piace trattare, ma io sono regolatissimo: una zuppa, un pollastro, due fette di fegato, un po' d'arrosto mi serve.
PANT.
Qua da mi mo, védela, se magna fasiòi, carne de manzo, polenta...
OTT.
Benissimo: vero pasto da campagna.
Mi piace infinitamente, e la compagnia è il miglior condimento del mondo.
PANT.
E quel che me piase a mi, xe magnar solo, senza suggizion de nissun.
OTT.
Oh sì la soggezione è la peggior cosa del mondo.
Io dove vado, non ne do e non ne prendo.
PANT.
Mi mo son cussì de sto cattivo temperamento, che me togo suggizion de tutti.
OTT.
Bisogna distinguere.
Di me, per esempio, non vi avreste da prendere soggezione.
PANT.
Oh, la se fegura! D'un feudatario no la vol che me toga suggizion?
OTT.
Lasciamo andare queste freddure.
Io vi son buon amico.
PANT.
(El sior feudatario el vorria piantar el bordon in casa mia; ma no femo gnente).
(da sé)
OTT.
Frattanto che arrivano i miei lacchè ed i miei cavalli del tiro a sei, resterò qui con voi, se mi permettete.
PANT.
Li aspèttela da lontan?
OTT.
Da Treviso li aspetto.
PANT.
Mo no vienla da Venezia?
OTT.
Sì, è vero.
Ma ho mandato ad accompagnare a Treviso colla mia carrozza e col mio equipaggio un milord mio amico.
PANT.
Ma no gh'ho miga logo, sala, né per carrozza, né per cavalli.
OTT.
Subito che sono arrivati, io parto.
PANT.
Quando crédela che i possa arrivar?
OTT.
Spererei che potessero arrivar domani.
PANT.
Doman? La vorria star qua sta notte? No gh'ho letti, patron...
OTT.
Non crediate...
PANT.
Mo ghe digo che no gh'ho letti.
OTT.
Non importa di letti.
La notte si giuoca, si sta in conversazione.
Per una notte non si patisce.
PANT.
In casa mia a ventiquattr'ore se serra le porte.
OTT.
Signore, per quel che sento, voi non mi volete in casa vostra.
PANT.
Cara ella, ghe sarà tanti a Mestre che gh'averà ambizion de recever in casa un soggetto della so qualità.
Mi son un poveromo.
No gh'ho da trattarla come la merita.
OTT.
A me piace in campagna la libertà, la confidenza; non mi curo di queste grandezze.
Quando voglio stare con magnificenza, vado nei miei palazzi, nelle mie ville.
Mi diverto coi miei giardini, colle mie fontane, colle mie caccie riservate; non mi fanno specie queste freddure che voi mi vantate; amo piuttosto questa vostra semplicità.
Qualche volta mi trattengo assaissimo volentieri con i miei pastori, con i miei villani.
PANT.
M'ala tolto per un pastor? per un villan?
OTT.
Ah no, amico, di voi fo quella stima che meritate.
PANT.
Vorla che ghe la diga in bon lenguazo, da bon venezian? La compatissa; ma qua no ghe xe logo per ella.
OTT.
Signor Pantalone, voi non mi conoscete.
PANT.
Mi zente della so sfera no ghe ne cognosso, e no ghe ne vôi cognosser.
OTT.
Io sono uno che vi stima e che vi ama.
PANT.
Grazie infinite, patron.
OTT.
E che sia la verità...
Argentina v'ha detto nulla?
PANT.
La m'ha dito ch'ella la se voleva incomodar de vegnirme a onorar.
OTT.
E non v'ha detto niente di più?
PANT.
No la m'ha dito altro.
OTT.
Bene: ho da parlarvi di qualche cosa che preme.
PANT.
La parla.
Son qua per sentir.
OTT.
No, caro amico, non mi prendete così su due piedi.
Parleremo con un poco di posatezza.
Dopo pranzo, questa sera...
PANT.
Sior feudatario, m'ala capio? o no me vorla capir?
OTT.
Circa a che?
PANT.
Circa che in casa mia no voggio nissun.
OTT.
Ho capito; vi riverisco.
PANT.
Servitor umilissimo.
OTT.
Un affronto simile non mi è stato fatto da chi che sia.
PANT.
Mi no intendo de farghe affronto.
In casa mia, la me compatissa, no vôi suggizion.
OTT.
Ma se io non ve ne darò.
PANT.
Ma se no voggio nissun.
OTT.
Ditemi almeno il perché.
PANT.
Perché mo anca, co la vol che ghel diga, gh'ho do putte da maridar...
OTT.
A proposito delle figlie da maritare, ho da parlarvi.
PANT.
La parla.
OTT.
Ma non adesso.
PANT.
Quando donca?
OTT.
Oggi, stassera.
PANT.
Dove xela allozada?
OTT.
In nessun luogo.
PANT.
Oe, Brighella.
Dove seu?
SCENA SESTA
BRIGHELLA e detti.
BRIGH.
La comandi.
PANT.
Inségneghe a sto signor dove xe l'osteria.
OTT.
Ma io, signore...
PANT.
La xe bona osteria; la vederà che la sarà ben trattada.
OTT.
Dunque voi...
PANT.
Sior feudatario, ghe son servitor.
(In tel stomego).
(da sé, e parte)
SCENA SETTIMA
BRIGHELLA e OTTAVIO.
OTT.
(Ah! non mette conto di riscaldarsi per questo.
Quando si vuol bene, si soffre).
(da sé)
BRIGH.
Se la comanda, la resti servida.
OTT.
Dove?
BRIGH.
All'osteria, signor.
OTT.
Giudichi tu che i miei pari vadano alle osterie?
BRIGH.
No so cossa dir, signor; so che alle osterie ghe van i primi signori, i primi cavalieri de rango.
OTT.
Sì, alle locande, agli alberghi, non ad un'osteria da campagna.
BRIGH.
E pur la me creda che i tratta ben, con civiltà e con pulizia.
OTT.
Eh, non sapranno far niente di buono.
BRIGH.
Basta spender, i fa de tutto.
OTT.
Spender quanto? Una doppia al giorno?
BRIGH.
Oh! assae manco.
OTT.
Io non spendo meno.
BRIGH.
Per quanti, signor?
OTT.
Per me solo.
Alla servitù do danari.
BRIGH.
Veramente per una doppia al zorno non so se i g'averà tanto.
OTT.
Vi sarà almeno un poco di salvatico?
BRIGH.
Ho paura de no.
OTT.
Sapranno fare salse, torte, pasticci.
BRIGH.
Oh! de sta roba in campagna?
OTT.
Queste sono cose che ci vogliono per un galantuomo.
BRIGH.
Ghe son tanti galantomeni che fan senza ste cosse.
OTT.
Il vostro padrone come si tratta?
BRIGH.
Alla casalina, ma no gh'è mal.
La so manestra, per consueto de risi o de pasta fina.
OTT.
Sì.
BRIGH.
La so carne de manzo, con un bon capon.
OTT.
Buono.
BRIGH.
Un rosto de vedèlo o de oseletti.
OTT.
Ottimamente.
BRIGH.
Un piatto de mezzo, che vol dir o un stufadin, o quattro polpette e cosse simili, el so formaggio, i so frutti.
OTT.
Una cosa che va benissimo.
Dite al vostro padrone che assolutamente voglio essere a pranzo con lui.
BRIGH.
Ma no gh'è torte, no gh'è pastizzi, no gh'è salvadego.
OTT.
Non importa.
In un altro genere questo trattamento mi piace.
BRIGH.
Ella è avvezza a spender una doppia al zorno.
OTT.
La doppia che dovrei spendere all'osteria, la regalerò a voi.
Fatemi restare a pranzo col vostro padrone.
BRIGH.
La me vol donar una doppia?
OTT.
Sì, ve la prometto.
BRIGH.
No sarà per el desinar; sarà per qualcoss'altro.
OTT.
Per che vorreste dire che fosse?
BRIGH.
Son omo del mondo, sala, lustrissimo.
OTT.
Bravo; con questi uomini mi piace assaissimo aver che fare.
Se mai il signor Pantalone vi licenziasse, fate capitale di me.
BRIGH.
Ghe n'ala bisogno de servitori?
OTT.
Non ne ho bisogno: ne ho quattordici; ma quando mi capita un uomo di garbo, lo prendo per soprannumerario.
BRIGH.
E cossa dala de salario, se è lecito?
OTT.
Tutto quel che vogliono.
Due doppie per il salario; sei zecchini per la panatica.
Livrea, piccolo vestiario, gli spogli del mio guardarobe.
Mancie ogni mese, ricognizioni quando servono bene, e gli avanzi della mia tavola, che qualche giorno costa cento zecchini.
BRIGH.
(Oimei! troppa roba!) (da sé)
OTT.
Giacché dunque avete capito, operate per me.
Mi preme restare: non per la tavola, che non serve né meno per i miei servitori, ma per qualche altro fine; già mi capite.
Portatevi bene con me, ch'io tratterò bene da mio pari con voi.
BRIGH.
No la se dubita; la lassa far a mi.
OTT.
Mi tratterrò in questi contorni, dove penso di comprare duemila campi.
Intanto osserverò dove si può piantare un palazzo.
BRIGH.
(una bagattella).
(da sé) Lustrissimo, se la me pagasse da bever l'acquavita?
OTT.
Sì, volentieri.
(tira fuori la borsa e versa i denari nella palma della mano, mostrandoli con affettazione) Ecco qui la borsa delle piccole monete: prendetevi quel che vi piace.
BRIGH.
La borsa delle piccole monete? Ghe son dei zecchini.
OTT.
Tutte piccole monete: servitevi.
BRIGH.
(Squasi, squasi, torria mi...) (da sé)
OTT.
Animo.
BRIGH.
Se togo un zecchin?...
OTT.
Eh via, siete così timido? Tenete, così alla sorte.
(gli dà una moneta, mostrando di non guardarla)
BRIGH.
I xe do soldi, sala?
OTT.
Amico, ci siamo intesi.
BRIGH.
Sta moneda...
OTT.
È vostra.
...
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