LA DAMA PRUDENTE, di Carlo Goldoni - pagina 2
...
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COL.
Oh bello! Oh caro!
PAGG.
Io ho veduto questa bella cosa dalla portiera, e mi son messo a ridere forte forte.
La padrona mi ha sentito, e mi ha cacciato via.
COL.
In verità, si sentono delle belle cose.
PAGG.
Io ho paura che il padrone diventi pazzo.
COL.
Se non avesse per moglie una dama prudente, a quest'ora sarebbe legato.
PAGG.
Ma che diavolo ha?
COL.
Non lo so.
PAGG.
Ho sentito a dir ch'è geloso.
COL.
Chi ve l'ha detto?
PAGG.
Che cosa vuol dir geloso?
COL.
Non lo sapete?
PAGG.
Io no.
COL.
Tanto meglio.
PAGG.
Cara Colombina, ditemi.
Cosa vuol dire?
COL.
(È meglio deluderlo, per non tenerlo in malizia).
(da sé) Geloso vuol dir gelato, che ha freddo.
PAGG.
E cos'è quella cosa che il padrone vuole che la padrona tenga coperta?
COL.
La testa, acciocché non si raffreddi.
(Questi ragazzi vogliono saper tutto).
(da sé) Ecco la padrona.
PAGG.
Non gli dite nulla di quello che vi ho detto.
COL.
No no, non dubitate.
PAGG.
Ascolterò e vi racconterò tutto.
SCENA SECONDA
Donna EULARIA e detti.
EUL.
Che cosa fate qui voi? (al Paggio)
PAGG.
Mi ha mandato via dall'anticamera.
EUL.
Questo non è il vostro luogo.
In camera delle donne non si viene.
COL.
Mi ha portato le spille; è venuto ora.
EUL.
Le spille andatele a prender voi.
Animo, via di qua.
PAGG.
Posso andare in anticamera?
EUL.
Andate in sala.
PAGG.
(In quella sala ci si muore di freddo).
(da sé)
EUL.
A chi dico io? (al Paggio)
PAGG.
Signora, io son geloso.
EUL.
Come geloso?
PAGG.
Sono geloso, come il padrone.
EUL.
Come? Che vuol dire questo geloso?
PAGG.
Signora, domandatelo a Colombina.
EUL.
Colombina, che cosa dice costui? È geloso?
COL.
Eh, non gli badate, signora.
Geloso intende per gelato, che ha freddo.
PAGG.
Me l'ha detto Colombina.
EUL.
Tu l'hai detto? (a Colombina)
COL.
Eh, che quel ragazzo non sa che cosa si dica.
(Mai più parlo con ragazzi).
(da sé)
EUL.
Animo, via di qua.
(al Paggio)
PAGG.
E ho d'andare in sala?
EUL.
Sì, in sala, dove comando.
PAGG.
(Questa volta butterei via la parrucca, se l'avessi, come ha fatto il padrone).
(parte)
EUL.
Che cos'è quest'imbroglio di geloso, di freddo, di mio marito? Che cosa dice colui?
COL.
Non lo sapete, signora? I ragazzi parlano a caso.
EUL.
Ha forse detto qualche cosa di mio marito?
COL.
Oh niente, signora, niente.
EUL.
Questa mattina mio consorte è di cattivo umore.
L'ha col fattore, l'ha col sarto, l'ha col parrucchiere.
Basta dire che ha gettato una parrucca sul fuoco.
COL.
Sì sì, il paggio me l'ha detto.
(ridendo)
EUL.
(Ecco, il paggio ha parlato).
(da sé) Orsù, Colombina, bada bene che i fatti miei non si sappiano fuori di casa, perché me ne renderai conto.
COL.
Se tutti fossero fedeli come me, potreste viver quieta.
EUL.
Hai terminata quella scuffia?
COL.
Sì signora, l'ho terminata.
Anderà bene.
EUL.
Sì sì, anderà bene.
Va a stirare la biancheria.
COL.
Cara signora, mi parete turbata.
EUL.
Lasciami stare.
COL.
Viene il padrone.
EUL.
Va a fare quello che ti ho detto.
COL.
Vado subito.
(parte)
SCENA TERZA
Donna EULARIA, poi don ROBERTO.
EUL.
Con mio marito non so quasi più come vivere.
Io l'amo, lo venero e lo stimo, ma mi tormenta a segno che mi mette alla disperazione.
ROB.
Vi occorre nulla da me? Vado via.
EUL.
Andate e tornate presto.
ROB.
Vado dal gioielliere, per assicurarmi se sia terminato il vostro gioiello.
EUL.
Se non uscite che per questa sola cagione, potete restare in casa.
ROB.
Con questa occasione farò chiamare il sarto, e lo minaccerò ben bene, se non vi porta il vestito nuovo.
EUL.
Che importa a me di averlo così presto?
ROB.
Anderete alla conversazione, e ho piacere che abbiate un vestito nuovo.
EUL.
Io sto volentieri in casa; alla conversazione posso far a meno di andarvi.
ROB.
Siete stata invitata, dovete andare.
EUL.
Posso mandare a dire che mi duole il capo.
ROB.
Oh! non facciamo scene, andate.
EUL.
Che importa a voi ch'io vada o non vada?
ROB.
Se non andate, si dirà che io non vi ho voluto lasciare andare per gelosia.
EUL.
Dunque si sa che siete geloso.
ROB.
Io geloso? Mi maraviglio di voi.
Mi volete far dare al diavolo un'altra volta? Non sono mai stato geloso, non lo sono e non lo sarò.
(alterato)
EUL.
Via, via, scusatemi, non lo dirò più.
ROB.
Non voglio né che lo diciate, né che lo pensiate.
EUL.
Non mi date delle occasioni...
ROB.
Che occasioni vi do io? Che occasioni?
SCENA QUARTA
Il PAGGIO e detti.
PAGG.
Un'ambasciata.
ROB.
Non sono geloso; e chi dice che io son geloso, giuro al cielo, me la pagherà.
PAGG.
Signore, io non lo dirò più.
ROB.
Che cosa non dirai?
EUL.
Taci.
(al Paggio)
ROB.
Voglio sapere che cosa è quello che non dirai.
(al Paggio)
PAGG.
Non dirò più che siate geloso.
EUL.
Non gli badate...
(a Roberto)
ROB.
Come? Tu dici che io son geloso?
PAGG.
L'ha detto Colombina.
ROB.
Colombina? Dov'è Colombina? (furioso)
EUL.
Ma quietatevi un poco.
Sentite che cosa intende di dire il paggio con questa parola.
ROB.
Che cosa intendi di dire?
PAGG.
Dico, signore, che ho un'ambasciata da fare alla padrona.
EUL.
Spiegati prima circa la parola geloso.
ROB.
Un'ambasciata alla padrona? Da parte di chi?
PAGG.
Da parte del marchese Ernesto.
ROB.
(Il marchese Ernesto!) (da sé)
EUL.
Oh, m'infastidisce con queste sue ambasciate.
ROB.
Ebbene, che cosa vuole? (al Paggio)
PAGG.
Or ora sarà a farle una visita.
EUL.
Chi ha egli mandato? (al Paggio)
PAGG.
Il suo servitore.
EUL.
Ditegli che mi scusi; per oggi non posso ricevere le sue grazie.
ROB.
Perché non lo volete ricevere?
EUL.
Che volete ch'io faccia delle sue visite? Io sto volentieri nella mia libertà.
ROB.
Via, via, frascherie.
Ditegli ch'è padrone.
(al Paggio)
PAGG.
Mi gridano perché dico geloso? Non ho mai saputo che aver freddo sia vergogna.
(parte, e poi torna)
EUL.
Ma voi, signore, mi volete far fare tutte le cose a forza.
ROB.
Non voglio che commettiate atti d'inciviltà.
EUL.
Ricever visite non è obbligazione.
ROB.
Il marchese Ernesto è un cavaliere mio amico: ci siamo trattati prima ch'io prendessi moglie; ho piacere che mi continui la sua amicizia e che faccia stima di voi; se avete ad essere...
che so io...
servita di braccio, piuttosto da lui, che da un altro.
EUL.
Ma io non mi curo d'essere servita da nessuno.
ROB.
Oh, che volete si dica nelle conversazioni? Che non vi fate servire, perché avete il marito geloso? Questo nome io non lo voglio; non mi voglio render ridicolo.
EUL.
Non potete venir voi con me?
ROB.
Oh via! Diamo nelle solite debolezze.
Voi mi volete rimproverare di cose che io non mi sogno.
Orsù, ci siamo intesi; io vado via, se viene il Marchese, ricevetelo con buona grazia.
EUL.
Trattenetevi un poco.
Aspettate ch'ei venga.
Se vi trova in atto di uscir di casa, può essere che faccia a me un piccolo complimento, e abbia piacere di venir con voi.
ROB.
Non posso trattenermi.
L'ora vien tarda.
Donna Eularia, a rivederci.
State allegra e divertitevi bene.
PAGG.
È qui il signor Marchese per riverirla.
(a Eularia)
EUL.
A voi, che dite? (a Roberto)
ROB.
Passi, è padrone.
(Paggio parte)
EUL.
Lo ricevo, perché voi volete così.
ROB.
È cavaliere, ed è mio amico.
EUL.
Ha un temperamento troppo igneo.
Prende tutte le cose in puntiglio.
Io non lo tratto volentieri.
ROB.
Sì sì, ho capito.
Vi piace più la flemma del conte Astolfo.
EUL.
Io non cerco nessuno.
A me piace la mia libertà.
ROB.
Ecco il Marchese: gli do il buon giorno, e subito me ne vado.
SCENA QUINTA
Il marchese ERNESTO e detti.
MAR.
Signora, a voi m'inchino.
EUL.
Serva divota.
MAR.
Amico.
(a Roberto)
ROB.
Ecco, mi trovate in un punto che io esco di casa.
Vi ringrazio della finezza che fate a mia moglie, onorandola delle vostre visite.
MAR.
Signora, come state voi di salute?
EUL.
Benissimo, a' vostri comandi.
MAR.
Troppo gentile.
Come avete riposato la scorsa notte?
EUL.
Perfettamente.
MAR.
Me ne rallegro.
EUL.
Favorite, accomodatevi.
MAR.
Amico, e voi non sedete? (a Roberto)
ROB.
No, Marchese, perché parto in questo momento.
MAR.
Accomodatevi, come v'aggrada.
(siede vicino assai ad Eularia)
ROB.
(Parmi insegni il Galateo, che non convenga al cavaliere sedere tanto vicino alla dama).
(da sé)
MAR.
Ieri sera, signora mia, sono stato sfortunato: ho perso al faraone.
EUL.
Me ne dispiace infinitamente.
Via, caro don Roberto, non istate in piedi: sedete ancor voi.
ROB.
Perché volete ch'io sieda? Non lo sapete che ho a uscir di casa? Mi fareste venir la rabbia.
(alterato)
MAR.
Caro amico, se la moglie vi brama vicino, è segno che vi vuol bene.
ROB.
Non posso soffrir queste donne, che vorrebbero sempre il marito vicino.
A me piace la libertà.
MAR.
Questo è il vero vivere.
Ognuno pensi a se stesso.
ROB.
Amico, a rivederci.
(andando dalla parte di donna Eularia, in atto di partire)
MAR.
Vi sono schiavo.
ROB.
Donna Eularia, tocchiamoci la mano.
EUL.
Sì, volentieri.
ROB.
(Stando così vicina a quella sedia, vi rovinate il vestito).
(piano toccandole la mano) Oh, a rivederci.
(forte)
EUL.
A pranzo venite presto: con permissione.
(si scosta dal Marchese)
ROB.
Veramente è un gran mobile! Gran debolezza donnesca rispetto agli abiti! Caro Marchese, compatitela.
MAR.
Io chiedo scusa se inavvertentemente...
ROB.
Oh, a rivederci.
MAR.
Addio, don Roberto.
ROB.
Vado via...
Se venisse il fattore...
eh, non importa.
Sentite...
basta, tornerò, tornerò.
(dubbioso fra l'andare e il restare, poi parte, indi torna)
MAR.
Signora donna Eularia, ieri sera speravo vedervi alla conversazione.
EUL.
Ieri sera sono restata in casa.
MAR.
Avrete avuta qualche compagnia grata, che vi avrà trattenuta.
EUL.
Sono rimasta sola, solissima.
MAR.
Sarà come dite; ma non si è veduto nemmeno il conte Astolfo, e tutti hanno giudicato ch'egli fosse con voi.
EUL.
Non è vero assolutamente.
Vi dico ch'io sono restata sola.
(torna Roberto)
ROB.
Signora donna Eularia, avete vedute le chiavi del mio scrittoio?
EUL.
No certamente.
ROB.
Non le trovo in nessun luogo.
EUL.
Avete ben guardato?
ROB.
Sì, ho guardato, e non le trovo.
EUL.
Aspettate, guarderò io.
Con licenza, signor Marchese, perdoni.
(s'alza)
ROB.
Oh, chi vi ha insegnato le convenienze? Si lascia un cavaliere per cercar una chiave? Restate, restate, la cercherò io.
Marchese, compatite.
(parte)
EUL.
(Quest'uomo ha dei sospetti).
(da sé)
MAR.
Onde, signora, qualche cosa si è detto sul proposito vostro e del conte Astolfo.
EUL.
Non credo che la mia condotta possa dar motivo di mormorazioni.
MAR.
È verissimo, ma siccome io sono stato il primo che ha avuto l'onor di servirvi, da che vi siete fatta la sposa, pare ch'io mi sia demeritata la vostra grazia, e le dame mi pungono su questo punto.
EUL.
Io ho ricevuto le vostre grazie per l'amicizia che passa fra voi e mio marito, e per la stessa ragione non ho potuto ricusar le finezze del conte Astolfo.
Di ciò non mi potete aggravare.
MAR.
Capperi, signora donna Eularia, non vi lasciate servire che per commissione di vostro marito?
EUL.
Sì signore, così è.
Non mi vergogno a dirlo, e non mi pento di farlo.
(ritorna Roberto)
ROB.
Ma queste maladette chiavi io non le trovo.
EUL.
Quanto volete scommettere, che se io le cerco, le troverò?
ROB.
Se non le trovo sono imbrogliatissimo.
EUL.
Caro Marchese, datemi licenza.
Le voglio cercar io.
(s'alza)
MAR.
Accomodatevi pure.
EUL.
(Anderò via, e sarà finita).
(da sé)
ROB.
Marchese mio, mi dispiace infinitamente.
Cercatele e tornate presto.
EUL.
(Oh, non ci torno più).
(da sé)
SCENA SESTA
Il PAGGIO e detti.
PAGG.
Signora, il conte Astolfo vorrebbe riverirla.
EUL.
Ora con queste chiavi perdute, non so come riceverlo.
ROB.
(Ho piacere che venga il Conte.
È meglio ch'ella resti con due, che con uno).
(da sé)
EUL.
Potete dirgli l'accidente di questa chiave, e che mi scusi.
(a Roberto)
MAR.
Anch'io vi leverò l'incomodo.
ROB.
Oh, fermate.
Ecco la chiave, l'ho ritrovata.
Era nel taschino dell'orologio, dove non la metto mai.
Accomodatevi, accomodatevi: digli che passi, ch'è padrone.
(al Paggio che parte subito, poi ritorna)
MAR.
Signora donna Eularia, vi solleverò del disturbo.
EUL.
Siete padrone di accomodarvi come vi aggrada.
ROB.
Favorite restare.
Favorite bevere una cioccolata.
Ecco il Conte.
SCENA SETTIMA
Il conte ASTOLFO e detti.
CON.
Faccio riverenza alla signora donna Eularia.
Amico, vi sono schiavo.
(lo salutano)
ROB.
Caro Conte, è molto tempo che non vi lasciate vedere.
Lo dicevamo appunto stamane con donna Eularia.
Il conte Astolfo non si degna più, non favorisce più.
CON.
Sono molto tenuto alla generosa memoria, che si degna avere di me una dama di tanto merito.
ROB.
Chi è di là? Un'altra sedia.
(il Paggio la mette vicino a donna Eularia) Qui, qui, accomodatevi.
(al Conte, e destramente scosta la sedia da donna Eularia)
CON.
Riceverò le vostre grazie.
(siedono)
MAR.
(Questo servire in due non mi piace).
(da sé)
ROB.
Amici, vi sono schiavo, vado per i fatti miei.
Donna Eularia, a rivederci.
(Ora ch'è in compagnia di due, la lascio più volentieri).
(da sé e parte)
MAR.
Conte, che vuol dire che ieri sera non vi siete lasciato vedere alla conversazione?
CON.
Avevo un affar di premura e sono restato in casa.
MAR.
Oh, ieri sera dominava lo spirito casalingo.
Anche donna Eularia è restata in casa.
EUL.
Sì, ci sono stata volentierissimo, e in avvenire mi volete veder poco alla conversazione.
MAR.
Conte, sentite? Donna Eularia si lascerà veder poco alla conversazione.
CON.
Se ci date il permesso, verremo a tenervi compagnia in casa.
EUL.
In casa mia sapete ch'io non faccio conversazione.
CON.
Una veglia di due o di tre persone non si chiama conversazione.
MAR.
Di due o tre! Sì, è meglio di due, che di tre.
Donna Eularia, che ama la solitudine, starà meglio con uno che con due.
Il signor Conte sarà la sua compagnia.
EUL.
Il signor conte non vorrà perder il suo tempo in una camera piena di malinconia.
CON.
Dove ci siete voi, signora, il tempo è sempre bene impiegato.
MAR.
Non è per tutti la grazia di donna Eularia.
EUL.
È vero, non è per tutti, anzi non è per nessuno.
MAR.
Il Conte non può dir così.
EUL.
Il Conte può dire tutto quello che potete dir voi.
MAR.
Conte, difendete voi le vostre ragioni.
Sentite? Donna Eularia vi mette al par di me nel possesso della sua grazia.
Tocca a voi sostenere il privilegio che avete di possederla al disopra di tutti gli altri.
CON.
Anzi toccherebbe a voi a difendere la ragione dell'anzianità, poiché l'avete servita prima d'ogni altro.
MAR.
Questi privilegi del tempo non vagliono sul cuor di una dama, che può dispor di se stessa.
EUL.
Signori miei, ve la discorrete fra di voi, come se io non avessi ad aver parte in questo vostro ragionamento.
MAR.
Questo è quello che dico io.
Voi siete quella che può decidere, e che ha deciso.
EUL.
Ho deciso? E come?
MAR.
A favore del Conte.
CON.
Marchese, voi mi fate insuperbire.
EUL.
Marchese, voi mi formalizzate.
MAR.
Quando si tocca sul vivo, la parte si risente.
EUL.
Orsù, tronchiamo questo ragionamento.
CON.
Sì, discorriamo di cose allegre.
MAR.
Per discorrere di cose allegre, conviene aver l'animo contento, come avete voi, che possederete il cuore di donna Eularia.
EUL.
Il mio cuore l'ho disposto una volta.
Egli è di don Roberto, e vi giuro che non gliene usurpo una menoma parte.
MAR.
Oh, altro è il cuor di moglie, e altro è quello di donna.
CON.
Credete voi che le donne abbiano due cuori?
MAR.
Sì, tre, quattro.
CON.
Dunque donna Eularia ne può avere uno anche per voi.
EUL.
Eh signori, che maniera di parlare è questa? Con chi credete voi di discorrere? Le dame si servono, ma si rispettano; dirò meglio, si favoriscono, e non si oltraggiano.
Una dama che ha il suo marito, non può ammettere niente di più, oltre una discreta, onesta e nobile servitù.
Il mondo presente accorda che possa essere una moglie onesta servita più da un che dall'altro, ma non presume che il servente aspiri all'acquisto del cuore.
Io farei volentieri di meno di questa critica accostumanza, e mi augurerei aver un marito geloso, il quale me la vietasse.
Ma don Roberto è cavaliere che sa vivere e sa conversare.
Soffre volentieri che due amici suoi favoriscano la di lui moglie, ma non gli cade in pensiero che si abbiano a piccare di preferenza, in una cosa che non deve oltrepassare i limiti della cavalleria.
Se a me riesce scoprire qualche cosa di più, saprò regolarmi, signori miei, saprò regolarmi, e per evitare l'avanzamento delle vostre ridicole pretensioni, troverò la maniera di congedarvi, senza disturbare la pace di mio marito.
Mi può mancare il talento e lo spirito per comparir disinvolta in una conversazione, ma non la necessaria prudenza per tutelare il decoro della mia famiglia, e far pentire chi che sia d'aver temerariamente giudicato di me.
CON.
Signora, io non so d'avermi meritato un sì pungente rimprovero.
EUL.
Lo applichi a se stesso chi più lo merita.
MAR.
Via, via, lo merito io, ma non abbiate pena di ciò.
Perché non abbiano a molestarvi le nostre gare, sarò pronto a cedere e a ritirarmi.
SCENA OTTAVA
Don ROBERTO e detti.
ROB.
Eccomi di ritorno.
EUL.
Avete fatto benissimo.
Questi cavalieri vogliono partire...
MAR.
Sì, io parto, ma non il Conte.
ROB.
(Il Conte resta? Per qual motivo?) (da sé)
EUL.
Avrete avuto il gioiello: con licenza di questi signori me lo lascerete vedere.
ROB.
Non sono arrivato sino alla bottega del gioielliere, poiché ho incontrato un bracciere di donna Rodegonda, che veniva alla volta di questa casa.
EUL.
Che vuole donna Rodegonda?
ROB.
Ci aspetta da lei a bevere la cioccolata.
EUL.
Non abbiamo a vederci seco lei questa sera?
ROB.
È giunta in casa sua una dama forestiera, che ha piacere di farci conoscere.
Andiamo.
EUL.
Quando volete così, andiamo.
Signori, mi permetteranno che io vada con mio marito a ritrovar questa dama.
M'immagino la conoscerete.
Ella è moglie del giudice criminale.
CON.
Accomodatevi come v'aggrada.
MAR.
La compagnia del marito non può essere migliore.
ROB.
Pensate s'io voglio andar con mia moglie.
Non fo di queste pazzie.
Anderò innanzi a complimentare la forestiera.
EUL.
Io anderò da me nella mia carrozza.
ROB.
Non andate sola.
Ecco, questi due cavalieri vi favoriranno
MAR.
In quanto a me, dispensatemi.
La servirà il Conte.
CON.
Incontrerò con piacere l'onor di servirla.
ROB.
(Sola col Conte? Signor no).
(da sé) Eh via, Marchese, venite ancor voi da donna Rodegonda.
Vedrete una dama, mi dicono, assai gentile.
MAR.
Bene, verrò con voi.
Vi farò compagnia a piedi.
ROB.
No, no, lasciatevi servire nella carrozza.
In tre ci si sta benissimo.
MAR.
Nella vostra carrozza ci sono stato ancora.
In tre si sta incomodi.
CON.
Ebbene, signor Marchese, servite voi la dama, io anderò a piedi con don Roberto.
MAR.
Volentieri, vi prendo in parola.
ROB.
Eh via, Contino, andate anche voi, che ci starete bene.
Voi siete piccolo; dalla parte dei cavalli state benissimo.
EUL.
Signori, i vostri complimenti mi fanno perdere il tempo.
ROB.
Animo andate; lasciatevi servire.
(alli due)
MAR.
(Conte, io vengo perché don Roberto m'incarica).
(piano al Conte)
CON.
(Questa giustificazione è fuori di tempo).
(da sé) Favorite.
(offre la mano a donna Eularia)
ROB.
(osserva attentamente)
EUL.
Non v'incomodate.
(al Conte, guardando don Roberto)
ROB.
Non ricusate le finezze di questi cavalieri.
Animo, animo, alla gran moda.
Uno di qua, l'altro di là.
MAR.
Son qui ancor io, signora.
(prendono il Marchese ed il Conte donna Eularia in mezzo, servendola di braccio in due)
ROB.
(Guarda con attenzione, nascostamente)
EUL.
(Mio marito freme e vuol così a suo dispetto).
(da sé, e parte servita dalli due)
ROB.
(L'osserva nel partire, poi chiama) Chi è di là?
SCENA NONA
Don ROBERTO ed il PAGGIO.
PAGG.
Signore.
ROB.
Va a servire la padrona.
Ehi, senti: monta sulla carrozza; osserva bene, e riportami tutte le parole che dicono.
PAGG.
Tutte?
ROB.
Sì, tutte.
PAGG.
E se dicessero quella brutta parola?
ROB.
Quale parola brutta?
PAGG.
Geloso.
ROB.
Come geloso? Chi è geloso? Che cosa dici? (alterato)
PAGG.
No, no, non la dico più.
ROB.
Ma che vuoi tu dire?...
Presto, presto, la carrozza parte.
Monta dinanzi, e fa quello che ho detto.
PAGG.
Vado subito.
(parte)
ROB.
Oh mondo guasto! Oh mode insolentissime! Ecco a qui per uniformarmi al costume per non farmi ridicolo, ho da soffrire, ho da fremere, ho da crepare di gelosia, e ho da studiare di non comparire geloso.
(parte)
SCENA DECIMA
Camera di donna Rodegonda.
Donna RODEGONDA, donna EMILIA, poi un CAMERIERE.
RODEG.
Spero, donna Emilia, che vi tratterrete qualche tempo in questa città.
EMIL.
Io ci starei volentieri ma dipendo da mio marito.
RODEG.
Egli non ci abbandonerà così presto.
EMIL.
Sapete che una lite l'ha qui condotto, e da questa dipendono le sue risoluzioni.
RODEG.
Casa mia tanto più si crederà onorata, quanto più vi compiacerete restarvi.
EMIL.
Gradisco le vostre grazie, col rossore di non meritarle.
RODEG.
Favorite d'accomodarvi.
EMlL.
Lo faccio per obbedirvi.
RODEG.
Orsù, amica, datemi licenza ch'io vi tratti secondo la mia maniera di vivere, che vale a dire schietta e libera, senza affettazioni.
Casa mia è casa vostra.
Trattiamoci con amicizia, con cordialità, essendo io inimicissima dei complimenti.
EMIL.
Questa è una cosa che mi comoda infinitamente.
Chi è avvezzo a vivere in un piccolo paese, come fo io, pena a doversi adattare ai cerimoniali delle gran città.
RODEG.
Come passate il tempo nel vostro paese? Vi sono delle buone conversazioni?
EMIL.
Si conversa, ma con una gran soggezione.
Se uno va in casa d'una donna più di due volte, tutto il paese lo sa, si mormora a rotta di collo, e se qualche donna di spirito tratta e riceve, le altre non si curano di praticarla, credendo che la conversazione rechi dello scandalo e del disonore.
RODEG.
Oh, che buone femmine saranno quelle del vostro castello!
EMIL.
Buone? Se sapeste che razza di bontà regna in quelle care donnine! Salvata l'apparenza, tutto il resto è niente.
In pubblico tutte esemplari: in privato, chi può s'ingegna.
RODEG.
Oh, è meglio vivere nelle città grandi! Qui almeno si conversa, si tratta pubblicamente, e non vi è bisogno, per evitare lo scandalo, di far maggiore il pericolo.
Gli uomini da voi saranno gelosi.
EMIL.
Come bestie.
RODEG.
E da noi niente.
EMIL.
Oh, che bel vivere nelle gran città!
CAM.
Illustrissima, è qui il signor don Roberto.
(a donna Rodegonda)
RODEG.
È padrone.
(il Cameriere parte) Questo è un cavaliere di garbo, che ha sposata pochi mesi sono una bella dama.
(a donna Emilia)
SCENA UNDICESIMA
Don ROBERTO e dette, poi il CAMERIERE.
ROB.
M'inchino a queste dame.
RODEG.
Serva, don Roberto.
ROB.
Mia moglie non è arrivata?
RODEG.
Non l'abbiamo ancora veduta.
ROB.
(Tarda molto a venire).
(da sé)
RODEG.
Don Roberto, questa dama mia amica onorerà la mia casa per qualche tempo, ed ho piacere di farla conoscere a donna Eularia.
ROB.
Effetto della vostra bontà.
(E non viene ancora!) (da sé) Si farà gloria mia moglie di servir questa dama.
(Ma diavolo, cosa fa che non viene?) (da sé)
EMIL.
Donna Rodegonda mi vuol onorare col procurarmi l'avvantaggio di rassegnare alla vostra dama la mia servitù.
ROB.
Anzi la padronanza...
(Bisogna dire ch'ella abbia fatto fare un gran giro alla carrozza).
(da sé)
RODEG.
Che avete, don Roberto?
ROB.
Mia moglie dovrebbe essere arrivata.
RODEG.
Perché non siete venuto in compagnia con donna Eularia?
ROB.
Io colla moglie non vado mai.
RODEG.
Non siete geloso?
ROB.
Non patisco di questo male.
EMIL.
Se foste nel mio paese, lo patireste anche voi, signore.
ROB.
Che! sono gelosi gli uomini al vostro paese?
EMIL.
E come! Sono insoffribili.
ROB.
Qui la gelosia non si usa.
Conviene uniformarsi al paese.
RODEG.
È sola donna Eularia? (a Roberto)
ROB.
No, è in carrozza col marchese Ernesto e col conte Astolfo.
EMIL.
Con due cavalieri in carrozza?
ROB.
Sì signora: vi formalizzate di ciò? Si usa.
EMIL.
Oh sì, che da noi un marito lascerebbe andar la moglie in compagnia con altri!
ROB.
Non la lascerebbe andare?
EMIL.
Guardi il cielo!
ROB.
E per questo suo modo di vivere non sarebbe criticato?
EMIL.
Anzi lo criticherebbero s'ei facesse diversamente.
ROB.
Signora mia, in grazia, come si chiama il vostro paese?
EMIL.
Castelbuono.
ROB.
(Oh Castelbuono! Oh castello ottimo! Oh castello adorabile! Ma questa mia moglie mi fa far dei lunari).
(da sé)
EMIL.
Verrà questa mattina donna Eularia
...
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