LA COSCIENZA DI ZENO, di Italo Svevo - pagina 38
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Le donne son fatte cosí.
Ogni giorno che sorge porta loro una nuova interpretazione del passato.
Dev'essere una vita poco monotona la loro.
Da me, invece, l'interpretazione di quel mio atto fu sempre la stessa: il furto di piccolo oggetto dal sapore intenso e fu colpa di Alberta se in certa epoca cercai di far ricordare quell'atto mentre invece piú tardi avrei pagato qualche cosa perché fosse dimenticato del tutto.
Ricordo anche che prima di lasciare quella casa avvenne un'altra cosa e ben piú grave.
Restai, per un istante, solo con Ada.
Giovanni si era coricato da tempo e gli altri prendevano congedo dal signor Francesco che andava all'albergo accompagnato da Guido.
Io guardai Ada lungamente vestita tutta di pizzi bianchi, le spalle e le braccia nude.
Restai lungamente muto benché sentissi il bisogno di dirle qualche cosa; ma, dopo analizzata, sopprimevo qualunque frase che mi venisse alle labbra.
Ricordo che analizzai anche se mi fosse stato permesso di dirle: «Come mi fa piacere che finalmente ti sposi e sposi il mio grande amico Guido.
Ora appena sarà tutto finito fra di noi.
» Volevo dire una bugia perché tutti sapevano che fra di noi tutto era finito da varii mesi, ma mi pareva che quella bugia fosse un bellissimo complimento ed è certo che una donna, vestita cosí, domanda complimenti e se ne compiace.
Però dopo lunga riflessione non ne feci nulla.
Soppressi quelle parole perché nel mare di vino in cui nuotavo, trovai una tavola che mi salvò.
Pensai che avevo torto di rischiare l'affetto di Augusta per fare un piacere ad Ada che non mi voleva bene.
Ma, nel dubbio che per qualche istante mi turbò la mente, eppoi anche quando con uno sforzo da quelle parole mi staccai, diedi ad Ada una tale occhiata ch'essa si alzò e uscí dopo di essersi voltata a sorvegliarmi con spavento, pronta forse di mettersi a correre.
Anche una propria occhiata si ricorda quanto e forse meglio di una parola; è piú importante di una parola perché non v'è in tutto il vocabolario una parola che sappia spogliare una donna.
Io so ora che quella mia occhiata falsò le parole che avevo ideate, semplificandole.
Essa per gli occhi di Ada, aveva tentato di penetrare al di là dei vestiti e anche della sua epidermide.
E aveva certamente significato: «Vuoi venire intanto subito a letto con me?».
Il vino è un grande pericolo specie perché non porta a galla la verità.
Tutt'altro che la verità anzi: rivela dell'individuo specialmente la storia passata e dimenticata e non la sua attuale volontà; getta capricciosamente alla luce anche tutte le ideuccie con le quali in epoca piú o meno recente ci si baloccò e che si è dimenticate; trascura le cancellature e legge tutto quello ch'è ancora percettibile nel nostro cuore.
E si sa che non v'è modo di cancellarvi niente tanto radicalmente, come si fa di un giro errato su di una cambiale.
Tutta la nostra storia vi è sempre leggibile e il vino la grida, trascurando quello che poi la vita vi aggiunse.
Per andare a casa, Augusta ed io prendemmo una vettura.
Nell'oscurità mi parve fosse mio dovere di baciare e abbracciare mia moglie perché in simili incontri molte volte avevo usato cosí e temevo che, se non l'avessi fatto, essa avrebbe potuto pensare che fra di noi ci fosse qualche cosa di mutato.
Non v'era nulla di cambiato fra di noi: il vino gridava anche questo! Ella aveva sposato Zeno Cosini che, immutato, le stava accanto.
Che cosa importava se quel giorno io avevo possedute delle altre donne di cui il vino, per rendermi piú lieto, aumentava il numero ponendo fra di esse non so piú se Ada o Alberta?
Ricordo che, addormentandomi, rividi per un istante la faccia marmorea del Copler sul letto di morte.
Pareva domandasse giustizia, cioè le lacrime ch'io gli avevo promesse.
Ma non le ebbe neppure allora perché il sonno mi abbracciò annientandomi.
Prima però mi scusai col fantasma: «Aspetta ancora per poco.
Sono subito con te!».
Con lui non fui piú, giammai, perché non assistetti neppure al suo funerale.
Avevamo tanto da fare in casa ed io anche fuori, che non ci fu tempo per lui.
Se ne parlò talvolta, ma solo per ridere ricordando che il mio vino l'aveva tante volte ammazzato e fatto risuscitare.
Anzi egli restò proverbiale in famiglia e quando i giornali, come avviene spesso, annunziano e smentiscono la morte di qualcuno, noi diciamo: «Come il povero Copler».
La mattina dopo mi levai con un po' di male di testa.
Mi affannò un poco il mio dolore al fianco, probabilmente perché, finché era durato l'effetto del vino, non lo avevo sentito affatto e subito ne avevo perduta l'abitudine.
Ma in fondo non ero triste.
Augusta contribuí alla mia serenità dicendomi che sarebbe stato male se io non fossi andato a quella cena di nozze, perché prima del mio arrivo le era sembrato di assistere ad un mortorio.
Non avevo dunque da aver rimorso del mio contegno.
Poi sentii che una cosa sola non mi era stata perdonata: l'occhiataccia ad Ada!
Quando c'incontrammo nel pomeriggio, Ada mi porse la mano con un'ansietà che aumentò la mia.
Forse però le pesava sulla coscienza quella sua fuga ch'era stata tutt'altro che gentile.
Ma anche la mia occhiata era stata una gran brutta azione.
Ricordavo esattamente il movimento del mio occhio e capivo come non sapesse dimenticare chi ne era stato trafitto.
Bisognava riparare con un contegno accuratamente fraterno.
Si dice che quando si soffre per aver bevuto troppo, non ci sia miglior cura che di berne dell'altro.
Io, quella mattina, andai a rianimarmi da Carla.
Andai da lei proprio col desiderio di vivere piú intensamente ed è quello che riconduce all'alcool, ma camminando verso di lei, avrei desiderato ch'essa m'avesse fornita tutt'altra intensità di vita del giorno prima.
Mi accompagnavano dei propositi poco precisi ma tutti onesti.
Sapevo di non poter abbandonarla subito, ma potevo avviarmi a quell'atto tanto morale pian pianino.
Intanto avrei continuato a parlarle di mia moglie.
Senza sorprendersene, un bel giorno essa avrebbe saputo com'io amassi mia moglie.
Avevo nella mia giubba un'altra busta con del denaro per essere pronto ad ogni evenienza.
Arrivai da Carla, e un quarto d'ora dopo essa mi rimproverò con una parola che per la sua giustezza lungamente mi risonò all'orecchio: «Come sei rude, tu, in amore!».
Non sono conscio di essere stato rude proprio allora.
Avevo cominciato a parlarle di mia moglie, e le lodi tributate ad Augusta erano risonate all'orecchio di Carla come tanti rimproveri rivolti a lei.
Poi fu Carla che mi ferí.
Per passare il tempo, le avevo raccontato come mi fossi seccato al banchetto, specie per un brindisi che avevo detto e ch'era stato assolutamente spropositato.
Carla osservò:
- Se tu amassi tua moglie non sbaglieresti i brindisi al tavolo di suo padre.
E mi diede anche un bacio per rimeritarmi del poco amore che portavo a mia moglie.
Intanto lo stesso desiderio d'intensificare la mia vita, che m'aveva tratto da Carla, m'avrebbe riportato subito da Augusta, ch'era la sola con cui avrei potuto parlare del mio amore per lei.
Il vino preso come cura era già di troppo o volevo oramai tutt'altro vino.
Ma quel giorno la mia relazione con Carla doveva ingentilirsi, coronarsi finalmente di quella simpatia che - come seppi piú tardi - la povera giovinetta meritava.
Essa piú volte m'aveva offerto di cantarmi una canzonetta, desiderosa di avere il mio giudizio.
Ma io non avevo voluto saperne di quel canto di cui non m'importava nemmeno piú l'ingenuità.
Le dicevo che giacché essa rifiutava di studiare, non valeva la pena di cantare piú.
La mia era proprio una grave offesa ed essa ne sofferse.
Seduta accanto a me, per non farmi vedere le sue lacrime essa guardava immota le mani che teneva intrecciate in grembo.
Ripeté il suo rimprovero:
- Come devi essere rude con chi non ami, se lo sei tanto con me!
Buon diavolo come sono, mi lasciai intenerire da quelle lacrime e pregai Carla di squarciarmi le orecchie con la sua grande voce nel piccolo ambiente.
Essa ora se ne schermiva e dovetti persino minacciare di andarmene se non fossi stato compiaciuto.
Devo riconoscere che mi sembrò per un istante anche di aver trovato un pretesto per riconquistare almeno temporaneamente la mia libertà, ma, alla minaccia, la mia umile serva si recò con gli occhi bassi a sedere al pianoforte.
Dedicò poi un istante breve breve al raccoglimento e si passò la mano sul viso quasi a scacciarne ogni nube.
Vi riuscí con una prontezza che mi sorprese e la sua faccia, quando fu scoperta da quella mano, non ricordava affatto il dolore di prima.
Ebbi subito una grande sorpresa.
Carla diceva la sua canzonetta, la raccontava, non la gridava.
Le grida - come essa poi mi disse - le erano state imposte dal suo maestro; ora le aveva congedate insieme a lui.
La canzonetta triestina:
Fazzo l'amor xe vero
Cossa ghe xe de mal
Volè che a sedes'ani
Stio là come un cocal...
è una specie di racconto o di confessione.
Gli occhi di Carla brillavano di malizia e confessavano anche piú delle parole.
Non c'era paura di sentirsi leso il timpano ed io m'avvicinai a lei, sorpreso e incantato.
Sedetti accanto a lei ed essa allora raccontò la canzonetta proprio a me, socchiudendo gli occhi per dirmi con la nota piú lieve e piú pura che quei sedici anni volevano la libertà e l'amore.
Per la prima volta vidi esattamente la faccina di Carla: un ovale purissimo interrotto dalla profonda e arcuata incavatura degli occhi e degli zigomi tenui, reso anche piú puro da un biancore niveo, ora ch'essa teneva la faccia rivolta a me e alla luce, e perciò non offuscata da alcun'ombra.
E quelle linee dolci in quella carne che pareva trasparente, e celava tanto bene il sangue e le vene forse troppo deboli per poter apparire, domandavano affetto e protezione.
Ora ero pronto di accordarle tanto affetto e protezione, incondizionatamente, ed anche nel momento in cui mi sarei sentito tanto disposto di ritornare ad Augusta, perché essa in quel momento non domandava che un affetto paterno che potevo concedere senza tradire.
Quale soddisfazione! Restavo là con Carla, le accordavo quello che la sua faccina ovale domandava e non mi allontanavo da Augusta! Il mio affetto per Carla si ingentilí.
Da allora, quando sentivo il bisogno di onestà e purezza, non occorse piú abbandonarla, ma potei restare con lei e cambiare discorso.
Questa nuova dolcezza era dovuta alla sua faccina ovale ch'io allora avevo scoperto o al suo talento musicale? Innegabile il talento! La strana canzonetta triestina finisce con una strofe in cui la stessa giovinetta proclama di essere vecchia e malandata e che oramai non ha piú bisogno di altra libertà che di morire.
Carla continuava a profondere malizia e lietezza nel verso povero.
Era tuttavia la giovinezza che si fingeva vecchia per proclamare meglio da quel nuovo punto di vista il suo diritto.
Quando terminò e mi trovò in piena ammirazione, anch'essa per la prima volta oltre che amarmi mi volle veramente bene.
Sapeva che a me quella canzonetta sarebbe piaciuta di piú del canto che le insegnava il suo maestro:
- Peccato - aggiunse con tristezza, - che se non si vuole andare pei cafés chantants, non si possa trarre da ciò il necessario per vivere.
La convinsi facilmente che le cose non stavano cosí.
V'erano a questo mondo molte grandi artiste che dicevano e non cantavano.
Essa si fece dire dei nomi.
Era beata di apprendere quanto importante avrebbe potuto divenire la sua arte.
- Io so - aggiunse ingenuamente, - che questo canto è ben piú difficile dell'altro per il quale basta gridare a perdifiato.
Io sorrisi e non discussi.
La sua arte era anch'essa certamente difficile ed essa lo sapeva perché era quella la sola arte che conoscesse.
Quella canzonetta le era costata uno studio lunghissimo.
L'aveva detta e ridetta correggendo l'intonazione di ogni parola, di ogni nota.
Adesso ne studiava un'altra, ma l'avrebbe saputa soltanto di lí a qualche settimana.
Prima non voleva farla sentire.
Seguirono dei momenti deliziosi in quella stanza ove fino ad allora non s'erano svolte che delle scene di brutalità.
Ecco che a Carla s'apriva anche una carriera.
La carriera che m'avrebbe liberato di lei.
Molto simile a quella che per lei aveva sognato il Copler! Le proposi di trovarle un maestro.
Essa dapprima si spaventò della parola, ma poi si lasciò convincere facilmente quando le dichiarai che si poteva provare, e ch'essa sarebbe rimasta libera di congedarlo quando le fosse sembrato noioso o poco utile.
Anche con Augusta mi trovai quel giorno molto bene.
Avevo l'animo tranquillo come se fossi ritornato da una passeggiata e non dalla casa di Carla o come avrebbe dovuto averlo il povero Copler quando abbandonava quella casa nei giorni in cui non gli avevano dato motivo ad arrabbiarsi.
Ne godetti come se fossi giunto a un'oasi.
Per me e per la mia salute sarebbe stato gravissimo se tutta la mia lunga relazione con Carla si fosse svolta in un'eterna agitazione.
Da quel giorno, come risultato della bellezza estetica, le cose si svolsero piú calme con le lievi interruzioni necessarie a rianimare tanto il mio amore per Carla, quanto quello per Augusta.
Ogni mia visita a Carla significava bensí un tradimento per Augusta, ma tutto era presto dimenticato in un bagno di salute e di buoni propositi.
Ed il buon proposito non era brutale ed eccitante come quando avevo nella strozza il desiderio di dichiarare a Carla che non l'avrei rivista mai piú.
Ero dolce e paterno: ecco che di nuovo io pensavo alla sua carriera.
Abbandonare ogni giorno una donna per correrle dietro il giorno appresso, sarebbe stata una fatica a cui il mio povero cuore non avrebbe saputo reggere.
Cosí, invece, Carla restava sempre in mio potere ed io l'avviavo ora in una direzione ed ora in un'altra.
Per lungo tempo i propositi buoni non furono tanto forti da indurmi a correre per la città in cerca del maestro che avrebbe fatto per Carla.
Mi baloccavo col proposito buono, restando sempre seduto.
Poi un bel giorno Augusta mi confidò che si sentiva madre ed allora il mio proposito per un istante ingigantí e Carla ebbe il suo maestro.
Avevo esitato tanto anche perché era evidente che, anche senza maestro, Carla aveva saputo avviarsi ad un lavoro veramente serio nella sua nuova arte.
Ogni settimana essa sapeva dirmi una canzonetta nuova, analizzata accuratamente nell'atteggiamento e nella parola.
Certe note avrebbero abbisognato di essere levigate un poco, ma forse avrebbero finito con l'affinarsi da sé.
Una prova decisiva che Carla era una vera artista, io l'avevo nel modo com'essa perfezionava continuamente le sue canzonette senza mai rinunziare alle cose migliori ch'essa aveva saputo far sue di prim'acchito.
La indussi spesso a ridirmi il suo primo lavoro e vi trovavo aggiunto ogni volta qualche accento nuovo ed efficace.
Data la sua ignoranza, era meraviglioso che nel grande sforzo di scoprire una forte espressione, non le fosse mai capitato di cacciare nella canzonetta dei suoni falsi o esagerati.
Da vera artista, essa aggiungeva ogni giorno una pietruccia al piccolo edificio, e tutto il resto restava intatto.
Non la canzonetta era stereotipata, ma il sentimento che la dettava.
Carla, prima di cantare, si passava sempre la mano sulla faccia e dietro quella mano si creava un istante di raccoglimento che bastava a piombarla nella commediola ch'essa doveva costruire.
Una commedia non sempre puerile.
Il mentore ironico di Rosina te xe nata in un casoto minacciava, ma non troppo seriamente.
Pareva che la cantante avvertisse di sapere ch'era la storia di ogni giorno.
Il pensiero di Carla era un altro, ma finiva con l'arrivare allo stesso risultato:
- La mia simpatia è per Rosina perché altrimenti la canzonetta non meriterebbe di essere cantata, - essa diceva.
Avvenne qualche volta che Carla inconsapevolmente riaccendesse il mio amore per Augusta e il mio rimorso.
Infatti ciò si avverò ogni qualvolta ella si permise dei movimenti offensivi contro la posizione tanto solidamente occupata da mia moglie.
Era sempre vivo il suo desiderio di avermi tutto suo per una notte intera; mi confidò che le pareva che, per non avere mai dormito uno accanto all'altro, fossimo meno intimi.
Volendo abituarmi ad essere piú dolce con lei, non mi rifiutai risolutamente di compiacerla, ma quasi sempre pensai che non sarebbe stato possibile di fare una cosa simile a meno che non mi fossi rassegnato di trovare alla mattina Augusta ad una finestra donde m'avesse aspettato la notte intera.
Eppoi, non sarebbe stato questo un nuovo tradimento a mia moglie? Talvolta, cioè quando correvo a Carla pieno di desiderio, mi sentivo propenso di accontentarla, ma subito dopo ne vedevo l'impossibilità e la sconvenienza.
Ma cosí non si arrivò per lungo tempo né ad eliminare la prospettiva della cosa né a realizzarla.
Apparentemente si era d'accordo: prima o poi avremmo passata una notte intera insieme.
Intanto ora ce n'era la possibilità perché io avevo indotto le Gerco di congedare quegl'inquilini che tagliavano la loro casa in due parti, e Carla aveva finalmente la sua camera da letto.
Ora avvenne che poco dopo le nozze di Guido, mio suocero fu colto da quella crisi che doveva ucciderlo ed io ebbi l'imprudenza di raccontare a Carla che mia moglie doveva passare una notte al capezzale di suo padre per concedere un riposo a mia suocera.
Non ci fu piú il caso di esimermi: Carla pretese che passassi con lei quella stessa notte ch'era tanto dolorosa per mia moglie.
Non ebbi il coraggio di ribellarmi a tale capriccio e mi vi acconciai col cuore pesante.
Mi preparai a quel sacrificio.
Non andai da Carla alla mattina e cosí corsi da lei alla sera con pieno desiderio dicendomi anche ch'era infantile di credere di tradire piú gravemente Augusta perché la tradivo in un momento in cui essa per altre cause soffriva.
Perciò arrivai persino a spazientirmi perché la povera Augusta mi tratteneva per spiegarmi come avessi dovuto movermi per avere pronte le cose di cui potevo aver bisogno a cena, per la notte ed anche per il caffè della mattina dopo.
Carla m'accolse nello studio.
Poco dopo colei ch'era sua madre e serva ci serví una cenetta squisita a cui io aggiunsi i dolci che avevo portati con me.
La vecchia ritornò poi per sparecchiare ed io veramente avrei voluto coricarmi subito, ma era veramente ancora troppo di buon'ora e Carla m'indusse di starla a sentir cantare.
Essa passò tutto il suo repertorio e fu quella certamente la parte migliore di quelle ore, perché l'ansietà con cui aspettavo la mia amante, andava ad aumentare il piacere che sempre m'aveva data la canzonetta di Carla.
- Un pubblico ti coprirebbe di fiori e d'applausi - le dichiarai ad un certo momento dimenticando che sarebbe stato impossibile di mettere tutto un pubblico nello stato d'animo in cui mi trovavo io.
Ci coricammo infine nello stesso letto in una stanzuccia piccola e del tutto disadorna.
Pareva un corridoio stroncato da una parete.
Non avevo ancora sonno e mi disperavo al pensiero che, se ne avessi avuto, non avrei potuto dormire con tanta poca aria a mia disposizione.
Carla fu chiamata dalla voce timida di sua madre.
Essa, per rispondere, andò all'uscio e lo socchiuse.
La sentii come con voce concitata domandava alla vecchia che cosa volesse.
Timidamente l'altra disse delle parole di cui non percepii il senso e allora Carla urlò prima di sbattere l'uscio in faccia alla madre:
- Lasciami in pace.
T'ho già detto che per questa notte dormo di qua!
Cosí appresi che Carla, tormentata di notte dalla paura, dormiva sempre nella sua antica stanza da letto con la madre, ove aveva un altro letto, mentre quello sul quale dovevamo dormire insieme restava vuoto.
Era certamente per paura ch'essa m'aveva indotto di fare quella partaccia ad Augusta.
Confessò con una maliziosa allegria cui non partecipai, che con me si sentiva piú sicura che con sua madre.
Mi diede da pensare quel letto in prossimità di quella stanza da studio solitaria.
Non l'avevo mai visto prima.
Ero geloso! Poco dopo fui sprezzante anche per il contegno che Carla aveva avuto con quella sua povera madre.
Era fatta un po' differentemente di Augusta che aveva rinunziato alla mia compagnia pur di assistere i suoi genitori.
Io sono specialmente sensibile a mancanze di riguardo verso i proprii genitori, io, che avevo sopportato con tanta rassegnazione le bizze del mio povero padre.
Carla non poté accorgersi né della mia gelosia né del mio disprezzo.
Soppressi le manifestazioni di gelosia ricordando come non avessi alcun diritto ad essere geloso visto che passavo buona parte delle mie giornate augurandomi che qualcuno mi portasse via la mia amante.
Non v'era neppure alcuno scopo di far vedere il mio disprezzo alla povera giovinetta ormai che già mi baloccavo di nuovo col desiderio di abbandonarla definitivamente, e quantunque il mio sdegno fosse ora ingrandito anche dalle ragioni che poco prima avrebbero provocata la mia gelosia.
Quello che occorreva era di allontanarsi al piú presto da quella piccola stanzuccia non contenente di piú di un metro cubo di aria, per soprappiú caldissima.
Non ricordo neppure bene il pretesto che addussi per allontanarmi subito.
Affannosamente mi misi a vestirmi.
Parlai di una chiave che avevo dimenticato di consegnare a mia moglie per cui essa, se le fosse occorso, non avrebbe potuto entrare in casa.
Feci vedere la chiave che non era altra che quella che io avevo sempre in tasca, ma che fu presentata come la prova tangibile della verità delle mie asserzioni.
Carla non tentò neppure di fermarmi; si vestí e m'accompagnò fin giú per farmi luce.
Nell'oscurità delle scale, mi parve ch'essa mi squadrasse con un'occhiata inquisitrice che mi turbò: cominciava essa a intendermi? Non era tanto facile, visto ch'io sapevo simulare troppo bene.
Per ringraziarla perché mi lasciava andare, continuavo di tempo in tempo ad applicare la mie labbra sulle sue guancie e simulavo di essere pervaso tuttavia dallo stesso entusiasmo che m'aveva condotto da lei.
Non ebbi poi ad avere alcun dubbio della buona riuscita della mia simulazione.
Poco prima, con un'ispirazione d'amore, Carla m'aveva detto che il brutto nome di Zeno, che m'era stato appioppato dai miei genitori, non era certamente quello che spettava alla mia persona.
Essa avrebbe voluto ch'io mi chiamassi Dario e lí, nell'oscurità, si congedò da me appellandomi cosí.
Poi s'accorse che il tempo era minaccioso e m'offerse di andar a prendere per me un ombrello.
Ma io assolutamente non potevo sopportarla piú oltre, e corsi via tenendo sempre quella chiave in mano nella cui autenticità cominciavo a credere anch'io.
L'oscurità profonda della notte veniva interrotta di tratto in tratto da bagliori abbacinanti.
Il mugolio del tuono pareva lontanissimo.
L'aria era ancora tranquilla e soffocante quanto nella stessa stanzetta di Carla.
Anche i radi goccioloni che cadevano erano tiepidi.
In alto, evidente, c'era la minaccia ed io mi misi a correre.
Ebbi la ventura di trovare in Corsia Stadion un portone ancora aperto e illuminato in cui mi rifugiai proprio a tempo! Subito dopo il nembo s'abbatté sulla via.
Lo scroscio di pioggia fu interrotto da una ventata furiosa che parve portasse con sé anche il tuono tutt'ad un tratto vicinissimo.
Trasalii! Sarebbe stato un vero compromettermi se fossi stato ammazzato dal fulmine, a quell'ora, in Corsia Stadion! Meno male ch'ero noto anche a mia moglie come un uomo dai gusti bizzarri che poteva correre fin là di notte e allora c'è sempre la scusa a tutto.
Dovetti rimanere in quel portone per piú di un'ora.
Pareva sempre che il tempo volesse mitigarsi, ma subito riprendeva il suo furore sempre in altra forma.
Ora grandinava.
Era venuto a tenermi compagnia il portinaio della casa e dovetti regalargli qualche soldo perché ritardasse la chiusura del portone.
Poi entrò nel portone un signore vestito di bianco e grondante d'acqua.
Era vecchio, magro e secco.
Non lo rividi mai piú, ma non so dimenticarlo per la luce del suo occhio nero e per l'energia ch'emanava da tutta la sua personcina.
Bestemmiava per essere stato infradiciato a quel modo.
A me è sempre piaciuto d'intrattenermi con la gente che non conosco.
Con loro mi sento sano e sicuro.
È addirittura un riposo.
Devo stare attento di non zoppicare, e sono salvo.
Quando finalmente il tempo si mitigò, io mi recai subito non a casa mia, ma da mio suocero.
Mi pareva in quel momento di dover correre subito all'appello e vantarmi di esservi.
Mio suocero s'era addormentato e Augusta, ch'era aiutata da una suora, poté venire da me.
Essa disse che avevo fatto bene di venire e si gettò piangente fra le mie braccia.
Aveva visto soffrire suo padre orrendamente.
S'accorse ch'ero tutto bagnato.
Mi fece adagiare in una poltrona e mi coperse con delle coperte.
Poi per qualche tempo poté restarmi accanto.
Io ero molto stanco e anche nel breve tempo in cui essa poté restare con me, lottai col sonno.
Mi sentivo molto innocente perché intanto non l'avevo tradita restando lontano dal domicilio coniugale per tutta una notte.
Era tanto bella l'innocenza che tentai di aumentarla.
Incominciai a dire delle parole che somigliavano ad una confessione.
Le dissi che mi sentivo debole e colpevole e, visto che a questo punto essa mi guardò domandando delle spiegazioni, subito ritirai la testa nel guscio e, gettandomi nella filosofia, le raccontai che il sentimento della colpa io l'avevo ad ogni mio pensiero, ad ogni mio respiro.
- Cosí pensano anche i religiosi, - disse Augusta; - chissà che non sia per le colpe che ignoriamo che veniamo puniti cosí!
Diceva delle parole adatte ad accompagnare le sue lacrime che continuavano a scorrere.
A me parve ch'essa non avesse ben compresa la differenza che correva fra il mio pensiero e quello dei religiosi, ma non volli discutere e al suono monotono del vento che s'era rinforzato, con la tranquillità che mi dava anche quel mio slancio alla confessione, m'addormentai di un lungo sonno ristoratore.
Quando venne la volta del maestro di canto, tutto fu regolato in poche ore.
Io da tempo l'avevo scelto, e, per dire il vero, m'ero arrestato al suo nome, prima di tutto perché era il maestro piú a buon mercato di Trieste.
Per non compromettermi, fu Carla stessa che andò a parlare con lui.
Io non lo vidi mai, ma devo dire che oramai so molto di lui ed è una delle persone che piú stimo a questo mondo.
Dev'essere un semplicione sano ciò che è strano per un artista che viveva per la sua arte, come questo Vittorio Lali.
Insomma un uomo invidiabile, perché geniale e anche sano.
Intanto sentii subito che la voce di Carla s'ammorbidí e divenne piú flessibile e piú sicura.
Noi avevamo avuto paura che il maestro le avesse imposto uno sforzo come aveva fatto quello scelto dal Copler.
Forse egli s'adattò al desiderio di Carla, ma sta di fatto che restò sempre nel genere da lei prediletto.
Solo molti mesi dopo essa s'accorse di essersene lievemente allontanata, affinandosi.
Non cantava piú le canzonette triestine e poi neppure le napoletane, ma era passata ad antiche canzoni italiane e a Mozart e Schubert.
Ricordo specialmente una «Ninna nanna» attribuita al Mozart, e nei giorni in cui sento meglio la tristezza della vita e rimpiango l'acerba fanciulla che fu mia e che io non amai, la «Ninna nanna» mi echeggia all'orecchio come un rimprovero.
Rivedo allora Carla travestita da madre che trae dal suo seno i suoni piú dolci per conquistare il sonno al suo bambino.
Eppure essa, ch'era stata un'amante indimenticabile, non poteva essere una buona madre, dato ch'era una cattiva figlia.
Ma si vede che saper cantare da madre è una caratteristica che copre ogni altra.
Da Carla seppi la storia del suo maestro.
Egli aveva fatto qualche anno di studii al Conservatorio di Vienna ed era poi venuto a Trieste ove aveva avuto la fortuna di lavorare per il nostro maggiore compositore colpito da cecità.
Scriveva le sue composizioni sotto dettatura, ma ne aveva anche la fiducia, che i ciechi devono concedere intera.
Cosí ne conobbe i propositi, le convinzioni tanto mature e i sogni sempre giovanili.
Presto egli ebbe nell'anima tutta la musica, anche quella che occorreva a Carla.
Mi fu descritto anche il suo aspetto; giovine, biondo, piuttosto robusto, dal vestire negletto, una camicia molle non sempre di bucato, una cravatta che doveva essere stata nera, abbondante e sciolta, un cappello a cencio dalle falde spropositate.
Di poche parole - a quanto mi diceva Carla e devo crederle perché pochi mesi appresso con lei si fece ciarliero ed essa me lo disse subito, - e tutt'intento al compito che s'era assunto.
Ben presto la mia giornata subí delle complicazioni.
Alla mattina portavo da Carla oltre che amore anche un'amara gelosia, che diveniva molto meno amara nel corso della giornata.
Mi pareva impossibile che quel giovinotto non approfittasse della buona, facile preda.
Carla pareva stupita ch'io potessi pensare una cosa simile, ma io lo ero altrettanto al vederla stupita.
Non ricordava piú come le cose si erano svolte fra me e lei?
Un giorno arrivai a lei furibondo di gelosia ed essa spaventata si dichiarò subito pronta di congedare il maestro.
Io non credo che il suo spavento fosse prodotto solo dalla paura di vedersi privata del mio appoggio, perché in quell'epoca io ebbi da lei delle manifestazioni di affetto di cui non posso dubitare e che alle volte mi resero beato, mentre, quando mi trovavo in altro stato d'animo, mi seccarono sembrandomi atti ostili ad Augusta ai quali, e per quanto mi costasse, ero obbligato d'associarmi.
La sua proposta m'imbarazzò.
Che mi trovassi nel momento dell'amore o del pentimento, io non volevo accettare un suo sacrificio.
Doveva pur esserci qualche comunicazione fra' miei due stati d'essere ed io non volevo diminuire la mia già scarsa libertà di passare dall'uno all'altro.
Perciò non sapevo accettare una tale proposta che invece mi rese piú cauto cosí che anche quando ero esasperato dalla gelosia, seppi celarla.
Il mio amore si fece piú iroso e finí che quando la desideravo e anche quando non la desideravo affatto, Carla mi sembrò un essere inferiore.
Mi tradiva o di lei non m'importava nulla.
Quando non l'odiavo non ricordavo che ci fosse.
Io appartenevo all'ambiente di salute e di onestà in cui regnava Augusta a cui ritornavo subito col corpo e l'anima non appena Carla mi lasciava libero.
Data l'assoluta sincerità di Carla, io so esattamente per quanto lunghissimo tempo essa fu tutta mia, e la mia gelosia ricorrente di allora non può essere considerata che quale una manifestazione di un recondito senso di giustizia.
Doveva pur toccarmi quello che meritavo.
Prima s'innamorò il maestro.
Credo il primo sintomo del suo amore sia consistito in certe parole che Carla mi riferí con aria di trionfo ritenendo segnassero il primo suo grande successo artistico pel quale le competesse una mia lode.
Egli le avrebbe detto che oramai s'era tanto affezionato al suo compito di maestro che, se essa non avesse potuto pagarlo, egli avrebbe continuato ad impartirle gratuitamente le sue lezioni.
Io le avrei dato uno schiaffo, ma venne poi il momento in cui potei pretendere di saper gioire di quel suo vero trionfo.
Essa poi dimenticò il crampo che alla prima aveva colto tutta la mia faccia come di chi ficca i denti in un limone e accettò serena la lode tardiva.
Egli le aveva raccontati tutti gli affari proprii che non erano molti: musica, miseria e famiglia.
La sorella gli aveva dati dei grandi dispiaceri ed egli aveva saputo comunicare a Carla una grande antipatia per quella donna ch'essa non conosceva.
Quell'antipatia mi parve molto compromettente.
Cantavano ora insieme delle canzoni sue che mi parvero povera cosa tanto quando amavo Carla quanto allorché la sentivo come una catena.
Può tuttavia essere che fossero buone ad onta che io poi non ne abbia piú sentito parlare.
Egli diresse poi delle orchestre negli Stati Uniti e forse colà si cantano anche quelle canzoni.
Ma un bel giorno essa mi raccontò ch'egli le aveva chiesto di diventare sua moglie e ch'essa aveva rifiutato.
Allora io passai due quarti d'ora veramente brutti: il primo quando mi sentii tanto invaso dall'ira che avrei voluto aspettare il maestro per gettarlo fuori a furia di calci, ed il secondo quando non trovai il verso per conciliare la possibilità della continuazione della mia tresca, con quel matrimonio ch'era in fondo una bella e morale cosa e una ben piú sicura semplificazione della mia posizione che non la carriera di Carla ch'essa immaginava d'iniziare in mia compagnia.
Perché quel benedetto maestro s'era scaldato a quel modo e tanto presto? Oramai, in un anno di relazione, tutto s'era attenuato fra me e Carla, anche il cipiglio mio quando l'abbandonavo.
I rimorsi miei erano oramai sopportabilissimi e quantunque Carla avesse ancora ragione di dirmi rude in amore, pareva ch'essa ci si fosse abituata.
Ciò doveva esserle riuscito anche facile, perché io non fui mai piú tanto brutale come nei primi giorni della nostra relazione e, sopportato quel primo eccesso, il resto dovette esserle sembrato in confronto mitissimo.
Perciò anche quando di Carla non m'importava piú tanto, mi fu sempre facile prevedere che il giorno appresso io non sarei stato contento di venir a cercare la mia amante e di non trovarla piú.
Certo sarebbe stato bellissimo allora di saper ritornare ad Augusta senza il solito intermezzo con Carla ed in quel momento io me ne sentivo capacissimo; ma prima avrei voluto provare.
Il mio proposito in quel momento dev'essere stato circa il seguente: «Domani la pregherò di accettare la proposta del maestro, ma oggi gliel'impedirò».
E con grande sforzo continuai a comportarmi da amante.
Adesso, dicendone, dopo di aver registrate tutte le fasi della mia avventura, potrebbe sembrare ch'io facessi il tentativo di far sposare da altri la mia amante e di conservarla mia, ciò che sarebbe stata la politica di un uomo piú avveduto di me e piú equilibrato, sebbene altrettanto corrotto.
Ma non è vero: essa doveva sposare il maestro, ma doveva decidervisi solo la dimane.
È perciò che solo allora cessò quel mio stato ch'io m'ostino a qualificare d'innocenza.
Non era piú possibile adorare Carla per un breve periodo della giornata eppoi odiarla per ventiquattr'ore continue, e levarsi ogni mattina ignorante come un neonato a rivivere la giornata, tanto simile alle precedenti, per sorprendersi delle avventure ch'essa apportava e che avrei dovuto sapere a mente.
Ciò non era piú possibile.
Mi si prospettava l'eventualità di perdere per sempre la mia amante se non avessi saputo domare il mio desiderio di liberarmene.
Io subito lo domai!
Ed è cosí che quel giorno, quando di lei non m'importò piú, feci a Carla una scena d'amore che per la sua falsità e la sua furia somigliava a quella che, preso dal vino, avevo fatto ad Augusta quella notte in vettura.
Solo che qui mancava il vino ed io finii col commovermi veramente al suono delle mie parole.
Le dichiarai ch'io l'amavo, che non sapevo piú restare senza di lei e che d'altronde mi pareva di esigere da lei il sacrificio della sua vita, visto che io non potevo offrirle niente che potesse eguagliare quanto le veniva offerto dal Lali.
Fu proprio una nota nuova nella nostra relazione che pur aveva avuto tante ore di grande amore.
Essa stava a sentire le mie parole beandovisi.
Molto tardi si accinse a convincermi che non era il caso di affliggersi tanto perché il Lali s'era innamorato.
Essa non ci pensava affatto!
Io la ringraziai, sempre col medesimo fervore che ora però non arrivava piú a commovermi.
Sentivo un certo peso allo stomaco: evidentemente ero piú compromesso che mai.
Il mio apparente fervore invece che diminuire aumentò, solo per permettermi di dire qualche parola d'ammirazione pel povero Lali.
Io non volevo mica perderlo, io volevo salvarlo, ma per il giorno dopo.
Quando si trattò di risolvere se tenere o congedare il maestro, andammo presto d'accordo.
Io non avrei poi voluto privarla oltre che del matrimonio anche della carriera.
Anche lei confessò che al suo maestro ci teneva: ad ogni lezione aveva la prova della necessità della sua assistenza.
M'assicurò che potevo vivere tranquillo e fiducioso: essa amava me e nessun altro.
Evidentemente il mio tradimento s'era allargato ed esteso.
M'ero attaccato alla mia amante di una nuova affettuosità che legava di nuovi legami e invadeva un territorio finora riservato solo al mio affetto legittimo.
Ma, ritornato a casa mia, anche quest'affettuosità non esisteva piú e si riversava aumentata su Augusta.
Per Carla non avevo altro che una profonda sfiducia.
Chissà che cosa c'era di vero in quella proposta di matrimonio! Non mi sarei meravigliato se un bel giorno, senz'aver sposato quell'altro, Carla m'avesse regalato un figlio dotato di un grande talento per la musica.
E ricominciarono i ferrei propositi che m'accompagnavano da Carla, per abbandonarmi quand'ero con lei e per riprendermi quando non l'avevo ancora lasciata.
Tutta roba senza conseguenze di nessun genere.
E non vi furono altre conseguenze da queste novità.
L'estate passò e si portò via mio suocero.
Io ebbi poi un gran da fare nella nuova casa commerciale di Guido ove lavorai piú che in qualunque altro luogo, comprese le varie facoltà universitarie.
Di questa mia attività dirò piú tardi.
Passò anche l'inverno eppoi sbocciarono nel mio giardinetto le prime foglie verdi e queste non mi videro mai tanto accasciato come quelle dell'anno prima.
Nacque mia figlia Antonia.
Il maestro di Carla era sempre a nostra disposizione, ma Carla tuttavia non ne voleva sapere affatto ed io neppure, ancora.
Vi furono invece delle gravi conseguenze nei miei rapporti con Carla per avvenimenti che veramente non si sarebbero creduti importanti.
Passarono quasi inavvertiti e furono rilevati solo dalle conseguenze che lasciarono.
Precisamente agli albori di quella primavera, io dovetti accettare di andar a passeggiare con Carla al Giardino Pubblico.
Mi sembrava una grave compromissione, ma Carla desiderava tanto di camminare al braccio mio al sole, che finii col compiacerla.
Non doveva mai esserci concesso di vivere neppure per brevi istanti da marito e moglie ed anche questo tentativo finí male.
Per gustare meglio il nuovo improvviso tepore che veniva dal cielo nel quale sembrava il sole avesse riacquistato da poco l'imperio, sedemmo su una banchina.
Il giardino, nelle mattine dei giorni feriali, era deserto e a me sembrava, che non movendomi, il rischio di venir osservato fosse ancora diminuito.
Invece, appoggiato con l'ascella alla sua gruccia, a passi lenti, ma enormi, s'avvicinò a noi Tullio, quello dai cinquantaquattro muscoli e, senza guardarci, s'assise proprio accanto a noi.
Poi levò la testa, il suo si scontrò nel mio sguardo e mi salutò:
- Dopo tanto tempo! Come stai? Hai finalmente meno da fare?
S'era messo a sedere proprio accanto a me e nella prima sorpresa io mi movevo in modo da impedirgli la vista di Carla.
Ma lui, dopo di avermi stretta la mano, mi domandò:
- La tua Signora?
S'aspettava di venir presentato.
Mi sottomisi:
- La signorina Carla Gerco, un'amica di mia moglie.
Poi continuai a mentire e so da Tullio stesso che la seconda menzogna bastò a rivelargli tutto.
Con un sorriso forzato, dissi:
- Anche la signorina sedette a questo banco per caso accanto a me senza vedermi.
Il mentitore dovrebbe tener presente che per essere creduto non bisogna dire che le menzogne necessarie.
Col suo buon senso popolare, quando c'incontrammo di nuovo, Tullio mi disse:
- Spiegasti troppe cose ed io indovinai perciò che mentivi e che quella bella signorina era la tua amante.
Io allora avevo già perduta Carla e con grande voluttà gli confermai ch'egli aveva colto nel segno, ma gli raccontai con tristezza che oramai essa m'aveva abbandonato.
Non mi credette ed io gliene fui grato.
Mi pareva che la sua incredulità fosse un buon auspicio.
Carla fu colta da un malumore quale io non le avevo mai visto.
Io so ora che da quel momento cominciò la sua ribellione.
Subito non me ne avvidi perché per stare a sentire Tullio, che s'era messo a raccontarmi della sua malattia e delle cure che intraprendeva, io le volgevo le spalle.
Piú tardi appresi che una donna, quand'anche si lasci trattare con meno gentilezza sempre salvo in certi istanti, non ammette di venir rinnegata in pubblico.
Essa manifestò il suo sdegno piuttosto verso il povero zoppo che verso me e non gli rispose quand'egli le indirizzò la parola.
Neppure io stavo a sentire Tullio perché per il momento non arrivavo ad interessarmi delle sue cure.
Lo guardavo nei suoi piccoli occhi per intendere che cosa egli pensasse di quell'incontro.
Sapevo ch'egli ormai era pensionato e che avendo tutto il giorno libero poteva facilmente invadere con le sue chiacchiere tutto il piccolo ambiente sociale della nostra Trieste di allora.
Poi, dopo una lunga meditazione, Carla si levò per lasciarci.
Mormorò:
- Arrivederci, - e si avviò.
Io sapevo che l'aveva con me e, sempre tenendo conto della presenza di Tullio, cercai di conquistare il tempo necessario per placarla.
Le domandai il permesso di accompagnarla avendo da dirigermi dalla sua parte stessa.
Quel suo saluto secco significava addirittura l'abbandono e fu quella la prima volta in cui seriamente lo temetti.
La dura minaccia mi toglieva il fiato.
Ma Carla stessa ancora non sapeva dove s'avviasse con quel suo passo deciso.
Dava sfogo a una stizza del momento che fra poco l'avrebbe lasciata.
M'attese e poi mi camminò accanto senza parole.
Quando fummo a casa, fu presa da un impeto di pianto che non mi spaventò perché la indusse a rifugiarsi fra le mie braccia.
Io le spiegai chi fosse Tullio e quanto danno sarebbe potuto venirmi dalla sua lingua.
Vedendo che piangeva tuttavia, ma sempre fra le mie braccia, osai un tono piú risoluto: voleva dunque compromettermi? Non avevamo sempre detto che avremmo fatto di tutto per risparmiare dei dolori a quella povera donna ch'era tuttavia mia moglie e la madre di mia figlia?
Parve che Carla si ravvedesse, ma volle restare sola per calmarsi.
Io corsi via contentone.
Dev'essere da quest'avventura che le venne ad ogni istante il desiderio di apparire in pubblico quale mia moglie.
Pareva che, non volendo sposare il maestro, intendesse costringermi di occupare una parte maggiore del posto che a lui rifiutava.
Mi seccò per lungo tempo perché prendessi due sedie ad un teatro, che avremmo poi occupate venendo da parti diverse per trovarci seduti uno accanto all'altro come per caso.
Io con lei raggiunsi soltanto ma varie volte il Giardino Pubblico, quella pietra miliare dei miei trascorsi, cui ora arrivavo dall'altra parte.
Oltre, mai! Perciò la mia amante finí col somigliarmi troppo.
Senz'alcuna ragione, ad ogni istante, se la prendeva con me in scoppi di collera improvvisi.
Presto si ravvedeva, ma bastavano per rendermi tanto eppoi tanto buono e docile.
Spesso la trovavo che si scioglieva in lacrime e non arrivavo mai ad ottenere da lei una spiegazione del suo dolore.
Forse la colpa fu mia perché non insistetti abbastanza per averla.
Quando la conobbi meglio, cioè quand'essa mi abbandonò, non abbisognai di altre spiegazioni.
Essa, stretta dal bisogno, s'era gettata in quell'avventura con me, che proprio non faceva per lei.
Fra le mie braccia era divenuta donna e - amo supporlo - donna onesta.
Naturalmente che ciò non va attribuito ad alcun merito mio, tanto piú che tutto mio fu il danno.
Le capitò un nuovo capriccio che dapprima mi sorprese e subito dopo teneramente mi commosse: volle vedere mia moglie.
Giurava che non le si sarebbe avvicinata e che si sarebbe comportata in modo da non essere scorta da lei.
Le promisi che quando avessi saputo di un'uscita di mia moglie ad un'ora precisa, glel'avrei fatto sapere.
Essa doveva vedere mia moglie non vicino alla mia villa, luogo deserto ove il singolo è troppo osservato, ma in qualche via affollata della città.
In quel torno di tempo mia suocera fu colpita da un malore agli occhi per cui dovette bendarseli per varii giorni.
S'annoiava mortalmente e, per indurla a tenere rigidamente la cura, le sue figliuole si dividevano la guardia presso di lei: mia moglie alla mattina, e Ada fino alle quattro precise del pomeriggio.
Con risoluzione istantanea io dissi a Carla che mia moglie abbandonava la casa di mia suocera ogni giorno alle quattro precise.
Neppure adesso so esattamente perché io abbia presentata Ada a Carla quale mia moglie.
È certo che io, dopo la domanda di matrimonio fattale dal maestro, sentivo il bisogno di vincolare meglio la mia amante a me e può essere abbia creduto che quanto piú bella avesse trovata mia moglie, tanto piú avrebbe apprezzato l'uomo che le sacrificava (per modo di dire) una donna simile.
Augusta in quel tempo non era altro che una buona balia sanissima.
Può avere influito sulla mia decisione anche la prudenza.
Avevo certamente ragione di temere gli umori della mia amante e se essa si fosse lasciata trascinare a qualche atto inconsulto con Ada, ciò non avrebbe avuto importanza visto che questa m'aveva già dato prova che mai avrebbe tentato di diffamarmi presso mia moglie.
Se Carla m'avesse compromesso con Ada, a questa avrei raccontato tutto e per dire il vero con una certa soddisfazione.
Ma la mia politica ebbe un esito non prevedibile davvero.
Indottovi da una certa ansietà, andai la mattina appresso da Carla piú di buon'ora del solito.
La trovai mutata del tutto dal giorno prima.
Una grande serietà aveva invaso il nobile ovale della sua faccina.
Volli baciarla, ma essa mi respinse eppoi si lasciò sfiorare dalle mie labbra le guancie, tanto per indurmi a starla ad ascoltare docilmente.
Sedetti a lei di faccia dall'altra parte del tavolo.
Essa, senza troppo affrettarsi, prese un foglio di carta su cui fino al mio arrivo aveva scritto e lo ripose fra certa musica che giaceva sul tavolo.
Io a quel foglio non feci attenzione e solo piú tardi appresi ch'era una lettera ch'essa scriveva al Lali.
Eppure io ora so che persino in quel momento l'animo di Carla era conteso da dubbi.
Il suo occhio serio si posava su di me indagando; poi lo rivolgeva alla luce della finestra per meglio isolarsi e studiare il proprio animo.
Chissà! Se avessi subito indovinato meglio quello che in lei si dibatteva, avrei potuto ancora conservarmi la mia deliziosa amante.
Mi raccontò del suo incontro con Ada.
L'aveva attesa dinanzi alla casa di mia suocera e, quando la vide arrivare, subito la riconobbe.
- Non c'era il caso di sbagliare.
Tu me l'avevi descritta nei suoi tratti piú importanti.
Oh! Tu la conosci bene!
Tacque per un istante per dominare la commozione che le chiudeva la gola.
Poi continuò:
- Io non so quello che ci sia stato fra di voi, ma io non voglio mai piú tradire quella donna tanto bella e tanto triste! E scrivo oggi al maestro di canto che sono pronta a sposarlo!
- Triste! - gridai io sorpreso.
- Tu t'inganni, oppure in quel momento essa avrà sofferto per una scarpa troppo stretta.
Ada triste! Se rideva e sorrideva sempre; anche quella stessa mattina in cui l'avevo vista per un istante a casa mia.
Ma Carla era meglio informata di me:
- Una scarpa stretta! Essa aveva il passo di una dea quando cammina sulle nubi!
Mi raccontò sempre piú commossa che aveva saputo farsi rivolgere una parola - oh! dolcissima! - da Ada.
Questa aveva lasciato cadere il suo fazzoletto e Carla lo raccolse e glielo porse.
La sua breve parola di ringraziamento commosse Carla fino alle lacrime.
Ci fu poi dell'altro ancora fra le due donne: Carla asseriva che Ada avesse anche notato ch'essa piangeva e che si fosse divisa da lei con un'occhiata accorata di solidarietà.
Per Carla tutto era chiaro: mia moglie sapeva ch'io la tradivo e ne soffriva! Da ciò il proposito di non vedermi piú e di sposare il Lali.
Non sapevo come difendermi! M'era facile di parlare con piena antipatia di Ada ma non di mia moglie, la sana balia che non s'accorgeva affatto di quello che avveniva nell'animo mio, tutt'intenta com'era al suo ministero.
Domandai a Carla se essa non avesse notata la durezza dell'occhio di Ada, e se non si fosse accorta che la sua voce era bassa e rude, priva di alcuna dolcezza.
Per riavere subito l'amore di Carla, io ben volentieri avrei attribuiti a mia moglie molti altri delitti, ma non si poteva perché, da un anno circa, io con la mia amante non facevo altro che portarla ai sette cieli.
Mi salvai altrimenti.
Fui preso io stesso da una grande emozione che mi spinse le lagrime agli occhi.
Mi pareva di poter legittimamente commiserarmi.
Senza volerlo, m'ero gettato in un ginepraio in cui mi sentivo infelicissimo.
Quella confusione fra Ada e Augusta era insopportabile.
La verità era che mia moglie non era tanto bella e che Ada (era di lei che Carla si prendeva di tanta compassione) aveva avuti dei grandi torti verso di me.
Perciò Carla era veramente ingiusta nel giudicarmi.
Le mie lacrime resero Carla piú mite:
- Dario caro! Come mi fanno bene le tue lacrime! Dev'esserci stato qualche malinteso fra voi due e importa ora di chiarirlo.
Io non voglio giudicarti troppo severamente, ma io non tradirò mai piú quella donna, né voglio essere io la causa delle sue lacrime.
L'ho giurato!
Ad onta del giuramento essa finí col tradirla per l'ultima volta.
Avrebbe voluto dividersi da me per sempre con un ultimo bacio, ma io quel bacio lo accordavo in un'unica forma, altrimenti me ne sarei andato pieno di rancore.
Perciò essa si rassegnò.
Mormoravamo ambedue:
- Per l'ultima volta!
Fu un istante delizioso.
Il proposito fatto a due aveva un'efficacia che cancellava qualsiasi colpa.
Eravamo innocenti e beati! Il mio benevolo destino m'aveva riservato un istante di felicità perfetta.
Mi sentivo tanto felice che continuai la commedia fino al momento di dividerci.
Non ci saremmo visti mai piú.
Essa rifiutò la busta che portavo sempre nella mia tasca e non volle neppure un ricordo mio.
Bisognava cancellare dalla nostra nuova vita ogni traccia dei trascorsi passati.
Allora la baciai volentieri paternamente sulla fronte com'essa aveva voluto prima.
Poi, sulle scale, ebbi un'esitazione perché la cosa si faceva un poco troppo seria mentre se avessi saputo ch'essa la dimane sarebbe stata tuttavia a mia disposizione, il pensiero al futuro non mi sarebbe venuto cosí presto.
Essa, dal suo pianerottolo, mi guardava scendere ed io, un po' ridendo, le gridai:
- A domani!
Essa si ritrasse sorpresa e quasi spaventata e si allontanò dicendo:
- Mai piú!
Io mi sentii tuttavia sollevato di aver osato di dire la parola che poteva avviarmi ad un altro ultimo abbraccio quando l'avrei desiderato.
Privo di desiderii e privo d'impegni, passai tutta una bella giornata con mia moglie eppoi nell'ufficio di Guido.
Devo dire che la mancanza d'impegni m'avvicinava a mia moglie e a mia figlia.
Ero per loro qualche cosa piú del solito: non solo gentile, ma un vero padre che dispone e comanda serenamente, tutta la mente rivolta alla sua casa.
Andando a letto mi dissi in forma di proponimento:
- Tutte le giornate dovrebbero somigliare a questa.
Prima di addormentarsi, Augusta sentí il bisogno di confidarmi un grande segreto: essa lo aveva saputo dalla madre quel giorno stesso.
Alcuni giorni prima Ada aveva sorpreso Guido mentre abbracciava una loro domestica.
Ada aveva voluto fare la superba, ma poi la fantesca s'era fatta insolente e Ada l'aveva messa alla porta.
Il giorno prima erano stati ansiosi di sentire come Guido avrebbe presa la cosa.
Se si fosse lagnato, Ada avrebbe domandata la separazione.
Ma Guido aveva riso e protestato che Ada non aveva visto bene; però non aveva niente in contrario che, anche innocente, quella donna, per cui diceva di sentire una sincera antipatia, fosse stata allontanata di casa.
Pareva che ora le cose si fossero appianate.
A me importava di sapere se Ada avesse avute le traveggole quando aveva sorpreso il marito in quella posizione.
C'era ancora la possibilità di un dubbio? Perché bisognava ricordare che quando due s'abbracciano, hanno tutt'altra posizione che quando l'una netta le scarpe dell'altro.
Ero di ottimo umore.
Sentivo persino il bisogno di dimostrarmi giusto e sereno nel giudicare Guido.
Ada era certamente di carattere geloso e poteva avvenire ch'essa avesse viste diminuite le distanze e spostate le persone.
Con voce accorata Augusta mi disse ch'essa era sicura che Ada aveva visto bene e che ora per troppo affetto giudicava male.
Aggiunse:
- Essa avrebbe fatto ben meglio di sposare te!
Io, che mi sentivo sempre piú innocente, le regalai la frase:
- Sta a vedere se io avrei fatto un miglior affare sposando lei invece di te!
Poi, prima d'addormentarmi, mormorai:
- Una bella canaglia! Insudiciare cosí la propria casa!
Ero abbastanza sincero di rimproverargli esattamente quella parte della sua azione ch'io non avevo da rimproverare a me stesso.
La mattina appresso io mi levai col desiderio vivo che almeno quella prima giornata avesse a somigliare esattamente a quella precedente.
Era probabile che i proponimenti deliziosi del giorno prima non avrebbero impegnata Carla piú di me, ed io me ne sentivo del tutto libero.
Erano stati troppo belli per essere impegnativi.
Certo l'ansia di sapere quello che ne pensasse Carla mi faceva correre.
Il mio desiderio sarebbe stato di trovarla pronta per un altro proponimento.
La vita sarebbe corsa via, ricca bensí di godimenti, ma anche piú di sforzi per migliorarsi, ed ogni mio giorno sarebbe stato dedicato in gran parte al bene ed in piccolissima al rimorso.
L'ansia c'era, perché in tutto quell'anno per me tanto ricco di propositi, Carla non ne aveva avuto che uno: dimostrare di volermi bene.
L'aveva mantenuto e c'era una certa difficoltà d'inferirne se ora le sarebbe stato facile di tenere il nuovo proposito che rompeva il vecchio.
Carla non c'era a casa.
Fu una grande disillusione e mi morsi le dita dal dispiacere.
La vecchia mi fece entrare in cucina.
Mi raccontò che Carla sarebbe ritornata prima di sera.
Le aveva detto che avrebbe mangiato fuori e perciò su quel focolare non c'era neppure quel piccolo fuoco che vi ardeva di solito:
- Lei non lo sapeva? - mi domandò la vecchia facendo gli occhi grandi per la sorpresa.
Pensieroso e distratto, mormorai:
- Ieri lo sapevo.
Non ero però sicuro che la comunicazione di Carla valesse proprio per oggi.
Me ne andai dopo di aver salutato gentilmente.
Digrignavo i denti, ma di nascosto.
Ci voleva del tempo per darmi il coraggio di arrabbiarmi pubblicamente.
Entrai nel Giardino Pubblico e vi passeggiai per una mezz'ora per prendermi il tempo d'intendere meglio le cose.
Erano tanto chiare che non ci capivo piú niente.
Tutt'ad un tratto, senz'alcuna pietà, venivo costretto di tenere un proposito simile.
Stavo male, realmente male.
Zoppicavo e lottavo anche con una specie di affanno.
Io ne ho di quegli affanni: respiro benissimo, ma conto i singoli respiri, perché devo farli uno dopo l'altro di proposito.
Ho la sensazione che se non stessi attento, morrei soffocato.
A quell'ora avrei dovuto andare al mio ufficio o meglio a quello di Guido.
Ma non era possibile di allontanarmi cosí da quel posto.
Che cosa avrei fatto poi? Ben dissimile era questa dalla giornata precedente! Almeno avessi conosciuto l'indirizzo di quel maledetto maestro che a forza di cantare a mie spese m'aveva portata via la mia amante.
Finii col ritornare dalla vecchia.
Avrei trovata una parola da mandare a Carla per indurla a rivedermi.
Già il piú difficile era di averla al piú presto a tiro.
Il resto non avrebbe offerto delle grandi difficoltà.
Trovai la vecchia seduta accanto ad una finestra della cucina intenta a rammendare una calza.
Essa si levò gli occhiali e, quasi timorosa, mi mandò uno sguardo interrogatore.
Io esitai! Poi le domandai:
- Lei sa che Carla ha deciso di sposare il Lali?
A me pareva di raccontare tale nuova a me stesso.
Carla me l'aveva detta ben due volte, ma io il giorno prima vi avevo fatta poca attenzione.
Quelle parole di Carla avevano colpito l'orecchio e ben chiaramente perché ve le avevo ritrovate, ma erano scivolate via senza penetrare oltre.
Adesso appena arrivavano ai visceri che si contorcevano dal dolore.
La vecchia mi guardò anch'essa esitante.
Certamente aveva paura di commettere delle indiscrezioni che avrebbero potuto esserle rimproverate.
Poi scoppiò, tutta gioia evidente:
- Glielo ha detto Carla? Allora dovrebbe essere cosí! Io credo che farebbe bene! Che cosa gliene sembra a lei?
Ora rideva di gusto, la maledetta vecchia, che io avevo sempre creduto informata dei miei rapporti con Carla.
L'avrei picchiata volentieri, ma poi mi limitai a dire che prima avrei atteso che il maestro si facesse una posizione.
A me, insomma, pareva che la cosa fosse precipitata.
Nella sua gioia la signora divenne per la prima volta loquace con me.
Non era del mio parere.
Quando ci si sposava da giovani, si doveva fare la carriera dopo di essersi sposati.
Perché occorreva farla prima? Carla aveva cosí pochi bisogni.
La sua voce, ora, sarebbe costata meno, visto che nel marito avrebbe avuto il maestro.
Queste parole che potevano significare un rimprovero alla mia avarizia, mi diedero un'idea che mi parve magnifica e che per il momento mi sollevò.
Nel plico che portavo sempre nella mia tasca di petto, doveva esserci oramai un bell'importo.
Lo trassi di tasca, lo chiusi e lo consegnai alla vecchia perché lo desse a Carla.
Avevo forse anche il desiderio di pagare finalmente in modo decoroso la mia amante, ma il desiderio piú forte era di rivederla e riaverla.
Carla m'avrebbe rivisto tanto nel caso in cui avesse voluto restituirmi il denaro quanto in quello in cui le fosse stato comodo di tenerlo, perché allora avrebbe sentito il bisogno di ringraziarmi.
Respirai: tutto non era ancora finito per sempre!
Dissi alla vecchia che la busta conteneva poco denaro residuo di quello consegnatomi per loro dagli amici del povero Copler.
Poi, molto rasserenato, mandai a dire a Carla che io restavo il suo buon amico per tutta la vita e che, se essa avesse avuto bisogno di un appoggio, avrebbe potuto rivolgersi liberamente a me.
Cosí potei mandarle il mio indirizzo ch'era quello dell'ufficio di Guido.
Partii con un passo molto piú elastico di quello che m'aveva condotto colà.
Ma quel giorno ebbi un violento litigio con Augusta.
Si trattava di cosa da poco.
Io dicevo che la minestra era troppo salata ed essa pretendeva di no.
Ebbi un accesso folle d'ira perché mi sembrava ch'essa mi deridesse e trassi a me con violenza la tovaglia cosí che tutte le stoviglie dalla tavola volarono a terra.
La piccina ch'era in braccio della bambinaia si mise a strillare, ciò che mi mortificò grandemente perché la piccola bocca sembrava mi rimproverasse.
Augusta impallidí come sapeva impallidire lei, prese la fanciulla in braccio e uscí.
A me parve che anche il suo fosse un eccesso: mi avrebbe ora lasciato mangiare solo come un cane? Ma subito essa, senza la bambina, rientrò, riapparecchiò la tavola, sedette dinanzi al proprio piatto nel quale mosse il cucchiaio come se avesse voluto accingersi a mangiare.
Io, fra me e me, bestemmiavo, ma già sapevo d'essere stato un giocattolo in mano di forze sregolate della natura.
La natura che non trovava difficoltà nell'accumularle, ne trovava ancor meno nello scatenarle.
Le mie bestemmie andavano ora contro Carla che fingeva di agire solo a vantaggio di mia moglie.
Ecco come me l'aveva conciata!
Augusta, per un sistema cui rimase fedele fino ad oggi, quando mi vede in quelle condizioni, non protesta, non piange, non discute.
Quand'io mitemente mi misi a domandarle scusa, essa volle spiegare una cosa: non aveva riso, aveva soltanto sorriso nello stesso modo che m'era piaciuto tante volte e che tante volte avevo vantato.
Mi vergognai profondamente.
Supplicai che la bambina fosse portata subito con noi e quando l'ebbi fra le mie braccia, lungamente giuocai con lei.
Poi la feci sedere sulla mia testa e sotto la sua vesticciuola che mi copriva la faccia, asciugai i miei occhi che s'erano bagnati delle lacrime che Augusta non aveva sparse.
Giuocavo con la bambina, sapendo che cosí, senz'abbassarmi a fare delle scuse, mi riavvicinavo ad Augusta e infatti le sue guancie avevano già riacquistato il loro colore consueto.
Poi anche quella giornata finí molto bene e il pomeriggio somigliò a quello precedente.
Era proprio la stessa cosa come se alla mattina avessi trovata Carla al solito posto.
Non m'era mancato lo sfogo.
Avevo ripetutamente domandato scusa perché dovevo indurre Augusta di ritornare al suo sorriso materno quando dicevo o facevo delle bizzarrie.
Guai se avesse dovuto forzarsi ad avere in mia presenza un dato contegno o se avesse dovuto sopprimere anche uno dei soliti suoi sorrisi affettuosi che mi parevano il giudizio piú completo e benevolo che si potesse dare su me.
Alla sera riparlammo di Guido.
Pareva che la sua pace con Ada fosse completa.
Augusta si meravigliava della bontà di sua sorella.
Questa volta però toccava a me di sorridere perché era evidente ch'ella non ricordava la propria bontà che era enorme.
Le domandai:
- E se io insudiciassi la nostra casa, non mi perdoneresti? - Ella esitò:
- Noi abbiamo la nostra bambina, - esclamò - mentre Ada non ha dei figliuoli che la leghino a quell'uomo.
Ella non amava Guido; penso talvolta che gli tenesse rancore perché m'aveva fatto soffrire.
Pochi mesi dopo, Ada regalò a Guido due gemelli e Guido non comprese mai perché gli facessi delle congratulazioni tanto calorose.
Ecco che avendo dei figlioli, anche secondo il giudizio di Augusta, le serve di casa potevano essere sue senza pericolo per lui.
Alla mattina seguente, però, quando in ufficio trovai sul mio tavolo una busta al mio indirizzo scritto da Carla, respirai.
Ecco che niente era finito e che si poteva continuare a vivere munito di tutti gli elementi necessarii.
In brevi parole Carla mi dava un appuntamento per le undici della mattina al Giardino Pubblico, all'ingresso posto di faccia alla sua casa.
Ci saremmo trovati non nella sua stanza, ma tuttavia in un posto vicinissimo alla stessa.
Non seppi aspettare e arrivai all'appuntamento un quarto d'ora prima.
Se Carla non fosse stata al posto indicato, io mi sarei recato dritto dritto a casa sua, ciò che sarebbe stato ben piú comodo.
Anche quella era una giornata pregna della nuova primavera dolce e luminosa.
Quando abbandonai la rumorosa Corsia Stadion ed entrai nel giardino, mi trovai nel silenzio della campagna che non si può dire interrotto dal lieve, continuo stormire delle piante lambite dalla brezza.
Con passo celere m'avviavo ad uscire dal giardino quando Carla mi venne incontro.
Aveva in mano la mia busta e mi si avvicinava senza un sorriso di saluto, anzi con una rigida decisione sulla faccina pallida.
Portava un semplice vestito di tela dal tessuto grosso traversato da striscie azzurre, che le stava molto bene.
Pareva anch'essa una parte del giardino.
Piú tardi, nei momenti in cui piú la odiai, le attribuii l'intenzione di essersi vestita cosí per rendersi piú desiderabile nel momento stesso in cui mi si rifiutava.
Era invece il primo giorno di primavera che la vestiva.
Bisogna anche ricordare che nel mio lungo ma brusco amore, l'adornamento della mia donna aveva avuto piccolissima parte.
Io ero sempre andato direttamente a quella sua stanza da studio, e le donne modeste sono proprio molto semplici quando restano in casa.
Essa mi porse la mano ch'io strinsi dicendole:
- Ti ringrazio di essere venuta!
Come sarebbe stato piú decoroso per me se durante tutto quel colloquio io fossi rimasto cosí mite!
Carla pareva commossa e, quando parlava, una specie di convulso le faceva tremare le labbra.
Talvolta anche nel cantare quel movimento delle labbra le impediva la nota.
Mi disse:
- Vorrei compiacerti e accettare da te questo denaro, ma non posso, assolutamente non posso.
Te ne prego, riprendilo.
Vedendola vicina alle lacrime, subito la compiacqui prendendo la busta che mi ritrovai poi in mano, lungo tempo dopo di aver abbandonato quel luogo.
- Veramente non ne vuoi piú sapere di me?
Feci questa domanda non pensando ch'essa vi aveva risposto il giorno prima.
Ma era possibile che, desiderabile come la vedevo, essa si contendesse a me?
- Zeno! - rispose la fanciulla con qualche dolcezza, - non avevamo noi promesso che non ci saremmo rivisti mai piú? In seguito a quella nostra promessa ho assunti degl'impegni che somigliano a quelli che tu avevi già prima di conoscermi.
Sono altrettanto sacri dei tuoi.
Io spero che a quest'ora tua moglie si sarà accorta che sei tutto suo.
Nel suo pensiero continuava dunque ad avere importanza la bellezza di Ada.
Se io fossi stato sicuro che il suo abbandono era causato da lei, avrei avuto il modo di correre al riparo.
Le avrei fatto sapere che Ada non era mia moglie e le avrei fatto vedere Augusta col suo occhio sbilenco e la sua figura di balia sana.
Ma non erano oramai piú importanti gl'impegni presi da lei? Bisognava discutere quelli.
Cercai di parlare calmo mentre anche a me le labbra tremavano, ma dal desiderio.
Le raccontai che ancora ella non sapeva quanto mia essa fosse e come non avesse piú il diritto di disporre di sé.
Nella mia testa si moveva la prova scientifica di quanto volevo dire, cioè quel celebre esperimento di Darwin su una cavalla araba, ma, grazie al Cielo, sono quasi sicuro di non averne parlato.
Devo però aver parlato di bestie e della loro fedeltà fisica, in un balbettio senza senso.
Abbandonai poi gli argomenti piú difficili che non erano accessibili né a lei né a me in quel momento e dissi: - Quali impegni puoi avere presi? E quale importanza possono avere in confronto a un affetto come quello che ci legò per piú di un anno?
L'afferrai rudemente per la mano sentendo il bisogno di un atto energico, non trovando nessuna parola che sapesse supplirvi.
Essa si levò con tanta energia dalla mia stretta come se fosse stata la prima volta ch'io mi fossi permessa una cosa simile.
- Mai - disse con l'atteggiamento di chi giura - ho preso un impegno piú sacro! L'ho preso con un uomo che a sua volta ne assunse uno identico verso di me.
Non v'era dubbio! Il sangue che le colorí improvvisamente le guancie vi era spinto dal rancore per l'uomo che verso di lei non aveva assunto alcun impegno.
E si spiegò anche meglio:
- Ieri abbiamo camminato per le strade, uno a braccio dell'altra in compagnia di sua madre.
Era evidente che la mia donna correva via, sempre piú lontano da me.
Io le corsi dietro follemente, con certi salti simili a quelli di un cane cui venga conteso un saporito pezzo di carne.
Ripresi la sua mano con violenza:
- Ebbene, - proposi - camminiamo cosí, tenendoci per mano, traverso tutta la città.
In questa posizione insolita, per farci meglio osservare, passiamo la Corsia Stadion eppoi i volti di Chiozza e giú giú traverso il Corso fino a Sant'Andrea per ritornare alla camera nostra per tutt'altra parte, perché tutta la città ci veda.
Ecco che per la prima volta rinunziavo ad Augusta! E mi parve una liberazione perché era dessa che voleva togliermi Carla.
Essa si tolse di nuovo alla mia stretta e disse seccamente:
- Sarebbe circa la stessa via che abbiamo fatta noi ieri!
Saltai ancora:
- Ed egli sa, sa tutto? Sa che anche ieri fosti mia?
- Sí - essa disse con orgoglio.
- Egli sa tutto, tutto.
Mi sentivo perduto e nella mia rabbia, simile al cane che, quando non può piú raggiungere il boccone desiderato, addenta le vesti di chi glielo contende, dissi:
- Questo tuo sposo ha uno stomaco eccellente.
Oggi digerisce me e domani potrà digerire tutto ciò che vorrai.
Non sentivo l'esatto suono delle mie parole.
Sapevo di gridare dal dolore.
Essa ebbe invece un'espressione d'indignazione di cui non avrei creduto capace il suo occhio bruno e mite di gazzella:
- A me lo dici? E perché non hai il coraggio di dirlo a lui?
Mi volse le spalle e con passo celere s'avviò verso l'uscita.
Io già avevo rimorso delle parole dette, offuscato però dalla grande sorpresa che oramai mi fosse interdetto di trattare Carla con meno dolcezza.
Quella mi teneva inchiodato al posto.
La piccola figurina azzurra e bianca, con un passo breve e celere, raggiungeva già l'uscita, quando mi decisi di correrle dietro.
Non sapevo quello che le avrei detto, ma era impossibile che ci si separasse cosí.
La fermai al portone di casa sua e le dissi solo sinceramente il grande dolore di quel momento:
- Ci separeremo proprio cosí, dopo tanto amore?
Essa procedette oltre senza rispondermi ed io la seguii anche sulle scale.
Poi mi guardò con quel suo occhio nemico:
- Se lei vuol vedere il mio sposo, venga con me.
Non lo sente? È lui che suona il piano.
Sentii appena allora le note sincopate del «Saluto» dello Schubert ridotto dal Liszt.
Quantunque dalla mia infanzia io non abbia maneggiata né una sciabola né un bastone, io non sono un uomo pauroso.
Il grande desiderio che m'aveva commosso fino ad allora, era improvvisamente sparito.
Del maschio non restava in me che la combattività.
Avevo domandato imperiosamente una cosa che non mi competeva.
Per diminuire il mio errore adesso bisognava battersi, perché altrimenti il ricordo di quella donna che minacciava di farmi punire dal suo sposo, sarebbe stato atroce.
- Ebbene! - le dissi.
- Se lo permetti vengo con te.
Mi batteva il cuore non per paura, ma per il timore di non comportarmi bene.
Continuai a salire accanto a lei.
Ma improvvisamente essa si fermò, s'appoggiò al muro e si mise a piangere senza parole.
Lassú continuavano ad echeggiare le note del «Saluto» su quel pianoforte che io avevo pagato.
Il pianto di Carla rese quel suono molto commovente.
- Io farò quello che vuoi! Vuoi che me ne vada? - domandai.
- Sí, - disse essa appena capace di articolare quella breve parola.
- Addio! - le dissi.
- Giacché lo vuoi, addio per sempre!
Scesi lentamente le scale, fischiettando anch'io il «Saluto» di Schubert.
Non so se sia stata un'illusione, ma a me parve ch'essa mi chiamasse:
- Zeno!
In quel momento essa avrebbe potuto chiamarmi anche con quello strano nome di Dario ch'essa sentiva quale un vezzeggiativo e non mi sarei fermato.
Avevo un grande desiderio di andarmene e ritornavo anche una volta, puro, ad Augusta.
Anche il cane cui a forza di pedate si impedisce l'approccio alla femmina, corre via purissimo, per il momento.
Quando il giorno dopo fui ridotto nuovamente allo stato in cui m'ero trovato al momento d'avviarmi al Giardino Pubblico, mi parve semplicemente di essere stato un vigliacco: essa m'aveva chiamato sebbene non col nome dell'amore, ed io non avevo risposto! Fu il primo giorno di dolore cui seguirono molti altri di desolazione amara.
Non comprendendo piú perché mi fossi allontanato cosí, mi attribuivo la colpa di aver avuto paura di quell'uomo o paura dello scandalo.
Avrei ora nuovamente accettata qualunque compromissione, come quando avevo proposto a Carla quella lunga passeggiata traverso alla città.
Avevo perduto un momento favorevole e sapevo benissimo che certe donne ne hanno per una volta sola.
A me sarebbe bastata quella sola volta.
Decisi subito di scrivere a Carla.
Non m'era possibile di lasciar trascorrere neppure un solo giorno di piú senza fare un tentativo per riavvicinarmi a lei.
Scrissi e riscrissi quella lettera per mettere in quelle poche parole tutto l'accorgimento di cui ero capace.
La riscrissi tante volte anche perché lo scriverla era un grande conforto per me; era lo sfogo di cui abbisognavo.
Le domandavo perdono per l'ira che le avevo dimostrata, asserendo che il grande mio amore abbisognava di tempo per calmarsi.
Aggiungevo: «Ogni giorno che passa m'apporta un altro briciolo di calma» e scrissi questa frase tante volte sempre digrignando i denti.
Poi le dicevo che non sapevo perdonarmi le parole che le avevo dirette e sentivo il bisogno di domandarle scusa.
Io non potevo, purtroppo, offrirle quello che il Lali le offriva e di cui ella era tanto degna.
Io mi figuravo che la lettera avrebbe avuto un grande effetto.
Giacché il Lali sapeva tutto, Carla gliel'avrebbe fatta vedere e per il Lali avrebbe potuto esser vantaggioso di avere un amico della mia qualità.
Sognai persino che ci si sarebbe potuti avviare a una dolce vita a tre, perché il mio amore era tale che per il momento io avrei vista raddolcita la mia sorte se mi fosse stato permesso di fare anche solo la corte a Carla.
Il terzo giorno ricevetti da lei un breve biglietto.
Non vi venivo invocato affatto né come Zeno né come Dario.
Mi diceva soltanto: «Grazie! Sia anche lei felice con la consorte Sua, tanto degna di ogni bene!».
Parlava di Ada, naturalmente.
Il momento favorevole non aveva continuato e dalle donne non continua mai se non lo si ferma prendendole per le treccie.
Il mio desiderio si condensò in una bile furiosa.
Non contro Augusta! L'animo mio era tanto pieno di Carla che ne avevo rimorso e mi costringevo con Augusta ad un sorriso ebete, stereotipato, che a lei pareva autentico.
Ma dovevo fare qualche cosa.
Non potevo mica aspettare e soffrire cosí ogni giorno! Non volevo piú scriverle.
La carta scritta per le donne ha troppo poca importanza.
Bisognava trovare di meglio.
Senza un proposito esatto, m'avviai di corsa al Giardino Pubblico.
Poi, molto piú lentamente, alla casa di Carla e, giunto a quel pianerottolo, bussai alla porta della cucina.
Se ve n'era la possibilità, avrei evitato di vedere il Lali, ma non mi sarebbe dispiaciuto d'imbattermi in lui.
Sarebbe stata la crisi di cui sentivo di aver bisogno.
La vecchia signora, come al solito, era al focolare su cui ardevano due grandi fuochi.
Fu stupita al vedermi, ma poi rise da quella buona innocente ch'essa era.
Mi disse:
- Mi fa piacere di vederla! Era tanto abituata lei di vederci ogni giorno, che si capisce non le riesca di evitarci del tutto.
Mi fu facile di farla ciarlare.
Mi raccontò che gli amori di Carla con Vittorio erano grandi.
Quel giorno lui e la madre venivano a desinare da loro.
Aggiunse ridendo: - Presto egli finirà con l'indurla ad accompagnarlo persino alle tante lezioni di canto cui egli è obbligato ogni giorno.
Non sanno restar divisi neppure per brevi istanti.
Sorrideva di quella felicità, maternamente.
Mi raccontò che di lí a poche settimane si sarebbero sposati.
Avevo un cattivo sapore in bocca, e quasi mi sarei avviato alla porta per andarmene.
Poi mi trattenni sperando che la ciarla della vecchia avrebbe potuto suggerirmi qualche buona idea o darmi qualche speranza.
L'ultimo errore, ch'io avevo commesso con Carla, era stato proprio di correre via prima di avere studiato tutte le possibilità che potevano essermi offerte.
Per un istante credetti anche di avere la mia idea.
Domandai alla vecchia se proprio avesse deciso di fare da serva alla figlia fino alla propria morte.
Le dissi ch'io sapevo che Carla non era molto dolce con lei.
Essa continuò a lavorare assiduamente accanto al focolare, ma stava a sentirmi.
Fu di un candore ch'io non meritavo.
Si lagnò di Carla che perdeva la pazienza per cose da niente.
Si scusava:
- Certamente io divento ogni giorno piú vecchia e dimentico tutto.
Non ne ho colpa!
Ma sperava che adesso le cose sarebbero andate meglio.
I malumori di Carla sarebbero diminuiti, ora ch'era felice.
Eppoi Vittorio, da bel principio, s'era messo a dimostrarle un grande rispetto.
Infine, sempre intenta a foggiare certe forme con un intruglio di pasta e di frutta, aggiunse:
- È mio dovere di restare con mia figlia.
Non si può fare altrimenti.
Con una certa ansia tentai di convincerla.
Le dissi che poteva benissimo liberarsi da tanta schiavitú.
Non c'ero io? Avrei continuato a passarle il mensile che fino ad allora avevo concesso a Carla.
Io volevo oramai mantenere qualcuno! Volevo tenere con me la vecchia che mi pareva parte della figlia.
La vecchia mi manifestò la sua riconoscenza.
Ammirava la mia bontà, ma si mise a ridere all'idea che le si potesse proporre di lasciare la figlia.
Era una cosa che non si poteva pensare.
Ecco una dura parola che andò a battere contro la mia fronte che si curvò! Ritornavo a quella grande solitudine dove non c'era Carla e neppure visibile una via che conducesse a lei.
Ricordo che feci un ultimo sforzo per illudermi che quella via potesse rimanere almeno segnata.
Dissi alla vecchia, prima di andarmene, che poteva avvenire che di lí a qualche tempo essa fosse di altro umore.
La pregavo allora di voler ricordarsi di me.
Uscendo da quella casa ero pieno di sdegno e di rancore, proprio come se fossi stato maltrattato quando m'accingevo ad una buona azione.
Quella vecchia m'aveva proprio offeso con quel suo scoppio di riso.
Lo sentivo risonare ancora nelle orecchie e significava non mica solo l'irrisione alla mia ultima proposta.
Non volli andare da Augusta in quello stato.
Prevedevo il mio destino.
Se fossi andato da lei, avrei finito col maltrattarla ed essa si sarebbe vendicata con quel suo grande pallore che mi faceva tanto male.
Preferii di camminare le vie con un passo ritmico che avrebbe potuto avviare ad un poco d'ordine il mio animo.
E infatti l'ordine venne! Cessai di lagnarmi del mio destino e vidi me stesso come se una grande luce m'avesse proiettato intero sul selciato che guardavo.
Io non domandavo Carla, io volevo il suo abbraccio e preferibilmente il suo ultimo abbraccio.
Una cosa ridicola! Mi ficcai i denti nelle labbra per gettare il dolore, cioè un poco di serietà, sulla mia ridicola immagine.
Sapevo tutto di me stesso ed era imperdonabile che soffrissi tanto perché mi veniva offerta una opportunità unica di svezzamento.
Carla non c'era piú proprio come tante volte l'avevo desiderato.
Con tale chiarezza nell'animo, quando poco dopo, in una via eccentrica della città, cui ero pervenuto senz'alcun proposito, una donna imbellettata mi fece un cenno, io corsi senz'esitazione a lei.
Arrivai ben tardi a colazione, ma fui tanto dolce con Augusta ch'essa fu subito lieta.
Non fui però capace di baciare la bimba mia e per varie ore non seppi neppure mangiare.
Mi sentivo ben sudicio! Non finsi alcuna malattia come avevo fatto altre volte per celare e attenuare il delitto e il rimorso.
Non mi pareva di poter trovare conforto in un proposito per l'avvenire, e per la prima volta non ne feci affatto.
Occorsero molte ore per ritornare al ritmo solito che mi traeva dal fosco presente al luminoso avvenire.
Augusta s'accorse che c'era qualche cosa di nuovo in me.
Ne rise:
- Con te non ci si può mai annoiare.
Sei ogni giorno un uomo nuovo.
Sí! Quella donna del sobborgo non somigliava a nessun'altra e io l'avevo in me.
Passai anche il pomeriggio e la sera con Augusta.
Essa era occupatissima ed io le stavo accanto inerte.
Mi pareva di essere trasportato cosí, inerte, da una corrente, una corrente di acqua limpida: la vita onesta della mia casa.
M'abbandonavo a quella corrente che mi trasportava ma non mi nettava.
Tutt'altro! Rilevava la mia sozzura.
Naturalmente nella lunga notte che seguí arrivai al proposito.
Il primo fu il piú ferreo.
Mi sarei procurata un'arma per abbattermi subito quando mi fossi sorpreso avviato a quella parte della città.
Mi fece bene quel proposito e mi mitigò.
Non gemetti mai nel mio letto ed anzi simulai il respiro regolare del dormente.
Cosí ritornai all'antica idea di purificarmi con una confessione a mia moglie, proprio come quand'ero stato in procinto di tradirla con Carla.
Ma era oramai una confessione ben difficile e non per la gravità del misfatto, ma per la complicazione da cui era risultato.
Di fronte a un giudice quale era mia moglie, avrei pur dovuto accampare le circostanze attenuanti e queste sarebbero risultate solo se avessi potuto dire della violenza impensata con cui era stata spezzata la mia relazione con Carla.
Ma allora sarebbe occorso di confessare anche quel tradimento oramai antico.
Era piú puro di questo, ma (chissà?) per una moglie piú offensivo.
A forza di studiarmi arrivai a dei propositi sempre piú ragionevoli.
Pensai di evitare il ripetersi di un trascorso simile affrettandomi ad organizzare un'altra relazione quale quella che avevo perduta e di cui si vedeva avevo bisogno.
Ma anche la donna nuova mi spaventava.
Mille pericoli avrebbero insidiato me e la mia famigliuola.
A questo mondo un'altra Carla non c'era, e con lacrime amarissime la rimpiansi, lei, la dolce, la buona, che aveva persino tentato di amare la donna ch'io amavo e che non vi era riuscita solo perché io le avevo messa dinanzi un'altra donna e proprio quella che non amavo affatto!
7.
Un'associazione
Fu Guido che mi volle con lui nella sua nuova casa commerciale.
Io morivo dalla voglia di farne parte, ma son sicuro di non avergli mai lasciato indovinare tale mio desiderio.
Si capisce che, nella mia inerzia, la proposta di quell'attività in compagnia di un amico, mi fosse simpatica.
Ma c'era dell'altro ancora.
Io non avevo ancora abbandonata la speranza di poter divenire un buon negoziante e mi pareva piú facile di progredire insegnando a Guido, che facendomi insegnare dall'Olivi.
Tanti a questo mondo apprendono soltanto ascoltando se stessi o almeno non sanno apprendere ascoltando gli altri.
Per desiderare quell'associazione avevo anche altre ragioni.
Io volevo essere utile a Guido! Prima di tutto gli volevo bene e benché egli volesse sembrare forte e sicuro, a me pareva un inerme abbisognante di una protezione che io volentieri volevo accordargli.
Poi anche nella mia coscienza e non solo agli occhi di Augusta, mi pareva che piú m'attaccavo a Guido e piú chiara risultasse la mia assoluta indifferenza per Ada.
Insomma io non aspettavo che una parola di Guido per mettermi a sua disposizione, e questa parola non venne prima, solo perché egli non mi credeva tanto inclinato al commercio visto che non avevo voluto saperne di quello che mi veniva offerto in casa mia.
Un giorno mi disse:
- Io ho fatta tutta la Scuola Superiore di Commercio, ma pur mi dà un po' di pensiero di dover regolare sanamente tutti quei particolari che garantiscono il sano funzionamento di una casa commerciale.
Sta bene che il commerciante non ha bisogno di saper di nulla, perché se ha bisogno di una bilancia chiama il bilanciaio, se ha bisogno di legge invoca l'avvocato e per la propria contabilità si rivolge ad un contabile.
Ma è ben duro dover consegnare da bel principio la propria contabilità ad un estraneo!
Fu la sua prima allusione chiara al suo proposito di tenermi con lui.
Veramente io non avevo fatta altra pratica di contabilità che in quei pochi mesi in cui avevo tenuto il libro mastro per l'Olivi, ma ero certo d'essere il solo contabile che non fosse stato un estraneo per Guido.
Si parlò chiaramente per la prina volta dell'eventualità di una nostra associazione quand'egli andò a scegliere i mobili per il suo ufficio.
Ordinò senz'altro due scrivanie per la stanza della direzione.
Gli domandai arrossendo:
- Perché due?
Rispose:
- L'altra è per te.
Sentii per lui una tale riconoscenza che quasi l'avrei abbracciato.
Quando fummo usciti dalla bottega, Guido, un po' imbarazzato, mi spiegò che ancora non era al caso di offrirmi una posizione in casa sua.
Lasciava a mia disposizione quel posto nella sua stanza, solo per indurmi a venir a tenergli compagnia ogni qualvolta mi fosse piaciuto.
Non voleva obbligarmi a nulla ed anche lui restava libero.
Se il suo commercio fosse andato bene m'avrebbe concesso un posto nella direzione della sua casa.
Parlando del suo commercio, la bella faccia bruna di Guido si faceva molto seria.
Pareva ch'egli avesse già pensate tutte le operazioni a cui voleva dedicarsi.
Guardava lontano, al disopra della mia testa, ed io mi fidai tanto della serietà delle sue meditazioni, che mi volsi anch'io a guardare quello ch'egli vedeva, cioè quelle operazioni che dovevano portargli la fortuna.
Egli non voleva camminare né la via percorsa con tanto successo da nostro suocero né quella della modestia e della sicurezza battuta dall'Olivi.
Tutti costoro, per lui, erano dei commercianti all'antica.
Bisognava seguire tutt'altra via, ed egli volentieri si associava a me perché mi riteneva non ancora rovinato dai vecchi.
Tutto ciò mi parve vero.
Mi veniva regalato il mio primo successo commerciale ed arrossii dal piacere una seconda volta.
Fu cosí e per la gratitudine della stima ch'egli m'aveva dimostrato, ch'io lavorai con lui e per lui, ora piú ora meno intensamente, per ben due anni, senz'altro compenso che la gloria di quel posto nella stanza direttoriale.
Fino ad allora fu quello certamente il piú lungo periodo ch'io avessi dedicato ad una stessa occupazione.
Non posso vantarmene solo perché tale mia attività non diede alcun frutto né a me né a Guido ed in commercio - tutti lo sanno - non si può giudicare che dal risultato.
Io conservai la fiducia d'esser avviato ad un grande commercio per circa tre mesi, il tempo occorrente a fondare quella ditta.
Seppi che a me sarebbe toccato non solo di regolare dei particolari come la corrispondenza e la contabilità, ma anche di sorvegliare gli affari.
Guido conservò tuttavia un grande ascendente su di me, tanto che avrebbe potuto anche rovinarmi e solo la mia buona fortuna glielo impedí.
Bastava un suo cenno perché accorressi a lui.
Ciò desta la mia stupefazione ancora adesso che ne scrivo, dopo che ho avuto il tempo di pensarci per tanta parte della mia vita.
E scrivo ancora di questi due anni perché il mio attaccamento a lui mi sembra una chiara manifestazione della mia malattia.
Che ragione c'era di attaccarsi a lui per apprendere il grande commercio e subito dopo restare attaccato a lui per insegnargli quello piccolo? Che ragione c'era di sentirsi bene in quella posizione solo perché mi sembrava significasse una grande indifferenza per Ada la mia grande amicizia per Guido? Chi esigeva da me tutto questo? Non bastava a provare la nostra indifferenza reciproca l'esistenza di tutti quei marmocchi cui davamo assiduamente la vita? Io non volevo male a Guido, ma non sarebbe stato certamente l'amico che avrei liberamente prescelto.
Ne vidi sempre tanto chiaramente i difetti che il suo pensiero spesso mi irritava, quando non mi commoveva qualche suo atto di debolezza.
Per tanto tempo gli portai il sacrificio della mia libertà e mi lasciai trascinare da lui nelle posizioni piú odiose solo per assisterlo! Una vera e propria manifestazione di malattia o di grande bontà, due qualità che stanno in rapporto molto intimo fra di loro.
Ciò rimane vero se anche col tempo fra noi si sviluppò un grande affetto come succede sempre fra gente dabbene che si vede ogni giorno.
E fu un grande affetto il mio! Allorché egli scomparve, per lungo tempo sentii com'egli mi mancava ed anzi l'intera mia vita mi sembrò vuota poiché tanta parte ne era stata invasa da lui e dai suoi affari.
Mi viene da ridere al ricordare che subito, nel nostro primo affare, l'acquisto dei mobili, sbagliammo in certo qual modo un termine.
Ci eravamo accollati i mobili e non ci decidevamo ancora a stabilire l'ufficio.
Per la scelta dell'ufficio, fra me a Guido c'era una divergenza di opinione che la ritardò.
Da mio suocero e dall'Olivi io avevo sempre visto che per rendere possibile la sorveglianza del magazzino, l'ufficio vi era contiguo.
Guido protestava con una smorfia di disgusto:
- Quegli uffici triestini che puzzano di baccalà o di pellami! - Egli assicurava che avrebbe saputo organizzare la sorveglianza anche da lontano, ma intanto esitava.
Un bel giorno il venditore dei mobili gl'intimò di ritirarli perché altrimenti li avrebbe gettati sulla strada e allora lui corse a stabilire un ufficio, l'ultimo che gli era stato offerto, privo di un magazzino nelle vicinanze, ma proprio al centro della città.
È perciò che il magazzino non lo ebbimo mai piú.
L'ufficio si componeva di due vaste stanze bene illuminate e di uno stanzino privo di finestre.
Sulla porta di questo stanzino inabitabile fu appiccicato un bollettino con l'iscrizione in lettere lapidarie: Contabilità; poi, delle altre due porte l'una ebbe il bollettino: Cassa e l'altra fu addobbata dalla designazione tanto inglese di Privato.
Anche Guido aveva studiato il commercio in Inghilterra e ne aveva riportate delle nozioni utili.
La Cassa fu, come di dovere, fornita di una magnifica cassa di ferro e del cancello tradizionale.
La nostra stanza Privata divenne una camera di lusso splendidamente tappezzata in un colore bruno vellutato e fornita delle due scrivanie, di un sofà e di varie comodissime poltrone.
Poi venne l'acquisto dei libri e dei varii utensili.
Qui la mia parte di direttore fu indiscussa.
Io ordinavo e le cose arrivavano.
Invero avrei preferito di non essere seguito tanto prontamente, ma era mio dovere di dire tutte le cose che occorrevano in un ufficio.
Allora credetti di scoprire la grande differenza che c'era fra me e Guido.
Quanto sapevo io, mi serviva per parlare e a lui per agire.
Quand'egli arrivava a sapere quello che sapevo io e non piú, lui comperava.
È vero che talvolta in commercio fu ben deciso a non far nulla, cioè a non comperare né vendere, ma anche questa mi parve una risoluzione di persona che crede di saper molto.
Io sarei stato piú dubbioso anche nell'inerzia.
In quegli acquisti fui molto prudente.
Corsi dall'Olivi a prendere le misure per i copialettere e per i libri di contabilità.
Poi il giovine Olivi m'aiutò ad aprire i libri e mi spiegò anche una volta la contabilità a partita doppia, tutta roba non difficile, ma che si dimentica tanto facilmente.
Quando si sarebbe arrivati al bilancio, egli m'avrebbe spiegato anche quello.
Non sapevamo ancora quello che avremmo fatto in quell'ufficio (adesso so che neppure Guido allora lo sapeva) e si discuteva di tutta la nostra organizzazione.
Ricordo che per giorni si parlò dove avremmo messi gli altri impiegati se di essi avessimo avuto bisogno.
Guido suggeriva di metterne quanti potessero capirvi nella Cassa.
Ma il piccolo Luciano, l'unico nostro impiegato per il momento, dichiarava che là dove c'era la cassa, non potessero esserci altre persone fuori di quelle addette alla cassa stessa.
Era ben dura di dover accettare delle lezioni dal nostro galoppino! Io ebbi un'ispirazione:
- A me sembra di ricordare che in Inghilterra si paghi tutto con assegni.
Era una cosa che m'era stata detta a Trieste.
- Bravo! - disse Guido.
- Anch'io lo ricordo ora.
Curioso che l'avevo dimenticato!
Si mise a spiegare a Luciano in lungo e in largo come non si usasse piú di maneggiare tanto denaro.
Gli assegni giravano dall'uno all'altro in tutti gl'importi che si voleva.
Fu una bella vittoria la nostra, e Luciano tacque.
Costui ebbe un grande vantaggio da quanto apprese da Guido.
Il nostro galoppino è oggidí un commerciante di Trieste assai rispettato.
Egli mi saluta ancora con una certa umiltà attenuata da un sorriso.
Guido spendeva sempre una parte della giornata ad insegnare dapprima a Luciano, poi a me e quindi all'impiegata.
Ricordo ch'egli aveva accarezzato per lungo tempo l'idea di fare il commercio in commissione per non arrischiare il proprio denaro.
Spiegò l'essenza di tale commercio a me e, visto che evidentemente io capivo troppo presto, si mise a spiegarlo a Luciano che per molto tempo stette a sentirlo coi segni della piú viva attenzione, i grandi occhi lucenti nella faccia ancora imberbe.
Non si può dire che Guido abbia perduto il suo tempo, perché Luciano è il solo fra di noi che sia riuscito in quel genere di commercio.
Eppoi si dice che la scienza è quella che vince!
Intanto da Buenos Aires arrivarono i pesos.
Fu un affare serio! A me era parsa dapprima una cosa facile, ma invece il mercato di Trieste non era preparato a quella moneta esotica.
Ebbimo di nuovo bisogno del giovine Olivi che c'insegnò il modo di realizzare quegli assegni.
Poi, perché a un dato punto fummo lasciati soli, sembrando all'Olivi di averci condotti a buon porto, Guido si trovò per varii giorni con le tasche gonfie di corone, finché non trovammo la via ad una Banca che ci sbrigò dell'incomodo fardello consegnandoci un libretto assegni di cui presto apprendemmo a far uso.
Guido sentí il bisogno di dire all'Olivi che gli facilitava il cosidetto impianto:
- Le assicuro che non farò mai la concorrenza alla ditta del mio amico!
Ma il giovinotto che del commercio aveva un altro concetto, rispose:
- Magari ci fosse un maggior numero di contraenti nei nostri articoli.
Si starebbe meglio!
Guido restò a bocca aperta, comprese troppo bene come gli succedeva sempre e si attaccò a quella teoria che propinò a chi la volle.
Ad onta della sua Scuola Superiore, Guido aveva un concetto poco preciso del dare e dell'avere.
Stette a guardare con sorpresa come io costituii il Conto Capitale ed anche come registrai le spese.
Poi fu tanto dotto di contabilità che quando gli si proponeva un affare, lo analizzava prima di tutto dal punto di vista contabile.
Gli pareva addirittura che la conoscenza della contabilità conferisse al mondo un nuovo aspetto.
Egli vedeva nascere debitori e creditori dappertutto anche quando due si picchiavano o si baciavano.
Si può dire ch'egli entrò in commercio armato della massima prudenza.
Rifiutò una quantità di affari ed anzi per sei mesi li rifiutò tutti con l'aria tranquilla di chi sa meglio:
- No! - diceva, e il monosillabo pareva il risultato di un calcolo preciso anche quando si trattava di un articolo ch'egli non aveva mai visto.
Ma tutta quella riflessione era stata sprecata a vedere come l'affare eppoi il suo eventuale beneficio o la sua perdita avrebbe dovuto passare traverso ad una contabilità.
Era l'ultima cosa ch'egli avesse appreso e s'era sovrapposta a tutte le sue nozioni.
Mi duole di dover dire tanto male del mio povero amico, ma devo essere veritiero anche per intendere meglio me stesso.
Ricordo quanta intelligenza egli impiegò per ingombrare il nostro piccolo ufficio di fantasticherie che c'impedivano ogni sana operosità.
A un dato punto, per iniziare il lavoro in commissione, lanciammo per posta un migliaio di circolari.
Guido fece questa riflessione:
- Quanti francobolli risparmiati se prima di spedire queste circolari sapessimo quali di esse raggiungeranno le persone che le considereranno!
La frase sola non avrebbe impedito nulla, ma egli se ne compiacque troppo e cominciò a gettare per aria le circolari chiuse per spedire solo quelle che cadevano dalla parte dell'indirizzo.
L'esperimento ricordava qualche cosa di simile ch'io avevo fatto in passato, ma tuttavia a me sembra di non essere mai arrivato a tale punto.
Naturalmente io non raccolsi né spedii le circolari da lui eliminate, perché non potevo essere certo che non ci fosse stata realmente una seria ispirazione che lo avesse diretto in quell'eliminazione e dovessi perciò non sprecare i francobolli che toccava di pagare a lui.
La mia buona sorte m'impedí di venir rovinato da Guido, ma la stessa buona sorte m'impedí pure di prendere una parte troppo attiva nei suoi affari.
Lo dico ad alta voce perché altri a Trieste pensa che non sia stato cosí: durante il tempo che passai con lui, non intervenni mai con un'ispirazione qualunque, del genere di quelle della frutta secca.
Mai lo spinsi ad un affare e mai gliene impedii alcuno.
Ero l'ammonitore! Lo spingevo all'attività, all'oculatezza.
Ma non avrei osato di gettare sul tavolo da giuoco i suoi denari.
Accanto a lui io mi feci molto inerte.
Cercai di metterlo sulla retta via e forse non ci riuscii per troppa inerzia.
Del resto, quando due si trovano insieme, non spetta loro di decidere chi dei due deve essere Don Quijote e chi Sancio Panza.
Egli faceva l'affare ed io da buon Sancio lo seguivo lento lento nei miei libri dopo di averlo esaminato e criticato come dovevo.
Il commercio in commissione fiascheggiò completamente, ma senz'arrecarci alcun danno.
Il solo che c'inviò delle merci fu un cartolaio di Vienna, e una parte di quegli oggetti di cancelleria furono venduti da Luciano che pian pianino arrivò a sapere quanta commissione ci spettasse e se la fece concedere quasi tutta da Guido.
Guido finí con l'accondiscendere perché erano piccolezze, eppoi perché il primo affare liquidato cosí doveva portare fortuna.
Questo primo affare ci lasciò lo strascico nel camerino dei ripostigli di una quantità di oggetti di cancelleria che dovemmo pagare e tenere.
Ne avevamo per il consumo di molti anni di una casa commerciale ben piú attiva della nostra.
Per un paio di mesi quel piccolo ufficio luminoso, nel centro della città, fu per noi un ritrovo gradevole.
Vi si lavorava ben poco (io credo vi si abbiano conchiusi in tutto due affari in imballaggi usati vuoti per i quali nello stesso giorno s'incontrarono da noi la domanda e l'offerta e da cui ricavammo un piccolo utile) e vi si chiacchierava molto, da buoni ragazzi, anche con quell'innocente di Luciano, il quale, quando si parlava d'affari, s'agitava come altri della sua età quando sente dire di donne.
Allora m'era facile di divertirmi da innocente con gl'innocenti perché non avevo ancora perduta Carla.
E di quell'epoca ricordo con piacere la giornata intera.
La sera, a casa, avevo molte cose da raccontare ad Augusta e potevo dirle tutte quelle che si riferivano all'ufficio, senz'alcun'eccezione e senza dover aggiungervi qualche cosa per falsarle.
Non mi preoccupava affatto quando Augusta impensierita esclamava:
- Ma quando comincerete a guadagnare dei denari?
Denari? A quelli non ci avevamo ancora neppur pensato.
Noi sapevamo che prima bisognava fermarsi a guardare, studiare le merci, il paese e anche il nostro Hinterland.
Non s'improvvisava mica cosí una casa di commercio! E anche Augusta s'acquietava alle mie spiegazioni.
Poi nel nostro ufficio fu ammesso un ospite molto rumoroso.
Un cane da caccia di pochi mesi, agitato e invadente.
Guido lo amava molto e aveva organizzato per lui un approvvigionamento regolare di latte e di carne.
Quando non avevo da fare né da pensare, lo vedevo anch'io con piacere saltellare per l'ufficio in quei quattro o cinque atteggiamenti che noi sappiamo interpretare dal cane e che ce lo rendono tanto caro.
Ma non mi pareva fosse al suo posto con noi, cosí rumoroso e sudicio! Per me la presenza di quel cane nel nostro ufficio, fu la prima prova che Guido forní di non essere degno di dirigere una casa commerciale.
Ciò provava un'assenza assoluta di serietà.
Tentai di spiegargli che il cane non poteva promovere i nostri affari, ma non ebbi il coraggio di insistere ed egli con una risposta qualunque mi fece tacere.
Perciò mi parve di dover dedicarmi io all'educazione di quel mio collega e gli assestai con grande voluttà qualche calcio quando Guido non c'era.
Il cane guaiva e dapprima ritornava a me credendo io l'avessi urtato per errore.
Ma un secondo calcio gli spiegava meglio il primo ed allora egli si rincantucciava e finché Guido non arrivava nell'ufficio non v'era pace.
Mi pentii poi di aver imperversato su di un innocente, ma troppo tardi.
Colmai il cane di gentilezze, ma esso non si fidò piú di me ed in presenza di Guido diede chiaro segno della sua antipatia.
- Strano! - disse Guido.
- Fortuna che so chi tu sia, perché altrimenti diffiderei di te.
I cani di solito non sbagliano con le loro antipatie.
Per far dileguare i sospetti di Guido, quasi quasi gli avrei raccontato in quale modo io avevo saputo conquistarmi l'antipatia del cane.
Ebbi presto una scaramuccia con Guido su una questione che veramente non avrebbe dovuto importarmi tanto.
Occupatosi con tanta passione di contabilità, egli si mise in capo di mettere le sue spese di famiglia nel conto delle spese generali.
Dopo di essermi consultato con l'Olivi, io mi vi opposi e difesi gl'interessi del vecchio Cada.
Non era infatti possibile di mettere in quel conto tutto ciò che spendeva Guido, Ada eppoi anche quello che costarono i due gemelli quando nacquero.
Erano delle spese che incombevano personalmente a Guido e non alla ditta.
Poi, in compenso, suggerii di scrivere a Buenos Aires per accordarsi per un salario per Guido.
Il padre si rifiutò di concederlo osservando che Guido percepiva già il settantacinque per cento dei benefici mentre a lui non toccava che il residuo.
A me parve una risposta giusta mentre Guido si mise a scrivere delle lunghe lettere al padre per discutere la questione da un punto di vista superiore, come egli diceva.
Buenos Aires era molto lontana e cosí la corrispondenza durò finché durò la nostra casa.
Ma io vinsi il mio punto! Il conto spese generali rimase puro e non fu inquinato dalle spese particolari di Guido e il capitale fu compromesso intero dal crollo della casa, ma proprio intero senza deduzioni.
La quinta persona ammessa nel nostro ufficio (calcolando anche Argo) fu Carmen.
Io assistetti alla sua assunzione all'impiego.
Ero venuto all'ufficio dopo di essere stato da Carla e mi sentivo molto sereno, di quella serenità delle otto di mattina del principe di Taillerand.
Nell'oscuro corridoio vidi una signorina, e Luciano mi disse ch'essa voleva parlare con Guido in persona.
Io avevo qualche cosa da fare e la pregai di attendere là fuori.
Guido entrò poco dopo nella nostra stanza evidentemente senz'aver vista la signorina e Luciano venne a porgergli il biglietto di presentazione di cui la signorina era fornita.
Guido lo lesse eppoi:
- No! - disse seccamente levandosi la giubba perché faceva caldo.
Ma subito dopo ebbe un'esitazione:
- Bisognerà che le parli per riguardo a chi la raccomanda.
La fece entrare ed io la guardai soltanto quando vidi che Guido s'era gettato con un balzo sulla propria giubba per indossarla e s'era rivolto alla fanciulla con la bella faccia bruna arrossata e gli occhi scintillanti.
Ora io sono sicuro di aver viste delle fanciulle altrettanto belle di Carmen, ma non di una bellezza tanto aggressiva cioè tanto evidente alla prima occhiata.
Di solito le donne prima si creano per il proprio desiderio mentre questa non aveva il bisogno di tale prima fase.
Guardandola sorrisi e anche risi.
Mi pareva simile ad un industriale che corresse per il mondo gridando l'eccellenza dei suoi prodotti.
Si presentava per avere un impiego, ma io avrei avuto voglia d'intervenire nelle trattative per domandarle: - Quale impiego? Per un'alcova?
Io vidi che la sua faccia non era tinta, ma i colori ne erano tanto precisi, tanto azzurro il candore e tanto simile a quello delle frutta mature il rossore, che l'artificio vi era simulato alla perfezione.
I suoi grandi occhi bruni rifrangevano una tale quantità di luce che ogni loro movimento aveva una grande importanza.
Guido l'aveva fatta sedere ed essa modestamente guardava la punta del proprio ombrellino o piú probabilmente il proprio stivaletto verniciato.
Quand'egli le parlò, essa levò rapidamente gli occhi e glieli rivolse sulla faccia cosí luminosi, che il mio povero principale ne fu proprio abbattuto.
Era vestita modestamente, ma ciò non le giovava perché ogni modestia sul suo corpo s'annullava.
Solo gli stivaletti erano di lusso e ricordavano un po' la carta bianchissima che Velasquez metteva sotto ai piedi dei suoi modelli.
Anche Velasquez, per staccare Carmen dall'ambiente, l'avrebbe poggiata sul nero di lacca.
Nella mia serenità io stetti a sentire curiosamente, Guido le domandò se conoscesse la stenografia.
Essa confessò di non conoscerla affatto, ma aggiunse che aveva una grande pratica di scrivere sotto dettatura.
Curioso! Quella figura alta, slanciata e tanto armonica, produceva una voce roca.
Non seppi celare la mia sorpresa:
- È raffreddata? - le domandai.
- No! - mi rispose - Perché me lo domanda? - e fu tanto sorpresa che l'occhiata in cui m'avvolse fu anche piú intensa.
Non sapeva di avere una voce tanto stonata ed io dovetti supporre che anche il suo piccolo orecchio non fosse tanto perfetto come appariva.
Guido le domandò se conoscesse l'inglese, il francese o il tedesco.
Egli le lasciava la scelta visto che noi ancora non sapevamo di quale lingua avremmo avuto bisogno.
Carmen rispose che sapeva un po' di tedesco, ma pochissimo.
Guido non prendeva mai alcuna decisione senza ragionare:
- Noi non abbiamo bisogno del tedesco perché lo so molto bene io.
La signorina aspettava la parola decisiva che a me pareva fosse già stata detta e, per affrettarla, raccontò ch'essa nel nuovo impiego cercava anche la possibilità d'impratichirsi e che perciò si sarebbe contentata di un salario ben modesto.
Uno dei primi effetti della bellezza femminile su di un uomo è quello di levargli l'avarizia.
Guido si strinse nelle spalle per significare che di cose tanto insignificanti non si occupava, le stabilí il salario ch'essa riconoscente accettò e le raccomandò con grande serietà di studiare la stenografia.
Questa raccomandazione egli la fece solo per riguardo a me col quale s'era compromesso dichiarando che il primo impiegato ch'egli avrebbe assunto sarebbe stato uno stenografo perfetto.
Quella sera stessa raccontai del mio nuovo collega a mia moglie.
Essa ne fu oltremodo spiacente.
Senza ch'io gliel'avessi detto, essa pensò subito che Guido avesse assunta al suo servizio quella fanciulla per farsene un'amante.
Io discussi con lei e, pur ammettendo che Guido si comportava un poco da innamorato, asserii ch'egli avrebbe potuto riaversi da quel colpo di fulmine senza che vi fossero delle conseguenze.
La fanciulla, in complesso, pareva dabbene.
Pochi giorni dopo - non so se per caso - ebbimo in ufficio la visita di Ada.
Guido non c'era ancora ed essa si fermò con me per un istante per domandarmi a che ora sarebbe venuto.
Poi, con passo esitante, si recò nella stanza vicina ove in quel momento non c'erano che Carmen e Luciano.
Carmen stava esercitandosi alla macchina da scrivere, tutt'assorta a rintracciarvi le singole lettere.
Alzò i begli occhi per guardare Ada che la fissava.
Come erano differenti le due donne! Si somigliavano un poco, ma Carmen pareva un'Ada caricata.
Io pensai che veramente l'una che pur era vestita piú riccamente, fosse fatta per divenire una moglie o una madre mentre all'altra, ad onta che in quell'istante portasse un modesto grembiule per non insudiciare il suo vestito alla macchina, toccava la parte di amante.
Non so se a questo mondo vi sieno dei dotti che saprebbero dire perché il bellissimo occhio di Ada adunasse meno luce di quello di Carmen e fosse perciò un vero organo per guardare le cose e le persone e non per sbalordirle.
Cosí Carmen ne sopportò benissimo l'occhiata sdegnosa, ma anche curiosa; v'era dentro fors'anche un poco d'invidia, o ve la misi io?
Questa fu l'ultima volta in cui io vidi Ada ancora bella, proprio quale s'era rifiutata a me.
Poi venne la sua disastrosa gravidanza e i due gemelli ebbero bisogno dell'intervento del chirurgo per venire all'aria.
Subito dopo fu colpita da quella malattia che le tolse ogni bellezza.
Perciò io ricordo tanto bene quella visita.
Ma la ricordo anche perché in quel momento tutta la mia simpatia andò a lei dalla bellezza mite e modesta abbattuta da quella tanto differente dell'altra.
Io non amavo certo Carmen e non ne sapevo altro che i magnifici occhi, gli splendidi colori, poi la voce roca e infine il modo - di cui essa era innocente - come era stata ammessa lí dentro.
Volli invece proprio bene ad Ada in quel momento, ed è una cosa ben strana di voler bene ad una donna che si desiderò ardentemente, che non si ebbe e di cui ora non importa niente.
In complesso si arriva cosí alle stesse condizioni in cui ci si troverebbe qualora essa avesse aderito ai nostri desiderii, ed è sorprendente di poter constatare ancora una volta come certe cose per cui viviamo hanno una ben piccola importanza.
Volli abbreviarle il dolore e la precedetti all'altra stanza.
Guido, che subito dopo entrò, si fece molto rosso alla vista della moglie.
Ada gli disse una ragione plausibilissima per cui era venuta, ma subito dopo e in atto di lasciarci, gli domandò:
- Avete assunto in ufficio una nuova impiegata?
- Si! - disse Guido e, per celare la sua confusione, non trovò di meglio che d'interrompersi per domandare se qualcuno fosse venuto a cercarlo.
Poi, avuta la mia risposta negativa, ebbe ancora una smorfia di dispiacere come se avesse sperata una visita importante, mentre io sapevo che non aspettavamo proprio nessuno e appena allora disse ad Ada con un aspetto d'indifferenza che finalmente gli riuscí di assumere:
- Avevamo bisogno di uno stenografo!
Io mi divertii moltissimo all'udire ch'egli sbagliava anche il sesso della persona di cui aveva bisogno.
La venuta di Carmen apportò una grande vita nel nostro ufficio.
Non parlo della vivacità che veniva dai suoi occhi, dalla gentile sua figura e dai colori della sua faccia; parlo proprio di affari.
Guido ebbe una spinta al lavoro dalla presenza di quella fanciulla.
Prima di tutto volle dimostrare a me e a tutti gli altri che la nuova impiegata era necessaria, ed ogni giorno inventava dei nuovi lavori cui partecipava anche lui.
Poi, per lungo tempo, la sua attività fu un mezzo per corteggiare piú efficacemente la fanciulla.
Raggiunse un'efficacia inaudita.
Doveva insegnarle la forma della lettera ch'egli dettava e correggerle l'ortografia di molte moltissime parole.
Lo fece sempre dolcemente.
Qualunque compenso da parte della fanciulla non sarebbe stato eccessivo.
Pochi degli affari inventati da lui in amore gli diedero un frutto.
Una volta lavorò lungamente intorno ad un affare in un articolo che risultò essere proibito.
Ci trovammo ad un certo punto di fronte ad un uomo dalla faccia contratta dal dolore sui cui calli noi, senza saperlo, eravamo montati.
Voleva sapere quest'uomo che cosa c'entrassimo noi in quell'articolo e supponeva fossimo stati mandatarii di potenti concorrenti esteri.
La prima volta era sconvolto e temeva il peggio.
Quando indovinò la nostra ingenuità, ci rise in faccia e ci assicurò che non saremmo riusciti a nulla.
Finí ch'ebbe ragione, ma prima che ci acconciassimo alla condanna durò non poco tempo e da Carmen furono scritte non poche lettere.
Trovammo che l'articolo era irraggiungibile perché circondato da trincee.
Io non dissi nulla di tale affare ad Augusta, ma essa ne parlò a me perché Guido ne aveva parlato ad Ada per dimostrarle quanto da fare avesse il nostro stenografo.
Ma l'affare che non fu fatto, rimase molto importante per Guido.
Ne parlò ogni giorno.
Era convinto che in nessun'altra città del mondo sarebbe avvenuta una cosa simile.
Il nostro ambiente commerciale era miserabile ed ogni commerciante intraprendente vi veniva strangolato.
Cosí toccava anche a lui
Nella folle, disordinata sequela di affari che in quell'epoca passò per le nostre mani, ve ne fu uno che addirittura ce le bruciò.
Non lo cercammo noi; fu l'affare che ci assaltò.
Vi fummo cacciati dentro da un dalmata, certo Tacich, il cui padre aveva lavorato all'Argentina col padre di Guido.
Venne dapprima a trovarci solo per avere da noi delle informazioni commerciali che noi seppimo procurargli.
Il Tacich era un bellissimo giovine, anzi troppo bello.
Alto, forte, aveva una faccia olivastra in cui si fondevano in un'intonazione deliziosa l'azzurro fosco degli occhi, le lunghe sopracciglia e i brevi folti mustacchi bruni dai riflessi aurei.
Insomma v'era in lui un tale intonato studio di colore che a me parve l'uomo nato per accompagnarsi a Carmen.
Anche a lui parve cosí e venne a trovarci ogni giorno.
La conversazione nel nostro ufficio durava ogni giorno per delle ore, ma non fu mai noiosa.
I due uomini lottavano per conquistare la donna e, come tutti gli animali in amore, sfoggiavano le l