LA COSCIENZA DI ZENO, di Italo Svevo - pagina 34
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Mi vestii poi, cosí privo di volontà, che neppure m'asciugai accuratamente.
Il giorno sparí ed io restai alla finestra a guardare le nuove foglie verdi degli alberi del mio giardino.
Fui colto da brividi e con una certa soddisfazione pensai fossero di febbre.
Non la morte desiderai ma la malattia, una malattia che mi servisse di pretesto per fare quello che volevo o che me lo impedisse.
Dopo aver esitato per tanto tempo, Augusta venne a cercarmi.
Vedendola tanto dolce e priva di rancore, si aumentarono da me i brividi fino a farmi battere i denti.
Spaventata, essa mi costrinse di mettermi a letto.
Battevo sempre i denti dal freddo, ma già sapevo di non aver la febbre e le impedii di chiamare il medico.
La pregai di spegnere la lampada, di sedere accanto a me e di non parlare.
Non so per quanto tempo restammo cosí: riconquistai il necessario calore e anche qualche fiducia.
Avevo però la mente ancor tanto offuscata che quando essa riparlò di chiamare il medico, le dissi che sapevo la ragione del mio malore e che glielo avrei detto piú tardi.
Ritornavo al proposito di confessare.
Non mi rimaneva aperta altra via per liberarmi da tanta oppressione.
Cosí restammo ancora per vario tempo muti.
Piú tardi m'accorsi che Augusta s'era levata dalla sua poltrona e mi si accostava.
Ebbi paura: forse essa aveva indovinato tutto.
Mi prese la mano, l'accarezzò, poi leggermente poggiò la sua mano sulla mia testa per sentire se scottasse, e infine mi disse:
- Dovevi aspettartelo! Perché tanta dolorosa sorpresa?
Mi meravigliai delle strane parole e nello stesso tempo che passassero traverso un singhiozzo soffocato.
Era evidente che essa non alludeva alla mia avventura.
Come avrei io potuto prevedere di essere fatto cosí? Con una certa rudezza le domandai:
- Ma che cosa vuoi dire? Che cosa dovevo io prevedere?
Confusa essa mormorò:
- L'arrivo del padre di Guido per le nozze di Ada...
Finalmente compresi: essa credeva ch'io soffrissi per l'imminenza del matrimonio di Ada.
A me parve ch'essa veramente mi facesse torto: io non ero colpevole di un simile delitto.
Mi sentii puro e innocente come un neonato e subito liberato da ogni oppressione.
Saltai dal letto:
- Tu credi ch'io soffra per il matrimonio di Ada? Sei pazza! Dacché sono sposato, io non ho piú pensato a lei: Non ricordavo neppure ch'era arrivato quest'oggi il signor Cada!
La baciai e abbracciai con pieno desiderio e il mio accento fu improntato a tale sincerità ch'essa si vergognò del suo sospetto.
Anche lei ebbe la ingenua faccia sgombera da ogni nube e andammo presto a cena ambedue affamati.
A quello stesso tavolo, dove avevamo sofferto tanto, poche ore prima, sedevamo ora come due buoni compagni in vacanza.
Ella mi ricordò che le avevo promesso di dirle la ragione del mio malessere.
Io finsi una malattia, quella malattia che doveva darmi la facoltà di fare senza colpa tutto quello che mi piaceva.
Le raccontai che già in compagnia dei due vecchi signori, alla mattina, m'ero sentito scoraggiato profondamente.
Poi ero andato a prendere gli occhiali che l'oculista m'aveva prescritti.
Forse quel segno di vecchiezza m'aveva avvilito maggiormente.
E avevo camminato per le vie della città per ore ed ore.
Raccontai anche qualche cosa delle immaginazioni che tanto m'avevano fatto soffrire e ricordo che contenevano persino un abbozzo di confessione.
Non so in quale connessione con la malattia immaginaria, parlai anche del nostro sangue che girava, girava, ci teneva eretti, capaci al pensiero e all'azione e perciò alla colpa e al rimorso.
Essa non capí che si trattava di Carla, ma a me parve di averlo detto.
Dopo cena inforcai gli occhiali e finsi lungamente di leggere il mio giornale, ma quei vetri m'annebbiavano la vista.
Ne ebbi un aumento del mio turbamento lieto come di alcolizzato.
Dissi di non poter intendere quello che leggevo.
Continuavo a fare il malato.
La notte la passai pressocché insonne.
Aspettavo l'abbraccio di Carla con pieno grande desiderio.
Desideravo proprio lei, la fanciulla dalle ricche treccie fuori di posto e la voce tanto musicale quando la nota non le era imposta.
Ella era resa desiderabile anche da tutto ciò che per lei avevo già sofferto.
Fui accompagnato tutta la notte da un ferreo proposito.
Sarei stato sincero con Carla prima di farla mia e le avrei detta l'intera verità sui miei rapporti con Augusta.
Nella mia solitudine mi misi a ridere: era molto originale di andare alla conquista di una donna con in bocca la dichiarazione d'amore per un'altra.
Forse Carla sarebbe ritornata alla sua passività! E che perciò? Per il momento nessun suo atto avrebbe potuto diminuire il pregio della sua sottomissione di cui mi sembrava di poter essere sicuro.
La mattina seguente vestendomi mormoravo le parole che le avrei dette.
Prima di essere mia, Carla doveva sapere che Augusta col suo carattere e anche con la sua salute (avrei potuto spendere molte parole per spiegare quello ch'io intendessi per salute ciò che avrebbe anche servito ad educare Carla) aveva saputo conquistare il mio rispetto, ma anche il mio amore.
Prendendo il caffè, ero tanto assorto nel preparare un tanto elaborato discorso, che Augusta non ebbe da me altro segno di affetto che un lieve bacio prima di uscire.
Se ero tutto suo! Andavo da Carla per riaccendere la mia passione per lei.
Non appena entrai nella stanza di studio di Carla, ebbi un tale sollievo al trovarla sola e pronta, che subito l'attirai a me e appassionatamente l'abbracciai.
Fui spaventato dall'energia con la quale essa mi respinse.
Una vera violenza! Essa non voleva saperne ed io rimasi a bocca aperta in mezzo alla stanza, dolorosamente deluso.
Ma Carla subito rimessasi mormorò:
- Non vede che la porta è rimasta aperta e che qualcuno sta scendendo le scale?
Assunsi l'aspetto di un visitatore cerimonioso finché l'importuno non passò.
Poi chiudemmo la porta.
Essa impallidí vedendo che giravo anche la chiave.
Cosí tutto era chiaro.
Poco dopo essa mormorò fra le mie braccia con voce soffocata: - Lo vuoi? Veramente lo vuoi?
M'aveva dato del tu, e questo fu decisivo.
Io poi avevo subito risposto:
- Se non desidero altro!
Avevo dimenticato che avrei voluto prima chiarire qualche cosa.
Subito dopo io avrei voluto cominciare a parlarle dei miei rapporti con Augusta avendo tralasciato di farlo prima.
Ma era difficile per il momento.
Parlando con Carla d'altro in quel momento sarebbe stato come diminuire l'importanza della sua dedizione.
Anche il piú sordo fra gli uomini sa che non si può fare una cosa simile, per quanto tutti sappiano che non c'è confronto fra l'importanza di quella dedizione prima che avvenga e immediatamente dopo.
Sarebbe una grande offesa per una donna, che aperse le braccia per la prima volta, sentirsi dire: «Prima di tutto debbo chiarire quelle parole che ti dissi ieri...
».
Ma che ieri? Tutto quello che avvenne il giorno prima deve apparire indegno di essere menzionato e se ad un gentiluomo avviene di non sentire cosí, tanto peggio per lui e deve fare in modo che nessuno se ne avveda.
È certo che io ero quel gentiluomo che non sentiva cosí perché nella simulazione sbagliai come la sincerità non saprebbe.
Le domandai:
- Com'è che ti concedesti a me? Come meritai una cosa simile?
Volevo dimostrarmi grato o rimproverarla? Probabilmente non era che un tentativo per iniziare delle spiegazioni.
Essa un po' stupita guardò in alto per vedere il mio aspetto:
- A me pare che tu mi abbia presa, - e sorrise affettuosamente per provarmi che non intendeva di rimproverarmi.
Ricordai che le donne esigono si dica che sono state prese.
Poi, essa stessa si accorse di aver sbagliato, che le cose si prendono e le persone si accordano e mormorò:
- Io ti aspettavo! Eri il cavaliere che doveva venire a liberarmi.
Certo è male che tu sia sposato, ma, visto che non ami tua moglie, io so almeno che la mia felicità non distrugge quella di nessun altro.
Fui preso dal mio dolore al fianco con tale intensità che dovetti cessare dall'abbracciarla.
Dunque l'importanza delle mie sconsiderate parole non era stata esagerata da me? Era proprio la mia menzogna che aveva indotta Carla di divenire mia? Ecco che se ora avessi pensato di parlare del mio amore per Augusta, Carla avrebbe avuto il diritto di rimproverarmi nientemeno che di un tranello! Rettifiche e spiegazioni non erano piú possibili per il momento.
Ma in seguito ci sarebbe stata l'opportunità di spiegarsi e di chiarire.
Aspettando che si presentasse, ecco che si costituiva un nuovo legame fra me e Carla.
Lí, accanto a Carla, rinacque intera la mia passione per Augusta.
Ora non avrei avuto che un desiderio: correre dalla mia vera moglie, solo per vederla intenta al suo lavoro di formica assidua, mentre metteva in salvo le nostre cose in un'atmosfera di canfora e di naftalina.
Ma restai al mio dovere, che fu gravissimo per un episodio che mi turbò molto dapprima perché m'apparve come un'altra minaccia della sfinge con la quale aveva da fare.
Carla mi raccontò che subito dopo che me n'ero andato il giorno prima, era venuto il maestro di canto e che essa lo aveva semplicemente messo alla porta.
Non seppi celare un gesto di contrarietà.
Era lo stesso che avvisare il Copler della nostra tresca!
- Che cosa ne dirà il Copler? - esclamai.
Essa si mise a ridere e si rifugiò, questa volta di sua iniziativa, fra le mie braccia:
- Non avevamo detto che l'avremmo buttato fuori della porta anche lui?
Era carina, ma non poteva piú conquistarmi.
Trovai subito anch'io un atteggiamento che mi stava bene, quello del pedagogo, perché mi dava anche la possibilità di sfogare quel rancore che c'era in fondo all'anima mia per la donna che non mi permetteva di parlare come avrei voluto di mia moglie.
- Bisognava lavorare a questo mondo - le dissi - perché, come ella già doveva saperlo, questo era un mondo cattivo dove solamente i validi reggevano.
E se io ora dovessi morire? Che cosa avverrebbe di lei? - Avevo prospettata l'eventualità del mio abbandono in modo ch'essa proprio non poteva offendersene e infatti se ne commosse.
Poi, con l'evidente intenzione di avvilirla, le dissi che con mia moglie bastava io manifestassi un desiderio per vederlo esaudito.
- Ebbene! - disse lei rassegnata - manderemo a dire al maestro che ritorni! - Poi tentò di comunicarmi la sua antipatia per quel maestro.
Ogni giorno doveva subire la compagnia di quel vecchione antipatico che le faceva ripetere per infinite volte gli stessi esercizi che non giovavano a nulla, proprio a nulla.
Essa non ricordava di aver passato qualche bel giorno che quando il maestro si ammalava.
Aveva anche sperato che morisse, ma essa non aveva fortuna.
Divenne infine addirittura violenta nella sua disperazione.
Ripeté, aumentandolo, il suo lamento di non aver fortuna: era disgraziata, irreparabilmente disgraziata.
Quando ricordava che m'aveva subito amato perché le era sembrato che dal mio fare, dal mio dire, dai miei occhi, venisse una promessa di vita meno rigida, meno obbligata, meno noiosa, doveva piangere.
Cosí conobbi subito i suoi singhiozzi e mi seccarono; erano violenti fino a scuotere, pervadendolo, il suo debole organismo.
Mi sembrava di subire immediatamente un brusco assalto alla mia tasca e alla mia vita.
Le domandai:
- Ma credi tu che mia moglie a questo mondo non faccia nulla? Adesso che noi due parliamo, essa ha i polmoni inquinati dalla canfora e dalla naftalina.
Carla singhiozzò:
- Le cose, le masserizie, i vestiti...
beata lei!
Pensai irritato ch'essa volesse che io corressi a comperarle tutte quelle cose, solo per procurarle l'occupazione che prediligeva.
Non dimostrai dell'ira, grazie al cielo e obbedii alla voce del dovere che gridava: «accarezza la fanciulla che si abbandonò a te!».
L'accarezzai.
Passai la mia mano leggermente sui suoi capelli.
Ne risultò che i suoi singhiozzi si calmarono e le sue lagrime fluirono abbondanti e non trattenute come la pioggia che segue ad un temporale.
- Tu sei il mio primo amante - disse essa ancora - ed io spero che continuerai ad amarmi!
Quella sua comunicazione, ch'ero il suo primo amante, designazione che preparava il posto ad un secondo, non mi commosse molto.
Era una dichiarazione che arrivava in ritardo perché da una buona mezz'ora l'argomento era stato abbandonato.
Eppoi era una nuova minaccia.
Una donna crede di avere tutti i diritti verso il suo primo amante.
Dolcemente le mormorai all'orecchio:
- Anche tu sei la mia prima amante...
dacché mi sono sposato.
La dolcezza della voce mascherava il tentativo di pareggiare le due partite.
Poco dopo io la lasciai perché a nessun prezzo avrei voluto arrivare tardi a colazione.
Prima di andarmene trassi di nuovo di tasca la busta che io dicevo dei buoni propositi perché un ottimo proposito l'aveva creata.
Sentivo il bisogno di pagare per sentirmi piú libero.
Carla rifiutò dolcemente di nuovo quel denaro ed io allora m'arrabbiai fortemente, ma seppi trattenermi dal manifestare questa rabbia, se non urlando delle parole dolcissime.
Gridavo per non picchiarla, ma nessuno avrebbe potuto accorgersene.
Dissi che ero arrivato al colmo dei miei desideri possedendola e che adesso volevo aver il senso di possederla ancora piú mantenendola completamente.
Perciò doveva guardarsi dal farmi arrabbiare perché ne soffrivo troppo.
Volendo correre via, riassunsi in poche parole il mio concetto che divenne - cosí gridato - molto brusco.
- Sei la mia amante? Perciò il tuo mantenimento incombe a me.
Essa, spaventata, cessò dal resistere e prese la busta mentre mi guardava ansiosa studiando che cosa fosse la verità, il mio urlo d'odio oppure la parola d'amore con cui le veniva concesso tutto quello ch'essa aveva desiderato.
Si rasserenò un poco quando prima di andarmene sfiorai con le mie labbra la sua fronte.
Sulle scale mi venne il dubbio ch'essa, disponendo di quei denari e avendo sentito ch'io m'incaricavo del suo avvenire, avrebbe messo alla porta anche il Copler nel caso in cui egli nel pomeriggio fosse venuto da lei.
Avrei voluto risalire quelle scale per andare ad esortarla di non compromettermi con un atto simile.
Ma non v'era tempo e dovetti correr via.
Io temo che il dottore che leggerà questo mio manoscritto abbia a pensare che anche Carla sarebbe stata un soggetto interessante alla psico-analisi.
A lui sembrerà che quella dedizione, preceduta dal congedo al maestro di canto, fosse stata troppo rapida.
Anche a me sembrava che in premio del suo amore essa si fosse attese da me troppe concessioni.
Occorsero molti, ma molti mesi, perché io intendessi meglio la povera fanciulla.
Probabilmente essa s'era lasciata prendere per liberarsi dall'inquietante tutela del Copler, e dovette essere per lei una ben dolorosa sorpresa all'accorgersi che s'era concessa invano perché da lei si continuava a pretendere proprio quello che le pesava tanto, cioè il canto.
Si trovava ancora fra le mie braccia e apprendeva che doveva continuare a cantare.
Da ciò un'ira e un dolore che non trovavano le parole giuste.
Per ragioni differenti dicemmo cosí ambedue delle stranissime parole.
Quand'essa mi volle bene, riebbe tutta la naturalezza che il calcolo le aveva tolto.
Io la naturalezza non la ebbi mai con lei.
Correndo via pensai ancora: «Se essa sapesse quanto io ami mia moglie si comporterebbe altrimenti».
Quando lo seppe si comportò infatti altrimenti.
All'aria aperta respirai la libertà e non sentii il dolore di averla compromessa.
Fino al giorno dopo c'era tempo e avrei forse trovato un riparo alle difficoltà che mi minacciavano.
Correndo verso casa ebbi anche il coraggio di prendermela con l'ordine sociale, come se esso fosse stato la colpa dei miei trascorsi.
Mi pareva avrebbe dovuto essere tale da permettere di tempo in tempo (non sempre) di fare all'amore, senz'aver a temerne delle conseguenze, anche con le donne che non si amano affatto.
Di rimorso non v'era traccia in me.
Perciò io penso che il rimorso non nasca dal rimpianto di una mala azione già commessa, ma dalla visione della propria colpevole disposizione.
La parte superiore del corpo si china a guardare e giudicare l'altra parte e la trova deforme.
Ne sente ribrezzo e questo si chiama rimorso.
Anche nella tragedia antica la vittima non ritornava in vita e tuttavia il rimorso passava.
Ciò significava che la deformità era guarita e che oramai il pianto altrui non aveva alcuna importanza.
Dove poteva esserci posto per il rimorso in me che con tanta gioia e tanto affetto correvo dalla mia legittima moglie? Da molto tempo non m'ero sentito tanto puro.
A colazione, senz'altro sforzo, fui lieto ed affettuoso con Augusta.
Non ci fu quel giorno alcuna nota stonata fra di noi.
Niente di eccessivo: ero come dovevo essere con la donna onestamente e sicuramente mia.
Altre volte ci furono degli eccessi d'affettuosità da parte mia, ma solamente quando nel mio animo si combatteva una lotta fra le due donne ed eccedendo nelle manifestazioni d'affetto m'era piú facile di celare ad Augusta che fra di noi c'era l'ombra per il momento abbastanza potente di un'altra donna.
Posso anche dire che perciò Augusta mi preferiva quando non ero tutto e con grande sincerità suo.
Io stesso ero un po' stupito della mia calma e l'attribuivo al fatto ch'ero riuscito di far accettare a Carla quella busta dai buoni propositi.
Non che con quella credessi di averla saldata.
Ma mi pareva che avevo cominciato a pagare un'indulgenza.
Disgraziatamente per tutta la durata della mia relazione con Carla, il denaro restò la mia preoccupazione principale.
Ad ogni occasione ne mettevo in disparte in un posto ben celato della mia biblioteca, per essere preparato a far fronte a qualunque esigenza dell'amante che tanto temevo.
Cosí quel denaro, quando Carla m'abbandonò lasciandomelo, serví per pagare tutt'altra cosa.
Dovevamo passare la sera in casa di mio suocero ad un pranzo cui non erano invitati che i membri della famiglia e che doveva sostituire il tradizionale banchetto, preludio alle nozze che dovevano aver luogo due giorni appresso.
Guido voleva approfittare per sposarsi del miglioramento di Giovanni, ch'egli credeva non avrebbe durato.
Andai con Augusta di buon'ora nel pomeriggio da mio suocero.
Sulla via le ricordai ch'essa il giorno prima aveva sospettato ch'io soffrissi tuttavia per quelle nozze.
Essa si vergognò del suo sospetto ed io parlai molto di quella mia innocenza.
Se ero ritornato a casa non ricordando neppure che quella stessa sera v'era la solennità che doveva preparare quelle nozze!
Quantunque non vi fossero altri invitati che noi di famiglia, i vecchi Malfenti volevano che il banchetto fosse preparato solennemente.
Augusta era stata pregata di aiutare a preparare la sala e la tavola.
Alberta non ne voleva sapere.
Poco tempo prima essa aveva ottenuto un premio ad un concorso per una commedia in un atto e s'accingeva ora alacremente alla riforma del teatro nazionale.
Cosí restammo intorno a quella tavola io ed Augusta coadiuvati da una cameriera e da Luciano un ragazzo dell'ufficio di Giovanni che dimostrava altrettanto talento per l'ordine in casa quanto per quello d'ufficio.
Aiutai a trasportare sulla tavola dei fiori e a distribuirli in bell'ordine.
- Vedi - dissi scherzando ad Augusta - che contribuisco anch'io alla loro felicità.
Se mi domandassero di preparare per loro anche il letto nuziale, lo farei con lo stesso aspetto sereno!
Piú tardi andammo a trovare gli sposi ritornati allora da una visita ufficiale.
S'erano messi nel cantuccio piú riposto del salotto e suppongo che fino al nostro arrivo si fossero baciucchiati.
La sposina non aveva neppur smesso il suo abito da passeggio ed era tanto bellina, cosí arrossata dal caldo.
Io credo che gli sposi, per celare ogni traccia dei baci che si erano scambiati, volessero darci ad intendere che avessero discusso di scienza.
Era una sciocchezza, forse anche sconveniente! Volevano allontanarci dalla loro intimità o credevano che i loro baci potessero dolere a qualcuno? Ciò però non guastò il mio buon umore.
Guido m'aveva detto che Ada non voleva credergli che certe vespe sapevano paralizzare con una puntura altri insetti anche piú forti di loro per conservarli cosí paralizzati, vivi e freschi, quale nutrimento per la loro discendenza.
Io credevo di ricordare ch'esisteva qualche cosa di tanto mostruoso in natura, ma in quel momento non volli concedere una soddisfazione a Guido:
- Mi credi una vespa che ti dirigi a me? - gli dissi ridendo.
Lasciammo gli sposi per permettere loro di occuparsi di cose piú liete.
Io però cominciavo a trovare alquanto lungo il pomeriggio e avrei voluto andare a casa ad aspettare nel mio studio l'ora del pranzo.
Nell'anticamera trovammo il dottor Paoli che usciva dalla stanza da letto di mio suocero.
Era un medico giovine che aveva però già saputo conquistarsi una buona clientela.
Era biondissimo e bianco e rosso come un ragazzone.
Nel potente organismo il suo occhio era però tanto importante da rendere seria ed imponente tutta la sua persona.
Gli occhiali lo facevano apparire piú grande e il suo sguardo s'attaccava alle cose come una carezza.
Ora che conosco bene tanto lui che il Dottor S.
- quello della psico-analisi - mi pare che l'occhio di questi sia indagatore per intenzione, mentre nel dottor Paoli lo è per una sua instancabile curiosità.
Il Paoli vede esattamente il suo cliente, ma anche la moglie di questi e la sedia su cui poggia.
Dio sa quale dei due conci meglio i suoi clienti! Durante la malattia di mio suocero io andai spesso dal Paoli per indurlo a non fare intendere alla famiglia che la catastrofe che la minacciava era imminente, e ricordo che un giorno, guardandomi piú a lungo di quanto mi fosse piaciuto, mi disse sorridendo:
- Ma Lei adora sua moglie!
Egli era un buon osservatore perché infatti io in quel momento adoravo mia moglie che soffriva tanto per la malattia del padre e che io giornalmente tradivo.
Ci disse che Giovanni stava anche meglio del giorno prima.
Adesso egli non aveva altre preoccupazioni perché la stagione era molto favorevole, e riteneva che gli sposi serenamente potessero mettersi in viaggio.
- Naturalmente - aggiunse cautamente - salvo complicazioni imprevedibili.
- La sua prognosi s'avverò perché intervennero le complicazioni imprevedibili.
Al momento di congedarsi si ricordò che noi conoscevamo certo Copler al cui letto egli era stato chiamato quel giorno stesso a consulto.
Lo aveva trovato colpito da una paralisi renale.
Raccontò che la paralisi s'era annunciata con un orrendo male di denti.
Qui fece una prognosi grave, ma, secondo il solito, attenuata da un dubbio:
- La sua vita può anche prolungarsi a patto ch'egli arrivi a vedere il sole di domani.
Augusta, dalla compassione, ebbe le lagrime agli occhi e mi pregò di correre subito dal nostro povero amico.
Dopo un'esitazione, ottemperai al suo desiderio, e volentieri, perché la mia anima improvvisamente si riempí di Carla.
Com'ero stato duro con la povera fanciulla! Ecco che, sparito il Copler, essa rimaneva là, solitaria su quel pianerottolo, nient'affatto compromettente perché tagliata da ogni comunicazione col mio mondo.
Era necessario correre da lei per cancellare l'impressione che doveva averle fatto il mio duro contegno della mattina.
Ma, prudentemente, andai prima di tutto dal Copler.
Dovevo pur poter dire ad Augusta che lo avevo visto.
Conoscevo già il modesto ma comodo e decente quartiere che il Copler abitava in Corsia Stadion.
Un vecchio pensionato gli aveva cedute tre delle sue cinque stanze.
Fui ricevuto da questi, un grosso uomo, ansante, dagli occhi rossi, che camminava inquieto su e giú per un breve corridoio oscuro.
Mi raccontò che il medico curante se ne era andato da poco, dopo di aver constatato che il Copler si trovava in agonia.
Il vecchio parlava a bassa voce, sempre ansando, come se avesse temuto di turbare la quiete del moribondo.
Anch'io abbassai la mia.
È una forma di rispetto come lo sentiamo noi uomini, mentre non è ben certo se al moribondo non piacerebbe di piú di venir accompagnato per l'ultimo tratto di via da voci chiare e forti che gli ricorderebbero la vita.
Il vecchio mi disse che il moribondo era assistito da una suora.
Pieno di rispetto mi fermai per qualche tempo dinanzi alla porta di quella camera nella quale il povero Copler col suo rantolo, dal ritmo tanto esatto, misurava il suo ultimo tempo.
La sua respirazione rumorosa era composta da due suoni: esitante pareva quello prodotto dall'aria ch'egli ispirava, precipitoso quello che nasceva dall'aria espulsa.
Fretta di morire? Una pausa seguiva ai due suoni ed io pensai che quando quella pausa si fosse allungata, allora si sarebbe iniziata la nuova vita.
Il vecchio voleva ch'io entrassi in quella stanza, ma io non volli.
Troppi moribondi m'avevano guatato con un'espressione di rimprovero.
Non attesi che quella pausa s'allungasse e corsi da Carla.
Bussai alla porta del suo studio ch'era chiusa a chiave, ma nessuno rispose.
Impazientito presi la porta a calci e allora dietro di me si aperse la porta del quartiere.
La voce della madre di Carla domandò:
- Ma chi è? - Poi la vecchia timorosa si sporse e, quando alla luce gialla che veniva dalla sua cucina m'ebbe riconosciuto, m'accorsi che la sua faccia si era coperta di un intenso rossore rilevato dalla nitida bianchezza dei suoi capelli.
Carla non c'era, ed essa si profferse di andar a prendere la chiave dello studio per ricevermi in quella stanza ch'essa riteneva fosse la sola degna di ricevermi.
Ma io le dissi di non scomodarsi, entrai nella sua cucina e sedetti senz'altro su una sedia di legno.
Sul focolare, sotto ad una pentola, ardeva un modesto mucchio di carbone.
Le dissi di non trascurare per causa mia la cucinatura della cena.
Essa mi rassicurò.
Cucinava dei fagiuoli, che non erano mai troppo cotti.
La povertà del cibo che si preparava nella casa le cui spese dovevo oramai sostenere io solo, m'ammorbidí e smorzò la stizza che provavo per non aver trovata pronta la mia amante.
La signora rimase in piedi ad onta ch'io ripetutamente l'avessi invitata di sedere.
Bruscamente le raccontai ch'ero venuto a portare alla signorina Carla una bruttissima notizia: il Copler era moribondo.
Alla vecchia caddero le braccia e subito sentí il bisogno di sedere.
- Dio mio! - mormorò - che cosa faremo ora noi?
Poi si ricordò che quello che toccava al Copler era peggio di quello che toccava a lei e aggiunse un compianto:
- Il povero signore! Tanto buono!
Aveva già la faccia irrorata dalle lagrime.
Essa, evidentemente, non sapeva che se il pover'uomo non fosse morto a tempo, sarebbe stato buttato fuori di quella casa.
Anche questo mi rassicurò.
Com'ero circondato dalla piú assoluta discrezione!
Volli tranquillarla e le dissi che quello che il Copler aveva fatto per loro fino ad allora, avrei continuato a farlo io.
Essa protestò che non era per sé stessa ch'essa piangeva, visto che sapeva ch'esse erano circondate da tanta buona gente, ma per il destino del loro grande benefattore.
Volle sapere di quale malattia morisse.
Raccontandole come la catastrofe s'era annunciata, ricordai quella discussione ch'io tempo prima avevo avuta col Copler sull'utilità del dolore.
Ecco che da lui i nervi dei denti s'erano agitati e s'erano messi a chiamare aiuto perché, ad un metro di distanza da loro, i reni avevano cessato di funzionare.
Ero tanto indifferente al fato del mio amico di cui avevo sentito poco prima il rantolo, che continuavo a giocherellare con le sue idee.
Se fosse stato ancora a sentirmi, gli avrei detto che si capiva cosí come dall'ammalato immaginario i nervi potessero legittimamente dolere per una malattia scoppiata a qualche chilometro di distanza.
Fra la vecchia e me c'era ben poco ancora da discorrere ed accettai di andar ad aspettare Carla nel suo studio.
Presi in mano il Garcia e tentai di leggerne qualche pagina.
Ma l'arte del canto mi toccava poco.
La vecchia mi raggiunse di nuovo.
Era inquieta perché non vedeva giungere Carla.
Mi raccontò ch'era andata a comperare dei piatti di cui avevano urgente bisogno.
La mia pazienza stava proprio per esaurirsi.
Irosamente le domandai:
- Avete rotti dei piatti? Non potreste usare maggior attenzione?
Cosí mi liberai della vecchia che borbottò andandosene:
- Due soli...
li ho rotti io...
Ciò mi procurò un momento d'ilarità perché io sapevo ch'erano stati distrutti tutti quelli che c'erano in casa e non dalla vecchia, ma proprio da Carla.
Poi seppi che Carla era tutt'altro che dolce con la madre che perciò aveva una paura folle di parlare troppo dei fatti della figlia coi suoi protettori.
Pare che una volta, ingenuamente, avesse raccontato al Copler del fastidio che risultava a Carla dalle lezioni di canto.
Il Copler se ne adirò con Carla e questa se la prese con la madre.
Ed è cosí che quando la mia deliziosa amante finalmente mi raggiunse, io l'amai violentemente e irosamente.
Essa, incantata, balbettava:
- E io che dubitavo del tuo amore! Il giorno intero fui perseguitata dal desiderio di uccidermi per essermi abbandonata ad un uomo che subito dopo mi trattò cosí male!
Le spiegai che spesso io venivo preso da gravi mali di testa e, quando mi ritrovai nello stato che, se non avessi valorosamente resistito, m'avrebbe ricondotto di corsa da Augusta, riparlai di quei mali e seppi domarmi.
Andavo facendomi.
Intanto piangemmo insieme il povero Copler; proprio assieme!
Del resto Carla non era indifferente all'atroce fine del suo benefattore.
Parlandone si scolorí:
- Io so come son fatta! - disse.
- Per lungo tempo avrò paura di restare sola.
Da vivo già mi faceva tanta paura!
E per la prima volta, timidamente, mi propose di restare con lei la notte intera.
Io non ci pensavo neppure e non avrei saputo prolungare nemmeno di mezz'ora il mio soggiorno in quella stanza.
Ma, sempre attento di non rivelare alla povera fanciulla il mio animo di cui ero il primo io a dolermi, feci delle obbiezioni dicendole che una cosa simile non era possibile perché in quella casa c'era anche sua madre.
Con vero disdegno essa arcuò le labbra:
- Avremmo trasportato qui il letto; la mamma non s'arrischia di spiarmi.
Allora le raccontai del banchetto di nozze che m'aspettava a casa, ma poi sentii il bisogno di dirle che mai mi sarebbe stato possibile di passare una notte con lei.
Nel proposito di bontà che avevo fatto poco prima, arrivavo a domare ogni mio accento che perciò restò sempre affettuoso, ma mi pareva che ogni altra concessione che le avessi fatta od anche soltanto fatta sperare, sarebbe equivaluta ad un nuovo tradimento ad Augusta che io non volevo commettere.
In quel momento sentivo quali erano i miei piú forti legami con Carla: il mio proposito d'affettuosità eppoi le menzogne dette da me sui miei rapporti con Augusta e che pian pianino, nel corso del tempo, bisognava attenuare ed anzi cancellare.
Perciò iniziai quella stessa sera tale opera, naturalmente con la debita prudenza perché era tuttavia troppo facile di ricordare il frutto che aveva avuto la mia bugia.
Le dissi che io sentivo fortemente i miei obblighi verso mia moglie ch'era una donna tanto stimabile che certamente avrebbe meritato di essere amata meglio e cui mai avrei voluto far sapere come la tradivo.
Carla m'abbracciò:
- Cosí ti amo: buono e dolce come ti sentii subito la prima volta.
Non tenterò mai di fare del male a quella poverina.
A me spiaceva sentir dare della poverina ad Augusta, ma ero riconoscente alla povera Carla della sua mitezza.
Era una buona cosa ch'essa non odiasse mia moglie.
Volli dimostrarle la mia riconoscenza e mi guardai d'attorno alla ricerca di un segno di affetto.
Finii col trovarlo.
Regalai anche a lei la sua lavanderia: le permisi di non richiamare il maestro di canto.
Carla ebbe un impeto di affetto che mi seccò abbastanza, ma che sopportai valorosamente.
Poi mi raccontò ch'essa non avrebbe mai abbandonato il canto.
Cantava tutto il giorno, ma a modo suo.
Voleva anzi farmi sentire subito una sua canzone.
Ma io non ne volli sapere e alquanto villanamente corsi via.
Perciò penso che anche quella notte essa abbia meditato il suicidio, ma io non le lasciai mai il tempo di dirmelo.
Ritornai dal Copler perché dovevo portare ad Augusta le ultime notizie dell'ammalato per farle credere che io avessi passate con lui tutte quelle ore.
Il Copler era morto da due ore circa, subito dopo ch'io me n'ero andato.
Accompagnato dal vecchio pensionato che aveva continuato a misurare col suo passo il piccolo corridoio, entrai nella stanza mortuaria.
Il cadavere, già vestito, giaceva sul nudo materazzo del letto.
Teneva nelle mani il crocifisso.
A bassa voce il pensionato mi raccontò che tutte le formalità erano state compiute e che una nipote dell'estinto sarebbe venuta a passare la notte presso il cadavere.
Cosí avrei potuto andarmene sapendo che al mio povero amico si dava tutto quel poco che ancora poteva occorrergli, ma restai per qualche minuto a guardarlo.
Avrei amato di sentirmi sgorgare dagli occhi una lacrima sincera di compianto per il poverino che tanto aveva lottato con la malattia fino a tentar di trovare un accordo con essa.
- È doloroso! - dissi.
La malattia per la quale esistevano tanti farmachi, l'aveva brutalmente ucciso.
Pareva un'irrisione.
Ma la mia lacrima mancò.
La faccia emaciata del Copler non era mai apparsa tanto forte come nella rigidezza della morte.
Pareva prodotta dallo scalpello in un marmo colorato e nessuno avrebbe potuto prevedere che vi sovrastasse imminente la putrefazione.
Era tuttavia una vera vita che quella faccia manifestava: disapprovava sdegnosamente forse me, l'ammalato immaginario, o fors'anche Carla, che non voleva cantare.
Trasalii un momento sembrandomi che il morto ricominciasse a rantolare.
Subito ritornai alla mia calma di critico quando m'accorsi che quello che m'era sembrato un rantolo non era che l'ansare, aumentato dall'emozione, del pensionato.
Il quale poi m'accompagnò alla porta e mi pregò di raccomandarlo se avessi conosciuto chi avrebbe potuto aver bisogno di un quartierino come quello.
- Vede che anche in una circostanza simile ho saputo fare il mio dovere e anche piú, molto di piú!
Alzò per la prima volta la voce in cui echeggiò un risentimento ch'era senza dubbio destinato al povero Copler che gli aveva lasciato libero il quartiere senza il debito preavviso.
Corsi via promettendo tutto quello che voleva.
Da mio suocero trovai che la compagnia s'era messa in quel momento a tavola.
Mi domandarono delle notizie ed io, per non compromettere la gaiezza di quel convitto, dissi che il Copler viveva tuttavia e che c'era dunque ancora qualche speranza.
A me parve che quell'adunanza fosse ben triste.
Forse tale impressione si fece in me alla vista di mio suocero condannato ad una minestrina e ad un bicchiere di latte, mentre attorno a lui tutti si caricavano dei cibi piú prelibati.
Aveva tutto il suo tempo libero, lui, e lo impiegava per guardare in bocca agli altri.
Vedendo che il signor Francesco si dedicava attivamente all'antipasto, mormorò:
- E pensare che ha due anni piú di me!
Poi, quando il signor Francesco giunse al terzo bicchierino di vino bianco, brontolò sottovoce:
- È il terzo! Che gli andasse in tanto fiele!
L'augurio non m'avrebbe disturbato se non avessi mangiato e bevuto anch'io a quel tavolo, e non avessi saputo che la medesima metamorfosi sarebbe stata augurata anche al vino che passava per la mia bocca.
Perciò mi misi a mangiare e a bere di nascosto.
Approfittavo di qualche momento in cui mio suocero ficcava il grosso naso nella tazza del latte o rispondeva a qualche parola che gli era stata rivolta, per inghiottire dei grossi bocconi o per tracannare dei grandi bicchieri di vino.
Alberta, solo per il desiderio di far ridere la gente, avvisò Augusta ch'io bevevo troppo.
Mia moglie, scherzosamente, mi minacciò coll'indice.
Questo non fu male ma fu male perché cosí non valeva piú la pena di mangiare di nascosto.
Giovanni, che fino ad allora non s'era quasi ricordato di me, mi guardò sopra gli occhiali con un'occhiataccia di vero odio.
Disse:
- Io non ho mai abusato di vino o di cibo.
Chi ne abusa non è un vero uomo ma un...
- e ripeté piú volte l'ultima parola che non significava proprio un complimento.
Per l'effetto del vino, quella parola offensiva accompagnata da una risata generale, mi cacciò nell'animo un desiderio veramente irragionevole di vendetta.
Attaccai mio suocero dal suo lato piú debole: la sua malattia.
Gridai che non era un vero uomo non chi abusava dei cibi ma colui che supinamente s'adattava alle prescrizioni del medico.
Io, nel caso suo, sarei stato ben altrimenti indipendente.
Alle nozze di mia figlia - se non altro per affetto - non avrei mica permesso che mi si impedisse di mangiare e di bere.
Giovanni osservò con ira:
- Vorrei vederti nei miei panni!
- E non ti basta di vedermi nei miei? lascio io forse di fumare?
Era la prima volta che mi riusciva di vantarmi della mia debolezza, e accesi subito una sigaretta per illustrare le mie parole.
Tutti ridevano e raccontavano al signor Francesco come la mia vita fosse piena di ultime sigarette.
Ma quella non era l'ultima e mi sentivo forte e combattivo.
Però perdetti subito l'appoggio degli altri quando versai del vino a Giovanni nel suo grande bicchiere d'acqua.
Avevano paura che Giovanni bevesse e urlavano per impedirglielo finché la signora Malfenti non poté afferrare e allontanare quel bicchiere.
- Proprio, vorresti uccidermi? - domandò mitemente Giovanni guardandomi con curiosità.
- Hai il vino cattivo, tu! - Egli non aveva fatto un solo gesto per approfittare del vino che gli avevo offerto.
Mi sentii veramente avvilito e vinto.
Mi sarei quasi gettato ai piedi di mio suocero per chiedergli perdono.
Ma anche quello mi parve un suggerimento del vino e lo respinsi.
Domandando perdono avrei confessata la mia colpa, mentre il banchetto continuava e sarebbe durato abbastanza per offrirmi l'opportunità di riparare a quel primo scherzo tanto mal riuscito.
C'è tempo a tutto a questo mondo.
Non tutti gli ubriachi sono preda immediata di ogni suggerimento del vino.
Quando ho bevuto troppo, io analizzo i miei conati come quando sono sereno e probabilmente con lo stesso risultato.
Continuai ad osservarmi per intendere come fossi arrivato a quel pensiero malvagio di danneggiare mio suocero.
E m'accorsi d'essere stanco, mortalmente stanco.
Se tutti avessero saputo quale giornata io avevo trascorsa, m'avrebbero scusato.
Avevo presa e violentemente abbandonata per ben due volte una donna ed ero ritornato due volte a mia moglie per rinnegare anche lei per due volte.
La mia fortuna fu che allora, per associazione, nel mio ricordo fece capolino quel cadavere su cui invano avevo tentato di piangere, e il pensiero alle due donne sparve; altrimenti avrei finito col parlare di Carla.
Non avevo sempre il desiderio di confessarmi anche quando non ero reso piú magnanimo dall'azione del vino? Finii col parlare del Copler.
Volevo che tutti sapessero che quel giorno avevo perduto il mio grande amico.
Avrebbero scusato il mio contegno.
Gridai che il Copler era morto, veramente morto e che fino ad allora ne avevo taciuto per non rattristarli.
Guarda! Guarda! Ecco che finalmente sentii salirmi le lacrime agli occhi e dovetti volgere altrove lo sguardo per celarle.
Tutti risero perché non mi credettero e allora intervenne l'ostinazione ch'è proprio il carattere piú evidente del vino.
Descrissi il morto:
- Pareva scolpito da Michelangelo, cosí rigido, nella pietra piú incorruttibile.
Ci fu un silenzio generale interrotto da Guido che esclamò:
- E adesso non senti piú il bisogno di non rattristarci?
L'osservazione era giusta.
Avevo mancato ad un proponimento che ricordavo! Non ci sarebbe stato il verso di riparare? Mi misi a ridere sgangheratamente:
- Ve l'ho fatta! È vivo e sta meglio.
Tutti mi guardavano per raccapezzarsi.
- Sta meglio, - soggiunsi seriamente - mi riconobbe e mi sorrise persino.
Tutti mi credettero, ma l'indignazione fu generale.
Giovanni proclamò che se non avesse temuto di farsi del male sottoponendosi ad uno sforzo, m'avrebbe gettato un piatto sulla testa.
Era infatti imperdonabile ch'io avessi turbata la festa con una simile notizia inventata.
Se fosse stata vera non ci sarebbe stata colpa.
Non avrei fatto meglio di dire loro di nuovo la verità? Il Copler era morto, e non appena fossi stato solo, avrei trovate le lacrime pronte per piangerlo, spontanee e abbondanti.
Cercai le parole, ma la signora Malfenti, con quella sua gravità di gran signora m'interruppe:
- Lasciamo stare per ora quel povero malato.
Ci penseremo domani!
Obbedii subito persino col pensiero che si staccò definitivamente dal morto: «Addio! Aspettami! Ritornerò a te subito dopo!».
Era venuta l'ora del brindisi.
Giovanni aveva ottenuta la concessione dal medico di sorbire a quell'ora un bicchiere di champagne.
Gravemente sorvegliò come gli versarono il vino, e rifiutò di portare il bicchiere alle labbra finché non fosse stato colmo.
Dopo di aver fatto un augurio serio e disadorno ad Ada e a Guido, lo vuotò lentamente fino all'ultima goccia.
Guardandomi biecamente mi disse che l'ultimo sorso l'aveva votato proprio alla mia salute.
Per annullare l'augurio, che io sapevo non buono, con ambe le mani sotto la tovaglia feci le corna.
Il ricordo del resto della serata è per me un poco confuso.
So che per iniziativa di Augusta, a quel tavolo, poco dopo si disse un mondo di bene di me citandomi quale un modello di marito.
Mi fu perdonato tutto e persino mio suocero si fece piú gentile.
Soggiunse però che sperava che il marito di Ada si dimostrasse buono come me, ma anche nello stesso tempo un miglior negoziante e soprattutto una persona...
e cercava la parola.
Non la trovò e nessuno intorno a noi la reclamò; neppure il signor Francesco che per avermi visto per la prima volta quella stessa mattina, poco poteva conoscermi.
Dal canto mio non mi offesi.
Come mitiga il proprio animo il sentimento di avere dei grossi torti da riparare! Accettavo con grato animo tutte le insolenze a patto fossero accompagnate da quell'affetto che non meritavo.
E nella mia mente, confusa dalla stanchezza e dal vino, sereno del tutto, accarezzai la mia immagine di buon marito che non diviene meno buono per essere adultero.
Bisognava essere buoni, buoni, buoni, e il resto non importava.
Mandai con la mano un bacio ad Augusta che lo accolse con un sorriso riconoscente.
Poi vi fu a quel tavolo chi volle approfittare della mia ebbrezza per ridere e fui costretto di dire un brindisi.
Avevo finito con l'accettare perché in quel momento mi pareva che sarebbe stata una cosa decisiva di poter fare cosí in pubblico dei buoni propositi.
Non che io dubitassi in quel momento di me, perché mi sentivo proprio quale ero stato descritto, ma sarei divenuto anche migliore quando avessi affermato un proposito dinanzi a tante persone che in certo modo l'avrebbero sottoscritto.
Ed è cosí che nel brindisi parlai solo di me e di Augusta.
Feci per la seconda volta in quei giorni la storia del mio matrimonio.
L'avevo falsificata per Carla tacendo del mio innamoramento per mia moglie; qui la falsificai altrimenti perché non parlai delle due persone tanto importanti nella storia del mio matrimonio, cioè Ada e Alberta.
Raccontai le mie esitazioni di cui non sapevo consolarmi perché m'avevano derubato di tanto tempo di felicità.
Poi, per cavalleria, attribuii anche ad Augusta delle esitazioni.
Ma essa negò ridendo vivacemente.
Ritrovai il filo del discorso con qualche difficoltà.
Raccontai come finalmente fossimo arrivati al viaggio di nozze e come avessimo fatto all'amore in tutti i musei d'Italia.
Ero tanto bene immerso fino al collo nella menzogna che vi cacciai dentro anche quel dettaglio bugiardo che non serviva ad alcuno scopo.
Eppoi si dice che nel vino ci sia la verità.
Augusta m'interruppe una seconda volta per mettere le cose a posto e raccontò come essa avesse dovuto evitare i musei per il pericolo che, per causa mia, correvano i capolavori.
Non s'accorgeva che cosí rivelava non la falsità di quel particolare soltanto! Se ci fosse stato a quel tavolo un osservatore, avrebbe presto fatto a scoprire di quale natura fosse quell'amore ch'io prospettavo in un ambiente ove non aveva potuto svolgersi.
Ripresi il lungo, slavato discorso raccontando l'arrivo in casa nostra e come ambedue ci fossimo messi a perfezionarla facendo questo e quello e fra altro anche una lavanderia.
Sempre ridendo, Augusta m'interruppe di nuovo:
- Questa non è mica una festa data in nostro onore, ma in onore di Ada e Guido! Parla di loro!
Tutti annuirono rumorosamente.
Risi anch'io accorgendomi che per opera mia si era arrivati ad una vera lietezza rumorosa quale è di prammatica in simili occasioni.
Ma non trovai piú nulla da dire.
Mi pareva di aver parlato per ore.
Ingoiai vari altri bicchieri di vino uno dopo l'altro:
- Questo per Ada! - Mi rizzai per un momento per vedere se essa avesse fatte le corna sotto la tovaglia.
- Questo per Guido! - e aggiunsi, dopo aver tracannato il vino:
- Di tutto cuore! - obliando che al primo bicchiere non era stata aggiunta tale dichiarazione.
- Questo per il vostro figliolo maggiore!
E ne avrei bevuti parecchi di quei bicchieri per i loro figliuoli, se non ne fossi stato finalmente impedito.
Per quei poveri innocenti io avrei bevuto tutto il vino che si trovava su quel tavolo.
Poi tutto divenne anche piú oscuro.
Chiaramente ricordo una cosa sola: la mia principale preoccupazione era di non apparire ubriaco.
Mi tenevo eretto e parlavo poco.
Diffidavo di me stesso, sentivo il bisogno di analizzare ogni parola prima di dirla.
Mentre il discorso generale si svolgeva, io dovevo rinunziare a prendervi parte perché non mi si lasciava il tempo di chiarire il mio torbido pensiero.
Volli iniziare un discorso io stesso e dissi a mio suocero:
- Hai sentito che l'Extérieur è caduto di due punti?
Avevo detto una cosa che non mi concerneva affatto e che avevo sentita dire in Borsa; volevo solo parlare di affari, roba seria di cui un ubbriaco di solito non si ricorda.
Ma pare che per mio suocero la cosa fosse meno indifferente e mi diede del corvo dalle male nuove.
Con lui non ne indovinavo una.
Allora mi occupai della mia vicina, Alberta.
Si parlò di amore.
A lei interessava in teoria e a me, per il momento, non interessava affatto in pratica.
Perciò era bello parlarne.
Mi domandò delle idee ed io ne scopersi subito una che mi parve risultare evidente dalla mia esperienza della giornata stessa.
Una donna era un oggetto che variava di prezzo ben piú di qualunque valore di Borsa.
Alberta mi fraintese e credette che io volessi dire una cosa saputa da tutti, cioè che una donna di una certa età aveva tutt'altro valore che ad un'altra.
Mi spiegai piú chiaramente: una donna poteva avere un alto valore ad una certa ora della mattina, nessunissimo a mezzodí, per valere nel pomeriggio il doppio che alla mattina e finire alla sera con un valore addirittura negativo.
Spiegai il concetto di valore negativo: una donna aveva tale valore quando un uomo calcolava quale somma sarebbe pronto di pagare per mandarla molto ma molto lontano da lui.
Tuttavia la povera commediografa non vedeva la giustezza della mia scoperta mentre io, ricordando il movimento di valore che quel giorno stesso avevano subito Carla e Augusta, ne ero sicuro.
Intervenne il vino quando volli spiegarmi meglio e deviai assolutamente:
- Vedi, - le dissi - supponendo che tu ora abbia il valore di X e mi permetta di premere il tuo piedino col mio, tu aumenti immediatamente almeno di un altro X.
Accompagnai subito alle parole l'atto.
Rossa, rossa ella sottrasse il piede e, volendo apparire spiritosa, disse:
- Ma questa è pratica e non piú teoria.
Me ne appellerò ad Augusta.
Devo confessare che anch'io sentivo quel piedino ben altrimenti che un'arida teoria, ma protestai gridando con l'aria piú candida del mondo:
- È pura teoria, purissima, ed è male da parte tua di sentirla altrimenti.
Le fantasie del vino sono veri avvenimenti.
Per lungo tempo io ed Alberta non dimenticammo che io avevo toccato una parte del suo corpo avvisandola che lo facevo per goderne.
La parola aveva rilevato l'atto e l'atto la parola.
Finché essa non si sposò ebbe per me un sorriso e un rossore, poi, invece, rossore ed ira.
Le donne son fatte cosí.
Ogni giorno che sorge porta loro una nuova interpretazione del passato.
Dev'essere una vita poco monotona la loro.
Da me, invece, l'interpretazione di quel mio atto fu sempre la stessa: il furto di piccolo oggetto dal sapore intenso e fu colpa di Alberta se in certa epoca cercai di far ricordare quell'atto mentre invece piú tardi avrei pagato qualche cosa perché fosse dimenticato del tutto.
Ricordo anche che prima di lasciare quella casa avvenne un'altra cosa e ben piú grave.
Restai, per un istante, solo con Ada.
Giovanni si era coricato da tempo e gli altri prendevano congedo dal signor Francesco che andava all'albergo accompagnato da Guido.
Io guardai Ada lungamente vestita tutta di pizzi bianchi, le spalle e le braccia nude.
Restai lungamente muto benché sentissi il bisogno di dirle qualche cosa; ma, dopo analizzata, sopprimevo qualunque frase che mi venisse alle labbra.
Ricordo che analizzai anche se mi fosse stato permesso di dirle: «Come mi fa piacere che finalmente ti sposi e sposi il mio grande amico Guido.
Ora appena sarà tutto finito fra di noi.
» Volevo dire una bugia perché tutti sapevano che fra di noi tutto era finito da varii mesi, ma mi pareva che quella bugia fosse un bellissimo complimento ed è certo che una donna, vestita cosí, domanda complimenti e se ne compiace.
Però dopo lunga riflessione non ne feci nulla.
Soppressi quelle parole perché nel mare di vino in cui nuotavo, trovai una tavola che mi salvò.
Pensai che avevo torto di rischiare l'affetto di Augusta per fare un piacere ad Ada che non mi voleva bene.
Ma, nel dubbio che per qualche istante mi turbò la mente, eppoi anche quando con uno sforzo da quelle parole mi staccai, diedi ad Ada una tale occhiata ch'essa si alzò e uscí dopo di essersi voltata a sorvegliarmi con spavento, pronta forse di mettersi a correre.
Anche una propria occhiata si ricorda quanto e forse meglio di una parola; è piú importante di una parola perché non v'è in tutto il vocabolario una parola che sappia spogliare una donna.
Io so ora che quella mia occhiata falsò le parole che avevo ideate, semplificandole.
Essa per gli occhi di Ada, aveva tentato di penetrare al di là dei vestiti e anche della sua epidermide.
E aveva certamente significato: «Vuoi venire intanto subito a letto con me?».
Il vino è un grande pericolo specie perché non porta a galla la verità.
Tutt'altro che la verità anzi: rivela dell'individuo specialmente la storia passata e dimenticata e non la sua attuale volontà; getta capricciosamente alla luce anche tutte le ideuccie con le quali in epoca piú o meno recente ci si baloccò e che si è dimenticate; trascura le cancellature e legge tutto quello ch'è ancora percettibile nel nostro cuore.
E si sa che non v'è modo di cancellarvi niente tanto radicalmente, come si fa di un giro errato su di una cambiale.
Tutta la nostra storia vi è sempre leggibile e il vino la grida, trascurando quello che poi la vita vi aggiunse.
Per andare a casa, Augusta ed io prendemmo una vettura.
Nell'oscurità mi parve fosse mio dovere di baciare e abbracciare mia moglie perché in simili incontri molte volte avevo usato cosí e temevo che, se non l'avessi fatto, essa avrebbe potuto pensare che fra di noi ci fosse qualche cosa di mutato.
Non v'era nulla di cambiato fra di noi: il vino gridava anche questo! Ella aveva sposato Zeno Cosini che, immutato, le stava accanto.
Che cosa importava se quel giorno io avevo possedute delle altre donne di cui il vino, per rendermi piú lieto, aumentava il numero ponendo fra di esse non so piú se Ada o Alberta?
Ricordo che, addormentandomi, rividi per un istante la faccia marmorea del Copler sul letto di morte.
Pareva domandasse giustizia, cioè le lacrime ch'io gli avevo promesse.
Ma non le ebbe neppure allora perché il sonno mi abbracciò annientandomi.
Prima però mi scusai col fantasma: «Aspetta ancora per poco.
Sono subito con te!».
Con lui non fui piú, giammai, perché non assistetti neppure al suo funerale.
Avevamo tanto da fare in casa ed io anche fuori, che non ci fu tempo per lui.
Se ne parlò talvolta, ma solo per ridere ricordando che il mio vino l'aveva tante volte ammazzato e fatto risuscitare.
Anzi egli restò proverbiale in famiglia e quando i giornali, come avviene spesso, annunziano e smentiscono la morte di qualcuno, noi diciamo: «Come il povero Copler».
La mattina dopo mi levai con un po' di male di testa.
Mi affannò un poco il mio dolore al fianco, probabilmente perché, finché era durato l'effetto del vino, non lo avevo sentito affatto e subito ne avevo perduta l'abitudine.
Ma in fondo non ero triste.
Augusta contribuí alla mia serenità dicendomi che sarebbe stato male se io non fossi andato a quella cena di nozze, perché prima del mio arrivo le era sembrato di assistere ad un mortorio.
Non avevo dunque da aver rimorso del mio contegno.
Poi sentii che una cosa sola non mi era stata perdonata: l'occhiataccia ad Ada!
Quando c'incontrammo nel pomeriggio, Ada mi porse la mano con un'ansietà che aumentò la mia.
Forse però le pesava sulla coscienza quella sua fuga ch'era stata tutt'altro che gentile.
Ma anche la mia occhiata era stata una gran brutta azione.
Ricordavo esattamente il movimento del mio occhio e capivo come non sapesse dimenticare chi ne era stato trafitto.
Bisognava riparare con un contegno accuratamente fraterno.
Si dice che quando si soffre per aver bevuto troppo, non ci sia miglior cura che di berne dell'altro.
Io, quella mattina, andai a rianimarmi da Carla.
Andai da lei proprio col desiderio di vivere piú intensamente ed è quello che riconduce all'alcool, ma camminando verso di lei, avrei desiderato ch'essa m'avesse fornita tutt'altra intensità di vita del giorno prima.
Mi accompagnavano dei propositi poco precisi ma tutti onesti.
Sapevo di non poter abbandonarla subito, ma potevo avviarmi a quell'atto tanto morale pian pianino.
Intanto avrei continuato a parlarle di mia moglie.
Senza sorprendersene, un bel giorno essa avrebbe saputo com'io amassi mia moglie.
Avevo nella mia giubba un'altra busta con del denaro per essere pronto ad ogni evenienza.
Arrivai da Carla, e un quarto d'ora dopo essa mi rimproverò con una parola che per la sua giustezza lungamente mi risonò all'orecchio: «Come sei rude, tu, in amore!».
Non sono conscio di essere stato rude proprio allora.
Avevo cominciato a parlarle di mia moglie, e le lodi tributate ad Augusta erano risonate all'orecchio di Carla come tanti rimproveri rivolti a lei.
Poi fu Carla che mi ferí.
Per passare il tempo, le avevo raccontato come mi fossi seccato al banchetto, specie per un brindisi che avevo detto e ch'era stato assolutamente spropositato.
Carla osservò:
- Se tu amassi tua moglie non sbaglieresti i brindisi al tavolo di suo padre.
E mi diede anche un bacio per rimeritarmi del poco amore che portavo a mia moglie.
Intanto lo stesso desiderio d'intensificare la mia vita, che m'aveva tratto da Carla, m'avrebbe riportato subito da Augusta, ch'era la sola con cui avrei potuto parlare del mio amore per lei.
Il vino preso come cura era già di troppo o volevo oramai tutt'altro vino.
Ma quel giorno la mia relazione con Carla doveva ingentilirsi, coronarsi finalmente di quella simpatia che - come seppi piú tardi - la povera giovinetta meritava.
Essa piú volte m'aveva offerto di cantarmi una canzonetta, desiderosa di avere il mio giudizio.
Ma io non avevo voluto saperne di quel canto di cui non m'importava nemmeno piú l'ingenuità.
Le dicevo che giacché essa rifiutava di studiare, non valeva la pena di cantare piú.
La mia era proprio una grave offesa ed essa ne sofferse.
Seduta accanto a me, per non farmi vedere le sue lacrime essa guardava immota le mani che teneva intrecciate in grembo.
Ripeté il suo rimprovero:
- Come devi essere rude con chi non ami, se lo sei tanto con me!
Buon diavolo come sono, mi lasciai intenerire da quelle lacrime e pregai Carla di squarciarmi le orecchie con la sua grande voce nel piccolo ambiente.
Essa ora se ne schermiva e dovetti persino minacciare di andarmene se non fossi stato compiaciuto.
Devo riconoscere che mi sembrò per un istante anche di aver trovato un pretesto per riconquistare almeno temporaneamente la mia libertà, ma, alla minaccia, la mia umile serva si recò con gli occhi bassi a sedere al pianoforte.
Dedicò poi un istante breve breve al raccoglimento e si passò la mano sul viso quasi a scacciarne ogni nube.
Vi riuscí con una prontezza che mi sorprese e la sua faccia, quando fu scoperta da quella mano, non ricordava affatto il dolore di prima.
Ebbi subito una grande sorpresa.
Carla diceva la sua canzonetta, la raccontava, non la gridava.
Le grida - come essa poi mi disse - le erano state imposte dal suo maestro; ora le aveva congedate insieme a lui.
La canzonetta triestina:
Fazzo l'amor xe vero
Cossa ghe xe de mal
Volè che a sedes'ani
Stio là come un cocal...
è una specie di racconto o di confessione.
Gli occhi di Carla brillavano di malizia e confessavano anche piú delle parole.
Non c'era paura di sentirsi leso il timpano ed io m'avvicinai a lei, sorpreso e incantato.
Sedetti accanto a lei ed essa allora raccontò la canzonetta proprio a me, socchiudendo gli occhi per dirmi con la nota piú lieve e piú pura che quei sedici anni volevano la libertà e l'amore.
Per la prima volta vidi esattamente la faccina di Carla: un ovale purissimo interrotto dalla profonda e arcuata incavatura degli occhi e degli zigomi tenui, reso anche piú puro da un biancore niveo, ora ch'essa teneva la faccia rivolta a me e alla luce, e perciò non offuscata da alcun'ombra.
E quelle linee dolci in quella carne che pareva trasparente, e celava tanto bene il sangue e le vene forse troppo deboli per poter apparire, domandavano affetto e protezione.
Ora ero pronto di accordarle tanto affetto e protezione, incondizionatamente, ed anche nel momento in cui mi sarei sentito tanto disposto di ritornare ad Augusta, perché essa in quel momento non domandava che un affetto paterno che potevo concedere senza tradire.
Quale soddisfazione! Restavo là con Carla, le accordavo quello che la sua faccina ovale domandava e non mi allontanavo da Augusta! Il mio affetto per Carla si ingentilí.
Da allora, quando sentivo il bisogno di onestà e purezza, non occorse piú abbandonarla, ma potei restare con lei e cambiare discorso.
Questa nuova dolcezza era dovuta alla sua faccina ovale ch'io allora avevo scoperto o al suo talento musicale? Innegabile il talento! La strana canzonetta triestina finisce con una strofe in cui la stessa giovinetta proclama di essere vecchia e malandata e che oramai non ha piú bisogno di altra libertà che di morire.
Carla continuava a profondere malizia e lietezza nel verso povero.
Era tuttavia la giovinezza che si fingeva vecchia per proclamare meglio da quel nuovo punto di vista il suo diritto.
Quando terminò e mi trovò in piena ammirazione, anch'essa per la prima volta oltre che amarmi mi volle veramente bene.
Sapeva che a me quella canzonetta sarebbe piaciuta di piú del canto che le insegnava il suo maestro:
- Peccato - aggiunse con tristezza, - che se non si vuole andare pei cafés chantants, non si possa trarre da ciò il necessario per vivere.
La convinsi facilmente che le cose non stavano cosí.
V'erano a questo mondo molte grandi artiste che dicevano e non cantavano.
Essa si fece dire dei nomi.
Era beata di apprendere quanto importante avrebbe potuto divenire la sua arte.
- Io so - aggiunse ingenuamente, - che questo canto è ben piú difficile dell'altro per il quale basta gridare a perdifiato.
Io sorrisi e non discussi.
La sua arte era anch'essa certamente difficile ed essa lo sapeva perché era quella la sola arte che conoscesse.
Quella canzonetta le era costata uno studio lunghissimo.
L'aveva detta e ridetta correggendo l'intonazione di ogni parola, di ogni nota.
Adesso ne studiava un'altra, ma l'avrebbe saputa soltanto di lí a qualche settimana.
Prima non voleva farla sentire.
Seguirono dei momenti deliziosi in quella stanza ove fino ad allora non s'erano svolte che delle scene di brutalità.
Ecco che a Carla s'apriva anche una carriera.
La carriera che m'avrebbe liberato di lei.
Molto simile a quella che per lei aveva sognato il Copler! Le proposi di trovarle un maestro.
Essa dapprima si spaventò della parola, ma poi si lasciò convincere facilmente quando le dichiarai che si poteva provare, e ch'essa sarebbe rimasta libera di congedarlo quando le fosse sembrato noioso o poco utile.
Anche con Augusta mi trovai quel giorno molto bene.
Avevo l'animo tranquillo come se fossi ritornato da una passeggiata e non dalla casa di Carla o come avrebbe dovuto averlo il povero Copler quando abbandonava quella casa nei giorni in cui non gli avevano dato motivo ad arrabbiarsi.
Ne godetti come se fossi giunto a un'oasi.
Per me e per la mia salute sarebbe stato gravissimo se tutta la mia lunga relazione con Carla si fosse svolta in un'eterna agitazione.
Da quel giorno, come risultato della bellezza estetica, le cose si svolsero piú calme con le lievi interruzioni necessarie a rianimare tanto il mio amore per Carla, quanto quello per Augusta.
Ogni mia visita a Carla significava bensí un tradimento per Augusta, ma tutto era presto dimenticato in un bagno di salute e di buoni propositi.
Ed il buon proposito non era brutale ed eccitante come quando avevo nella strozza il desiderio di dichiarare a Carla che non l'avrei rivista mai piú.
Ero dolce e paterno: ecco che di nuovo io pensavo alla sua carriera.
Abbandonare ogni giorno una donna per correrle dietro il giorno appresso, sarebbe stata una fatica a cui il mio povero cuore non avrebbe saputo reggere.
Cosí, invece, Carla restava sempre in mio potere ed io l'avviavo ora in una direzione ed ora in un'altra.
Per lungo tempo i propositi buoni non furono tanto forti da indurmi a correre per la città in cerca del maestro che avrebbe fatto per Carla.
Mi baloccavo col proposito buono, restando sempre seduto.
Poi un bel giorno Augusta mi confidò che si sentiva madre ed allora il mio proposito per un istante ingigantí e Carla ebbe il suo maestro.
Avevo esitato tanto anche perché era evidente che, anche senza maestro, Carla aveva saputo avviarsi ad un lavoro veramente serio nella sua nuova arte.
Ogni settimana essa sapeva dirmi una canzonetta nuova, analizzata accuratamente nell'atteggiamento e nella parola.
Certe note avrebbero abbisognato di essere levigate un poco, ma forse avrebbero finito con l'affinarsi da sé.
Una prova decisiva che Carla era una vera artista, io l'avevo nel modo com'essa perfezionava continuamente le sue canzonette senza mai rinunziare alle cose migliori ch'essa aveva saputo far sue di prim'acchito.
La indussi spesso a ridirmi il suo primo lavoro e vi trovavo aggiunto ogni volta qualche accento nuovo ed efficace.
Data la sua ignoranza, era meraviglioso che nel grande sforzo di scoprire una forte espressione, non le fosse mai capitato di cacciare nella canzonetta dei suoni falsi o esagerati.
Da vera artista, essa aggiungeva ogni giorno una pietruccia al piccolo edificio, e tutto il resto restava intatto.
Non la canzonetta era stereotipata, ma il sentimento che la dettava.
Carla, prima di cantare, si passava sempre la mano sulla faccia e dietro quella mano si creava un istante di raccoglimento che bastava a piombarla nella commediola ch'essa doveva costruire.
Una commedia non sempre puerile.
Il mentore ironico di Rosina te xe nata in un casoto minacciava, ma non troppo seriamente.
Pareva che la cantante avvertisse di sapere ch'era la storia di ogni giorno.
Il pensiero di Carla era un altro, ma finiva con l'arrivare allo stesso risultato:
- La mia simpatia è per Rosina perché altrimenti la canzonetta non meriterebbe di essere cantata, - essa diceva.
Avvenne qualche volta che Carla inconsapevolmente riaccendesse il mio amore per Augusta e il mio rimorso.
Infatti ciò si avverò ogni qualvolta ella si permise dei movimenti offensivi contro la posizione tanto solidamente occupata da mia moglie.
Era sempre vivo il suo desiderio di avermi tutto suo per una notte intera; mi confidò che le pareva che, per non avere mai dormito uno accanto all'altro, fossimo meno intimi.
Volendo abituarmi ad essere piú dolce con lei, non mi rifiutai risolutamente di compiacerla, ma quasi sempre pensai che non sarebbe stato possibile di fare una cosa simile a meno che non mi fossi rassegnato di trovare alla mattina Augusta ad una finestra donde m'avesse aspettato la notte intera.
Eppoi, non sarebbe stato questo un nuovo tradimento a mia moglie? Talvolta, cioè quando correvo a Carla pieno di desiderio, mi sentivo propenso di accontentarla, ma subito dopo ne vedevo l'impossibilità e la sconvenienza.
Ma cosí non si arrivò per lungo tempo né ad eliminare la prospettiva della cosa né a realizzarla.
Apparentemente si era d'accordo: prima o poi avremmo passata una notte intera insieme.
Intanto ora ce n'era la possibilità perché io avevo indotto le Gerco di congedare quegl'inquilini che tagliavano la loro casa in due parti, e Carla aveva finalmente la sua camera da letto.
Ora avvenne che poco dopo le nozze di Guido, mio suocero fu colto da quella crisi che doveva ucciderlo ed io ebbi l'imprudenza di raccontare a Carla che mia moglie doveva passare una notte al capezzale di suo padre per concedere un riposo a mia suocera.
Non ci fu piú il caso di esimermi: Carla pretese che passassi con lei quella stessa notte ch'era tanto dolorosa per mia moglie.
Non ebbi il coraggio di ribellarmi a tale capriccio e mi vi acconciai col cuore pesante.
Mi preparai a quel sacrificio.
Non andai da Carla alla mattina e cosí corsi da lei alla sera con pieno desiderio dicendomi anche ch'era infantile di credere di tradire piú gravemente Augusta perché la tradivo in un momento in cui essa per altre cause soffriva.
Perciò arrivai persino a spazientirmi perché la povera Augusta mi tratteneva per spiegarmi come avessi dovuto movermi per avere pronte le cose di cui potevo aver bisogno a cena, per la notte ed anche per il caffè della mattina dopo.
Carla m'accolse nello studio.
Poco dopo colei ch'era sua madre e serva ci serví una cenetta squisita a cui io aggiunsi i dolci che avevo portati con me.
La vecchia ritornò poi per sparecchiare ed io veramente avrei voluto coricarmi subito, ma era veramente ancora troppo di buon'ora e Carla m'indusse di starla a sentir cantare.
Essa passò tutto il suo repertorio e fu quella certamente la parte migliore di quelle ore, perché l'ansietà con cui aspettavo la mia amante, andava ad aumentare il piacere che sempre m'aveva data la canzonetta di Carla.
- Un pubblico ti coprirebbe di fiori e d'applausi - le dichiarai ad un certo momento dimenticando che sarebbe stato impossibile di mettere tutto un pubblico nello stato d'animo in cui mi trovavo io.
Ci coricammo infine nello stesso letto in una stanzuccia piccola e del tutto disadorna.
Pareva un corridoio stroncato da una parete.
Non avevo ancora sonno e mi disperavo al pensiero che, se ne avessi avuto, non avrei potuto dormire con tanta poca aria a mia disposizione.
Carla fu chiamata dalla voce timida di sua madre.
Essa, per rispondere, andò all'uscio e lo socchiuse.
La sentii come con voce concitata domandava alla vecchia che cosa volesse.
Timidamente l'altra disse delle parole di cui non percepii il senso e allora Carla urlò prima di sbattere l'uscio in faccia alla madre:
- Lasciami in pace.
T'ho già detto che per questa notte dormo di qua!
Cosí appresi che Carla, tormentata di notte dalla paura, dormiva sempre nella sua antica stanza da letto con la madre, ove aveva un altro letto, mentre quello sul quale dovevamo dormire insieme restava vuoto.
Era certamente per paura ch'essa m'aveva indotto di fare quella partaccia ad Augusta.
Confessò con una maliziosa allegria cui non partecipai, che con me si sentiva piú sicura che con sua madre.
Mi diede da pensare quel letto in prossimità di quella stanza da studio solitaria.
Non l'avevo mai visto prima.
Ero geloso! Poco dopo fui sprezzante anche per il contegno che Carla aveva avuto con quella sua povera madre.
Era fatta un po' differentemente di Augusta che aveva rinunziato alla mia compagnia pur di assistere i suoi genitori.
Io sono specialmente sensibile a mancanze di riguardo verso i proprii genitori, io, che avevo sopportato con tanta rassegnazione le bizze del mio povero padre.
Carla non poté accorgersi né della mia gelosia né del mio disprezzo.
Soppressi le manifestazioni di gelosia ricordando come non avessi alcun diritto ad essere geloso visto che passavo buona parte delle mie giornate augurandomi che qualcuno mi portasse via la mia amante.
Non v'era neppure alcuno scopo di far vedere il mio disprezzo alla povera giovinetta ormai che già mi baloccavo di nuovo col desiderio di abbandonarla definitivamente, e quantunque il mio sdegno fosse ora ingrandito anche dalle ragioni che poco prima avrebbero provocata la mia gelosia.
Quello che occorreva era di allontanarsi al piú presto da quella piccola stanzuccia non contenente di piú di un metro cubo di aria, per soprappiú caldissima.
Non ricordo neppure bene il pretesto che addussi per allontanarmi subito.
Affannosamente mi misi a vestirmi.
Parlai di una chiave che avevo dimenticato di consegnare a mia moglie per cui essa, se le fosse occorso, non avrebbe potuto entrare in casa.
Feci vedere la chiave che non era altra che quella che io avevo sempre in tasca, ma che fu presentata come la prova tangibile della verità delle mie asserzioni.
Carla non tentò neppure di fermarmi; si vestí e m'accompagnò fin giú per farmi luce.
Nell'oscurità delle scale, mi parve ch'essa mi squadrasse con un'occhiata inquisitrice che mi turbò: cominciava essa a intendermi? Non era tanto facile, visto ch'io sapevo simulare troppo bene.
Per ringraziarla perché mi lasciava andare, continuavo di tempo in tempo ad applicare la mie labbra sulle sue guancie e simulavo di essere pervaso tuttavia dallo stesso entusiasmo che m'aveva condotto da lei.
Non ebbi poi ad avere alcun dubbio della buona riuscita della mia simulazione.
Poco prima, con un'ispirazione d'amore, Carla m'aveva detto che il brutto nome di Zeno, che m'era stato appioppato dai miei genitori, non era certamente quello che spettava alla mia persona.
Essa avrebbe voluto ch'io mi chiamassi Dario e lí, nell'oscurità, si congedò da me appellandomi cosí.
Poi s'accorse che il tempo era minaccioso e m'offerse di andar a prendere per me un ombrello.
Ma io assolutamente non potevo sopportarla piú oltre, e corsi via tenendo sempre quella chiave in mano nella cui autenticità cominciavo a credere anch'io.
L'oscurità profonda della notte veniva interrotta di tratto in tratto da bagliori abbacinanti.
Il mugolio del tuono pareva lontanissimo.
L'aria era ancora tranquilla e soffocante quanto nella stessa stanzetta di Carla.
Anche i radi goccioloni che cadevano erano tiepidi.
In alto, evidente, c'era la minaccia ed io mi misi a correre.
Ebbi la ventura di trovare in Corsia Stadion un portone ancora aperto e illuminato in cui mi rifugiai proprio a tempo! Subito dopo il nembo s'abbatté sulla via.
Lo scroscio di pioggia fu interrotto da una ventata furiosa che parve portasse con sé anche il tuono tutt'ad un tratto vicinissimo.
Trasalii! Sarebbe stato un vero compromettermi se fossi stato ammazzato dal fulmine, a quell'ora, in Corsia Stadion! Meno male ch'ero noto anche a mia moglie come un uomo dai gusti bizzarri che poteva correre fin là di notte e allora c'è sempre la scusa a tutto.
Dovetti rimanere in quel portone per piú di un'ora.
Pareva sempre che il tempo volesse mitigarsi, ma subito riprendeva il suo furore sempre in altra forma.
Ora grandinava.
Era venuto a tenermi compagnia il portinaio della casa e dovetti regalargli qualche soldo perché ritardasse la chiusura del portone.
Poi entrò nel portone un signore vestito di bianco e grondante d'acqua.
Era vecchio, magro e secco.
Non lo rividi mai piú, ma non so dimenticarlo per la luce del suo occhio nero e per l'energia ch'emanava da tutta la sua personcina.
Bestemmiava per essere stato infradiciato a quel modo.
A me è sempre piaciuto d'intrattenermi con la gente che non conosco.
Con loro mi sento sano e sicuro.
È addirittura un riposo.
Devo stare attento di non zoppicare, e sono salvo.
Quando finalmente il tempo si mitigò, io mi recai subito non a casa mia, ma da mio suocero.
Mi pareva in quel momento di dover correre subito all'appello e vantarmi di esservi.
Mio suocero s'era addormentato e Augusta, ch'era aiutata da una suora, poté venire da me.
Essa disse che avevo fatto bene di venire e si gettò piangente fra le mie braccia.
Aveva visto soffrire suo padre orrendamente.
S'accorse ch'ero tutto bagnato.
Mi fece adagiare in una poltrona e mi coperse con delle coperte.
Poi per qualche tempo poté restarmi accanto.
Io ero molto stanco e anche nel breve tempo in cui essa poté restare con me, lottai col sonno.
Mi sentivo molto innocente perché intanto non l'avevo tradita restando lontano dal domicilio coniugale per tutta una notte.
Era tanto bella l'innocenza che tentai di aumentarla.
Incominciai a dire delle parole che somigliavano ad una confessione.
Le dissi che mi sentivo debole e colpevole e, visto che a questo punto essa mi guardò domandando delle spiegazioni, subito ritirai la testa nel guscio e, gettandomi nella filosofia, le raccontai che il sentimento della colpa io l'avevo ad ogni mio pensiero, ad ogni mio respiro.
- Cosí pensano anche i religiosi, - disse Augusta; - chissà che non sia per le colpe che ignoriamo che veniamo puniti cosí!
Diceva delle parole adatte ad accompagnare le sue lacrime che continuavano a scorrere.
A me parve ch'essa non avesse ben compresa la differenza che correva fra il mio pensiero e quello dei religiosi, ma non volli discutere e al suono monotono del vento che s'era rinforzato, con la tranquillità che mi dava anche quel mio slancio alla confessione, m'addormentai di un lungo sonno ristoratore.
Quando venne la volta del maestro di canto, tutto fu regolato in poche ore.
Io da tempo l'avevo scelto, e, per dire il vero, m'ero arrestato al suo nome, prima di tutto perché era il maestro piú a buon mercato di Trieste.
Per non compromettermi, fu Carla stessa che andò a parlare con lui.
Io non lo vidi mai, ma devo dire che oramai so molto di lui ed è una delle persone che piú stimo a questo mondo.
Dev'essere un semplicione sano ciò che è strano per un artista che viveva per la sua arte, come questo Vittorio Lali.
Insomma un uomo invidiabile, perché geniale e anche sano.
Intanto sentii subito che la voce di Carla s'ammorbidí e divenne piú flessibile e piú sicura.
Noi avevamo avuto paura che il maestro le avesse imposto uno sforzo come aveva fatto quello scelto dal Copler.
Forse egli s'adattò al desiderio di Carla, ma sta di fatto che restò sempre nel genere da lei prediletto.
Solo molti mesi dopo essa s'accorse di essersene lievemente allontanata, affinandosi.
Non cantava piú le canzonette triestine e poi neppure le napoletane, ma era passata ad antiche canzoni italiane e a Mozart e Schubert.
Ricordo specialmente una «Ninna nanna» attribuita al Mozart, e nei giorni in cui sento meglio la tristezza della vita e rimpiango l'acerba fanciulla che fu mia e che io non amai, la «Ninna nanna» mi echeggia all'orecchio come un rimprovero.
Rivedo allora Carla travestita da madre che trae dal suo seno i suoni piú dolci per conquistare il sonno al suo bambino.
Eppure essa, ch'era stata un'amante indimenticabile, non poteva essere una buona madre, dato ch'era una cattiva figlia.
Ma si vede che saper cantare da madre è una caratteristica che copre ogni altra.
Da Carla seppi la storia del suo maestro.
Egli aveva fatto qualche anno di studii al Conservatorio di Vienna ed era poi venuto a Trieste ove aveva avuto la fortuna di lavorare per il nostro maggiore compositore colpito da cecità.
Scriveva le sue composizioni sotto dettatura, ma ne aveva anche la fiducia, che i ciechi devono concedere intera.
Cosí ne conobbe i propositi, le convinzioni tanto mature e i sogni sempre giovanili.
Presto egli ebbe nell'anima tutta la musica, anche quella che occorreva a Carla.
Mi fu descritto anche il suo aspetto; giovine, biondo, piuttosto robusto, dal vestire negletto, una camicia molle non sempre di bucato, una cravatta che doveva essere stata nera, abbondante e sciolta, un cappello a cencio dalle falde spropositate.
Di poche parole - a quanto mi diceva Carla e devo crederle perché pochi mesi appresso con lei si fece ciarliero ed essa me lo disse subito, - e tutt'intento al compito che s'era assunto.
Ben presto la mia giornata subí delle complicazioni.
Alla mattina portavo da Carla oltre che amore anche un'amara gelosia, che diveniva molto meno amara nel corso della giornata.
Mi pareva impossibile che quel giovinotto non approfittasse della buona, facile preda.
Carla pareva stupita ch'io potessi pensare una cosa simile, ma io lo ero altrettanto al vederla stupita.
Non ricordava piú come le cose si erano svolte fra me e lei?
Un giorno arrivai a lei furibondo di gelosia ed essa spaventata si dichiarò subito pronta di congedare il maestro.
Io non credo che il suo spavento fosse prodotto solo dalla paura di vedersi privata del mio appoggio, perché in quell'epoca io ebbi da lei delle manifestazioni di affetto di cui non posso dubitare e che alle volte mi resero beato, mentre, quando mi trovavo in altro stato d'animo, mi seccarono sembrandomi atti ostili ad Augusta ai quali, e per quanto mi costasse, ero obbligato d'associarmi.
La sua proposta m'imbarazzò.
Che mi trovassi nel momento dell'amore o del pentimento, io non volevo accettare un suo sacrificio.
Doveva pur esserci qualche comunicazione fra' miei due stati d'essere ed io non volevo diminuire la mia già scarsa libertà di passare dall'uno all'altro.
Perciò non sapevo accettare una tale proposta che invece mi rese piú cauto cosí che anche quando ero esasperato dalla gelosia, seppi celarla.
Il mio amore si fece piú iroso e finí che quando la desideravo e anche quando non la desideravo affatto, Carla mi sembrò un essere inferiore.
Mi tradiva o di lei non m'importava nulla.
Quando non l'odiavo non ricordavo che ci fosse.
Io appartenevo all'ambiente di salute e di onestà in cui regnava Augusta a cui ritornavo subito col corpo e l'anima non appena Carla mi lasciava libero.
Data l'assoluta sincerità di Carla, io so esattamente per quanto lunghissimo tempo essa fu tutta mia, e la mia gelosia ricorrente di allora non può essere considerata che quale una manifestazione di un recondito senso di giustizia.
Doveva pur toccarmi quello che meritavo.
Prima s'innamorò il maestro.
Credo il primo sintomo del suo amore sia consistito in certe parole che Carla mi riferí con aria di trionfo ritenendo segnassero il primo suo grande successo artistico pel quale le competesse una mia lode.
Egli le avrebbe detto che oramai s'era tanto affezionato al suo compito di maestro che, se essa non avesse potuto pagarlo, egli avrebbe continuato ad impartirle gratuitamente le sue lezioni.
Io le avrei dato uno schiaffo, ma venne poi il momento in cui potei pretendere di saper gioire di quel suo vero trionfo.
Essa poi dimenticò il crampo che alla prima aveva colto tutta la mia faccia come di chi ficca i denti in un limone e accettò serena la lode tardiva.
Egli le aveva raccontati tutti gli affari proprii che non erano molti: musica, miseria e famiglia.
La sorella gli aveva dati dei grandi dispiaceri ed egli aveva saputo comunicare a Carla una grande antipatia per quella donna ch'essa non conosceva.
Quell'antipatia mi parve molto compromettente.
Cantavano ora insieme delle canzoni sue che mi parvero povera cosa tanto quando amavo Carla quanto allorché la sentivo come una catena.
Può tuttavia essere che fossero buone ad onta che io poi non ne abbia piú sentito parlare.
Egli diresse poi delle orchestre negli Stati Uniti e forse colà si cantano anche quelle canzoni.
Ma un bel giorno essa mi raccontò ch'egli le aveva chiesto di diventare sua moglie e ch'essa aveva rifiutato.
Allora io passai due quarti d'ora veramente brutti: il primo quando mi sentii tanto invaso dall'ira che avrei voluto aspettare il maestro per gettarlo fuori a furia di calci, ed il secondo quando non trovai il verso per conciliare la possibilità della continuazione della mia tresca, con quel matrimonio ch'era in fondo una bella e morale cosa e una ben piú sicura semplificazione della mia posizione che non la carriera di Carla ch'essa immaginava d'iniziare in mia compagnia.
Perché quel benedetto maestro s'era scaldato a quel modo e tanto presto? Oramai, in un anno di relazione, tutto s'era attenuato fra me e Carla, anche il cipiglio mio quando l'abbandonavo.
I rimorsi miei erano oramai sopportabilissimi e quantunque Carla avesse ancora ragione di dirmi rude in amore, pareva ch'essa ci si fosse abituata.
Ciò doveva esserle riuscito anche facile, perché io non fui mai piú tanto brutale come nei primi giorni della nostra relazione e, sopportato quel primo eccesso, il resto dovette esserle sembrato in confronto mitissimo.
Perciò anche quando di Carla non m'importava piú tanto, mi fu sempre facile prevedere che il giorno appresso io non sarei stato contento di venir a cercare la mia amante e di non trovarla piú.
Certo sarebbe stato bellissimo allora di saper ritornare ad Augusta senza il solito intermezzo con Carla ed in quel momento io me ne sentivo capacissimo; ma prima avrei voluto provare.
Il mio proposito in quel momento dev'essere stato circa il seguente: «Domani la pregherò di accettare la proposta del maestro, ma oggi gliel'impedirò».
E con grande sforzo continuai a comportarmi da amante.
Adesso, dicendone, dopo di aver registrate tutte le fasi della mia avventura, potrebbe sembrare ch'io facessi il tentativo di far sposare da altri la mia amante e di conservarla mia, ciò che sarebbe stata la politica di un uomo piú avveduto di me e piú equilibrato, sebbene altrettanto corrotto.
Ma non è vero: essa doveva sposare il maestro, ma doveva decidervisi solo la dimane.
È perciò che solo allora cessò quel mio stato ch'io m'ostino a qualificare d'innocenza.
Non era piú possibile adorare Carla per un breve periodo della giornata eppoi odiarla per ventiquattr'ore continue, e levarsi ogni mattina ignorante come un neonato a rivivere la giornata, tanto simile alle precedenti, per sorprendersi delle avventure ch'essa apportava e che avrei dovuto sapere a mente.
Ciò non era piú possibile.
Mi si prospettava l'eventualità di perdere per sempre la mia amante se non avessi saputo domare il mio desiderio di liberarmene.
Io subito lo domai!
Ed è cosí che quel giorno, quando di lei non m'importò piú, feci a Carla una scena d'amore che per la sua falsità e la sua furia somigliava a quella che, preso dal vino, avevo fatto ad Augusta quella notte in vettura.
Solo che qui mancava il vino ed io finii col commovermi veramente al suono delle mie parole.
Le dichiarai ch'io l'amavo, che non sapevo piú restare senza di lei e che d'altronde mi pareva di esigere da lei il sacrificio della sua vita, visto che io non potevo offrirle niente che potesse eguagliare quanto le veniva offerto dal Lali.
Fu proprio una nota nuova nella nostra relazione che pur aveva avuto tante ore di grande amore.
Essa stava a sentire le mie parole beandovisi.
Molto tardi si accinse a convincermi che non era il caso di affliggersi tanto perché il Lali s'era innamorato.
Essa non ci pensava affatto!
Io la ringraziai, sempre col medesimo fervore che ora però non arrivava piú a commovermi.
Sentivo un certo peso allo stomaco: evidentemente ero piú compromesso che mai.
Il mio apparente fervore invece che diminuire aumentò, solo per permettermi di dire qualche parola d'ammirazione pel povero Lali.
Io non volevo mica perderlo, io volevo salvarlo, ma per il giorno dopo.
Quando si trattò di risolvere se tenere o congedare il maestro, andammo presto d'accordo.
Io non avrei poi voluto privarla oltre che del matrimonio anche della carriera.
Anche lei confessò che al suo maestro ci teneva: ad ogni lezione aveva la prova della necessità della sua assistenza.
M'assicurò che potevo vivere tranquillo e fiducioso: essa amava me e nessun altro.
Evidentemente il mio tradimento s'era allargato ed esteso.
M'ero attaccato alla mia amante di una nuova affettuosità che legava di nuovi legami e invadeva un territorio finora riservato solo al mio affetto legittimo.
Ma, ritornato a casa mia, anche quest'affettuosità non esisteva piú e si riversava aumentata su Augusta.
Per Carla non avevo altro che una profonda sfiducia.
Chissà che cosa c'era di vero in quella proposta di matrimonio! Non mi sarei meravigliato se un bel giorno, senz'aver sposato quell'altro, Carla m'avesse regalato un figlio dotato di un grande talento per la musica.
E ricominciarono i ferrei propositi che m'accompagnavano da Carla, per abbandonarmi quand'ero con lei e per riprendermi quando non l'avevo ancora lasciata.
Tutta roba senza conseguenze di nessun genere.
E non vi furono altre conseguenze da queste novità.
L'estate passò e si portò via mio suocero.
Io ebbi poi un gran da fare nella nuova casa commerciale di Guido ove lavorai piú che in qualunque altro luogo, comprese le varie facoltà universitarie.
Di questa mia attività dirò piú tardi.
Passò anche l'inverno eppoi sbocciarono nel mio giardinetto le prime foglie verdi e queste non mi videro mai tanto accasciato come quelle dell'anno prima.
Nacque mia figlia Antonia.
Il maestro di Carla era sempre a nostra disposizione, ma Carla tuttavia non ne voleva sapere affatto ed io neppure, ancora.
Vi furono invece delle gravi conseguenze nei miei rapporti con Carla per avvenimenti che veramente non si sarebbero creduti importanti.
Passarono quasi inavvertiti e furono rilevati solo dalle conseguenze che lasciarono.
Precisamente agli albori di quella primavera, io dovetti accettare di andar a passeggiare con Carla al Giardino Pubblico.
Mi sembrava una grave compromissione, ma Carla desiderava tanto di camminare al braccio mio al sole, che finii col compiacerla.
Non doveva mai esserci concesso di vivere neppure per brevi istanti da marito e moglie ed anche questo tentativo finí male.
Per gustare meglio il nuovo improvviso tepore che veniva dal cielo nel quale sembrava il sole avesse riacquistato da poco l'imperio, sedemmo su una banchina.
Il giardino, nelle mattine dei giorni feriali, era deserto e a me sembrava, che non movendomi, il rischio di venir osservato fosse ancora diminuito.
Invece, appoggiato con l'ascella alla sua gruccia, a passi lenti, ma enormi, s'avvicinò a noi Tullio, quello dai cinquantaquattro muscoli e, senza guardarci, s'assise proprio accanto a noi.
Poi levò la testa, il suo si scontrò nel mio sguardo e mi salutò:
- Dopo tanto tempo! Come stai? Hai finalmente meno da fare?
S'era messo a sedere proprio accanto a me e nella prima sorpresa io mi movevo in modo da impedirgli la vista di Carla.
Ma lui, dopo di avermi stretta la mano, mi domandò:
- La tua Signora?
S'aspettava di venir presentato.
Mi sottomisi:
- La signorina Carla Gerco, un'amica di mia moglie.
Poi continuai a mentire e so da Tullio stesso che la seconda menzogna bastò a rivelargli tutto.
Con un sorriso forzato, dissi:
- Anche la signorina sedette a questo banco per caso accanto a me senza vedermi.
Il mentitore dovrebbe tener presente che per essere creduto non bisogna dire che le menzogne necessarie.
Col suo buon senso popolare, quando c'incontrammo di nuovo, Tullio mi disse:
- Spiegasti troppe cose ed io indovinai perciò che mentivi e che quella bella signorina era la tua amante.
Io allora avevo già perduta Carla e con grande voluttà gli confermai ch'egli aveva colto nel segno, ma gli raccontai con tristezza che oramai essa m'aveva abbandonato.
Non mi credette ed io gliene fui grato.
Mi pareva che la sua incredulità fosse un buon auspicio.
Carla fu colta da un malumore quale io non le avevo mai visto.
Io so ora che da quel momento cominciò la sua ribellione.
Subito non me ne avvidi perché per stare a sentire Tullio, che s'era messo a raccontarmi della sua malattia e delle cure che intraprendeva, io le volgevo le spalle.
Piú tardi appresi che una donna, quand'anche si lasci trattare con meno gentilezza sempre salvo in certi istanti, non ammette di venir rinnegata in pubblico.
Essa manifestò il suo sdegno piuttosto verso il povero zoppo che verso me e non gli rispose quand'egli le indirizzò la parola.
Neppure io stavo a sentire Tullio perché per il momento non arrivavo ad interessarmi delle sue cure.
Lo guardavo nei suoi piccoli occhi per intendere che cosa egli pensasse di quell'incontro.
Sapevo ch'egli ormai era pensionato e che avendo tutto il giorno libero poteva facilmente invadere con le sue chiacchiere tutto il piccolo ambiente sociale della nostra Trieste di allora.
Poi, dopo una lunga meditazione, Carla si levò per lasciarci.
Mormorò:
- Arrivederci, - e si avviò.
Io sapevo che l'aveva con me e, sempre tenendo conto della presenza di Tullio, cercai di conquistare il tempo necessario per placarla.
Le domandai il permesso di accompagnarla avendo da dirigermi dalla sua parte stessa.
Quel suo saluto secco significava addirittura l'abbandono e fu quella la prima volta in cui seriamente lo temetti.
La dura minaccia mi toglieva il fiato.
Ma Carla stessa ancora non sapeva dove s'avviasse con quel suo passo deciso.
Dava sfogo a una stizza del momento che fra poco l'avrebbe lasciata.
M'attese e poi mi camminò accanto senza parole.
Quando fummo a casa, fu presa da un impeto di pianto che non mi spaventò perché la indusse a rifugiarsi fra le mie braccia.
Io le spiegai chi fosse Tullio e quanto danno sarebbe potuto venirmi dalla sua lingua.
Vedendo che piangeva tuttavia, ma sempre fra le mie braccia, osai un tono piú risoluto: voleva dunque compromettermi? Non avevamo sempre detto che avremmo fatto di tutto per risparmiare dei dolori a quella povera donna ch'era tuttavia mia moglie e la madre di mia figlia?
Parve che Carla si ravvedesse, ma volle restare sola per calmarsi.
Io corsi via contentone.
Dev'essere da quest'avventura che le venne ad ogni istante il desiderio di apparire in pubblico quale mia moglie.
Pareva che, non volendo sposare il maestro, intendesse costringermi di occupare una parte maggiore del posto che a lui rifiutava.
Mi seccò per lungo tempo perché prendessi due sedie ad un teatro, che avremmo poi occupate venendo da parti diverse per trovarci seduti uno accanto all'altro come per caso.
Io con lei raggiunsi soltanto ma varie volte il Giardino Pubblico, quella pietra miliare dei miei trascorsi, cui ora arrivavo dall'altra parte.
Oltre, mai! Perciò la mia amante finí col somigliarmi troppo.
Senz'alcuna ragione, ad ogni istante, se la prendeva con me in scoppi di collera improvvisi.
Presto si ravvedeva, ma bastavano per rendermi tanto eppoi tanto buono e docile.
Spesso la trovavo che si scioglieva in lacrime e non arrivavo mai ad ottenere da lei una spiegazione del suo dolore.
Forse la colpa fu mia perché non insistetti abbastanza per averla.
Quando la conobbi meglio, cioè quand'essa mi abbandonò, non abbisognai di altre spiegazioni.
Essa, stretta dal bisogno, s'era gettata in quell'avventura con me, che proprio non faceva per lei.
Fra le mie braccia era divenuta donna e - amo supporlo - donna onesta.
Naturalmente che ciò non va attribuito ad alcun merito mio, tanto piú che tutto mio fu il danno.
Le capitò un nuovo capriccio che dapprima mi sorprese e subito dopo teneramente mi commosse: volle vedere mia moglie.
Giurava che non le si sarebbe avvicinata e che si sarebbe comportata in modo da non essere scorta da lei.
Le promisi che quando avessi saputo di un'uscita di mia moglie ad un'ora precisa, glel'avrei fatto sapere.
Essa doveva vedere mia moglie non vicino alla mia villa, luogo deserto ove il singolo è troppo osservato, ma in qualche via affollata della città.
In quel torno di tempo mia suocera fu colpita da un malore agli occhi per cui dovette bendarseli per varii giorni.
S'annoiava mortalmente e, per indurla a tenere rigidamente la cura, le sue figliuole si dividevano la guardia presso di lei: mia moglie alla mattina, e Ada fino alle quattro precise del pomeriggio.
Con risoluzione istantanea io dissi a Carla che mia moglie abbandonava la casa di mia suocera ogni giorno alle quattro precise.
Neppure adesso so esattamente perché io abbia presentata Ada a Carla quale mia moglie.
È certo che io, dopo la domanda di matrimonio fattale dal maestro, sentivo il bisogno di vincolare meglio la mia amante a me e può essere abbia creduto che quanto piú bella avesse trovata mia moglie, tanto piú avrebbe apprezzato l'uomo che le sacrificava (per modo di dire) una donna simile.
Augusta in quel tempo non era altro che una buona balia sanissima.
Può avere influito sulla mia decisione anche la prudenza.
Avevo certamente ragione di temere gli umori della mia amante e se essa si fosse lasciata trascinare a qualche atto inconsulto con Ada, ciò non avrebbe avuto importanza visto che questa m'aveva già dato prova che mai avrebbe tentato di diffamarmi presso mia moglie.
Se Carla m'avesse compromesso con Ada, a questa avrei raccontato tutto e per dire il vero con una certa soddisfazione.
Ma la mia politica ebbe un esito non prevedibile davvero.
Indottovi da una certa ansietà, andai la mattina appresso da Carla piú di buon'ora del solito.
La trovai mutata del tutto dal giorno prima.
Una grande serietà aveva invaso il nobile ovale della sua faccina.
Volli baciarla, ma essa mi respinse eppoi si lasciò sfiorare dalle mie labbra le guancie, tanto per indurmi a starla ad ascoltare docilmente.
Sedetti a lei di faccia dall'altra parte del tavolo.
Essa, senza troppo affrettarsi, prese un foglio di carta su cui fino al mio arrivo aveva scritto e lo ripose fra certa musica che giaceva sul tavolo.
Io a quel foglio non feci attenzione e solo piú tardi appresi ch'era una lettera ch'essa scriveva al Lali.
Eppure io ora so che persino in quel momento l'animo di Carla era conteso da dubbi.
Il suo occhio serio si posava su di me indagando; poi lo rivolgeva alla luce della finestra per meglio isolarsi e studiare il proprio animo.
Chissà! Se avessi subito indovinato meglio quello che in lei si dibatteva, avrei potuto ancora conservarmi la mia deliziosa amante.
Mi raccontò del suo incontro con Ada.
L'aveva attesa dinanzi alla casa di mia suocera e, quando la vide arrivare, subito la riconobbe.
- Non c'era il caso di sbagliare.
Tu me l'avevi descritta nei suoi tratti piú importanti.
Oh! Tu la conosci bene!
Tacque per un istante per dominare la commozione che le chiudeva la gola.
Poi continuò:
- Io non so quello che ci sia stato fra di voi, ma io non voglio mai piú tradire quella donna tanto bella e tanto triste! E scrivo oggi al maestro di canto che sono pronta a sposarlo!
- Triste! - gridai io sorpreso.
- Tu t'inganni, oppure in quel momento essa avrà sofferto per una scarpa troppo stretta.
Ada triste! Se rideva e sorrideva sempre; anche quella stessa mattina in cui l'avevo vista per un istante a casa mia.
Ma Carla era meglio informata di me:
- Una scarpa stretta! Essa aveva il passo di una dea quando cammina sulle nubi!
Mi raccontò sempre piú commossa che aveva saputo farsi rivolgere una parola - oh! dolcissima! - da Ada.
Questa aveva lasciato cadere il suo fazzoletto e Carla lo raccolse e glielo porse.
La sua breve parola di ringraziamento commosse Carla fino alle lacrime.
Ci fu poi dell'altro ancora fra le due donne: Carla asseriva che Ada avesse anche notato ch'essa piangeva e che si fosse divisa da lei con un'occhiata accorata di solidarietà.
Per Carla tutto era chiaro: mia moglie sapeva ch'io la tradivo e ne soffriva! Da ciò il proposito di non vedermi piú e di sposare il Lali.
Non sapevo come difendermi! M'era facile di parlare con piena antipatia di Ada ma non di mia moglie, la sana balia che non s'accorgeva affatto di quello che avveniva nell'animo mio, tutt'intenta com'era al suo ministero.
Domandai a Carla se essa non avesse notata la durezza dell'occhio di Ada, e se non si fosse accorta che la sua voce era bassa e rude, priva di alcuna dolcezza.
Per riavere subito l'amore di Carla, io ben volentieri avrei attribuiti a mia moglie molti altri delitti, ma non si poteva perché, da un anno circa, io con la mia amante non facevo altro che portarla ai sette cieli.
Mi salvai altrimenti.
Fui preso io stesso da una grande emozione che mi spinse le lagrime agli occhi.
Mi pareva di poter legittimamente commiserarmi.
Senza volerlo, m'ero gettato in un ginepraio in cui mi sentivo infelicissimo.
Quella confusione fra Ada e Augusta era insopportabile.
La verità era che mia moglie non era tanto bella e che Ada (era di lei che Carla si prendeva di tanta compassione) aveva avuti dei grandi torti verso di me.
Perciò Carla era veramente ingiusta nel giudicarmi.
Le mie lacrime resero Carla piú mite:
- Dario caro! Come mi fanno bene le tue lacrime! Dev'esserci stato qualche malinteso fra voi due e importa ora di chiarirlo.
Io non voglio giudicarti troppo severamente, ma io non tradirò mai piú quella donna, né voglio essere io la causa delle sue lacrime.
L'ho giurato!
Ad onta del giuramento essa finí col tradirla per l'ultima volta.
Avrebbe voluto dividersi da me per sempre con un ultimo bacio, ma io quel bacio lo accordavo in un'unica forma, altrimenti me ne sarei andato pieno di rancore.
Perciò essa si rassegnò.
Mormoravamo ambedue:
- Per l'ultima volta!
Fu un istante delizioso.
Il proposito fatto a due aveva un'efficacia che cancellava qualsiasi colpa.
Eravamo innocenti e beati! Il mio benevolo destino m'aveva riservato un istante di felicità perfetta.
Mi sentivo tanto felice che continuai la commedia fino al momento di dividerci.
Non ci saremmo visti mai piú.
Essa rifiutò la busta che portavo sempre nella mia tasca e non volle neppure un ricordo mio.
Bisognava cancellare dalla nostra nuova vita ogni traccia dei trascorsi passati.
Allora la baciai volentieri paternamente sulla fronte com'essa aveva voluto prima.
Poi, sulle scale, ebbi un'esitazione perché la cosa si faceva un poco troppo seria mentre se avessi saputo ch'essa la dimane sarebbe stata tuttavia a mia disposizione, il pensiero al futuro non mi sarebbe venuto cosí presto.
Essa, dal suo pianerottolo, mi guardava scendere ed io, un po' ridendo, le gridai:
- A domani!
Essa si ritrasse sorpresa e quasi spaventata e si allontanò dicendo:
- Mai piú!
Io mi sentii tuttavia sollevato di aver osato di dire la parola che poteva avviarmi ad un altro ultimo abbraccio quando l'avrei desiderato.
Privo di desiderii e privo d'impegni, passai tutta una bella giornata con mia moglie eppoi nell'ufficio di Guido.
Devo dire che la mancanza d'impegni m'avvicinava a mia moglie e a mia figlia.
Ero per loro qualche cosa piú del solito: non solo gentile, ma un vero padre che dispone e comanda serenamente, tutta la mente rivolta alla sua casa.
Andando a letto mi dissi in forma di proponimento:
- Tutte le giornate dovrebbero somigliare a questa.
Prima di addormentarsi, Augusta sentí il bisogno di confidarmi un grande segreto: essa lo aveva saputo dalla madre quel giorno stesso.
Alcuni giorni prima Ada aveva sorpreso Guido mentre abbracciava una loro domestica.
Ada aveva voluto fare la superba, ma poi la fantesca s'era fatta insolente e Ada l'aveva messa alla porta.
Il giorno prima erano stati ansiosi di sentire come Guido avrebbe presa la cosa.
Se si fosse lagnato, Ada avrebbe domandata la separazione.
Ma Guido aveva riso e protestato che Ada non aveva visto bene; però non aveva niente in contrario che, anche innocente, quella donna, per cui diceva di sentire una sincera antipatia, fosse stata allontanata di casa.
Pareva che ora le cose si fossero appianate.
A me importava di sapere se Ada avesse avute le traveggole quando aveva sorpreso il marito in quella posizione.
C'era ancora la possibilità di un dubbio? Perché bisognava ricordare che quando due s'abbracciano, hanno tutt'altra posizione che quando l'una netta le scarpe dell'altro.
Ero di ottimo umore.
Sentivo persino il bisogno di dimostrarmi giusto e sereno nel giudicare Guido.
Ada era certamente di carattere geloso e poteva avvenire ch'essa avesse viste diminuite le distanze e spostate le persone.
Con voce accorata Augusta mi disse ch'essa era sicura che Ada aveva visto bene e che ora per troppo affetto giudicava male.
Aggiunse:
- Essa avrebbe fatto ben meglio di sposare te!
Io, che mi sentivo sempre piú innocente, le regalai la frase:
- Sta a vedere se io avrei fatto un miglior affare sposando lei invece di te!
Poi, prima d'addormentarmi, mormorai:
- Una bella canaglia! Insudiciare cosí la propria casa!
Ero abbastanza sincero di rimproverargli esattamente quella parte della sua azione ch'io non avevo da rimproverare a me stesso.
La mattina appresso io mi levai col desiderio vivo che almeno quella prima giornata avesse a somigliare esattamente a quella precedente.
Era probabile che i proponimenti deliziosi del giorno prima non avrebbero impegnata Carla piú di me, ed io me ne sentivo del tutto libero.
Erano stati troppo belli per essere impegnativi.
Certo l'ansia di sapere quello che ne pensasse Carla mi faceva correre.
Il mio desiderio sarebbe stato di trovarla pronta per un altro proponimento.
La vita sarebbe corsa via, ricca bensí di godimenti, ma anche piú di sforzi per migliorarsi, ed ogni mio giorno sarebbe stato dedicato in gran parte al bene ed in piccolissima al rimorso.
L'ansia c'era, perché in tutto quell'anno per me tanto ricco di propositi, Carla non ne aveva avuto che uno: dimostrare di volermi bene.
L'aveva mantenuto e c'era una certa difficoltà d'inferirne se ora le sarebbe stato facile di tenere il nuovo proposito che rompeva il vecchio.
Carla non c'era a casa.
Fu una grande disillusione e mi morsi le dita dal dispiacere.
La vecchia mi fece entrare in cucina.
Mi raccontò che Carla sarebbe ritornata prima di sera.
Le aveva detto che avrebbe mangiato fuori e perciò su quel focolare non c'era neppure quel piccolo fuoco che vi ardeva di solito:
- Lei non lo sapeva? - mi domandò la vecchia facendo gli occhi grandi per la sorpresa.
Pensieroso e distratto, mormorai:
- Ieri lo sapevo.
Non ero però sicuro che la comunicazione di Carla valesse proprio per oggi.
Me ne andai dopo di aver salutato gentilmente.
Digrignavo i denti, ma di nascosto.
Ci voleva del tempo per darmi il coraggio di arrabbiarmi pubblicamente.
Entrai nel Giardino Pubblico e vi passeggiai per una mezz'ora per prendermi il tempo d'intendere meglio le cose.
Erano tanto chiare che non ci capivo piú niente.
Tutt'ad un tratto, senz'alcuna pietà, venivo costretto di tenere un proposito simile.
Stavo male, realmente male.
Zoppicavo e lottavo anche con una specie di affanno.
Io ne ho di quegli affanni: respiro benissimo, ma conto i singoli respiri, perché devo farli uno dopo l'altro di proposito.
Ho la sensazione che se non stessi attento, morrei soffocato.
A quell'ora avrei dovuto andare al mio ufficio o meglio a quello di Guido.
Ma non era possibile di allontanarmi cosí da quel posto.
Che cosa avrei fatto poi? Ben dissimile era questa dalla giornata precedente! Almeno avessi conosciuto l'indirizzo di quel maledetto maestro che a forza di cantare a mie spese m'aveva portata via la mia amante.
Finii col ritornare dalla vecchia.
Avrei trovata una parola da mandare a Carla per indurla a rivedermi.
Già il piú difficile era di averla al piú presto a tiro.
Il resto non avrebbe offerto delle grandi difficoltà.
Trovai la vecchia seduta accanto ad una finestra della cucina intenta a rammendare una calza.
Essa si levò gli occhiali e, quasi timorosa, mi mandò uno sguardo interrogatore.
Io esitai! Poi le domandai:
- Lei sa che Carla ha deciso di sposare il Lali?
A me pareva di raccontare tale nuova a me stesso.
Carla me l'aveva detta ben due volte, ma io il giorno prima vi avevo fatta poca attenzione.
Quelle parole di Carla avevano colpito l'orecchio e ben chiaramente perché ve le avevo ritrovate, ma erano scivolate via senza penetrare oltre.
Adesso appena arrivavano ai visceri che si contorcevano dal dolore.
La vecchia mi guardò anch'essa esitante.
Certamente aveva paura di commettere delle indiscrezioni che avrebbero potuto esserle rimproverate.
Poi scoppiò, tutta gioia evidente:
- Glielo ha detto Carla? Allora dovrebbe essere cosí! Io credo che farebbe bene! Che cosa gliene sembra a lei?
Ora rideva di gusto, la maledetta vecchia, che io avevo sempre creduto informata dei miei rapporti con Carla.
L'avrei picchiata volentieri, ma poi mi limitai a dire che prima avrei atteso che il maestro si facesse una posizione.
A me, insomma, pareva che la cosa fosse precipitata.
Nella sua gioia la signora divenne per la prima volta loquace con me.
Non era del mio parere.
Quando ci si sposava da giovani, si doveva fare la carriera dopo di essersi sposati.
Perché occorreva farla prima? Carla aveva cosí pochi bisogni.
La sua voce, ora, sarebbe costata meno, visto che nel marito avrebbe avuto il maestro.
Queste parole che potevano significare un rimprovero alla mia avarizia, mi diedero un'idea che mi parve magnifica e che per il momento mi sollevò.
Nel plico che portavo sempre nella mia tasca di petto, doveva esserci oramai un bell'importo.
Lo trassi di tasca, lo chiusi e lo consegnai alla vecchia perché lo desse a Carla.
Avevo forse anche il desiderio di pagare finalmente in modo decoroso la mia amante, ma il desiderio piú forte era di rivederla e riaverla.
Carla m'avrebbe rivisto tanto nel caso in cui avesse voluto restituirmi il denaro quanto in quello in cui le fosse stato comodo di tenerlo, perché allora avrebbe sentito il bisogno di ringraziarmi.
Respirai: tutto non era ancora finito per sempre!
Dissi alla vecchia che la busta conteneva poco denaro residuo di quello consegnatomi per loro dagli amici del povero Copler.
Poi, molto rasserenato, mandai a dire a Carla che io restavo il suo buon amico per tutta la vita e che, se essa avesse avuto bisogno di un appoggio, avrebbe potuto rivolgersi liberamente a me.
Cosí potei mandarle il mio indirizzo ch'era quello dell'ufficio di Guido.
Partii con un passo molto piú elastico di quello che m'aveva condotto colà.
Ma quel giorno ebbi un violento litigio con Augusta.
Si trattava di cosa da poco.
Io dicevo che la minestra era troppo salata ed essa pretendeva di no.
Ebbi un accesso folle d'ira perché mi sembrava ch'essa mi deridesse e trassi a me con violenza la tovaglia cosí che tutte le stoviglie dalla tavola volarono a terra.
La piccina ch'era in braccio della bambinaia si mise a strillare, ciò che mi mortificò grandemente perché la piccola bocca sembrava mi rimproverasse.
Augusta impallidí come sapeva impallidire lei, prese la fanciulla in braccio e uscí.
A me parve che anche il suo fosse un eccesso: mi avrebbe ora lasciato mangiare solo come un cane? Ma subito essa, senza la bambina, rientrò, riapparecchiò la tavola, sedette dinanzi al proprio piatto nel quale mosse il cucchiaio come se avesse voluto accingersi a mangiare.
Io, fra me e me, bestemmiavo, ma già sapevo d'essere stato un giocattolo in mano di forze sregolate della natura.
La natura che non trovava difficoltà nell'accumularle, ne trovava ancor meno nello scatenarle.
Le mie bestemmie andavano ora contro Carla che fingeva di agire solo a vantaggio di mia moglie.
Ecco come me l'aveva conciata!
Augusta, per un sistema cui rimase fedele fino ad oggi, quando mi vede in quelle condizioni, non protesta, non piange, non discute.
Quand'io mitemente mi misi a domandarle scusa, essa volle spiegare una cosa: non aveva riso, aveva soltanto sorriso nello stesso modo che m'era piaciuto tante volte e che tante volte avevo vantato.
Mi vergognai profondamente.
Supplicai che la bambina fosse portata subito con noi e quando l'ebbi fra le mie braccia, lungamente giuocai con lei.
Poi la feci sedere sulla mia testa e sotto la sua vesticciuola che mi copriva la faccia, asciugai i miei occhi che s'erano bagnati delle lacrime che Augusta non aveva sparse.
Giuocavo con la bambina, sapendo che cosí, senz'abbassarmi a fare delle scuse, mi riavvicinavo ad Augusta e infatti le sue guancie avevano già riacquistato il loro colore consueto.
Poi anche quella giornata finí molto bene e il pomeriggio somigliò a quello precedente.
Era proprio la stessa cosa come se alla mattina avessi trovata Carla al solito posto.
Non m'era mancato lo sfogo.
Avevo ripetutamente domandato scusa perché dovevo indurre Augusta di ritornare al suo sorriso materno quando dicevo o facevo delle bizzarrie.
Guai se avesse dovuto forzarsi ad avere in mia presenza un dato contegno o se avesse dovuto sopprimere anche uno dei soliti suoi sorrisi affettuosi che mi parevano il giudizio piú completo e benevolo che si potesse dare su me.
Alla sera riparlammo di Guido.
Pareva che la sua pace con Ada fosse completa.
Augusta si meravigliava della bontà di sua sorella.
Questa volta però toccava a me di sorridere perché era evidente ch'ella non ricordava la propria bontà che era enorme.
Le domandai:
- E se io insudiciassi la nostra casa, non mi perdoneresti? - Ella esitò:
- Noi abbiamo la nostra bambina, - esclamò - mentre Ada non ha dei figliuoli che la leghino a quell'uomo.
Ella non amava Guido; penso talvolta che gli tenesse rancore perché m'aveva fatto soffrire.
Pochi mesi dopo, Ada regalò a Guido due gemelli e Guido non comprese mai perché gli facessi delle congratulazioni tanto calorose.
Ecco che avendo dei figlioli, anche secondo il giudizio di Augusta, le serve di casa potevano essere sue senza pericolo per lui.
Alla mattina seguente, però, quando in ufficio trovai sul mio tavolo una busta al mio indirizzo scritto da Carla, respirai.
Ecco che niente era finito e che si poteva continuare a vivere munito di tutti gli elementi necessarii.
In brevi parole Carla mi dava un appuntamento per le undici della mattina al Giardino Pubblico, all'ingresso posto di faccia alla sua casa.
Ci saremmo trovati non nella sua stanza, ma tuttavia in un posto vicinissimo alla stessa.
Non seppi aspettare e arrivai all'appuntamento un quarto d'ora prima.
Se Carla non fosse stata al posto indicato, io mi sarei recato dritto dritto a casa sua, ciò che sarebbe stato ben piú comodo.
Anche quella era una giornata pregna della nuova primavera dolce e luminosa.
Quando abbandonai la rumorosa Corsia Stadion ed entrai nel giardino, mi trovai nel silenzio della campagna che non si può dire interrotto dal lieve, continuo stormire delle piante lambite dalla brezza.
Con passo celere m'avviavo ad uscire dal giardino quando Carla mi venne incontro.