LA COSCIENZA DI ZENO, di Italo Svevo - pagina 2
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Finii tutta la sigaretta con l'accuratezza con cui si compie un voto.
E, sempre soffrendo orribilmente, ne fumai molte altre durante la malattia.
Mio padre andava e veniva col suo sigaro in bocca dicendomi:
- Bravo! Ancora qualche giorno di astensione dal fumo e sei guarito!
Bastava questa frase per farmi desiderare ch'egli se ne andasse presto, presto, per permettermi di correre alla mia sigaretta.
Fingevo anche di dormire per indurlo ad allontanarsi prima.
Quella malattia mi procurò il secondo dei miei disturbi: lo sforzo di liberarmi dal primo.
Le mie giornate finirono coll'essere piene di sigarette e di propositi di non fumare piú e, per dire subito tutto, di tempo in tempo sono ancora tali.
Meno violento è il proposito e la mia debolezza trova nel mio vecchio animo maggior indulgenza.
Da vecchi si sorride della vita e di ogni suo contenuto.
Posso anzi dire, che da qualche tempo io fumo molte sigarette...
che non sono le ultime.
Sul frontispizio di un vocabolario trovo questa mia registrazione fatta con bella scrittura e qualche ornato:
Ultima sigaretta!!».
Era un'ultima sigaretta molto importante.
Ricordo tutte le speranze che l'accompagnarono.
M'ero arrabbiato col diritto canonico che mi pareva tanto lontano dalla vita e correvo alla scienza ch'è la vita stessa benché ridotta in un matraccio.
Quell'ultima sigaretta significava proprio il desiderio di attività (anche manuale) e di sereno pensiero sobrio e sodo.
Per sfuggire alla catena delle combinazioni del carbonio cui non credevo ritornai alla legge.
Pur troppo! Fu un errore e fu anch'esso registrato da un'ultima sigaretta di cui trovo la data registrata su di un libro.
Fu importante anche questa e mi rassegnavo di ritornare a quelle complicazioni del mio, del tuo e del suo coi migliori propositi, sciogliendo finalmente le catene del carbonio.
M'ero dimostrato poco idoneo alla chimica anche per la mia deficienza di abilità manuale.
Come avrei potuto averla quando continuavo a fumare come un turco?
Adesso che son qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l'uomo ideale e forte che m'aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente.
Io avanzo tale ipotesi per spiegare la mia debolezza giovanile, ma senza una decisa convinzione.
Adesso che sono vecchio e che nessuno esige qualche cosa da me, passo tuttavia da sigaretta a proposito, e da proposito a sigaretta.
Che cosa significano oggi quei propositi? Come quell'igienista vecchio, descritto dal Goldoni, vorrei morire sano dopo di esser vissuto malato tutta la vita?
Una volta, allorché da studente cambiai di alloggio, dovetti far tappezzare a mie spese le pareti della stanza perché le avevo coperte di date.
Probabilmente lasciai quella stanza proprio perché essa era divenuta il cimitero dei miei buoni propositi e non credevo piú possibile di formarne in quel luogo degli altri.
Penso che la sigaretta abbia un gusto piú intenso quand'è l'ultima.
Anche le altre hanno un loro gusto speciale, ma meno intenso.
L'ultima acquista il suo sapore dal sentimento della vittoria su sé stesso e la speranza di un prossimo futuro di forza e di salute.
Le altre hanno la loro importanza perché accendendole si protesta la propria libertà e il futuro di forza e di salute permane, ma va un po' piú lontano.
Le date sulle pareti della mia stanza erano impresse coi colori piú varii ed anche ad olio.
Il proponimento, rifatto con la fede piú ingenua, trovava adeguata espressione nella forza del colore che doveva far impallidire quello dedicato al proponimento anteriore.
Certe date erano da me preferite per la concordanza delle cifre.
Del secolo passato ricordo una data che mi parve dovesse sigillare per sempre la bara in cui volevo mettere il mio vizio: «Nono giorno del nono mese del 1899».
Significativa nevvero? Il secolo nuovo m'apportò delle date ben altrimenti musicali: «Primo giorno del primo mese del 1901».
Ancor oggi mi pare che se quella data potesse ripetersi, io saprei iniziare una nuova vita.
Ma nel calendario non mancano le date e con un po' d'immaginazione ognuna di esse potrebbe adattarsi ad un buon proponimento.
Ricordo, perché mi parve contenesse un imperativo supremamente categorico, la seguente: «Terzo giorno del sesto mese del 1912 ore 24».
Suona come se ogni cifra raddoppiasse la posta.
Mancava il tredicesimo mese per accordarlo con l'anno.
Ma non si creda che occorrano tanti accordi in una data per dare rilievo ad un'ultima sigaretta.
Molte date che trovo notate su libri o quadri preferiti, spiccano per la loro deformità.
Per esempio il terzo giorno del secondo mese del 1905 ore sei! Ha un suo ritmo quando ci si pensa, perché ogni singola cifra nega la precedente.
Tutti in famiglia si stupiscono della mia memoria per gli anniversarii lieti e tristi nostri e mi credono tanto buono!
Per diminuirne l'apparenza balorda tentai di dare un contenuto filosofico alla malattia dell'ultima sigaretta.
Si dice con un bellissimo atteggiamento: «mai piú!».
Ma dove va l'atteggiamento se si tiene la promessa? L'atteggiamento non è possibile di averlo che quando si deve rinnovare il proposito.
Eppoi il tempo, per me, non è quella cosa impensabile che non s'arresta mai.
Da me, solo da me, ritorna.
La malattia, è una convinzione ed io nacqui con quella convinzione.
Di quella dei miei vent'anni non ricorderei gran cosa se non l'avessi allora descritta ad un medico.
Curioso come si ricordino meglio le parole dette che i sentimenti che non arrivarono a scotere l'aria.
Ero andato da quel medico perché m'era stato detto che guariva le malattie nervose con l'elettricità.
Io pensai di poter ricavare dall'elettricità la forza che occorreva per lasciare il fumo.
Il dottore aveva una grande pancia e la sua respirazione asmatica accompagnava il picchio della macchina elettrica messa in opera subito alla prima seduta, che mi disilluse, perché m'ero aspettato che il dottore studiandomi scoprisse il veleno che inquinava il mio sangue.
Invece egli dichiarò di trovarmi sanamente costituito e poiché m'ero lagnato di digerire e dormire male, egli suppose che il mio stomaco mancasse di acidi e che da me il movimento peristaltico (disse tale parola tante volte che non la dimenticai piú) fosse poco vivo.
Mi propinò anche un certo acido che mi ha rovinato perché da allora soffro di un eccesso di acidità.
Quando compresi che da sé egli non sarebbe mai piú arrivato a scoprire la nicotina nel mio sangue, volli aiutarlo ed espressi il dubbio che la mia indisposizione fosse da attribuirsi a quella.
Con fatica egli si strinse nelle grosse spalle:
- Movimento peristaltico...
acido...
la nicotina non c'entra!
Furono settanta le applicazioni elettriche e avrebbero continuato tuttora se io non avessi giudicato di averne avute abbastanza.
Piú che attendermi dei miracoli, correvo a quelle sedute nella speranza di convincere il dottore a proibirmi il fumo.
Chissà come sarebbero andate le cose se allora fossi stato fortificato nei miei propositi da una proibizione simile.
Ed ecco la descrizione della mia malattia quale io la feci al medico: «Non posso studiare e anche le rare volte in cui vado a letto per tempo, resto insonne fino ai primi rintocchi delle campane.
È perciò che tentenno fra la legge e la chimica perché ambedue queste scienze hanno l'esigenza di un lavoro che comincia ad un'ora fissa mentre io non so mai a che ora potrò essere alzato».
- L'elettricità guarisce qualsiasi insonnia, - sentenziò l'Esculapio, gli occhi sempre rivolti al quadrante anziché al paziente.
Giunsi a parlare con lui come s'egli avesse potuto intendere la psico-analisi ch'io, timidamente, precorsi.
Gli raccontai della mia miseria con le donne.
Una non mi bastava e molte neppure.
Le desideravo tutte! Per istrada la mia agitazione era enorme: come passavano, le donne erano mie.
Le squadravo con insolenza per il bisogno di sentirmi brutale.
Nel mio pensiero le spogliavo, lasciando loro gli stivaletti, me le recavo nelle braccia e le lasciavo solo quando ero ben certo di conoscerle tutte.
Sincerità e fiato sprecati! Il dottore ansava:
- Spero bene che le applicazioni elettriche non vi guariranno di tale malattia.
Non ci mancherebbe altro! Io non toccherei piú un Rumkorff se avessi da temerne un effetto simile.
Mi raccontò un aneddoto ch'egli trovava gustosissimo.
Un malato della stessa mia malattia era andato da un medico celebre pregandolo di guarirlo e il medico, essendovi riuscito perfettamente, dovette emigrare perché in caso diverso l'altro gli avrebbe fatta la pelle.
- La mia eccitazione non è la buona, - urlavo io.
- Proviene dal veleno che accende le mie vene!
Il dottore mormorava con aspetto accorato:
- Nessuno è mai contento della sua sorte.
E fu per convincerlo ch'io feci quello ch'egli non volle fare e studiai la mia malattia raccogliendone tutti i sintomi: - La mia distrazione! Anche quella m'impedisce lo studio.
Stavo preparandomi a Graz per il primo esame di stato e accuratamente avevo notati tutti i testi di cui abbisognavo fino all'ultimo esame.
Finí che pochi giorni prima dell'esame m'accorsi di aver studiato delle cose di cui avrei avuto bisogno solo alcuni anni dopo.
Perciò dovetti rimandare l'esame.
È vero che avevo studiato poco anche quelle altre cose causa una giovinetta delle vicinanze che, del resto, non mi concedeva altro che una civetteria alquanto sfacciata.
Quand'essa era alla finestra io non vedevo piú il mio testo.
Non è un imbecille colui che si dedica ad un'attività simile? - Ricordo la faccia piccola e bianca della fanciulla alla finestra: ovale, circondata da ricci ariosi, fulvi.
La guardai sognando di premere quel biancore e quel giallo rosseggiante sul mio guanciale.
Esculapio mormorò:
- Dietro al civettare c'è sempre qualche cosa di buono.
Alla mia età voi non civetterete piú.
Oggi so con certezza ch'egli non sapeva proprio niente del civettare.
Ne ho cinquantasette degli anni e sono sicuro che se non cesso di fumare o che la psico-analisi non mi guarisca, la mia ultima occhiata dal mio letto di morte sarà l'espressione del mio desiderio per la mia infermiera, se questa non sarà mia moglie e se mia moglie avrà permesso che sia bella!
Fui sincero come in confessione: La donna a me non piaceva intera, ma...
a pezzi! Di tutte amavo i piedini se ben calzati, di molte il collo esile oppure anche poderoso e il seno se lieve, lieve.
E continuavo nell'enumerazione di parti anatomiche femminili, ma il dottore m'interruppe:
- Queste parti fanno la donna intera.
Dissi allora una parola importante:
- L'amore sano è quello che abbraccia una donna sola e intera, compreso il suo carattere e la sua intelligenza.
Fino ad allora non avevo certo conosciuto un tale amore e quando mi capitò non mi diede neppur esso la salute, ma è importante per me ricordare di aver rintracciata la malattia dove un dotto vedeva la salute e che la mia diagnosi si sia poi avverata.
Nella persona di un amico non medico trovai chi meglio intese me e la mia malattia.
Non ne ebbi grande vantaggio, ma nella vita una nota nuova ch'echeggia tuttora.
L'amico mio era un ricco signore che abbelliva i suoi ozii con studii e lavori letterari.
Parlava molto meglio di quanto scrivesse e perciò il mondo non poté sapere quale buon letterato egli fosse.
Era grasso e grosso e quando lo conobbi stava facendo con grande energia una cura per dimagrare.
In pochi giorni era arrivato ad un grande risultato, tale che tutti per via lo accostavano nella speranza di poter sentire meglio la propria salute accanto a lui malato.
Lo invidiai perché sapeva fare quello che voleva e m'attaccai a lui finché durò la sua cura.
Mi permetteva di toccargli la pancia che ogni giorno diminuiva, ed io, malevolo per invidia, volendo indebolire il suo proposito gli dicevo:
- Ma, a cura finita, che cosa ne farà Lei di tutta questa pelle?
Con una grande calma, che rendeva comico il suo viso emaciato egli rispose:
- Di qui a due giorni comincerà la cura del massaggio.
La sua cura era stata predisposta in tutti i particolari ed era certo ch'egli sarebbe stato puntuale ad ogni data.
Me ne risultò una grande fiducia per lui e gli descrissi la mia malattia.
Anche questa descrizione ricordo.
Gli spiegai che a me pareva piú facile di non mangiare per tre volte al giorno che di non fumare le innumerevoli sigarette per cui sarebbe stato necessario di prendere la stessa affaticante risoluzione ad ogni istante.
Avendo una simile risoluzione nella mente non c'è tempo per fare altro perché il solo Giulio Cesare sapeva fare piú cose nel medesimo istante.
Sta bene che nessuno domanda ch'io lavori finché è vivo il mio amministratore Olivi, ma come va che una persona come me non sappia far altro a questo mondo che sognare o strimpellare il violino per cui non ho alcuna attitudine?
Il grosso uomo dimagrato non diede subito la sua risposta.
Era un uomo di metodo e prima ci pensò lungamente.
Poi con aria dottorale che gli competeva data la sua grande superiorità in argomento, mi spiegò che la mia vera malattia era il proposito e non la sigaretta.
Dovevo tentar di lasciare quel vizio senza farne il proposito.
In me - secondo lui - nel corso degli anni erano andate a formarsi due persone di cui una comandava e l'altra non era altro che uno schiavo il quale, non appena la sorveglianza diminuiva, contravveniva alla volontà del padrone per amore alla libertà.
Bisognava perciò dargli la libertà assoluta e nello stesso tempo dovevo guardare il mio vizio in faccia come se fosse nuovo e non l'avessi mai visto.
Bisognava non combatterlo, ma trascurarlo e dimenticare in certo modo di abbandonarvisi volgendogli le spalle con noncuranza come a compagnia che si riconosce indegna di sé.
Semplice, nevvero?
Infatti la cosa mi parve semplice.
È poi vero ch'essendo riuscito con grande sforzo ad eliminare dal mio animo ogni proposito, riuscii a non fumare per varie ore, ma quando la bocca fu nettata, sentii un sapore innocente quale deve sentirlo il neonato, mi venne il desiderio di una sigaretta e quando la fumai ne ebbi il rimorso da cui rinnovai il proposito che avevo voluto abolire.
Era una via piú lunga, ma si arrivava alla stessa meta.
Quella canaglia dell'Olivi mi diede un giorno un'idea: fortificare il mio proposito con una scommessa.
Io credo che l'Olivi abbia avuto sempre lo stesso aspetto che io gli vedo adesso.
Lo vidi sempre cosí, un po' curvo, ma solido e a me parve sempre vecchio, come vecchio lo vedo oggidí che ha ottant'anni.
Ha lavorato e lavora per me, ma io non l'amo perché penso che mi ha impedito il lavoro che fa lui.
Scommettemmo! Il primo che avrebbe fumato avrebbe pagato eppoi ambedue avrebbero ricuperato la propria libertà.
Cosí l'amministratore, impostomi per impedire ch'io sciupassi l'eredità di mio padre, tentava di diminuire quella di mia madre, amministrata liberamente da me!
La scommessa si dimostrò perniciosissima.
Non ero piú alternativamente padrone ma soltanto schiavo e di quell'Olivi che non amavo! Fumai subito.
Poi pensai di truffarlo continuando a fumare di nascosto.
Ma allora perché aver fatta quella scommessa? Corsi allora in cerca di una data che stesse in bella relazione con la data della scommessa per fumare un'ultima sigaretta che cosí in certo modo avrei potuto figurarmi fosse registrata anche dall'Olivi stesso.
Ma la ribellione continuava e a forza di fumare arrivavo all'affanno.
Per liberarmi di quel peso andai dall'Olivi e mi confessai.
Il vecchio incassò sorridendo il denaro e, subito, trasse di tasca un grosso sigaro che accese e fumò con grande voluttà.
Non ebbi mai un dubbio ch'egli non avesse tenuta la scommessa.
Si capisce che gli altri son fatti altrimenti di me.
Mio figlio aveva da poco compiuti i tre anni quando mia moglie ebbe una buona idea.
Mi consigliò, per sviziarmi, di farmi rinchiudere per qualche tempo in una casa di salute.
Accettai subito, prima di tutto perché volevo che quando mio figlio fosse giunto all'età di potermi giudicare mi trovasse equilibrato e sereno, eppoi per la ragione piú urgente che l'Olivi stava male e minacciava di abbandonarmi per cui avrei potuto essere obbligato di prendere il suo posto da un momento all'altro e mi consideravo poco atto ad una grande attività con tutta quella nicotina in corpo.
Dapprima avevamo pensato di andare in Isvizzera, il paese classico delle case di salute, ma poi apprendemmo che a Trieste v'era un certo dottor Muli che vi aveva aperto uno stabilimento.
Incaricai mia moglie di recarsi da lui, ed egli le offerse di mettere a mia disposizione un appartamentino chiuso nel quale sarei stato sorvegliato da un'infermiera coadiuvata anche da altre persone.
Parlandomene mia moglie ora sorrideva ed ora clamorosamente rideva.
La divertiva l'idea di farmi rinchiudere ed io di cuore ne ridevo con lei.
Era la prima volta ch'essa s'associava a me nei miei tentativi di curarmi.
Fino allora ella non aveva mai presa la mia malattia sul serio e diceva che il fumo non era altro che un modo un po' strano e non troppo noioso di vivere.
Io credo ch'essa fosse stata sorpresa gradevolmente dopo di avermi sposato di non sentirmi mai rimpiangere la mia libertà, occupato com'ero a rimpiangere altre cose.
Andammo alla casa di salute il giorno in cui l'Olivi mi disse che in nessun caso sarebbe rimasto da me oltre il mese dopo.
A casa preparammo un po' di biancheria in un baule e subito di sera andammo dal dottor Muli.
Egli ci accolse in persona alla porta.
Allora il dottor Muli era un bel giovane.
Si era in pieno d'estate ed egli, piccolo, nervoso, la faccina brunita dal sole nella quale brillavano ancor meglio i suoi vivaci occhi neri, era l'immagine dell'eleganza, nel suo vestito bianco dal colletto fino alle scarpe.
Egli destò la mia ammirazione, ma evidentemente ero anch'io oggetto della sua.
Un po' imbarazzato, comprendendo la ragione della sua ammirazione, gli dissi:
- Già: Ella non crede né alla necessità della cura né alla serietà con cui mi vi accingo.
Con un lieve sorriso, che pur mi ferí, il dottore rispose:
- Perché? Forse è vero che la sigaretta è piú dannosa per lei di quanto noi medici ammettiamo.
Solo non capisco perché lei, invece di cessare ex abrupto di fumare, non si sia piuttosto risolto di diminuire il numero delle sigarette che fuma.
Si può fumare, ma non bisogna esagerare.
In verità, a forza di voler cessare del tutto dal fumare, all'eventualità di fumare di meno non avevo mai pensato.
Ma venuto ora, quel consiglio non poteva che affievolire il mio proposito.
Dissi una parola risoluta:
- Giacché è deciso, lasci che tenti questa cura.
- Tentare? - e il dottore rise con aria di superiorità.
- Una volta che lei vi si è accinto, la cura deve riuscire.
Se Lei non vorrà usare della sua forza muscolare con la povera Giovanna, non potrà uscire di qua.
Le formalità per liberarla durerebbero tanto che nel frattempo ella avrebbe dimenticato il suo vizio.
Ci trovavamo nell'appartamento che m'era destinato a cui eravamo giunti ritornando a pianoterra dopo di essere saliti al secondo piano.
- Vede? Quella porta sbarrata impedisce la comunicazione con l'altra parte del pianterreno dove si trova l'uscita.
Neppure Giovanna ne ha le chiavi.
Essa stessa per arrivare all'aperto deve salire al secondo piano ed ha solo lei le chiavi di quella porta che si è aperta per noi su quel pianerottolo.
Del resto, al secondo piano c'è sempre sorveglianza.
Non c'è male nevvero per una casa di salute destinata a bambini e puerpere?
E si mise a ridere, forse all'idea di avermi rinchiuso fra bambini.
Chiamò Giovanna e me la presentò.
Era una piccola donnina di un'età che non si poteva precisare e che poteva variare fra' quaranta e i sessant'anni.
Aveva dei piccoli occhi di una luce intensa sotto ai capelli molto grigi.
Il dottore le disse:
- Ecco il signore col quale dovete essere pronta di fare i pugni.
Essa mi guardò scrutandomi, si fece molto rossa e gridò con voce stridula:
- Io farò il mio dovere, ma non posso certo lottare con lei.
Se lei minaccerà, io chiamerò l'infermiere ch'è un uomo forte e, se non venisse subito, la lascerei andare dove vuole perché io non voglio certo rischiare la pelle!
Appresi poi che il dottore le aveva affidato quell'incarico con la promessa di un compenso abbastanza lauto, e ciò aveva contribuito a spaventarla.
Allora le sue parole m'indispettirono.
M'ero cacciato volontariamente in una bella posizione!
- Ma che pelle d'Egitto! - urlai.
- Chi toccherà la sua pelle? - Mi rivolsi al dottore: - Vorrei che questa donna sia avvisata di non seccarmi! Ho portati con me alcuni libri e vorrei essere lasciato in pace.
Il dottore intervenne con qualche parola di ammonimento a Giovanna.
Per scusarsi, costei continuò ad attaccarmi:
- Io ho delle figliuole, due e piccine, e devo vivere.
- Io non mi degnerei di ammazzarla, - risposi con accento che certo non poteva rassicurare la poverina.
Il dottore la fece allontanare incaricandola di andar a prendere non so che cosa al piano superiore e, per rabbonirmi, mi propose di mettere un'altra persona al suo posto, aggiungendo:
- Non è una cattiva donna e quando le avrò raccomandato di essere piú discreta, non le darà altro motivo a lagnanze.
Nel desiderio di dimostrare che non davo alcuna importanza alla persona incaricata di sorvegliarmi, mi dichiarai d'accordo di sopportarla.
Sentii il bisogno di quietarmi, levai di tasca la penultima sigaretta e la fumai avidamente.
Spiegai al dottore che ne avevo prese con me solo due e che volevo cessar di fumare in punto alla mezzanotte.
Mia moglie si congedò da me insieme al dottore.
Mi disse sorridendo:
- Giacché hai deciso cosí, sii forte.
Il suo sorriso che io amavo tanto mi parve una derisione e fu proprio in quell'istante che nel mio animo germinò un sentimento nuovo che doveva far sí che un tentativo intrapreso con tanta serietà dovesse subito miseramente fallire.
Mi sentii subito male, ma seppi che cosa mi facesse soffrire soltanto quando fui lasciato solo.
Una folle, amara gelosia per il giovine dottore.
Lui bello, lui libero! Lo dicevano la Venere fra' Medici.
Perché mia moglie non l'avrebbe amato? Seguendola, quando se ne erano andati, egli le aveva guardato i piedi elegantemente calzati.
Era la prima volta che mi sentivo geloso dacché m'ero sposato.
Quale tristezza! S'accompagnava certamente al mio abietto stato di prigioniero! Lottai! Il sorriso di mia moglie era il suo solito sorriso e non una derisione per avermi eliminato dalla casa.
Era certamente lei che m'aveva fatto rinchiudere pur non accordando alcuna importanza al mio vizio; ma certamente l'aveva fatto per compiacermi.
Eppoi non ricordavo che non era tanto facile d'innamorarsi di mia moglie? Se il dottore le aveva guardato i piedi, certamente l'aveva fatto per vedere quali stivali dovesse comperare per la sua amante.
Ma fumai subito l'ultima sigaretta; e non era la mezzanotte, ma le ventitré, un'ora impossibile per un'ultima sigaretta.
Apersi un libro.
Leggevo senz'intendere e avevo addirittura delle visioni.
La pagina su cui tenevo fisso lo sguardo si copriva della fotografia del dottor Muli in tutta la sua gloria di bellezza ed eleganza.
Non seppi resistere! Chiamai Giovanna.
Forse discorrendo mi sarei quietato.
Essa venne e mi guardò subito con occhio diffidente.
Urlò con la sua voce stridula: - Non s'aspetti d'indurmi a deviare dal mio dovere.
Intanto, per quietarla, mentii e le dichiarai ch'io non ci pensavo nemmeno, che non avevo piú voglia di leggere e preferivo di far quattro chiacchiere con lei.
La feci sedere a me in faccia.
Proprio, mi ripugnava con quel suo aspetto da vecchia e gli occhi giovanili e mob
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