LA CORTIGIANA, di Pietro Aretino - pagina 2
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Milano lo renunzia per minchione, Mantoa per babione, Venezia per coglione, e sin a Matelica.
Ma, per tagliare le lite, la causa è messa in ruota, e per grazia de li auditori arà fin presto, come le altre cose.
Sí che per oggi il faremo da Siena, domani chi 'l vuole se 'l pigli.
Et anche piaceravi, credo, vedere inamorato Parabolano da Napoli, uno altro Accursio, in Corte piú per i capricci della fortuna che per sua meriti, il qual tormentandosi per Laura, moglie di messer Luzio Romano, e non volendo questo amor scoprire, un suo famiglio ribaldo sentì che 'l padrone di lei si lamentava sognando e, avendo per tal mezzo questo secreto, gli fa credere che Laura di lui sia inamorata e per via de una ruffiana conclude il parentado, e il magnifico, goffo al possibile, si ritrova con una fornaia piú sucida che la manigoldaría.
E mentre che saranno in essere queste cose, e che vederete rappresentare qualche particella dei costumi cortigiani di donne et òmini, e che vederete doe comedie in una medesima scena nascere e morire, non vi spaventate, perché monna Comedia Cortigiana, per essere ella piú contrafatta che la Chimera, piú spiacevole che 'l fastidio, piú costumata che l'onestà, piú suave che l'armonia, piú gioconda che la letizia, piú iraconda che la còlera, piú faceta che la buffonaría, è, nel dir il vero, molto piú temeraria che la prosompzione.
E se piú di sei volte messer Maco o altri uscissi in scena, non vi corrucciate, perché Roma è libera e le catene che tengono i molini sul fiume non terrebbono questi pazzi stregoni..., volsi dire 'istrioni'.
Cosí abbiate pazienzia si alcun parla fuor di comedia, perché se vive a una altra foggia qui che [a] Atene non si faceva; dipoi colui che ha fatto la novella è omo di suo capo, né lo riformaría il Vescovo di Chieti.
ISTR.
PROL.
E 'nfine tu sei omo che ti governi con le bigonce - disse messer Zanozzo Pandolfini - e per mia fe' che sei un buon maestro da fare argomenti et è stato molto solutivo.
Or tiriamoci da parte e ascoltiamo come messer Maco si porta a diventare cortigiano!
Eccolo: ah, ah, ah! Oh, che pecora, ah, ah, eh, oh!
ATTO PRIMO DE LA CORTIGIANA
SCENA PRIMA
Messer Maco, padrone, el Sanese suo famiglio.
MESS.
MACO Per certo che Roma è capus mundi e se io non ce veniva...
SANESE Il pan muffava.
MESS.
MACO Cacava io dico, ché mai l'arei creduto che la fussi bella a millanta miglia come è bella Siena.
SANESE O non ve dicevo io che Roma era un poco piú bella e piú grande che Siena, e voi diciavate: non! E a Siena c'è lo Studio, c'è' Dottori, fonte Branda, fonte Beccia, la piazza, la guardia, si fa la caccia del toro, e' carri, con ceri e pimpinelli e mille gentilezze per mezzo agosto: a Siena ci si fanno e' marzapani, e' bericuocoli a centinaia, e ci vuol ben l'imperadore e tutto il mondo, fòr che i fiorentini.
MESS.
MACO Tu mi dicevi el vero, mi dicevi! A Siena non ci sono sí ben vestiti gli òmini a cavallo, con il famiglio.
Oh, che magnificenzia!
SANESE State cheto, uno picchio favella.
MESS.
MACO Papagallo volesti dire, che ti venga il grosso.
SANESE Io dico picchio e non papagallo.
MESS.
MACO E io dico papagallo, e non picchio.
SANESE Padrone, voi siate una bestia, perdonatime, ché gli è un de quelli che vostro avolo comperò tre lire e mandòlo a Corsignano, e non fu esso, cosí disse il Morgante.
MESS.
MACO Il Morgante, Sanese, ci voleva male, e io n'ho monstro all'orefice ottonaio una penna, e dice ch'ella è di papagallo, e ben fine.
SANESE Padrone, voi non cognoscete li ucelli.
MESS.
MACO Al tuo dispetto li cognosco.
SANESE Non vi adirate!
MESS.
MACO Mi voglio adirare, mi voglio, e voglio essere obedito, stimato e creduto.
SANESE Io vi estimo piú ch'un ducato, v'obedisco da servitore e credo come a messer Maco.
MESS.
MACO Io ti perdono, e basta.
SCENA SECONDA
Maestro Andrea, Messer Maco, Sanese.
M.
ANDREA Cercate voi padrone?
MESS.
MACO Messer sí.
SANESE Ha nome messer Maco de Coe...
M.
ANDREA A proposito! Io vi domando se voi volete stare a padrone.
SANESE La notte di Beffana fece ventidue anni.
M.
ANDREA Lassa parlare a lui, manigoldo.
MESS.
MACO Lasciami favellare, tu sei un tristo e parli inanzi a me.
M.
ANDREA Che sete voi venuti a fare a Roma?
SANESE Per vedere il Verbum caro e il Giubileo.
MESS.
MACO Tu ti menti per la gola, ch'io ci son venuto per acconciarmi per papa con qualche imperadore o re di Francia.
SANESE Voi volesti dire per cardinale con qualche papa.
MESS.
MACO Tu dici il vero, il mio Sanese!
M.
ANDREA Voi non potete essere cardinale si prima non diventate cortigiano: io son maestro di farli, e per amor del paese son per farvi ogni apiacere.
MESS.
MACO Ago vobis gratis.
SANESE Non vi dico io che gli è dottore?
M.
ANDREA E anche lo esser dotto vi farà onore, massime con li bergamaschi; ma dove alloggiate voi?
MESS.
MACO A Roma.
M.
ANDREA Sta molto ben; in qual loco, dico io?
SANESE Per una via lunga lunga...
M.
ANDREA Tu fai onore a[l] tuo padrone.
MESS.
MACO Spettate, ch'io l'ho in su la punta della lingua il suo nome: Botto..., Scotto..., Arlotto..., Scarabotto..., il Biliotto..., Ceccotto; Ceccotto, ah, colui che ci ha alloggiati; uno omo molto savio e favorito de l'imperatore.
M.
ANDREA Per Dio, ch'io ho caro d'avervi cognosciuto, e per amor vostro adesso vado per il libro che insegna fare e' cortigiani; e con questo libro si fece uomo, essendo bestia, el Cardinale de Baccano e Monsignore della Storta e l'Arcivescovo delle Tre Capanne.
MESS.
MACO Andate, di grazia!
M.
ANDREA Adesso adesso ritorno, e trovaròvi in casa Ceccotto.
SANESE Come aveti voi nome?
M.
ANDREA Andrea, al piacere della Signoria Vostra.
MESS.
MACO De chi?
M.
ANDREA Senatus PopulusQue Romanus! Io vado.
SCENA TERZA
Messer Maco e Sanese.
MESS.
MACO Bonum est nomen Magister Andreas.
SANESE Or cosí gitevi digrossando con le profezie.
MESS.
MACO Che dici tu?
SANESE Dite: la Signoria Vostra.
Non sentisti voi Maestro Andrea che disse: la Signoria Vostra?
MESS.
MACO Mi raccomando alla Signoria Vostra.
SANESE Bene; mandate su la veste!
MESS.
MACO Cosí, la Signoria Vostra?
SANESE Messer sí; acconciate la beretta cosí, andate largo di qua, di là; ben, benissimo.
MESS.
MACO Farò io onore al paese?
SANESE Diavolo, eh!
SCENA QUARTA
Furfante che vende le Istorie.
Alle belle Istorie! La pace tra il Cristianissimo e l'Imperatore! La presa del re! La riforma de la Corte, composta per il Vescovo di Chieti! I Capricci de fra Mariano in ottava rima! Egloghe del Trasinio! La vita dell'abbate de Gaeta! Alle belle Istorie; alle belle Istorie! La Caretta; Il Cortigiano falito! Istorie, Istorie!
SCENA QUINTA
Messer Maco, Sanese.
MESS.
MACO Corre, Sanese, e compera la legenda e l'orazione ch'insegna a diventare cortigiano.
Corre, corre!
SANESE Olà! Olà! Vendemi el libro per fare cortigiano messere!
SCENA SESTA
Messer Maco, solo.
Come è bella quella donna che sta lassú in quella fenestra, sul tappeto, vestita di seta: per certo che la debbe essere moglie di qualche re di Milano o duca di Francia.
A la fe', ch'io mi sento inamorare.
Oh, che bella via, forse che ci si vede un sasso?
SCENA SETTIMA
Sanese, solo.
Doi baiocchi, o balocchi che i quattrini abbin nome a Roma, m'ha costo questa leggenda; e bon per il mio padrone ch'è mezzo dottore, ché mai mai mai intenderebbe il favellare di questa terra; ma s'io sapessi leggere bene, mi farei, con questa orazione, cortigiano inanzi al mio Messer Maco de Coe, da Siena: "O Màdrama non vuole o Lorenzina...; le s...t...a...r...
starne, e...
ne...
starne..." Starne, dice che non può dire né gallo né gallina, ma starne dice! "E vado mendicando uno s...p...e...; spe...
d...a; d...a...
speda, spedale..." Non può dire palazzo, e infin'è questo 'spedale' senza compitarlo, e dice cosí:
Le starne odiava e or bramo una radice
E vado mendicando uno spedale.
Cazzica! A Roma si mangia le radice e poi si va a l'ospitale! Egli era pur meglio a stare per senese a Siena che per cortigiano a Roma!
Ma dove è ito messer? - O messer Maco? Maco, messer? Padrone? - Ohimè ch'e' ladri me 'l furarano.
O ladri, io vi farò impiccare dal senatore.
O òmini con la beretta da uomo, dove è il mio messere, dico?
A punto; niuno mi risponde.
Sarà meglio farlo bandire e andare de qua.
SCENA OTTAVA
Messer Maco, solo.
Io ho bello che perduto il famiglio e io a pena mi son ritrovato, e sarà meglio ch'io impari a caminare e poi uscire fuora.
Ma questa è la porta? No, questa altra..., anzi pur questa! Ma come farò io senza il Sanese?
SCENA NONA
Il Cappa, il Rosso, famigli di Parabolano.
ROSSO Il nostro padrone è il piú magnifico gaglioffo, el piú venerabile manigoldo e 'l maggior sciagurato che sia al mondo, e non è però tre anni che egli trottava alla staffa sí ben come noi facciamo seco.
CAPPA Io l'ho visto camariero d'una mula, e or non si degna toccar l'oro macinato con guanti, e si Domenedio lo servissi no 'l contentarebbe mai.
E' fa una galantaria con servitori: e' piglia famigli a provarsi un mese l'un l'altro.
In capo al mese il povero uomo s'ingegna servire el meglio che sa per rimanere seco et egli gli dice: "Tu non fai per me, perch'io ho bisogno d'un piú da straziare: se io ti posso fare piacer niuno, parla, ma tu non sei per me".
ROSSO Io so ciò che vuoi dire; a punto egli, con queste ribaldarie, è molto ben servito e non paga salario.
CAPPA È pur gran compassion quella d'un suo camariero che mette piú tempo in spogliarlo o vestirlo che non fa un giubileo con l'altro, e crepo di stizza quando il furfante si fa portare la carta da forbirsi il culo in un piatto d'argento, e prima si fa fare la credenza al servitore, ch'ei sia amazzato!
ROSSO E a la Messa il paggio tiene e' sua paternostri, e quando n'ha detto uno, il paggio manda giú un paternostro e fa la reverenzia a la spagnola; cosí nel torre l'acqua santa il sopra detto ragazzo si bacia prima il dito; poi lo intinge ne l'acqua benedetta e al padron la presenta; il goffo ribaldo gli porge el dito e con gran cerimonia si fa el segno de la croce in fronte.
CAPPA O Cristo, io ne disgrazio il priore di Capua.
ROSSO Il grattar de' piedi e pettinare di barba, e 'l lavarsi le mani, e 'l montare a cavallo non [usa] senza il maestro delle cerimonie.
CAPPA Vogliamo noi, una notte, dargli d'una accetta sul capo, al boia?
ROSSO Non già che no 'l meritassi, pur staremo a vedere qualche dí s'egli muta con noi verso; quando che no, qualche cosa serà.
SCENA DECIMA
Flaminio scudiero e Valerio camariero.
VALERIO Hai sentito, per tua fe'?
FLAMINIO Ah, briachi, gaglioffi, ladroni, traditori! A questa foggia si parla del padrone, ah?
SCENA UNDICESIMA
Rosso e Valerio.
ROSSO Valerio, io t'ho pur fatto saltare! Ben sapevo io, e il Cappa, che tu e Flaminio ci stavate a scoltare, e per burla sparlavamo insieme del nostro padrone; ma chi non sa ch'egli è un uom da ben e una gentil creatura?
VALERIO Anche hai ardire d'aprir bocca, disonor del vituperio? E tu, Cappa, se non ch'io non voglio fare tanto danno a le forche, adesso adesso ti cavaría il cuore.
Brutti ghiottoni, andate al bordello, ché per Dio, per Dio me vien voglia de...
ROSSO Tempera la còlera, di grazia!
SCENA DODICESIMA
Flaminio e Valerio.
FLAMINIO Per mia fe', che questi signori non meritano altri servitori che de la sorte del Rosso e il Cappa, e quasi piú giova de essere un simile che virtuoso.
Quante volte m'ha ditto el padrone che 'l Rosso ha buona creanza e che gli è fedele e costumato!
VALERIO S'è un bugiardo, inbriaco, maldicente, ghiotto, ladro e simulatore! É ben creato el Rosso, e divino, o che cosa? E perciò le signorie de' Signori dicono avere buona creanza colui che sa trinciare un fagiano, fare bene un letto o una reverenzia mentre che è dato loro bere; e piuttosto uno di questi Rossi doventa grande in Corte, che quanti interpetri ebbero mai le littere greche e latine.
E piú superbo è un tale che per portare imbasciate è grato al padrone che non è umile la pazienzia! Oh, oh, oh, oh!
FLAMINIO Gli è forse un'ora ch'io senti' ch'un altro padrone biasimava Julio con dire che gli è plebeo e che 'l Signor Parabolano faceva gran male a dare tanto credito a un villano, essaltando la sua nobile e antichissima genologia.
VALERIO Flaminio, fratello, bisogna altro al dí d'oggi che dire: "De la mia casa fu monsignore tale e messer cotale!" Bisogna essere uomo da bene per le sue e non per le opere de' suoi.
E se la nobilità del sangue avessi a fare onorare gl'òmini che per loro stessi meritano niente, el re di Cipri, e 'l principe de Fiossa non sarebbono cosí male aviati, e anche il Signor Constantino riaría il principato de Macedonia, né si degnerebbe del governo di Fano.
FLAMINIO Veramente giova[n] poco le croniche, gli epitaffi e i privillegi del benemerito de li antichi, né mai Rafaele giudeo vole prestare doi baiocchi alle memorie della nobilità, e in Roma tanto se estima quanto fa el Romanello se 'l Messia vien piú oggi che crai.
VALERIO Questo è chiaro e védesi che sino a la Fortuna si fa beffe del sangue greco e troiano, e il piú de le volte cardinali e papi sono de la stirpe de ser Adriano.
SCENA TREDICESIMA
Parabolano e Valerio suo camariero.
PARABOLANO Valerio!
VALERIO Signor? - A Dio, Flaminio!
PARABOLANO Chiama il Rosso!
VALERIO Fate carezze al Rosso, che poco fa ha detto cose di voi che no 'l punirebbono i tormenti che castigono le colpe!
PARABOLANO Per mia fe' che gl'importa assai! O non sai tu che per il biasmo d'un tal non si scema e per le lode non si cresce?
VALERIO Lo so benissimo, ma basta che i suoi pari sono gl'idoli vostri.
Ma eccolo, e con che fronte!
PARABOLANO Va', rassetta la camera e tu, Rosso, vien meco.
SCENA QUATTORDICESIMA
Parabolano e Rosso.
PARABOLANO Dove se' tu stato?
ROSSO A la taverna, salvando l'onore de la Signoria Vostra, et ho veduto quella buona robba d'Angela Greca.
PARABOLANO Che faceva ella?
ROSSO Parlava con don Cerimonia spagnolo, e dicevano de andare a cena a non so che vigna; et io feci come la gatta de Masino.
PARABOLANO Come faceva la gatta di Masino?
ROSSO Chiudeva gli occhi per non pigliare i topi.
PARABOLANO Tal mi cocessi altra fiamma, ch'io viverei senza noia.
ROSSO Infine gli è un peccato a fare piacere a un gran maestro, perché gli vien a noia ogni cosa.
PARABOLANO Oimè, che colei ch'io adoro non mi verrà mai in fastidio, tanto m'è avara d'un sguardo.
ROSSO Non vi dissi io che 'l cibo vi sazia troppo tosto?
PARABOLANO Or taci: ascoltami.
ROSSO Or dite, ch'io intenda!
PARABOLANO Sai tu la casa di Messer Ceccotto?
ROSSO Di quel pazzo? Signor sí.
PARABOLANO Pazzo o savio, andarai ivi e presenterai messer Maco sanese, perché mio padre ebbe gran servigi dal suo mentre studiò in Siena, ma non so che mandargli.
ROSSO Mandategli quattro tartarughe.
PARABOLANO Son presenti da miei pari tartarughe, bestia ?
ROSSO Mandategli doi gattucci soriani!
PARABOLANO Son buoni a mangiare i gatti, furfante?
ROSSO Se voi li mandate dieci carciofi, vi serà schiavo.
PARABOLANO La peste che t'occida; dove sono ora i carciofi, pecora?
ROSSO Donatili doi fiaschi di Mangiaguerra; oh, il Riccio de la Lepre l'ha perfetto.
PARABOLANO Fai conto che debba essere un imbriaco come te, bufolaccio? Or non mi rompere la testa, va', e con questi dieci scudi compera de le lamprede, e dilli che le mangi per amor mio, ancor che gli sia piccolo presente; e sappi dire quattro parole.
ROSSO Ne saperò dire piú d'ottanta millia non che quattro; et è un peccato ch'io non sia mandato per imbasciatore a qualche Sofí, ch'almeno io mi faría onore.
Io gli direi: 'Magnificenzia, Reverenzia, Sacra Maestà, Padre Santo, Cristianissimo, Illustrissimo, Reverendissimo, in Cristo patri, Paternità, Omnipotenzia, Viro, Domino, e tutto il mondo'; e faría un inchino cosí, l'altro cosí, inchinarei la testa e ogni cosa.
PARABOLANO Deh, spàcciati, matto spacciato, ma porta prima questa vesta a Valerio, e io entrarò nella stalla a vedere quei turchi che mi son stati mandati a donare dal conte di Verucchio.
SCENA QUINDICESIMA
Rosso, solo.
Io vo' provare come sto bene con la seta.
Oh, che pagarei io un specchio per vedere campeggiarmi in questa galantaria; e infine e' panni rifanno sino alle stanghe.
Oh, si questi gran maestri andassino mal vestiti, quanti ce ne sono che parrebbono scimie e babuini.
Ma io sono il bel pazzo a non fare un leva eius, denari e veste! S'io stessi mille anni con questo furfante di Parabolano non son mai per vedere un ducato; dipoi ognuno mi benediria le mani, s'io rubbo un di questi padroni ladroni che ci furano l'anima e il corpo.
Ma sarà bene giuntare questo pescatore col mio padron gaglioffo: mi accaderà piú ingrosso, e voglio usare l'arte che già usò un altro mio pari, che finse d'essere spenditore e menò un che vendeva el pesce a un frate che confessava.
La favola si sa per tutto.
SCENA SEDICESIMA
Rosso e pescatore.
ROSSO Quante n'hai, senza queste?
PESCATORE Nissuna, perché or or l'ha compero l'altre lo spenditore de frate Mariano.
ROSSO Ben, da qui inanzi tieni a mia stanza tutte quelle che tu pigli, e io son per servirmi da te, ch'hai cera de bon compagno.
PESCATORE Signor, Vostra Signoria, non pensi, ch'in fatti, tant'è...
Io vi son servitore!
ROSSO Sta molto ben.
Che vòi tu di queste?
PESCATORE Otto scudi.
Piú o meno, quel che piace alla Signoria Vostra...
in dono; non guardi ch'io sia povero omo, perché io ho il cuor generoso.
ROSSO Sei sono el debito e trapàgate con questo prezzo.
PESCATORE Ciò che piace a la Signoria Vostra.
ROSSO Ma guarda per tua fe' quanto stanno i miei servitori a venire con la mula.
O furfanti, magnapagnotte, io vi manderò a ponte Sisto.
PESCATORE Vostra Signoria non si scrucci perché le porterò io!
ROSSO De grazia; ma io dissi che togliessero la mula e loro aranno inteso il giannetto, il qual è focoso, e stassi un pezzo a metterli la sella.
PESCATORE Per mia fe' che non può essere altro!
ROSSO Andiamo, ché l'incontraremo per la via.
Ma come tu hai nome?
PESCATORE Il Faccenda, fiorentino, da Porta Pinti, abitante a San Pietro Gattolini, et ho due sorelle al Borgo a la Noce, al piacere de la Signoria Vostra.
ROSSO Fara'ti tagliare un par de calze a la mia divisa.
PESCATORE Mi basta la grazia della Signoria Vostra, non pensate altro...
ROSSO Se' tu colonnese o ursino ?
PESCATORE Tengo da chi vince, infatti...
ROSSO Saviamente.
Pur fa' che la dritta sia spezzata e l'altra tutta d'un colore.
PESCATORE Come piace a la Signoria Vostra cosí farò!
ROSSO Farai dipingere la mia arme dove tu vendi el pesce.
PESCATORE Che arme è la vostra?
ROSSO Una scala d'oro in campo azzurro.
Ma ventura ce viene.
Io ho certi ducati scarsi, male al proposito: el magistro di casa ch'è là su l'uscio di San Pietro ti pagherà.
PESCATORE A tempo, come el buon dí.
ROSSO Aspettami qui, ch'adesso torno.
SCENA DICIASSETTESIMA
Rosso e Sagrestano.
ROSSO Padre, quel sciagurato che è quivi ha la sua moglie spiritata ne la ostaria de la Luna, e fa cose indiavolate: onde supplico vostra paternità voglia metterla a la colonna e col nome de Dio cavarli questa maledizione da dosso perché ha forse dieci spiriti in corpo che parlano d'ogni linguaggio, e anche il povero uomo è mezzo aduggiato.
SCENA DICIOTTESIMA
Sagrestano, Rosso e Pescatore.
SAGRESTANO Verrà qua.
Come ho ditto vinte parole a questo amico mio, farò el debito d'una buona voglia.
PESCATORE Io vi ringrazio, padre.
ROSSO Non dubitare; da' qua le lamprede e piglia questi quattro giuli e dagli per caparra al calzettaio.
PESCATORE Voi fate troppo, la Signoria Vostra; ma qual calza va spezzata?
ROSSO Qual tu vuoi.
PESCATORE Basta; ma questo maggiordomo è piú longo che un dí senza pane.
Abrevia, cancar ti venga; ma cicala, pur che tu mi paghi el tempo a peso di zafferano.
Io arei dato per quattro scudi quello che tu paghi otto! Oh, che accorti spenditori, oh che maestri de casa!
SCENA DICIANNOVESIMA
Sagrestano e Pescatore.
SAGRESTANO Tu non odi, an?
PESCATORE Eccomi servitore de la Signoria Vostra, infatti.
SAGRESTANO Non dubitare ch'io ti vo contentare.
PESCATORE Se Vostra Signoria mi farà ben niuno, sarà una limosina perch'i' ho quattro bambolini che non peson l'un l'altro...
SAGRESTANO Quanto è che gl'introrno?
PESCATORE Quattro...
SAGRESTANO Di giorno o di notte?
PESCATORE Tra oggi e stanotte.
SAGRESTANO Come è il suo nome?
PESCATORE No 'l sapete voi? Lamprede.
SAGRESTANO A punto! Io ti domando come la tua moglie si chiama e quanti spiriti l'ha a dosso.
PESCATORE Voi aveti el bel tempo, Iddio ve 'l mantenga; ma se voi avessi a pensare al pan, vi uscirebbono di capo i grilli.
SAGRESTANO Tuo padre ti dovette lasciare la sua maladizione.
PESCATORE Mio padre mi lasciò maladizione troppo a lasciarmi povero.
SAGRESTANO Fagli dire le messe di San Gregorio.
PESCATORE Gli farò dire...
presso ch'io non dissi.
Che diavolo ha da fare le messe de San Gregorio con le lamprede? Maestro di casa, io voglio essere pagato, altrimenti mi basta l'animo di parlare sino al Papa.
SAGRESTANO Pigliàtelo, preti! Sta' saldo.
- Qui habitat.
- Fatti el segno di la croce!
PESCATORE O Cristo! Lasciatemi, pretacci!
SAGRESTANO Tu mordi! Demonio, io ti scongiuro!
PESCATORE Con pugni, schiericati!
SAGRESTANO Tiratelo in chiesa; a l'acqua santa!
PESCATORE Ah, che siate amazzati! Spiritato io? Io spiritato?
SAGRESTANO Tu n'uscirai senza fare male.
In aiutorio Altissimi! Dove entrarai? Rispondi.
PESCATORE In cul, v'entrerò, in culo! Dissi: Ercule!
SCENA VENTESIMA
Cappa e Rosso.
CAPPA Tu sei molto alegro, Rosso; tu vai ridendo da te stesso: che vuol dire?
ROSSO Io mi rido d'una giuntaria ch'è stata fatta, tanto destra che non se ne sarebbe accorto il maestro de le bagatelle, e te la conterò piú per agio.
Io voglio portare questa vesta al padrone, e poi farem un presente di queste lamprede a un gintilomo; e tu ritròvati a la Lepre.
CAPPA Torna presto!
ROSSO Adesso adesso!
SCENA VENTUNESIMA
Pescatore, Cappa.
PESCATORE Roma doma! Oh, credi, ch'è 'l Paradiso, naccheri!
CAPPA Che cosa c'è, Faccenda?
PESCATORE Oh, che ladronerie si fanno per Roma! E a chi? A un fiorentino! O pensa quello che se faría a un senese! Forse che tutto dí non vanno bandi che non si porti armi ?
CAPPA Non si può dire questa sciagura?
PESCATORE Te dirò: io sono stato giuntato di certe lamprede a un modo, per una via, ch'io mi vergogno a dirlo, e poi come un spiritato sono stato messo a la colonna.
'Spegni la lampa..., bussa la porta..., non fare male a persona...' Et ho avuto tanti pugni, e tutto el capo mi hanno pelato, preti becchi, sodomiti, ladroni! Al corpo, al sangue, che s'io giungo quel ghiotton del sagrestano gli mangerò il naso, gli pesterò gli occhi e caverògli la lingua.
Che maledetta sia Roma, la Corte, la Chiesa e chi ci sta e chi li crede!
CAPPA Per Dio, che l'è una gran truffaría e quasi quasi men pare avere, e s'io posso niente, comandami.
PESCATORE Ti ringrazio.
Io voglio irmi con Dio di questa Roma porca, e forse forse ch'un dí, se io trovo un di qua in Firenze..., basta, basta!
SCENA VENTIDUESIMA
Parabolano e Valerio.
PARABOLANO Quanto odii comincio avere con la vita!
VALERIO L'odio con la vita abiam noi, poveri servitori.
PARABOLANO Tu non senti quello che mi duole.
VALERIO E' vi nuoce el piú de le volte il troppo bene, e mi dispero quando un vostro pari si lagna.
O pensate ciò che dovería fare un simile a me, che vivo del pan d'altri.
E un inciampare in una paglia ci fa rompere il collo.
PARABOLANO Non t'odo.
VALERIO Se voi avessi nella bilancia de la pretesca discrezione la speranza, come hanno cotanti che servono, voi intenderesti.
PARABOLANO O Fortuna invidiosa!
VALERIO La fortuna sète voi, voi Signori sète la fortuna, che da le stalle e da le staffe su levate il vizio e la ignoranzia, et alle stalle e alle staffe ponete la virtú.
PARABOLANO Io mi consumo!
VALERIO Che voresti voi?
PARABOLANO Il premio de le mie fatiche.
VALERIO Da chi desiderati voi questo premio?
PARABOLANO Dove son io? Almen n'avess'io lettere o ambasciata!
VALERIO Dove s'hanno a dirizzare queste lettere?
PARABOLANO Dove io sono.
VALERIO Voi l'arete tardi.
PARABOLANO Perché?
VALERIO Perché non sète né qui né altrove, pare a me.
PARABOLANO Aiutami!
VALERIO Mai non vi aiuterò, se non me aprite il vostro secreto.
PARABOLANO Quanti amari veneni ascondeno i preziosi vasi.
Entriamo in casa.
SCENA
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