LA COSCIENZA DI ZENO, di Italo Svevo - pagina 4
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Compassionavo me stesso, per dover sopportare una compagnia simile! È vero che neppure in libertà io so scegliere le compagnie che meglio mi si confacciano perché di solito sono esse che scelgono me, come fece mia moglie.
Pregai Giovanna di svagarmi e poiché dichiarò di non sapermi dir nulla che valesse la mia attenzione, la pregai di raccontarmi della sua famiglia, aggiungendo che quasi tutti a questo mondo ne avevano almeno una.
Essa allora obbedí e incominciò col raccontarmi che aveva dovuto mettere le sue due figliuole all'Istituto dei Poveri.
Io cominciavo ad ascoltare volentieri il suo racconto perché quei diciotto mesi di gravidanza sbrigati cosí, mi facevano ridere.
Ma essa aveva un'indole troppo polemica ed io non seppi ascoltarla quando dapprima volle provarmi ch'essa non avrebbe potuto fare altrimenti data l'esiguità del suo salario e che il dottore aveva avuto torto quando pochi giorni prima aveva dichiarato che due corone al giorno bastavano dacché l'Istituto dei Poveri manteneva tutta la sua famiglia.
Urlava:
- E il resto? Quando sono state provviste del cibo e dei vestiti, non hanno mica avuto tutto quello che occorre! - E giú una filza di cose che doveva procurare alle sue figliole e che io non ricordo piú, visto che per proteggere il mio udito dalla sua voce stridula, rivolgevo di proposito il mio pensiero ad altra cosa.
Ma ne ero tuttavia ferito e mi parve di aver diritto ad un compenso:
- Non si potrebbe avere una sigaretta, una sola? Io la pagherei dieci corone, ma domani, perché con me non ho neppur un soldo.
Giovanna fu enormemente spaventata della mia proposta.
Si mise ad urlare; voleva chiamare subito l'infermiere e si levò dal suo posto per uscire.
Per farla tacere desistetti subito dal mio proposito e, a caso, tanto per dire qualche cosa e darmi un contegno, domandai:
- Ma in questa prigione ci sarà almeno qualche cosa da bere?
Giovanna fu pronta nella risposta e, con mia meraviglia in un vero tono di conversazione, senz'urlare:
- Anzi! Il dottore, prima di uscire mi ha consegnata questa bottiglia di cognac.
Ecco la bottiglia ancora chiusa.
Guardi, è intatta.
Mi trovavo in condizione tale che non vedevo per me altra via d'uscita che l'ubriachezza.
Ecco dove m'aveva condotto la fiducia in mia moglie!
In quel momento a me pareva che il vizio del fumo non valesse lo sforzo cui m'ero lasciato indurre.
Ora non fumavo già da mezz'ora e non ci pensavo affatto, occupato com'ero dal pensiero di mia moglie e del dottor Muli.
Ero dunque guarito del tutto, ma irrimediabilmente ridicolo!
Stappai la bottiglia e mi versai un bicchierino del liquido giallo.
Giovanna stava a guardarmi a bocca aperta, ma io esitai di offrirgliene.
- Potrò averne dell'altro quando avrò vuotata questa bottiglia?
Giovanna sempre nel piú gradevole tono di conversazione mi rassicurò: - Tanto quanto ne vorrà! Per soddisfare un suo desiderio la signora che dirige la dispensa dovrebbe levarsi magari a mezzanotte!
Io non soffersi mai d'avarizia e Giovanna ebbe subito il suo bicchierino colmo all'orlo.
Non aveva finito di dire un grazie che già l'aveva vuotato e subito diresse gli occhi vivaci alla bottiglia.
Fu perciò lei stessa che mi diede l'idea di ubriacarla.
Ma non fu mica facile!
Non saprei ripetere esattamente quello ch'essa mi disse, dopo aver ingoiati varii bicchierini, nel suo puro dialetto triestino, ma ebbi tutta l'impressione di trovarmi da canto una persona che, se non fossi stato stornato dalle mie preoccupazioni, avrei potuto stare a sentire con diletto.
Prima di tutto mi confidò ch'era proprio cosí che a lei piaceva di lavorare.
A tutti a questo mondo sarebbe spettato il diritto di passare ogni giorno un paio d'ore su una poltrona tanto comoda, in faccia ad una bottiglia di liquore buono, di quello che non fa male.
Tentai di conversare anch'io.
Le domandai se, quand'era vivo suo marito, il lavoro per lei fosse stato organizzato proprio a quel modo.
Essa si mise a ridere.
Da vivo suo marito l'aveva piú picchiata che baciata e, in confronto a quello ch'essa aveva dovuto lavorare per lui, ora tutto avrebbe potuto sembrarle un riposo anche prima ch'io a quella casa arrivassi con la mia cura.
Poi Giovanna si fece pensierosa e mi domandò se credevo che i morti vedessero quello che facevano i vivi.
Annuii brevemente.
Ma essa volle sapere se i morti, quando arrivavano al di là, risapevano tutto quello che quaggiú era avvenuto quand'essi erano stati ancora vivi.
Per un momento la domanda valse proprio a distrarmi.
Era stata poi mossa con una voce sempre piú soave perché, per non farsi sentire dai morti, Giovanna l'aveva abbassata.
- Voi, dunque - le dissi - avete tradito vostro marito.
Essa mi pregò di non gridare eppoi confessò di averlo tradito, ma soltanto nei primi mesi del loro matrimonio.
Poi s'era abituata alle busse e aveva amato il suo uomo.
Per conservare viva la conversazione domandai:
- È dunque la prima delle vostre figliuole che deve la vita a quell'altro?
Sempre a bassa voce essa ammise di crederlo anche in seguito a certe somiglianze.
Le doleva molto di aver tradito il marito.
Lo diceva, ma sempre ridendo perché son cose di cui si ride anche quando dolgono.
Ma solo dacché era morto, perché prima, visto che non sapeva, la cosa non poteva aver avuto importanza.
Spintovi da una certa simpatia fraterna, tentai di lenire il suo dolore e le dissi ch'io credevo che i morti sapessero tutto, ma che di certe cose s'infischiassero.
- Solo i vivi ne soffrono! - esclamai battendo sul tavolo il pugno.
Ne ebbi una contusione alla mano e non c'è di meglio di un dolore fisico per destare delle idee nuove.
Intravvidi la possibilità che intanto ch'io mi cruciavo al pensiero che mia moglie approfittasse della mia reclusione per tradirmi, forse il dottore si trovasse tuttavia nella casa di salute, nel quale caso io avrei potuto riavere la mia tranquillità.
Pregai Giovanna di andar a vedere, dicendole che sentivo il bisogno di dire qualche cosa al dottore e promettendole in premio l'intera bottiglia.
Essa protestò che non amava di bere tanto, ma subito mi compiacque e la sentii arrampicarsi traballando sulla scala di legno fino al secondo piano per uscire dalla nostra clausura.
Poi ridiscese, ma scivolò facendo un grande rumore e gridando.
- Che il diavolo ti porti! - mormorai io fervidamente.
Se essa si fosse rotto l'osso del collo la mia posizione sarebbe stata semplificata di molto.
Invece arrivò a me sorridendo perché si trovava in quello stato in cui i dolori non dolgono troppo.
Mi raccontò di aver parlato con l'infermiere che andava a coricarsi, ma restava a sua disposizione a letto, per il caso in cui fossi divenuto cattivo.
Sollevò la mano e con l'indice teso accompagnò quelle parole da un atto di minaccia attenuato da un sorriso.
Poi, piú seccamente, aggiunse che il dottore non era rientrato dacché era uscito con mia moglie.
Proprio da allora! Anzi per qualche ora l'infermiere aveva sperato che fosse ritornato perché un malato avrebbe avuto bisogno di esser visto da lui.
Ora non lo sperava piú.
Io la guardai indagando se il sorriso che contraeva la sua faccia fosse stereotipato o se fosse nuovo del tutto e originato dal fatto che il dottore si trovava con mia moglie anziché con me, ch'ero il suo paziente.
Mi colse un'ira da farmi girare la testa.
Devo confessare che, come sempre, nel mio animo lottavano due persone di cui l'una, la piú ragionevole, mi diceva: «Imbecille! Perché pensi che tua moglie ti tradisca? Essa non avrebbe il bisogno di rinchiuderti per averne l'opportunità.
» L'altra ed era certamente quella che voleva fumare, mi dava pur essa dell'imbecille, ma per gridare: «Non ricordi la comodità che proviene dall'assenza del marito? Col dottore che ora è pagato da te!».
Giovanna, sempre bevendo, disse: - Ho dimenticato di chiudere la porta del secondo piano.
Ma non voglio far piú quei due piani.
Già lassú c'è sempre della gente e lei farebbe una bella figura se tentasse di scappare.
- Già! - feci io con quel minimo d'ipocrisia che occorreva oramai per ingannare la poverina.
Poi inghiottii anch'io del cognac e dichiarai che ormai che avevo tanto di quel liquore a mia disposizione, delle sigarette non m'importava piú niente.
Essa subito mi credette e allora le raccontai che non ero veramente io che volevo svezzarmi dal fumo.
Mia moglie lo voleva.
Bisognava sapere che quando io arrivavo a fumare una decina di sigarette diventavo terribile.
Qualunque donna allora mi fosse stata a tiro si trovava in pericolo.
Giovanna si mise a ridere rumorosamente abbandonandosi sulla sedia:
- Ed è vostra moglie che v'impedisce di fumare le dieci sigarette che occorrono?
- Era proprio cosí! Almeno a me essa lo impediva.
Non era mica sciocca Giovanna, quand'aveva tanto cognac in corpo.
Fu colta da un impeto di riso che quasi la faceva cadere dalla sedia, ma quando il fiato glielo permetteva, con parole spezzate, dipinse un magnifico quadretto suggeritole dalla mia malattia: - Dieci sigarette...
mezz'ora...
si punta la sveglia...
eppoi...
La corressi:
- Per dieci sigarette io abbisogno di un'ora circa.
Poi per aspettarne il pieno effetto occorre un'altra ora circa, dieci minuti di piú, dieci di meno...
Improvvisamente Giovanna si fece seria e si levò senza grande fatica dalla sua sedia.
Disse che sarebbe andata a coricarsi perché si sentiva un po' di male alla testa.
L'invitai di prendere la bottiglia con sé, perché io ne avevo abbastanza di quel liquore.
Ipocritamente dissi che il giorno seguente volevo che mi si procurasse del buon vino.
Ma al vino essa non pensava.
Prima di uscire con la bottiglia sotto il braccio mi squadrò con un'occhiataccia che mi fece spavento.
Aveva lasciata la porta aperta e dopo qualche istante cadde nel mezzo della stanza un pacchetto che subito raccolsi: conteneva undici sigarette di numero.
Per essere sicura, la povera Giovanna aveva voluto abbondare.
Sigarette ordinarie, ungheresi.
Ma la prima che accesi fu buonissima.
Mi sentii grandemente sollevato.
Dapprima pensai che mi compiacevo di averla fatta a quella casa ch'era buonissima per rinchiudervi dei bambini, ma non me.
Poi scopersi che l'avevo fatta anche a mia moglie e mi pareva di averla ripagata di pari moneta.
Perché, altrimenti, la mia gelosia si sarebbe tramutata in una curiosità tanto sopportabile? Restai tranquillo a quel posto fumando quelle sigarette nauseanti.
Dopo una mezz'ora circa ricordai che bisognava fuggire da quella casa ove Giovanna aspettava il suo compenso.
Mi levai le scarpe e uscii sul corridoio.
La porta della stanza di Giovanna era socchiusa e, a giudicare dalla sua respirazione rumorosa e regolare, a me parve ch'essa dormisse.
Salii con tutta prudenza fino al secondo piano ove dietro di quella porta - l'orgoglio del dottor Muli, - infilai le scarpe.
Uscii su un pianerottolo e mi misi a scendere le scale, lentamente per non destar sospetto.
Ero arrivato al pianerottolo del primo piano, quando una signorina vestita con qualche eleganza da infermiera, mi seguí per domandarmi cortesemente:
- Lei cerca qualcuno?
Era bellina e a me non sarebbe dispiaciuto di finire accanto a lei le dieci sigarette.
Le sorrisi un po' aggressivo:
- Il dottor Muli non è in casa?
Essa fece tanto d'occhi:
- A quest'ora non è mai qui.
- Non saprebbe dirmi dove potrei trovarlo ora? Ho a casa un malato che avrebbe bisogno di lui.
Cortesemente mi diede l'indirizzo del dottore ed io lo ripetei piú volte per farle credere che volessi ricordarlo.
Non mi sarei mica tanto affrettato di andar via, ma essa, seccata, mi volse le spalle.
Venivo addirittura buttato fuori della mia prigione.
Da basso una donna fu pronta ad aprirmi la porta.
Non avevo un soldo con me e mormorai:
- La mancia gliela darò un'altra volta.
Non si può mai conoscere il futuro.
Da me le cose si ripetono: non era escluso ch'io fossi ripassato per di là.
La notte era chiara e calda.
Mi levai il cappello per sentir meglio la brezza della libertà.
Guardai le stelle con ammirazione come se le avessi conquistate da poco.
Il giorno seguente, lontano dalla casa di salute, avrei cessato di fumare.
Intanto in un caffè ancora aperto mi procurai delle buone sigarette perché non sarebbe stato possibile di chiudere la mia carriera di fumatore con una di quelle sigarette della povera Giovanna.
Il cameriere che me le diede mi conosceva e me le lasciò a fido.
Giunto alla mia villa suonai furiosamente il campanello.
Dapprima venne alla finestra la fantesca eppoi, dopo un tempo non tanto breve, mia moglie.
Io l'attesi pensando con perfetta freddezza: - Sembrerebbe che ci sia il dottor Muli.
- Ma, avendomi riconosciuto, mia moglie fece echeggiare nella strada deserta il suo riso tanto sincero che sarebbe bastato a cancellare ogni dubbio.
In casa m'attardai per fare qualche atto d'inquisitore.
Mia moglie cui promisi di raccontare il giorno appresso le mie avventure ch'essa credeva di conoscere, mi domandò:
- Ma perché non ti corichi?
Per scusarmi dissi:
- Mi pare che tu abbia approfittato della mia assenza per cambiar di posto a quell'armadio.
È vero ch'io credo che le cose, in casa, sieno sempre spostate ed è anche vero che mia moglie molto spesso le sposta, ma in quel momento io guardavo ogni cantuccio per vedere se vi era nascosto il piccolo, elegante corpo del dottor Muli.
Da mia moglie ebbi una buona notizia.
Ritornando dalla casa di salute s'era imbattuta nel figlio dell'Olivi che le aveva raccontato che il vecchio stava molto meglio dopo di aver presa una medicina prescrittagli da un suo nuovo medico.
Addormentandomi pensai di aver fatto bene di lasciare la casa di salute poiché avevo tutto il tempo per curarmi lentamente.
Anche mio figlio che dormiva nella stanza vicina non s'apprestava certamente ancora a giudicarmi o ad imitarmi.
Assolutamente non v'era fretta.
4.
Morte del padre
Il dottore è partito ed io davvero non so se la biografia di mio padre occorra.
Se descrivessi troppo minuziosamente mio padre, potrebbe risultare che per avere la mia guarigione sarebbe stato necessario di analizzare lui dapprima e si arriverebbe cosí ad una rinunzia.
Procedo con coraggio perché so che se mio padre avesse avuto bisogno della stessa cura, ciò sarebbe stato per tutt'altra malattia della mia.
Ad ogni modo, per non perdere tempo, dirò di lui solo quanto possa giovare a ravvivare il ricordo di me stesso.
«15.
4.
1890 ore 4 1/2.
Muore mio padre.
U.S.».
Per chi non lo sapesse quelle due ultime lettere non significano United States, ma ultima sigaretta.
È l'annotazione che trovo su un volume di filosofia positiva dell'Ostwald sul quale pieno di speranza passai varie ore e che mai intesi.
Nessuno lo crederebbe, ma ad onta di quella forma, quell'annotazione registra l'avvenimento piú importante della mia vita.
Mia madre era morta quand'io non avevo ancora quindici anni.
Feci delle poesie per onorarla ciò che mai equivale a piangere e, nel dolore, fui sempre accompagnato dal sentimento che da quel momento doveva iniziarsi per me una vita seria e di lavoro.
Il dolore stesso accennava ad una vita piú intensa.
Poi un sentimento religioso tuttavia vivo attenuò e addolcí la grave sciagura.
Mia madre continuava a vivere sebbene distante da me e poteva anche compiacersi dei successi cui andavo preparandomi.
Una bella comodità! Ricordo esattamente il mio stato di allora.
Per la morte di mia madre e la salutare emozione ch'essa m'aveva procurata, tutto da me doveva migliorarsi.
Invece la morte di mio padre fu una vera, grande catastrofe.
Il paradiso non esisteva piú ed io poi, a trent'anni, ero un uomo finito.
Anch'io! M'accorsi per la prima volta che la parte piú importante e decisiva della mia vita giaceva dietro di me, irrimediabilmente.
Il mio dolore non era solo egoistico come potrebbe sembrare da queste parole.
Tutt'altro! Io piangevo lui e me, e me solo perché era morto lui.
Fino ad allora io ero passato di sigaretta in sigaretta e da una facoltà universitaria all'altra, con una fiducia indistruttibile nelle mie capacità.
Ma io credo che quella fiducia che rendeva tanto dolce la vita, sarebbe continuata magari fino ad oggi, se mio padre non fosse morto.
Lui morto non c'era piú una dimane ove collocare il proposito.
Tante volte, quando ci penso, resto stupito della stranezza per cui questa disperazione di me e del mio avvenire si sia prodotta alla morte di mio padre e non prima.
Sono in complesso cose recenti e per ricordare il mio enorme dolore e ogni particolare della sventura non ho certo bisogno di sognare come vogliono i signori dell'analisi.
Ricordo tutto, ma non intendo niente.
Fino alla sua morte io non vissi per mio padre.
Non feci alcuno sforzo per avvicinarmi a lui e, quando si poté farlo senz'offenderlo, lo evitai.
All'Università tutti lo conoscevano col nomignolo ch'io gli diedi di vecchio Silva manda denari.
Ci volle la malattia per legarmi a lui; la malattia che fu subito la morte, perché brevissima e perché il medico lo diede subito per spacciato.
Quand'ero a Trieste ci vedevamo sí e no per un'oretta al giorno, al massimo.
Mai non fummo tanto e sí a lungo insieme, come nel mio pianto.
Magari l'avessi assistito meglio e pianto meno! Sarei stato meno malato.
Era difficile di trovarsi insieme anche perché fra me e lui, intellettualmente non c'era nulla di comune.
Guardandoci, avevamo ambedue lo stesso sorriso di compatimento, reso in lui piú acido da una viva paterna ansietà per il mio avvenire; in me, invece, tutto indulgenza, sicuro com'ero che le sue debolezze oramai erano prive di conseguenze, tant'è vero ch'io le attribuivo in parte all'età.
Egli fu il primo a diffidare della mia energia e, - a me sembra, - troppo presto.
Epperò io sospetto, che, pur senza l'appoggio di una convinzione scientifica, egli diffidasse di me anche perché ero stato fatto da lui, ciò che serviva - e qui con fede scientifica sicura - ad aumentare la mia diffidenza per lui.
Egli godeva però della fama di commerciante abile, ma io sapevo che i suoi affari da lunghi anni erano diretti dall'Olivi.
Nell'incapacità al commercio v'era una somiglianza fra di noi, ma non ve ne erano altre; posso dire che, fra noi due, io rappresentavo la forza e lui la debolezza.
Già quello che ho registrato in questi fascicoli prova che in me c'è e c'è sempre stato - forse la mia massima sventura - un impetuoso conato al meglio.
Tutti i miei sogni di equilibrio e di forza non possono essere definiti altrimenti.
Mio padre non conosceva nulla di tutto ciò.
Egli viveva perfettamente d'accordo sul modo come l'avevano fatto ed io devo ritenere ch'egli mai abbia compiuti degli sforzi per migliorarsi.
Fumava il giorno intero e, dopo la morte di mamma, quando non dormiva, anche di notte.
Beveva anche discretamente; da gentleman, di sera, a cena, tanto da essere sicuro di trovare il sonno pronto non appena posata la testa sul guanciale.
Ma, secondo lui, il fumo e l'alcool erano dei buoni medicinali.
In quanto concerne le donne, dai parenti appresi che mia madre aveva avuto qualche motivo di gelosia.
Anzi pare che la mite donna abbia dovuto intervenire talvolta violentemente per tenere a freno il marito.
Egli si lasciava guidare da lei che amava e rispettava, ma pare ch'essa non sia mai riuscita ad avere da lui la confessione di alcun tradimento, per cui morí nella fede di essersi sbagliata.
Eppure i buoni parenti raccontano ch'essa ha trovato il marito quasi in flagrante dalla propria sarta.
Egli si scusò con un accesso di distrazione e con tanta costanza che fu creduto.
Non vi fu altra conseguenza che quella che mia madre non andò piú da quella sarta e mio padre neppure.
Io credo che nei suoi panni io avrei finito col confessare, ma che poi non avrei saputo abbandonare la sarta, visto ch'io metto le radici dove mi soffermo.
Mio padre sapeva difendere la sua quiete da vero pater familias.
L'aveva questa quiete nella sua casa e nell'animo suo.
Non leggeva che dei libri insulsi e morali.
Non mica per ipocrisia, ma per la piú sincera convinzione: penso ch'egli sentisse vivamente la verità di quelle prediche morali e che la sua coscienza fosse quietata dalla sua adesione sincera alla virtú.
Adesso che invecchio e m'avvicino al tipo del patriarca, anch'io sento che un'immoralità predicata è piú punibile di un'azione immorale.
Si arriva all'assassinio per amore o per odio; alla propaganda dell'assassinio solo per malvagità.
Avevamo tanto poco di comune fra di noi, ch'egli mi confessò che una delle persone che piú l'inquietavano a questo mondo ero io.
Il mio desiderio di salute m'aveva spinto a studiare il corpo umano.
Egli, invece, aveva saputo eliminare dal suo ricordo ogni idea di quella spaventosa macchina.
Per lui il cuore non pulsava e non v'era bisogno di ricordare valvole e vene e ricambio per spiegare come il suo organismo viveva.
Niente movimento perché l'esperienza diceva che quanto si moveva finiva coll'arrestarsi.
Anche la terra era per lui immobile e solidamente piantata su dei cardini.
Naturalmente non lo disse mai, ma soffriva se gli si diceva qualche cosa che a tale concezione non si conformasse.
M'interruppe con disgusto un giorno che gli parlai degli antipodi.
Il pensiero di quella gente con la testa all'ingiú gli sconvolgeva lo stomaco.
Egli mi rimproverava due altre cose: la mia distrazione e la mia tendenza a ridere delle cose piú serie.
In fatto di distrazione egli differiva da me per un certo suo libretto in cui notava tutto quello ch'egli voleva ricordare e che rivedeva piú volte al giorno.
Credeva cosí di aver vinta la sua malattia e non ne soffriva piú.
Impose quel libretto anche a me, ma io non vi registrai che qualche ultima sigaretta.
In quanto al mio disprezzo per le cose serie, io credo ch'egli avesse il difetto di considerare come serie troppe cose di questo mondo.
Eccone un esempio: quando, dopo di essere passato dagli studii di legge a quelli di chimica, io ritornai col suo permesso ai primi, egli mi disse bonariamente: - Resta però assodato che tu sei un pazzo.
Io non me ne offesi affatto e gli fui tanto grato della sua condiscendenza, che volli premiarlo facendolo ridere.
Andai dal dottor Canestrini a farmi esaminare per averne un certificato.
La cosa non fu facile perché dovetti sottomettermi perciò a lunghe e minuziose disamine.
Ottenutolo, portai trionfalmente quel certificato a mio padre, ma egli non seppe riderne.
Con accento accorato e con le lacrime agli occhi esclamò: - Ah! Tu sei veramente pazzo!
E questo fu il premio della mia faticosa e innocua commediola.
Non me la perdonò mai e perciò mai ne rise.
Farsi visitare da un medico per ischerzo? Far redigere per ischerzo un certificato munito di bolli? Cose da pazzi!
Insomma io, accanto a lui, rappresentavo la forza e talvolta penso che la scomparsa di quella debolezza, che mi elevava, fu sentita da me come una diminuzione.
Ricordo come la sua debolezza fu provata allorché quella canaglia dell'Olivi lo indusse a fare testamento.
All'Olivi premeva quel testamento che doveva mettere i miei affari sotto la sua tutela e pare abbia lavorato a lungo il vecchio per indurlo a quell'opera tanto penosa.
Finalmente mio padre vi si decise, ma la sua larga faccia serena s'oscurò.
Pensava costantemente alla morte come se con quell'atto avesse avuto un contatto con essa.
Una sera mi domandò: - Tu credi che quando si è morti tutto cessi?
Al mistero della morte io ci penso ogni giorno, ma non ero ancora in grado di dargli le informazioni ch'egli domandava.
Per fargli piacere inventai la fede piú lieta nel nostro futuro.
- Io credo che sopravviva il piacere, perché il dolore non è piú necessario.
La dissoluzione potrebbe ricordare il piacere sessuale.
Certo sarà accompagnata dal senso della felicità e del riposo visto che la ricomposizione è tanto faticosa.
La dissoluzione dovrebb'essere il premio della vita!
Feci un bel fiasco.
Si era ancora a tavola dopo cena.
Egli, senza rispondere, si levò dalla sedia, vuotò ancora il suo bicchiere e disse:
- Non è questa l'ora di filosofare specialmente con te!
E uscí.
Dispiacente lo seguii e pensai di restare con lui per distoglierlo dai pensieri tristi.
M'allontanò dicendomi che gli ricordavo la morte e i suoi piaceri.
Non sapeva dimenticare il testamento finché non me ne aveva data comunicazione.
Se ne ricordava ogni qualvolta mi vedeva.
Una sera scoppiò:
- Devo dirti che ho fatto testamento.
Io, per stornarlo dal suo incubo, vinsi subito la sorpresa che mi produsse la sua comunicazione e gli dissi:
- Io non avrò mai questo disturbo perché spero che prima di me muoiano tutti i miei eredi!
Egli subito si inquietò del mio riso su una cosa tanto seria e ritrovò tutto il suo desiderio di punirmi.
Cosí gli fu facile di raccontarmi il bel tiro che m'aveva fatto mettendomi sotto la tutela dell'Olivi.
Devo dirlo: io mi dimostrai un buon ragazzo; rinunziai a fare un'obiezione qualunque pur di strapparlo a quel pensiero che lo faceva soffrire.
Dichiarai che qualunque fosse stata la sua ultima volontà io mi vi sarei adattato.
- Forse - aggiunsi - io saprò comportarmi in modo che tu ti troverai indotto a cambiare le tue ultime volontà.
Ciò gli piacque anche perché vedeva ch'io gli attribuivo una vita lunga, anzi lunghissima.
Tuttavia volle da me addirittura un giuramento, che se egli non avesse disposto altrimenti, io non avrei mai tentato di sminuire le facoltà dell'Olivi.
Io giurai visto ch'egli non volle contentarsi della mia parola d'onore.
Fui tanto mite allora, che quando sono torturato dal rimorso di non averlo amato abbastanza prima che morisse, rievoco sempre quella scena.
Per essere sincero devo dire che la rassegnazione alle sue disposizioni mi fu facile perché in quell'epoca l'idea di essere costretto a non lavorare m'era piuttosto simpatica.
Circa un anno prima della sua morte, io seppi una volta intervenire abbastanza energicamente a vantaggio della sua salute.
M'aveva confidato di sentirsi male ed io lo costrinsi di andare da un medico dal quale anche lo accompagnai.
Costui prescrisse qualche medicinale e ci disse di ritornare da lui qualche settimana dopo.
Ma mio padre non volle, dichiarando che odiava i medici quanto i becchini e non prese neppure la medicina prescrittagli perché anch'essa gli ricordava medici e becchini.
Restò per un paio di ore senza fumare e per un solo pasto senza vino.
Si sentí molto bene quando poté congedarsi dalla cura, e io, vedendolo piú lieto, non ci pensai piú.
Poi lo vidi talvolta triste.
Ma mi sarei meravigliato di vederlo lieto, solo e vecchio com'era.
Una sera della fine di marzo arrivai un po' piú tardi del solito a casa.
Niente di male: ero caduto nelle mani di un dotto amico che aveva voluto confidarmi certe sue idee sulle origini del Cristianesimo.
Era la prima volta che si voleva da me ch'io pensassi a quelle origini, eppure m'adattai alla lunga lezione per compiacere l'amico.
Piovigginava e faceva freddo.
Tutto era sgradevole e fosco, compresi i Greci e gli Ebrei di cui il mio amico parlava, ma pure m'adattai a quella sofferenza per ben due ore.
La mia solita debolezza! Scommetto che oggi ancora sono tanto incapace di resistenza, che se qualcuno ci si mettesse sul serio potrebbe indurmi a studiare per qualche tempo l'astronomia.
Entrai nel giardino che circonda la nostra villa.
A questa si accedeva per una breve strada carrozzabile.
Maria, la nostra cameriera, m'aspettava alla finestra e sentendomi avvicinare gridò nell'oscurità:
- È lei, signor Zeno?
Maria era una di quelle fantesche come non se ne trovano piú.
Era da noi da una quindicina d'anni.
Metteva mensilmente alla Cassa di Risparmio una parte della sua paga per i suoi vecchi anni, risparmi che però non le servirono perché essa morí in casa nostra poco dopo il mio matrimonio sempre lavorando.
Essa mi raccontò che mio padre era ritornato a casa da qualche ora, ma che aveva voluto attendermi a cena.
Allorché essa aveva insistito perché egli intanto mangiasse, era stata mandata via con modi poco gentili.
Poi egli aveva domandato di me parecchie volte, inquieto e ansioso.
Maria mi fece intendere che pensava che mio padre non si sentisse bene.
Gli attribuiva una difficoltà di parola e il respiro mozzo.
Debbo dire ch'essendo sempre sola con lui, essa spesso s'era fitto in testa il pensiero ch'egli fosse malato.
Aveva poche cose da osservare la povera donna nella casa solitaria e - dopo l'esperienza fatta con mia madre - essa s'aspettava che tutti avessero da morire prima di lei.
Corsi alla camera da pranzo con una certa curiosità e non ancora impensierito.
Mio padre si levò subito dal sofà su cui giaceva e m'accolse con una grande gioia che non seppe commovermi perché vi scorsi prima di tutto l'espressione di un rimprovero.
Ma intanto bastò a tranquillarmi perché la gioia mi parve un segno di salute.
Non scorsi in lui traccia di quel balbettamento e respiro mozzo di cui aveva parlato Maria.
Ma, invece di rimproverarmi, egli si scusò d'essere stato caparbio.
- Che vuoi farci? - mi disse bonariamente.
- Siamo noi due soli a questo mondo e volevo vederti prima di coricarmi.
Magari mi fossi comportato con semplicità e avessi preso fra le mie braccia il mio caro babbo divenuto per malattia tanto mite e affettuoso! Invece cominciai a fare freddamente una diagnosi: Il vecchio Silva si era tanto mitigato? Che fosse malato? Lo guardai sospettosamente e non trovai di meglio che di fargli un rimprovero:
- Ma perché hai atteso finora per mangiare? Potevi mangiare, eppoi attendermi!
Egli rise assai giovanilmente:
- Si mangia meglio in due.
Poteva questa lietezza essere anche il segno di un buon appetito: io mi tranquillai e mi misi a mangiare.
Con le sue ciabatte di casa, con passo malfermo, egli s'accostò al desco e occupò il suo posto solito.
Poi stette a guardarmi come mangiavo, mentre lui, dopo un paio di cucchiaiate scarse, non prese altro cibo e allontanò anche da sé il piatto che gli ripugnava.
Ma il sorriso persisteva sulla sua vecchia faccia.
Soltanto mi ricordo, come se si trattasse di cosa avvenuta ieri, che un paio di volte ch'io lo guardai negli occhi, egli stornò il suo sguardo dal mio.
Si dice che ciò è un segno di falsità, mentre io ora so ch'è un segno di malattia.
L'animale malato non lascia guardare nei pertugi pei quali si potrebbe scorgere la malattia, la debolezza.
Egli aspettava sempre di sentire come io avessi impiegato quelle tante ore in cui egli m'aveva atteso.
E vedendo che ci teneva tanto, cessai per un istante di mangiare e gli dissi secco, secco, ch'io fino a quell'ora avevo discusse le origini del Cristianesimo.
Mi guardò dubbioso e perplesso:
- Anche tu, ora, pensi alla religione?
Era evidente che gli avrei dato una grande consolazione se avessi accettato di pensarci con lui.
Invece io, che finché mio padre era vivo mi sentivo combattivo (e poi non piú) risposi con una di quelle solite frasi che si sentono tutti i giorni nei caffè situati presso le Università:
- Per me la religione non è altro che un fenomeno qualunque che bisogna studiare.
- Fenomeno? - fece lui sconcertato.
Cercò una pronta risposta e aperse la bocca per darla.
Poi esitò e guardò il secondo piatto, che giusto allora Maria gli offerse e ch'egli non toccò.
Quindi per tapparsi meglio la bocca, vi ficcò un mozzicone di sigaro che accese e che lasciò subito spegnere.
S'era cosí concessa una sosta per riflettere tranquillamente.
Per un istante mi guardò risoluto:
- Tu non vorrai ridere della religione?
Io, da quel perfetto studente scioperato che sono sempre stato, con la bocca piena, risposi:
- Ma che ridere! Io studio!
Egli tacque e guardò lungamente il mozzicone di sigaro che aveva deposto su un piatto.
Capisco ora perché egli mi avesse detto ciò.
Capisco ora tutto quello che passò per quella mente già torbida, e sono sorpreso di non averne capito nulla allora.
Credo che allora nel mio animo mancasse l'affetto che fa intendere tante cose.
Poi mi fu tanto facile! Egli evitava di affrontare il mio scetticismo: una lotta troppo difficile per lui in quel momento; ma riteneva di poter attaccarlo mitemente di fianco come conveniva ad un malato.
Ricordo che quando parlò, il suo respiro mozzava e ritardava la sua parola.
È una grande fatica prepararsi ad un combattimento.
Ma pensavo ch'egli non si sarebbe rassegnato di coricarsi senza darmi il fatto mio e mi preparai a discussioni che poi non vennero.
- Io - disse, sempre guardando il suo mozzicone di sigaro oramai spento, - sento come la mia esperienza e la scienza mia della vita sono grandi.
Non si vivono inutilmente tanti anni.
Io so molte cose e purtroppo non so insegnartele tutte come vorrei.
Oh, quanto lo vorrei! Vedo dentro nelle cose, e anche vedo quello ch'è giusto e vero e anche quello che non lo è.
Non c'era da discutere.
Borbottai poco convinto e sempre mangiando:
- Sí! Papà!
Non volevo offenderlo.
- Peccato che sei venuto tanto tardi.
Prima ero meno stanco e avrei saputo dirti molte cose.
Pensai che volesse ancora seccarmi perché ero venuto tardi e gli proposi di lasciare quella discussione per il giorno dopo.
- Non si tratta di una discussione - rispose egli trasognato - ma di tutt'altra cosa.
Una cosa che non si può discutere e che saprai anche tu non appena te l'avrò detta.
Ma il difficile è dirla!
Qui ebbi un dubbio:
- Non ti senti bene?
- Non posso dire di star male, ma sono molto stanco e vado subito a dormire.
Suonò il campanello e nello stesso tempo chiamò Maria con la voce.
Quand'essa venne, egli domandò se nella sua stanza tutto era pronto.
S'avviò poi subito strascicando le ciabatte al suolo.
Giunto accanto a me, chinò la testa per offrirmi la sua guancia al bacio di ogni sera.
Vedendolo moversi cosí malsicuro, ebbi di nuovo il dubbio che stesse male e glielo domandai.
Ripetemmo ambedue piú volte le stesse parole ed egli mi confermò ch'era stanco ma non malato.
Poi soggiunse:
- Adesso penserò alle parole che ti dirò domani.
Vedrai come ti convinceranno.
- Papà - dichiarai io commosso - ti sentirò volentieri.
Vedendomi tanto disposto a sottomettermi alla sua esperienza, egli esitò di lasciarmi: bisognava pur approfittare di un momento tanto favorevole! Si passò la mano sulla fronte e sedette sulla sedia sulla quale s'era appoggiato per porgermi la sua guancia al bacio.
Ansava leggermente.
- Curioso! - disse.
- Non so dirti nulla, proprio nulla.
Guardò intorno a sé come se avesse cercato di fuori quello che nel suo interno non arrivava ad afferrare.
- Eppure so tante cose, anzi tutte le cose io so.
Dev'essere l'effetto della mia grande esperienza.
Non soffriva tanto di non saper esprimersi perché sorrise alla propria forza, alla propria grandezza.
Io non so perché non abbia chiamato subito il dottore.
Invece debbo confessarlo con dolore e rimorso: considerai le parole di mio padre come dettate da una presunzione ch'io credevo di aver piú volte constatata in lui.
Non poteva però sfuggirmi l'evidenza della sua debolezza e solo perciò non discussi.
Mi piaceva di vederlo felice nella sua illusione di essere tanto forte quand'era invece debolissimo.
Ero poi lusingato dall'affetto che mi dimostrava manifestando il desiderio di consegnarmi la scienza di cui si credeva possessore, per quanto fossi convinto di non poter apprendere niente da lui.
E per lusingarlo e dargli pace gli raccontai che non doveva sforzarsi per trovare subito le parole che gli mancavano, perché in frangenti simili i piú alti scienziati mettevano le cose troppo complicate in deposito in qualche cantuccio del cervello perché si semplificassero da sé.
Egli rispose:
- Quello ch'io cerco non è complicato affatto.
Si tratta anzi di trovare una parola, una sola e la troverò! Ma non questa notte perché farò tutto un sonno, senza il piú piccolo pensiero.
Tuttavia non si levò dalla sedia.
Esitante e scrutando per un istante il mio viso, mi disse:
- Ho paura che non saprò dire a te quello che penso, solo perché tu hai l'abitudine di ridere di tutto.
Mi sorrise come se avesse voluto pregarmi di non risentirmi per le sue parole, si alzò dalla sedia e mi offerse per la seconda volta la sua guancia.
Io rinunziai a discutere e convincerlo che a questo mondo v'erano molte cose di cui si poteva e doveva ridere e volli rassicurarlo con un forte abbraccio.
Il mio gesto fu forse troppo forte, perché egli si svincolò da me piú affannato di prima, ma certo fu da lui inteso il mio affetto, perché mi salutò amichevolmente con la mano.
- Andiamo a letto! - disse con gioia e uscí seguito da Maria.
E rimasto solo (strano anche questo!) non pensai alla salute di mio padre, ma, commosso e - posso dirlo - con ogni rispetto filiale, deplorai che una mente simile che mirava a mète alte, non avesse trovata la possibilità di una coltura migliore.
Oggi che scrivo, dopo di aver avvicinata l'età raggiunta da mio padre, so con certezza che un uomo può avere il sentimento di una propria altissima intelligenza che non dia altro segno di sé fuori di quel suo forte sentimento.
Ecco: si dà un forte respiro e si accetta e si ammira tutta la natura com'è e come, immutabile, ci è offerta: con ciò si manifesta la stessa intelligenza che volle la Creazione intera.
Da mio padre è certo che nell'ultimo istante lucido della sua vita, il suo sentimento d'intelligenza fu originato da una sua improvvisa ispirazione religiosa, tant'è vero che s'indusse a parlarmene perché io gli avevo raccontato di essermi occupato delle origini del Cristianesimo.
Ora però so anche che quel sentimento era il primo sintomo dell'edema cerebrale.
Maria venne a sparecchiare e a dirmi che le sembrava che mio padre si fosse subito addormentato.
Cosí andai a dormire anch'io del tutto rasserenato.
Fuori il vento soffiava e urlava.
Lo sentivo dal mio letto caldo come una ninna nanna che s'allontanò sempre di piú da me, perché mi immersi nel sonno.
Non so per quanto tempo io abbia dormito.
Fui destato da Maria.
Pare che piú volte essa fosse venuta nella mia stanza a chiamarmi e fosse poi corsa via.
Nel mio sonno profondo ebbi dapprima un certo turbamento, poi intravvidi la vecchia che saltava per la camera e infine capii.
Mi voleva svegliare, ma quando vi riuscí, essa non era piú nella mia stanza.
Il vento continuava a cantarmi il sonno ed io, per essere veritiero, debbo confessare che andai alla stanza di mio padre col dolore di essere stato strappato dal mio sonno.
Ricordavo che Maria vedeva sempre mio padre in pericolo.
Guai a lei se egli non fosse stato ammalato questa volta!
La stanza di mio padre, non grande, era ammobiliata un po' troppo.
Alla morte di mia madre, per dimenticare meglio, egli aveva cambiato stanza, portando con sé nel nuovo ambiente piú piccolo, tutti i suoi mobili.
La stanza illuminata scarsamente da una fiammella a gas posta sul tavolo da notte molto basso, era tutta in ombra.
Maria sosteneva mio padre che giaceva supino, ma con una parte del busto sporgente dal letto.
La faccia di mio padre coperta di sudore rosseggiava causa la luce vicina.
La sua testa poggiava sul petto fedele di Maria.
Ruggiva dal dolore e la bocca era tanto inerte che ne colava la saliva giú per il mento.
Guardava immoto la parete di faccia e non si volse quand'io entrai.
Maria mi raccontò di aver sentito il suo lamento e di essere arrivata in tempo per impedirgli di cadere dal letto.
Prima - essa assicurava - egli s'era agitato di piú, mentre ora le pareva relativamente tranquillo, ma non si sarebbe rischiata di lasciarlo solo.
Voleva forse scusarsi di avermi chiamato mentre io già avevo capito che aveva fatto bene a destarmi.
Parlandomi essa piangeva, ma io ancora non piansi con lei ed anzi l'ammonii di stare zitta e di non aumentare coi suoi lamenti lo spavento di quell'ora.
Non avevo ancora capito tutto.
La poverina fece ogni sforzo per calmare i suoi singulti.
M'avvicinai all'orecchio di mio padre e gridai:
- Perché ti lamenti, papà? Ti senti male?
Credo ch'egli sentisse, perché il suo gemito si fece piú fioco ed egli stornò l'occhio dalla parete di faccia come se avesse tentato di vedermi; ma non arrivò a rivolgerlo a me.
Piú volte gli gridai nell'orecchio la stessa domanda e sempre con lo stesso esito.
Il mio contegno virile sparve subito.
Mio padre, a quell'ora, era piú vicino alla morte che a me, perché il mio grido non lo raggiungeva piú.
Mi prese un grande spavento e ricordai prima di tutto le parole che avevamo scambiate la sera prima.
Poche ore dopo egli s'era mosso per andar a vedere chi di noi due avesse ragione.
Curioso! Il mio dolore veniva accompagnato dal rimorso.
Celai il capo sul guanciale stesso di mio padre e piansi disperatamente emettendo i singulti che poco prima avevo rimproverati a Maria.
Toccò ora a lei di calmarmi, ma lo fece in modo strano.
Mi esortava alla calma parlando però di mio padre, che tuttavia gemeva con gli occhi anche troppo aperti, come di un uomo morto.
- Poverino! - diceva.
- Morire cosí! Con questa ricca e bella chioma.
- L'accarezzava.
Era vero.
La testa di mio padre era incoronata da una ricca, bianca chioma ricciuta, mentre io a trent'anni avevo già i capelli molto radi.
Non ricordai che a questo mondo c'erano i medici e che si supponeva che talvolta portassero la salvezza.
Io avevo già vista la morte su quella faccia sconvolta dal dolore e non speravo piú.
Fu Maria che per prima parlò del medico e andò poi a destare il contadino per mandarlo in città.
Restai solo a sostenere mio padre per una decina di minuti che mi parvero un'eternità.
Ricordo che cercai di mettere nelle mie mani, che toccavano quel corpo torturato, tutta la dolcezza che aveva invaso il mio cuore.
Le parole egli non poteva sentirle.
Come avrei fatto a fargli sapere che l'amavo tanto?
Quando venne il contadino, mi recai nella mia stanza per scrivere un biglietto e mi fu difficile di mettere insieme quel paio di parole che dovevano dare al dottore un'idea del caso onde potesse portare subito con sé anche dei medicinali.
Continuamente vedevo dinanzi a me la sicura imminente morte di mio padre e mi domandavo: «Che cosa farò io ora a questo mondo?».
Poi seguirono delle lunghe ore d'attesa.
Ho un ricordo abbastanza esatto di quelle ore.
Dopo la prima non occorse piú sostenere mio padre che giaceva privo di sensi composto nel letto.
Il suo gemito era cessato, ma la sua insensibilità era assoluta.
Aveva una respirazione frettolosa, che io, quasi inconsciamente, imitavo.
Non potevo respirare a lungo su quel metro e m'accordavo delle soste sperando di trascinare con me al riposo anche l'ammalato.
Ma egli correva avanti instancabile.
Tentammo invano di fargli prendere un cucchiaio di tè.
La sua incoscienza diminuiva quando si trattava di difendersi da un nostro intervento.
Risoluto, chiudeva i denti.
Anche nell'incoscienza veniva accompagnato da quella sua indomabile ostinazione.
Molto prima dell'alba la sua respirazione mutò di ritmo.
Si raggruppò in periodi che esordivano con alcune respirazioni lente che avrebbero potuto sembrare di uomo sano, alle quali seguivano altre frettolose che si fermavano in una sosta lunga, spaventosa, che a Maria e a me sembrava l'annunzio della morte.
Ma il periodo riprendeva sempre circa eguale, un periodo musicale di una tristezza infinita, cosí privo di colore.
Quella respirazione che non fu sempre uguale, ma sempre rumorosa, divenne come una parte di quella stanza.
Da quell'ora vi fu sempre, per lungo e lungo tempo!
Passai alcune ore gettato su un sofà, mentre Maria stava seduta accanto al letto.
Su quel sofà piansi le mie piú cocenti lacrime.
Il pianto offusca le proprie colpe e permette di accusare, senz'obbiezioni, il destino.
Piangevo perché perdevo il padre per cui ero sempre vissuto.
Non importava che gli avessi tenuto poca compagnia.
I miei sforzi per diventare migliore non erano stati fatti per dare una soddisfazione a lui? Il successo cui anelavo doveva bensí essere anche il mio vanto verso di lui, che di me aveva sempre dubitato, ma anche la sua consolazione.
Ed ora invece egli non poteva piú aspettarmi e se ne andava convinto della mia insanabile debolezza.
Le mie lacrime erano amarissime.
Scrivendo, anzi incidendo sulla carta tali dolorosi ricordi, scopro che l'immagine che m'ossessionò al primo mio tentativo di vedere nel mio passato, quella locomotiva che trascina una sequela di vagoni su per un'erta, io l'ebbi per la prima volta ascoltando da quel sofà il respiro di mio padre.
Vanno cosí le locomotive che trascinano dei pesi enormi: emettono degli sbuffi regolari che poi s'accelerano e finiscono in una sosta, anche quella una sosta minacciosa perché chi ascolta può temere di veder finire la macchina e il suo traino a precipizio a valle.
Davvero! Il mio primo sforzo di ricordare, m'aveva riportato a quella notte, alle ore piú importanti della mia vita.
Il dottore Coprosich arrivò alla villa quando ancora non albeggiava, accompagnato da un infermiere che portava una cassetta di medicinali.
Aveva dovuto venir a piedi perché, a causa del violento uragano, non aveva trovata una vettura.
Lo accolsi piangendo ed egli mi trattò con grande dolcezza incorandomi anche a sperare.
Eppure devo subito dire, che dopo quel nostro incontro, a questo mondo vi sono pochi uomini che destino in me una cosí viva antipatia come il dottor Coprosich.
Egli, oggi, vive ancora, decrepito e circondato dalla stima di tutta la città.
Quando lo scorgo cosí indebolito e incerto camminare per le vie in cerca di un poco d'attività e d'aria, in me, ancora adesso, si rinnova l'avversione.
Allora il dottore avrà avuto poco piú di quarant'anni.
S'era dedicato molto alla medicina legale e, per quanto fosse notoriamente un buonissimo italiano, gli venivano affidate dalle imperial regie autorità le perizie piú importanti.
Era un uomo magro e nervoso, la faccia insignificante rilevata dalla calvizie che gli simulava una fronte altissima.
Un'altra sua debolezza gli dava dell'importanza: quando levava gli occhiali (e lo faceva sempre quando voleva meditare) i suoi occhi accecati guardavano accanto o al disopra del suo interlocutore e avevano il curioso aspetto degli occhi privi di colore di un statua, minacciosi o, forse, ironici.
Erano degli occhi spiacevoli allora.
Se aveva da dire anche una sola parola rimetteva sul naso gli occhiali ed ecco che i suoi occhi ridivenivano quelli di un buon borghese qualunque che esamina accuratamente le cose di cui parla.
Si sedette in anticamera e riposò per qualche minuto.
Mi domandò di raccontargli esattamente quello ch'era avvenuto dal primo allarme fino al suo arrivo.
Si levò gli occhiali e fissò con i suoi occhi strani la parete dietro di me.
Cercai di essere esatto, ciò che non fu facile dato lo stato in cui mi trovavo.
Ricordavo anche che il dottor Coprosich non tollerava che le persone che non sapevano di medicina usassero termini medici atteggiandosi a sapere qualche cosa di quella materia.
E quando arrivai a parlare di quella che a me era apparsa quale una «respirazione cerebrale» egli si mise gli occhiali per dirmi: «Adagio con le definizioni.
Vedremo poi di che si tratti».
Avevo parlato anche del contegno strano di mio padre, della sua ansia di vedermi, della sua fretta di coricarsi.
Non gli riferii i discorsi strani di mio padre: forse temevo di essere costretto di dire qualche cosa delle risposte che allora io a mio padre avevo dato.
Raccontai però che papà non arrivava ad esprimersi con esattezza e che pareva pensasse intensamente a qualche cosa che s'aggirava nella sua testa e ch'egli non arrivava a formulare.
Il dottore, con tanto d'occhiali sul naso, esclamò trionfalmente:
- So quello che s'aggirava nella sua testa!
Lo sapevo anch'io, ma non lo dissi per non far arrabbiare il dottor Coprosich: erano gli edemi.
Andammo al letto dell'ammalato.
Con l'aiuto dell'infermiere egli girò e rigirò quel povero corpo inerte per un tempo che a me parve lunghissimo.
Lo ascoltò e lo esplorò.
Tentò di farsi aiutare dal paziente stesso, ma invano.
- Basta! - disse ad un certo punto.
Mi si avvicinò con gli occhiali in mano guardando il pavimento e, con un sospiro, mi disse:
- Abbiate coraggio! È un caso gravissimo.
Andammo alla mia stanza ove egli si lavò anche la faccia.
Era perciò senza occhiali e quando l'alzò per asciugarla, la sua testa bagnata sembrava la testina strana di un amuleto fatta da mani inesperte.
Ricordò di aver
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