LA COSCIENZA DI ZENO, di Italo Svevo - pagina 21
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Solo il mio stato d'animo era nuovo per me e fu desso che m'indusse a guardare estatico in su, come a cosa novissima.
Eppure io lottavo per tenere quella musica lontana da me.
Mai cessai di pensare: «Bada! Il violino è una sirena e si può far piangere con esso anche senz'avere il cuore di un eroe!».
Fui assaltato da quella musica che mi prese.
Mi parve dicesse la mia malattia e i miei dolori con indulgenza e mitigandoli con sorrisi e carezze.
Ma era Guido che parlava! Ed io cercavo di sottrarmi alla musica dicendomi: «Per saper fare ciò, basta disporre di un organismo ritmico, una mano sicura e una capacità d'imitazione; tutte cose che io non ho, ciò che non è un'inferiorità, ma una sventura».
Io protestavo, ma Bach procedeva sicuro come il destino.
Cantava in alto con passione e scendeva a cercare il basso ostinato che sorprendeva per quanto l'orecchio e il cuore l'avessero anticipato: proprio al suo posto! Un attimo piú tardi e il canto sarebbe dileguato e non avrebbe potuto essere raggiunto dalla risonanza; un attimo prima e si sarebbe sovrapposto al canto, strozzandolo.
Per Guido ciò non avveniva: non gli tremava il braccio neppure affrontando Bach e ciò era una vera inferiorità.
Oggi che scrivo ho tutte le prove di ciò.
Non gioisco per aver visto allora tanto esattamente.
Allora ero pieno di odio e quella musica, ch'io accettavo come la mia anima stessa, non seppe addolcirlo.
Poi venne la vita volgare di ogni giorno e l'annullò senza che da parte mia vi fosse alcuna resistenza.
Si capisce! La vita volgare sa fare tante di quelle cose.
Guai se i geni se ne accorgessero!
Guido cessò di suonare sapientemente.
Nessuno plaudí fuori di Giovanni, e per qualche istante nessuno parlò.
Poi, purtroppo, sentii io il bisogno di parlare.
Come osai di farlo davanti a gente che il mio violino conosceva? Pareva parlasse il mio violino che invano anelava alla musica e biasimasse l'altro sul quale - non si poteva negarlo - la musica era divenuta vita, luce ed aria.
- Benissimo! - dissi e aveva tutto il suono di una concessione piú che di un applauso.
- Ma però non capisco perché, verso la chiusa, abbiate voluto scandere quelle note che il Bach segnò legate.
Io conoscevo la Chaconne nota per nota.
C'era stata un'epoca in cui avevo creduto che, per progredire, avrei dovuto affrontare di simili imprese e per lunghi mesi passai il tempo a compitare battuta per battuta alcune composizioni del Bach.
Sentii che in tutto il salotto non v'era per me che biasimo e derisione.
Eppure parlai ancora lottando contro quell'ostilità.
- Bach - aggiunsi - è tanto modesto nei suoi mezzi che non ammette un arco fatturato a quel modo.
Io avevo probabilmente ragione, ma era anche certo ch'io non avrei neppur saputo fatturare l'arco a quel modo.
Guido fu subito altrettanto spropositato quanto lo ero stato io.
Dichiarò:
- Forse Bach non conosceva la possibilità di quell'espressione.
Gliela regalo io!
Egli montava sulle spalle di Bach, ma in quell'ambiente nessuno protestò mentre mi si aveva deriso perché io avevo tentato di montare soltanto sulle sue.
Allora avvenne una cosa di minima importanza, ma che fu per me decisiva.
Da una stanza abbastanza lontana da noi echeggiarono le urla della piccola Anna.
Come si seppe poi, era caduta insanguinandosi le labbra.
Fu cosí ch'io per qualche minuto mi trovai solo con Ada perché tutti uscirono di corsa dal salotto.
Guido, prima di seguire gli altri, aveva posto il suo prezioso violino nelle mani di Ada.
- Volete dare a me quel violino? - domandai io ad Ada vedendola esitante se seguire gli altri.
Davvero che non m'ero ancora accorto che l'occasione tanto sospirata s'era finalmente presentata.
Ella esitò, ma poi una sua strana diffidenza ebbe il sopravvento.
Trasse il violino ancora meglio a sé:
- No - rispose, - non occorre ch'io vada con gli altri.
Non credo che Anna si sia fatta tanto male.
Essa strilla per nulla.
Sedette col suo violino e a me parve che con quest'atto essa m'avesse invitato di parlare.
Del resto, come avrei potuto io andar a casa senz'aver parlato? Che cosa avrei poi fatto in quella lunga notte? Mi vedevo ribaltarmi da destra a sinistra nel mio letto o correre per le vie o le bische in cerca di svago.
No! Non dovevo abbandonare quella casa senz'essermi procurata la chiarezza e la calma.
Cercai di essere semplice e breve.
Vi ero anche costretto perché mi mancava il fiato.
Le dissi:
- Io vi amo, Ada.
Perché non mi permettereste di parlarne a vostro padre?
Ella mi guardò stupita e spaventata.
Temetti che si mettesse a strillare come la piccina, là fuori.
Io sapevo che il suo occhio sereno e la sua faccia dalle linee tanto precise non sapevano l'amore, ma tanto lontana dall'amore come ora, non l'avevo mai vista.
Incominciò a parlare e disse qualcosa che doveva essere come un esordio.
Ma io volevo la chiarezza: un sí o un no! Forse m'offendeva già quanto mi pareva un'esitazione.
Per fare presto e indurla a decidersi, discussi il suo diritto di prendersi tempo:
- Ma come non ve ne sareste accorta? A voi non era possibile di credere ch'io facessi la corte ad Augusta!
Volli mettere dell'enfasi nelle mie parole, ma, nella fretta, la misi fuori di posto e finí che quel povero nome di Augusta fu accompagnato da un accento e da un gesto di disprezzo.
Fu cosí che levai Ada dall'imbarazzo.
Essa non rilevò altro che l'offesa fatta ad Augusta:
- Perché credete di essere superiore ad Augusta? Io non penso mica che Augusta accetterebbe di divenire vostra moglie!
Poi appena ricordò che mi doveva una risposta:
- In quanto a me...
mi meraviglia che vi sia capitata una cosa simile in testa.
La frase acre doveva vendicare l'Augusta.
Nella mia grande confusione pensai che anche il senso della parola non avesse avuto altro scopo; se mi avesse schiaffeggiato credo che sarei stato esitante a studiarne la ragione.
Perciò ancora insistetti:
- Pensateci, Ada.
Io non sono un uomo cattivo.
Sono ricco...
Sono un po' bizzarro, ma mi sarà facile di correggermi.
Anche Ada fu piú dolce, ma parlò di nuovo di Augusta.
- Pensateci anche voi, Zeno: Augusta è una buona fanciulla e farebbe veramente al caso vostro.
Io non posso parlare per conto suo, ma credo...
Era una grande dolcezza di sentirmi invocare da Ada per la prima volta col mio prenome.
Non era questo un invito a parlare ancora piú chiaro? Forse era perduta per me, o almeno non avrebbe accettato subito di sposarmi, ma intanto bisognava evitare che si compromettesse di piú con Guido sul conto del quale dovevo aprirle gli occhi.
Fui accorto, e prima di tutto le dissi che stimavo e rispettavo Augusta, ma che assolutamente non volevo sposarla.
Lo dissi due volte per farmi intendere chiaramente: «io non volevo sposarla».
Cosí potevo sperare di aver rabbonita Ada che prima aveva creduto io volessi offendere Augusta.
- Una buona, una cara, un'amabile ragazza quell'Augusta; ma non fa per me.
Poi appena precipitai le cose, perché c'era del rumore sul corridoio e mi poteva essere tagliata la parola da un momento all'altro.
- Ada! Quell'uomo non fa per voi.
È un imbecille! Non v'accorgeste come sofferse per i responsi del tavolino? Avete visto il suo bastone? Suona bene il violino, ma vi sono anche delle scimmie che sanno suonarlo.
Ogni sua parola tradisce il bestione...
Essa, dopo d'esser stata ad ascoltarmi con l'aspetto di chi non sa risolversi ad ammettere nel loro senso le parole che gli sono dirette, m'interruppe.
Balzò in piedi sempre col violino e l'arco in mano e mi soffiò addosso delle parole offensive.
Io feci del mio meglio per dimenticarle e vi riuscii.
Ricordo solo che cominciò col domandarmi ad alta voce come avevo potuto parlare cosí di lui e di lei! Io feci gli occhi grandi dalla sorpresa perché mi pareva di non aver parlato che di lui solo.
Dimenticai le tante parole sdegnose ch'essa mi diresse, ma non la sua bella, nobile e sana faccia arrossata dallo sdegno e dalle linee rese piú precise, quasi marmoree, dall'indignazione.
Quella non dimenticai piú e quando penso al mio amore e alla mia giovinezza, rivedo la faccia bella e nobile e sana di Ada nel momento in cui essa m'eliminò definitivamente dal suo destino.
Ritornarono tutti in gruppo intorno alla signora Malfenti che teneva in braccio Anna ancora piangente.
Nessuno si occupò di me o di Ada ed io, senza salutare nessuno, uscii dal salotto; nel corridoio presi il mio cappello.
Curioso! Nessuno veniva a trattenermi.
Allora mi trattenni da solo, ricordando ch'io non dovevo mancare alle regole della buona educazione e che perciò prima di andarmene dovevo salutare compitamente tutti.
Vero è che non dubito io non sia stato impedito di abbandonare quella casa dalla convinzione che troppo presto sarebbe cominciata per me la notte ancora peggiore delle cinque notti che l'avevano preceduta.
Io che finalmente avevo la chiarezza, sentivo ora un altro bisogno: quello della pace, la pace con tutti.
Se avessi saputo eliminare ogni asprezza dai miei rapporti con Ada e con tutti gli altri, mi sarebbe stato piú facile di dormire.
Perché aveva da sussistere tale asprezza? Se non potevo prendermela neppure con Guido il quale se anche non ne aveva alcun merito, certamente non aveva nessuna colpa di essere stato preferito da Ada!
Essa era la sola che si fosse accorta della mia passeggiata sul corridoio e, quando mi vide ritornare, mi guardò ansiosa.
Temeva di una scena? Subito volli rassicurarla.
Le passai accanto e mormorai:
- Scusate se vi ho offesa!
Essa prese la mia mano e, rasserenata, la strinse.
Fu un grande conforto.
Io chiusi per un istante gli occhi per isolarmi con la mia anima e vedere quanta pace gliene fosse derivata.
Il mio destino volle che mentre tutti ancora si occupavano della bimba, io mi trovassi seduto accanto ad Alberta.
Non l'avevo vista e di lei non m'accorsi che quando essa mi parlò dicendomi:
- Non s'è fatta nulla.
Il grave è la presenza di papà il quale, se la vede piangere, le fa un bel regalo.
Io cessai dall'analizzarmi perché mi vidi intero! Per avere la pace io avrei dovuto fare in modo che quel salotto non mi fosse mai piú interdetto.
Guardai Alberta! Somigliava ad Ada! Era un po' di lei piú piccola e portava sul suo organismo evidenti dei segni non ancora cancellati dell'infanzia.
Facilmente alzava la voce, e il suo riso spesso eccessivo le contraeva la faccina e gliel'arrossava.
Curioso! In quel momento ricordai una raccomandazione di mio padre: «Scegli una donna giovine e ti sarà piú facile di educarla a modo tuo».
Il ricordo fu decisivo.
Guardai ancora Alberta.
Nel mio pensiero m'industriavo di spogliarla e mi piaceva cosí dolce e tenerella come supposi fosse.
Le dissi:
- Sentite, Alberta! Ho un'idea: avete mai pensato che siete nell'età di prendere marito?
- Io non penso di sposarmi! - disse essa sorridendo e guardandomi mitemente, senz'imbarazzo o rossore.
- Penso invece di continuare i miei studii.
Anche mamma lo desidera.
- Potreste continuare gli studii anche dopo sposata.
Mi venne un'idea che mi parve spiritosa e le dissi subito:
- Anch'io penso d'iniziarli dopo essermi sposato.
Essa rise di cuore, ma io m'accorsi che perdevo il mio tempo, perché non era con tali scipitezze che si poteva conquistare una moglie e la pace.
Bisognava essere serii.
Qui poi era facile perché venivo accolto tutt'altrimenti che da Ada.
Fui veramente serio.
La mia futura moglie doveva intanto sapere tutto.
Con voce commossa le dissi:
- Io, poco fa, ho indirizzata ad Ada la stessa proposta che ora feci a voi.
Essa rifiutò con sdegno.
Potete figurarvi in quale stato io mi trovi.
Queste parole accompagnate da un atteggiamento di tristezza non erano altro che la mia ultima dichiarazione d'amore per Ada.
Divenivo troppo serio e, sorridendo, aggiunsi:
- Ma credo che se voi accettaste di sposarmi, io sarei felicissimo e dimenticherei per voi tutto e tutti.
Essa si fece molto seria per dirmi:
- Non dovete offendervene, Zeno, perché mi dispiacerebbe.
Io faccio una grande stima di voi.
So che siete un buon diavolo eppoi, senza saperlo, sapete molte cose, mentre i miei professori sanno esattamente tutto quello che sanno.
Io non voglio sposarmi.
Forse mi ricrederò, ma per il momento non ho che una mèta: vorrei diventare una scrittrice.
Vedete quale fiducia vi dimostro.
Non lo dissi mai a nessuno e spero non mi tradirete.
Dal canto mio, vi prometto che non ripeterò a nessuno la vostra proposta.
- Ma anzi potete dirlo a tutti! - la interruppi io con stizza.
Mi sentivo di nuovo sotto la minaccia di essere espulso da quel salotto e corsi al riparo.
C'era poi un solo modo per attenuare in Alberta l'orgoglio di aver potuto respingermi ed io l'adottai non appena lo scopersi.
Le dissi:
- Io ora farò la stessa proposta ad Augusta e racconterò a tutti che la sposai perché le sue due sorelle mi rifiutarono!
Ridevo di un buon umore eccessivo che m'aveva colto in seguito alla stranezza del mio procedere.
Non era nella parola che mettevo lo spirito di cui ero tanto orgoglioso, ma nelle azioni.
Mi guardai d'intorno per trovare Augusta.
Era uscita sul corridoio con un vassoio sul quale non v'era che un bicchiere semivuoto contenente un calmante per Anna.
La seguii di corsa chiamandola per nome ed essa s'addossò alla parete per aspettarmi.
Mi misi a lei di faccia e subito le dissi:
- Sentite, Augusta, volete che noi due ci sposiamo?
La proposta era veramente rude.
Io dovevo sposare lei e lei me, ed io non domandavo quello ch'essa pensasse né pensavo potrebbe toccarmi di essere io costretto di dare delle spiegazioni.
Se non facevo altro che quello che tutti volevano!
Essa alzò gli occhi dilatati dalla sorpresa.
Cosí quello sbilenco era anche piú differente del solito dall'altro.
La sua faccia vellutata e bianca, dapprima impallidí di piú, eppoi subito si congestionò.
Con un filo di voce mi disse:
- Voi scherzate e ciò è male.
Temetti si mettesse a piangere ed ebbi la curiosa idea di consolarla dicendole della mia tristezza.
- Io non scherzo, - dissi serio e triste.
- Domandai dapprima la sua mano ad Ada che me la rifiutò con ira, poi domandai ad Alberta di sposarmi ed essa, con belle parole, vi si rifiutò anch'essa.
Non serbo rancore né all'una né all'altra.
Solo mi sento molto, ma molto infelice.
Dinanzi al mio dolore essa si ricompose e si mise a guardarmi commossa, riflettendo intensamente.
Il suo sguardo somigliava ad una carezza che non mi faceva piacere.
- Io devo dunque sapere e ricordare che voi non mi amate? - domandò.
Che cosa significava questa frase sibillina? Preludiava ad un consenso? Voleva ricordare! Ricordare per tutta la vita da trascorrersi con me? Ebbi il sentimento di chi per ammazzarsi si sia messo in una posizione pericolosa ed ora sia costretto a faticare per salvarsi.
Non sarebbe stato meglio che anche Augusta m'avesse rifiutato e che mi fosse stato concesso di ritornare sano e salvo nel mio studiolo nel quale neppure quel giorno stesso m'ero sentito troppo male? Le dissi:
- Sí! Io non amo che Ada e sposerei ora voi...
Stavo per dirle che non potevo rassegnarmi di divenire un estraneo per Ada e che perciò mi contentavo di divenirle cognato.
Sarebbe stato un eccesso, ed Augusta avrebbe di nuovo potuto credere che volessi dileggiarla.
Perciò dissi soltanto:
- Io non so piú rassegnarmi di restar solo.
Essa rimaneva tuttavia poggiata alla parete del cui sostegno forse sentiva il bisogno; però pareva piú calma ed il vassoio era ora tenuto da una sola mano.
Ero salvo e cioè dovevo abbandonare quel salotto, o potevo restarci e dovevo sposarmi? Dissi delle altre parole, solo perché impaziente di aspettare le sue che non volevano venire:
- Io sono un buon diavolo e credo che con me si possa vivere facilmente anche senza che ci sia un grande amore.
Questa era una frase che nei lunghi giorni precedenti avevo preparata per Ada per indurla a dirmi di sí anche senza sentire per me un grande amore.
Augusta ansava leggermente e taceva ancora.
Quel silenzio poteva anche significare un rifiuto, il piú delicato rifiuto che si potesse immaginare: io quasi sarei scappato in cerca del mio cappello, in tempo per porlo su una testa salva.
Invece Augusta, decisa, con un movimento dignitoso che mai dimenticai, si rizzò e abbandonò il sostegno della parete.
Nel corridoio non largo essa si avvicinò cosí ancora di piú a me che le stavo di faccia.
Mi disse:
- Voi, Zeno, avete bisogno di una donna che voglia vivere per voi e vi assista.
Io voglio essere quella donna.
Mi porse la mano paffutella ch'io quasi istintivamente baciai.
Evidentemente non c'era piú la possibilità di fare altrimenti.
Devo poi confessare che in quel momento fui pervaso da una soddisfazione che m'allargò il petto.
Non avevo piú da risolvere niente, perché tutto era stato risolto.
Questa era la vera chiarezza.
Fu cosí che mi fidanzai.
Fummo subito festeggiatissimi.
Il mio somigliava un poco al grande successo del violino di Guido, tanti furono gli applausi di tutti.
Giovanni mi baciò e mi diede subito del tu.
Con eccessiva espressione di affetto mi disse:
- Mi sentivo tuo padre da molto tempo, dacché cominciai a darti dei consigli per il tuo commercio.
La mia futura suocera mi porse anch'essa la guancia che sfiorai.
A quel bacio non sarei sfuggito neppure se avessi sposato Ada.
- Vede ch'io avevo indovinato tutto, - mi disse con una disinvoltura incredibile e che non fu punita perché io non seppi né volli protestare.
Essa poi abbracciò Augusta e la grandezza del suo affetto si rivelò in un singhiozzo che le sfuggí interrompendo le sue manifestazioni di gioia.
Io non potevo soffrire la signora Malfenti, ma devo dire che quel singhiozzo colorí, almeno per tutta quella sera, di una luce simpatica e importante il mio fidanzamento.
Alberta, raggiante, mi strinse la mano:
- Io voglio essere per voi una buona sorella.
- E Ada:
- Bravo, Zeno! - Poi, a bassa voce: - Sappiatelo: giammai un uomo che creda di aver fatta una cosa con precipitazione, ha agito piú saviamente di voi.
Guido mi diede una grande sorpresa:
- Da questa mattina avevo capito che volevate una o l'altra delle signorine Malfenti, ma non arrivavo a sapere quale.
Non dovevano dunque essere molto intimi se Ada non gli aveva parlato della mia corte! Che avessi davvero agito precipitosamente?
Poco dopo però, Ada mi disse ancora:
- Vorrei che mi voleste bene come un fratello.
Il resto sia dimenticato: io non dirò mai nulla a Guido.
Era del resto bello di aver provocata tanta gioia in una famiglia.
Non potevo goderne molto, solo perché ero molto stanco.
Ero anche assonnato.
Ciò provava che avevo agito con grande accortezza.
La mia notte sarebbe stata buona.
A cena Augusta ed io assistemmo muti ai festeggiamenti che ci venivano fatti.
Essa sentí il bisogno di scusarsi della sua incapacità di prender parte alla conversazione generale:
- Non so dir nulla.
Dovete ricordare che, mezz'ora fa, io non sapevo quello che stava per succedermi.
Essa diceva sempre l'esatta verità.
Si trovava fra il riso e il pianto e mi guardò.
Volli accarezzarla anch'io con l'occhio e non so se vi riuscii.
Quella stessa sera a quel tavolo subii un'altra lesione.
Fui ferito proprio da Guido.
Pare che poco prima ch'io fossi giunto per prendere parte alla seduta spiritistica, Guido avesse raccontato che nella mattina io avevo dichiarato di non essere una persona distratta.
Gli diedero subito tante di quelle prove ch'io avevo mentito che, per vendicarsi, (o forse per far vedere ch'egli sapeva disegnare) fece due mie caricature.
Nella prima ero rappresentato come, col naso in aria, mi poggiavo su un ombrello puntato a terra.
Nella seconda l'ombrello s'era spezzato e il manico m'era penetrato nella schiena.
Le due caricature raggiungevano lo scopo e facevano ridere col mezzuccio semplice che l'individuo che doveva rappresentarmi - invero affatto somigliante, ma caratterizzato da una grande calvizie - era identico nel primo e nel secondo schizzo e si poteva perciò figurarselo tanto distratto da non aver cambiato di aspetto per il fatto che un ombrello lo aveva trafitto.
Tutti risero molto e anzi troppo.
Mi dolse intensamente il tentativo tanto ben riuscito di gettare su me del ridicolo.
E fu allora che per la prima volta fui colto dal mio dolore lancinante.
Quella sera mi dolsero l'avambraccio destro e l'anca.
Un intenso bruciore, un formicolio nei nervi come se avessero minacciato di rattrappirsi.
Stupito portai la mano destra all'anca e con la mano sinistra afferrai l'avambraccio colpito.
Augusta mi domandò:
- Che hai?
Risposi che sentivo un dolore al posto contuso da quella caduta al caffè della quale s'era parlato anche quella sera stessa.
Feci subito un energico tentativo per liberarmi da quel dolore.
Mi parve che ne sarei guarito se avessi saputo vendicarmi dell'ingiuria che m'era stata fatta.
Domandai un pezzo di carta ed una matita e tentai di disegnare un individuo che veniva oppresso da un tavolino ribaltatoglisi addosso.
Misi poi accanto a lui un bastone sfuggitogli di mano in seguito alla catastrofe.
Nessuno riconobbe il bastone e perciò l'offesa non riuscí quale io l'avrei voluta.
Perché poi si riconoscesse chi fosse quell'individuo e come fosse capitato in quella posizione, scrissi di sotto: «Guido Speier alle prese col tavolino».
Del resto di quel disgraziato sotto al tavolino non si vedevano che le gambe, che avrebbero potuto somigliare a quelle di Guido se non le avessi storpiate ad arte, e lo spirito di vendetta non fosse intervenuto a peggiorare il mio disegno già tanto infantile.
Il dolore assillante mi fece lavorare in grande fretta.
Certo giammai il mio povero organismo fu talmente pervaso dal desiderio di ferire e se avessi avuta in mano la sciabola invece di quella matita che non sapevo muovere, forse la cura sarebbe riuscita.
Guido rise sinceramente del mio disegno, ma poi osservò mitemente:
- Non mi pare che il tavolino m'abbia nociuto!
Non gli aveva infatti nociuto ed era questa l'ingiustizia di cui mi dolevo.
Ada prese i due disegni di Guido e disse di voler conservarli.
Io la guardai per esprimerle il mio rimprovero ed essa dovette stornare il suo sguardo dal mio.
Avevo il diritto di rimproverarla perché faceva aumentare il mio dolore.
Trovai una difesa in Augusta.
Essa volle che sul mio disegno mettessi la data del nostro fidanzamento perché voleva conservare anche lei quello sgorbio.
Un'onda calda di sangue inondò le mie vene a tale segno d'affetto che per la prima volta riconobbi tanto importante per me.
Il dolore però non cessò e dovetti pensare che se quell'atto d'affetto mi fosse venuto da Ada, esso avrebbe provocata nelle mie vene una tale ondata di sangue che tutti i detriti accumulatisi nei miei nervi ne sarebbero stati spazzati via.
Quel dolore non m'abbandonò piú.
Adesso, nella vecchiaia, ne soffro meno perché, quando mi coglie, lo sopporto con indulgenza: «Ah! Sei qui, prova evidente che sono stato giovine?».
Ma in gioventú fu altra cosa.
Io non dico che il dolore sia stato grande, per quanto talvolta m'abbia impedito il libero movimento o mi abbia tenuto desto per notti intere.
Ma esso occupò buona parte della mia vita.
Volevo guarirne! Perché avrei dovuto portare per tutta la vita sul mio corpo stesso lo stigma del vinto? Divenire addirittura il monumento ambulante della vittoria di Guido? Bisognava cancellare dal mio corpo quel dolore.
Cosí cominciarono le cure.
Ma, subito dopo, l'origine rabbiosa della malattia fu dimenticata e mi fu ora persino difficile di ritrovarla.
Non poteva essere altrimenti: io avevo una grande fiducia nei medici che mi curarono e credetti loro sinceramente quando attribuirono quel dolore ora al ricambio ed ora alla circolazione difettosa, poi alla tubercolosi o a varie infezioni di cui qualcuna vergognosa.
Devo poi confessare che tutte le cure m'arrecarono qualche sollievo temporaneo per cui ogni volta l'eventuale nuova diagnosi sembrava confermata.
Prima o poi risultava meno esatta, ma non del tutto erronea, perché da me nessuna funzione è idealmente perfetta.
Una volta sola ci fu un vero errore: una specie di veterinario nelle cui mani m'ero posto, s'ostinò per lungo tempo ad attaccare il mio nervo sciatico coi suoi vescicanti e finí coll'essere beffato dal mio dolore che improvvisamente, durante una seduta, saltò dall'anca alla coppa, lungi perciò da ogni connessione col nervo sciatico.
Il cerusico s'arrabbiò e mi mise alla porta ed io me ne andai - me lo ricordo benissimo - niente affatto offeso, ammirato invece che il dolore al nuovo posto non avesse cambiato per nulla.
Rimaneva rabbioso e irraggiungibile come quando m'aveva torturata l'anca.
È strano come ogni parte del nostro corpo sappia dolere allo stesso modo.
Tutte le altre diagnosi vivono esattissime nel mio corpo e si battono fra di loro per il primato.
Vi sono delle giornate in cui vivo per la diatesi urica ed altre in cui la diatesi è uccisa, cioè guarita, da un'infiammazione delle vene.
Io ho dei cassetti interi di medicinali e sono i soli cassetti miei che tengo io stesso in ordine.
Io amo le mie medicine e so che quando ne abbandono una, prima o poi vi ritornerò.
Del resto non credo di aver perduto il mio tempo.
Chissà da quanto tempo e di quale malattia io sarei già morto se il mio dolore in tempo non le avesse simulate tutte per indurmi a curarle prima ch'esse m'afferrassero.
Ma pur senza saper spiegarne l'intima natura, io so quando il mio dolore per la prima volta si formò.
Proprio per quel disegno tanto migliore del mio.
Una goccia che fece traboccare il vaso! Io sono sicuro di non aver mai prima sentito quel dolore.
Ad un medico volli spiegarne l'origine, ma non m'intese.
Chissà? Forse la psico-analisi porterà alla luce tutto il rivolgimento che il mio organismo subí in quei giorni e specialmente nelle poche ore che seguirono al mio fidanzamento.
Non furono neppure poche, quelle ore!
Quando, tardi, la compagnia si sciolse, Augusta lietamente mi disse:
- A domani!
L'invito mi piacque perché provava che avevo raggiunto il mio scopo e che niente era finito e tutto avrebbe continuato il giorno appresso.
Essa mi guardò negli occhi e trovò i miei vivamente annuenti cosí da confortarla.
Scesi quegli scalini, che non contai piú, domandandomi:
- Chissà se l'amo?
È un dubbio che m'accompagnò per tutta la vita e oggidí posso pensare che l'amore accompagnato da tanto dubbio sia il vero amore.
Ma neppure dopo abbandonata quella casa, mi fu concesso di andar a coricarmi e raccogliere il frutto della mia attività di quella serata in un sonno lungo e ristoratore.
Faceva caldo.
Guido sentí il bisogno di un gelato e m'invitò ad accompagnarlo ad un caffè.
S'aggrappò amichevolmente al mio braccio ed io, altrettanto amichevolmente, sostenni il suo.
Egli era una persona molto importante per me e non avrei saputo rifiutargli niente.
La grande stanchezza che avrebbe dovuto cacciarmi a letto, mi rendeva piú arrendevole del solito.
Entrammo proprio nella bottega ove il povero Tullio m'aveva infettato con la sua malattia, e ci mettemmo a sedere ad un tavolo appartato.
Sulla via il mio dolore che io ancora non sapevo quale compagno fedele mi sarebbe stato, m'aveva fatto soffrire molto e, per qualche istante, mi parve si attenuasse perché mi fu concesso di sedere.
La compagnia di Guido fu addirittura terribile.
S'informava con grande curiosità della storia dei miei amori con Augusta.
Sospettava ch'io lo ingannassi? Gli dissi sfacciatamente che io di Augusta m'ero innamorato subito alla mia prima visita in casa Malfenti.
Il mio dolore mi rendeva ciarliero, quasi avessi voluto gridare piú di esso.
Ma parlai troppo e se Guido fosse stato piú attento si sarebbe accorto che io non ero tanto innamorato di Augusta.
Parlai della cosa piú interessante nel corpo di Augusta, cioè quell'occhio sbilenco che a torto faceva credere che anche il resto non fosse al suo vero posto.
Poi volli spiegare perché non mi fossi fatto avanti prima.
Forse Guido era meravigliato di avermi visto capitare in quella casa all'ultimo momento per fidanzarmi.
Urlai:
- Intanto le signorine Malfenti sono abituate ad un grande lusso ed io non potevo sapere se ero al caso di addossarmi una cosa simile.
Mi dispiacque di aver cosí parlato anche di Ada, ma non v'era piú rimedio; era tanto difficile di isolare Augusta da Ada! Continuai abbassando la voce per sorvegliarmi meglio:
- Dovetti perciò fare dei calcoli.
Trovai che il mio denaro non bastava.
Allora mi misi a studiare se potevo allargare il mio commercio.
Dissi poi che, per fare quei calcoli, avevo avuto bisogno di molto tempo e che perciò m'ero astenuto dal far visita ai Malfenti per cinque giorni.
Finalmente la lingua abbandonata a se stessa era arrivata ad un po' di sincerità.
Ero vicino al pianto e, premendomi l'anca, mormorai:
- Cinque giorni son lunghi!
Guido disse che si compiaceva di scoprire in me una persona tanto previdente.
Io osservai seccamente:
- La persona previdente non è piú gradevole della stordita!
Guido rise:
- Curioso che il previdente senta il bisogno di difendere lo stordito!
Poi, senz'altra transizione, mi raccontò seccamente ch'egli era in procinto di domandare la mano di Ada.
M'aveva trascinato al caffè per farmi quella confessione oppure s'era seccato di aver dovuto starmi a sentire per tanto tempo a parlare di me e si procurava la rivincita?
Io sono quasi sicuro d'esser riuscito a dimostrare la massima sorpresa e la massima compiacenza.
Ma subito dopo trovai il modo di addentarlo vigorosamente:
- Adesso capisco perché ad Ada piacque tanto quel Bach svisato a quel modo! Era ben suonato, ma gli Otto proibiscono di lordare in certi posti.
La botta era forte e Guido arrossí dal dolore.
Fu mite nella risposta perché ora gli mancava l'appoggio di tutto il suo piccolo pubblico entusiasta.
- Dio mio! - cominciò per guadagnar tempo.
- Talvolta suonando si cede ad un capriccio.
In quella stanza pochi conoscevano il Bach ed io lo presentai loro un poco modernizzato.
Parve soddisfatto della sua trovata, ma io ne fui soddisfatto altrettanto perché mi parve una scusa e una sommissione.
Ciò bastò a mitigarmi e, del resto, per nulla al mondo avrei voluto litigare col futuro marito di Ada.
Proclamai che raramente avevo sentito un dilettante che suonasse cosí bene.
A lui non bastò: osservò ch'egli poteva essere considerato quale un dilettante, solo perché non accettava di presentarsi come professionista.
Non voleva altro? Gli diedi ragione.
Era evidente ch'egli non poteva essere considerato quale un dilettante.
Cosí fummo di nuovo buoni amici.
Poi, di punto in bianco, egli si mise a dir male delle donne.
Restai a bocca aperta! Ora che lo conosco meglio, so ch'egli si lancia a un discorrere abbondante in qualsiasi direzione quando si crede sicuro di piacere al suo interlocutore.
Io, poco prima, avevo parlato del lusso delle signorine Malfenti, ed egli ricominciò a parlare di quello per finire col dire di tutte le altre cattive qualità delle donne.
La mia stanchezza m'impediva d'interromperlo e mi limitavo a continui segni d'assenso ch'erano già troppo faticosi per me.
Altrimenti, certo, avrei protestato.
Io sapevo ch'io avevo ogni ragione di dir male delle donne rappresentate per me da Ada, Augusta e dalla mia futura suocera; ma lui non aveva alcuna ragione di prendersela col sesso rappresentato per lui dalla sola Ada che l'amava.
Era ben dotto, e ad onta della mia stanchezza stetti a sentirlo con ammirazione.
Molto tempo dopo scopersi ch'egli aveva fatte sue le geniali teorie del giovine suicida Weininger.
Per allora subivo il peso di un secondo Bach.
Mi venne persino il dubbio ch'egli volesse curarmi.
Perché altrimenti avrebbe voluto convincermi che la donna non sa essere né geniale né buona? A me parve che la cura non riuscí perché somministrata da Guido.
Ma conservai quelle teorie e le perfezionai con la lettura del Weininger.
Non guariscono però mai, ma sono una comoda compagnia quando si corre dietro alle donne.
Finito il suo gelato, Guido sentí il bisogno di una boccata d'aria fresca e m'indusse ad accompagnarlo ad una passeggiata verso la periferia della città.
Ricordo: da giorni, in città, si anelava ad un poco di pioggia da cui si sperava qualche sollievo al caldo anticipato.
Io non m'ero neppure accorto di quel caldo.
Quella sera il cielo aveva cominciato a coprirsi di leggere nubi bianche, di quelle da cui il popolo spera la pioggia abbondante, ma una grande luna s'avanzava nel cielo intensamente azzurro dov'era ancora limpido, una di quelle lune dalle guancie gonfie che lo stesso popolo crede capaci di mangiare le nubi.
Era infatti evidente che là dov'essa toccava, scioglieva e nettava.
Volli interrompere il chiacchierio di Guido che mi costringeva ad un annuire continuo, una tortura, e gli descrissi il bacio nella luna scoperto dal poeta Zamboni: com'era dolce quel bacio nel centro delle nostre notti in confronto all'ingiustizia che Guido accanto a me commetteva! Parlando e scotendomi dal torpore in cui ero caduto a forza di assentire, mi parve che il mio dolore s'attenuasse.
Era il premio per la mia ribellione e vi insistetti.
Guido dovette adattarsi di lasciare per un momento in pace le donne e guardare in alto.
Ma per poco! Scoperta, in seguito alle mie indicazioni, la pallida immagine di donna nella luna, ritornò al suo argomento con uno scherzo di cui rise fortemente, ma solo lui, nella via deserta:
- Vede tante cose quella donna! Peccato ch'essendo donna non sa ricordarle.
Faceva parte della sua teoria (o di quella del Weininger) che la donna non può essere geniale perché non sa ricordare.
Arrivammo sotto la via Belvedere.
Guido disse che un po' di salita ci avrebbe fatto bene.
Anche questa volta lo compiacqui.
Lassú, con uno di quei movimenti che si confanno meglio ai giovanissimi ragazzi, egli si sdraiò sul muricciuolo che arginava la via da quella sottostante.
Gli pareva di fare un atto di coraggio esponendosi ad una caduta di una diecina di metri.
Sentii dapprima il solito ribrezzo al vederlo esposto a tanto pericolo, ma poi ricordai il sistema da me escogitato quella sera stessa, in uno slancio d'improvvisazione, per liberarmi da quell'affanno e mi misi ad augurare ferventemente ch'egli cadesse.
In quella posizione egli continuava a predicare contro le donne.
Diceva ora che abbisognavano di giocattoli come i bambini, ma di alto prezzo.
Ricordai che Ada diceva di amare molto i gioielli.
Era dunque proprio di lei ch'egli parlava? Ebbi allora un'idea spaventosa! Perché non avrei fatto fare a Guido quel salto di dieci metri? Non sarebbe stato giusto di sopprimere costui che mi portava via Ada senz'amarla? In quel momento mi pareva che quando l'avessi ucciso, avrei potuto correre da Ada per averne subito il premio.
Nella strana notte piena di luce, a me era parso ch'essa stesse a sentire come Guido l'infamava.
Debbo confessare ch'io in quel momento m'accinsi veramente ad uccidere Guido! Ero in piedi accanto a lui ch'era sdraiato sul basso muricciuolo ed esaminai freddamente come avrei dovuto afferrarlo per essere sicuro del fatto mio.
Poi scopersi che non avevo neppur bisogno di afferrarlo.
Egli giaceva sulle proprie braccia incrociate dietro la testa, e sarebbe bastata una buona spinta improvvisa per metterlo senza rimedio fuori d'equilibrio.
Mi venne un'altra idea che mi parve tanto importante da poter compararla alla grande luna che s'avanzava nel cielo nettandolo: avevo accettato di fidanzarmi ad Augusta per essere sicuro di dormir bene quella notte.
Come avrei potuto dormire se avessi ammazzato Guido? Quest'idea salvò me e lui.
Volli subito abbandonare quella posizione nella quale sovrastavo a Guido e che mi seduceva a quell'azione.
Mi piegai sulle ginocchia abbattendomi su me stesso e arrivando quasi a toccare il suolo con la mia testa:
- Che dolore, che dolore! - urlai.
Spaventato, Guido balzò in piedi a domandarmi delle spiegazioni.
Io continuai a lamentarmi piú mitemente senza rispondere.
Sapevo perché mi lamentavo: perché avevo voluto uccidere e forse, anche, perché non avevo saputo farlo.
Il dolore e il lamento scusavano tutto.
Mi pareva di gridare ch'io non avevo voluto uccidere e mi pareva anche di gridare che non era colpa mia se non avevo saputo farlo.
Tutto era colpa della mia malattia e del mio dolore.
Invece ricordo benissimo che proprio allora il mio dolore scomparve del tutto e che il mio lamento rimase una pura commedia cui io invano cercai di dare un contenuto evocando il dolore e ricostruendolo per sentirlo e soffrirne.
Ma fu uno sforzo vano perché esso non ritornò che quando volle.
Come al solito Guido procedeva per ipotesi.
Fra altro mi domandò se non si fosse trattato dello stesso dolore prodotto da quella caduta al caffè.
L'idea mi parve buona e assentii.
Egli mi prese per il braccio e, amorevolmente, mi fece rizzare.
Poi, con ogni riguardo, sempre appoggiandomi, mi fece scendere la piccola erta.
Quando fummo giú, dichiarai che mi sentivo un poco meglio e che credevo che, appoggiato a lui, avrei potuto procedere piú spedito.
Cosí si andava finalmente a letto! Poi era la prima vera grande soddisfazione che quel giorno mi fosse stata accordata.
Egli lavorava per me, perché quasi mi portava.
Ero io che finalmente gl'imponevo il mio volere.
Trovammo una farmacia ancora aperta ed egli ebbe l'idea di mandarmi a letto accompagnato da un calmante.
Costruí tutta una teoria sul dolore reale e sul sentimento esagerato dello stesso: un dolore si moltiplicava per l'esasperazione ch'esso stesso aveva prodotta.
Con quella bottiglietta s'iniziò la mia raccolta di medicinali, e fu giusto fosse stata scelta da Guido.
Per dar base piú solida alla sua teoria, egli suppose ch'io avessi sofferto di quel dolore da molti giorni.
Mi spiacque di non poter compiacerlo.
Dichiarai che quella sera, in casa dei Malfenti, io non avevo sentito alcun dolore.
Nel momento in cui m'era stata concessa la realizzazione del mio lungo sogno, evidentemente non avevo potuto soffrire.
E per essere sincero volli proprio essere come avevo asserito ch'io fossi e dissi piú volte a me stesso: «Io amo Augusta, io non amo Ada.
Amo Augusta e questa sera arrivai alla realizzazione del mio lungo sogno».
Cosí procedemmo nella notte lunare.
Suppongo che Guido fosse affaticato dal mio peso, perché finalmente ammutolí.
Mi propose però di accompagnarmi fino a letto.
Rifiutai e quando mi fu concesso di chiudere la porta di casa dietro di me, diedi un sospiro di sollievo.
Ma certamente anche Guido dovette emettere lo stesso sospiro.
Feci gli scalini della mia villa a quattro a quattro e in dieci minuti fui a letto.
M'addormentai presto e, nel breve periodo che precede il sonno, non ricordai né Ada né Augusta, ma il solo Guido, cosí dolce e buono e paziente.
Certo, non avevo dimenticato che poco prima avevo voluto ucciderlo, ma ciò non aveva alcun'importanza perché le cose di cui nessuno sa e che non lasciarono delle tracce, non esistono.
Il giorno seguente mi recai alla casa della mia sposa un po' titubante.
Non ero sicuro se gl'impegni presi la sera prima avessero il valore ch'io credevo di dover conferire loro.
Scopersi che l'avevano per tutti.
Anche Augusta riteneva d'essersi fidanzata, anzi piú sicuramente di quanto lo credessi io.
Fu un fidanzamento laborioso.
Io ho il senso di averlo annullato varie volte e ricostituito con grande fatica e sono sorpreso che nessuno se ne sia accorto.
Mai non ebbi la certezza d'avviarmi proprio al matrimonio, ma pare che tuttavia io mi sia comportato da fidanzato abbastanza amoroso.
Infatti io baciavo e stringevo al seno la sorella di Ada ogni qualvolta ne avevo la possibilità.
Augusta subiva le mie aggressioni come credeva che una sposa dovesse ed io mi comportai relativamente bene, solo perché la signora Malfenti non ci lasciò soli che per brevi istanti.
La mia sposa era molto meno brutta di quanto avessi creduto, e la sua piú grande bellezza la scopersi baciandola: il suo rossore! Là dove baciavo sorgeva una fiamma in mio onore ed io baciavo piú con la curiosità dello sperimentatore che col fervore dell'amante.
Ma il desiderio non mancò e rese un po' piú lieve quella grave epoca.
Guai se Augusta e sua madre non m'avessero impedito di bruciare quella fiamma in una sola volta come io spesso ne avrei avuto il desiderio.
Come si avrebbe continuato a vivere allora? Almeno cosí il mio desiderio continuò a darmi sulle scale di quella casa la stessa ansia come quando le salivo per andare alla conquista di Ada.
Gli scalini dispari mi promettevano che quel giorno avrei potuto far vedere ad Augusta che cosa fosse il fidanzamento ch'essa aveva voluto.
Sognavo un'azione violenta che m'avrebbe ridato tutto il sentimento della mia libertà.
Non volevo mica altro io ed è ben strano che quando Augusta intese quello ch'io volevo, l'abbia interpretato quale un segno di febbre d'amore.
Nel mio ricordo quel periodo si divide in due fasi.
Nella prima la signora Malfenti ci faceva spesso sorvegliare da Alberta o cacciava nel salotto con noi la piccola Anna con una sua maestrina.
Ada non fu allora mai associata in alcun modo a noi ed io dicevo a me stesso che dovevo compiacermene, mentre invece ricordo oscuramente di aver pensato una volta che sarebbe stata una bella soddisfazione per me di poter baciare Augusta in presenza di Ada.
Chissà con quale violenza l'avrei fatto.
La seconda fase s'iniziò quando Guido ufficialmente si fidanzò con Ada e la signora Malfenti da quella pratica donna che era, uní le due coppie nello stesso salotto perché si sorvegliassero a vicenda.
Della prima fase so che Augusta si diceva perfettamente soddisfatta di me.
Quando non l'assaltavo, divenivo di una loquacità straordinaria.
La loquacità era un mio bisogno.
Me ne procurai l'opportunità figgendomi in capo l'idea che giacché dovevo sposare Augusta, dovessi anche imprenderne l'educazione.
L'educavo alla dolcezza, all'affetto e sopra tutto alla fedeltà.
Non ricordo esattamente la forma che davo alle mie prediche di cui taluna m'è ricordata da lei che giammai le obliò.
M'ascoltava attenta e sommessa.
Io, una volta, nella foga dell'insegnamento, proclamai che se essa avesse scoperto un mio tradimento, ne sarebbe conseguito il suo diritto di ripagarmi della stessa moneta.
Essa, indignata, protestò che neppure col mio permesso avrebbe saputo tradirmi e che, da un mio tradimento, a lei non sarebbe risultata che la libertà di piangere.
Io credo che tali prediche fatte per tutt'altro scopo che di dire qualche cosa, abbiano avuta una benefica influenza sul mio matrimonio.
Di sincero v'era l'effetto ch'esse ebbero sull'animo di Augusta.
La sua fedeltà non fu mai messa a prova perché dei miei tradimenti essa mai seppe nulla, ma il suo affetto e la sua dolcezza restarono inalterati nei lunghi anni che passammo insieme, proprio come l'avevo indotta a promettermelo.
Quando Guido si promise, la seconda fase del mio fidanzamento s'iniziò con un mio proponimento che fu espresso cosí: «Eccomi ben guarito del mio amore per Ada!».
Fino ad allora avevo creduto che il rossore di Augusta fosse bastato per guarirmi, ma si vede che non si è mai guariti abbastanza! Il ricordo di quel rossore mi fece pensare ch'esso oramai ci sarebbe stato anche fra Guido e Ada.
Questo, molto meglio di quell'altro, doveva abolire ogni mio desiderio.
È della prima fase il desiderio di violare Augusta.
Nella seconda fui molto meno eccitato.
La signora Malfenti non aveva certo sbagliato organizzando cosí la nostra sorveglianza con tanto piccolo suo disturbo.
Mi ricordo che una volta scherzando mi misi a baciare Augusta.
Invece di scherzare con me, Guido si mise a sua volta a baciare Ada.
Mi parve poco delicato da parte sua, perché egli non baciava castamente come avevo fatto io per riguardo a loro, ma baciava Ada proprio nella bocca che addirittura suggeva.
Sono certo che in quell'epoca io m'ero già assueffatto a considerare Ada quale una sorella, ma non ero preparato a vederne far uso a quel modo.
Dubito anche che ad un vero fratello piacerebbe di veder manipolare cosí la sorella.
Perciò, in presenza di Guido, io non baciai mai piú Augusta.
Invece Guido, in mia presenza, tentò un'altra volta di attirare a sé Ada, ma fu dessa che se ne schermí ed egli non ripeté piú il tentativo.
Molto confusamente mi ricordo delle tante e tante sere che passammo insieme.
La scena che si ripeté all'infinito, s'impresse nella mia mente cosí: tutt'e quattro eravamo seduti intorno al fine tavolo veneziano su cui ardeva una grande lampada a petrolio coperta da uno schermo di stoffa verde che metteva tutto nell'ombra, meno i lavori di ricamo cui le due fanciulle attendevano, Ada su un fazzoletto di seta che teneva libero in mano, Augusta su un piccolo telaio rotondo.
Vedo Guido perorare e dev'essere successo di spesso che sia stato io solo a dargli ragione.
Mi ricordo ancora della testa di capelli neri lievemente ricciuti di Ada, rilevati da un effetto strano che vi produceva la luce gialla e verde.
Si discusse di quella luce e anche del colore vero di quei capelli.
Guido, che sapeva anche dipingere, ci spiegò come si dovesse analizzare un colore.
Neppure questo suo insegnamento non dimenticai piú e ancora oggidí, quando voglio intendere meglio il colore di un paesaggio, socchiudo gli occhi finché non spariscano molte linee e non si vedano che le sole luci che anch'esse s'abbrunano nel solo e vero colore.
Però, quando mi dedico ad un'analisi simile, sulla mia retina, subito dopo le immagini reali, quasi una reazione mia fisica, riappare la luce gialla e verde e i capelli bruni sui quali per la prima volta educai il mio occhio.
Non so dimenticare una sera che fra tutte fu rilevata da un'espressione di gelosia di Augusta e subito dopo anche da una mia riprovevole indiscrezione.
Per farci uno scherzo, Guido e Ada erano andati a sedere lontano da noi, dall'altra parte del salotto, al tavolo Luigi XIV.
Cosí io ebbi presto un dolore al collo che torcevo per parlare con loro.
Augusta mi disse:
- Lasciali! Là si fa veramente all'amore.
Ed io, con una grande inerzia di pensiero, le dissi a bassa voce che non doveva crederlo perché Guido non amava le donne.
Cosí m'era sembrato di scusarmi di essermi ingerito nei discorsi dei due amanti.
Era invece una malvagia indiscrezione quella di riferire ad Augusta i discorsi sulle donne cui Guido s'abbandonava in mia compagnia, ma giammai in presenza di alcun altro della famiglia delle nostre spose.
Il ricordo di quelle mie parole m'amareggiò per varii giorni, mentre posso dire che il ricordo di aver voluto uccidere Guido non m'aveva turbato neppure per un'ora.
Ma uccidere e sia pure a tradimento, è cosa piú virile che danneggiare un amico riferendo una sua confidenza.
Già allora Augusta aveva torto di essere gelosa di Ada.
Non era per vedere Ada ch'io a quel modo torcevo il mio collo.
Guido, con la sua loquacità, m'aiutava a trascorrere quel lungo tempo.
Io gli volevo già bene e passavo una parte delle mie giornate con lui.
Ero legato a lui anche dalla gratitudine che gli portavo per la considerazione in cui egli mi teneva e che comunicava agli altri.
Persino Ada stava ora a sentirmi attentamente quando parlavo.
Ogni sera aspettavo con una certa impazienza il suono del gong che ci chiamava a cena, e di quelle cene ricordo principalmente la mia perenne indigestione.
Mangiavo troppo per un bisogno di tenermi attivo.
A cena abbondavo di parole affettuose per Augusta; proprio quanto la mia bocca piena me lo permetteva, e i genitori suoi potevano aver solo la brutta impressione che il grande mio affetto fosse diminuito dalla mia bestiale voracità.
Si sorpresero che al mio ritorno dal viaggio di nozze non avessi riportato con me tanto appetito.
Sparí quando non si esigette piú da me di dimostrare una passione che non sentivo.
Non è permesso di farsi veder freddo con la sposa dai suoi genitori nel momento in cui ci si accinge di andar a letto con essa! Augusta ricorda specialmente le affettuose parole che le mormoravo a quel tavolo.
Fra boccone e boccone devo averne inventate di magnifiche e resto stupito, quando mi vengono ricordate, perché non mi sembrerebbero mie.
Lo stesso mio suocero, Giovanni il furbo, si lasciò ingannare e, finché visse, quando voleva dare un esempio di una grande passione amorosa, citava la mia per sua figlia, cioè per Augusta.
Ne sorrideva beato da quel buon padre ch'egli era, ma gliene derivava un aumento di disprezzo per me, perché secondo lui, non era un vero uomo colui che metteva tutto il proprio destino nelle mani di una donna e che sopra tutto non s'accorgeva che all'infuori della propria v'erano a questo mondo anche delle altre donne.
Da ciò si vede che non sempre fui giudicato con giustizia.
Mia suocera, invece, non credette nel mio amore neppure quando la stessa Augusta vi si adagiò piena di fiducia.
Per lunghi anni essa mi squadrò con occhio diffidente, dubbiosa del destino della figliuola sua prediletta.
Anche per questa ragione io sono convinto ch'essa deve avermi guidato nei giorni che mi condussero al fidanzamento.
Era impossibile d'ingannare anche lei che deve aver conosciuto il mio animo meglio di me stesso.
Venne finalmente il giorno del mio matrimonio e proprio quel giorno ebbi un'ultima esitazione.
Avrei dovuto essere dalla sposa alle otto del mattino, e invece alle sette e tre quarti mi trovavo ancora a letto fumando rabbiosamente e guardando la mia finestra su cui brillava, irridendo, il primo sole che durante quell'inverno fosse apparso.
Meditavo di abbandonare Augusta! Diveniva evidente l'assurdità del mio matrimonio ora che non m'importava piú di restar attaccato ad Ada.
Non sarebbero mica avvenute di grandi cose se io non mi fossi presentato all'appuntamento! Eppoi: Augusta era stata una sposa amabile, ma non si poteva mica sapere come si sarebbe comportata la dimane delle nozze.
E se subito m'avesse dato della bestia perché m'ero lasciato prendere a quel modo?
Per fortuna venne Guido, ed io, nonché resistere, mi scusai del mio ritardo asserendo di aver creduto che fosse stata stabilita un'altra ora per le nozze.
Invece di rimproverarmi, Guido si mise a raccontare di sé e delle tante volte ch'egli, per distrazione, aveva mancato a degli appuntamenti.
Anche in fatto di distrazione egli voleva essere superiore a me e dovetti non dargli altro ascolto per arrivare a uscir di casa.
Cosí avvenne che andai al matrimonio a passo di corsa.
Arrivai tuttavia molto tardi.
Nessuno mi rimproverò e tutti meno la sposa s'accontentarono di certe spiegazioni che Guido diede in vece mia.
Augusta era tanto pallida che persino le sue labbra erano livide.
Se anche non potevo dire di amarla, pure è certo che non avrei voluto farle del male.
Tentai di riparare e commisi la bestialità d'attribuire al mio ritardo ben tre cause.
Erano troppe e raccontavano con tanta chiarezza quello ch'io avevo meditato là nel mio letto, guardando il sole invernale, che si dovette ritardare la nostra partenza per la chiesa onde dar tempo ad Augusta di rimettersi.
All'altare dissi di sí distrattamente perché nella mia viva compassione per Augusta stavo escogitando una quarta spiegazione al mio ritardo e mi pareva la migliore di tutte.
Invece, quando uscimmo dalla chiesa, m'accorsi che Augusta aveva ricuperati tutti i suoi colori.
Ne ebbi una certa stizza perché quel mio sí non avrebbe mica dovuto bastare a rassicurarla del mio amore.
E mi preparavo a trattarla molto rudemente se si fosse rimessa da tanto da darmi della bestia perché m'ero lasciato prendere a quel modo.
Invece, a casa sua, approfittò di un momento in cui ci lasciarono soli, per dirmi piangendo:
- Non dimenticherò mai che, pur non amandomi, mi sposasti.
Io non protestai perché la cosa era stata tanto evidente che non si poteva.
Ma, pieno di compassione, l'abbracciai.
Poi di tutto questo non si parlò piú fra me ed Augusta perché il matrimonio è una cosa ben piú semplice del fidanzamento.
Una volta sposati non si discute piú d'amore e, quando si sente il bisogno di dirne, l'animalità interviene presto a rifare il silenzio.
Ora tale animalità può essere divenuta tanto umana da complicarsi e falsificarsi ed avviene che, chinandosi su una capigliatura femminile, si faccia anche lo sforzo di evocarvi una luce che non c'è.
Si chiudono gli occhi e la donna diventa un'altra per ridivenire lei quando la si abbandona.
A lei s'indirizza tutta la gratitudine e maggiore ancora se lo sforzo riuscí.
È per questo che se io avessi da nascere un'altra volta (madre natura è capace di tutto!) accetterei di sposare Augusta, ma mai di promettermi con lei.
Alla stazione Ada mi porse la guancia al bacio fraterno.
Io la vidi solo allora, frastornato com'ero dalla tanta gente ch'era venuta ad accompagnarci e subito pensai: «Sei proprio tu che mi cacciasti in questi panni!» Avvicinai le mie labbra alla sua guancia vellutata badando di non sfiorarla neppure.
Fu la prima soddisfazione di quel giorno, perché per un istante sentii quale vantaggio mi derivasse dal mio matrimonio: m'ero vendicato rifiutando d'approfittare dell'unica occasione che m'era stata offerta di baciare Ada! Poi, mentre il treno correva, seduto accanto ad Augusta, dubitai di non aver fatto bene.
Temevo ne fosse compromessa la mia amicizia con Guido.
Però soffrivo di piú quando pensavo che forse Ada non s'era neppure accorta che non avevo baciata la guancia che mi aveva offerta.
Essa se ne era accorta, ma io non lo seppi che quando, a sua volta, molti mesi dopo, partí con Guido da quella stessa stazione.
Tutti essa baciò.
A me solo offerse con grande cordialità la mano.
Io gliela strinsi freddamente.
La sua vendetta arrivava proprio in ritardo perché le circostanze erano del tutto mutate.
Dal ritorno dal mio viaggio di nozze avevamo avuti dei rapporti fraterni e non si poteva spiegare perché mi avesse escluso dal bacio.
6.
Moglie e amante
Nella mia vita ci furono varii periodi in cui credetti di essere avviato alla salute e alla felicità.
Mai però tale fede fu tanto forte come nel tempo in cui durò il mio viaggio di nozze eppoi qualche settimana dopo il nostro ritorno a casa.
Cominciò con una scoperta che mi stupí: io amavo Augusta com'essa amava me.
Dapprima diffidente, godevo intanto di una giornata e m'aspettavo che la seguente fosse tutt'altra cosa.
Ma una seguiva e somigliava all'altra, luminosa, tutta gentilezza di Augusta ed anche - ciò ch'era la sorpresa - mia.
Ogni mattina ritrovavo in lei lo stesso commosso affetto e in me la stessa riconoscenza che, se non era amore, vi somigliava molto.
Chi avrebbe potuto prevederlo quando avevo zoppicato da Ada ad Alberta per arrivare ad Augusta? Scoprivo di essere stato non un bestione cieco diretto da altri, ma un uomo abilissimo.
E vedendomi stupito, Augusta mi diceva:
- Ma perché ti sorprendi? Non sapevi che il matrimonio è fatto cosí? Lo sapevo pur io che sono tanto piú ignorante di te!
Non so piú se dopo o prima dell'affetto, nel mio animo si formò una speranza, la grande speranza di poter finire col somigliare ad Augusta ch'era la salute personificata.
Durante il fidanzamento io non avevo neppur intravvista quella salute, perché tutto immerso a studiare me in primo luogo eppoi Ada e Guido.
La lampada a petrolio in quel salotto non era mai arrivata ad illuminare gli scarsi capelli di Augusta.
Altro che il suo rossore! Quando questo sparve con la semplicità con cui i colori dell'aurora spariscono alla luce diretta del sole, Augusta batté sicura la via per cui erano passate le sue sorelle su questa terra, quelle sorelle che possono trovare tutto nella legge e nell'ordine o che altrimenti a tutto rinunziano.
Per quanto la sapessi mal fondata perché basata su di me, io amavo, io adoravo quella sicurezza.
Di fronte ad essa io dovevo comportarmi almeno con la modestia che usavo quando si trattava di spiritismo.
Questo poteva essere e poteva perciò esistere anche la fede nella vita.
Però mi sbalordiva; da ogni sua parola, da ogni suo atto risultava che in fondo essa credeva la vita eterna.
Non che la dicessi tale: si sorprese anzi che una volta io, cui gli errori ripugnavano prima che non avessi amati i suoi, avessi sentito il bisogno di ricordargliene la brevità.
Macché! Essa sapeva che tutti dovevano morire, ma ciò non toglieva che oramai ch'eravamo sposati, si sarebbe rimasti insieme, insieme, insieme.
Essa dunque ignorava che quando a questo mondo ci si univa, ciò avveniva per un periodo tanto breve, breve, breve, che non s'intendeva come si fosse arrivati a darsi del tu dopo di non essersi conosciuti per un tempo infinito e pronti a non rivedersi mai piú per un altro infinito tempo.
Compresi finalmente che cosa fosse la perfetta salute umana quando indovinai che il presente per lei era una verità tangibile in cui si poteva segregarsi e starci caldi.
Cercai di esservi ammesso e tentai di soggiornarvi risoluto di non deridere me e lei, perché questo conato non poteva essere altro che la mia malattia ed io dovevo almeno guardarmi dall'infettare chi a me s'era confidato.
Anche perciò, nello sforzo di proteggere lei, seppi per qualche tempo movermi come un uomo sano.
Essa sapeva tutte le cose che fanno disperare, ma in mano sua queste cose cambiavano di natura.
Se anche la terra girava non occorreva mica avere il mal di mare! Tutt'altro! La terra girava, ma tutte le altre cose restavano al loro posto.
E queste cose immobili avevano un'importanza enorme: l'anello di matrimonio, tutte le gemme e i vestiti, il verde, il nero, quello da passeggio che andava in armadio quando si arrivava a casa e quello di sera che in nessun caso si avrebbe potuto indossare di giorno, né quando io non m'adattavo di mettermi in marsina.
E le ore dei pasti erano tenute rigidamente e anche quelle del sonno.
Esistevano, quelle ore, e si trovavano sempre al loro posto.
Di domenica essa andava a Messa ed io ve l'accompagnai talvolta per vedere come sopportasse l'immagine del dolore e della morte.
Per lei non c'era, e quella visita le infondeva serenità per tutta la settimana.
Vi andava anche in certi giorni festivi ch'essa sapeva a mente.
Niente di piú, mentre se io fossi stato religioso mi sarei garantita la beatitudine stando in chiesa tutto il giorno.
C'erano un mondo di autorità anche quaggiú che la rassicuravano.
Intanto quella austriaca o italiana che provvedeva alla sicurezza sulle vie e nelle case ed io feci sempre del mio meglio per associarmi anche a quel suo rispetto.
Poi v'erano i medici, quelli che avevano fatto tutti gli studii regolari per salvarci quando - Dio non voglia - ci avesse a toccare qualche malattia.
Io ne usavo ogni giorno di quell'autorità: lei, invece, mai.
Ma perciò io sapevo il mio atroce destino quando la malattia mortale m'avesse raggiunto, mentre lei credeva che anche allora, appoggiata solidamente lassú e quaggiú, per lei vi sarebbe stata la salvezza.
Io sto analizzando la sua salute, ma non ci riesco perché m'accorgo che, analizzandola, la converto in malattia.
E, scrivendone, comincio a dubitare se quella salute non avesse avuto bisogno di cura o d'istruzione per guarire.
Ma vivendole accanto per tanti anni, mai ebbi tale dubbio.
Quale importanza m'era attribuita in quel suo piccolo mondo! Dovevo dire la mia volontà ad ogni proposito, per la scelta dei cibi e delle vesti, delle compagnie e delle letture.
Ero costretto ad una grande attività che non mi seccava.
Stavo collaborando alla costruzione di una famiglia patriarcale e diventavo io stesso il patriarca che avevo odiato e che ora m'appariva quale il segnacolo della salute.
È tutt'altra cosa essere il patriarca o dover venerare un altro che s'arroghi tale dignità.
Io volevo la salute per me a costo d'appioppare ai non patriarchi la malattia, e, specialmente durante il viaggio, assunsi talvolta volentieri l'atteggiamento di statua equestre.
Ma già in viaggio non mi fu sempre facile l'imitazione che m'ero proposta.
Augusta voleva veder tutto come se si fosse trovata in un viaggio d'istruzione.
Non bastava mica essere stati a palazzo Pitti, ma bisognava passare per tutte quelle innumerevoli sale, fermandosi almeno per qualche istante dinanzi ad ogni opera d'arte.
Io rifiutai d'abbandonare la prima sala e non vidi altro, addossandomi la sola fatica di trovare dei pretesti alla mia infingardaggine.
Passai una mezza giornata dinanzi ai ritratti dei fondatori di casa Medici e scopersi che somigliavano a Carnegie e Vanderbilt.
Meraviglioso! Eppure erano della mia razza! Augusta non divideva la mia meraviglia.
Sapeva che cosa fossero i Yankees, ma non ancora bene chi fossi io.
Qui la sua salute non la vinse ed essa dovette rinunziare ai musei.
Le raccontai che una volta al Louvre, m'imbizzarrii talmente in mezzo a tante opere d'arte, che fui in procinto di mandare in pezzi la Venere.
Rassegnata, Augusta disse:
- Meno male che i musei si incontrano in viaggio di nozze eppoi mai piú!
Infatti nella vita manca la monotonia dei musei.
Passano i giorni capaci di cornice, ma sono ricchi di suoni che frastornano eppoi oltre che di linee e di colori anche di vera luce, di quella che scotta e perciò non annoia.
La salute spinge all'attività e ad addossarsi un mondo di seccature.
Chiusi i musei, cominciarono gli acquisti.
Essa, che non vi aveva mai abitato, conosceva la nostra villa meglio di me e sapeva che in una stanza mancava uno specchio, in un'altra un tappeto e che in una terza v'era il posto per una statuina.
Comperò i mobili di un intero salotto e, da ogni città in cui soggiornammo, fu organizzata almeno una spedizione.
A me pareva che sarebbe stato piú opportuno e meno fastidioso di fare tutti quegli acquisti a Trieste.
Ecco che dovevamo pensare alla spedizione, all'assicurazione e alle operazioni doganali.
- Ma tu non sai che tutte le merci devono viaggiare? Non sei un negoziante, tu? - E rise.
Aveva quasi ragione.
Obbiettai:
- Le merci si fanno viaggiare per vendere e guadagnare! Mancando quello scopo si lasciano tranquille e si sta tranquilli!
Ma l'intraprendenza era una delle cose che in lei piú amavo.
Era deliziosa quell'intraprendenza cosí ingenua! Ingenua perché bisogna ignorare la storia del mondo per poter credere di aver fatto un buon affare col solo acquisto di un oggetto: è alla vendita che si giudica l'accortezza dell'acquisto.
Credevo di trovarmi in piena convalescenza.
Le mie lesioni s'erano fatte meno velenose.
Fu da allora che l'atteggiamento mio immutabile fu di lietezza.
Era come un impegno che in quei giorni indimenticabili avessi preso con Augusta e fu l'unica fede che non violai che per brevi istanti, quando cioè la vita rise piú forte di me.
La nostra fu e rimase una relazione sorridente perché io sorrisi sempre di lei, che credevo non sapesse e lei di me, cui attribuiva molta scienza e molti errori ch'essa - cosí si lusingava - avrebbe corretti.
Io rimasi apparentemente lieto anche quando la malattia mi riprese intero.
Lieto come se il mio dolore fosse stato sentito da me quale un solletico.
Nel lungo cammino traverso l'Italia, ad onta della mia nuova salute, non andai immune da molte sofferenze.
Eravamo partiti senza lettere di raccomandazione e, spessissimo, a me parve che molti degl'ignoti fra cui ci movevamo, mi fossero nemici.
Era una paura ridicola, ma non sapevo vincerla.
Potevo essere assaltato, insultato e sopra tutto calunniato, e chi avrebbe potuto proteggermi?
Ci fu anche una vera crisi di questa paura della quale per fortuna nessuno, neppur Augusta, s'accorse.
Usavo prendere quasi tutti i giornali che m'erano offerti sulla via.
Fermatomi un giorno davanti al banco di un giornalaio, mi venne il dubbio, ch'egli, per odio, avrebbe potuto facilmente farmi arrestare come un ladro avendo io preso da lui un solo giornale e tenendone molti, sotto il braccio, comperati altrove e neppure aperti.
Corsi via seguito da Augusta a cui non dissi la ragione della mia fretta.
Mi legai d'amicizia con un vetturino e un cicerone in compagnia dei quali ero almeno sicuro di non poter essere accusato di furti ridicoli.
Fra me e il vetturino c'era qualche evidente punto di contatto.
Egli amava molto i vini dei Castelli e mi raccontò che ad ogni tratto gli si gonfiavano i piedi.
Andava allora all'ospedale e, guarito, ne veniva congedato con molte raccomandazioni di rinunziare al vino.
Egli allora faceva un proposito che diceva ferreo perché, per materializzarlo, lo accompagnava con un nodo ch'egli allacciava alla catena di metallo del suo orologio.
Ma quando io lo conobbi la sua catena gli pendeva sul panciotto, senza nodo.
Lo invitai di venir a stare con me a Trieste.
Gli descrissi il sapore del nostro vino, tanto differente da quello del suo, per assicurarlo dell'esito della drastica cura.
Non ne volle sapere e rifiutò con una faccia in cui v'era già stampata la nostalgia.
Col cicerone mi legai perché mi parve fosse superiore ai suoi colleghi.
Non è difficile sapere di storia molto piú di me, ma anche Augusta con la sua esattezza e col suo Baedeker verificò l'esattezza di molte sue indicazioni.
Intanto era giovine e si andava di corsa traverso i viali seminati di statue.
Quando perdetti quei due amici, abbandonai Roma.
Il vetturino avendo avuto da me tanto denaro, mi fece vedere come il vino gli attaccasse qualche volta anche la testa e ci gettò contro una solidissima antica costruzione Romana.
Il cicerone poi si pensò un giorno di asserire che gli antichi Romani conoscevano benissimo la forza elettrica e ne facessero largo uso.
Declamò anche dei versi latini che dovevano farne fede.
Ma mi colse allora un'altra piccola malattia da cui non dovevo piú guarire.
Una cosa da niente: la paura d'invecchiare e sopra tutto la paura di morire.
Io credo abbia avuto origine da una speciale forma di gelosia.
L'invecchiamento mi faceva paura solo perché m'avvicinava alla morte.
Finché ero vivo, certamente Augusta non m'avrebbe tradito, ma mi figuravo che non appena morto e sepolto, dopo di aver provveduto acché la mia tomba fosse tenuta in pieno ordine e mi fossero dette le Messe necessarie, subito essa si sarebbe guardata d'intorno per darmi il successore ch'essa avrebbe circondato del medesimo mondo sano e regolato che ora beava me.
Non poteva mica morire la sua bella salute perché ero morto io.
Avevo una tale fede in quella salute che mi pareva non potesse perire che sfracellata sotto un intero treno in corsa.
Mi ricordo che una sera, a Venezia, si passava in gondola per uno di quei canali dal silenzio profondo ad ogni tratto interrotto dalla luce e dal rumore di una via che su di esso improvvisamente s'apre.
Augusta, come sempre, guardava le cose e accuratamente le registrava: un giardino verde e fresco che sorgeva da una base sucida lasciata all'aria dall'acqua che s'era ritirata; un campanile che si rifletteva nell'acqua torbida; una viuzza lunga e oscura con in fondo un fiume di luce e di gente.
Io, invece, nell'oscurità, sentivo, con pieno sconforto, me stesso.
Le dissi del tempo che andava via e che presto essa avrebbe rifatto quel viaggio di nozze con un altro.
Io ne ero tanto sicuro che mi pareva di dirle una storia già avvenuta.
E mi parve fuori di posto ch'essa si mettesse a piangere per negare la verità di quella storia.
Forse m'aveva capito male e credeva io le avessi attribuita l'intenzione di uccidermi.
Tutt'altro! Per spiegarmi meglio le descrissi un mio eventuale modo di morire: le mie gambe, nelle quali la circolazione era certamente già povera, si sarebbero incancrenite e la cancrena dilatata, dilatata, sarebbe giunta a toccare un organo qualunque, indispensabile per poter tener aperti gli occhi.
Allora li avrei chiusi, e addio patriarca! Sarebbe stato necessario stamparne un altro.
Essa continuò a singhiozzare e a me quel suo pianto, nella tristezza enorme di quel canale, parve molto importante.
Era forse provocato dalla disperazione per la visione esatta di quella sua salute atroce? Allora tutta l'umanità avrebbe singhiozzato in quel pianto.
Poi, invece, seppi ch'essa neppur sapeva come fosse fatta la salute.
La salute non analizza se stessa e neppur si guarda nello specchio.
Solo noi malati sappiamo qualche cosa di noi stessi.
Fu allora ch'essa mi raccontò di avermi amato prima di avermi conosciuto.
M'aveva amato dacché aveva sentito il mio nome, presentato da suo padre in questa forma: Zeno Cosini, un ingenuo, che faceva tanto d'occhi quando sentiva parlare di qualunque accorgimento commerciale e s'affrettava a prenderne nota in un libro di comandamenti, che però smarriva.
E se io non m'ero accorto della sua confusione al nostro primo incontro, ciò doveva far credere che fossi stato confuso anch'io.
Mi ricordai che al vedere Augusta ero stato distratto dalla sua bruttezza visto che m'ero atteso di trovare in quella casa le quattro fanciulle dall'iniziale in a tutte bellissime.
Apprendevo ora ch'essa m'amava da molto tempo, ma che cosa provava ciò? Non le diedi la soddisfazione di ricredermi.
Quando fossi stato morto, essa ne avrebbe preso un altro.
Mitigato il pianto, essa s'appoggiò ancora meglio a me e, subito ridendo, mi domandò:
- Dove troverei il tuo successore? Non vedi come sono brutta?
Infatti, probabilmente, mi sarebbe stato concesso qualche tempo di putrefazione tranquilla.
Ma la paura d'invecchiare non mi lasciò piú, sempre per la paura di consegnare ad altri mia moglie.
Non s'attenuò la paura quando la tradii e non s'accrebbe neppure per il pensiero di perdere nello stesso modo l'amante.
Era tutt'altra cosa, che non aveva niente a che fare con l'altra.
Quando la paura di morire m'assillava, mi rivolgevo ad Augusta per averne conforto come quei bambini che porgono al bacio della mamma la manina ferita.
Essa trovava sempre delle nuove parole per confortarmi.
In viaggio di nozze m'attribuiva ancora trent'anni di gioventú ed oggidí altrettanti.
Io invece sapevo che già le settimane di gioia del viaggio di nozze m'avevano sensibilmente accostato alle smorfie orribili dell'agonia.
Augusta poteva dire quello che voleva, il conto era presto fatto: ogni settimana io mi vi accostavo di una settimana.
Quando m'accorsi di esser colto troppo spesso dallo stesso dolore, evitai di stancarla col dirle sempre le stesse cose e, per avvertirla del mio bisogno di conforto, bastò mormorassi: «Povero Cosini!».
Ella sapeva allora esattamente cosa mi turbava e accorreva a coprirmi del suo grande affetto.
Cosí riuscii ad avere il suo conforto anche quand'ebbi tutt'altri dolori.
Un giorno, ammalato dal dolore di averla tradita, mormorai per svista: «Povero Cosini!».
Ne ebbi gran vantaggio perché anche allora il suo conforto mi fu prezioso.
Ritornato dal viaggio di nozze, ebbi la sorpresa di non aver mai abitata una casa tanto comoda e calda.
Augusta v'introdusse tutte le comodità che aveva avute nella propria, ma anche molte altre ch'essa stessa inventò.
La stanza da bagno, che a memoria d'uomo era stata sempre in fondo a un corridoio a mezzo chilometro dalla mia stanza da letto, si accostò alla nostra e fu fornita di un numero maggiore di getti d'acqua.
Poi una stanzuccia accanto al tinello fu convertita in stanza da caffè.
Imbottita di tappeti e addobbata da grandi poltrone in pelle, vi soggiornavamo ogni giorno per un'oretta dopo colazione.
Contro mia voglia, vi era tutto il necessario per fumare.
Anche il mio piccolo studio, per quanto io lo difendessi, subí delle modificazioni.
Io temevo che i mutamenti me lo rendessero odioso e invece subito m'accorsi che solo allora era possibile viverci.
Essa dispose la sua illuminazione in modo che potevo leggere seduto al tavolo, sdraiato sulla poltrona o coricato sul sofà.
Persino per il violino fu provveduto un leggio con la sua brava lampadina che illuminava la musica senza ferire gli occhi.
Anche colà, e contro mia voglia, fui accompagnato da tutti gli ordigni necessarii per fumare tranquillamente.
Perciò in casa si costruiva molto e c'era qualche disordine che diminuiva la nostra quiete.
Per lei, che lavorava per l'eternità, il breve incomodo poteva non importare, ma per me la cosa era ben diversa.
Mi opposi energicamente quando le venne il desiderio d'impiantare nel nostro giardino una piccola lavanderia che implicava addirittura la costruzione di una casuccia.
Augusta asseriva che la lavanderia in casa era una garanzia della salute dei bébés.
Ma intanto i bébés non c'erano ed io non vedevo alcuna necessità di lasciarmi incomodare da loro prima ancora che arrivassero.
Ella invece portava nella mia vecchia casa un istinto che veniva dall'aria aperta, e, in amore, somigliava alla rondinella che subito pensa al nido.
Ma anch'io facevo all'amore e portavo a casa fiori e gemme.
La mia vita fu del tutto mutata dal mio matrimonio.
Rinunziai, dopo un debole tentativo di resistenza, a disporre a mio piacere del mio tempo e m'acconciai al piú rigido orario.
Sotto questo riguardo la mia educazione ebbe un esito splendido.
Un giorno, subito dopo il nostro viaggio di nozze, mi lasciai innocentemente trattenere dall'andar a casa a colazione e, dopo di aver mangiato qualche cosa in un bar, restai fuori fino alla sera.
Rientrato a notte fatta, trovai che Augusta non aveva fatto colazione ed era disfatta dalla fame.
Non mi fece alcun rimprovero, ma non si lasciò convincere d'aver fatto male.
Dolcemente, ma risoluta, dichiarò che se non fosse stata avvisata prima, m'avrebbe atteso per la colazione fino all'ora del pranzo.
Non c'era da scherzare! Un'altra volta mi lasciai indurre da un amico a restar fuori di casa fino alle due di notte.
Trovai Augusta che m'aspettava e che batteva i denti dal freddo avendo trascurata la stufa.
Ne seguí anche una sua lieve indisposizione che rese indimenticabile la lezione inflittami.
Un giorno volli farle un altro grande regalo: lavorare! Essa lo desiderava ed io stesso pensavo che il lavoro sarebbe stato utile per la mia salute.
Si capisce che è meno malato chi ha poco tempo per esserlo.
Andai al lavoro e, se non vi restai, non fu davvero colpa mia.
Vi andai coi migliori propositi e con vera umiltà.
Non reclamai di partecipare alla direzione degli affari e domandai invece di tenere intanto il libro mastro.
Davanti al grosso libro in cui le scritturazioni erano disposte con la regolarità di strade e case, mi sentii pieno di rispetto e cominciai a scrivere con mano tremante.
Il figliuolo dell'Olivi, un giovinotto sobriamente elegante, occhialuto, dotto di tutte le scienze commerciali, assunse la mia istruzione e di lui davvero non ho da lagnarmi.
Mi diede qualche seccatura con la sua scienza economica e la teoria della domanda e dell'offerta che a me pareva piú evidente di quanto egli non volesse ammettere.
Ma si vedeva in lui un certo rispetto per il padrone, ed io gliene ero tanto piú grato in quanto non era ammissibile che l'avesse appreso da suo padre.
Il rispetto della proprietà doveva far parte della sua scienza economica.
Non mi rimproverò giammai gli errori di registrazione che spesso facevo; solo era incline ad attribuirli ad ignoranza e mi dava delle spiegazioni che veramente erano superflue.
Il male si è che a forza di guardare gli affari, mi venne la voglia di farne.
Nel libro, con grande chiarezza, arrivai a raffigurare la mia tasca e quando registravo un importo nel «dare» dei clienti mi pareva di tener in mano invece della penna il bastoncino del croupier che raccoglie i denari sparsi sul tavolo da giuoco.
Il giovine Olivi mi faceva anche vedere la posta che arrivava ed io la leggevo con attenzione e - devo dirlo - in principio con la speranza d'intenderla meglio degli altri.
Un'offerta comunissima conquistò un giorno la mia attenzione appassionata.
Anche prima di leggerla sentii moversi nel mio petto qualche cosa che subito riconobbi come l'oscuro presentimento che talvolta veniva a trovarmi al tavolo da giuoco.
È difficile descrivere tale presentimento.
Esso consiste in una certa dilatazione dei polmoni per cui si respira con voluttà l'aria per quanto sia affumicata.
Ma poi c'è di piú: sapete subito che quando avrete raddoppiata la posta starete ancora meglio.
Però ci vuole della pratica per intendere tutto questo.
Bisogna essersi allontanati dal tavolo da giuoco con le tasche vuote e il dolore di averlo trascurato; allora non sfugge piú.
E quando lo si ha trascurato, non c'è piú salvezza per quel giorno perché le carte si vendicano.
Però al tavolo verde è assai piú perdonabile di non averlo sentito che dinanzi al tranquillo libro mastro, ed infatti io lo percepii chiaramente, mentre gridava in me: «Compera subito quella frutta secca!».
Ne parlai con tutta mitezza all'Olivi, naturalmente senza accennare della mia ispirazione.
L'Olivi rispose che quegli affari non li faceva che per conto di terzi quando poteva realizzare un piccolo beneficio.
Cosí egli eliminava dai miei affari la possibilità dell'ispirazione e la riservava ai terzi.
La notte rafforzò la mia convinzione: il presentimento era dunque in me.
Respiravo tanto bene da non poter dormire.
Augusta sentí la mia inquietudine e dovetti dirgliene la ragione.
Essa ebbe subito la mia stessa ispirazione e nel sonno arrivò a mormorare:
- Non sei forse il padrone?
Vero è che alla mattina, prima che uscissi, mi disse impensierita:
- A te non conviene d'indispettire l'Olivi.
Vuoi che ne parli al babbo?
Non lo volli perché sapevo che anche Giovanni dava assai poco peso alle ispirazioni.
Arrivai all'ufficio ben deciso di battermi per la mia idea anche per vendicarmi dell'insonnia sofferta.
La battaglia durò fino a mezzodí quando spirava il termine utile per accettare l'offerta.
L'Olivi restò irremovibile e mi saldò con la solita osservazione:
- Lei vuole forse diminuire le facoltà attribuitemi dal defunto suo padre?
Risentito, ritornai per il momento al mio mastro, ben deciso di non ingerirmi piú di affari.
Ma il sapore dell'uva sultanina mi restò in bocca ed ogni giorno al Tergesteo m'informavo del suo prezzo.
Di altro non m'importava.
Salí lento, lento come se avesse avuto bisogno di raccogliersi per prendere lo slancio.
Poi in un giorno solo fu un balzo formidabile in alto.
Il raccolto era stato miserabile e lo si sapeva appena ora.
Strana cosa l'ispirazione! Essa non aveva previsto il raccolto scarso ma solo l'aumento di prezzo.
Le carte si vendicarono.
Intanto io non sapevo restare al mio mastro e perdetti ogni rispetto per i miei insegnanti, tanto piú che ora l'Olivi non pareva tanto sicuro di aver fatto bene.
Io risi e derisi; fu la mia occupazione principale.
Arrivò una seconda offerta dal prezzo quasi raddoppiato.
L'Olivi, per rabbonirmi, mi domandò consiglio ed io, trionfante, dissi che non avrei mangiata l'uva a quel prezzo.
L'Olivi, offeso, mormorò:
- Io m'attengo al sistema che seguii per tutta la mia vita.
E andò in cerca del compratore.
Ne trovò uno per un quantitativo molto ridotto e, sempre con le migliori intenzioni, ritornò da me e mi domandò esitante:
- La copro, questa piccola vendita?
Risposi, sempre cattivo:
- Io l'avrei coperta prima di farla.
Finí che l'Olivi perdette la forza della propria convinzione e lasciò la vendita scoperta.
Le uve continuarono a salire e noi si perdette tutto quello che sul piccolo quantitativo si poteva perdere.
Ma l'Olivi si arrabbiò con me e dichiarò che aveva giuocato solo per compiacermi.
Il furbo dimenticava che io l'avevo consigliato di puntare sul rosso e ch'egli, per farmela, aveva puntato sul nero.
La nostra lite fu insanabile.
L'Olivi s'appellò a mio suocero dicendogli che fra lui e me la ditta sarebbe stata sempre danneggiata, e che se la mia famiglia lo desiderava, egli e suo figlio si sarebbero ritirati per lasciarmi il campo libero.
Mio suocero decise subito in favore dell'Olivi.
Mi disse:
- L'affare della frutta secca è troppo istruttivo.
Siete due uomini che non potete stare insieme.
Ora chi ha da ritirarsi? Chi senza l'altro avrebbe fatto un solo buon affare, o chi da mezzo secolo dirige da solo la casa?
Anche Augusta fu indotta dal padre a convincermi di non ingerirmi piú nei miei propri affari.
- Pare che la tua bontà e la tua ingenuità - mi disse - ti rendano disadatto agli affari.
Resta a casa con me.
Io, irato, mi ritirai nella mia tenda, ossia nel mio studiolo.
Per qualche tempo leggiucchiai e suonai, poi sentii il desiderio di una attività piú seria e poco mancò non ritornassi alla chimica eppoi alla giurisprudenza.
Infine, e non so veramente perché, per qualche tempo mi dedicai agli studi di religione.
Mi parve di riprendere lo studio che avevo iniziato alla morte di mio padre.
Forse questa volta fu per un tentativo energico di avvicinarmi ad Augusta e alla sua salute.
Non bastava andare a messa con lei; io dovevo andarci altrimenti, leggendo cioè Renan e Strauss, il primo con diletto, il secondo sopportandolo come una punizione.
Ne dico qui solo per rilevare quale grande desiderio m'attaccasse ad Augusta.
E lei questo desiderio non indovinò quando mi vide nelle mani i Vangeli in edizione critica.
Preferiva l'indifferenza alla scienza e cosí non seppe apprezzare il massimo segno d'affetto che le avevo dato.
Quando, come soleva, interrompendo la sua toilette o le sue occupazioni in casa, s'affacciava alla porta della mia stanza per dirmi una parola di saluto, vedendomi chino su quei testi, torceva la bocca:
- Sei ancora con quella roba?
La religione di cui Augusta abbisognava non esigeva del tempo per acquisirsi o per praticarsi.
Un inchino e l'immediato ritorno alla vita! Nulla di piú.
Da me la religione acquistava tutt'altro aspetto.
Se avessi avuto la fede vera, io a questo mondo non avrei avuto che quella.
Poi nella mia stanzetta magnificamente organizzata venne talvolta la noia.
Era piuttosto un'ansia perché proprio allora mi pareva di sentirmi la forza di lavorare, ma stavo aspettando che la vita m'avesse imposto qualche compito.
Nell'attesa uscivo frequentemente e passavo molte ore al Tergesteo o in qualche caffè.
Vivevo in una simulazione di attività.
Un'attività noiosissima.
La visita di un amico d'Università, che aveva dovuto rimpatriare in tutta furia da un piccolo paese della Stiria per curarsi di una grave malattia, fu la mia Nemesi, benché non ne avesse avuto l'aspetto.
Arrivò a me dopo di aver fatto a Trieste un mese di letto ch'era valso a convertire la sua malattia, una nefrite, da acuta in cronica e probabilmente inguaribile.
Ma egli credeva di star meglio e s'apprestava lietamente a trasferirsi subito, durante la primavera, in qualche luogo dal clima piú dolce del nostro, dove s'aspettava di essere restituito alla piena salute.
Gli fu fatale forse di essersi indugiato troppo nel rude luogo natio.
Io considero la visita di quell'uomo tanto malato, ma lieto e sorridente, come molto nefasta per me; ma forse ho torto: essa non segna che una data nella mia vita, per la quale bisognava pur passare.
Il mio amico, Enrico Copler, si stupí ch'io nulla avessi saputo né di lui né della sua malattia di cui Giovanni doveva essere informato.
Ma Giovanni, dacché era malato anche lui, non aveva tempo per nessuno e non me ne aveva detto niente ad onta che ogni giorno di sole venisse nella mia villa per dormire qualche ora all'aria aperta.
Fra' due malati si passò un pomeriggio lietissimo.
Si parlò delle loro malattie, ciò che costituisce il massimo svago per un malato ed è una cosa non troppo triste per i sani che stanno a sentire.
Ci fu solo un dissenso perché Giovanni aveva bisogno dell'aria aperta che all'altro era proibita.
Il dissenso si dileguò quando si levò un po' di vento che indusse anche Giovanni di restare con noi, nella piccola stanza calda.
Il Copler ci raccontò della sua malattia che non dava dolore ma toglieva la forza.
Soltanto ora che stava meglio sapeva quanto fosse stato malato.
Parlò delle medicine che gli erano state propinate e allora il mio interesse fu piú vivo.
Il suo dottore gli aveva consigliato fra altro un efficace sistema per procurargli un lungo sonno senza perciò avvelenarlo con veri sonniferi.
Ma questa era la cosa di cui io avevo sopra tutto bisogno!
Il mio povero amico, sentendo il mio bisogno di medicine, si lusingò per un istante ch'io potessi essere affetto della stessa sua malattia e mi consigliò di farmi vedere, ascoltare e analizzare.
Augusta si mise a ridere di cuore e dichiarò ch'io non ero altro che un malato immaginario.
Allora sul volto emaciato del Copler passò qualche cosa che somigliava ad un risentimento.
Subito, virilmente, si liberò dallo stato d'inferiorità a cui pareva fosse condannato, aggredendomi con grande energia:
- Malato immaginario? Ebbene, io preferisco di essere un malato reale.
Prima di tutto un malato immaginario è una mostruosità ridicola eppoi per lui non esistono dei farmachi mentre la farmacia, come si vede in me, ha sempre qualche cosa di efficace per noi malati veri!
La sua parola sembrava quella di un sano ed io - voglio essere sincero - ne soffersi.
Mio suocero s'associò a lui con grande energia, ma le sue parole non arrivavano a gettare un disprezzo sul malato immaginario, perché tradivano troppo chiaramente l'invidia per il sano.
Disse che se egli fosse stato sano come me, invece di seccare il prossimo con le lamentele, sarebbe corso ai suoi cari e buoni affari, specie ora che gli era riuscito di diminuire la sua pancia.
Egli non sapeva neppure che il suo dimagrimento non veniva considerato come un sintomo favorevole.
Causa l'assalto del Copler, io avevo veramente l'aspetto di un malato e di un malato maltrattato.
Augusta sentí il bisogno d'intervenire in mio soccorso.
Carezzando la mano che avevo abbandonata sul tavolo, essa disse che la mia malattia non disturbava nessuno e ch'ella non era neppur convinta ch'io credessi d'esser ammalato, perché altrimenti non avrei avuto tanta gioia di vivere.
Cosí il Copler ritornò allo stato d'inferiorità cui era condannato.
Egli era del tutto solo a questo mondo e se poteva lottare con me in fatto di salute, non poteva contrappormi alcun affetto simile a quello che Augusta m'offriva.
Sentendo vivo il bisogno di un'infermiera, si rassegnò di confessarmi piú tardi quanto egli m'aveva invidiato per questo.
La discussione continuò nei giorni seguenti con un tono piú calmo mentre Giovanni dormiva in giardino.
E il Copler, dopo averci pensato sú, asseriva ora che il malato immaginario era un malato reale, ma piú intimamente di questi ed anche piú radicalmente.
Infatti i suoi nervi erano ridotti cosí da accusare una malattia quando non c'era, mentre la loro funzione normale sarebbe consistita nell'allarmare col dolore e indurre a correre al riparo.
- Sí! - dicevo io.
- Come ai denti, dove il dolore si manifesta solo quando il nervo è scoperto e per la guarigione occorre la sua distruzione.
Si terminò col trovarsi d'accordo sul fatto che un malato e l'altro si valevano.
Proprio nella sua nefrite era mancato e mancava tuttavia un avviso dei nervi, mentre che i miei nervi, invece, erano forse tanto sensibili da avvisarmi della malattia di cui sarei morto qualche ventennio piú tardi.
Erano dunque dei nervi perfetti e avevano l'unico svantaggio di concedermi pochi giorni lieti a questo mondo.
Essendogli riuscito a mettermi fra gli ammalati, il Copler fu soddisfattissimo.
Non so perché il povero malato avesse la mania di parlare di donne e, quando non c'era mia moglie, non si parlava d'altro.
Egli pretendeva che dal malato reale, almeno nelle malattie che noi sapevamo, il sesso s'affievolisse, ciò ch'era una buona difesa dell'organismo, mentre dal malato immaginario che non soffriva che pel disordine di nervi troppo laboriosi (questa era la nostra diagnosi) esso fosse patologicamente vivo.
Io corroborai la sua teoria con la mia esperienza e ci compiangemmo reciprocamente.
Ignoro perché non volli dirgli che io mi trovavo lontano da ogni sregolatezza e ciò da lungo tempo.
Avrei almeno potuto confessare che mi ritenevo convalescente se non sano, per non offenderlo troppo e perché dirsi sano quando si conoscono tutte le complicazioni del nostro organismo è una cosa difficile.
- Tu desideri tutte le donne belle che vedi? - inquisí ancora il Copler.
- Non tutte! - mormorai io per dirgli che non ero tanto malato.
Intanto io non desideravo Ada che vedevo ogni sera.
Quella, per me, era proprio la donna proibita.
Il fruscio delle sue gonne non mi diceva niente e, se mi fosse stato permesso di muoverle con le mie stesse mani, sarebbe stata la stessa cosa.
Per fortuna non l'avevo sposata.
Questa indifferenza era, o mi sembrava, una manifestazione di salute genuina.
Forse il mio desiderio per lei era stato tanto violento da esaurirsi da sé.
Però la mia indifferenza si estendeva anche ad Alberta ch'era pur tanto carina nel suo vestitino accurato e serio da scuola.
Che il possesso di Augusta fosse stato sufficiente a calmare il mio desiderio per tutta la famiglia Malfenti? Ciò sarebbe stato davvero molto morale!
Forse non parlai della mia virtú perché nel pensiero io tradivo sempre Augusta, e anche ora, parlando col Copler, con un fremito di desiderio, pensai a tutte le donne che per lei trascuravo.
Pensai alle donne che correvano le vie, tutte coperte, e dalle quali perciò gli organi sessuali secondarii divenivano tanto importanti mentre dalla donna che si possedeva scomparivano come se il possesso li avesse atrofizzati.
Avevo sempre vivo il desiderio dell'avventura; quell'avventura che cominciava dall'ammirazione di uno stivaletto, di un guanto, di una gonna, di tutto quello che copre e altera la forma.
Ma questo desiderio non era ancora una colpa.
Il Copler però non faceva bene ad analizzarmi.
Spiegare a qualcuno come è fatto, è un modo per autorizzarlo ad agire come desidera.
Ma il Copler fece anche di peggio, solo che tanto quando parlò, come quando agí, egli non poteva prevedere dove mi avrebbe condotto.
Resta cosí importante nel mio ricordo la parola del Copler che, quando la ricordo, essa rievoca tutte le sensazioni che vi si associarono, e le cose e le persone.
Avevo accompagnato in giardino il mio amico che doveva rincasare prima del tramonto.
Dalla mia villa, che giace su una collina, si aveva la vista del porto e del mare, vista che ora è intercettata da nuovi fabbricati.
Ci fermammo a guardare lungamente il mare mosso da una brezza leggera che rimandava in miriadi di luci rosse la luce tranquilla del cielo.
La penisola istriana dava riposo all'occhio con la sua mitezza verde che s'inoltrava in arco enorme nel mare come una penombra solida.
I moli e le dighe erano piccoli e insignificanti nelle loro forme rigidamente lineari, e l'acqua nei bacini era oscurata dalla sua immobilità o era forse torbida? Nel vasto panorama la pace era piccola in confronto a tutto quel rosso animato sull'acqua e noi, abbacinati, dopo poco volgemmo la schiena al mare.
Sulla piccola spianata dinanzi alla casa, incombeva in confronto già la notte.
Dinanzi al portico, su una grande poltrona, il capo coperto da un berretto e anche protetto dal bavero rialzato della pelliccia, le gambe avvolte in una coperta, mio suocero dormiva.
Ci fermammo a guardarlo.
Aveva la bocca spalancata, la mascella inferiore pendente come una cosa morta e la respirazione rumorosa e troppo frequente.
Ad ogni tratto la sua testa ricadeva sul petto ed egli, senza destarsi, la rialzava.
C'era allora un movimento delle sue palpebre come se avesse voluto aprire gli occhi per ritrovare piú facilmente l'equilibrio e la sua respirazione cambiava di ritmo.
Una vera interruzione del sonno.
Era la prima volta che la grave malattia di mio suocero mi si presentasse con tanta evidenza e ne fui profondamente addolorato.
Il Copler a bassa voce mi disse:
- Bisognerebbe curarlo.
Probabilmente è ammalato anche di nefrite.
Il suo non è un sonno: io so che cosa sia quello stato.
Povero diavolo!
Terminò consigliando di chiamare il suo medico.
Giovanni ci sentí e aperse gli occhi.
Parve subito meno malato e scherzò con Copler:
- Lei s'attenta di stare all'aria aperta? Non le farà male?
Gli sembrava di aver dormito saporitamente e non pensava di aver avuto mancanza d'aria in faccia al vasto mare che gliene mandava tanta! Ma la sua voce era fioca e la sua parola interrotta dall'ansare; aveva la faccia terrea e, levatosi dalla poltrona, si sentiva ghiacciare.
Dovette rifugiarsi in casa.
Lo vedo ancora muoversi traverso la spianata, la coperta sotto il braccio, ansante ma ridendo, mentre ci mandava il suo saluto.
- Vedi com'è fatto l'ammalato reale? - disse il Copler che non sapeva liberarsi dalla sua idea dominante.
- È moribondo e non sa d'essere ammalato.
Parve anche a me che l'ammalato reale soffrisse poco.
Mio suocero e anche il Copler riposano da molti anni a Sant'Anna, ma ci fu un giorno in cui passai accanto alle loro tombe e mi parve che per il fatto di trovarsi da tanti anni sotto alle loro pietre, la tesi propugnata da uno di loro non fosse infirmata.
Prima di lasciare il suo antico domicilio, il Copler aveva liquidati i suoi affari e perciò come me non ne aveva affatto.
Però, non appena lasciato il letto, non seppe restar tranquillo e, mancando di affari propri, cominciò ad occuparsi di quelli degli altri che gli parevano molto piú interessanti.
Ne risi allora, ma piú tardi anch'io dovevo apprendere quale sapore gradevole avessero gli affari altrui.
Egli si dedicava alla beneficenza ed essendosi proposto di vivere dei soli interessi del suo capitale, non poteva concedersi il lusso di farla tutta a spese proprie.
Perciò organizzava delle collette e tassava amici e conoscenti.
Registrava tutto da quel bravo uomo d'affari che era, ed io pensai che quel libro fosse il suo viatico e che io, nel caso suo, condannato a breve vita e privo di famiglia com'egli era, l'avrei arricchito intaccando il mio capitale.
Ma egli era il sano immaginario e non toccava che gl'interessi che gli spettavano, non sapendo rassegnarsi di ammettere breve il futuro.
Un giorno mi assalí con la richiesta di alcune centinaia di corone per procurare un pianino ad una povera fanciulla la quale veniva già sovvenzionata da me insieme ad altri, per suo mezzo, con un piccolo mensile.
Bisognava far presto per approfittare di una buona occasione.
Non seppi esimermi, ma, un po' di malagrazia, osservai che avrei fatto un buon affare se quel giorno non fossi uscito di casa.
Io sono di tempo in tempo soggetto ad accessi di avarizia.
Il Copler prese il denaro e se ne andò con una breve parola di ringraziamento, ma l'effetto delle mie parole si vide pochi giorni appresso e fu, purtroppo, importante.
Egli venne ad informarmi che il pianino era a posto e che la signorina Carla Gerco e sua madre mi pregavano di andar a trovarle per ringraziarmi.
Il Copler aveva paura di perdere il cliente e voleva legarmi facendomi assaporare la riconoscenza delle beneficate.
Dapprima volli esimermi da quella noia assicurandolo che ero convinto ch'egli sapesse fare la beneficenza piú accorta, ma insistette tanto che finii con l'accondiscendere:
- È bella? - domandai ridendo.
- Bellissima - egli rispose - ma non è pane per i nostri denti.
Curiosa cosa che egli mettesse i miei denti assieme ai suoi, col pericolo di comunicarmi la sua carie.
Mi raccontò dell'onestà di quella famiglia disgraziata che aveva perduto da qualche anno il suo capo di casa e che nella piú squallida miseria era vissuta nella piú rigida onestà.
Era una giornata sgradevole.
Soffiava un vento diaccio ed io invidiavo il Copler che s'era messa la pelliccia.
Dovevo trattenere con la mano il cappello che altrimenti sarebbe volato via.
Ma ero di buon umore, perché andavo a raccogliere la gratitudine dovuta alla mia filantropia.
Percorremmo a piedi la Corsia Stadion, traversammo il Giardino Pubblico.
Era una parte della città ch'io non vedevo mai.
Entrammo in una di quelle case cosidette di speculazione, che i nostri antenati s'erano messi a fabbricare quarant'anni prima, in posti lontani dalla città che subito li invase; aveva un aspetto modesto ma tuttavia piú cospicuo delle case che si fanno oggidí con le stesse intenzioni.
La scala occupava una piccola area e perciò era molto alta.
Ci fermammo al primo piano dove arrivai molto prima del mio compagno, assai piú lento.
Fui stupito che delle tre porte che davano su quel pianerottolo, due, quelle ai lati, fossero contrassegnate dal biglietto di visita di Carla Gerco, attaccatovi con chiodini, mentre la terza aveva anch'essa un biglietto ma con altro nome.
Il Copler mi spiegò che le Gerco avevano a destra la cucina e la camera da letto mentre a sinistra non c'era che una stanza sola, lo studio della signorina Carla.
Avevano potuto subaffittare una parte del quartiere al centro e cosí l'affitto costava loro pochissimo, ma avevano l'incomodo di dover passare il pianerottolo per recarsi da una stanza all'altra.
Bussammo a sinistra, alla stanza da studio ove madre e figlia, avvisate della nostra visita, ci attendevano.
Il Copler fece le presentazioni.
La signora, una persona timidissima vestita di un povero vestito nero, con la testa rilevata da un biancore di neve, mi tenne un piccolo discorso che doveva aver preparato: erano onorate dalla mia visita e mi ringraziavano del cospicuo dono che avevo fatto loro.
Poi essa non aperse piú bocca.
Il Copler assisteva come un maestro che ad un esame ufficiale stia ad ascoltare la lezione ch'egli con grande fatica ha insegnata.
Corresse la signora dicendole che non soltanto io avevo elargito il denaro per il pianino, ma che contribuivo anche al soccorso mensile ch'egli aveva loro raggranellato.
Amava l'esattezza, lui.
La signorina Carla si alzò dalla sedia ove era seduta accanto al pianino, mi porse la mano e mi disse la semplice parola:
- Grazie!
Ciò almeno era meno lungo.
La mia carica di filantropo cominciava a pesarmi.
Anch'io mi occupavo degli affari altrui come un qualunque ammalato reale! Che cosa doveva vedere in me quella graziosa giovinetta? Una persona di grande riguardo ma non un uomo! Ed era veramente graziosa! Credo che essa volesse sembrare piú giovine di quanto non fosse, con la sua gonna troppo corta per la moda di quell'epoca a meno che non usasse per casa una gonna del tempo in cui non aveva ancora finito di crescere.
La sua testa era però di donna e, per la pettinatura alquanto ricercata, di donna che vuol piacere.
Le ricche treccie brune erano disposte in modo da coprire le orecchie e anche in parte il collo.
Ero tanto compreso della mia dignità e temevo tanto l'occhio inquisitore del Copler che dapprima non guardai neppur bene la fanciulla; ma ora la so tutta.
La sua voce aveva qualche cosa di musicale quando parlava e, con un'affettazione oramai divenuta natura, essa si compiaceva di stendere le sillabe come se avesse voluto carezzare il suono che le riusciva di metterci.
Perciò e anche per certe sue vocali eccessivamente larghe persino per Trieste, il suo linguaggio aveva qualche cosa di straniero.
Appresi poi che certi maestri, per insegnare l'emissione della voce, alterano il valore delle vocali.
Era proprio tutt'altra pronuncia di quella di Ada.
Ogni suo suono mi pareva d'amore.
Durante quella visita la signorina Carla sorrise sempre, forse immaginando di avere cosí stereotipata sulla faccia l'espressione della gratitudine.
Era un sorriso un po' forzato; il vero aspetto della gratitudine.
Poi, quando poche ore dopo cominciai a sognare Carla, immaginai che su quella faccia ci fosse stata una lotta fra la letizia e il dolore.
Nulla di tutto questo trovai poi in lei ed una volta di piú appresi che la bellezza femminile simula dei sentimenti coi quali nulla ha a vedere.
Cosí la tela su cui è dipinta una battaglia non ha alcun sentimento eroico.
Il Copler pareva soddisfatto della presentazione come se le due donne fossero state opera sua.
Me le descriveva: erano sempre liete del loro destino e lavoravano.
Egli diceva delle parole che parevano tolte da un libro scolastico e, annuendo macchinalmente, pareva che io volessi confermare di aver fatti i miei studii e sapessi perciò come dovessero essere fatte le povere donne virtuose prive di denaro.
Poi egli domandò a Carla di cantarci qualche cosa.
Essa non volle dichiarando di essere raffreddata.
Proponeva di farlo un altro giorno.
Io sentivo con simpatia ch'essa temeva il nostro giudizio, ma avevo il desiderio di prolungare la seduta e m'associai nelle preghiere del Copler.
Dissi anche che non sapevo se m'avrebbe rivisto mai piú, perché ero molto occupato.
Il Copler, che pur sapeva ch'io a questo mondo non avevo alcun impegno, confermò con grande serietà quanto dicevo.
Mi fu poi facile d'intendere ch'egli desiderava che io non rivedessi piú Carla.
Questa tentò ancora di esimersi, ma il Copler insistette con una parola che somigliava ad un comando ed essa obbedí: com'era facile costringerla!
Cantò «La mia bandiera».
Dal mio soffice sofà io seguivo il suo canto.
Avevo un ardente desiderio di poterla ammirare.
Come sarebbe stato bello di vederla rivestita di genialità! Ma invece ebbi la sorpresa di sentire che la sua voce, quando cantava, perdeva ogni musicalità.
Lo sforzo l'alterava.
Carla non sapeva neppure suonare e il suo accompagnamento monco rendeva anche piú povera quella povera musica.
Ricordai di trovarmi dinanzi ad una scolara e analizzai se il volume di voce fosse bastevole.
Abbondante anzi! Nel piccolo ambiente ne avevo l'orecchio ferito.
Pensai, per poter continuare ad incoraggiarla, che solo la sua scuola fosse cattiva.
Quando cessò, m'associai all'applauso abbondante e parolaio del Copler.
Egli diceva:
- Figurati quale effetto farebbe questa voce quando fosse accompagnata da una buona orchestra.
Questo era certamente vero.
Un'intera potente orchestra ci voleva su quella voce.
Io dissi con grande sincerità che mi riservavo di riudire la signorina di là a qualche mese e che allora mi sarei pronunciato sul valore della sua scuola.
Meno sinceramente aggiunsi che certamente quella voce meritava una scuola di primo ordine.
Poi, per attenuare quanto di sgradevole ci poteva essere stato nelle mie prime parole, filosofai sulla necessità per una voce eccelsa, di trovare una scuola eccelsa.
Questo superlativo coperse tutto.
Ma poi, restato solo, fui meravigliato di aver sentito la necessità di essere sincero con Carla.
Che già l'avessi amata? Ma se non l'avevo ancora ben vista!
Sulle scale dall'odore dubbio, il Copler disse ancora:
- La voce sua è troppo forte.
È una voce da teatro.
Egli non sapeva che a quell'ora io sapevo qualcosa di piú: quella voce apparteneva ad un ambiente piccolissimo dove si poteva gustare l'impressione d'ingenuità di quell'arte e sognare di portarci dentro l'arte, cioè vita e dolore.
Nel lasciarmi, il Copler mi disse che m'avrebbe avvertito quando il maestro di Carla avrebbe organizzato un concerto pubblico.
Si trattava di un maestro poco noto ancora in città, ma sarebbe certo divenuto una futura grande celebrità.
Il Copler ne era sicuro ad onta che il maestro fosse abbastanza vecchio.
Pareva che la celebrità gli sarebbe venuta ora, dopo che il Copler lo conosceva.
Due debolezze da morituri, quella del maestro e quella del Copler.
Il curioso si è che sentii il bisogno di raccontare tale visita ad Augusta.
Si potrebbe forse credere che sia stato per prudenza, visto che il Copler ne sapeva e che io non mi sentivo di pregarlo di tacere.
Ma però ne parlai troppo volentieri.
Fu un grande sfogo.
Fino ad allora non avevo da rimproverarmi altro che di aver taciuto con Augusta.
Ecco che ora ero innocente del tutto.
Ella mi domandò qualche notizia della fanciulla e se fosse bella.
Mi fu difficile di rispondere: dissi che la povera fanciulla mi era parsa molto anemica.
Poi ebbi una buona idea:
- E se tu ti occupassi un poco di lei?
Augusta aveva tanto da fare nella sua nuova casa e nella sua vecchia famiglia ove la chiamavano per farsi aiutare nell'assistenza al padre malato, che non vi pensò piú.
Ma la mia idea era stata perciò veramente buona.
Il Copler però riseppe da Augusta che io l'avevo avvertita della nostra visita e anche lui dimenticò perciò le qualità ch'egli aveva attribuite al malato immaginario.
Mi disse in presenza di Augusta che di lí a poco tempo avremmo fatta un'altra visita a Carla.
Mi concedeva la sua piena fiducia.
Nella mia inerzia subito fui preso dal desiderio di rivedere Carla.
Non osai correre da lei temendo che il Copler avesse a risaperne.
I pretesti però non mi sarebbero mica mancati.
Potevo andare da lei per offrirle un aiuto maggiore ad insaputa del Copler, ma avrei dovuto prima essere sicuro che, a proprio vantaggio, ella avrebbe accettato di tacere.
E se quell'ammalato reale fosse già l'amante della fanciulla? Io, degli ammalati reali, non sapevo proprio niente e poteva essere benissimo che avessero il costume di farsi pagare dagli altri le loro amanti.
In quel caso sarebbe bastata una sola visita a Carla per compromettermi.
Non potevo mettere a pericolo la pace della mia famigliuola; ossia, non la misi a pericolo finché il mio desiderio di Carla non ingrandí.
Ma esso ingrandí costantemente.
Già conoscevo quella fanciulla molto meglio che non quando le aveva stretta la mano per congedarmi da lei.
Ricordavo specialmente quella treccia nera che copriva il suo collo niveo e che sarebbe stato necessario di allontanare col naso per arrivare a baciare la pelle ch'essa celava.
Per stimolare il mio desiderio bastava io ricordassi che su un dato pianerottolo, nella stessa mia piccola città, era esposta una bella fanciulla e che con una breve passeggiata si poteva andare a prenderla! La lotta col peccato diventa in tali circostanze difficilissima perché bisogna rinnovarla ad ogni ora ed ogni giorno, finché cioè la fanciulla rimanga su quel pianerottolo.
Le lunghe vocali di Carla mi chiamavano, e forse proprio il loro suono m'aveva messo nell'anima la convinzione che quando la mia resistenza fosse sparita, altre resistenze non ci sarebbero state piú.
Però m'era chiaro che potevo ingannarmi e che forse il Copler vedeva le cose con maggior esattezza; anche questo dubbio valeva a diminuire la mia resistenza visto che la povera Augusta poteva essere salvata da un mio tradimento da Carla stessa che, come donna, aveva la missione della resistenza.
Perché il mio desiderio avrebbe dovuto darmi un rimorso quando pareva fosse proprio venuto a tempo per salvarmi dal tedio che in quell'epoca mi minacciava? Non danneggiava affatto i miei rapporti con Augusta, anzi tutt'altro.
Io le dicevo oramai non piú soltanto le parole di affetto che avevo sempre avute per lei, ma anche quelle che nel mio animo andavano formandosi per l'altra.
Non c'era mai stata una simile abbondanza di dolcezza in casa mia e Augusta ne pareva incantata.
Ero sempre esatto in quello che io chiamavo l'orario della famiglia.
La mia coscienza è tanto delicata che, con le mie maniere, già allora mi preparavo ad attenuare il mio futuro rimorso.
Che la mia resistenza non sia mancata del tutto è provato dal fatto che io arrivai a Carla non con uno slancio solo, ma a tappe.
Dapprima per varii giorni giunsi solo fino al Giardino Pubblico e con la sincera intenzione di gioire di quel verde che apparisce tanto puro in mezzo al grigio delle strade e delle case che lo circondano.
Poi, non avendo avuta la fortuna di imbattermi, come speravo, casualmente in lei, uscii dal Giardino per movermi proprio sotto le sue finestre.
Lo feci con una grande emozione che ricordava proprio quella deliziosissima del giovinetto che per la prima volta accosta l'amore.
Da tanto tempo ero privo non d'amore, ma delle corse che vi conducono.
Ero appena uscito dal Giardino Pubblico che m'imbattei proprio faccia a faccia in mia suocera.
Dapprima ebbi un dubbio curioso: di mattina, cosí di buon'ora, da quelle parti tanto lontane dalle nostre? Forse anche lei tradiva il marito ammalato.
Seppi poi subito che le facevo un torto perché essa era stata a trovare il medico per averne conforto dopo una cattiva notte passata accanto a Giovanni.
Il medico le aveva detto delle buone parole, ma essa era tanto agitata che presto mi lasciò dimenticando persino di sorprendersi di avermi trovato in quel luogo visitato di solito da vecchi, bambini e balie.
Ma mi bastò di averla vista per sentirmi riafferrato dalla mia famiglia.
Camminai verso casa mia con un passo deciso, a cui battevo il tempo mormorando: «Mai piú! Mai piú!».
In quell'istante la madre di Augusta con quel suo dolore mi aveva dato il sentimento di tutti i miei doveri.
Fu una buona lezione e bastò per tutto quel giorno.
Augusta non era in casa perché era corsa dal padre col quale rimase tutta la mattina.
A tavola mi disse che avevano discusso se, dato lo stato di Giovanni, non avrebbero dovuto rimandare il matrimonio di Ada ch'era stabilito per la settimana dopo.
Giovanni stava già meglio.
Pare che a cena si fosse lasciato indurre a mangiar troppo e l'indigestione avesse assunto l'aspetto di un aggravamento del male.
Io le raccontai di aver già avute quelle notizie dalla madre in cui m'ero imbattuto la mattina al Giardino Pubblico.
Neppure Augusta si meravigliò della mia passeggiata, ma io sentii il bisogno di darle delle spiegazioni.
Le raccontai che preferivo da qualche tempo il Giardino Pubblico quale meta delle mie passeggiate.
Mi sedevo su una banchina e vi leggevo il mio giornale.
Poi aggiunsi:
- Quell'Olivi! Me l'ha fatta grossa condannandomi a tanta inerzia.
Augusta, che a quel proposito si sentiva un poco colpevole, ebbe un aspetto di dolore e di rimpianto.
Io, allora, mi sentii benissimo.
Ma ero realmente purissimo perché passai il pomeriggio intero nel mio studio e potevo veramente credere di essere definitivamente guarito di ogni desiderio perverso.
Leggevo oramai l'Apocalisse.
E ad onta che fosse oramai assodato ch'io avevo l'autorizzazione di andare ogni mattina al Giardino Pubblico, tanto grande s'era fatta la mia resistenza alla tentazione che quando il giorno appresso uscii, mi diressi proprio dalla parte opposta.
Andavo a cercare certa musica volendo provare un nuovo metodo del violino che m'era stato consigliato.
Prima di uscire seppi che mio suocero aveva passata una notte ottima e che sarebbe venuto da noi in vettura nel pomeriggio.
Ne avevo piacere tanto per mio suocero quanto per Guido, che finalmente avrebbe potuto sposarsi.
Tutto andava bene: io ero salvo ed era salvo anche mio suocero.
Ma fu proprio la musica che mi ricondusse a Carla! Fra i metodi che il venditore m'offerse ve ne fu per errore uno che non era del violino ma del canto.
Ne lessi accuratamente il titolo: «Trattato completo dell'Arte del Canto (Scuola di Garcia) di E.
Garcia (figlio) contenente una Relazione sulla Memoria riguardante la Voce Umana presentata all'Accademia delle Scienze di Parigi».
Lasciai che il venditore s'occupasse di altri clienti e mi misi a leggere l'operetta.
Devo dire che leggevo con un'agitazione che forse somigliava a quella con cui il giovinetto depravato accosta le opere di pornografia.
Ecco: quella era la via per arrivare a Carla; essa abbisognava di quell'opera e sarebbe stato un delitto da parte mia di non fargliela conoscere.
La comperai e ritornai a casa.