LA CAMERIERA BRILLANTE, di Carlo Goldoni - pagina 9
...
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Canno lo patre non vorrà...
etecetera.
BRIGH.
Cossa gh'intra mo sto etecetera?
TRACC.
Chisso della commedia è l'argomento.
Aggio finito, me ne vado via,
E schiaffo no saluto a bossoria.
(parte)
SCENA SESTA
BRIGHELLA, poi ARGENTINA e FLAMINIA.
BRIGH.
Oh che martuffo! vardè se quella l'è figura da far una parte da spaccamonti!
ARG.
Favorisca, signora, venga a principiar la sua scena.
Brighella, tenete l'originale e suggerite.
(gli dà un libro)
BRIGH.
Da cossa fala sta signora?
ARG.
Da pretendente e fastidiosa.
BRIGH.
No l'è el so carattere: no la farà ben.
FLA.
Lo diceva ancor io.
ARG.
Suggerite, che anderà bene.
BRIGH.
Benissimo, suggerirò.
(si ritira)
ARG.
A lei, signora: dia principio.
FLA.
Vorrei maritarmi, ma non trovo nessuno che sia degno di me.
Un quadro ed uno specchio sollevano i miei pensieri ad un'altezza sproporzionata.
Veggo in una tela delineati i miei magnanimi progenitori.
Riverbera in un cristallo la mia bellezza...
Cara Argentina, queste cose le dico mal volentieri.
ARG.
Zitto.
Ecco il signor Ottavio.
Non interrompete la scena.
Suggerite.
(a Brighella)
SCENA SETTIMA
OTTAVIO e detti.
OTT.
Signora, se potessi aspirare all'onore della vostra grazia.
FLA.
Se foste nobile veramente, avreste il merito di piacermi.
OTT.
Porreste in dubbio la mia nobiltà?
ARG.
Signore, la parte non dice così.
OTT.
Come dice?
ARG.
Sentite il suggeritore.
OTT.
È vero che la mia nobiltà è miserabile...
Saltiamola questa risposta.
ARG.
La scena si ha da far tutta.
Ricordatevi quel che vi ho detto.
Da capo.
OTT.
È vero che la mia nobiltà è miserabile.
(freme) Ma la tenerezza dell'amor mio compensa moltissimo la bassezza dei miei natali...
Questi spropositi non li posso dire.
FLA.
Se conoscete voi stesso, umiliatevi dunque, e domandatemi per pietà ch'io mi degni di aggradire l'affetto vostro.
Compatitemi...
ARG.
Avanti, avanti.
OTT.
Il prezioso dono della vostra grazia mi può render felice.
Conosco di non meritarlo...
(fremendo) E siccome sono stato in amore sfortunatissimo...
Eh, che cento donne mi corron dietro.
ARG.
Ma terminate di dire.
OTT.
Così non sarà poca gloria per me, che vi degnate di soffrire la mia ignoranza...
Non voglio dir altro.
ARG.
Almeno terminate il periodo.
BRIGH.
E la mia caricatura...
(suggerendo)
OTT.
Che cosa è questa caricatura? In me non vi è né caricatura, né viltà, né ignoranza.
Son chi sono, e non voglio recitar altro.
(parte)
SCENA OTTAVA
ARGENTINA, FLAMINIA e BRIGHELLA; poi CLARICE.
FLA.
Non te l'ho detto? (ad Argentina)
ARG.
Non importa.
Andiamo alla scena seconda.
Donna Aspasia, poi donna Lavinia.
FLA.
Chi è questa donna Lavinia?
ARG.
Dite quel che vi tocca dire.
Suggerite.
(a Brighella)
FLA.
Se tutti gli uomini mi si prostrassero a' piedi, ancora non sarebbe bastantemente esaltato il mio merito.
Che roba!
CLAR.
Confesso anch'io che il vostro merito è singolare; ed io vengo cogli altri a tributarvi gli ossequi.
(parla verso il popolo)
ARG.
Signora, queste parole le dovete dire a lei.
CLAR.
A mia sorella?
ARG.
La parte dice così.
CLAR.
Sarà il sentimento ironico.
ARG.
Prendetelo come volete.
CLAR.
La sorte vi ha colmato di grazie.
Siete una persona adorabile.
(lo dice con ironia)
FLA.
Gradisco l'espressioni sincere del vostro labbro.
CLAR.
Sarei fortunata, se potessi servire una persona di sì alto merito.
(con ironia)
FLA.
Se avrete per me del rispetto, averò per voi della compiacenza.
CLAR.
Prego il cielo vi feliciti con uno sposo.
(come sopra)
FLA.
Ed io prego il cielo vi riduca in grado di meritarlo.
CLAR.
In quanto a questo poi, lo merito più di voi.
ARG.
Questo nella parte non c'entra.
CLAR.
Se non c'entra, ce lo metto io.
FLA.
Terminerò io la mia scena.
Voi non avete prerogative per farvi amare.
Siete umile per soggezione, e il vostro animo altiero vi renderà sempre mai sprezzata e derisa.
(Questo l'ho detto di gusto).
(parte)
SCENA NONA
ARGENTINA, BRIGHELLA, CLARICE; poi FLORINDO.
CLAR.
Dice così la sua parte?
ARG.
Sì signora, dice così.
CLAR.
Chi è l'autore di questa commedia?
ARG.
Non lo so nemmeno io, signora.
CLAR.
Se lo conoscessi, gli vorrei insegnare a scrivere un poco meglio.
ARG.
Tocca a lei, signor Florindo.
(verso la scena)
FLOR.
Eccomi qui.
Madama, ecco un adoratore della vostra bellezza.
(recita con isgarbo e caricatura)
CLAR.
Voi mi adulate.
So di non esserlo certamente.
(si scuote fra se medesima)
FLOR.
Permettetemi, che in segno di venerazione e di rispetto vi baci umilmente la mano.
(Mi vengono i dolori colici).
(da sé)
CLAR.
Io non merito queste grazie.
Non lo voglio assolutamente.
(gli dà la mano)
ARG.
Oh bella! La parte dice che non volete, e poi gli date la mano.
CLAR.
La parte è una scioccheria.
FLOR.
Disponete di me.
Comandatemi.
Soffrirò per voi ogni pena, ogni tormento, e la morte istessa.
(ride fra sé)
CLAR.
Lo dite voi da dovvero?
FLOR.
Sì, vi amo.
Ma non mi lascierei nemmeno pungere un dito.
ARG.
Eh signori, la parte non dice così.
FLOR.
Questi sono quei discorsetti, che fanno i comici sottovoce.
ARG.
Tiriamo innanzi la scena.
CLAR.
Se voi aspirate a volermi, vi giuro che mi sottometterò a qualunque legge per compiacervi.
Fuori che a quella di vivere da villana.
FLOR.
Ah madama, i vostri begli occhi...
il brio che spira dalle vostre ciglia...
il vezzo delle vostre purpuree labbra...
Oimè! mi sento languire...
mi sento ardere...
Uh! che diavolo di roba è questa? (fa uno sgarbo a Clarice)
CLAR.
Siete pazzo?
ARG.
Tirate innanzi.
(a Clarice)
CLAR.
Voi siete adorabile.
Siete il più gentile amante di questa terra.
Il più dolce, il più amabile...
il più asino che abbia veduto.
FLOR.
Dice così la parte? (ad Argentina)
ARG.
Non signore.
È una cosetta che vi ha messo del suo.
Concludiamo la scena.
FLOR.
Sì, concludiamola.
Mia cara...
CLAR.
Mio bene...
FLOR.
"Voi siete del mio cuor donna e sovrana."
CLAR.
"Siete di questo sen l'unico amore."
FLOR.
"Ma vuò far all'amore alla villana."
CLAR.
"Ma vi mando, stramando; e v'ho nel cuore."
(Clarice e Florindo partono)
SCENA DECIMA
ARGENTINA e BRIGHELLA.
ARG.
Questa chiusa vale un tesoro.
BRIGH.
Vedeu? Questo succede, quando le parte non son ben adattade alle persone che le deve rappresentar.
ARG.
Sì; ma questo non succederebbe, se i rappresentanti fossero comici, e fossero in un teatro, dove sogliono dir tutto ciò che viene loro assegnato.
BRIGH.
Anca i comici in teatro, se no i dis a forte la so intenzion, i la dis a pian; e se la parte no ghe gradisse, sotto vose i se sfoga.
ARG.
Ecco il padrone.
Ora viene la nostra scena.
Suggeritela bene, perché questa mi preme assai.
BRIGH.
Za la finirà come ha finido le altre.
(si ritira)
SCENA UNDICESIMA
PANTALONE e detti.
ARG.
Venga, signor Anselmo, che mi preme parlar con lei.
PANT.
Son qui, la mia cara gioia.
Parlate pure con libertà.
(pronunzia male il toscano)
ARG.
Veramente considerando ch'io sono una povera serva...
PANT.
Non abbiate soggezione per questo.
Se il cielo vi ha fatto nascere serva, avete cera civile, e mi piacete più di una cittadina, di quelle che cercano i cicisbei cincinnati.
Oh che fadiga!
ARG.
Facendomi coraggio la di lei bontà...
dirò...
affidata alla sua gentilezza...
PANT.
Via.
ARG.
Pregandola sempre di perdonarmi...
PANT.
Animo.
ARG.
Sicura ch'ella possa avere dell'amore per me...
PANT.
Mo via, destrigheve.
ARG.
Questo destrigheve non c'entra.
PANT.
Mo, se me fe star zoso el fià.
ARG.
Dirò dunque, che la mia servitù...
PANT.
Avanti.
ARG.
Principia ad essere amore.
PANT.
A mi.
Siccome il cielo mi concede la grazia...
no, no digo ben, la grazia di potere ricompensare l'amorevole servitù di una fanciulla civile cinosura di questo ciglio, così io son disposto, e pro...
pro...
proclive ad offerirvi la destra: non curando le ciarle dei sfaccendati, né la cecità delli cianciatori...
ci ci cìo ci ci cìo ci ci cìo...
"Son vostro, se volè, caro ben mio."
ARG.
Oh! questo non vi è nella parte.
PANT.
Eh! se nol ghe xe, ghe lo metteremo.
ARG.
Tiriamo innanzi la scena.
PANT.
Fazzo una fadiga da can.
ARG.
Voi dunque, signor Anselmo, non avreste difficoltà veruna di sposarmi?
PANT.
No, cara fia, già ve l'ho detto.
ARG.
Ma prima di sposarmi, dovreste collocare le vostre figlie.
PANT.
È vero.
Approvo il consilgio di collocare le filgie, perché vi è il perilgio di scompilgiare la mia familgia.
Mo che diavolo de parole in il gio, il gia, che me fa mastegar la lengua.
ARG.
Questa è una cosa che si potrebbe fare sul fatto.
PANT.
Fazziamola, se pare a voi che si possa fare senza mettere le persone in orgasmo.
Cossa diavolo vol dir orgasmo?
ARG.
Attendete un momento, che ora sono da voi.
PANT.
Dove andate, bella fanziulla?
ARG.
Non mi dite bella, perché mi fate arrossire.
PANT.
Sì, sè bella, e sè le mie raìse.
ARG.
E questo non vi è nella parte.
PANT.
Ghe lo metto mi.
ARG.
Ora torno, signor Anselmo.
(Bella cosa, che un matrimonio da scena si convertisse in un matrimonio da camera!) (da sé, e parte)
SCENA DODICESIMA
PANTALONE e BRIGHELLA.
PANT.
Custìa la xe molto furba.
L'ha fatto sta scena col so perché.
Ma la l'ha mo fatta con tanta bona grazia, che la m'ha coppà.
BRIGH.
Sto soliloquio lo vorla dir? (a Pantalone)
PANT.
Perché no? provemose.
Tegnime drio, se fallo.
BRIGH.
(Anca questo l'è un bel divertimento.
Ma vedo dove ha da finir la scena per Arzentina).
(da sé, e si ritira)
PANT.
Cupido, se tu mi hai fatto una ferita nel cuore, tu puoi essere la medicina della mia cicatrice.
È vero che l'è una serva, ma dice il poeta:
Ogni disuguaglianza amor uguaglia.
Io son vecchio...
e non troverei...
BRIGH.
Vecchio impotente...
(suggerendo)
PANT.
Quella parola no la voggio dir.
BRIGH.
La parte la dis cussì.
PANT.
E mi no la voggio dir.
BRIGH.
El poeta se lamenterà.
PANT.
El poeta nol sa i fatti mii; e da qua un anno el vederà che l'ha dito mal.
SCENA ULTIMA
ARGENTINA, FLAMINIA, CLARICE, OTTAVIO, FLORINDO e detti.
ARG.
Grazie infinitissime a lor signori, se in grazia mia si contentano di terminare la commediola.
Se sono disposti di dire l'ultima scena, può essere che questa dia loro maggior piacere.
È benissimo concertata.
Si assicurino, che so quel ch'io dico.
OTT.
Atti di viltà non ne fo più certamente.
FLOR.
Né io di caricatura.
CLAR.
Caro signor Florindo, compatitemi, se nel terminare la scena vi ho trattato con poco garbo.
FLOR.
Già lo sapete: io non me ne ho a male di niente.
CLAR.
Questa, fra i vostri difetti, è una buonissima qualità.
PANT.
(Sentì come che i parla franco toscan; e mi fazzo una fadiga del diavolo.
(da sé)
ARG.
Caro Brighella, fateci il piacere di suggerire.
BRIGH.
Son qua: a sto poco de resto.
(si ritira)
ARG.
Caro signor Anselmo, se veramente mi volete bene, non avrete difficoltà a svelare in pubblico l'affetto vostro.
PANT.
Sì, filgia, lo dico alla presenza di queste dame.
Dise dame? (verso Brighella)
ARG.
Sì, signore, dice così.
PANT.
Za la xe una comedia.
E alla presenza di questi cavalieri.
Ah? (ad Argentina)
ARG.
La commedia dice così.
OTT.
E fuori della commedia, rispetto a me si dovrebbe dire così.
ARG.
Finiamola, signor Anselmo, per carità...
PANT.
E alla presenza di tutto il mondo, dico che a questa fanciulla, alla quale ho consacrato il mio cuore, volgio porgere in olocaustico la mia mano.
OTT.
In olocausto vorrete dire.
ARG.
Ed io, benché nata una serva, non ho viltà di ricusare la mia fortuna.
Accetto il generoso dono del mio padrone, ed anch'io gli porgo la mano.
CLAR.
Piano, signorina.
ARG.
Questo piano non vi è nella parte sua.
CLAR.
Ma non vorrei che bel bello...
FLA.
A voi che importa? Terminiamo la scena.
A chi tocca parlare?
ARG.
Tocca a lei per l'appunto.
(a Flaminia)
FLA.
Cavaliere, poiché conosco che le nobili vostre mire sono uniformi all'altezza de' miei pensieri, credo che il cielo ci abbia fatti nascere l'uno per l'altro, e però fatemi il dono della vostra mano, che in ricompensa vi esibisco la mia.
(ad Ottavio)
OTT.
Eccola, mia principessa, mio nume.
CLAR.
Adagio, signori miei.
ARG.
Anche questo adagio ve l'ha messo, che non vi è.
CLAR.
Questa scena non mi piace punto.
ARG.
La finisca, signora; tocca a lei a parlare.
(a Clarice)
CLAR.
Sentiamo come conclude.
Giovine prudente e saggio...
A chi lo dico? (ad Argentina)
ARG.
Al signor Florindo.
CLAR.
Giovine prudente e saggio, accordo ancor io che l'affettazione sia ridicola in ogni grado, ma se voi foste disposto a moderare il vostro costume trovereste in me una sposa condiscendente.
FLOR.
Tocca a me? (ad Argentina)
ARG.
Sì, a lei.
FLOR.
La cosa si può dividere metà per uno.
Discendete voi un gradino dalle vostre pretensioni, mi alzerò io un poco sopra le mie; ed avvicinandosi le nostre massime, si potrebbero unire le nostre mani.
CLAR.
Sono pronta a porgervi colla mia destra...
PANT.
Adasio, pian, patroni.
Adesso mo tocca a mi a dirlo.
ARG.
Questo adagio, questo piano, non vi è nemmeno nella vostra parte.
Lasciatemi terminar la commedia, che tocca a me.
Signor Anselmo, voi mi avete data la mano: son vostra sposa; ad esempio vostro hanno fatto lo stesso quelle due dame coi loro amanti.
Ecco, la commedia è finita.
Voi non siete più Anselmo, ora siete il signor Pantalone.
Un matrimonio che fatto avete con me per finzione, vi vergognereste di farlo con verità? Se mi avete sposata in toscano, mi discacciate voi in veneziano?
PANT.
No, fia mia; anzi con tanto de cuor in tel mio lenguazo ve digo che ve voggio ben, e che ve dago la man e el cuor, no in olocaustico, né in fontanella, ma un cuor tanto fatto, schietto, sincero, e tutto quanto per vu.
ARG.
Buono.
Dunque fra voi e me siamo passati dal falso al vero, senza alcuna difficoltà.
Perché dunque non succederà lo stesso di quattro amanti, che come noi hanno figurato nella commedia?
PANT.
Mo perché lori...
ARG.
Tant'è, la commedia è finita.
Abbiamo ad essere tutti eguali: o tre matrimoni, o nessuno.
PANT.
O tre, o nissun? Cossa diseu, putti?
FLA.
L'ultima scena della commedia mi ha persuaso.
CLAR.
Ed a me sono piaciute le ultime parole del signor Florindo.
FLOR.
Che volete ch'io dica? Maritarmi voglio sicuramente, e voglio vivere a modo mio; tutto quello ch'io posso fare, si è soffrir qualche cosa da una consorte che non è nata villana.
OTT.
Ed io, trovando in vostra figlia i sentimenti d'una eroina, la preferisco a cento dame che mi sospirano.
ARG.
Ed io son certa che il signor Pantalone confermerà le nozze del signor Anselmo, perché la serva del signor Anselmo è la cara Argentina del signor Pantalone.
PANT.
Sì; tutto quel che ti vol; farò tutto.
Za che anca vualtri sè contenti, sposeve col nome del cielo, e ringraziè Arzentina, che a forza de barzellette, de bone grazie, col so spirito e col so brio, la s'ha contentà ella, la v'ha contentà vualtri, e pol esser che la me fazza contento anca mi.
OTT.
Veramente Argentina è una Cameriera brillante.
ARG.
Sì signori, io non mi picco di essere né tanto virtuosa, né tanto fiera; ma un poco di spirito l'ho ancor io per regolarmi nelle occasioni.
Ho sposato un vecchio, e son certa che alcuni diranno che ho fatto bene, alcuni diranno che ho fatto male.
Chi dirà: povera giovine! con un vecchio? È sagrificata.
E chi dirà: bravissima.
Un vecchio? la tratterà da regina.
Alcuni diranno: non le mancherà il suo bisogno.
Alcuni altri: poverina! digiunerà.
Qualche ragazza mi condannerà, e qualchedun'altra averà di me invidia, e tante e tante, che hanno sposati dei giovinotti cattivi, si augurerebbono adesso di un vecchietto da bene.
Il ben del matrimonio dura tanto,
Quanto dura fra i sposi amore e pace.
Collo spirito e il brio fu sol mio vanto
Quel che giova ottener, non quel che piace
Ché vagliono assai più d'un parigino
I danari, i vestiti, il pane, il vino.
Fine della Commedia
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