LA DONNA DI GARBO, di Carlo Goldoni - pagina 2
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Quest'unica imputazione non ho potuto dissimulare, delle tante che i miei nemici vanno contro di me falsamente spargendo; siccome quella che nell'animo di chi è all'oscuro de' fatti, e non ha cognizione di tai materie, potrebbe fare qualche impressione a carico della mia onestà, che si vorrebbe a forza d'imposture e di calunnie perseguitare.
Di un'altra cosa deggio avvertire il Leggitore.
Nella Donna di Garbo, Scena VII dell'Atto terzo, i Personaggi ragunati in conversazione dicevano alcune poetiche composizioni, che giudico cattive assai, perché fatte senza pensarvi sopra, e unicamente perché si dicessero da' Recitanti, e non perché si stampassero.
Queste non sono in verun conto necessarie all'intreccio della Commedia, e in luogo di adornarla, le recano del pregiudizio.
Sono state stampate in Venezia contro mia voglia, ed ora credo sia cosa utile levarle affatto.
PERSONAGGI
ROSAURA detta la Donna di garbo cameriera in casa del Dottore
Il DOTTORE avvocato bolognese
FLORINDO figliuolo del Dottore
DIANA figliuola del Dottore
OTTAVIO figliuolo del Dottore
BEATRICE moglie di Ottavio
BRIGHELLA Servo del dottore
ARLECCHINO Servo del dottore
LELIO cittadino
MOMOLO veneziano, studente a Bologna
ISABELLA in abito da uomo, sotto il nome di Flaminio
Servitori in casa del Dottore, che non parlano
La Scena si rappresenta in una camera in casa del Dottore in Bologna.
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
ROSAURA e BRIGHELLA
ROS.
Sì, Brighella, voglio appagarvi.
La bontà che avete avuta per me, la vostra fedeltà e il debito ch'io vi professo, m'obbligano a darvi questa soddisfazione.
Sono pronta a svelarvi l'esser mio, e per qual cagione mi sia dalla mia patria involata.
BRIGH.
Veramente son stà un omo troppo facile a introdurve per serva qua in casa dei mii padroni, senza prima saver chi fussi.
M'ha piasso la vostra idea e ho volesto crederve, tanto più che ve sè impegnada de dirme tutto.
Ve prego mo no ingannarme, e più tosto che dirme qualche filastrocca, seguitè a taser, che me contento.
ROS.
No, no, dirovvi la verità, non temete.
Sappiate ch'io sono della città di Pavia, città celebre per il famoso studio di quella Università, che gareggia colle principali di Europa.
Mio padre serve per bracciere a una dama di quella città, e mia madre serve di lavandaia uno di que' Collegi.
Io pure mi esercitava nell'inamidare le camicie dei collegiali, ed appunto da ciò ebbero origine le mie sventure.
Sapete che gli scolari del Collegio in Pavia hanno la libertà di girare, col pretesto di portarsi a' pubblici studi.
Ora vi dirò che uno di quelli in casa mia s'introdusse.
Mi piacque il bel volto e l'aspetto di lui; ma più mi sorprese il suo bello spirito: onde poco tardai a innamorarmi di esso perdutamente; egli, secondo l'uso degli scolari, si prevalse della mia debolezza, si rese padrone del mio cuore, e di tutta me stessa.
Finalmente, dopo un anno di reciproche tenerezze, cominciò a raffreddarsi l'infedele, e rallentando le visite, cambiò in complimenti gli affetti, e a poco a poco da me e dalla mia casa interamente si tolse.
Considerate, Brighella, qual fosse allora il mio dolore, pensate alle smanie del tradito mio cuore: piansi, sospirai, e quasi quasi alla disperazione mi diedi.
BRIGH.
Poverina! (La me fa compassion!) (da sé) Ma perché vegnir via? Perché scappar?
ROS.
Il giovine, terminati gli studi, partì senza nemmeno darmi un addio.
Passò egli a Milano per vedere quella metropoli, prima di ritornare alla patria, ed io, risoluta di volerlo perseguitare sino alla morte, qui venni a prevenire il suo arrivo.
BRIGH.
Donca sto vostro amante l'è bolognese?
ROS.
Non solo è bolognese.
Maravigliatevi, o Brighella; egli è di questa casa, in cui siamo; è figlio del signor Dottore, già vostro ed ora anche mio padrone.
BRIGH.
Come? El sior Florindo?
ROS.
Appunto: Florindo è colui che mi ha ingratamente tradita.
BRIGH.
Ma el se attende a momenti.
ROS.
Venga egli pure; vedrà se saprò vendicarmi.
BRIGH.
Per che causa vegnir mo giusto a servir in sta casa? V'ho pur proposto dei altri loghi; perché aveu volesto servir l'istessi vostri nemici?
ROS.
Appunto per vendicarmi di Florindo; e se non giungo a possederlo, voglio almeno precipitarlo.
BRIGH.
Ma come spereu de poderlo far?
ROS.
Io praticando Florindo ed alcuni altri scolari, ed esercitando la mia inclinazione per le lettere, sono arrivata a saper tanto che supera il femminile costume.
Ho apprese varie scienze; ma più utilmente ancora ho appresa la facoltà di sapermi uniformare a tutti i caratteri delle persone.
Il Dottore mi vede volentieri, e se giungo a farlo innamorare di me, ho il modo di vendicarmi di Florindo.
Tenterò ancora di rendermi affezionato il signor Ottavio, figlio primogenito del signor Dottore, benché ammogliato, perché può giovare al disegno.
Così farò delle padrone di casa, e di quanti praticano in essa; seconderò le loro inclinazioni, e tutti obbligati alla mia maniera di vivere, m'assisteranno per compiere le mie vendette.
Brighella avrà appresso di me tutto il merito, e vi giuro che non lascierò veruna occasione per ricompensarvi.
BRIGH.
Mi no so cossa dir, avè rason.
Sè offesa nell'onor che xe la cosa più delicata, e el tesoro più prezioso d'una donna da ben.
Per mi sarò sempre in vostra assistenza.
Disponè de mi, come volè.
Permetteme anca che ve diga che ve voggio ben, e che se no ve riuscisse de conseguir el sior Florindo, Brighella sarà tutto per vu.
ROS.
Accetto con tal condizione l'offerta.
Brighella ha un non so che, che mi piace.
Ma viene la signora Diana, figlia del signor Dottore.
Con essa comincio la mia lezione; lasciatemi in libertà.
BRIGH.
Non occorre altro, se semo intesi.
(Fortuna, aiuteme; questo l'è un colombin sotto banca)(1).
(parte)
SCENA SECONDA
ROSAURA, poi DIANA
DIA.
Ah Rosaura! mi sento morire.
ROS.
Su via, finite una volta di piangere.
Queste vostre lagrime fanno torto alla vostra prudenza ed alla mia sagacità.
Credete ch'io non sia capace di consolarvi? Ve l'ho promesso, e lo manterrò.
DIA.
Chi ama teme, e chi vive sotto la soggezione d'un padre severo, ha poca occasion di sperare.
ROS.
Se foste sotto la vigilanza di cento padri, vi torno a promettere che il signor Momolo sarà vostro sposo.
DIA.
Cara Rosaura! tu mi torni da morte a vita, di te mi fido, a te mi raccomando.
ROS.
Tutti gli animali si servono di quelle arme che la natura ha loro somministrate per difendersi da' nemici; per esempio: il bue si val delle corna, il cavallo de' piedi, il cane de' denti, il gatto delle ugne, l'istrice delle spine, gli uccelli del rostro e la pulce dell'agilità ne' suoi moti.
L'uomo si serve dell'autorità che si è usurpata sopra di noi, e noi della finzione ch'è la dote più bella del nostro sesso, in cui consiste la maggior forza che vaglia a ribattere la soperchieria degli uomini.
Con questa si persuade la gioventù, e si delude la vecchiaia: con questa si acquistano gli amanti, si assicura la propria sorte, e si schernisce la crudeltà de' parenti.
DIA.
Io durerò poca fatica a seguir il tuo consiglio, essendo naturalmente inclinata a celare altrui il mio cuore.
ROS.
Ma non basta celar il cuore, conviene talvolta ancora farlo credere diverso da quello ch'esso è.
DIA.
Come sarebbe a dire?
ROS.
Mi spiego: voi amate il signor Momolo; vostro padre, se lo sapesse, non v'acconsentirebbe, essendo il signor Momolo forestiere, scolare, ed un po' pazzarello: dunque con vostro padre dovete mostrarvi inimicissima di un tale amore, anzi a tutt'altro inclinata.
Dovete mostrarvi attenta al lavoro, amica del ritiro, nemica delle finestre, aliena dalle conversazioni, scrupolosa, modesta, e sopra tutto semplice, in tutte le migliori cose del mondo.
Quando poi vostro padre sarà convinto da una falsa apparenza, lasciate fare a me a trovar la via per condurlo.
DIA.
Sì, Rosaura, così farò.
Piacemi estremamente un tal metodo.
ROS.
Voglio però darvi un altro avvertimento, buono a regolarvi col vostro amante.
Con lui non fate tanto la semplice, né siate facile a creder tutto.
Gli uomini, signora mia, sono troppo sagaci, e ingannano le povere donne, ed io ne ho provato per mia fatalità il disinganno.
DIA.
Sei stata tu pure innamorata?
ROS.
E in qual guisa! Ma sono stata ingratamente tradita.
Oh, maledette lusinghe! Mah! Ecco vostro padre; chinate gli occhi, unite le mani sopra del grembo, stringete la bocca, e lasciate ch'io parli.
SCENA TERZA
DOTTORE e dette
ROS.
Eh via, signora, risvegliatevi da questo vostro letargo; se farete così, diverrete tisica in breve tempo.
Bella consolazione che darete a vostro padre! Le figlie savie stanno bensì lontane dalle male pratiche, ma si divertono col lavoro, colle serve di casa, e talvolta con qualche libro.
Voi non volete far niente.
Per Bacco, per Bacco, mi fareste venire la rabbia.
DOTT.
(Oh che serva da bene!) (da sé)
ROS.
Ma almeno rispondete.
Venga il canchero alle bocche strette.
DIA.
(Costei m'imbroglia, né so che dire).
(da sé)
ROS.
Oh, se foss'io in vostro padre, troverei ben la maniera di farvi parlare.
Ma mi perdoni quel buon temperamento del signor Dottore, egli è con voi troppo condiscendente.
DOTT.
È vero, è vero, son troppo buono, avete ragione, Rosaura; mia figlia si abusa della mia bontà.
DIA.
Pazienza, signor padre.
ROS.
Ah, che volete fare? È giovane, convien compatirla.
DOTT.
(Da sola a sola la corregge, e in presenza mia la difende).
(da sé)
ROS.
Orsù, signora, fate vedere al vostro signor padre che siete figlia ubbidiente: andate a lavorare, io già vi ho preparato il disegno per il ricamo dei manicotti: andate, che l'ozio è il padre di tutti i vizi.
(Andate a scriver una lettera al signor Momolo).
(a Diana, piano)
DIA.
Volentieri; sono contentissima.
Le mie mani non si saranno mai impiegate con tanto piacere, quanto s'impiegheranno in questo ricamo.
(Vedrai se ricamerò bene questa lettera).
(piano a Rosaura, indi parte)
SCENA QUARTA
DOTTORE e ROSAURA
DOTT.
Brava, brava: così mi piace.
Ma ditemi, la mia cara Rosaura, siccome vi dà l'animo di svegliar lo spirito di mia figlia, non potreste ritrovare la maniera di correggere la maledetta ambizione di Beatrice mia nuora?
ROS.
Oh, se vi troverei la maniera! Sono fatta a posta per insegnar la modestia alle donne.
DOTT.
Se ella continua così, manderà in rovina la mia povera casa.
ROS.
Pur troppo l'ambizion delle donne è la rovina delle famiglie.
Ma lo comporta vostro figlio?
DOTT.
Mio figlio non pensa ad altro che a giocare al lotto, e anch'egli tende alla distruzion della casa.
Tutto il giorno studia le cabale, né mai è arrivato a vincere un paolo, e non bada alla moglie, come se non l'avesse.
ROS.
Veramente, secondo l'uso moderno, i mariti badano poco alle loro mogli.
Ma in questo fanno male.
Dice il proverbio, l'occasione fa l'uomo ladro; alle donne bisogna badarvi.
Poverine! si maritano per quello: ora basta, non dubitate: vi prometto di farle una lezione, che la metterà a dovere senz'altro.
Non vi è cosa peggiore della vanità delle mode.
Che diavolo di vergogna! ogni mese una moda nuova! ora la coda come le regine; ora il sottanino come i lacchè; ora asciutte asciutte come una fantasima, ed ora con mezzo miglio di guardinfante.
Si dovrebbero bandire gl'inventori di mode, come fomentatori dell'umana ambizione.
DOTT.
(Ah, si può dir di più?) (da sé)
ROS.
Ma che vuol dire, signor padrone, così tardi andate questa mattina a Palazzo?
DOTT.
Non è molto che è suonato il campanone, e poi stamattina non ho altro che una causa sola.
ROS.
E bene, per questa causa sola non dovete esser meno sollecito che se ne aveste dieci; il vostro avversario sarà forse ad attendervi, e per la vostra tardanza, credendovi timoroso, prenderà maggior animo.
Vi ho pur inteso dir tante volte: melius est praevenire, quam praeveniri.
DOTT.
(Che spirito!) (da sé) È vero, avete ragione, dite bene; ma la causa di questa mattina è de minori, e la tratteremo sommariamente avanti il giudice di prima istanza, dappoi ch'egli avrà ascoltate le cause di conseguenza.
ROS.
Per qual giorno avete stabilita quella vostra bella causa de fideicommisso?
DOTT.
Per dopo dimani.
ROS.
Io sono di parere che la guadagnerete senz'altro.
DOTT.
Siete instrutta voi della causa?
ROS.
Instruttissima.
DOTT.
Ma in qual modo ne siete informata?
ROS.
Vi dirò, signore: quando venne il procuratore, io stava dietro alla portiera ad ascoltare l'informazione col maggior gusto del mondo; e sentite se l'ho capita benissimo.
Fabrizio de' Mascardi, testatore nell'anno 1680, fece il suo testamento: non aveva figliuoli maschi, ma solo due figlie femmine maritate, chiamate l'una Lugrezia, l'altra Costanza; instituì eredi universali e fideicommissari i figli maschi di dette sue figlie egualmente.
Passando poi alla sostituzione, dice queste precise parole: E quando non vi saranno più maschi, vada alle femmine discendenti da dette mie figlie.
Veniamo al fatto.
Le due figlie del testatore ebbero tutte due maschi e femmine: ma ora della linea di Lugrezia sono finiti i maschi, e vi restano tuttavia delle femmine, ed all'incontro della linea di Costanza vi sono ancora dei maschi.
Ecco il punto di ragione.
Quaeritur: Se le femmine di Lugrezia s'intendano chiamate alla sostituzione usquequo sussistano ancora i maschi dell'altra linea.
So che i vostri avversari, proponendo che nella prima instituzione vi sia la reciproca, sostengono che non siano capaci le femmine, se non dopo l'estinzione de' maschi d'ambe le linee; ma so altresì, che fondandovi voi sulla parola egualmente, sperate risolver l'obbietto, tanto più che non avendo espressa la reciproca, il testatore ha bisogno della interpretazione del giudice, e sostenendo che in substitutione foeminae sunt expresse vocatae, spero che guadagnerete la causa.
Io però voglio darvi un avvertimento.
Si tratta di un punto di ragione, onde vi possono essere hinc inde abbondantissime prove.
Provedetevi pertanto d'una moltitudine di testi, di leggi, d'argomenti, d'esempi, di pratiche, di decisioni, di statuti, di decreti, e se tutto quello che ha scritto Giustiniano nell'Instituta, nel Codice e nei Digesti, non vi bastasse, inventatevi voi delle leggi nuove, citate con l'interpretazioni d'autori incogniti, mentre a queste l'avversario non saprà rispondere, ed il giudice, vergognandosi di non saperle, vi darà ragione per riputazione, ricordandovi di quel detto che coram judice audacia saepe saepius triumphat.
Signor padrone, andate a Palazzo che l'ora vien tarda, poi tornate a casa a riposarvi ed a fare una buona corpacciata, mentre sapete che omnia tempus habent.
(parte)
SCENA QUINTA
Il DOTTORE solo
DOTT.
Rimango attonito, sono stordito! Questa femmina è un portento della natura, è una cosa fuori dell'ordinario.
Ed io tollererò che si perda in uffici servili una ragazza, degna di sedere sulla cattedra? No, no, la voglio sposare, la voglio appresso di me quest'arca di scienze, questo prodigio del nostro secolo.
Sì, la voglio sposare, perché dice ne' suoi proverbi Catone: Si vis nubere, nube pari; e più bella parità non può trovarsi, quanto quella dei costumi, dell'inclinazione e del talento di Rosaura, eguale in tutto al mio genio e temperamento.
Sì, la mia cara Rosaura, se sinora sei stata con me in qualitate servili, da ora innanzi ci starai tamquam domina, et hoc iure merito, quia mulier sapiens est maximo digna honore.
Florindo mio figlio, che poco può tardar a venire, si stupirà nel sentire una donna virtuosa a tal segno, e chi sa, se con tutto il suo studio di tanti anni a Pavia, sia egli arrivato a sapere la metà di quello che sa questa brava ragazza.
Per lo più gli scolari non imparano che a far all'amore.
(parte)
SCENA SESTA
ARLECCHINO colla cuffia e qualche altro ornamento di Beatrice, e collo specchietto in mano con cui si pavoneggia; poi BEATRICE in abito di confidenza.
ARL.
Oh bello! Oh grazioso! De chi è mai sto bel viso? De Arlecchin? Oh, no pol esser; eppur son Arlecchin: ma sta bella scuffia, ste belle galanterie fan che no paro Arlecchin: adess capisso perché tante brutte femene de quando in quando le comparisse belle; per causa della scuffia, del topè, dei rizzi e de qualch'altra bagatella, nu alter gonzi ghe correm drio: ecco qua.
Mi son Arlecchin, e no paro Arlecchin; così qualch'brutta diavola co st'imbroi adoss la no par più brutta.
Oh, che bellezza! Oh, che grazia! Oh, che vezzo! Oh, che brio! (guardandosi nello specchio)
BEAT.
Arlecchino.
(di dentro)
ARL.
(Oh diavolo! la patrona; se la me vede, sto fresco!)
BEAT.
Briccone, che fai tu qui? (esce)
ARL.
Disì la verità, no sto ben co sta scuffia?
BEAT.
Levatela, che ti bastono.
ARL.
Eh invidia! Avì paura che para più bello de vu.
BEAT.
Chi è di là? V'è nessuno? Rosaura.
SCENA SETTIMA
ROSAURA e detti
ROS.
Signora, vengo subito.
(di dentro)
ARL.
Senza tanti strepiti.
Tolì la vostra scuffia, che mi son bello anca senza de quella.
(si leva la cuffia, e la pone sopra un tavolino, o sopra una sedia)
ROS.
Eccomi, signora padrona.
Mi perdoni se prima non sono venuta, poiché quell'anticaglia tediosa del suo signor suocero mi ha trattenuta sinora.
(Arlecchino fa scherzi a Rosaura, che gli corrisponde)
BEAT.
Va via di qua, impertinente.
(ad Arlecchino che fa lazzi)
ROS.
(Vanne, caro, e poi torna quando sarò sola, che ti ho da parlare).
(piano ad Arlecchino, che parte) (Anche costui può giovarmi).
(da sé)
BEAT.
Colui è insoffribile.
ROS.
Eppure qualche volta è grazioso.
A me piacciono gli uomini disinvolti.
BEAT.
Ancor io amo le persone spiritose, ma colui è uno sciocco.
ROS.
Credetemi, signora padrona, che per noi altre donne accomodano molto meglio codesti sempliciotti che gli uomini accorti, e per diverse ragioni.
Coi semplici possiamo fare a nostro modo, anzi possiamo fare ch'essi facciano a modo nostro.
Non ardiscono di rimproverarci le nostre gale, le nostre mode.
Se si grida, sono sempre i primi a tacere; hanno soggezione e timore di noi; e, quello che più importa, si può facilmente dar loro ad intendere lucciole per lanterne; ma cogli accorti bisogna stare avvertite, né si può loro far credere che un viglietto amoroso sia la lista della lavandaia.
BEAT.
Tu l'intendi assai bene, ed io sono contentissima che la sorte m'abbia provveduta d'un marito della più fina semplicità.
ROS.
Approfittatevene, e fate valere la superiorità del vostro spirito.
BEAT.
Dammi quella cuffia.
ROS.
E volete ricever visite con quella cuffia?
BEAT.
Se Arlecchino non l'ha sciupata, e perché no?
ROS.
Oh, ella è antica: le trine sono ordinarie; non ne avete delle migliori?
BEAT.
Veramente questa è la migliore ch'io abbia.
ROS.
Per una vostra pari, perdonatemi, è indecentissima.
Se mi date licenza, vi farò venir io una crestaia mia amica, che è la prima di Bologna, la quale vi provvederà di una trina magnifica, e vi farà le cuffie all'ultima moda, e si contenterà, a mia contemplazione, di mezzo scudo per la fattura.
BEAT.
Tu mi farai piacere; ma la spesa mi pare soverchia.
ROS.
Eh, quando si tratta di andar alla moda, non si guarda a spesa.
Io vi consiglio anzi a riformare tutti i vostri abiti, a far legar nuovamente tutte le vostre gioje.
Io poi vi farò un liscio bianco senza alcun corrosivo, perché non guasti le carni, e vi farò un rossetto ad uso di Parigi, che comparirete la più ben dipinta signora di Bologna.
Vi taglierò il tupè all'ultimo gusto, e ve lo aggiusterò con una pomata che lo farà parere di stucco.
In somma io vi adornerò di tutte quelle stravaganze che per se stesse sono ridicole, ma che paion belle, perché sono alla moda.
BEAT.
Ho sentito picchiare all'uscio di sala.
Guarda un poco chi è.
ROS.
Vado subito.
(va a vedere)
BEAT.
Una cameriera simile merita essere adorata.
Per me non vi voleva di meno.
Prometto che fra lei e me studieremo delle belle cose all'usanza.
ROS.
Oh, signora padrona, sapete chi è? (ritorna)
BEAT.
Se non me lo dici, nol so.
ROS.
È il signor Lelio.
BEAT.
Quell'affettato?
ROS.
Appunto quello.
BEAT.
Fa ch'egli venga.
Avremo occasion di ridere.
ROS.
E volete lasciarvi trovare così disabbigliata?
BEAT.
Con costui non mi prendo soggezione.
ROS.
Eh, compatitemi.
Le donne civili hanno a prendersi soggezione di tutti.
Per esigere rispetto, non conviene dar confidenza.
No, no, signora, state pure in contegno.
Andate ad abbigliarvi nell'altra camera, e fatevi aiutare dalla signora Diana vostra cognata, che io piuttosto fra tanto lo tratterrò qui.
BEAT.
Sì, dici bene.
Vado a vestirmi, trattienlo, e quando sarò vestita, lo condurrai nella mia camera.
(parte)
SCENA OTTAVA
ROSAURA e poi LELIO
ROS.
Che bella cosa è questo uniformarsi ai temperamenti delle persone! Ma che fa questo signor Lelio, che non viene avanti? Chi è di là! Vi è nessuno?
LEL.
È permesso ad un reverentissimo servo della signora Beatrice poter avanzare il suo ossequiosissimo passo?
ROS.
La mia padrona viene ad essere favoritissima delle grazie di un cavalier compitissimo.
LEL.
Vostra signoria è la cameriera degnissima della signora Beatrice prestantissima?
ROS.
Per servire vossignoria illustrissima.
(inchinandosi)
LEL.
Quanto tempo è ch'ella adorna colle industriose sue mani la beltà di madama?
ROS.
Oggi per l'appunto il sole compisce per l'ottava volta il suo corso.
LEL.
Molto erudita, molto faconda! Oh, come bene epilogò la natura le doti del corpo e quelle dell'animo nella signora...
Qual è il suo riveritissimo nome?
ROS.
Rosaura, per obbedirla.
LEL.
Rosa nel purpureo delle gote, giglio poi nella candidezza del seno, e tale la credo nella purità dell'animo.
ROS.
Benignissimi sensi d'un cavaliere generosissimo!
LEL.
(Poter del mondo! costei mi soverchia!) (da sé)
ROS.
(Mi par di far colpo).
(da sé)
LEL.
In che, signora, ha ella esercitata la rara perspicacità del suo più che femmineo talento?
ROS.
Appunto nelle femminili incombenze, le quali però, benché sembrino vili all'occhio fosco degli abbietti mortali, vengono sollevate da più arcani misteri.
Scemando dalla conocchia la messe per accrescere al fuso lo stame, io contemplai sovente il sottil filo di nostra vita, e spezzandosi talvolta per accidente un tal filo, così (dicea fra me stessa) così finiamo di vivere.
LEL.
Che eloquenza! che riflessioni! Ma ingrata troppo la sorte col di lei merito, a uffizio indegno anzi che no condanna la sua singolarissima, prodigiosissima e venerabil persona.
ROS.
La felicità umana consiste nel contentarsi del proprio stato.
Io, contentandomi della mia sorte, posso chiamarmi felice.
LEL.
Ella si contenta di poco.
ROS.
Chi si contenta di poco, possiede molto.
LEL.
(Ah! s'io potessi far acquisto di un sì bello spirito, felicissimo me!) (da sé)
ROS.
(Questo suo borbottare fra sé, mi lusinga d'una nuova vittoria.
Povero stolto! Quanto s'inganna!) (da sé)
LEL.
Deh perdonatemi, se troppo forse rilascio l'incauto freno della rispettosa mia lingua.
Avete ancora felicitato qualche avventurato mortale col tesoro della vostra grazia?
ROS.
Se l'aspetto vostro venerabile non m'imponesse di rispettar ciecamente qualunque vostra proposizione, vi direi codesto essere un paradosso.
I tesori di grazie non si dispensano dalle persone abbiette, come io sono.
LEL.
La vostra esemplare modestia vi caratterizza sempre più per una Penelope del nostro secolo.
ROS.
E la vostra saggezza vi dipinge per un Ulisse novello.
LEL.
Sarebbe eterogeneo fra di noi, ad esempio loro, il castissimo nodo?
ROS.
Io ciò non giungo a decidere: ma so bene che, in quanto a me, non potrei promettervi un erudito Telemaco.
LEL.
Per che causa?
ROS.
Perché Minerva non si prenderebbe la cura di allevare il figlio d'una vil femminuccia.
LEL.
Signora, voi mi avete ferito.
ROS.
Ma con quali armi?
LEL.
Con due potentissimi strali.
Uno scoccato da' vostri lumi, l'altro dalla facondia de' labbri vostri.
ROS.
La ferita non sarà penetrante, a causa della debolezza delle armi.
LEL.
Ah, che sin dentro del cuore m'impressero la fatal piaga!
ROS.
Signor cavaliere, quest'espressione ha del romanzesco.
LEL.
Pur troppo ella è una miserabile storia.
ROS.
I comici se ne servirebbero per soggetto d'una commedia.
LEL.
Ah, dite piuttosto d'una tragedia.
ROS.
Sì, quand'io credessi alle vostre espressioni.
LEL.
Non ricuso versar il sangue per autentica d'una tal verità.
ROS.
Serbate il sagrifizio per un idolo più meritevole.
Signore, la mia pad
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