LA DAMA PRUDENTE, di Carlo Goldoni - pagina 4
...
.
(da sé)
EMIL.
Verrà questa mattina donna Eularia?
ROB.
Se il demonio non se la porta, verrà.
EMIL.
Perché dite così?
ROB.
Le ho raccomandato che venga presto, che non vi faccia aspettare, e non viene mai.
Ehi, signora, al vostro paese un marito che comanda alla moglie, è puntualmente ubbidito?
EMIL.
E in che maniera!
ROB.
Qui non si usa così.
Come si chiama il vostro paese?
EMIL.
Castelbuono.
ROB.
Se vengono ad abitarvi quattro delle nostre donne diventa prestissimo Castelcattivo.
CAM.
Illustrissima, è qui la signora donna Eularia con due cavalieri.
(a donna Rodegonda)
RODEG.
Che passino.
(al Cameriere)
ROB.
Con due cavalieri.
A Castelbuono non si usa così? (a donna Emilia)
EMIL.
No certamente.
ROB.
E qui si usa.
RODEG.
Vi dispiace che vostra moglie sia servita? (a don Roberto)
ROB.
Oh pensate! Li ho pregati io quei due cavalieri, che favorissero mia moglie.
EMIL.
Voi li avete pregati?
ROB.
Io, sì signora.
EMIL.
Oh, questa sì a Castelbuono farebbe ridere.
ROB.
Ogni paese ha i suoi ridicoli particolari.
SCENA DODICESIMA
Donna EULARIA, servita dal MARCHESE e dal CONTE, e detti.
Tutti si salutano.
EUL.
Serva, donna Rodegonda; m'inchino a quella dama che non ho l'onor di conoscere.
EMIL.
Vostra serva divota.
RODEG.
Questa è una dama mia amica, che mi ha favorito un'intera villeggiatura nel suo paese, ed ora è venuta ad onorar la mia casa.
EUL.
Spero che col vostro mezzo si degnerà di onorare anche la mia.
RODEG.
Favoriscano di sedere.
(donna Emilia siede) Là, donna Eularia.
Signor Conte, signor Marchese, non abbandonino il loro posto.
(li due siedono un di qua, un di là di donna Eularia, bene uniti) Don Roberto, volete favorire in mezzo di noi due?
ROB.
Io, se vi contentate, sto bene qui.
(siede dalla parte di donna Rodegonda, ma non tanto vicino)
MAR.
Vostro marito ha paura a star vicino alle donne.
(piano ad Eularia)
EUL.
Mio marito è un uomo che non bada alle frascherie.
(piano al Marchese)
RODEG.
Don Roberto, perché state così lontano da noi?
ROB.
Il rispetto che io ho per le dame, non mi permette che io le incomodi stando loro troppo vicino.
RODEG.
Questa è una delicatezza affatto nuova.
Favorite, venite qui.
Soffrite l'incomodo del mio guardinfante.
ROB.
Per questo poi, vi supplico dispensarmi.
Non so come facciano il Marchese ed il Conte a soffrire sopra le loro ginocchia il guardinfante di mia moglie, e mi meraviglio che donna Eularia abbia sì poca convenienza di dar loro un sì grande incomodo.
EUL.
Dice bene mio marito.
Allontaniamoci un poco.
MAR.
Oibò, stiamo benissimo.
(la trattiene)
ROB.
In verità, è una cosa curiosa.
Non si distinguono le gambe del cavaliere da quelle della dama.
(ride con affettazione)
CON.
No, don Roberto, vi corre la dovuta distanza.
(si scosta)
ROB.
Oh, lo dico per ischerzo.
(come sopra)
MAR.
Amico, non m'imputate di malcreato.
(a don Roberto, e si scosta)
ROB.
L'ho detto per una facezia.
EUL.
(Certamente questa cosa non vuol finir bene).
(da sé)
RODEG.
Amica, nel tempo che si trattiene qui donna Emilia, vi prego non abbandonarci.
(a donna Eularia)
EUL.
Sarò con voi a servirla.
EMIL.
Io non merito tante grazie.
RODEG.
Donna Emilia, ho ritrovato una dama che vi farà compagnia; tocca a voi a ritrovarvi un cavaliere.
MAR.
Ecco lì don Roberto.
Egli non ha alcun impegno.
Sarà il cavalier servente di questa dama.
ROB.
A Castelbuono non s'usano cavalieri serventi; vero, donna Emilia?
EMIL.
È verissimo, non si usano.
CON.
Ella avrà piacere di uniformarsi all'uso della città.
ROB.
Anzi non vorrà corrompere il bel costume del suo paese.
CON.
Bel costume chiamate il vivere solitario?
ROB.
Io non ho mai creduto cosa buona la soggezione.
MAR.
Ed io non credo vi sia piacer maggiore oltre la società.
CON.
Povere donne! avrebbero da viver ritirate, neglette, instupidite?
ROB.
Signora donna Emilia, come vivono le donne al vostro paese?
EMIL.
Siamo poche, ma quelle poche che siamo, facciamo la vita delle ritirate.
Là non si usano i cavalieri serventi...
ROB.
Sentite? Non si usano i cavalieri serventi a Castelbuono.
(al Conte ed al Marchese)
EMIL.
Si fanno anche da noi delle conversazioni, ma i mariti vanno colle loro mogli, e guai se si vedesse comparire una donna servita da uno che non fosse o il marito, o il fratello, o il congiunto.
RODEG.
Ma signori miei, avete sempre a parlare voi altri, e noi tacere? Donna Eularia, dite qualche cosa.
EUL.
Io dico che mi piacerebbe moltissimo l'abitazione di Castelbuono.
EMIL.
Se volete meglio concepirne l'idea, siete padrona in casa mia.
ROB.
(Oh! il cielo volesse.
Donna Eularia non avrebbe nemmeno il parente).
(da sé)
MAR.
Donna Eularia, che dite? Una dama di tanto spirito andarsi a perdere in un castello? Credo che donna Emilia medesima non l'approverebbe e cambierebbe anch'essa la bella felicità del ritiro colle nostre amabili conversazioni.
EUL.
Io penso forse diversamente.
ROB.
(Già, non mancano seduttori).
(da sé)
CON.
Sentite, se voi andaste ad abitare in un castello in meno di due mesi vi tirate dietro mezza questa città.
ROB.
(Non ci mancherebbe altro).
(da sé)
MAR.
Donna Emilia, non ci private della nostra damina.
CON.
Non ci state a rapire la nostra donna Eularia.
ROB.
(Pare che sia cosa loro.
Io non c'entro per niente).
(da sé)
EMIL.
Sono persuasa che ella non vorrà fare un sì tristo cambio.
EUL.
Quanto lo farei volentieri!
MAR.
Che malinconia è questa? (a donna Eularia)
CON.
Che novità? che novità?
ROB.
(Or ora non posso più).
(da sé)
CON.
Don Roberto, dite qualche cosa anche voi.
Sentite che pensieri malinconici entrano nel capo alla vostra sposa.
ROB.
(Freme)
MAR.
Se voi vorrete partire, vi legheremo qui, vi legheremo qui.
(fa il segno di legarla, e la prende per la mano)
ROB.
(Non posso più).
(s'alza)
RODEG.
Che c'è, don Roberto?
ROB.
Con vostra permissione, devo andare per un affar di premura.
RODEG.
Trattenetevi un momento.
ROB.
Convien ch'io vada.
Non posso trattenermi.
EUL.
M'immagino che vorrete andare a vedere che fa vostra zia: con licenza di queste dame, verrò ancor io.
ROB.
No no, restate.
Anderò io solo.
CON.
Via, quando lo dice il marito, si ubbidisce.
Restate con noi.
MAR.
Vi legheremo qui, vi legheremo qui.
(la prendono civilmente per le mani, volendola trattenere)
ROB.
Signori, con vostra buona licenza.
EUL.
Sentite...
ROB.
Tornerò.
(parte smaniando)
RODEG.
(Quell'uomo ha qualche cosa per il capo).
(da sé)
EUL.
(Povero don Roberto, egli è all'inferno per me, e senza mia colpa).
(da sé)
SCENA TREDICESIMA
CAMERIERE colla cioccolata, e detti.
MAR.
Signora donna Emilia, a Castelbuono si usa la cioccolata?
EMIL.
L'usano quelle persone che la conoscono.
MAR.
Ma tutti non la conosceranno.
EMIL.
Anzi pochissimi.
MAR.
Oh che bella cosa è un castello! Che deliziosissima cosa per una dama di spirito, come la nostra carissima donna Eularia.
EMIL.
Tutto sta nell'avvezzarsi.
EUL.
Io mi avvezzerei facilmente.
RODEG.
Certamente donna Eularia è una dama che ama piuttosto la solitudine.
CON.
Anzi le piace la compagnia, quando è di suo genio.
MAR.
Voi non la conoscete questa furbetta.
CON.
Il Marchese la conosce perfettamente.
MAR.
E il Conte non corbella.
EUL.
Orsù, finiamola.
Vi siete accordati tutti e due a parlar molto male.
Che confidenza avete meco, che possiate parlare con tanta libertà? Per essere alla presenza di una dama forestiera, che non mi conosce, pretendete dare ad intendere che avete qualche predominio sopra il mio spirito e sopra il mio cuore? Donna Emilia, assicuratevi che questi due cavalieri sono amici più di mio marito che miei; che li tratto con tutta l'indifferenza; e che oggi è la prima volta che li sento parlar pazzamente, e sarà l'ultima ancora.
Sì, sarà l'ultima, ve lo prometto.
CON.
Sono mortificato.
Io non so d'avervi fatta sì grande offesa.
MAR.
Cara donna Eularia, vi domando perdono.
Compatite uno scherzo, una bizzarria.
Deh, donna Rodegonda, impetratemi voi il perdono da questa dama.
RODEG.
Via, donna Eularia, non vi alterate per così poco.
EUL.
Io non mi altero.
RODEG.
Non siate in collera con quei poveri cavalieri.
EUL.
Io non ho collera con nessuno.
RODEG.
Rimetteteli nella vostra grazia.
EUL.
Non posso rimetterli in un posto, dove non sono mai stati.
MAR.
(Causa il Conte! Maledetto Conte!) (da sé)
CON.
(Se non ci fosse il Marchese, l'aggiusterei facilmente).
(da sé)
EMIL.
(Oh, se a Castelbuono nascesse una di queste scene, se ne parlerebbe per un anno continuo).
(da sé)
SCENA QUATTORDICESIMA
Don ROBERTO e detti.
ROB.
(Eccoli ancora qui.
La finirò io).
(da sé)
RODEG.
Don Roberto, ben ritornato.
ROB.
Servo di lor signori.
EUL.
Che ha vostra zia?
ROB.
Dirò...
male assai...
sta per morire...
Sarebbe bene che, prima ch'ella morisse, le deste anche voi la consolazione di vedervi.
EUL.
Sì, dite bene; andiamola a veder subito.
Donna Rodegonda, compatite.
Donna Emilia, vi son serva.
RODEG.
Verremo questa sera da voi.
EUL.
Mi farete un onor singolare.
EMIL.
Ed io sarò partecipe delle vostre grazie.
MAR.
Signora, sono a servirvi.
EUL.
Perdonatemi.
Non mi par che convenga andare a visitare una moribonda in compagnia di gente non conosciuta.
MAR.
(Ancora è sdegnata).
(da sé) Perdonatemi, avete ragione.
CON.
Sì signora, dite bene.
In questa occasione non si va che con suo marito.
ROB.
(In questa occasione).
(da sé)
EUL.
Don Roberto, andiamo.
(gli dà la mano)
ROB.
Signora donna Emilia, ecco un matrimonio all'usanza di Castelbuono.
Colà sempre così, e qui in questa sola occasione.
Là dicono che va bene, e qui ridono.
(parte con donna Eularia)
MAR.
Signora donna Rodegonda, vi leverò l'incomodo.
Signora donna Emilia, all'onore di riverirvi.
RODEG.
Non ci scarseggiate i vostri favori.
MAR.
Questa sera avrò l'onor di riverirvi alla conversazione da donna Eularia.
RODEG.
Con quella dama non conviene che vi arrischiate a parlar troppo.
MAR.
Tutte le mie parole la fanno alterare.
Qui il signor Conte ha la fortuna di essere meglio ascoltato.
(parte)
RODEG.
È vero, signor Conte?
CON.
Il Marchese lo va dicendo, ma io non ho fondamento di crederlo.
RODEG.
Già lo vedo, siete due rivali.
CON.
La rivalità non mi dà gran pena: bastami di non essere soverchiato.
RODEG.
Chi ama, non può soffrire compagni.
CON.
So che amo una dama, e l'amor mio non arriva al segno della gelosia.
(parte)
EMIL.
(Oh che belle cose! Oh che bellissime cose!) (da sé)
RODEG.
Donna Emilia, questa sera andremo alla conversazione di questa dama.
EMIL.
Ci verrò con piacere.
(Imparerò qualche altra cosa di bello).
(da sé)
RODEG.
Servitevi qui nel vostro appartamento, ch'io intanto vo a dar qualche ordine alla famiglia.
(parte)
EMIL.
Prendete il vostro comodo.
Oh che belle cose! Oh che bellissime cose! Una donna ha due che la servono.
Il marito lo soffre, anzi ha piacere che sia servita.
I serventi hanno gelosia fra di loro: la donna li tratta e li rimprovera.
Essi soffrono e non sperano niente.
Non sperano niente? La prudenza di donna Eularia non accorderà loro cos'alcuna, ma niuno mi farà credere che i due serventi non sperino qualche cosa.
(parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Camera di donna Eularia.
Donna EULARIA e don ROBERTO.
EUL.
Che damina garbata è quella donna Emilia! In verità, mi è piaciuta assaissimo.
ROB.
Certamente si vede che ella è di ottimi costumi.
Convien dire che al suo paese le donne si allevino con delle buone massime.
EUL.
Le buone massime s'insegnano da per tutto.
ROB.
Si insegnano, ma non si osservano.
EUL.
Don Roberto, voi siete malcontento.
Avete qualche cosa che vi disturba.
ROB.
Sempre non si può essere d'un umore.
EUL.
È qualche tempo che vi vedo costante in una spezie di melanconia.
ROB.
Quanto tempo sarà?
EUL.
Se ho a dire il vero, mi pare da che mi avete sposato.
ROB.
Eh, signora, v'ingannerete.
Parerà a voi così, perché forse, dopo che siete mia moglie, mi guarderete con un altr'occhio.
EUL.
In quanto a me, sono la stessa che io era prima di prendervi.
ROB.
Dunque m'avrò cambiato io.
EUL.
Potrebbe darsi.
ROB.
Mi avete dato voi occasion di cambiarmi?
EUL.
Certamente io non lo so.
ROB.
Eppure, se questa mia mutazione fa più senso agli occhi vostri che ai miei, sarà perché ne troverete in voi la cagione.
EUL.
Io non so d'avervi dato alcun dispiacere.
Se vado alle conversazioni, se ricevo visite, siete causa voi...
ROB.
Ecco qui; subito si mettono in discorso le visite, le conversazioni, come se io fossi geloso.
EUL.
Non dico che siate geloso, perché non avete occasione di esserlo.
ROB.
Non ho occasione di esserlo?
EUL.
No certamente.
In primo luogo, io non ho né bellezza, né grazia, per tirarmi dietro gli ammiratori.
ROB.
Per bacco! Anche una scimia con tante diavolerie d'intorno ha da fare innamorare per forza.
EUL.
Non mi pare di essere soverchiamente adornata.
ROB.
Io non dico di voi.
So che voi, quel che fate, lo fate per piacere a vostro marito.
Dico di quelle che lo fanno per piacere agli altri.
EUL.
Io non faccio...
ROB.
Non parlo di voi.
Vi torno a dire, le mie parole non sono dirette a voi; ma se ve le appropriate, saprete di meritarle.
EUL.
Caro don Roberto, se vi pare che io non sappia ben regolarmi...
ROB.
Orsù; mutiamo discorso.
Mia zia sta meglio.
Spero quanto prima risanerà.
EUL.
Sì, sì, sta quasi bene del tutto.
ROB.
Come lo sapete?
EUL.
Ieri ho mandato a vedere di lei, e mi hanno fatto dire che non aveva più febbre.
ROB.
Eppure questa mattina stava per morire.
EUL.
Stava per morire? Poverina! (ridendo alquanto)
ROB.
Come! Non lo credete?
EUL.
Sì, sì, lo credo.
(con bocca ridente)
ROB.
Voi mi adulate.
Voi credete che, col pretesto della zia, vi abbia voluto levare dalla conversazione; voi volete che io sia geloso.
Maledetta la gelosia, maledetto chi lo dice, chi lo crede, chi lo è, chi non lo è.
EUL.
Dunque maledite tutte le persone del mondo.
ROB.
Io solo, io solo.
EUL.
Ma perché?
ROB.
Perché sono un pazzo.
EUL.
Caro don Roberto, che cosa avete?
ROB.
Niente.
Penso agli affari miei.
Ho cento cose che m'inquietano.
L'economia della casa, la cura della famiglia, le liti, le corrispondenze, la moglie e cento altri imbarazzi.
EUL.
Anche la moglie v'imbarazza?
ROB.
Credete che a voi non pensi?
EUL.
Spererei che il pensare a me non vi desse pena.
Sapete pure quanto vi amo.
ROB.
No...
non mi dà pena.
EUL.
Via, caro consorte, state allegro; consolatemi colla vostra solita giovialità.
Stiamo in pace fra di noi; godiamoci quel poco di bene che la fortuna ci dona.
Io non ho altro piacere che esser con voi.
Tutto il resto del mondo è niente per me; e se voi mi private delle vostre amorose parole, sono la più infelice donna di questa terra.
ROB.
(Sospira)
EUL.
Ma perché sospirate?
ROB.
Orsù, anderemo a star un mese in campagna.
Là ci divertiremo fra di noi e staremo in quiete.
EUL.
Sì, staremo benissimo.
Faremo la nostra piccola conversazione.
Verrà il medico, verrà il cancelliere.
ROB.
Non voglio medici, non voglio cancellieri; in campagna non voglio nessuno.
EUL.
Bene, staremo da noi.
ROB.
Pare che non possiate vivere senza la conversazione.
EUL.
Quelle sono persone da noi dipendenti.
ROB.
Non avete detto che volete stare con me?
EUL.
Certo, l'ho detto e lo ridico.
ROB.
Bene, staremo da noi due.
Un mese da noi due.
Almeno un mese; almeno un mese.
EUL.
Un mese? Sempre, sempre, quanto volete.
SCENA SECONDA
Il PAGGIO e detti.
PAGG.
Signora, un servitore del marchese Ernesto...
ROB.
(Ecco il mio tormento).
(da sé)
EUL.
Che vuole?
PAGG.
Ha da presentarle un regalo.
ROB.
(Un regalo!) (da sé) Un regalo?
EUL.
Digli che lo ringrazio, che io non ricevo regali.
ROB.
Aspetta.
Veramente non anderebbe ricevuto; ma che dirà il Marchese, col quale siamo amici di tanti anni? Che dirà, se vien ricusato il di lui regalo? Dirà una delle due: o che voi non sapete le convenienze, o che io sono diventato geloso.
EUL.
L'amicizia che egli ha con voi, non l'ha con me.
Se lo rifiuto io, il torto non lo riceve da voi.
Di me lasciate che egli giudichi come vuole.
ROB.
No, donna Eularia, non voglio che né io, né voi facciamo una cattiva figura.
Vediamo che regalo è.
Fa che passi il servitore.
(il Paggio parte)
EUL.
(Se sapesse tutto, non accetterebbe i regali).
(da sé)
ROB.
(Io assolutamente non mi voglio render ridicolo).
(da sé)
SCENA TERZA
Un SERVITORE, il PAGGIO e detti.
SERV.
Faccio riverenza a V.S.
illustrissima.
Il mio padrone si fa servitore umilissimo all'illustrissima signora donna Eularia, e dice che scusi, se si prende l'ardire di mandarle queste poche pere del suo giardino.
ROB.
(Via, via.
È un regalo che costa poco).
(da sé)
EUL.
Dite al vostro padrone, che don Roberto ed io lo ringraziamo infinitamente, e lo preghiamo a ricevere in contracambio quattro tartufi di Roma.
Ehi! Leva le pere da quel bacile, e ponivi sopra quelle dieci libbre di tartufi che sono nella dispensa.
(al Paggio) Don Roberto, siete contento?
ROB.
Sì, fate voi.
EUL.
Quel giovane, tenete.
(dà la mancia al Servitore)
SERV.
Grazie a V.S.
illustrissima.
(parte)
ROB.
(Gli manda i tartufi! Non vorrei che vi fosse qualche mistero).
(da sé)
EUL.
Così non abbiamo obbligazione veruna, e vedendo il Marchese che gli si manda nel momento istesso un regalo, che costa più del suo, capirà che non vogliamo regali.
ROB.
Sì, sì, va bene.
Non potrà dire che la dama non abbia gradite le sue finezze, se con un regalo maggiore lo assicura del suo gradimento.
EUL.
Voi ora interpretate sinistramente un'azione che avete prima approvata.
ROB.
Oh, vuol ella che io disapprovi ciò che determina la sua prudenza? (con ironia)
EUL.
Con voi non so come vivere.
ROB.
La compatisco.
Sono un uomo alquanto fastidioso.
Lo conosco.
EUL.
In verità, sempre mi tormentate.
ROB.
Scusi.
Non parlerò.
SCENA QUARTA
Il PAGGIO con le pere in una guantiera, e detti.
PAGG.
Ecco le pere.
Dove comanda si mettano?
EUL.
Non mi pare di darvi occasione di mortificarmi.
ROB.
Oh, veramente le gran mortificazioni che io vi do!
PAGG.
Dove comandano...
ROB.
Va via di qui, impertinente.
PAGG.
(Mette la guantiera sul tavolino con paura) (Era meglio che mi mangiassi anco queste).
(da sé, parte)
ROB.
Bellissime queste pere!
EUL.
Dopo ch'io son vostra moglie, non ho avuto un'ora di bene.
ROB.
Sono di spalliera.
EUL.
Pare che siate pentito d'avermi presa.
ROB.
Oh che belle pere! Oh che belle pere! (coi denti stretti)
EUL.
Sempre motteggi, sempre rimproveri, sempre sospetti.
ROB.
Oh che belle pere! Oh che belle pere! (getta delle pere dalla finestra)
EUL.
Ecco qui.
Ora siete arrabbiato, e non si sa perché.
ROB.
E non si sa perché.
(getta via delle pere)
EUL.
Io mi sento morire.
(piange)
ROB.
Che c'è? Che c'è stato? (con una pera in mano)
EUL.
Per carità, lasciatemi stare.
(piangendo)
ROB.
Oh! (arrabbiato tronca un pezzo di pera coi denti)
EUL.
Morirò, creperò, sarete contento.
(piangendo)
ROB.
Maledette pere, maledetto chi le ha mandate.
(getta via la pera che ha in mano)
EUL.
Zitto, che vien Colombina.
ROB.
Voi mi volete far disperare.
EUL.
Abbiate prudenza.
Non ci facciamo scorgere dalla servitù, se non volete che tutta la città ci ponga in ridicolo.
SCENA QUINTA
COLOMBINA e detti.
COL.
Signora padrona, ho fatto un goliè di mia invenzione.
Vorrei, se si contenta, che se lo provasse.
EUL.
Ora non ho volontà di provarlo.
COL.
Almeno lo guardi.
ROB.
(Ecco qui i grandi affari delle donne.
Cuffie, manichetti, goliè! E tutto perché? Per parer belle).
(da sé)
EUL.
Non mi dispiace, è galante.
ROB.
(Già le donne s'innamoran di tutto).
(da sé)
COL.
Ne ho veduto uno quasi simile al collo ad una dama forestiera, che tutti la guardavano per meraviglia.
ROB.
Tutti la guardavano?
COL.
Ma questo è assai più bello.
EUL.
Che dite, don Roberto, vi piace?
ROB.
Io dico che è una porcheria.
COL.
Perché dice questo, signor padrone?
ROB.
Sì, è una porcheria.
Non vedi che è stretto stretto? I goliè sono fatti per coprire il petto, per tener caldo.
Che cosa ha da coprire un goliè largo un dito? Mia moglie morirebbe dal freddo; non è per lei, non è per lei.
COL.
Avete paura che non copra?
ROB.
Animo, via di qua.
EUL.
Per dire il vero, il goliè è bellissimo.
ROB.
Vi piace?
COL.
Se ella se lo mette al collo, parrà più bella il doppio.
ROB.
Maledetta! (prende il goliè e lo straccia)
COL.
(Ih! Che uomo indiavolato!) (da sé)
EUL.
Via, a don Roberto non piace; egli è di buon gusto, e quel goliè non è ben fatto.
COL.
Sicuro! Non è ben fatto! Ora lo dice per paura di lui.
Ho durato tanta fatica!
ROB.
Vien qui.
Tieni.
Ecco uno scudo.
COL.
Uno scudo?
ROB.
Sì, per la fatica che hai durato.
COL.
Via, via, quand'è così, sto zitta.
Guardate se avessi indosso qualche altra cosa da rompere, siete padrone.
(parte)
SCENA SESTA
Don ROBERTO, donna EULARIA, poi il PAGGIO.
EUL.
Ho piacere che abbiate consolata quella povera cameriera.
In verità, don Roberto, alcune volte siete adorabile...
ROB.
E alcune altre insostenibile.
EUL.
Qualche volta siete stravagante.
ROB.
Compatitemi; lo conosco ancor io.
PAGG.
Signora.
EUL.
Che vuoi?
PAGG.
Un viglietto...
ROB.
Un viglietto? Di chi?
PAGG.
Del marchese Ernesto.
ROB.
Un viglietto del marchese Ernesto? Lascia vedere.
A madama, madama...
Viene a lei, si serva.
(a donna Eularia, con caricatura)
EUL.
Apritelo voi.
ROB.
Io non voglio entrare ne' fatti suoi.
EUL.
Apritelo voi, o lo rimando chiuso com'è.
ROB.
Via, via, non si riscaldi, l'aprirò io.
Mi dà licenza? (con ironia)
EUL.
Via, non mi tormentate.
ROB.
Sentiamo che cosa scrive il signor Marchese.
Via di qua.
(al Paggio)
PAGG.
(Ascolterò sotto la portiera).
(parte, poi ritorna)
ROB.
Madama, io non so per qual cagione voi mi trattate sì male.
Sentite? Bisogna trattarlo meglio.
Passando vicino alla vostra casa, voi mi avete gettato dalla finestra le pere che vi ho mandato, una delle quali mi ha colpito in un occhio.
Oh diavolo! Ch'ho io mai fatto?
EUL.
Vedete quel che producono le vostre smanie?
ROB.
Questa cosa mi dispiace infinitamente.
Che cosa dirà di voi, che cosa dirà di me? Sentiamo che cosa dice: Voi non avete occasione di dolervi di me; siccome siete una onestissima dama, io ho sempre trattato con voi con tutta la maggiore delicatezza.
Sì, il Marchese è un cavaliere onorato.
Voi siete una dama prudente.
(Io sono una bestia).
(da sé) Però l'affronto che mi avete fatto non è indifferente, e don Roberto me ne dovrà render conto.
Ecco qui un impegno, per causa di queste maledette pere.
Chi è di là?
PAGG.
Signore.
ROB.
Porta via queste pere.
PAGG.
Dove?
ROB.
Portale via.
PAGG.
Ma dove?
ROB.
Dove vuoi.
PAGG.
(Se non crepo questa volta, non crepo più).
(da sé, porta via le pere)
EUL.
Oh Dio! Mi dispiace che siate entrato in un impegno per una cosa di niente.
ROB.
Se m'incontro col Marchese bisogna battersi.
EUL.
Caro marito, no, se mi volete bene.
ROB.
Se mi sfida, non posso ritirarmi.
EUL.
E la vostra riputazione? E il vostro buon nome? Non lo calcolate niente? O si dirà che l'affronto gliel'ho fatto io, o che gliel'avete fatto voi.
Se io, eccomi in credito di una fraschetta; se voi, eccovi caratterizzato per un geloso.
ROB.
Io non sono geloso.
EUL.
Non basta non esserlo.
Bisogna non parerlo.
ROB.
Sì, dite bene.
Troverò il Marchese e gli parlerò.
EUL.
Ma che cosa gli direte?
ROB.
Gli dirò...
Orsù, dirò che io non so niente, lo manderò da voi.
EUL.
Ma perché lo manderete da me?
ROB.
Per due ragioni.
Prima, perché mandandolo io da voi, non potrà dire che l'affronto venga da me, né potrà sospettare che io sia geloso.
Secondariamente perché a voi sarà più facile trovar una scusa.
EUL.
Che scusa volete ch'io trovi?
ROB.
Qualunque sia la scusa che trovi una dama, un cavaliere deve appagarsi.
EUL.
Troviamo un altro pretesto, senza che io abbia a ricevere l'incomodo di questa visita.
ROB.
Questa è una cosa della quale non si può fare a meno.
EUL.
Ma siateci anche voi.
ROB.
Perché ci ho da esser io? Sì, sì, v'intendo.
Avete questa fissazione nel capo, che io sia geloso.
Corpo di bacco! Voi mi farete dare al diavolo, se penserete così di me.
Manderò il Marchese, ricevetelo, e non mi fate arrabbiare.
(Per altro non li lascierò lungo tempo soli).
(da sé, parte)
EUL.
Venga pure il marchese Ernesto.
Procurerò giustificare la cosa per salvar il decoro, ma troverò qualche mezzo termine, per far sì ch'ei non torni mai più da me.
Conosco la debolezza di mio marito.
Questa m'inquieta assaissimo; ma poiché il cielo me lo ha destinato per compagno, deggio compatirlo, soffrirlo e cercare di contentarlo.
È geloso, e questo è un segno che mi ama; procura di non parerlo, segno che teme le censure del mondo.
Tocca a me a conservarmi l'amor suo, e a difenderlo dalle derisioni.
Come ciò potrò fare? L'impegno è assai difficile.
Chi troverò, che in un caso simile mi sappia consigliare? La prudenza è quella che mi può reggere unicamente; e se mi riuscirà di porre in calma l'animo agitato di mio marito, assicurandomi dell'amor suo senza ch'egli abbia a dubitare del mio, allora potrò lusingarmi di essere una donna felice, una moglie contenta, e forse, forse, senza vanità e senza fasto, potrò passare per una dama prudente.
(parte)
SCENA SETTIMA
Altra camera.
COLOMBINA ed il PAGGIO colle pere.
COL.
Tutte voi le volete? Tutte voi?
PAGG.
Via, eccone un paio anche per voi.
(le dà due pere) Oh! Avete le mani gelose.
COL.
Sì, gelose.
(ridendo)
PAGG.
Veramente questa dee essere una brutta parola.
Tutti mi gridano, quando la dico.
COL.
Se vi gridano, non la dite più.
PAGG.
Se non volete che io la dica più, spiegatemi che cosa vuol dire.
COL.
Oh sì, ora ve la spiego.
(con ironia)
PAGG.
Ed io la dirò, e aggiungerò che Colombina me l'ha insegnata.
COL.
Siete un ragazzaccio, che non ha giudizio.
PAGG.
Che cosa vuol dir geloso? Voglio saperlo.
COL.
(Mi fa ridere).
(da sé) Vuol dire uno che ha sospetto che sua moglie gli faccia le fusa torte.
Avete capito?
PAGG.
Che cosa vuol dire le fusa torte?
COL.
Già me l'aspettava.
Vuol dir, per metafora, dei complimenti.
PAGG.
Ora ho capito.
COL.
Queste cose non sono da voi.
Siete ancora troppo giovinetto.
PAGG.
Non mi paiono cose tanto diffcili; le ho imparate subito.
SCENA OTTAVA
Donna EULARIA e detti.
EUL.
Qui si chiacchiera, e non si bada all'anticamera.
Vi è gente che passeggia, e nessuno va a vedere chi è.
PAGG.
Vado subito.
(parte, poi ritorna)
EUL.
Cara Colombina, io di voi sono contentissima.
Questa sola cosa ho da rimproverarvi: colla servitù non si scherza.
COL.
Il paggio è tanto ragazzo...
EUL.
È ragazzo, è vero; ma sta volentieri in compagnia più colle donne che cogli uomini.
PAGG.
Signora.
EUL.
Che cosa c'è?
PAGG.
Il signor marchese Ernesto vorrebbe farle le fusa torte.
EUL.
Come?
COL.
Zitto.
EUL.
Che hai detto?
PAGG.
Il signor Marchese è qui, per fare le fusa torte.
EUL.
Povera me! Che cosa sento?
COL.
(Oh diavolo maledetto!) (da sé)
EUL.
Chi ti ha insegnato a dire queste parole?
PAGG.
Colombina.
EUL.
Colombina! (guardandola)
COL.
Fusa torte, secondo lui, vuol dir complimenti.
Non è vero?
PAGG.
Sì, signora, complimenti, ma lo dico per metafora, come mi ha insegnato Colombina.
EUL.
Orsù, di' al Marchese che passi.
(il Paggio parte) Colombina carissima, il paggio intende che le fusa torte voglia dir complimenti, e voi a che motivo mettete in campo simili ragionamenti?
COL.
Signora, io faccio...
perché il paggio parla e non sa che cosa si dica.
EUL.
Badate a voi, e non fate ch'io vi abbia a cacciare da questa casa.
COL.
Signora, per amor del cielo...
EUL.
Basta, ora non ho tempo per arrestarmi su questa cosa; ma voglio venir in chiaro, e se vi sarà qualche mistero, non me la passerò con indifferenza.
COL.
Credetemi...
EUL.
Andate via.
COL.
(Ecco quel che si avanza a trattare coi ragazzi.
È meglio trattar con uomini fatti).
(da sé, parte)
SCENA NONA
Donna EULARIA sola.
EUL.
Io ho paura che per quanto mio marito studi nascondere la sua gelosia, i domestici l'abbiano già conosciuta; e siccome si pensa comunemente il peggio, così non è difficile che credano fondata la gelosia di don Roberto, e correggibile la mia condotta.
La riforma è necessaria in tutto: nella casa, nella famiglia e nel cuore abbagliato di mio marito.
SCENA DECIMA
Il MARCHESE e la suddetta; poi il PAGGIO.
MAR.
Signora, a voi m'inchino.
EUL.
Signore, compatite di grazia l'accidente accaduto...
MAR.
Basta così, non ne parliamo più.
L'onore che mi fate col credermi degno delle vostre giustificazioni, compensa qualunque mio dispiacere; né io devo permettere che una dama mi chieda scusa.
EUL.
Son persuasa della vostra bontà; ma permettetemi che vi dica almeno come la cosa è andata.
MAR.
Sarà stato un accidente.
EUL.
Sì, è stato il paggio.
Ha ritrovato alcuna di quelle pere molto mature; le ha credute marcie e le ha gettate dalla finestra.
È stato quell'impertinente del paggio.
PAGG.
Signore, non è vero, non sono stato io.
È stato il padrone.
EUL.
Via di qua, disgraziato.
PAGG.
È stato il padrone che le ha gettate, non sono stato io.
MAR.
Don Roberto?
EUL.
Non gli badate.
Via di qua.
PAGG.
E ha detto, sian maledette le pere e chi...
EUL.
Impertinente.
(gli dà uno schiaffo) Chi è di là?
SCENA UNDICESIMA
Un SERVITORE e detti.
EUL.
Cacciate via costui.
In anticamera non lo voglio più.
PAGG.
Non sa far altro che dare degli schiaffi e fare le fusa torte.
(parte col Servitore)
EUL.
(Mai più ragazzi in casa.
Domani lo mando via).
(da sé)
MAR.
(Parmi che vi sieno dei torbidi).
(da sé)
EUL.
Quel ragazzaccio mi fa venire la rabbia.
MAR.
Non vi alterate per questo.
Io credo a tutto quello che dite voi.
EUL.
Sappiate, per dirvi la cosa com'è, che una pera era veramente fracida, e mio marito l'ha gittata dalla finestra.
MAR.
(E sarà quella probabilmente che mi ha colpito).
(da sé) Signora, mi rincresce vedervi stare in disagio per causa mia.
EUL.
Per me sto benissimo.
Ho seduto sinora, e non m'incomoda lo stare in piedi.
(Così più presto se n'anderà).
(da sé)
MAR.
Che dite, signora donna Eularia, di quella dama che viene dall'abitazion di un castello? Le parrà di essere in un mondo nuovo.
EUL.
Una donna di spirito si adatta a tutto.
MAR.
Pare a voi che ella sia spiritosa?
EUL.
Quattro, e quattr'otto, e quattro dodici.
(mostrando di fare un conteggio da sé)
MAR.
Signora, fate voi dei conti?
EUL.
Perdonatemi, sono distratta per una certa fornitura che sto facendo.
(Dovrebbe andarsene).
(da sé)
MAR.
In materia de' conti, e di buon gusto nelle forniture, non la cedo a nessuno.
Favorite comunicarmi la vostra idea.
EUL.
La cosa è fatta, e ho di là il sarto che aspetta, per provarmi un mantò.
MAR.
Fatelo passare; non vi prendete soggezione di me.
EUL.
Oh scusatemi, so il mio dovere.
MAR.
Eh, mi maraviglio.
Complimenti inutili.
Ora chiamerò io il sarto, e lo farò passare.
EUL.
No, no, trattenetevi.
Io non costumo spogliarmi e vestirmi in faccia dei cavalieri.
MAR.
Questa è una cosa che si fa quasi comunemente, e forse non passa giorno, ch'io non abbia l'onore di allacciar qualche busto.
EUL.
Buon pro vi faccia.
In casa mia non ne allaccerete sicuramente.
MAR.
Voi siete una dama assai delicata; ma per amor del cielo, non fate più aspettare quel povero sarto.
EUL.
Non potrei aver la finezza di provarmi il mantò senza soggezione?
MAR.
Vi pare ch'io sia in grado di darvi soggezione?
EUL.
Io me la prendo di tutti.
MAR.
Di tutti ve la potete prendere, fuor che di me.
EUL.
Qualche volta me la prendo anche di mio marito.
SCENA DODICESIMA
Il SERVITORE, poi il CONTE e detti.
SERV.
Illustrissima, è qui il signor conte Astolfo, che vorrebbe riverirla.
EUL.
(Oimè! Ecco un altro impiccio).
(da sé)
MAR.
Donna Eularia, se ricevete il Conte, non vi provate il mantò.
EUL.
(Se non lo ricevo, sapendo egli che v'è il marchese Ernesto, farà dei sinistri pensieri).
(da sé)
MAR.
(Non vorrei che lo ricevesse).
(da sé) Signora spicciate il vostro sarto, fate sapere al Conte che siete occupata, ed io partirò, per lasciarvi in tutta la vostra libertà.
EUL.
Perdonatemi, signor Marchese, da voi non prendo regola per ricevere e licenziare le visite.
Tirate avanti tre sedie.
Dite al Conte ch'è padrone.
(Servitore parte)
MAR.
Ma il sarto...
EUL.
Sedete.
MAR.
Ora che viene il Conte, avete volontà di sedere.
EUL.
Quando prego voi di sedere, non potete dire che il complimento fatto sia per il Conte.
MAR.
Basta; le vostre grazie in ogni tempo, in ogni guisa mi sono care.
(Il Conte è il mio tormento).
(da sé)
CON.
Servo divoto di donna Eularia, amico, vi sono schiavo.
(il Marchese lo saluta)
EUL.
Accomodatevi.
(il Conte siede)
MAR.
(Ecco qui; il Conte trova la sedia preparata, ed io sono stato mezz'ora in piedi).
(da sé)
CON.
In che si diverte la signora donna Eularia?
MAR.
Ha il sarto che l'aspetta.
Vuol provarsi un mantò.
Onde io dubito che a noi converrà partire.
CON.
Parto in questo momento, se me lo comanda.
EUL.
Non sono tanto incivile per congedarvi sì presto.
MAR.
No, no, non vi manda via, non ha più la premura del sarto.
L'aveva quando ero io solo.
EUL.
Signor Marchese, voi parlate troppo pungente.
MAR.
Non mi pare d'offendervi.
Non è forse vero, che poco fa vi premeva provare il mantò?
EUL.
È verissimo.
MAR.
Ed ora ch'è venuto il Conte, al mantò non si pensa più.
EUL.
Ci penso, ma so le mie convenienze.
MAR.
Il signor Conte merita maggior rispetto.
CON.
Marchese, sinora ho lasciato rispondere alla dama, la quale vi ha risposto a dovere; ma ora che il vostro discorso si va caricando sopra di me, vi dirò ch'io non merito le finezze di questa dama, ma voi non siete in grado di farmi ostacolo per ottenerle.
MAR.
Sì, avete fortificato il vostro possesso, non temete rivali.
EUL.
E siam da capo.
Marchese, voi mi farete fare delle risoluzioni, che forse vi spiaceranno.
MAR.
Già, tutta la vostra collera è contro di me.
EUL.
La mia collera la rivolgo contro chi me ne ha dato il motivo.
MAR.
Conte, Conte, la discorreremo.
(in aria minaccevole)
CON.
Marchese, Marchese, non mi fate paura.
EUL.
Elà, rammentatevi dove siete.
MAR.
Vi domando perdono.
EUL.
Siete troppo sulfureo, signor Marchese.
MAR.
Non ho la flemma del signor Conte.
CON.
Ma signora donna Eularia, egli mi va insultando.
EUL.
In faccia d'una dama non si tratta così.
(al Marchese)
MAR.
Orsù, vi leverò l'occasione di rimproverarmi.
Signor Conte, ci rivedremo.
(s'alza)
CON.
Sì, ci rivedremo.
(s'alza)
EUL.
Deh, per amor del cielo, fermatevi.
Vi volete battere; già me ne accorgo.
Che volete che il mondo dica, se si sa il motivo delle vostre contese? Così poco stimate l'onor mio, che non vi cale di esporlo per una sì lieve cagione? Di che potete di me dolervi? Quali offese ho io fatte ad alcuno di voi? Dunque, senza mia colpa, volete che io risenta una sì grave pena? Per le vostre collere, per le vostre pazzie, una povera dama sarà miseramente sagrificata? Dirà, chiunque avrà notizia del vostro duello, due rivali gelosi si sono battuti per donna Eularia.
Chi potrà giustificare, che donna Eularia non fosse impegnata né coll'un, né coll'altro? Pensate meglio al vostro dovere, alle mie convenienze, al carattere che sostenete.
Siate più cauti, siate più cavalieri.
CON.
Per me dono tutto al merito di donna Eularia.
MAR.
Farò dei sagrifizi; benché dall'idolo male accettati!
EUL.
Via, mi consolo veder calmate le vostre collere.
Siete amici, e siatelo per l'avvenire.
Se per me nascono i vostri sdegni, liberatevi entrambi dalla cagione che li fomenta.
So con chi parlo, né vi è bisogno che più chiaramente mi faccia intendere.
Signori, il sarto mi aspetta, con vostra permissione.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
Il MARCHESE ed il CONTE.
MAR.
Conte mio, parlando senza caldo e senza passione, io non so per qual motivo vi siate posto in capo di venire a disturbar la mia pace.
CON.
Io a disturbare la vostra pace? Per qual cagione?
MAR.
Sapete che fino dal primo giorno in cui don Roberto sposò donna Eularia, io ebbi l'onor di servirla, e voi siete venuto a levarmi la mano.
CON.
Sono amico di don Roberto, come voi.
Servo donna Eularia, come voi, e non pretendo né di esser solo, né di scacciar nessuno.
MAR.
A poco a poco, andate scacciando me.
CON.
Voi v'ingannate.
MAR.
Dopo che voi servite donna Eularia, ella non mi fa la metà delle finezze che mi faceva prima.
CON.
Perché credete ch'ella non ve le faccia?
MAR.
Per causa vostra.
CON.
Mentite.
MAR.
A me una mentita?
CON.
Sentite, giuro da cavaliere, che da donna Eularia altre finezze non ho esatte e non ho pretese, oltre l'onore di darle braccio, di servirla al giuoco, di accompagnarla in carrozza; e niente più, son certo, non avrete ottenuto voi.
MAR.
Siete certo?
CON.
Sono certissimo.
MAR.
Dove fondate la vostra sicurezza?
CON.
Sul carattere della dama.
MAR.
Io non pretendo oltraggiare la dama, parlo nei limiti dell'onestà; ma ho ricevute da lei di quelle distinzioni che voi non avete, e non meritate di avere.
CON.
Di quelle distinzioni che io non merito d'avere? Con chi credete parlare?
MAR.
So con chi parlo e so come parlo.
CON.
Voi parlate da temerario.
MAR.
Giuro al cielo.
(pone mano)
CON.
In casa di una dama? (pone mano)
MAR.
Venite fuori.
SCENA QUATTORDICESIMA
Donna EULARIA e detti, poi don ROBERTO ed il SERVITORE.
EUL.
Oh Dio! Ch'è questo? Cavalieri, vi raccomando il mio onore, per carità.
CON.
Il Marchese mi ha cimentato.
MAR.
La collera mi trasporta.
EUL.
Oimè, ecco mio marito.
ROB.
Come! Colla spada alla mano?
EUL.
Don Roberto, non avete voi due fioretti?
ROB.
Colla spada alla mano?
EUL.
Badate a me.
Questi due cavalieri sono venuti in discorso di scherma.
Hanno trovato a questionare sopra un certo colpo segreto di cui non mi ricordo il nome, non essendo cosa che a me appartenga.
Mi hanno chiesto i fioretti; ma io non so dove sieno, ed essi, intolleranti che sono, ne facevano colle loro spade la prova.
Deh, caro marito, date loro i fioretti, ed evitiamo il pericolo che uno scherzo possa produrre la disgrazia di qualcheduno dei vostri amici.
ROB.
No, non fate...
colle spade non si scherza...
Abbiamo veduti dei brutti casi.
Aspettate.
Chi è di là? Portami que' due fioretti che sono in sala.
(al Servo; il Servo parte)
MAR.
(Non mi sono più ritrovato in un simile impegno).
(da sé)
CON.
(Donna Eularia è una dama di molto spirito).
(da sé)
ROB.
Ditemi, amici, qual è la botta per cui siete in contesa?
MAR.
Domandatela al Conte, egli ve la dirà.
CON.
L'ha suscitata il Marchese; egli è in debito di descriverla meglio di me.
(viene il Servitore coi fioretti)
ROB.
Ecco i fioretti.
Con questi soddisfatevi quanto volete.
(il Servitore parte)
EUL.
Imparate a meglio trattar colle dame.
Non si spaventano colle spade.
Non si fanno contese simili in faccia di loro.
Vergognatevi di voi stessi, ed ammirate come una donna ha saputo riparare al pericolo che vi soprastava.
(parte)
SCENA QUINDICESIMA
Il CONTE, il MARCHESE e don ROBERTO; poi il SERVITORE.
ROB.
Ebbene, qual è la botta contesa?
CON.
Ve la dirò io: pretende il Marchese avere una botta segreta, colla quale impegnando l'inimico a stendere il colpo senza potersi immediatamente rimettere, lo fa infilzar da se stesso nella spada dell'avversario.
ROB.
E questa sorta di colpi volevate voi provar colla spada? Tenete i fioretti, provatevi, ed io sarò spettatore e giudice, se volete, de' vostri colpi.
MAR.
(Son nell'impegno, bisogna starci).
(da sé)
CON.
(Giova seguitar la finzione).
(da sé)
SERV.
È qui la signora donna Rodegonda con un'altra dama.
(a Roberto)
ROB.
La riceverà donna Eularia.
Vediamo questa botta segreta.
MAR.
Andiamo a incontrar le dame.
Conte, ci batteremo poi, e vedrete se averò io de' colpi segreti e non preveduti.
(parte)
CON.
Don Roberto, compatite.
Il carattere del Marchese vi è noto.
Vado a riverire le dame.
(parte)
ROB.
Vadano, vadano a riverire le dame.
Io non so che pensare.
Subito che li ho veduti colla spada alla mano, li ho presi per due rivali.
Paggio, dove sei? Saranno tutti impegnati al ricevimento di queste dame, e converrà che ci vada ancor io a mio dispetto.
Anderò, ma non mi acquieterò sul proposito della scherma.
Vo' sapere se la botta segreta è stata proposta dall'ingegno de' cavalieri, o dallo spirito della virtuosa signora.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
Camera da conversazione, con tavola da giuoco e lumi.
Donna EULARIA, donna RODEGONDA e donna EMILIA.
RODEG.
Così è, donna Eularia, domani perdiamo donna Emilia.
EUL.
Perché, donna Emilia, partir sì presto?
EMIL.
Mio marito è stato obbligato ad accomodarsi co' suoi avversari.
Ha rimesso tutte le sue ragioni nel conte Ercole: questa sera stenderanno il compromesso, e domani ritorneremo al nostro castello.
EUL.
Perché non trattenersi un poco a goder questa nostra città?
EMIL.
Mio marito non si trattiene fuori del suo paese per divertimento; se non esce per affari, non si stacca un giorno da casa sua.
EUL.
Lodo infinitamente il buon costume di un cavaliere che sa regolare se stesso e la sua famiglia.
RODEG.
Ma non vi potrebbe lasciare qualche giorno con me? M'impegnerei d'accompagnarvi io stessa a Castelbuono.
EMIL.
Oh, non mi lascerebbe un giorno lontana da sé.
EUL.
Anche in questo fa bene.
La moglie non è mai accompagnata meglio, che quando sta col marito.
SCENA DICIASSETTESIMA
Il MARCHESE e detti.
MAR.
M'inchino a queste dame.
RODEG.
Signor Marchese, che avete che mi parete turbato?
MAR.
Niente, signora, niente.
EMIL.
Preparatemi i vostri comandi.
Domani parto.
MAR.
Vi auguro felice viaggio.
EMIL.
(Mi pare che anche il signor Marchese abbia dell'aria di Castelbuono).
(da sé)
SCENA DICIOTTESIMA
Il CONTE e detti.
CON.
Servitore umilissimo di lor signore.
(sostenuto; le dame lo salutano)
RODEG.
Signor Conte, anche voi mi parete malinconico.
CON.
Non ho ragione di essere molto allegro.
RODEG.
Che vuol dire? Vi è accaduta qualche disgrazia?
CON.
Oh no, signora.
(guarda bruscamente il Marchese)
EMIL.
Signor Conte, se posso servirvi, domani io parto.
CON.
Servitore umilissimo.
EMIL.
(Oh, vi sono dei contadini da noi, che rispondono con più civiltà).
(da sé)
CON.
(Qui bisogna dissimulare o partire).
(da sé)
MAR.
Se non parte il Conte, non partirò nemmen io.
(da sé)
SCENA DICIANNOVESIMA
Don ROBERTO e detti.
ROB.
Gentilissime dame, a voi m'inchino.
(le dame lo salutano)
RODEG.
Don Roberto, noi vogliamo giuocare.
ROB.
Servitevi, siete padrone.
A che giuoco volete voi divertirvi?
RODEG.
A un giuoco facile.
Giuocheremo a primiera.
EUL.
Primiera è un giuoco d'invito.
Perdonatemi, non mi par giuoco da conversazione.
RODEG.
A me piace giuocare a que' giuochi che non impegnano l'attenzione.
Voglio nello stesso tempo giuocare e discorrere.
EMIL.
È vero, dite bene, è un giuoco facile; ma si può perdere molto denaro.
ROB.
Venite qui, farò io la partita in un modo che non vi sarà pericolo che vi sieno dei precipizi.
Signora donna Emilia, favorisca.
(fa seder donna Emilia) Qui donna Rodegonda.
(la fa sedere) E qui mia moglie.
RODEG.
Come! Una partita di tre donne?
ROB.
Nei giuochi d'invito, quando vi sono degli uomini, non possono fare a meno di non riscaldarsi.
Tre dame giuocheranno con moderazione.
Per divertirsi e non per rovinarsi.
RODEG.
E quei due cavalieri staranno oziosi.
ROB.
Se vogliono divertirsi, sono padroni.
Vi sono degli altri tavolini.
Se vogliono giuocare in tre, li servirò io, fino che venga qualcheduno.
RODEG.
Oh sì, don Roberto, che volete fare una conversazione di buon gusto! Due tavolini, uno di uomini e uno di donne.
Se viene qualcheduno a vederci, creperà dal ridere.
ROB.
Signora donna Emilia, a Castelbuono si usano questi tavolini? Giuocano mai separati gli uomini dalle donne?
EMIL.
Ordinariamente giuocano gli uomini fra di loro, e le donne non giuocano quasi mai.
ROB.
E qui giuocano sempre.
Giuocano giorno e notte, e una partita senza uomini, è una partita che fa ridere.
RODEG.
Ma che dite, donna Eularia, vi pare che così stiamo bene?
EUL.
Per me sto benissimo.
Mi dispiace che voi non siate contenta.
RODEG.
Oh, non sono contenta assolutamente.
Dividiamoci; siamo sei.
Due dame e un cavaliere; due cavalieri e una dama.
Signor Conte, signor Marchese, non vogliono favorire?
MAR.
Farò tutto quello che comandano lor signore.
CON.
Di me dispongano come loro aggrada.
RODEG.
Ha da giuocare anche don Roberto.
ROB.
Farò tutto per obbedire.
RODEG.
Oh bravo! Voi a tavolino colla moglie non ci dovete stare...
ROB.
Non ci devo stare?
RODEG.
Oh, questa sarebbe bella, che il marito giuocasse colla moglie!
ROB.
Signora donna Emilia, a Castelbuono giuocano mai i mariti colle loro mogli?
EMIL.
Mio marito giuoca spesso con me.
ROB.
(Oh benedetto castello!) (da sé)
RODEG.
Orsù, finiamola.
Giuocheremo donna Emilia, don Roberto ed io; e quei due cavalieri giuocheranno con donna Eularia.
ROB.
(Maledetta costei! Poteva dispor peggio?) (da sé)
EUL.
Cara amica, servitevi voi, ecco il posto di mio marito.
(si alza) Non ho volontà di giuocare.
Spero che quei cavalieri mi dispenseranno, e si divertiranno senza di me.
ROB.
Se vogliono, possono giuocare a picchetto.
RODEG.
Eh via, donna Eularia, non guastate voi la conversazione.
Se non giuocate, quei due cavalieri or ora se ne vanno, e noi restiamo qui soli.
EUL.
Spero che non partiranno; ma se rimanesse un tavolino solo per giuocare, non basta.
RODEG.
Oh, a me non basta, se non ho da chiacchierare con degli altri tavolini, mi par d'esser morta.
ROB.
(Sì, usano così.
Una conversazione pare un mercato).
(da sé) Via, Conte, Marchese, invitate questa dama.
Non fate che resti oziosa.
MAR.
Tocca a lei, signor Conte.
CON.
Se tocca a me, io la supplicherò che si degni di lasciarsi servire.
EUL.
Caro marito, pregate voi questi cavalieri che mi dispensino.
ROB.
Come c'entro io, se volete giuocare o non volete giuocare? Sono io un uomo che non vi lascia vivere a modo vostro? Che vi impedisca giuocare? Sono io un qualche pazzo? Oh bene, giacché vi siete rivolta a me, vi dico espressamente che accettiate l'invito di que' due cavalieri, e non facciate ridere la conversazione.
EUL.
Meno parole servivano per farmi fare tutto quel che volete.
In verità mi duole il capo, non ho volontà di giuocare; ma per contentar mio marito, eccomi a ricever le grazie di lor signori.
(si accosta al tavolino)
MAR.
Signora, se non avete piacer di giuocare...
ROB.
Eh, che giuocherà, giuocherà.
EUL.
Giuocherò, giuocherò.
Eccomi qui.
Favorite.
(siede)
CON.
(La compatisco, se non ha volontà di giuocare).
(siede)
MAR.
(Se non ci fossi io, giuocherebbe più volentieri).
(siede e comincia a mescolar le carte, e giuocano)
ROB.
(Oh la bella partita!) (da sé)
RODEG.
Orsù, giacché finalmente si sono accomodati, accomodiamoci anche noi.
Don Roberto, favorite di seder qui.
(la sedia resta colla schiena a donna Eularia)
ROB.
Subito vi servo.
(vorrebbe osservare donna Eularia) Signora donna Emilia, voi siete in un cattivo posto.
EMIL.
Perché?
ROB.
L'aria che viene da quella porta, vi offenderà.
Favorite, restate servita qui.
RODEG.
La porta è serrata.
ROB.
I servitori che l'aprono, faranno venire dell'aria.
Qui starete meglio senz'altro.
EMIL.
Farò come comandate.
(Farmi scomodare! Anche questo è un complimento all'usanza di Castelbuono).
(da sé)
ROB.
(Ora vedrò meglio il fatto mio).
(resta in faccia a donna Eularia)
RODEG.
Ecco le carte, finiamola.
(dà le carte in mano a don Roberto)
ROB.
Vi servo subito.
(mescola, e di quando in quando dà delle occhiate al tavolino della moglie)
MAR.
(Eh, benissimo.
Col signor Conte si fanno tutti i partiti vantaggiosi nel giuoco).
(giuocando, piano a donna Eularia)
EUL.
(Il partito che ho fatto a lui, lo faccio a tutti; io non giuoco per vincere).
MAR.
(Per favorire un cavaliere che dà nel genio, non si bada a pregiudicare il terzo).
ROB.
(Mi pare che tarocchino a quel tavolino).
(da sé)
CON.
(Mi maraviglio di voi).
MAR.
(Ed io di voi).
ROB.
Che c'è? Chi vince? Chi perde? (forte all'altro tavolino)
EUL.
Sinora non v'è svario.
ROB.
Sento taroccare.
EUL.
Quando si giuoca, non si può fare a meno.
RODEG.
Badate qui.
Invito ad uno scudo.
ROB.
Tengo.
MAR.
(Eh via, signora, non gli mostrate le carte).
(a donna Eularia)
EUL.
(Io non gliele ho mostrate).
MAR.
(Se ho veduto io, come avete fatto).
EUL.
(No, da dama d'onore).
MAR.
(Eh!)
CON.
(Quando una dama lo dice, siete obbligato a crederlo, e quando impegna l'onor suo, siete un mal cavaliere, se replicate).
ROB.
(Taroccano davvero).
(da sé, ascoltando)
EUL.
(Per amor del cielo, acquietatevi).
ROB.
Che c'è? Che c'è? (forte all'altro tavolino)
EUL.
Niente, niente.
Si giuoca.
SCENA VENTESIMA
Il SERVITORE di don Roberto e detti; poi il CAMERIERE di donna Rodegonda.
SERV.
Illustrissima, il suo cameriere vorrebbe farle un'ambasciata.
(a donna Rodegonda)
RODEG.
Se lo permettono, che passi.
ROB.
Padrona.
MAR.
(Usciremo di questa casa).
(al Conte)
CON.
(Sì, e ve ne pen
...
[Pagina successiva]