LA CORTIGIANA, di Pietro Aretino - pagina 4
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PARABOLANO Aiutami!
VALERIO Mai non vi aiuterò, se non me aprite il vostro secreto.
PARABOLANO Quanti amari veneni ascondeno i preziosi vasi.
Entriamo in casa.
SCENA VENTITREESIMA
Maestro Andrea, solo.
Io ho voluto dare padrone a quel sanese e poi mi sono acconcio seco per pedante; questa è pur bella! Or dico io, che son dotto, diàngli pur dentro, acciò che agosto lo trovi bello e legato.
Ma, quando accadessi, non solamente a lui, ma a mio padre l'accoccarei, e parmi un gran mercè a pagare i cavagli a un che voglia mandar e' cervelli per le poste.
E mi penso che non si possa fare la maggior limosina al mondo quanto fare impazzire uno, fosse che gli doni officio o beneficio, anzi non è sí tosto scappato il cervello, che subito el capo è rompito di signorie, di grandezze, di trionfi, di giardini ch'hanno i fiori a ogni luna come il rosmarino; e questi tali gongolano quando gli credi, gl'essalti e ogni loro detto gli confermi.
E per Dio, ch'un simile non cambiaria il suo stato con quello che ha dato l'imperatore a Ceccotto.
Ma io veggio el mio scolare pincolone fermo su la porta come un termine.
A fe', che come trovo il maestro de le cerimonie lo voglio far porre sul catalogo de' pazzi, acciò che di lui si facci solenne commemorazione a laude e gloria de la reverenda e imperialissima Siena.
SCENA VENTIQUATTRESIMA
Messer Maco e Maestro Andrea.
M.
ANDREA Ben sia trovata la Signoria Vostra.
MESS.
MACO Buona sera e buon anno.
Io credeva aver perduto voi come el mio famiglio.
M.
ANDREA Gli è meglio perdermi che smarirme.
Or ecco el libro; andiamo dentro ch'io vi legerò una lezioncina dolce dolce per la prima volta.
MESS.
MACO Deh, maestro, fatemi questa grazia; 'nsegnatemi qualche cortigianeria ora.
M.
ANDREA Voluntieri.
Aprite gli occhi ben ben perché le prime e principal cose a essere buon cortigiano son queste: saper biastemare et essere eretico.
MESS.
MACO Cotesto non voglio io fare perché andarei in l'inferno e mal per me.
M.
ANDREA Come in l'inferno? Non sapeti voi ch'a Roma non è peccato a rompersi il collo nella Quaresima?
MESS.
MACO Signor sí.
M.
ANDREA Messer no; e sapiate che tutti quelli che vengono a Roma, subito che sono in Corte, per parere d'essere pratichi, non andarebbeno mai a Messa per tutto l'oro del mondo e poi non parlarebbono mai, che la Vergine e la Sagrata non gli fussi in bocca.
MESS.
MACO Adonque io biastemerò: 'la potta da Modena!', n'è vero?
M.
ANDREA Signor sí.
MESS.
MACO Ma come se doventa eretico? Questo è il caso.
M.
ANDREA Quando un vi dicessi: 'Gli struzzi son camelli', dite: 'Io no 'l credo'.
MESS.
MACO Io no 'l credo.
M.
ANDREA E chi vi dessi ad intendere che i preti abbino una discrezione al mondo, fativene beffe.
MESS.
MACO Io me ne fo beffe.
M.
ANDREA E se alcun vi dicessi ch'a Roma c'è conscienzia niuna, ridètivene.
MESS.
MACO Ah, ah, ah!
M.
ANDREA Insomma, se voi sentite mai dire bene de la Corte di Roma, dite a colui che non dice el vero.
MESS.
MACO Non sarà meglio a dire: 'Voi mentite per la gola ?
M.
ANDREA Madesí, serà piú facile e piú breve.
Or questo basti quanto alla prima parte.
Vi insignerò poi el Barco, la Botte di termine, il Coliseo, gli archi, Testaccio e mille belle cose che un cieco pagaría un occhio per vederle.
MESS.
MACO Che cosa è il Coliseo? Ègli dolce o agro?
M.
ANDREA La più dolce cosa di Roma e piú stimata da ognuno, perché è antico.
MESS.
MACO Gli archi gli cognosco per cronica e gli ho veduti per lettera su la Bibbia, cosí l'anticaglie.
Ma le debbono essere tutte grotte, l'anticaglie?
M.
ANDREA Qual sí e qual no.
E come sapete queste cose, pigliarete pratica con Magistro Pasquino.
Ma vi sarà gran fatica a imparare la natura di Maestro Pasquino, il qual ha una lingua che taglia.
MESS.
MACO Che arte fa egli, questo Maestro Pasquino?
M.
ANDREA Poeta di porco in la ribecca
MESS.
MACO Come, poeta? Io gli so tutti a mente i poeti, e anch'io son poeta!
M.
ANDREA Certo?
MESS.
MACO Chiaro! Ascoltate questo epigramma ch'io ho fatto in mia laude.
M.
ANDREA Dite.
MESS.MACO
Si deus est animas prima cupientibus artem
Silvestrem tenui noli gaudere malorum
Hanc tua Penelope nimium ne crede colori
Titire tu patule numerum sine viribus uxor,
M ANDREA O che stile! Misericordia!
MESS.
MACO
Mortem repentina pleno semel orbe cohissent
Tres sumus in bello, vaccinia nigra leguntur
O formose puer, musam meditaris avena
Dic mihi Dameta recumbens sub tegmine fagi.
M.
ANDREA O che vena da pazzo!
MESS.
MACO Son io dotto, maestro?
M.
ANDREA Piú che l'usura, che insegna a leggere ai pegni.
Or be', io son ricco se voi me date de queste musiche.
Le farò stampare da Ludovico Vicintino e da Lautizio da Perugia, e eccomi un re.
Ma da che avete perduto el paggio, bisogna trovarne un altro perché voglio che voi v'inamorate.
MESS.
MACO Io son inamorato d'una signora e son ricco, e ciò che voi vorrete farò.
M.
ANDREA Poiché sète ricco torrete casa, farete veste, comprarete cavalcature, faremo banchetti a vigne, in maschera.
Ite pur, magnifico messer mio.
Ah, ah, ah, ah!
ATTO SECONDO DE LA CORTIGIANA
SCENA PRIMA
Rosso e il Cappa.
ROSSO Chi non è stato a la taverna non sa che paradiso si sia.
O taverna gintile, forse che fai una reputazione al mondo? Anzi obedisci ognuno da signor e che inchini t'è fatto intorno! Per mia fe', Cappa, che s'io avesse mai figlioli, faría imparare i costumi e le virtú ne le taverne.
CAPPA Tu hai ingegno!
ROSSO Oh che musica galante fanno gli spiedoni quando son pien di tordi, salcicce o capponi! Oh, che odore ha la vitella mongana, barbacano o ambracano dentrovi!
CAPPA Sta bene! Se le taverne fussino a canto a' profumieri, a ognuno putiría il zibetto.
ROSSO C'è qualche bue che fa dolce amore e 'l fare quella novella.
Dolce è un buon pasto che se piglia senza sospiri o gelosia.
Sai tu se quel Cesare che loda tanto il nostro padrone, avessi trionfato per mezzo una taverna ben in ordine d'ogni cosa? Per mia fe' che gli archi de marmo gli venivono a noia e' suoi soldati ci saríano passati più voluntieri.
CAPPA Io el credo.
ROSSO Oh che magnificenzia, oh che allegrezza è vedere fumare gli arosti e' pesci d'ogni sorte! Oh che bel vedere fanno le tavole apparecchiate! Io per me, s'io fussi stato quel papa che fece Belvedere, aría spesi i miei danari in una ostaria ch'almeno una volta il mese facessi un bel vedere d'altro che de logge o camere depinte.
CAPPA Rosso, queste lamprede son bocconi d'angeli; io, per me, ne ho invidia a chi esce da stregiare uno cavallo e fassi grande.
Ma quando io veggio Brandino e 'l Moro de' Nobili che s'empiono il corpo di queste cose sante e divine, io crepo e vienmi l'anima ai denti per lo affanno.
ROSSO Sí che le son buone e conosciute! Ma se quel pescatore mi trova me le farà smaltire.
CAPPA A sua posta! Io non combattei mai a' mie die; ma per una di queste lamprede mi faría amazzare cento volte il dí.
Ma Valerio mi domanda.
A rivederci!
SCENA SECONDA
Messer Maco, Maestro Andrea e Grillo, famiglio di Messer Maco.
M ANDREA Molto ben vi sta questa vesta; da paladino!
MESS.
MACO Voi mi fate ridere, mi fate!
M.
ANDREA Voi avete ben tenuto a mente quello ch'io vi ho insignato, n'è vero?
MESS.
MACO So fare tutto el mondo!
M.
ANDREA Fate el duca.
MESS.
MACO Cosí..., cosí..., a questo modo; ohimè ch'io son caduto!
M.
ANDREA Rizzatevi, castrone!
MESS.
MACO Fatemi doi occhi al mantello, a la vesta, ch'io per me non so fare il duca al buio.
M.
ANDREA Sí, sí; ma come se risponde ai signori?
MESS.
MACO 'Bacio le mani'.
M.
ANDREA A le signore?
MESS.
MACO 'Questo cuore è il mio!'
M.
ANDREA Ai bon compagni?
MESS.
MACO 'Sí, a fe'.'
M.
ANDREA Ai prelati?
MESS.
MACO 'Giuro a Dio'.
M.
ANDREA Buono, savio.
E al servitor come si comanda?
MESS.
MACO 'Porta qua la mula, mena qua la vesta, che t'amazzarò!...'
GRILLO Maestro Andrea, fatemi dare buona licenzia, ch'io non voglio stare con questi bestialacci.
MESS.
MACO Io fo per giambo, Grillo, e imparo a essere cortigiano, né ti farò male.
M.
ANDREA Ora andiamo, ché impararete Borgo Vecchio, Corte Savella, Torre di Nona, Ponte Sisto e Dietro Banchi.
MESS.
MACO Porta la barba, Borgo vecchio?
M.
ANDREA Ah, ah, ah!
MESS.
MACO Torre de Nona suona anche vespero?
M.
ANDREA E compieta, con i tratti de corda! Poi andaremo a Santo Pietro; vederete la Pina, la Nave, Campo Santo e la Guglia,
MESS.
MACO In Campo Santo possiamici ire con le scarpe?
M.
ANDREA [Io] sí, voi altri no.
MESS.
MACO Andiam, ch'io voglio mangiare quella pina, e costi ciò che la vuole.
SCENA TERZA
Rosso, solo.
Il mio padrone gaglioffo non crede ch'io sappia perch'egli sta fantastico, ancora ch'io abbia fatto vista non sapere la sua rabbia.
Questa notte, andando io a procission per casa, come è mio costume, senti' ch'egli sognando era a le mani con madonna Laura, moglie de messer Luzio, e la chiamava per nome, la maneggiava come se fosse stato vero.
Io ho questo secreto, il qual non ho scoperto a persona, e col mezzo de Aloigia specciala, la qual dirò che sia sua baiala, piglierò verso di far credere al signor mio ciò ch'io voglio.
Io vado adesso a trovarla, e so ch'e'la corrompería la castità.
Farà ogni cosa per amor mio.
SCENA QUARTA
Parabolano, solo.
Questo vivere è peggio che morte.
Quando io era in minor grado, tutto il giorno il stimulo del salire mi molestava e ora che quasi mi potrei chiamare contento sono assalito da sí pessima febre che niuna medicina mi può sanare, salvo che una che non si compera per oro né per grandezza, perché Amor la vende di sua mano e per prezzo ne vuole sangue, lagrime e morte de' suoi sugetti.
Oh Amor, che non puoi tu fare! Molto è maggior la tua possanza che quella della fortuna: ella comanda a gli òmini, e tu gli òmini e gli Dei sforzi.
Ella volubile e instabile...
E con queste armi feminili e con questo dolermi non acquisterò io chi piú che la vita desío; e voglio ire in camera e forse ch'Amore m'insegnerà a sciormi come insegnò [a] legarmi.
E potria ancora per me stesso di questi tormenti uscire per industria [di] petra, di ferro, laccio e veneno.
SCENA QUINTA
Flaminio e Sempronio, vecchio.
SEMPRONIO Donque, tu mi consigli di metter Camillo mio figliolo al servizio de la Corte?
FLAMINIO Sí, se già il tuo figliolo odiassi da inimico.
SEMPRONIO Molto è intristita la Corte al tempo di voi altri cortigiani.
Io mi ricordo che quando io stetti con Monsignore Reverendissimo che non era altro paradiso, e tutti eravamo ricchi, favoriti e fratelli.
FLAMINIO Voi vecchi ve ne andate dietro a le regole del tempo antico e noi siamo nel moderno, in nome del centopaia! Al tempo tuo a un servitore di papa Janni era dato letto, camera, legne, candele, cavalcatura, pagato la lavandara, il barbieri, il salario del garzon, e 'l vestito doe volte l'anno; e adesso un povero cortigiano a pena è accettato, [ha] a comprarsi l'acqua e il fuoco, e quando pure pure t'è fatto carezze, te si concede un mezzo famiglio.
Or pensa come è possibile ch'un mezzo uomo basti a un intero! Quanto c'è di buono è che se tu t'ammali, ancor che fussi in lor servitú, ti si provede d'un spedale, e con mille prieghi.
SEMPRONIO O che fanno egli de tante entrate?
FLAMINIO A le puttane e ragazzi, o veramente moiono senza cavarsi mai la fame, e poi lasciano quindici o venti milia scudi a tali che non traríano una coreggia per l'anima loro.
SEMPRONIO Gran pazzia, però.
FLAMINIO Almen trattassero ben la famiglia! Sai tu come fanno i ribaldoni?
S EMPRONIO Non io.
FLAMINIO Gli hanno imparato a mangiar soli in camera e dicano che 'l fanno perché doi pasti il giorno gli amazza e che la sera fanno colazione leggieri leggieri: e i miseroni lo fanno perché non si trattenghino i poveri virtuosi a la tavola loro.
SEMPRONIO Gran vergogna, per certo, e gran meccanecaría.
FLAMINIO Non fu bella quella del Molfetta che, avendo speso el suo spenditore doi baiocchi piú che 'l solito in una laccia, non la volse? Onde certi della famiglia, e cosí lo spenditore, messono tanto per uno e comperòrla e cotta per mangiarla insieme, el bon vescovo, sentito l'odore e corso in cocina, volse anch'egli pagare la rata sua per mangiarne, e i buon compagni non volsero.
SEMPRONIO Ah, ah; eh, eh; oh, oh; uh, uh!
FLAMINIO Una altra piú bella.
Io ho inteso in casa del Ponzetta, che fu un Monsignore Reverendissimo, che faceva mettere un ovo e mezzo per frittata e facevalo poi porre ne le forme dove pigliano le pieghe le berette.
Avvenne una mattina un caso strano, ch'un vento le portò sino a le scale de S.
Pietro come porta le fronde lo autunno, e cadevono in capo a le genti a guisa di diadema.
SEMPRONIO Ah, ah, ah!
FLAMINIO Odi questa altra.
Voi avevate per maestri di casa gli uomini e noi le donne.
Le matri de' nostri padroni ci dànno contumacia, assaggion vini, se c'è poca acqua, tengon le chiavi de le cantine, dànno a conto i bocconi: tanti el dí de le feste e tanti i dí neri; e ci misurano sino a le minestre.
SEMPRONIO So che 'l mio figliolo starà in casa sua.
FLAMINIO Dipoi fatto un cortigiano, è fatto un invidioso, ambizioso, misero, ingrato, adulatore, maligno, iniusto, eretico, ipocrito, ladro, ghiotto, insolente e busardo; e se minor vizio che 'l tradimento si trovassi, direi che 'l tradimento è il minor peccato che ci sia.
SEMPRONIO Come, i ladri ancora sono in Corte?
FLAMINIO Ladri, sí! Il minor furto che ci si faccia è el robarsi dieci o venti anni a la vita e servitú tua, e non si attendere ad altro ch'aspettare che muoia questo o quello; e se per sorte avvenne che colui del quale hai impetrati [i] benefizii campi, tutti quei fastidi, tutte quelle febbre e dolori che ha avuto nel male quello per la morte del quale credevi esser ricco, tormentono te, sconsolato per la sanità sua.
Cose crudeli a desiderare la morte a chi non ti offese mai!
SEMPRONIO Non m'aiuti Dio, se Camillo serve mai Corte.
FLAMINIO Sempronio, se tu ti consigli meco perché io dica a tuo modo è una, ma se tu vuoi ch'io dica el vero è un'altra.
SEMPRONIO Ti sono obligatissimo, Flaminio, e conosco che sei verace uomo e da ben.
Io delibero non mandare il mio figliolo con niuno e ci riparleremo piú per agio.
Io voglio ire a pigliare i denari del mio offizio al banco de li Strozzi.
FLAMINIO E io mi tornerò in Corte a consumarmi de dispiacere.
SCENA SESTA
Rosso e Aloigia roffiana.
ROSSO Dove vai tu con tanta furia?
ALOIGIA Mo' qua e mo' là, tribulando.
ROSSO Che ti manca? Tu governi Roma!
ALOIGIA Gli è vero; ma la disgrazia de la mia maestra mi dà questa briga.
ROSSO Che ha, male?
ALOIGIA L'averà male, e el malanno è pro meriti: si abrucia domattina.
Part'egli onesto?
ROSSO Né giusto, né onesto: come diavolo abrucia? Ha ella crucifisso Cristo?
ALOIGIA Non ha fatto nulla.
ROSSO Oh, àrdese la gente per non fare niente? Che cose son queste ladre e ribalde? Or credi a me, che Roma ha presto a ruinare!
ALOIGIA L'ha bevuto el figliolo de la sua comare, per troppo amore.
ROSSO E non altro?
ALOIGIA Ammaliò il suo compare, per compiacere a un amico.
ROSSO Questo è una galanteria!
ALOIGIA Diede el veleno al marito de la Georgina, perché gli era un tristo.
ROSSO El Senatore non sa ricevere gli scherzi!
ALOIGIA Rosso mio, l'ha fatto un testamento da reina, e m'ha fatto erede de ciò che l'ha.
ROSSO Bon pro'! Che t'ha ella lasciato, se si può dire?
ALOIGIA Molte belle cose: lambicchi da stillare, acqua da levare lentigini e macchie di mal francioso, strettoio da ritirare poppe che pendono, mollette da pelare ciglia, un fiasco de lacrime d'amanti, un bicchiere di sangue di nottola, ossa di morti per tormenti e per tradimento, unghie de gufi, cuori d'avoltori, denti di lupi, grasso d'orso e funi d'impiccato a torto.
E per il vicinato non se ragiona d'altro; dove, per sua grazia, son sempre la prima chiamata a nettare denti, a cavare la puzza del fiato e mille gintilezze.
ROSSO Riscòtila con digiuni, fagli dire le messe de San Gregoro, il paternostro de San Giuliano e qualche orazione, ché la merita.
ALOIGIA Credi tu ch'io no 'l facessi, se bisognassi? La poveretta!
ROSSO Per piangere non la riarai tu!
ALOIGIA Come che quando mi ricordo che sino a gli sbirri gli facevano di beretta, mi scoppia el cuore; e non è però un mese che all'ostaria del Pavone e' la bevette forse di sei ragioni vini, sempre al boccale, senza una reputazione al mondo.
Non fu mai la meglior compagna, né mai fu donna vecchia di sí gran pasto e di cosí poca fatica.
ROSSO Però la morte la vuole per sé.
ALOIGIA Al beccaio, al pizzicagnolo, al mercato, a la fiera, al fiume, al forno, a la stufa, al barbiero, a la gabella, a la taverna, con sbirri, cuochi, messi, preti, frati e fra' soldati, sempre sempre toccava a favellare a lei, e era una Salamona tenuta.
ROSSO Abrucia, impicca, e non ci campa piú né un uomo né una donna da bene!
ALOIGIA Come una draga e una paladina andava a cavare gli occhi agl'impiccati, per cimiteri, de notte, a cavare l'unghie a' morti per fare certe medecine per el mal del fianco.
Si trasformava in gatta, in topo, in cane e andava sopra acqua e sopra vento a la noce de Benevento.
ROSSO Come ha ella nome?
ALOIGIA Madonna Maggiorina, con reverenzia parlando.
Non ti segnare, ché gli è ciò che tu odi.
ROSSO A questo modo si fa ragione a Roma? Oh, oh, oh, oh, la mi rincresce pure.
ALOIGIA Però tu sei uomo diritto, perciò te rincresce!
ROSSO Se fussi mezzo agosto, la faría chiedere da' rioni, per mezzo di Rienzo Capovacina, di Lielo caporione de Parione.
ALOIGIA Se avessino, con la mitria, spuntati gl'orecchi e 'l naso ci si poteva stare, ch'anch'io quando era giovene l'ho provato, e poi [è] un pizzico di mosca; dipoi bisogna provare qualche cosa di qua, per non ire, di là, a casa calda.
ROSSO È vero, e' preti dal bon vino ebbero pazienzia, loro che furono squartati.
ALOIGIA Quella fu altra ribaldaria e forse che non erano fratelli giurati de la mia maestra?
ROSSO Or lasciamo ire le cose coleriche e ragioniamo de le alegre perché morremo anche noi, e Dio el sa se meglio o peggio.
Aloigia, noi siamo felici: el mio padrone è inamorato di Laura di messer Luzio.
ALOIGIA È mio fratello di latte.
ROSSO Ricchi siamo! Egli non l'ha mai scoperto a persona, e sognando hoglielo da lui sentito.
Io vorrei...
ALOIGIA Taci e lascia fare a me: tu vòi che gli diamo ad intendere che la stia mal di lui.
ROSSO Entriamo in casa, ché tu vali piú che un destro a chi ha preso le pillole.
SCENA SETTIMA
Messer Maco e Maestro Andrea.
MESS.
MACO L'è donque de legno quella pina de bronzo?
M, ANDREA Sere sí.
MESS.
MACO Quella nave dove son quei santi che affogano di chi è?
M, ANDREA Di musaico.
MESS.
MACO Oh, fatemi insegnare la musica da lei, poi che l'importa a farsi cortigiano; bench'io so la mano e: gama-ut, a-re, be-mi, mi, fa, sol, fare
M, ANDREA Voi avete un gran principio, ma sarà buono andare a riposare.
MESS.
MACO Io ho la gran sete, Dio me la perdoni.
M.
ANDREA Ecco la casa; entrate, signore.
MESS.
MACO Entrate voi, ché siate maestro.
M.
ANDREA Procedete voi, messere.
MESS.
MACO Non bene conveniunt; con vostra licenzia.
SCENA OTTAVA
Parabolano e Valerio.
PARABOLANO Parlarò, tacerò? Nel parlare è el suo sdegno e nel tacere è la mia morte, perch'io scrivendoli quanto l'amo, si sdegnerà essere amata da sí basso uomo.
S'io sto queto, el celare tanta passione mi condurrà a estremo fine...; ma consigliami tu, Amore.
VALERIO Signore, per usare ufficio de bon servitore e non de presuntuoso, cerco di sapere el vostro male e procacciarvi rimedio con la propria vita.
PARABOLANO L'averti io sempre cognosciuto tale t'ha fatto diventare meco quello che tu sei: ma questo mio novo accidente non ti curare sapere.
VALERIO Qui manca d'assai la grandezza vostra e vi è poco onore che un vil desío signoreggi di cosí mala maniera la prudenzia vostra, e ancora che 'l nascondere il dolore vostro proceda d'amore, ben lo cognosco io al poco mangiare e niente dormire e al volto depinto de le vostre passioni: ma se gli è amore, màncav'egli animo de ottenere qual si voglia donna? Voi sete ricco, bello, nobile, liberale, accorto, dolce del parlare, che son mezzi fideli a ottenere Venere, non solamente questa che cosí vi trafigge.
PARABOLANO Se l'impiastri de le savie parole guaressino le piaghe mie, tu m'aresti a quest'ora sanatomi.
VALERIO Deh, signore mio, retrovate e recognoscete voi stesso e rilevativi di sí stranio umore e non vogliate diventare favola de la Corte e de' vostri emuli.
Donque voleti ch'a Napoli si sappia questa sciocchezza, che vi mena a la vergogna e morte vostra? Sentendo tal cosa, che alegrezza ne averanno li vostri, che gloria la patria, che consolazione li amici e che utile e' poveri servitori?
PARABOLANO Vatti a spasso, ché mi faresti forse uscire del manico, con tante ciance.
SCENA NONA
Parabolano, solo.
Conosco che Valerio mi dice el vero, come giovene prudentissimo, ma el soverchio amore mi diffida d'ogni salute.
Pur ogni cosa si vede avere fine.
Oggi non somiglia a ieri, sempre non sono le nevi e i ghiacci; si placa el cielo e gli Dei.
Serà meglio ch'io intenda il consiglio di Valerio.
Eccolo su la porta.
Valerio?
SCENA DECIMA
Parabolano e Valerio.
PARABOLANO Valerio, s'io, come tu dici, fussi inamorato, che remedio mi daresti tu?
VALERIO Trovare una ruffiana e scrivere una lettera.
PARABOLANO E se la non la volessi?
VALERIO Di questo state sicuro, ché mai né lettere né denari sono refiutati da le donne.
PARABOLANO E che vorresti ch'io gli dicessi?
VALERIO Quello ch'amor vi dettarà.
PARABOLANO S'ella l'avesse per male?
VALERIO Io vi ricordo che le donne sono di piú molle carne e de piú tenere ossa di noi.
PARABOLANO Quando manderesti tu questa lettera?
VALERIO Spettarei la opportunità del tempo.
PARABOLANO Scempio, io t'ho pur fatto parlare: io ho altro caldo che d'amore.
VALERIO Padrone, ma per voi non si pigliava San Leo, poi che non vi basta l'animo d'ottenere una donna.
PARABOLANO Né per questo scema una dramma del mio tormento.
Or entriamo in casa, ché l'essere solo piú mi contenta che con altrui ragionare.
SCENA UNDICESIMA
Maestro Andrea, solo.
Mentre che messer Moccicone beeva s'è inamorato di Camilla Pisana per averla vista da le fenestre de la camera.
Questa è quella volta che Cupido doventa una pecora.
Egli canta improviso e compone i piú ladri versi e le piú ribalde parole che se udissero mai.
E per non parere busardo come gl'astrologhi del diluvio, vi voglio leggere una pístola ch'egli manda alla Signora.
(Lettera de messer Maco a la Camilla Pisana)
'Salve Regina misericordie.
Perché i vostri occhi marmorei e inorpellata bocca e serpentini capelli e fronte corallina e labra di broccato m'hanno cavato di me stesso, e son venuto a Roma e faròmi cortigiano, favente Deo, per amore vostro, perché sete piú morvida che le ricotte, piú fresca del ghiaccio, piú polita che la mandragola, piú dolce che la quintadecima, e piú bella che la fata Morgana e la Diana stella.
Sí che spettate il luogo e trovate el tempo dove io possa dirvi millanta parole, le quale seranno secrete come un bando, et fiat voluntas tua.
Maco che sta per voi a pollo pesto
vi voría far quel fatto presto presto.
SCENA DODICESIMA
Messer Maco e Maestro Andrea.
MESS.
MACO Portate questo strambottino ancora!
M.
ANDREA Di grazia! Ma lo voglio prima leggere, perché voi siate malizioso e chi sa che voi non mi volessi fare dare cento bastonate.
MESS.
MACO No no, maestro, ché vi voglio bene!
M.
ANDREA Io el so, certo, pure...
(Strambottino di messer Maco, letto da Maestro Andrea)
O stelluzza d'amore, o Angel d'orto
Faccia di legno e viso d'oriente
Io sto pur mal di voi, la nave in porto,
È sí piú bella che tutto el ponente.
Le tue belezze veneron di Francia
Come che Giuda che si strangoloe,
Per amor tuo mi fo cortigiano io
Non aspetto già mai con tal desío.
O che versi sentenziosi, tersi, limati, dotti, novi, arguti, divini, correnti, dolci e pien di sugo! Ma c'è un latino falso!
MESS.
MACO Qual'è, la nave in porto?
M.
ANDREA Signor si.
MESS.
MACO Ell'è una licenzia poetica! Ora andate, via, presto a la diva!
SCENA TREDICESIMA
Maestro Andrea, solo.
Ora sí ch'e' poeti andaranno a la stufa! El bisogna fare mettere el basto a' camelli per coronarci su messer Maco de spini, ortiche e bietoloni; al dispetto de' lauri e de' mirti, che fanno tante cacheríe inanzi che vogliono ornare le tempie a niuno e non si degnono se non con l'imperatori e con poeti e con le taverne.
Ma mi pare cosí vedere che messer Maco farà impazzire d'alegrezza una coperta, e ch'egli scoppia se non sta tre mesi legato.
Ora a trovare el Zoppino.
SCENA QUATTORDICESIMA
Rosso, solo.
La vecchia farà el debito.
Oh, l'è gran ribalda questa Aloigia, e l'ha piú punti che non hanno mille sarti.
Barbuta, strega, suocera de Satanasso, avola de l'Aversiera e madre de Antecristo! Ma sia come la vuole; a me basta d'assassinare el mio padrone e vendicarmi de' mille disagi che mi dà senza proposito il furfantino, ché gli pare essere de ventidue anni cavati d'aprile al maggio, e passa la quarantina; e crede che tutte le duchesse del mondo si consumino per lui.
Ma tu assaggerai d'una fornaia, ignorantone! Ma ci comparisce.
SCENA QUINDICESIMA
Rosso e Parabolano.
PARABOLANO Che c è, Rosso?
ROSSO Vorrei che voi ridessi un poco, per amor mio.
PARABOLANO E sí sia.
ROSSO Mala parola, et è scritta per tutto né si seppe mai chi la scrivessi né mai fu detta da uomo lieto.
PARABOLANO Che piú?
ROSSO Ma torniamo al proposito.
Che pagheresti voi se m'endovinassi de chi e de come amor vi crucifigge? E non mi fa profetizzare el vino, ché, Dio grazia, s'adacqua in modo che 'l cervello sta in cervello.
PARABOLANO Che di' tu, fratello?
ROSSO Fratello, ah? Sappiate ch'io so come l'ha nome, di chi è moglie, dove è la casa e tutto.
PARABOLANO Come, la casa, el marito e lei?
ROSSO Ogni cosa: moglie, marito, balie, fratelli e peggio.
PARABOLANO Se mi dici la prima lettera del suo nome ti guadagni cento ducati.
ROSSO D'oro o di carlini?
PARABOLANO D'oro!
ROSSO Larghi o stretti?
PARABOLANO Traboccanti e larghi.
ROSSO Levàtimi di tinello e diròvi ogni cosa, ancora che no 'l meritati.
PARABOLANO Padrone de la mia casa ti faccio.
Comincia per S?
ROSSO Messer no.
PARABOLANO Per A?
ROSSO A punto: 'Viola'
PARABOLANO Per Z?
ROSSO Piú su sta Santa Luna!
PARABOLANO Per C?
ROSSO A un buco vedesti.
A fe' che domani o l'altro ve lo dirò e molto voluntieri.
PARABOLANO Ah, Cielo, perché consenti tu che un mio famiglio mi schernisca?
ROSSO Che vi fa piú oggi che domani a saperlo? Dipoi se voi mi amazzate...
Laura...
non sète voi per avere il Rosso valente come Astolfo!
PARABOLANO Non piú! Dove son io?
ROSSO In estesis!
PARABOLANO Dormo io?
ROSSO Sí, a farmi bene.
PARABOLANO Con chi parlo io?
ROSSO Col Rosso, che non ha piú a mangiare in tinello, e l'ho piú caro che s'io fussi potestà di Norcia, imbasciatore di Todi e veceré di Baccano.
PARABOLANO Andiam dentro, amico mio carissimo, ch'è buon per te.
SCENA SEDICESIMA
Zoppino tabacchino e Maestro Andrea.
M.
ANDREA Mai da che furon fatte le baie si udí la maggior ciancia de questa.
ZOPPINO Io gli dirò che la Signora mi manda a Sua Altezza e si non fussi per rispetto di Don Lindezza spagnolo, che per gelosia tien le guardie dí e notte a la sua porta, ch'egli potría venire a dormir seco; ma che, scognosciuto, non c'è niuno periculo.
M.
ANDREA Tu sei per la via maestra; ma el babuasso vien fuora.
Càvategli la beretta.
SCENA DICIASSETTESIMA
Messer Maco, Maestro Andrea e 'l Zoppino.
ZOPPINO La Signora vi bascia le mani e' piedi, e sta molto mal di voi.
MESS.
MACO O poveretta, gran mercè a voi.
ZOPPINO Piú di cento baci ha dato la Signora a la letterina e a lo strambotto e l'ha imparato a mente e càntalo in su l'organo.
MESS.
MACO Come io mando per marzapani a Siena, ve ne darò uno per questa buona nuova!
M.
ANDREA Liberalaccio che voi siete! Or, Zoppino, drento in casa; e ordinaremo quello che la Signora Camilla vuol qui da messer Maco.
SCENA DICIOTTESIMA
Rosso, solo.
Io sto meglio che non merito; el mio padron m'ha dato mille baci e me dice 'messere' e vuol che me obedisca sino al canovaio.
Ah, ah, ah! E che sí che sí, che sí ch'io dovento piú gran maestro che Marforio.
Infin beato è chi sa ben portare polli.
E mi pare cosí vedere ch'ognun mi si caverà la beretta.
Or m'è forza ritrovare Aloigia e menarla a lui; ma se questa cosa si scuopre, suo danno; io so ogni buco in Italia a irsi con Dio.
Ma io mi confido in santa Aloigia che ne sa piú che 'l calendario, che insegna le feste a l'anno; e credo che mi bisognerà spettarla un'ora, perché l'ha piú da fare che la solicitudine.
SCENA DICIANNOVESIMA
Grillo, solo.
Che cicalone e simpliciotto è questo mio padrone: ti so dire che per un pecorone egli non ha invidia a niuno.
Ma gli è capitato in buone mani a maestro Andrea e al Zoppino! Uno giuntaría l'usura e l'altro faría impazzire la sapienza capranica.
O può fare questo la natura, ch'egli si creda che gli asini tenghino scuola? Veramente gli è, come disse la buona memoria de Strascino, un maccherone senza sale, senza caseo e senza fuoco.
SCENA VENTESIMA
Maestro Andrea, Zoppino e Messer Maco.
MESS.
MACO La mi vuol bene, è vero?
M.
ANDREA Piú che se la v'avesse partorito.
MESS.
MACO Se la mi fa un figliolo, gli pagherò la culla a la fegatella, ghiotta, traditrice, ribaldella!
ZOPPINO Torniamo a la cosa nostra.
A me pare che sería securissimo a venire vestito da facchino e Grillo vestito con suoi panni gli verrà dietro.
MESS.
MACO Acconciatemi pur ben, maestro!
M.
ANDREA Non dubitate, ma bisogna che voi impariate certe parole per contrafare la lingua, e se nisun dicessi se voi sète facchino, dite: 'Ohi, olà!'
MESS.
MACO Olà!
M.
ANDREA Galante; e se persona dicessi: 'Se' tu da Bergamo?', dite: 'Maidé! Maidé!'
MESS.
MACO Be'...
be'...!
M.
ANDREA E se nesun dicessi: 'Quando venesti qui facchino?', respondete: 'Anco'.
MESS.
MACO Cancaro!
M.
ANDREA Ah, ah, ah, buono, bonissimo! Andate a travestirvi con Grillo, ché in casa sono i vostri panni.
SCENA VENTUNESIMA
Mastro Andrea e Zoppino.
ZOPPINO Vogliamo noi metterlo sotto un peso che li rompa una spalla?
M.
ANDREA Non, che sería peccato; basta vestirlo da facchino, e come s'è posto a sedere su la porta, muta solamente la cappa e dimandagli poi s'e' ti vuol portare un ammalato di peste a l'ospitale.
ZOPPINO T'ho inteso; io ti farò ridere, ché una di queste burle faría ringiovenire el Testamento vecchio! A revederci.
SCENA VENTIDUESIMA
Maestro Andrea e Grillo con i panni di Messer Maco.
GRILLO Sto io da uomo ?
M.
ANDREA Non guastare l'ucellare; noi gli volemo dare ad intendere che gli è el Siciliano facchino e menarlo dove tu sai.
SCENA VENTITREESIMA
Messer Maco, Maestro Andrea e Grillo.
M.
ANDREA Non vi conosceria el senno, ma bisogna mostrare el cervello che voi avete.
Ponetevi a sedere su la porta de la Signora, e se niuno passa fingete d'avere a portare una cassa; ma se voi non vedete nisuno per la strada, intrate in casa e fate quella cosa a la Signora.
MESS.
MACO Con gintilezza, giuro a Dio bacio le mani.
M.
ANDREA Avviatevi inanzi, noi vi verremo dietro, passo passo; e se la mala ventura volessi che quel spagnolo traditore ve incontrassi, Grillo, che per avere vostri panni par voi al naturale, gli passerà da lato e non piglierà sospetto di voi cosí travestito; intendi, gocciolon mio dolciato?
MESS.
MACO Io v'afferro; ma caminatemi presso, ché qualcun non mi furassi a me stesso.
SCENA VENTIQUATTRESIMA
Maestro Andrea e Grillo.
M.
ANDREA Questa novella non è nel Boccaccio! O che ladra cosa, eh, eh, eh, ah, ah, ah! El coronare de l'Abbate di Gaeta non fu niente, ancora ch'egli andassi su lo Elefante; né quante ciance si fecion mai in Palazzo al buon tempo, agiongono a questa.
GRILLO O che da ben tristo è questo Zoppino; oh, gli è el suttile impiccato! Vede come si mostra d'essere un altro, e messer mescolone s'è posto a sedere e sta saldo come un edificio.
M.
ANDREA Andiamoli presso e ascoltiamo ciò che li dice el Zoppino reverendissimo.
SCENA VENTICINQUESIMA
Zoppino e Messer Maco vestito da facchino.
ZOPPINO Hai tu, compagno, da portarci uno ammalato in Santo Spirito?
MESS.
MACO Ben sai ch'io ho spirito!
ZOPPINO Dico ben a Santo Spirito, et è poco male la peste.
MESS.
MACO Che peste? No io, che non l'ho!
ZOPPINO Tu cianci gaglioffo; come el pan val poco cosí non volete durare fatica!
MESS.
MACO Se 'l pan val poco, tuo danno!
SCENA VENTISEIESIMA
Maestro Andrea, Messer Maco, Grillo e Zoppino.
M.
ANDREA Siciliano, fa' piacere a questo gintilomo: è una opera de misericordia.
MESS.
MACO Maestro Andrea, volete voi la baia, o pur mi sono scambiato in questi panni?
M.
ANDREA Tu parli sanese, perché i sanesi ogni Natale si fanno uno di cotesti saltimbarchi ricamati; oh, il gintil manigoldo!
MESS.
MACO Adonque, non son io?
M.
ANDREA Deh, vanne a le forche!
GRILLO Che tu trovi quel che tu cerchi, boiaccia!
MESS.
MACO Deh, Grillaccio ladro, tu mi dileggi! Or da' qua e' mia panni, malandrino traditore!
M.
ANDREA Fatti indietro, becco, pesadeos, vigliacco, che chiero matarti!
MESS.
MACO Oimè, ch'i' mi son perduto!
ZOPPINO Dice uno che passa adesso adesso de qui, che 'l Governatore ha mandato uno bando che chi sapessi, avessi o tenessi un Messer Maco da Siena, che a pena del polmone lo riveli, perché gli è venuto a Roma senza bulettino.
MESS.
MACO Oimè, ch'io son spacciato!
M.
ANDREA Non dubitare; spoglia qui queste veste e mettiamole a questo facchino, e tu vestiti el saltimbarco e cosí trovandolo el Bargello lo appiccarà in tuo scambio.
MESS.
MACO Impiccato, ah! Misericordia! A la strada, a la strada! Soccorretime, io son morto!
ZOPPINO Tenetelo, tenetelo! Piglia, para! A la spia, al mariolo! Ah, ah, ah, ah!
M.
ANDREA Di grazia, Grillo, corrigli dietro e rimenalo a casa e digli che abbiamo burlato seco per dare piacere a la Signora, perché a Roma s'usano queste burle.
Perché gli è ben nato e qualcuno de' suoi il porría avere per mal da noi.
GRILLO Andrò, perché me lo pare vedere come un barbagiannino e avere intorno tutti i banchieri fiorentini, ché i cicaloni ingrassano a queste coglionerie come fanno nel guadagno de le usure.
ATTO TERZO DE LA CORTIGIANA
SCENA PRIMA
Parabolano e Valerio suo camariero.
PARABOLANO Virtuoso, savio, discreto e da bene è 'l Rosso, messer sí.
VALERIO Voi lodate el Rosso non altrimenti che se v'avessi fatto quel che voi sète.
PARABOLANO Non m'ha già ditto che la famiglia se lamenti!
VALERIO Perch'egli mente.
PARABOLANO Né che gli staffieri non sieno pagati.
VALERIO Non vi vuol ben, però.
PARABOLANO Né che'l zanetto sia rappreso.
VALERIO Donque date voi credenza alle menzogne?
PARABOLANO Né che 'l mercante domandi denari de' drappi.
VALERIO Bisogna pur pagare chi ha d'avere.
PARABOLANO Né anche m'ha portato versi in mia laude, ma la mia vita, la mia salute e la mia pace, e l'ho per cordial amico, per ottimo compagno e per carnale fratello.
VALERIO Mi maraviglio assai che non vi piaccino gli spiriti peregrini.
PARABOLANO Fa' tuo conto ch'io [non] vivo de poesie, e non sarà dui giorni ch'io vo' dare licenzia a tanti filosofi ch'io ho in casa e a mio dispetto gli ho dato el pane sino a qui; e ciò ch'io ho voglio spartire col Rosso, el qual m'ha cavato de l'inferno e messomi in paradiso, e m'ha dato la vita et ha in me resuscitato la speranza secca e aduggiata ne le amorose passioni; e però lièvamiti dinanzi, ch'io spetto il Rosso con piú grate nuove ch'altri che lui non può darmi.
SCENA SECONDA
Rosso e Aloigia.
ROSSO Fa' tu.
ALOIGIA Credi tu che questa sia la prima?
ROSSO Non io!
ALOIGIA Donque lascia il pensiero a me.
Ma questo debbe essere il tuo padrone.
ROSSO Quello è esso.
ALOIGIA Io il cognosco al rincroscicchiare de le mani, a l'alzare del volto al cielo e al porsi or el dito a la bocca or la mano a la guancia, signali de inamorati.
Oh, che bestie son questi signori! Sempre si vanno guastando de le principesse, e poi con qualche zambracca si caveno la fame; e anche Dietro Banchi n'ho visti, e poi si vantano d'avere fatto e detto a madonna tale e a la signora cotale.
ROSSO Per mia fe' che 'l credo, e per certo, ché 'l possedere de una gran donna debbe essere una gran fatica.
ALOIGIA Grandissima; e non ha mai questa ventura se non un famiglio e un fattore di casa, non per altra cagione che la comodità.
ROSSO Io son pur felice averle dietro, queste femine, e mi stupisco di quei perdigiornate che a vespri, a messe, a stazzoni, al freddo, al caldo, de dí e de notte le seguitano; e se mai per disgrazia in capo a venti anni hanno la posta, poi che con mille disagi e in luoghi sporchi e pericolosi hai spettato prima quattro ore, un tussire, uno sternuto ti rovina del mondo e svergogni lei e tutto el suo parentado.
Or ragioniamo d'Orlando.
State cosí un pochetto da parte et io farò l'ufficio col padrone.
SCENA TERZA
Rosso, Parabolano e Aloigia.
PARABOLANO El ben venuto, Rosso carissimo!
ROSSO Questa è la balia di quella cosa, cioè, de...
tu m'intendi.
PARABOLANO Voi sète quella ch'avete un angelo in governo?
ALOIGIA Servitrice di Vostra Signoria, e Laura mia si reccomanda a quella.
PARABOLANO In ginocchioni vi voglio ascoltare.
ALOIGIA Questo è piú tosto mio debito, parlando con un sí gran maestro.
ROSSO Lievati su e non usare tante spagnolerie e gagliofferie.
ALOIGIA La mia Signora vi bascia le mani e non ha altro Dio di Vostra Signoria; ma io ho vergogna parlarvi con questa gonnellaccia; perdonatemi!
PARABOLANO Questa catena vi la rifacci: pigliate!
ALOIGIA Gran mercè: pur e' non bisognava.
ROSSO Non ti diss'io che 'l fa quel conto a donare cento ducati che faccia un procuratore a robargli? (Io mento per la gola!)
ALOIGIA Io el credo!
ROSSO Egli ci dona l'anno piú veste che non vende piazza Navona.
(Oh, pagàssici il nostro salario, il miserone!) Del mangiare e del bere non ti dico, perché nel suo tinello c'è sempre carnevale.
(Anzi Quaresima e siam tutti piú magri che un digiuno! )
ALOIGIA Vi sono schiava!
ROSSO E come egli è conversevole con la famiglia! Tutti gli siamo compagni! (Tanto avessi ei vita quanto fa mai un bon viso a nissuno!)
ALOIGIA Ufficio di gintilomo.
ROSSO Forse che quando accade non ci aiuta del suo favore? Sino al Papa parlerebbe per il minor de la famiglia! (Tant'avessi egli fiato, ché se ci vedessi el capestro al collo non movería un passo!)
PARABOLANO Quel ch'io sono è a comodo de li miei amici, come sa qui el mio Rosso; ma ditemi, di grazia, con che faccia ascolta di me Laura?
ALOIGIA Con faccia imperiale!
PARABOLANO Che ragionamenti fa ella di me, e con che maniere?
ALOIGIA Onorevoli e con maniere di zucchero e di mèle.
PARABOLANO Che promesse fa ella a la mia servitú?
ALOIGIA Magnifiche e larghe.
PARABOLANO Credete voi che la finga?
ALOIGIA A punto!
PARABOLANO Che ne sapete?
ALOIGIA Lo so perché la sta mal di Vostra Signoria, e poi è gintildonna.
PARABOLANO Ama ella altro che me?
ALOIGIA Non, signore.
PARABOLANO Certo?
ALOIGIA Chiaro!
PARABOLANO Che fa ella ora?
ROSSO (È ita a orinare!)
ALOIGIA Maledisce el giorno, che pena un anno a irse con Dio.
PARABOLANO Ch'importa l'irsi con Dio del giorno?
ALOIGIA Gl'importa perché s'ha questa notte a trovare con voi, che gli pare mille anni.
PARABOLANO Veneranda madre mia, degnàtive ascoltarmi vinte parole in secreto.
ALOIGIA Quel che piace a la Vostra Signoria.
PARABOLANO Rèstati qui, Rosso, ch'adesso ritornaremo.
ROSSO In quel punto, ma non con quella grazia.
SCENA QUARTA
Messer Maco e Rosso.
MESS.
MACO Che mi consigliate voi ch'io faccia?
ROSSO Apiccati!
MESS.
MACO Il Bargello mi cerca per pigliarmi; a torto!
ROSSO.
Oh, part'egli non aver cera da fargli onore?
MESS.
MACO Conoscete voi messer Rapolano?.
ROSSO Messer Maco! Che abito è questo? Siete voi scappato a fatto?
MESS.
MACO Maestro Andrea, che mi menava a le puttane...
SCENA QUINTA
Parabolano, Aloigia, Messer Maco e Rosso.
PARABOLANO Che di' tu, Rosso?
ROSSO Quello scioperato di Maestro Andrea ha condutto el vostro Messer Maco, come poteti vedere, in questi panni.
PARABOLANO Voi sèti Messer Maco?
MESS.
MACO Io sono, io sono!
PARABOLANO Accompagna tu, Rosso, qui la mia madre dolcissima, e voi Messer Maco verrete meco in casa, ché mai non so' per perdonare questa a quel tristo, a quel poltrone di Maestro Andrea.
MESS.
MACO Non gli fate male, ch'ei si giamba meco, el mio Maestro.
SCENA SESTA
Rosso e Aloigia.
ROSSO Che t'ha ei detto?
ALOIGIA Che sta a l'olio santo.
Ma a dirti il vero, io ho scopati tutti i bordelli d'Italia, e al mio tempo non saría stata atta a scalzarmi Lorenzina né Beatrice.
Avevo la martora e 'l zibellino.
Il zibellino, il papagallo, la scimia e ogni cosa, intendi?
ROSSO E io son stato garzone d'oste, frate, gabellieri, messo, spia, sbirro, boia, malandrino, vetturale, mugnaio, ceretano, in galea e furfante: la mia parte de la catena, e poi concludi a posta tua.
ALOIGIA Io non l'ho detto a malizia, ma quello ch'io vo' dire in mio linguaggio è questo: che de quante ne feci, mai non ebbi cosa che me mettessi a maggiore pensiero che questa, et ho pur qualche anno al culo; e che sia vero, di signora io son tornata a tenere camare locande, a lavare panni e a la cucina e a vendere le candele.
ROSSO Sappi, Aloigia, che ti debbe essere caro ch'io t'abbi messo cotal partito a le mani, perché sarà forse l'ultimo, ché le donne si cominciano a usare poco in Corte, bench'io credo che lo faccino perché [non] potendo toglier moglie togliano marito e cavansi le voglie assai meglio e non dà contro a le leggi.
ALOIGIA A la croce de Dio che ci son di male bestie in la Corte, e vole tu vedere insino a' vescovi, che portano la mitria e non se ne vergognono?
ROSSO Savia sentenzia.
Per Dio che 'l tuo confessore dovería porti in la predica!
ALOIGIA Tu di' ben; ma io non cerco mondanità, et ho imparato da la mia maestra che vuole prima andare su l'asino che nel bel carro, e manco vole la mitria con le belle dipinture perché non se dicessi pe 'l vicinato ch'ella el facessi per vanagloria.
Ma io, parlando, ho trovato la via di contentare Parabolano e salvare noi che lo crucifigiamo.
ROSSO O dimmi come?
ALOIGIA La moglie d'Erculano fornaro è una bonissima robba, e tuttavia ordinarò ch'ella si trovi col signore stanotte, in casa mia.
I signori han quel gusto ch'una febbre e sempre se pigliano al peggio, come noi femine; e non è per accorgersi mai de cosí fatta burla.
ROSSO Un bacio! Sta salda, Corona de le Corone de le Reine.
Ohimè ch'io mi vedevo a mal partito se tu non ci provedevi! Or son io arcichiaro che 'l mio padrone goffo andrà nel bel di Roma, e noi a salvum me fac.
Or noi ci siamo intesi; a rivederci!
SCENA SETTIMA
Flaminio e Valerio.
VALERIO Tu sei entrato in gran farnetico da mezz'ora in qua; ma se tu me crederai, attenderai a servire.
FLAMINIO In effetto io son deliberato mutare padrone, perché disse lo spagnolo che gli è meglio perdere che mas perdere.
Oimè, quando io penso che quindici anni l'ho servito né mai mangiò né cavalcò ch'io mancassi in servirlo, e non ho niente, e' mi vien voglia d'annegarmi, e non son però tanto ignorante che fossi gettato via il farmi qualche bene.
VALERIO Questo lo causa la Fortuna, la qual s'ha piacere non solamente di fare ch'un signore indugi a fare bene a un servitore, ma di fare un grandissimo Re di Francia prigion senza proposito niuno.
FLAMINIO Per certo che se i signori volessero, romperebbono questa mala sorte di chi li serve, come fece a questi giorni il nepote d'Ancona, Arcivescovo di Ravenna, che per non esser reuscito un benefizio, che al virtuoso messer Ubaldino aveva dato, tolse mille scudi a interesse e donògnene; e cosí restò guasta la Fortuna.
VALERIO Non se ne trova degli Arcivescovi di Ravenna, si non uno, sai?
FLAMINIO E però voglio irmi con Dio, ch'almeno averò un padrone che mi guarderà in volto una volta el mese e che forse, quand'io gli parlerò, mi risponderà non ch'io sia pazzo e di mia testa, e non m'impegnerò la cappa [e] il saio per cavarme la fame.
Odi questa, Valerio: ieri vacò un beneficio che valeva cinquanta scudi.
Gli diedi el primo aviso e non volse dirne per me una parola, ma l'ha fatto dare al figliolo de la Sibilla ruffiana.
VALERIO I signori vogliono fare a modo loro, essaltare chi li piace e roinare chi li piace.
Qui bisogna votarsi a la buona Fortuna e pigliare el meglio che l'omo può, ch'insomma un che sempre serve non ha mai nulla, e [un che] un dí serve il primo giorno è ricco.
Né bisogna però disperarse, perché 'l guadagno de la mercanzia cortigiana sta in un punto non aspettato.
FLAMINIO Sí, ma questo punto non si forma mai per un disgraziato; e forse che quando andai a stare seco le promesse non fur larghe? Per certo che chi avventa e lancia le parole bisogna poi ch'ei faccia volare i fatti.
Ma io muterò padrone.
VALERIO Dove voi tu ire, adesso, ch'è in disordine tutto il mondo? Se vai a Milano, el Duca sta come Dio vole; a Ferrara, quel principe attende ad altro ch'a fare bella corte; a Napoli non ci son piú li Re; a Urbino el signor è anche fastidioso, in disagio per i passati danni.
E credi a me, che quando pate la Corte di Roma, patono gli altri ancora
FLAMINIO Anderò a Mantoa, dove la eccellenzia del Marchese Federico non nega el pane a niuno et ivi mi tratterrò tanto che Nostro Signore acconci le cose del mondo, non sol d'Italia; e poi ritornerò, ch'io son certissimo che Sua Santità rileverà la virtú come fece Leon suo fratello,
VALERIO Riparlimi di qui a poco e farai a modo mio, ché te ne trovarai bene.
Loda il padrone, e quando egli è in camera, con donna o ragazzo, di' che dice l'ufficio, ch'insomma loro vogliono che s'adorino le bone e le triste opere che loro fanno.
Tu sei sciolto de la lingua e vivi a la libera, e in questa maniera non piace né incresce se non il vero.
FLAMINIO Chi fa mal ha bene, Valerio! Pur ti ritroverò e farò quello che meglio mi potrà succedere, benché l'invidia che è sempre visibile per le sale, camere e scale de la Corte, da me non è mai stata veduta.
Or pensa s'io son misero; ma l'ho caro, perché non sarò mai causa de la dannazione de l'anima de niuno cortigiano.
VALERIO E gli altri hannola vista in te, l'invidia, ché pur dici che 'l padrone fa bene a chi no 'l merita.
FLAMINIO Io non dico questo per invidia, ma per offendere il poco iudizio suo.
VALERIO A Dio!
SCENA OTTAVA
Parabolano e Rosso.
PARABOLANO È pur dolce cosa amare et essere amato!
ROSSO Dolce cosa è il mangiare e 'l bere.
PARABOLANO Dolce sarà la mia Laura!
ROSSO Per chi la vuole! Io per me fo piú stima d'un boccale di greco che non faría d'Angela greca, e vorrei prima una pernice che Beatrice; e se per esser ghiotto se gissi in Paradiso, io sarei a quest'ora in capo di tavola.
PARABOLANO Si tu assaggiassi l'ambrosia che stillano l'amorose bocche, ti parría altra dolcezza trovare che nel greco e ne le starne.
ROSSO N'ho gustato un migliaro e de Lorenzina, Madrama non vuole, e de l'altre favorite e non ci trovai mai altro altro che farfalloni che faríano stomacare un brigantino.
PARABOLANO Tu simigli le grue a le pernice; abbia rispetto a le gentildonne.
ROSSO Perché, non pisciano come le villane?
PARABOLANO È pazzia, la mia, a parlar teco.
ROSSO Pazzia è la mia a respondervi.
E diteme un poco, padrone.
Non è piú dolce che l'ambrogie che voi dite, quel mèle che sgocciola da le lingue che sanno dire bene e male? Qui te colgo!
PARABOLANO Ah, ah, ah!
ROSSO Oh, quei sonettini di Maestro Pasquino mi amazzorno e meritaríano, disse el barbierario, ch'ogni matina se ne leggessi un fra la Pístola e 'l Vangelo; e al cul de mio...
che faríano arrossire la vergogna!
PARABOLANO Tu sei molto pratico con i poeti.
ROSSO Io fui servitore di messer Antonio Lelio, e so mille galanterie a mente.
PARABOLANO Deh, ragioniamo d'Aloigia; andiam dentro.
SCENA NONA
Messer Maco e Maestro Andrea.
MESS.
MACO Maestro Andrea, di dove se viene al mondo?
M.
ANDREA Per una fenestra larga larga.
MESS.
MACO E che ci si vien a fare in questo mondo?
M.
ANDREA Per vivere.
MESS.
MACO Come se vive, poi?
M.
ANDREA Per mangiare e per bere.
MESS.
MACO Io viverò sempre, perch'io mangio come un lupo e bevo come un cavallo.
Ma come l'omo ha visso, che s'ha da fare?
M.
ANDREA A morire sul buco, come i ragnateli; ma torniamo a Gian Manenti.
MESS.
MACO Che fu questo Gian Manenti?
M.
ANDREA Gran cortigiano e gran musico, e si rifece ne le proprie forme che vi rifarete voi.
MESS.
MACO O come?
M.
ANDREA Starete
...
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