LA CORTIGIANA, di Pietro Aretino - pagina 9
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Ma ecco el signor; taci!
SCENA TERZA
Parabolano, Rosso e Aloigia.
PARABOLANO Che fa l'anima mia?
ALOIGIA More per Vostra Signoria, ma...
PARABOLANO Dio m'aiuti: che vuole dire questo 'ma'?
ROSSO Egli è stato un atto da tristo!
PARABOLANO Chi ha fatto questo atto?
ALOIGIA Non se vorría mai far apiacere a persona.
ROSSO El vostro Valerio...
PARABOLANO Qual Valerio? Che ha fatto Valerio?
ALOIGIA E' ito a dire al fratello di Laura che Rosso e io gli roffianamo la sorella; ma fate che non siano mie parole!...
PARABOLANO Può essere?
ROSSO Io scoppio e non posso stare queto.
Il piú mal uomo di Roma, ha morto una dozzina de bargelli e porta l'arme al dispetto del Governatore; e Dio voglia che voi ne andiate netto.
PARABOLANO O traditore! Adesso gli caccio nel petto questo pugnale, linguaccia frascida!
ALOIGIA Signor, non ci mentoàti in questa cosa, per l'amor de Dio, ché ci rovinaresti!
PARABOLANO Furfante! Egli mi sta molto bene, ché l'ho tratto del fango al dispetto suo, e hollo fatto uomo de mille ducati d'entrata.
ROSSO Egli è quel ch'io dico: io m'accorsi ch'egli cercava d'assassinarvi e sòmmi stato cheto perché Vostra Signoria non dicessi ch'io fossi riportatore di frasche!
PARABOLANO Venite un poco in casa, ch'io crepo di doglia.
SCENA QUARTA
Rosso, solo.
Chi la fa l'aspetti, dice l'avverbio; e chi asino è, e cervio essere si crede, perde l'amico e dinari non ha mai.
So ch'io t'ho reso pan per focaccia, e andarai a fare el duca a Tigoli se tu scoppiassi, asino rivestito! Io son bugiardo, infingardo, soiardo, frappatore, adulatore e traditore, furo e spergiuro e tabacchino, che piú importa che essere messer Angelo de Cesis, e ogni dí col favore de Aloigia menarò robbe nove denanzi e de dreto a la porta al padrone, e reggerò, favorito, a la barbaccia tua, Valerio.
SCENA QUINTA
Aloigia e Rosso.
ALOIGIA L'ho espedito in doe parole; gli ho promisso che a cinque ore venga, ché in casa mia si troverà con Laura, ma in loco scuro e solo, perché l'è tanto vergognosa che non sería possibile a condurvela altrimenti: e questa comodità ci dà la partita del suo marito, che va per otto dí a Velletri; ma prima che abbia conchiuso questo, ser Valerio ha avuto licenzia, e con male parole.
Va' via, ch'io non [ho] tempo da perdere!
ROSSO O che strega! O pensa quel che debbe fare la sua maestra quando la discipula trova sí gran cose improviso.
Ma che dite, signore?
SCENA SESTA
Parabolano e Rosso.
PARABOLANO Sí che, Valerio m'ha usati cotal termini?
ROSSO Si non ch'io non mi diletto di riportare, vi direi de l'altri...
PARABOLANO In galea lo mando!
ROSSO Farete el debito vostro, perché non avete il maggiore inimico! Di non so che veleno che li comprò...; basta che...
PARABOLANO Certo?
ROSSO Io non parlo senza quali; e anco tra ragazzi...
e le puttane e 'l gioco non li puzzano.
PARABOLANO Domattina lo dò in mano de la Corte,
ROSSO Di vostra madre, sorelle e casato parla come gli piace, e se non fussi perché le questioni non mi piacciono, dua dí sono gl'insegnavo a parlare de le cose vostre.
PARABOLANO Va, fidati poi d'un servitore, va! Oh, oh, oh, oh! Rosso, piglia le chiavi d'ogni cosa e portale vertuosamente!
ROSSO Io non son sufficiente, niente di manco fidel sarò io; de l'altre cose non ho invidia a farle a niuno, e non fo per avantarmi.
Or lasciamo andare le cose coleriche, e punitelo si ha errato.
Aloigia questa notte farà el debito, e io starò a denti secchi.
Ma che glie direte voi, in prima giunta?
PARABOLANO E tu che li diresti?
ROSSO Parlerei con le mani! Ma gli è un peccato che la non v'abbi a vedere in viso, perché non è donna in Roma che quando passate non si consuma di vedervi, e non faccio per adularvi, ma dico la verità; e s'io fussi donna, vorrei ch'adesso adesso mo' mo', mi facessi quella cosa.
Ma se volete irvene a spasso sino a sera, la muletta è in ordine.
PARABOLANO Voglio ire a piede, e facciamo la via de qua ché non ho altro piacere che di parlare teco.
ROSSO Voi parlate con uno che v'è schiavo, signore, e fidel piú che la morte.
Ma quando io penso a la vostra signora Laura, io stupisco de le sue bellezze; ella è graziosa, da ben, savia, virtuosa.
Oh, Cristo, l'è da voi, certamente!
SCENA SETTIMA
Valerio e Flaminio.
VALERIO L'amor del mio padron è tutto tornato in mio danno; egli m'ha dato licenzia non altrimenti che s'io gl'avessi ucciso suo padre.
È possibile che i signori díano cosí facile credenza a le pessime persone? Per Dio che son inciampato in quello che sempre ho avuto paura.
Egli è vero ch'i' ho da vivere da commodo gintilomo e non mi saría discaro senz'altra servitú de riposarmi; pur, el mi duole partirme con disgrazia del padrone, perché se crederà che sia causato per i miei tristi portamenti.
Sí che, Flaminio, ci son guai per tutti.
FLAMINIO 'Il mal mi preme e mi spaventa il peggio', disse el Petrarca.
Io speravo qualche bene per el mezzo tuo, e ora mi cadi ne le mani in peggiore sorte di me.
Egli si sol dire che in compagnia el mal si fa minore; ma ti giuro, Valerio, che per tuo amore a me è cresciuto.
VALERIO Io voglio stare a vedere se questa fosse frenesia d'amore, ché son certo che l'è inamorato e dubito che questo non sia tutto invento di quel ribaldo del Rosso, che da poco in qua è sempre in secreto seco.
Ma cosí gira el mondo!
FLAMINIO Non correre a furia e usa là quel senno ch'hai sempre dimonstro, perché adesso ne va l'avanzo de tutto l'onore e l'utile del servigio tuo di cotanti anni.
VALERIO Vatte con Dio, ché tosto ti saperò dire dove nasce la cosa.
SCENA OTTAVA
Togna, moglie de Ercolano fornaro, e Aloigia.
ALOIGIA Tic, toc, toc, tic.
TOGNA Chi è?
ALOIGIA È Aloigia, figlia.
TOGNA Io scendo; aspettate!
ALOIGIA Ben trovata, figlia cara.
TOGNA Che volete voi, nonna?
ALOIGIA Stanotte, a quattro ore, verrai a casa mia, ch'io voglio pigliare un poco di sicurtà di te, con tuo utile.
TOGNA Ahimè cattivella, ché 'l mio marito è intrato in cosí fatta gelosia ch'io non so dove mi sia; pure...
ALOIGIA Che 'pure'? O che ohimei? Fa' a mio senno e lascia ire le fanciullerie.
TOGNA In capo de la fin non posso mancarvi, e ci verrò s'io dovessi morire, ché merita ogni male, el briacone.
ALOIGIA Te ringrazio; ma vien vestita da uomo, perché se fanno de matti scherzi la notte per Roma, e potresti dare in un trentuno, verbigrazia.
O pensa ch'io ti metto in favore a mezza gamba!
TOGNA Gran mercè, basta, ch'io verrò e Ercolano mio...
anima sua, manica sua!
SCENA NONA
Ercolano fornaro, Togna sua moglie e Aloigia.
ERCOLANO Che chiacchiere son le vostre?
ALOIGIA De l'anima.
ERCOLANO Che conscienzia!
TOGNA Tu 'l dovresti avere di grazia!
ERCOLANO Taci, troia!
TOGNA Non se può favellare con le bone donne!
ERCOLANO S'io piglio una pala...
ALOIGIA Bon omo, l'Antonia mi domandava quando era la stazzon a San Lorenzo extra muros.
ERCOLANO Coteste pratiche non m'hanno odore; sí che andative con Dio e fati ch'io non vi truovi piú qui.
E tu va' su in casa, ch'al corpo ch'io non dico...
TOGNA In tua malora!
SCENA DECIMA
Ercolano, solo.
Chi ha capre ha corna! Questa manigolda de la mia donna non è di peso, Io mi sono accorto che la va la notte alle sue consolazione, e non mi acceca tanto il vino ch'io non vegga ch'io son da Corneto; e questa Aloigia m'ha cavato di dubbio.
Io voglio fare el briaco al naturale come torno a casa, e chiariròmi s'io son pur da Cervia!
SCENA UNDICESIMA
Ercolano e Togna.
ERCOLANO Vien giú, sfaccendata! A chi dico io, Togna?
TOGNA Che te piace?
ERCOLANO Non m'aspettare a cena.
TOGNA Non fu mai piú!
ERCOLANO Tu odi mo'?
TOGNA Meglio faresti a stare a casa, ch'andare dietro a le zambracche e a le taverne.
ERCOLANO Non mi rompere el capo; fa' che 'l letto si facci adesso, che possa riposarmi com'io vengo.
TOGNA Sempre mi tocca a mangiare con la gatta! Il diavol non volse che tu t'imbattessi a una che t'avessi fatto quel che tu meriti; ma io so' troppo bona.
ERCOLANO Non mi stare a civettare su per le finestre.
TOGNA I lupi mi mangeranno.
ERCOLANO Basta, tu hai inteso, io vado.
TOGNA Col malanno! Ma a fare, a fare vaglia! Chi due bocche bacia, una conven che li puta.
Tu col vino io con l'amore, e le porterai se crepassi, geloso imbriaco!
SCENA DODICESIMA
Parabolano e Rosso.
PARABOLANO Chi sa che la luna e che 'l sole non siano inamorati di lei?
ROSSO Poría molto ben essere, perché la luna e il sole hanno la lussuria in sommo.
PARABOLANO Io temo che la casa che l'alberga, [i] vestimenti che l'ornano e il letto che l'alloggia e l'acqua che la lava e i fiori che la odora non possedono l'amor suo.
ROSSO Voi sète molto pauroso! Oh, domin fallo che Cupido pigli per capegli l'aria e la terra!
PARABOLANO Dio voglia ch'io menta.
Or torniamo in casa nostra.
SCENA TREDICESIMA
Grillo, solo.
Ah, ah, ah!...
Risa, di grazia, lasciatemi favellare! Ah ah, ah!...
Io ve ne prego! Messer Maco, ah, ah!...
messer Maco è stato in le forme et ha vomitato l'anima.
E l'han raso, vestito di novo, profumato, e fatto mille ciance; e ce dice cose cose che faría rallegrare la maninconia, e vuol tutta Roma per sé e le signore e le signoríe.
E quella bestiaccia di Maestro Andrea li fa credere cose che faríano bugiardo il Vangelio; e messere parla per 'mi' e per 'sí' come un bergamasco e usa vocaboli che non l'intenderebbe l'interprete.
Ma s'io vi volessi contare di punto quel che dice, bisognaría avere la memoria d'un ricordo! Basta, ché mi manda per marzapani, e vuol di quelli di Siena; ma io voglio andare a fare cosa che piú m'importa e aspetterà, el corbo! Mi era scordato; maestro Andrea ha uno specchio concavo che mostra li òmini al contrario, e come escono de la stufa vogliono che si specchi dentro, che lo farà disperare.
Ma stati voi a vedere, ch'io per me l'ho dietro!
SCENA QUATTORDICESIMA
Rosso, solo.
Maledetto sia, presso ch'io non l'ho detto! O può far Cristo ch'appena possa bere un tratto, che mi bisogna trottare per Aloigia e son fatto solicitatore in la causa di quello ammorbato di Cupido! Basta che non mi prometta il magistrato di casa, ché vorrei inanzi essere nihil che magistro di casa.
Forse che son ben voluti? Ne cognosco uno che presta denari a usura al suo padrone e son di quei medesimi ch'al padrone ha robbati; e sappiate che la robba che loro dànno a le puttane sono i bocconi che furano a le nostre fami.
E si non fusse per amore del maggiordomo di Clemente, che fa fallire la regola, al cul de Dio ch'io cantarei di soprano! Ma dove sarà ita questa fantasma d'Aloigia?
SCENA QUINDICESIMA
Romanello Giudeo e Rosso.
ROMANELLO Ferri vecchi, ferri vecchi!
ROSSO Sarà meglio ch'io ne facci una a questo giudeo, come al pescatore.
ROMANELLO Ferri vecchi, ferri vecchi!
ROSSO Vien qua, giudeo! Che vòi tu di questo saio?
ROMANELLO Pròvetelo, e se ti starà bene sarem d'accordo.
ROSSO Metti su, ch'io voglio una volta uscire di cenci.
ROMANELLO Depinto! E' pare fatto a tuo dosso.
ROSSO Al prezzo?
ROMANELLO Dieci ducati.
ROSSO Cava giú.
ROMANELLO Che vòi darmi tu?
ROSSO Otto scudi, e toglierò questa cappa per un mio frate de Araceli.
ROMANELLO Io son contento, se tu comperi la cappa per tuo fratello; e perché tu vegga se l'ha del panno assai, me la voglio provare.
ROSSO Non mi dispiace vedere come la torna bene indosso.
ROMANELLO Aiutami: da' qua el cordone e lo scapulare; che te ne pare?
ROSSO La mi piace: l'è di panno fine e quasi nuova.
ROMANELLO Novissima, e fu del cardinale Araceli in minoribus,
ROSSO Volta in dietro per vedere come la fa de le crespe a iosa.
ROMANELLO Eccomi!
SCENA SEDICESIMA
Rosso che fugge col saio e il giudeo dietrogli, da frate.
ROMANELLO Al ladro! al ladro! tenetelo, pigliatelo! Al ladro! al ladro!
SCENA DICIASSETTESIMA
Sbirri, Rosso, Romanello.
SBIRRO State saldo, a la Corte! Che cosa è?
ROSSO Questo frate è uscito d'una taverna e corremi dietro come un pazzo, e io, per non fare questione con sacerdoti, piú tosto ho voluto fuggire.
ROMANELLO Signor capitano, costui m'ha giuntato! Io son Romanello giudeo che...
SBIRRO Ah, sacrilego ribaldo! Tu vai con le cappe sagrate per deleggiare cristiani? Mettetelo nella segreta compagni!
ROMANELLO Questa è la ragion che se fa?
ROSSO Capitano, se Vostra Signoria non fa dimonstrazione, io sto con tale che ve ne pentirete, ché non s'ha però a fare tal villanie a chi va per i fatti soi.
SBIRRO Non dubitare che pagherà lo scotto e li faremo uscir el vin del capo con quattro tratti de corda.
SCENA DICIOTTESIMA
Rosso, solo.
L'Armellino, che dà questo ufficio, ha il torto a non darli la referma per dieci anni a costui, perché conosce i mariuoli benissimo.
Oh, oh, che cose ladre se fanno in questa Roma porca! Dio è pur paziente a non gli mandare un dí qual[che] gran flagello.
Me, che merito le forche per antipasto, costui ha lassato andare; il povero Romanello ha perduto el saio et è in prigione, e pagherà altro che ciance! Ma bisogna avere buona sorte al mondo.
Ora a ritrovare la vecchia allegramente!
SCENA DICIANNOVESIMA
Maestro Mercurio, Maestro Andrea, Messer Maco.
M.
ANDREA Gli è cento anni, o meno, che mai fu visto el piú bello di Vostra Signoria.
M.
MERCURIO Per Dio, che avete un grande obligo con la natura de' maestri e de le forme.
MESS.
MACO Ah, ah! Mostratemi lo specchio, ch'io mi sento diventato un altro! O che pena ho io patito! Ma io sono cortigiano e guarito.
Date qua lo specchio...
Ohimè, o Dio! Io sono guasto, io son disconcio, io son morto! O che bocca, o che naso! Misericordia, Vita dulcedo...
et verbum caro factum est!...
M.
MERCURIO Che accidente è questo? Duolvi il corpo?
MESS.
MACO Io disfatto! Io non son io! Regnum tuum....
panem nostrum...
Traditori, voi m'avete scambiato nelle forme.
Io vi accusarò per ladri! Ladri visibilium et invisibilium!
M.
ANDREA Gli orazioni non vi possono se non giovare; ma bisogna gittarsi per terra? State su e specchiativi bene!
MESS.
MACO Malandrini, rendetemi el mio viso e toglietevi il vostro, ché, s'io guarisco fo voto de dire un mese li salmi pestilenziali.
M.
ANDREA Molto bene; ma guardatevi nel specchio un'altra volta.
MESS, MACO Non farò!
M.
ANDREA Sí, farete!
MESS.
MACO Laudate pueri Dominum! Io sono in fatto racconcio e 'l piú bel che mai.
'O stelluzza d'amore, o Angel d'orto, Viso di legno e faccia d'oriente'.
M.
MERCURIO V'allegrate con le musiche; oh che voce!
MESS.
MACO Io voglio tutte le signore, adesso, ora! E voglio farmi papa e inchiavellare la Camilla ora ora! Spacciatemi, ch'io ho fretta.
M.
ANDREA Maestro Mercurio, andatevi a spasso e domani andate al cassieri de' Chisi, ché vi saranno contati i denari per commissione de messer Maco.
M.
MERCURIO Cosí farò, e a Vostra Signoria bascio le mani.
SCENA VENTESIMA
Maestro Andrea e Messer Maco.
MESS.
MACO Io dico che voglio richiavare la Signora in casa; dico!
M.
ANDREA O non volete tôrre panni piú destri ?
MESS.
MACO Che destri, o cacatori? Io dico: la Signora!
M.
ANDREA Non tanta furia! Andiamo in casa e pigliaremo la spada e la cappa, e poi andaremo a la signora, ché di notte in Roma non se usano queste toniche.
MESS.
MACO Andiamo, ché m'è intrato il diavolo a dosso.
SCENA VENTUNESIMA
Aloigia e Rosso.
ROSSO Toc, tic, toc.
Aloigia?
ALOIGIA Adesso io t'avevo fra' denti, ma, per dirti la cosa...
ROSSO Ché, non c'è ordine?
ALOIGIA La Togna d'Erculano...
ROSSO Che non vuol venire?
ALOIGIA Parlandoli un'ora fa, el suo marito ce trovò...
ROSSO S'è donche accorto che...?
ALOIGIA Non dubitare; di' pure al signore che si metta in punto, ché a le cinque ore ha rompere doe lanze.
Sí che, va' e fagli intendere la trama; e a sua eccellenza mi reccomando.
A Dio!
ROSSO Va' in ora buona; e io anderò di qua, per non incontrare il padrone.
Ma eccolo, a mio dispetto.
SCENA VENTIDUESIMA
Parabolano e Rosso.
PARABOLANO Ben, che dice?
ROSSO Per non vi tenere su la corda, a cinque ore ven l'amica, sí che piglia[te] cose confortative.
PARABOLANO L'è pur da ben, la Aloigia!
ROSSO La piú amorevole donna che sia al mondo.
PARABOLANO Ma io sarò consumato a le cinque.
Ma parte che le suonano, odi Rosso? Una, due,...
ROSSO A punto, sono le campanelle!
PARABOLANO Vero, ma che faremo in questo mezzo?
ROSSO Un poco di colazione.
PARABOLANO Che voglia!
ROSSO Ben sapete ch'io non voglio essere frate del Piombo.
PARABOLANO Deh, ragioniamo di Laura!
ROSSO Deh, mangiamo un poco e beviamo doi tratti a cavallo a cavallo.
PARABOLANO Io mi pasco de rimembrare la mia donna, né con altro cibo bramo assolvere il digiuno mio; ma son per contentarti; andiamo!
ROSSO Gratis vobis! Se voi avessi fame, le rimembranze ve si scordarebbono.
ULTIMO ATTO DE LA CORTIGIANA
SCENA PRIMA
Valerio, solo.
Or mi sono io chiarito d'un gran forse.
Se 'l padrone è meco in collera l'ho visto ne la fronte a tutta la sua famiglia, Oh, oh, oh, oh! È possibile che in Corte non si veggia volto se non finto? Io adesso adesso era tenuto quasi padrone e ognuno mi laudava per savio, da bene, liberale e adorato da tutti; e ora non mi conosce nissuno e ogni uomo dice la sua di me, e quelli ho sempre sempre favoriti e del mio aiutati, sono i primi a offendermi.
E 'nsomma, le mura di queste stanze mi hanno vòlte le spalle.
O felice Fortuna, tu hai pure de li amici, e tu, trista sorte, de inimici! Ma che farò io, chi mi consiglierà? Nissuno, so ben; ché s'io volessi affogarmi, che trovaria chi mi ligarebbe un sasso al collo? Orsú, che Dio è di sopra, e la ragion e la innocenzia può assai; e delibero conferire questo caso con monsignor di Ravenna, che pochi pari soi sono in Corte, e son certissimo che mi darà aiuto e consiglio fedelmente.
SCENA SECONDA
Erculano, imbriaco, e Togna.
TOGNA Io sto qui in su l'uscio per vedere se 'l mio marito bufalo ritornassi e che gli rompa la coscia.
Gli è già notte e non comparisce; ma debbe essere questo.
ERCOLANO Mo...
mo...
mostrami la po...
po...
porta da ca...
ca...
casa.
Oh, le fi...
fi...
finestre ballano, ah, ah, ah! To...
Togna tien...
tiemmi, ché io non ca...
caschi nel Te...
Te...
Tevere; ah, ah, ah!
TOGNA Dio il volessi, ché inacquaresti el vino ch'hai tracannato, gaglioffone!
ERCOLANO Io non so...
so...
sono imbriaco, no.
Io dor...
dormo; il cu...
cu...
culiseo è...
è sul mio letto; mènemi su, pre...
presto, che dormirò da non destarme le bombarde del dí [del] giudizio!
TOGNA Va su porco, che tu sia tagliato a pezzi!
SCENA TERZA
Messer Maco e Maestro Andrea.
MESS.
MACO Sono io esso, maestro?
M.
ANDREA Cosí non fussi!
MESS.
MACO Chiacchiere! Io dico: inchiavestellare la Signora, dico!
M.
ANDREA Adagio!
MESS.
MACO Voi mi farete con la spada! Potta, che sí ch'io chiàvola!
M.
ANDREA Temprate la collera; ecco la porta.
Tic, toc, tic, toc.
MESS.
MACO Bussate forte! Apri! Ch'al corpo de...!
SCENA QUARTA
Biasina fantesca, Maestro Andrea e Messer Maco.
BIASINA Chi è?
MESS.
MACO Sono io, sono, che voglio entrare su e dormire con la Signora!
BIASINA L'è accompagnata.
MESS.
MACO Cacciàtelo fora, altramente, porca vacca...!
BIASINA Voi dovete essere qualche villano, ché coteste parole non son da gintilomo.
M.
ANDREA Apri, Biasina, ché messere non se corruccia.
BIASINA De le tue, becconaccio; io tiro la corda.
Entrate!
MESS.
MACO Ve' ch'apristi ancora, Marfisaccia di merda!
SCENA QUINTA
Erculano, con i panni de la moglie in dosso.
La puttana, la puttana! A' fratelli la vo' rendere! Ve' che ci l'ho colta, la ribalda! Povero a me, forse ch'io li lascio mancare niente de la mia povertà? S'io dovessi agirare tutta la notte, so' per trovarla e segarli le vene de la gola.
Oh, oh, oh! M'ha lasciati i soi panni a pie' del letto e non ho potuto accorgermene a ora che la non sia uscita da casa con i miei vestimenti in dosso! Ma tu fuggirai come omo e io te seguiterò come donna; e voglio ire de qua, anzi de qui; sarà meglio a fare la via per Borgo Vecchio...
anco da Santo Spirito...; credo che da Campo Santo mi darà in le mani.
Ma sarà di qua giú, perch'ella è uscita per la porta dietro.
SCENA SESTA
Parabolano e Rosso.
PARABOLANO È pur cosa strania l'aspettare.
ROSSO Massime quando ci sollicita la fame.
PARABOLANO Sta queto.
Una, due...
ROSSO Io credo ch'ogni campana che suona vi paia oriolo; e sona a morto per madonna Onestà e voi noverate l'ore.
Ma odite...
una, due, tre e quattro e un quarto (ma tu te sfamarai pur, e questo ser Cupido ribaldo...)
PARABOLANO C'è anche un anno...
ROSSO Síano doi, ch'io per me non son per stare piú a questo sereno, perché tira un vento che me ammazza, e l'ammalarmi non me va a proposito niente.
Donne poltrone, che non ve contentaríano i denari, che si cavano la voglia d'ogni cosa!
PARABOLANO Andiamo dentro, ch'io ti voglio sano, il mio Rosso!
SCENA SETTIMA
Valerio, solo.
Veramente messer Gabriel Cesano e messer Giovan Tomaso Manfredi ha rason di lodare questo vescovo di Cremona, perché molto piú che non si conta per ognuno è la sua cortesia.
Io li ho comunicato le mie nove, e la minore profferta è stata i denari.
Egli è peccato ch'egli sia prete e stia in questa Corte infernale, dove che de le migliara che se ne vede, e' ce ne sono, poi un par buoni: il Reverendissimo Datario e Ravenna.
Gli altri: guarda e passa! O Corte, quanto se' tu piú crudele che l'inferno! E che sia el vero, l'inferno punisce li vizi e tu li adori e reverisci.
Ma questo non mi giova.
Io voglio trovare el mio padrone e lo troverò solo per Roma, perché io so le pratiche sue e li parlerò inanzi ch'io dorma, e saperò dove nasce il mal mio.
SCENA OTTAVA
Maestro Andrea e Zoppino.
M.
ANDREA Zoppino, questa comedia m'è venuta a noia, perché costui è la sciocchezza in carne e in ossa, e non ne piglio piú piacere.
Però assaltiamolo e scambiamo prima le cappe.
ZOPPINO Da' qua la tua, e togli la mia.
M.
ANDREA E cacciàtolo di casa dormiremo con la Camilla.
Tic, toc.
Aprite qua giú.
Ah, traditore, tu sei morto, vigliacco, poltrone! Sta pur saldo!
SCENA NONA
Messer Maco, che si getta da una fenestra in camiscia.
Misericordia, io son ferito dietro! Io ho un buco dietro! A la strada, corrite, ch'io son morto! Dove fuggo? Ov'è la casa? Ohimè, ohimè!
SCENA DECIMA
Parabolano e Rosso.
PARABOLANO Che romore è stato quello?
ROSSO Gente che va cianciando.
PARABOLANO Son anche le cinque?
ROSSO Ch'avete voi, che sète cosí pallido?
PARABOLANO El foco di dentro causa questa pallidezza di fuora.
ROSSO (Tu lo spegnerai pur questo foco, traditore!)
PARABOLANO Io temo che a la sua presenza non potrò dire parola.
ROSSO Anzi doverete cicalare come un mercato!
PARABOLANO Amor a una gintil cosa toglie l'ardire.
ROSSO Amor caca! Egli è ben poltron un uomo ch'ha paura a parlare a una femmina.
Ecco Aloigia che trotta come una ladra.
PARABOLANO Ohimè!
ROSSO Che diavol sarà?
PARABOLANO Dubito che la...
SCENA UNDICESIMA
Aloigia, Parabolano e Rosso.
ROSSO Signore, Laura per mia grazia è in casa di Aloigia, e v'aspetta tutta paurosa.
Vostra Signoria osservi la fede, e non si curi cosí, per la prima volta, vederla contra sua voglia, perché l'è tanto vergognosa che si morirà.
E fati l'opera presto, perché suo marito è andato a un suo casale stasera e qualche volta torna la notte, e sería ruinata.
PARABOLANO Prima trarrei gli occhi a questa fronte ch'io gli dispiacessi!
ALOIGIA Spasseggiatevi un poco e poi entrate in casa mia.
SCENA DODICESIMA
Parabolano e Rosso.
PARABOLANO O notte beatissima, a me piú cara che a le ben nate anime l'aspetto del mirabil Dio! O mia benigna stella, qual mio merito t'inchina a farmi dono di cotanto tesoro? O fidel servo mio, quanto ti son io obligato!
ROSSO (Or cosí, lodami un poco!)
PARABOLANO O angeliche bellezze de la fronte, del petto e de le mani, io ho da voi sí tosto a essere unico possessore, bocca soave, dove amore stilla le dolcissime ambrosie, non ti degnerai tu ch'io, che son tutto foco, immolli le mie indegne labia nelle dolcezze tue? O serene luci de la mia idea, non alluminarete voi la camera sí che vedere possa colei da cui la mia vita e morte depende?
ROSSO Questo è stato un gran proemio.
PARABOLANO Non faccio mio debito a lodare la mia donna e il ciel di cotanto dono?
ROSSO Non, a mio giudizio, perché odio piú le femmine che l'acqua e 'l vino.
SCENA TREDICESIMA
Aloigia, Parabolano e Rosso.
ALOIGIA Signore, piano, venite queto, datemi la mano.
PARABOLANO O Dio, quante quante grazie vi rendo, Aloigia e Rosso.
SCENA QUATTORDICESIMA
Rosso, solo.
Va pur là che mangerai di quella vacca che fai mangiare a noi, poveri servitori, tutto l'anno! E bel sería che qualche assassino fussi là dentro e tagliàssiti in mille pezzi, ladron, acciò che tu avessi quel de' cani!
SCENA QUINDICESIMA
Aloigia e Rosso.
ALOIGIA Egli è seco in camera e fremita come uno stallon ch'ha visto le cavalle, e sospira e piagne, fa inchini con tante 'signoria' che non ha tante la Spagna al seggio capuano, e gli promette di farla duchessa di Campo Salino e de' la Magliana.
ROSSO S'io me delettassi, aría trattato da signore il padrone con farli la credenza! Ma ragionamo in sul saldo; quante limosine fai tu l'anno di questa sorte, che i traditori meritano anche peggio?
ALOIGIA Le migliaia ne faccio, e aría faccenda a trovare le romanesche a ogni scempio! E forse ch'ogni villano ch'ha un poco di ciambellotto intorno, non fa el monsignore, e subito vuol ch'io gli conduca le gintildonne? E io con le fornare gli sfamo e son trapagata come fussino reine, goffi ribaldi! Ma che pensi tu?
ROSSO Penso che domani esco di tinello, se già la cosa non si scopre; e se la si scopre che sarà? Io ho fatto animo che son certo che merito le forche per l'assassinamento ch'io faccio al padrone, e non ci penso!
ALOIGIA Che omo terribile!
ROSSO Non mai conobbi altra paura a' miei dí, che del tinello.
ALOIGIA Adonque il tinello impaurisce un sí gran braccio?
ROSSO Se tu vedessi una volta apparecchiata una tavola in tinello e avessi a mangiare le vivande che vi son suso, tu moriresti di paura.
ALOIGIA Non mai piú li attesi.
ROSSO Come tu entri in tinello, e si' di chi vuole, ti si presenta agli occhi una sí oscura tomba, che le sepolture son piú allegre, e di state bollono per el gran caldo e di verno ti fanno aghiacciare le parole in bocca e con continuo fetore e sí fiero, che torrebbe l'odore al zibetto; e non vien da altro la peste, ché come se serrassino i tinelli, Roma sarebbe subito sanata dal morbo.
ALOIGIA Misericordia!
ROSSO La tovaglia è de piú colori che un grembiule da dipintori e lavata nel sevo de le candele di porco che avanzarono la sera; ancora che 'l piú de le volte si mangia al buio, e con pane di smalto, senza potersi mai nettare né bocca né mani, si mangia de la madre di San Luca a tutto pasto.
ALOIGIA Donque si mangia de la carne de' santi?
ROSSO E de' Crocefissi! Ma io dico la madre di San Luca, perché se dipinge bue e la madre è una vacca.
ALOIGIA Ah, ah, ah!
ROSSO E quella vacca è piú vecchia che l''imprincipio', cotta sí manigoldamente che faría fuggire la fame a l'astinenzia.
ALOIGIA Se doverían vergognare!
ROSSO Mattina e sera, sempre de la medesima vacca, e fa un brodo che la liscia sarebbe uno zuccaro.
ALOIGIA Eh, eh!
ROSSO Non vomitare, che c'è peggio: cavoli, navoni e cucuzze, sempre in minestra; dico quando si getton via, altrimenti non ci pensare! È vero che ci ristorano e' frutti doi tagliature di provatura che ci fanno una colla in su lo stomaco che ammazzaria una statua.
ALOIGIA Iesus!
ROSSO Mi ero scordato la Quaresima.
Odi questa: tutta la Quaresima, ci fanno digiunare.
Forse che la mattina ci tratton bene? Quattro alice o diece sarde marce e vintecinque telline che fanno disperare la fame, che per stracchezza si sazia, e una scodella di fave senza olio e senza sale, poi la sera cinque bocconi de pane che guastarebbono la bocca a' satiri.
ALOIGIA Oh, oh, oh, oh! che ribalderia!
ROSSO Vien poi la state, che l'omo appetisce i luoghi freschi, e tu entri in tinello dove ti assalta un caldo creato in quelle sporcherie d'ossame coperte di mosche, che spaventaria la rabbia, non che l'appetito.
El vino di poi ti ristora? Per mia fe' che è meno stomachevole una medecina! È adacquato di acqua tepida, stata un giorno in vaso di rame, che penso l'odore del vaso ti conforta tutto.
ALOIGIA Lordi, gagliofli!
ROSSO Accaderà in cento anni fare un banchetto, e ci avanza colli, piedi e capi di pollami e altre cose de quali c'è dato parte; ma sonsi prima da tante mani annoverate, che doventano piú succidi che non è la cappa di Giuliano Leni su da collo; quanto c'è di buono [è] la galanteria degli ufficiali tutti sfranciosati e tignosi; e se 'l Tevere gli corressi dietro, non saríano per lavarsi le mani.
Ma vòi vedere se stiamo male? Le mura sempre piangono, ché pare gl'incresca la miseria de chi vi mangia.
ALOIGIA Tu hai mille ragioni d'avere paura de' tinelli.
ROSSO Veneri e sabati sempre ova marce, e con piú miseria che se le fussero nate allora allora.
E quel che ci fa piú renegare Iddio, è la indescrezione de lo scalco, che a pena avemo fenito l'ultimo boccone, che ci caccia col despettoso suono de la bacchetta, e non vuol mai che finiamo il pasto con le parole, poiché col cibo non è possibile.
ALOIGIA E forse ch'ognuno non corre a Roma per acconciarsi? O che crudeltà son queste? Ma ascolta!...
Oh sventurati, oh disfatti! Romore è in casa mia! Sempre n'ho avuto paura! Ohimè, ruinati siamo! Lasciamo ire.
A vedere che cosa è.
SCENA SEDICESIMA
Rosso, solo.
Io son piú ruinato ch'una anticaglia.
Dove anderò io, che non mi gionga! O che romore! Egli l'ammazza e la fornara e la roffiana! A rimediare!
SCENA DICIASSETTESIMA
Parabolano, solo.
Io sono el piú vituperato uomo del mondo, e stammi molto bene poich'io mi sono cosí lasciato menare da una roffiana e da un famiglio.
E forse che non mi son riso di quella burla di Filippo Adimari, che, cavando i fondamenti de la casa che egli fa in Trastevere, gli fu detto che sul vespero vi era stato trovato quattro statue di bronzo: ond'egli in sottana, a piedi e solo, corse a vedere come un pazzo, e non ritrovando nulla restò com'ora son rimaso io a questa burla? E quanta noia ancora ho dato a Messer Marco Bracci fiorentino di quella imagine di cera che trovò sotto el capezzale, messagli da Piero Aretino? Imaginandosi che la fussi una malía, fece mettere a la corda la signora Marticci, credendosi che, essendo la notte dormita seco, gli avessi fatto tal fattura per troppo amore.
Cosí m'ho preso piacer de' dieci siroppi che prese messer Francesco Tornabuoni, sendoli dato a intendere che aveva il mal francioso.
Ma chi non riderà? E tu, Valerio, da me a torto scacciato, dove sei? Adesso cognosco io ch'un servitore intende el vero.
SCENA DICIOTTESIMA
Valerio e Parabolano.
VALERIO Signore mio, ecco qui Valerio, vostro servitore e, volete o no, da voi ricognosco quel ch'io sono e mi dolgo de le pessime lingue e de la maligna sorte mia, che senza causa mi vi ha messo in disgrazia.
PARABOLANO Valerio, la colpa è d'amore che contro al mio costume m'ha fatto credere troppo: non ti dolere di me.
VALERIO Io mi dolgo de la natura di voi signori, che cosí facile credenze date agli asentatori e maligni, e senza udire il biasimato assente, sbandite ogni fedele e giusto omo da la grazia vostra.
PARABOLANO Deh, grazia! Perdona ad uno inganno che m'è stato fatto dal Rosso, il qual m'ha menato a sollazzarmi con una poltrona in cambio d'una gintildonna de Roma, la qual è regina de la mia vita.
VALERIO Donque per le ciance de un par del Rosso un sí gintilomo si lascia desviare ne le mani d'una ruffiana publica, dove pur adesso t'ho visto uscire, e per le parole del Rosso cacci uno che cotanti anni ti è stato servitore obedientissimo! L'è pur una gran disgrazia de voi signori, che ciechi di giudizio, per un vano apetito, ne date in preda a un tabacchino, sigillandoli ogni menzogna per il Vangelio!
PARABOLANO Non piú! Ch'io mi vergogno d'essere vivo e delibero ammazzare la giovene e la vecchia in questa casa.
VALERIO E questa sería vergogna sopra a vituperio, anzi, vi prego, le facciati escan fora e ridendo ascoltiamo la burla che v'è stata fatta con nova arte, e che poi siate el primo a contarla, acciò che piú presto si domentichino le tue gioventudini.
PARABOLANO Tu di' saviamente.
Aspettami qui.
SCENA DICIANNOVESIMA
Valerio, solo.
Non m'indovinai io che 'l Rosso era stato? E infin bisogna pregare Cristo, altrimenti uno che mette in preda d'una gran donna è padrone de' padroni e può fare ciò che vuole con el proprio signore.
SCENA VENTESIMA
Parabolano, Togna, Aloigia e Valerio.
PARABOLANO Sí ch'in sogno m'è stato cavato di bocca ch'io era inamorato, e il Rosso è stato l'autore de vituperarmi!
ALOIGIA Signor sí, e mi reccomando a Vostra Signoria perché l'esser troppo compassionevole e bona m'ha fatto errare; uh, uh, uh!
PARABOLANO Oh, tu piangi! Per Dio, ch'io ho a rifarti!
ALOIGIA Per vedervi stare sí mal d'amore e dubitando che per troppo amore voi non ammalasti, presi questo partito.
VALERIO Per Dio che la merita perdono, poiché l'è sí pietosa e ingeniosa che gli basta l'animo fare cosí ingeniose opere.
PARABOLANO Ah, ah, ah! Sono io el primo?
ALOIGIA Signor no.
PARABOLANO Ah, ah, per Dio, ch'i mi voglio mutare di proposito e ridermi di questa cosí ladra burla e de la mia pazzia! E stammi benissimo ogni male, ché non ci doveva venire; e Aloigia ha fatto el debito suo.
VALERIO Or vi cognosco io savio; e voi madonna, state cosí malinconosa e sètevi ringrandita a sollazzare con sí gran maestro.
TOGNA Ohimè, ch'io son stata tradita e menataci per forza con questi panni del mio marito.
ALOIGIA Tu non dici el vero!
SCENA VENTUNESIMA
Erculano, Togna, Aloigia, Valerio e Parabolano.
ERCOLANO Ahi, puttana, pur ti trovai! Ahi, porca! Non me tenete!
PARABOLANO Sta saldo; non fare! Tirati indietro! Tu sei vestito da femmina; ah, ah!
ERCOLANO La mia moglie, la vo' castigare!
TOGNA Tu menti!
ERCOLANO Ahi, ribalda! A questo modo io ti paio omo da corna, che servo Lorenzo Cibo e tutti i cardinali di Palazzo!
TOGNA Che è, poi, si son ben la tua?
ERCOLANO Lassatemi, non me tenete, io la voglio scannare! A Ercolano si fanno le corna?
VALERIO Gli è el fornaro di Palazzo.
Ah, ah! Sta' indietro, sta' fermo, remetti l'arme!
PARABOLANO Questa novella scoppia se la non finisce in tragedia.
Ma Ercolano e Togna, state in pace, ch'anch'io so' in questo ballo e voglio ch'a mie spese s'acconcino le inemicizie, e io ne vado bene poiché non sète peggio che fornaia.
ERCOLANO Pur che la torni, io gli perdono!
TOGNA E io farò quel che piace qui al signor.
SCENA VENTIDUESIMA
Parabolano, Messer Maco in camisa, Valerio, Ercolano, Aloigia.
MESS.
MACO Gli spagnoli, gli spagnoli!
PARABOLANO Che romore è questo? Che cosa è?
MESS.
MACO Gli spagnoli m'hanno ferito; ladri, bestie, furfanti!
PARABOLANO Che vuol dir questo, messer Maco? Siate voi fuora de' gangheri?
MESS.
MACO I traditori m'hanno fatto un buco dietro con la spada!
VALERIO Ah, ah, ah, ah, che favole d'Orlando e de Isopo! Vàdasi a riporre el Poggio co' le Facezie!
PARABOLANO Dite su, che cosa è? Ancora oggi eravate dietro a queste pratiche!
MESS, MACO Io mi fussi...! Ora io vi voglio dire.
Maestro Andrea m'aveva fatto cortigiano novo, el piú bel de Roma, e come el diavol volse, mi guastai in le forme, e come piacque a Dio, poi ch'io fui guasto, mi rifece e racconciòmi benissimo; e, come fui rifatto, volevo fare a mio modo et era onesto, e andai in casa a una signora e, spogliatomi per andare seco a dormire per sguazzare, gli spagnoli mi volloro ammazzare, e io saltai da la fenestra e m'ho avuto a rompere le gambe, sapete, messere?
VALERIO Bene è vero che Domenedio aiuta i putti e i pazzi.
Donque, essendo guasto, in Roma avete trovato chi v'ha riconcio!
MESS.
MACO Al piacere vostro, messer sí!
VALERIO Quanta piú ventura che senno avete avuto! Quanti de piú qualità de voi ne vengono a Roma acconciatamente, che disfatti e fracassati ritornono a casa loro! Non si pon mente a virtú e qualità niuna, anzi non si attende ad altro che guastare gli acconci òmini e rovinarli per sempre.
PARABOLANO Ah, ah! Valerio, meniamo questo a casa con questa istoria ch'io voglio che ce n'abbiamo un altro pezzo di piacere; e scoppio del riso che mi viene a sentire le ciance che c'intertengono, e domattina dirai la cosa per ordine a Pattolo, omo dotto e arguto, e pregalo per parte mia che ne componga una comedia.
VALERIO Lo farò, di grazia.
Madonna Aloigia, dentro in casa, ché 'l signore vole essere nostro a ogni modo.
ALOIGIA Servitrice di sua signoria, e lo ristorerò.
VALERIO E voi, moglie di messer Ercolano, entrate con Aloigia.
E tu, Ercolano, piglia el panno per il verso e tienti in visibilium le corna, perché le s'usano oggidí per maggiori maestri.
E se tu fussi cronichista sapresti che le corna vennero dal cielo, e Moises le portò, ch'ognuno le vidde; dipoi la luna è cornuta, e stassi pur in cielo.
Sono cornuti i buoi, che ci fanno tanto bene per arare.
Cornuto piacque quel medesimo, el cavallo Bucefalas, e fu tanto caro ad Alessandro per il corno che l'aveva nel fronte.
L'Alicorno non è prezioso per il corno che tien nella fronte contra veneno? E 'nsomma, l'arme del Soderino e de Santa Maria in Portico non son tutte corna? Sí che abbiale per onorevole cosa, come i cimieri.
Et anche te ricordo che le donne con doe belle corna andavano a marito, perché Domenedio di sua mano ne ornò, come ho detto, il capo a Moises, e fu il maggiore amico ch'egli avessi nel Testamento Vecchio.
ERCOLANO Io non so tante cose; venissino mo' dal Limbo, ch'io non mi curo; e cognosco signori che l'hanno piú longhe ch'e' cervi; ma so ben questo, che cosí povero e disgraziato come me vedete, n'ho posto una dozzina altrui.
Ma di questa lasciamo vendetta a' mia figlioli.
Ora io entrarò, con vostra licenzia!
PARABOLANO E voi messer Maco, sète troppo pericoloso con le donne! E' le son la roina del mondo e ne sanno piú che li studi e con esse non averia pacienzia un pilastro, che mille anni tiene una colonna a dosso.
Ma venèti anche voi in casa mia, e domattina vi farò riaver e' vostri panni.
Ma siate savio adesso, altrimenti le vi faranno impazzire, le male femmine!
MESS.
MACO Io starò in cervello con le ribalde e voglio fare un poco di reputazione poich'io son cortigiano.
VALERIO Or andiamo a consumare questa notte in riso ch'anch'io ho piú letizia ch'io non mi pensavo.
Brigate, se la favola è stata longa io vi ricordo ch'in Roma tutte le cose vanno a la longa; e se la non v'è piaciuta l'ho carissimo, perché io non v'ho pregato che voi ci venissi.
Pur, se aspettate cosí sino a questo altro anno, ne sentirete una piú goffa.
Quando che voi abbiate fretta, a rivederci a Ponte Sisto!
Finis.
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