LA DONNA DI GARBO, di Carlo Goldoni - pagina 4
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LEL.
Ah, dite piuttosto d'una tragedia.
ROS.
Sì, quand'io credessi alle vostre espressioni.
LEL.
Non ricuso versar il sangue per autentica d'una tal verità.
ROS.
Serbate il sagrifizio per un idolo più meritevole.
Signore, la mia padrona vi attende.
LEL.
Voi siete la padrona di questo cuore.
ROS.
Obbligatissima alle sue grazie.
Vada pure a far le convenienze.
LEL.
Convenienza trovo sol l'adorarvi...
ROS.
O vada ella, o io vado?
LEL.
Crudele!
ROS.
Ma vada.
LEL.
Spietata.
ROS.
Ma via.
LEL.
Vado sì; ma teco resta il mio cuore.
(parte)
SCENA NONA
ROSAURA, poi ARLECCHINO
ROS.
Vivano i matti.
S'io troppo praticassi costui, pazza anch'io diverrei facilmente.
Ho piacere d'averlo amico, perché forse potrà giovarmi contro l'audace Florindo, se qualche cosa ardisse egli tentare contro di me.
Voglio ancora cattivarmi l'affetto della servitù, ed essendo in possesso di quello di Brighella, vo' assicurarmi egualmente d'Arlecchino.
Lo veggo passare dalla cucina.
Ehi, Arlecchino, Arlecchino, dico, non senti?
ARL.
Uh, uh, chi chiama? Coss'è qua, semo vendudi in galera?
ROS.
Non ti alterare, Arlecchino, sono io che ti chiamo, a solo fine di godere la tua conversazione.
ARL.
Credeva che fusse quella senza creanza della mia padrona.
ROS.
Perché la chiami senza creanza?
ARL.
Perché per mi no la gh'ha gnente de respetto.
La me strapazza come un aseno, la me bastona come un can, e la me dà da magnar come un oseletto.
ROS.
Povero Arlecchino! Mi fai compassione.
ARL.
Ma ti, ti me poderessi aiutar.
ROS.
In qual maniera? Parla, che io son pronta.
ARL.
Ti, ti ha le chiave della despensa, ti ha le chiave della cantina, ti ha le chiave de tutto.
Me basterave do volte sole al zorno, che ti me imprestassi ste chiave.
ROS.
E poi se i padroni se n'accorgessero?
ARL.
Pazienza; per un empida de corpo, se pol anca soffrir quattro bastonade.
ROS.
Eh, lascia fare a me, troverò ben io il modo di contentarti, senz'esporti ad un tal pericolo.
ARL.
Via mo, come?
ROS.
Senti: aspetteremo che tutti sieno a letto, ed anche quel furbo di Brighella, ch'io non posso vedere; poi pian piano tutti due ce ne anderemo in cucina.
Io già avrò preparato il bisogno; onde bel bello accenderemo il fuoco, empiremo una bellissima caldaia d'acqua, e la porremo sopra le fiamme.
Quando l'acqua comincierà a mormorare, io prenderò di quell'ingrediente, in polvere bellissima come l'oro, chiamata farina gialla; e a poco a poco anderò fondendola nella caldaia, nella quale tu con una sapientissima verga andrai facendo dei circoli e delle linee.
Quando la materia sarà condensata, la leveremo dal fuoco, e tutti due di concerto, con un cucchiaio per uno, la faremo passare dalla caldaia ad un piatto.
Vi cacceremo poi sopra di mano in mano un'abbondante porzione di fresco, giallo e delicato butirro, poi altrettanto grasso, giallo e ben grattato formaggio: e poi? E poi Arlecchino e Rosaura, uno da una parte, l'altro dall'altra, con una forcina in mano per cadauno, prenderemo due o tre bocconi in una volta di quella ben condizionata polenta e ne faremo una mangiata da imperadore; e poi? E poi preparerò un paio di fiaschi di dolcissimo, preziosissimo vino, e tutti due ce li goderemo sino all'intiera consumazione.
Che ti pare, Arlecchino, anderà bene così?
ARL.
Oh, tasi, cara ti, che ti me fa andar in deliquio.
ROS.
Eh, Arlecchino, ne faremmo spesso di queste merendine, se tu mi volessi bene.
ARL.
Mi te vorave ben mi, ma ti è ti, che ti me burli.
ROS.
Eh, furbacchiotto, credi ch'io non sappia tutte le tue pratiche?
ARL.
Cossa podì saver de mi?
ROS.
Io so benissimo, che vai ad aiutare a far il bucato alla lavandaia, e perché? Per quella sciocca della sua figliuola.
ARL.
Oh no, in coscienza mia.
ROS.
Io so che tutto il giorno stai da quel formaggiaro, e perché? Per causa della sua serva.
ARL.
Eh no, ghe stago per l'odor del formai.
ROS.
So benissimo che tu procuri tirar in casa quella pitocca, e perché? Perché, se è storpia dal mezzo in giù, è bella e sana dal mezzo in su.
ARL.
Oibò, fazzo perché qualche volta la me dona qualche pezzo de pan, qualche pignatta de menestra.
ROS.
Può anch'essere; mentre ve ne son tante che fingono le pitocche per mantenere l'amante.
Basta, io non posso fidarmi di te; peraltro...
ARL.
Fame sto servizio, proveme, e ti vederà.
ROS.
No, no, non voglio arrischiarmi; temo di essere tradita.
ARL.
Senti, se t'inganno, prego el cielo de perder quello che gh'ho più a caro.
ROS.
E che hai di più caro?
ARL.
L'appetito.
ROS.
Orsù, ad un tal giuramento sono forzata a crederti.
Voglimi bene, e non dubitare.
ARL.
Sì cara, sì occhietti furbi.
Sarò tutto vostro, de sotto, de sora, de drento, de fora, de notte, de zorno: co vago e co torno, d'inverno e d'istà, per strada e per cà; col caldo e col fredo; e quando te vedo, me cresce l'amor; bondì, mia caretta, te dono 'l mio cuor.
(parte)
SCENA DECIMA
ROSAURA sola
ROS.
I cacciatori, i pescatori, e tutti quelli che hanno il carattere di predatori, non ricusano fra le prede magnifiche anche gl'infimi acquisti; ed io pure mi compiaccio tanto d'aver obbligata la semplicità di questo scioccherello, quanto l'accortezza de' più nobili soggetti.
Mi dirà taluno: che vuoi tu far di tanti uomini? Sei forse scolara della celebre Corisca del Pastor fido, che insegna degli uomini: "Molti averne, un goderne, e cangiar spesso"? Guardimi il cielo; non sono di questa taglia.
Amo l'onestà più della vita medesima.
Io non cerco che far vendetta contro Florindo, e contro tutto l'orgoglioso sesso virile.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
OTTAVIO e BRIGHELLA
OTT.
"Unisci l'otto quattro volte, e poi
Dividi per metà tutto il prodotto.
Il quattro, il cinque, il sei ponigli sotto,
Ed un terno averai, se tu lo vuoi".
Poter del mondo! Parla così chiaro questa volta la cabala, che vi giocherei sopra il mio patrimonio.
Unisci l'otto quattro volte: quattro via otto trentadue; poi dividi per metà il prodotto.
La metà del trentadue è il sedici.
Il quattro, il cinque, il sei ponigli sotto: il quattro, posto sotto il sedici, moltiplicando fa 4 via 16, 64: così facendo col 5 via 16, 80: così non si può fare col sei, mentre 6 via 16 farebbe 96: converrà il 6 sommarlo col 16, e dire 16 e 6, 22.
Ecco il bellissimo terno: 22, 64, 80.
Brighella, prendi questo zecchino e vammi a giocare questi tre numeri, terno cinquemila.
BRIGH.
E la vol zogar senza l'ambo? La me perdona, la fa un sproposito.
OTT.
Un ambo non vale ad accomodarmi; per rimarginare le piaghe che ho fatte alla casa di mio padre, a causa del lotto, vi vuole un terno, ed un terno grosso: ora però vado giocando con economia.
Va dunque tosto...
ma no, fermati.
È vero che la cabala mi promette un terno, ma non in tre numeri soli: bisogna aggiungerne un altro, e qual numero sceglierò? Farò del cinque, come ho fatto del sei, e dirò e 16 fa 21.
Ma se nella stessa maniera giocassi ancora il 4? E bene, giochisi questo ancora: 16 e 4 fa 20, ecco fatta una cinquina: 20, 21, 22, 64, 80.
Ma per giocar questa cinquina di cinquemila vi vogliono dieci zecchini, ed io non li ho; ma bisogna giocarla assolutamente.
Brighella, prendi quest'orologio e quest'anello, impegnali per dieci zecchini, e poi vieni da me che anderemo a giocare questa cinquina.
BRIGH.
E l'usura che ghe anderà su?
OTT.
Che m'importa dell'usura, se dimattina sarò ricco di diecimila scudi almeno?
BRIGH.
Co l'è cussì, la gh'ha rason.
Vago subito a impegnarli.
(Canchero! Co l'è seguro de vadagnar, vôi zogarli anca mi.
Se el prenditor no li podesse tegnir? Ghe darò tutto quel ch'el vol, perché el me fazza la carità de farmeli tor.) (parte)
SCENA DODICESIMA
OTTAVIO, poi ROSAURA
OTT.
Ma il 16, il 33 ed il 6, che sono tre numeri nominati dalla cabala, li abbandonerò? Questi ancora si dovrebbero giocare.
Poter di Bacco, vi vorrebbe del bel denaro per far un bel gioco! Ma poi vincendo, questo denaro sarebbe molto bene impiegato.
Che sarà mai? Una volta poi ha da venire per me.
Io m'ho ancor da arricchire con questo lotto: ho ancor da far vedere a mio padre che ho più giudizio di lui, che so il mio conto, che semino per raccogliere, e per ingrandire la nostra casa.
Oggi si attende mio fratello: si faranno delle allegrezze e delle spese: se io vinco, farò onore a tutta la famiglia.
Se faccio una buona vincita, non gioco mai più.
ROS.
(Ecco il padrone che impazzisce per il lotto.
Vo' secondarlo).
(da sé) Oh, signor padrone, lei appunto andavo cercando.
OTT.
Hai da raccontarmi qualche sproposito di mia moglie? Ella mi vuol mandare in rovina.
ROS.
Non dubitate, signore, ch'io spero rimediare a tutte le vostre indigenze.
OTT.
E in qual maniera?
ROS.
Ho fatto questa notte un bellissimo sogno, e son sicura che in esso vi è il terno.
OTT.
Per amor del cielo, raccontami questo sogno.
Dov'è Brighella? Eh, tornerà.
ROS.
Io mi sognai ch'ero sopra un monte alto, alto, alto.
OTT.
Monte alto? Questo è il novanta.
ROS.
Benissimo, e mi parea colassù giocare alla gatta cieca con varie femmine mie compagne.
OTT.
Che sono le figlie della lista del lotto.
ROS.
Indi cercando a tentone, come sapete che si fa, invece d'una, ne presi tre.
OTT.
Ecco il terno.
ROS.
Levatami allora la benda per riconoscer la preda, mi parve che fossero tre mie carissime amiche, una chiamata Menichina, l'altra Cecchetta, e la terza Tognina.
OTT.
Hai la lista del lotto?
ROS.
Signor no, in verità.
OTT.
Se male non mi ricordo, Menichina è al numero 39, Cecchetta al 59, e Tognina al 60.
Oh che bel terno! Oh che bel terno!
ROS.
Sentite il meglio.
Mi pare ch'io dicessi alle tre donne: niente voi mi date per la bravura d'avervi prese? Ed esse mi risposero: ti daremo dell'oro, quanto vorrai; ed infatti mi empirono il grembo di bellissime monete d'oro.
Allora tutta allegra mi svegliai, ma indovinate.
Sapete ch'io tengo meco a dormire quel cagnolino; egli mi aveva empiuto il grembo di porcheria: v'è da sperare su questo sogno?
OTT.
Se vi è da sperare? E come! Lo sterco vuol dir oro, onde il terno è sicuro; bisogna giocar molto, per guadagnar molto.
In quanto a me, voglio far il possibile per giocar ben questi numeri.
ROS.
(Non vi giocherei un baiocco).
(da sé) Come avete fatto, signor padrone, a farvi così esperto in questo difficilissimo giuoco?
OTT.
Mi costa sudori.
Prima di tutto, ho consumato sei anni nello studio dell'arte di Raimondo Lullo, la qual apre il sentiero a tutte le scienze speculative, mistiche e misteriose.
Indi passai allo studio dell'arte cabalistica del Mirandolano, servendomi di un grande aiuto ad intenderla, Alessandro Farra, che scrisse di tal materia in volgare, non avendo io gran cognizione del latino.
Mi trovai veramente imbrogliato nella moltitudine de' nomi stravaganti; ma applicando alla stregonomanzia del Tritemio, spiegatami da un bottegaio erudito, ho inteso qualche cosa di più; ma è inutile ch'io teco parli di tal materia, non potendo tu capirne i principi.
ROS.
Come, signore? Io non ne capisco i principi! Perdonatemi, mi fate torto.
So benissimo che l'arte di Raimondo Lullo è una solenne impostura.
So che il Mirandolano si è servito di ciò che solevano praticare gli antichi Ebrei, i quali pretendono anche al presente avere la scienza cabalistica in retaggio da' loro maggiori, ma che altro non hanno che alcune superstizioni, o per dir meglio stregonerie, le quali, se ben mi ricordo, consistono principalmente nella Capiromanzia, che fa veder la persona nello specchio, e nella Coschinomanzia, che indovina per via d'un crivello.
OTT.
Oh diacine! Che sento mai? Tu ne sei molto meglio informata di me!
ROS.
Oh, signore, fra voi ed io faremo delle belle cose.
OTT.
Cara la mia Rosaura.
Il cielo ti ha mandato in mio soccorso.
Ora sono il più felice uomo del mondo.
Vedrai, vedrai che cosa farò per te.
Ti comprerò un palazzo, lo fornirò alla moda, ti manterrò carrozza, e a sei cavalli, avrai un trattamento da dama, gioje, abiti, biancherie, divertimenti, ricchezze e che la vada; allegri, Rosaura, allegri.
ROS.
Allegri, signor padrone.
(Oh, che bel pazzo!) (da sé)
OTT.
Ma Brighella non viene.
Voglio andarlo a ritrovare.
Mancano poche ore all'estrazione: abbiamo detto 39, 59, 60, non è vero?
ROS.
Sì, signore.
OTT.
Oh bene, vado a giocarli, se credessi restar in camicia.
In meno di un anno ho speranza di cangiare stato.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
ROSAURA, poi MOMOLO
ROS.
Io crepo dalle risa.
Ma ecco il signor Momolo, quel bel venezianotto amante della signora Diana: costui, per dirla, non mi dispiacerebbe; ma ho stabilito di non volermi più innamorare.
Voglio però bensì procurare d'innamorar lui.
Se non altro, mi varrò di lui per fare qualche bravata a Florindo.
Eccolo.
MOM.
Schiavo, siora Rosaura.
ROS.
Serva, signor veneziano garbato.
MOM.
Cossa fa siora Diana?
ROS.
Oh, in quanto a quella cosa fredda, sta sempre a un modo.
MOM.
N'è vero? Co mola(2) che la xe? E pur ghe voggio ben.
ROS.
Come avete fatto a innamorarvi di quel sorbetto gelato? Voialtri veneziani siete pure di buon gusto!
MOM.
Ve dirò: el babio(3) no xe brutto.
E po, no so gnente, un incontro de sangue.
ROS.
E che cosa sperate da quest'amore?
MOM.
No so gnanca mi: qualcossa.
ROS.
La volete per moglie?
MOM.
Fursi sì, fursi no.
ROS.
Ah sì, vorreste, come dite voialtri, sticcarla(4), licar qualcossa, goder a macca(5): bravo, bravo, compare(6), me piasè(7).
MOM.
Ola(8): parlè venezian?
ROS.
Qualcossa.
Ho praticà con dei veneziani.
MOM.
Voleu che ve diga, che me dè in tel genio?
ROS.
Oh, oh, co mi no la stichè miga, vedè.
Son cortesana(9) anca mi.
MOM.
Eh, me n'ho intagià(10) alla prima.
Vederessi Venezia volentiera?
ROS.
Perché no? Anderia anca mi volentiera a farme svogazzar(11) in gondoletta(12).
MOM.
Se volè vegnir con mi, sè parona.
ROS.
Bravo, compare.
Con vu, ah? Oe, credeu d'esser sul liston(13) a invidar una mascheretta al caffè?
MOM.
Oh, che diavolo che ti xe! Non ho miga praticà la campagna.
ROS.
Oe digo, faravio fortuna a Venezia?
MOM.
E in che maniera!
ROS.
Oggio aria da veneziana? (passeggia)
MOM.
Vardè che vita! Vardè che penin! Oh benedetta!
ROS.
Oe, se volè che femo negozio...
MOM.
Comuodo(14)? Comandè.
ROS.
Eh sì, ma de mi no ve degnerè: daresto...
basta...
Caro quel Momolo.
MOM.
Ah, v'ho capio; se volè una scritturetta, ve la fazzo subito.
ROS.
Pettevela(15) la vostra scrittura; a mi me piase le cose preste.
MOM.
E l'impegno che gh'ho colla siora Diana?
ROS.
Oh, oh, mi vien da ridere.
Uno scolare che ha riguardo a mancar di parola!
MOM.
Sappiè che i veneziani i xe galantomeni.
ROS.
Sì, lo so benissimo, ma in queste cose i Veneziani ancora sogliono facilitare.
MOM.
Sentì: no saria gnanca fora de proposito.
ROS.
Dirò come si suol dire a Venezia: Se me volè, feme domandar.
MOM.
Che cade(16)? Giustemose tra de nu.
ROS.
Cussì su do piè?
MOM.
Siben: che difficoltà gh'aveu?
ROS.
E po?
MOM.
Dopo el Po, vien l'Adese(17).
ROS.
Me fareu el ballo dell'impianton(18)?
MOM.
Son un galantomo.
ROS.
Tasè, che se i lo sa, i ve impicca.
MOM.
Orsù, cossa resolveu?
ROS.
Voggio pensarghe un poco.
MOM.
Recordeve, che ve voggio ben.
ROS.
Cussì presto v'avè innamorao(19)?
MOM.
Vu savè far sta sorte de bravure.
ROS.
Ma po andereu al maga(20)? Portereu el stilo? Zioghereu alla bella(21)? Andereu a trovar le siorette? Tirereu el toro(22)? Me maltrattereu? Me strapazzereu? Maledireu el zorno che m'avè sposao? (caricata)
MOM.
Via, via, siora, no burlè tanto.
No son capace de nissuna de ste cosse.
Son un putto da ben.
ROS.
Putto(23)? No bestemmiè, caro vecchio.
MOM.
Orsù, cossa resolvemo?
ROS.
Oh, sentite che la padrona mi chiama.
Andate, andate, ci rivedremo questa sera.
MOM.
Sì, muso bello, sì, muso inzucarao.
(parte)
ROS.
Povero minchione! Sarei una pazza a credere a questa banderuola: giovine, scolare, e veneziano: figuratevi che buona pezza! Orsù, voglio andarmi a riposare: mi pare questa mattina aver fatta bene la mia parte.
Oh davvero, le donne la sanno più lunga degli uomini, e a tal proposito disse bene quel Poeta:
La donna ha l'intelletto sopraffino,
Ma l'uomo accorto non la fa studiare.
Se la donna studiasse, l'uom meschino
Con la conocchia si vedria filare;
E se la donna il suo intelletto adopra
L'uomo starà di sotto, ella di sopra.
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
BEATRICE e LELIO
LEL.
Ah, signora, voi mi sembrate una Venere.
BEAT.
Anzi voi un bellissimo Adone.
LEL.
Se qualche cosa evvi nel volio mio di pregiabile, sarà un effetto del riverbero de' vostri sguardi.
BEAT.
Eh no, signore, la vostra è una originale bellezza.
LEL.
Veramente, siccome preziosa voi siete, tutto è prezioso ciò che da voi dipende.
BEAT.
Spiegatevi, non v'intendo.
LEL.
Sino la vostra cameriera partecipa delle peregrine adorabili qualità vostre.
BEAT.
Vi piace la mia cameriera?
LEL.
Senza pregiudizio del vostro merito, senza confronto alla vostra condizione, non mi dispiace.
BEAT.
Volete che io la faccia venire?
LEL.
Il volere a me non compete.
BEAT.
Ma se verrà, la vedrete voi volentieri?
LEL.
Perché no?
BEAT.
Eh, voi siete un cavaliere facile.
Tutto v'aggrada, non è così?
LEL.
Oh, sino ad un certo segno.
Peraltro poi, la nobiltà de' miei pensieri prende solo di mira la sublimità di merito peregrino, né sa il sagrificante e sagrificato mio cuore porger incensi e adorazioni a un idolo di vil metallo composto.
BEAT.
Credo che sagrifichereste anche a un idolo di creta e di fango, purché avesse la figura di donna.
LEL.
V'ingannate, signora; io fo più conto della purità del mio affetto, che della illustre prosapia de' miei grandi avi.
BEAT.
Poter del mondo! questa è una gran parità.
LEL.
Voi che sapete l'antica nobiltà del mio casato, giudicate da ciò con quanta delicatezza misuri le fiamme dell'amor mio.
BEAT.
Quand'è così, non potrà accendervi che un'eroina.
LEL.
Ed un'eroina m'accese.
BEAT.
Chi è codesta?
LEL.
Eccola.
Voi siete quella.
BEAT.
Io? quale eroica azione ho io fatta?
LEL.
Avete saputo soggiogar il mio cuore.
BEAT.
Oh grande, oh bella impresa che ho fatta! non mi credea capace di tanto.
LEL.
E pure ella è così.
Il cuor di Lelio, che riguardò sinora tutti gli oggetti terreni come indegni delle sue adorazioni, trovò in voi l'epilogo della bellezza e della virtù; trovò in voi il magnetico incanto, che s'impossessò del mio arbitrio.
BEAT.
Sarà invidiato il mio nome per tutti i secoli.
LEL.
Deh, madama, ponete al cimento l'affetto mio, ponete l'oro della mia servitù nella coppella de' vostri cenni, e vedrete la purezza del mio metallo.
BEAT.
Signor Lelio, volete che ci divertiamo?
LEL.
Dipendo da' vostri arbitrari voleri.
BEAT.
Eh là, Rosaura.
SCENA SECONDA
ROSAURA e detti
ROS.
Che comanda la mia signora padrona? Oh, con che bella compagnia la ritrovo! Invero non si può fare di più.
Il signor Lelio ha la beltà nel volto, la grazia negli occhi, l'affabilità nel tratto (e la pazzia nel cervello).
(piano a Beatrice)
BEAT.
(Costei mi fa crepar dalle risa).
(da sé) Orsù via, preparaci da giocare.
ROS.
A qual gioco, signora?
BEAT.
A quello che più aggrada al signor Lelio.
LEL.
Piace a me ciò che piace a madama.
BEAT.
Sta a voi lo scegliere.
LEL.
Mi meraviglio.
BEAT.
Rimettiamoci in Rosaura; scelga ella il gioco.
Siete contento?
LEL.
Contentissimo.
ROS.
Vorrei pur scegliere un gioco degno di un sì peregrino talento.
Potete giocare a scacchi, il qual gioco fu instituito da Palamede, per trattenere gli stanchi e nauseati guerrieri all'assedio di Troia; guardatevi però, signore, che madama non vi dia scacco matto.
Volete giocare a dadi? Il gioco non è vile, si dilettò con esso Domiziano imperadore, Enrico re d'Inghilterra, ed era l'usato trattenimento de' Corinti.
Se questo non vi piace, potete giocare a dama.
Questo è il miserabile gioco degli uomini che si lasciano mangiar tutto, prima di acquistar una dama.
Ma sarà meglio che vi divertiate a giochi di carte, ove concorre egualmente il sapere e la sorte.
Se foste in tre, vi vedrei volentieri giocare all'ombre: gioco bellissimo, inventato dall'acutezza degli Spagnuoli, che in italiano vuol dire gioco dell'uomo: ed infatti molto si può alludere di questo gioco alla vita umana.
Io che mi sono dilettata di tutto, ho composto un sonetto sopra il gioco dell'ombre: contentatevi ch'io ve lo reciti, che spero non vi dispiacerà.
Bella, quel sempre dir passo e ripasso,
E mai entrar, mi pone in iscompiglio:
È ver che nell'entrare evvi periglio,
Ma almen si gioca, e s'ha diletto e spasso.
La prima volta che mi viene un asso
Disperato vo' fare un cascariglio;
E se volete poi darmi codiglio,
Lo prenderò da voi senza fracasso.
Fatemi dir di più, se lo bramate,
Lo farò solo, e pagherò gli onori;
Basta che, se mi do, voi mi prendiate.
Deh, lasciatemi almeno entrar agli ori,
Già lo riponerò, non dubitate,
Mentre avete voi sempre i mattadori.
LEL.
Evviva, evviva!
BEAT.
Sei molto brava, Rosaura.
ROS.
Oh, non sapete ancora ciò che vi sia in questa testaccia.
Ora vado a servirvi.
Farò portare il tavolino e le carte, e giocate a quello che più v'aggrada.
(parte)
SCENA TERZA
BEATRICE e LELIO, poi servi che portano tavolino e carte.
BEAT.
Divertiamoci a un gioco più facile di tutti quelli nominati da Rosaura.
Giochiamo al faraone.
(siedono)
LEL.
In me troverete sempre una cieca obbedienza.
(Fortuna ingrata! non ho denari!) (da sé)
BEAT.
Fatemi il piacere di tener voi il gioco.
LEL.
No, no, madama, dispensatemi, ve ne prego.
BEAT.
Tanto pronto a compiacermi, ed ora mi pregate ch'io vi dispensi? (Già capisco che non ha denari).
(da sé)
LEL.
Oh cielo! quel far la banca con una dama in gioco d'azzardo, non è ben inteso.
Alcuno potrebbe temere...
Si sa la mia onestà, la mia cavalleria, ma pure gente maligna...
Basta, dispensatemi, ve ne prego.
BEAT.
Non voglio già ch'esponiate gran somma, basterebbero solamente tre o quattro scudi.
LEL.
(Che stoccata al mio cuore!) (da sé) Con tre o quattro scudi potrei cimentare il vostro contegno.
So il vostro spirito.
Madama, tenete pur voi l'invito.
Io punterò per servirvi.
Ognuna di queste marche dirà mezzo paolo; siete contenta?
BEAT.
Farò come volete.
(Almeno gli guadagnassi sulla parola! non per l'utile del denaro, ma per deriderlo).
(da sé)
LEL.
Grazie.
(O sorte benigna, anche da questo laberinto il filo della prudenza mi trasse).
(da sé)
BEAT.
Via, puntate.
LEL.
Due marche al sei.
BEAT.
Sei vince.
(giocano)
LEL.
Paroli al due.
BEAT.
Due perde.
LEL.
Pazienza! Quattro marche all'asso.
BEAT.
Asso vince.
LEL.
Paroli all'otto.
BEAT.
Otto perde.
LEL.
(La cosa va molto male).
(da sé)
SCENA QUARTA
OTTAVIO e detti
OTT.
(Ecco qui mia moglie al tavoliere.
Ella vuol mandarmi in rovina).
(da sé)
LEL.
Quattro marche al re.
OTT.
Signora Beatrice, con buona grazia di quel signore, ascoltate una parola.
LEL.
Madama, chi è questo che sì francamente v'impone?
BEAT.
È mio marito.
LEL.
Vostro marito? Lasciate ch'io eserciti seco lui gli atti del mio ossequioso rispetto.
(si leva)
OTT.
(Che idea aperta ha quel signore; sarebbe mai intendente di cabala?) (da sé)
LEL.
Mio riverito ed ossequiato padrone, permetta che, estraendo dal fondo del mio cuore il più sincero attestato di rispettosa ed impegnata amicizia, vaglia ad assicurarla ch'io sono quale ho l'onore di protestarmi.
OTT.
(Se avessi vinto al lotto, costui mi farebbe ridere).
(da sé)
LEL.
Ricusa forse la benignissima gentilezza vostra gli omaggi della mia servitù?
OTT.
La riverisco divotamente.
Signora Beatrice, ascoltate.
LEL.
(O lo confonde la mia facondia, o è zotico come un tronco).
(da sé)
BEAT.
Con sua licenza.
(a Lelio) Che cosa comanda il mio adorabile signor consorte? (ironico)
OTT.
(Eccola col fiele sulle labbra.
Oh, se vinco, se vinco, la vogliam veder bella).
(da sé) Prima di tutto vorrei dirvi che questo vostro gioco ci farà andare in precipizio.
BEAT.
Sì, il vostro maledetto giocare al lotto rovinerà voi, e rovinerà me.
OTT.
Sentite, confesso che finora ho giocato con isfortuna, ma ora, grazie al cielo, sono arrivato al tempo di rifarmi.
BEAT.
Avete guadagnato?
OTT.
No, ma son sicuro di guadagnare.
BEAT.
Solite vostre speranze.
Signor Lelio, perdoni, sono da lei.
LEL.
Non vi prendete pena per me.
OTT.
Questa volta, dico, son sicuro.
Il punto sta, che non ho tutto il denaro che ci vorrebbe per far il mio gioco.
Mi mancano tre zecchini, e non so dove trovarli.
Se voi li avete, fatemi il favore d'imprestarmeli: sicura che vi frutteranno assaissimo.
BEAT.
Dove volete ch'io trovi tre zecchini? Siete pazzo? Chi mi dà denaro? Come volete che io ne faccia? Non ho un paolo, se mi scorticate.
OTT.
Ma non giocate?
BEAT.
Gioco sulla parola.
OTT.
Vincete, o perdete?
BEAT.
Sinora io vinco.
OTT.
E bene, vi pagherà.
BEAT.
Io non ho un paolo, e quello che gioca meco non ha un baiocco.
Signor Lelio, la servo.
LEL.
Mi confonde e mortifica.
OTT.
Fatemi dunque un piacere; datemi un anello, un abito, qualche cosa.
BEAT.
Voglio darvi il diavolo che vi porti: pensate a farmene della roba, e non a mangiarmene.
OTT.
Vi farò tutto ciò che volete.
Ma, per amor del cielo, non mi levate la mia fortuna.
BEAT.
Eh, che se siete pazzo voi, non sono pazza io.
Sono sei anni che andate distruggendovi con queste belle speranze.
OTT.
Ma questa volta son sicuro...
BEAT.
Io non vi voglio dar niente.
OTT.
Non mi fate andar in collera.
(alterato)
BEAT.
Che andar in collera? che minacciarmi? Uomo senza giudizio.
Non so chi mi tenga, che io non faccia una risoluzione.
Andatemi via di qua.
In sei anni ch'io sono vostra moglie, m'avete mangiato sedicimila lire; ed ora vorreste consumare questi quattro stracci? Giuro al cielo...
OTT.
Zitto.
Sei anni, sedicimila lire, quattro stracci.
Quattro, sei e sedici: vado a giocar questo terno.
(parte)
SCENA QUINTA
BEATRICE, LELIO, poi DIANA
BEAT.
(Mi fa ridere a mio dispetto).
(da sé)
LEL.
Deh, ricomponete, o madama, gli spiriti tumultuanti.
BEAT.
Compatite, di grazia, la mala opera che ho commessa.
Frenar gl'impeti della collera non è in nostro arbitrio.
LEL.
In mezzo all'ire siete ancor bella.
BEAT.
Mi adulate, e pur mi piacete.
LEL.
Sono ingenuo, sono sincero.
BEAT.
Proseguiamo, se pur v'aggrada.
LEL.
Anzi.
Asso a sei marche.
BEAT.
Asso perde.
Sarà fortunato in amore.
LEL.
Ah! lo volesse Cupido.
DIA.
Signora cognata, dov'è Rosaura?
BEAT.
Sarà nella camera dov'io dormo.
LEL.
È questa la dignissima vostra cognata?
BEAT.
Sì, signore.
DIA.
Per servirla.
LEL.
(S'alza) La concomitanza della vostra persona colla signora cognata mi obbliga ad attestarvi quella esuberanza d'inestimabile stima, con cui reverentissimamente vi riverisco.
DIA.
La ringrazio, e gli son serva.
(Mi pare un pazzo costui).
(da sé)
BEAT.
Se volete Rosaura, ora la chiamerò.
DIA.
Mi farete piacere.
BEAT.
Ehi, Rosaura
SCENA SESTA
ROSAURA e detti
ROS.
Eccomi a' vostri cenni.
BEAT.
La signora Diana ti vuol parlare.
ROS.
Sono a lei.
Come va il gioco, signori?
LEL.
Sinora la sorte fa giustizia al merito di madama.
Io perdo.
ROS.
(Il demonio lo può far perdere, ma non pagar certamente).
(da sé) Che cosa mi comanda la signora Diana?
DIA.
Non ti ho più veduta; ecco la lettera.
Come abbiamo a fare a darle recapito?
ROS.
Datemela, e lasciate fare a me.
(piano)
DIA.
Prendila.
ROS.
Si può leggere questa vostra lettera?
DIA.
Anzi l'ho lasciata aperta per questo.
Ma di' piano, che mia cognata non senta.
ROS.
Eh, quando gioca, non sente se si spara un cannone.
Sentiamo: Mio bene; oibò, oibò, questa lettera l'avete copiata da qualche romanzo.
DIA.
Ma se veramente gli voglio bene.
ROS.
Se si vuol bene ad un uomo, non bisogna dirglielo; altrimenti siamo spacciate.
Dalla vostra tardanza comprendo che voi non mi amate.
Anche questo è mal detto.
Non bisogna sempre tormentar gli uomini colla diffidenza; si stancano poi, e ci lasciano.
Un giorno mi vedrete morire; peggio, peggio.
Niuno è sì pazzo a credere che una donna voglia morire per lui.
Sente l'affettazione e vi perde il credito.
DIA.
Come dunque ho da fare?
ROS.
Lasciate fare a me, che vi detterò una lettera di buon gusto.
SCENA SETTIMA
DOTTORE e detti
DOTT.
Rosaura è qui! Si può venire? (di dentro)
ROS.
Uh, ecco quel fastidioso calabrone.
Se vi vede a giocare, non s'accheta per un anno.
Date qui, date qui, e prendetevi in cambio questo libro.
(leva le carte ed i segni, caccia tutto nel grembiale, e dà un libro a Beatrice)
BEAT.
Lascia.
E le marche ch'io vinceva al signor Lelio?
LEL.
Pazienza! Un'altra volta cominceremo da capo.
(Anche qui la sorte m'ha assistito).
(da sé)
DIA.
Che dirà mio padre trovandomi qui?
ROS.
Lasciate fare a me.
DOTT.
Vi è nessuno? Si può venire?
BEAT.
Venga pure, signor suocero, è padrone: (non vi movete).
(a Lelio)
DOTT.
Oh, che bella conversazione! In che si diverte la mia dottissima signora nuora? Quel libro è il Galateo, o il Cicisbeo sconsolato? (con ironia)
BEAT.
Né l'uno, né l'altro; guardate il frontespizio: La Filosofia per le donne.
DOTT.
Capperi! Ella mi edifica.
(con ironia)
ROS.
Signore, quando vi è Rosaura, non si tratta che di cose serie.
DOTT.
Ma che cosa fa qui Diana?
ROS.
L'ho condotta io a divertirsi un poco, per distorla dalla sua intensa malinconia.
Sente volentieri la lettura di cose buone.
DOTT.
Ma come c'entra quel signore in questa bella lettura?
ROS.
Egli serve d'interprete in alcuni passi difficili, che non sono appieno spiegati.
DOTT.
Ma io non sono a proposito per questa interpretazione?
ROS.
È vero: ma questo signore si è trovato a caso.
È un amico del signor Ottavio, ed è il più buon signore del mondo.
Parla con una modestia esemplare.
Sapete s'io son delicata, e pure non ho riguardo ch'egli pratichi in questa casa.
DOTT.
Quando lo dice Rosaura, non ho che replicare.
ROS.
Vi potete di me fidare.
Andate là, ditegli qualche cosa.
DOTT.
Signore, io le son buon servitore.
LEL.
Trattenete un termine alla essenza mia eterogeneo.
Voi siete mio ossequiato e venerato padrone.
DOTT.
Parla molto elegante.
(a Rosaura)
ROS.
È un'arca di scienze.
DOTT.
Rosaura, vorrei che mi faceste un piacere.
ROS.
Comandate.
DOTT.
Vorrei che m'andaste a fare una limonata; ho una sete grandissima.
ROS.
Vi servo subito, e ve la porrò nel ghiaccio.
Vogliono i buoni medici che il ghiaccio sia molto cooperante alla digestione.
Egli irrita la fibra trituratoria, la rende più corrugata e più atta al moto.
Così il cibo più presto si concuoce, e fa più presto le sue separazioni.
(parte)
SCENA OTTAVA
BEATRICE, LELIO, DIANA, DOTTORE
DOTT.
Signora Beatrice, Diana figliuola mia, sappiate che è arrivato Florindo mio figlio; e vi prego riceverlo con amore.
DIA.
Io l'amo teneramente, e sospiro di vederlo.
BEAT.
Avrò per lui quella stima e quel rispetto che gli si deve.
LEL.
Io pure sarò ammiratore della di lui decantata, peregrina virtù.
DOTT.
Le sarò bene obbligato.
Dicono che sia un ragazzo di spirito.
LEL.
Degno rampollo d'un sì bel tronco.
DOTT.
Obbligato dell'onor che si degna farmi.
DIA.
Signor padre, se vi contentate, mi ritiro.
DOTT.
Perché ritirarvi? Oh, bella grazia che sarebbe! Fermatevi, vi dico.
DIA.
Ubbidisco.
BEAT.
Eccolo che giugne.
SCENA NONA
FLORINDO, ISABELLA in abito da uomo, e detti.
FLOR.
M'inchino al carissimo signor padre.
Riverisco la signora cognata, la signora sorella, e quel signore ch'io non conosco: omnes, omnes simul et in solidum.
DOTT.
(Canchero, è spiritoso!) (da sé) Vien qui, il mio caro figlio, vieni fra le mie braccia, consolazione di questo povero vecchio.
Hai fatto buon viaggio? Sei stanco?
FLOR.
Veramente, per venir presto, oggi non ho pranzato: onde faciunt mea crura jacobum.
DOTT.
(Parla bene latino).
(da sé)
BEAT.
Signor cognato, mi consolo infinitamente di vedervi arrivato sano, virtuoso, e di sì bell'umore.
FLOR.
Alla ciceroniana: Mihi gratulor, tibi gaudeo.
DIA.
Caro fratello, quanta consolazione risento or che vi veggo alla patria tornato!
FLOR.
Anch'io sono di ciò consolatissimo.
Dulcis amor patriae, dulce videre suos.
LEL.
Signore, alle consanguinee congratulazioni unisco anch'io le sociali mie contentezze.
FLOR.
Fateor me tanto dignum honore non esse.
(a Lelio)
LEL.
Ha studiato! È un uomo grande.
Seco lei mi consolo, lo dirò nuovamente, degno rampollo d'un sì bel tronco.
(al Dottore)
FLOR.
Così è: derivata patris naturam verba sequuntur.
DOTT.
Chi è quel giovanotto? Fa ch'egli si avanzi.
FLOR.
Egli è uno scolaro mio amico: Amicus est alter ego: onde per ciò non ho potuto dispensarmi da condurlo meco.
Ma si tratterrà poco tempo.
DOTT.
Stia pure quanto tu vuoi, mi maraviglio.
Sai che ti amo, e che altro non desidero che vederti contento.
FLOR.
Avanzatevi, signor Flaminio, mio padre desidera conoscervi e trattarvi; egli vi amerà quant'io v'amo, mentre sapete che Pater et filius censentur una et eadem persona.
ISAB.
(Ahimè! Tremo tutta! Temo d'essere scoperta).
(da sé)
DOTT.
Venga.
Favorisca.
(Egli è ben circonspetto).
(da sé)
ISAB.
Arrossisco presentandomi a voi in atto di dovervi dar incomodo: incolpate di ciò la bontà del signor Florindo.
Egli faccia per me le mie scuse; io non posso che assicurarvi del mio rispetto, e d'una eterna memoria delle mie obbligazioni.
DOTT.
Signore, io le risponderò senza complimenti.
Ho piacere d'aver l'onore di conoscerla: ella si serva con libertà, come se fosse nella sua medesima casa.
ISAB.
Son molto tenuto alle vostre grazie.
DIA.
(Che bel giovinotto!) (da sé, osservando il creduto Flaminio)
FLOR.
Che cos'è d'Ottavio mio fratello?
DOTT.
Sarà incantato a studiar qualche cabala per il lotto.
FLOR.
Cupio videre eum.
DOTT.
Lo vedrai questa sera a cena.
Senti, figlio mio, tutto il paese è prevenuto della tua venuta, e si parla di te in varie guise.
I buoni amici dicono che sei virtuoso; i nemici dicono che non è vero.
Domani immediatamente voglio che facciamo smentire i maligni.
Coll'occasione che verran delle visite, intendo così all'improvviso che facciamo un'Accademietta, e che tu mostri il tuo spirito e la tua abilità: sei contento?
FLOR.
Contentissimo.
Io son paratus ad omnia.
DOTT.
Ho da dirti una cosa che ti darà piacere.
Abbiamo in casa una serva, che è un portento: è una donna veramente di garbo, pronta a tutto; ha le scienze alla mano, come un lettore d'Università; non si può far di più! Mi impegno che, quando la sentirai, ti farà maravigliare.
FLOR.
Veramente sarà cosa da stupirsi, vedere una donna sì virtuosa.
(Così era la mia Rosaura in Pavia.
Povera ragazza! come l'ho abbandonata!) (da sé)
DOTT.
La voglio andar a chiamare; voglio che tu veda, se dico la verità.
FLOR.
Andate, che avrò piacere.
DOTT.
Ma è savia e modesta.
Non creder già...
basta, c'intendiamo.
FLOR.
Eh, non occorr'altro.
DOTT.
(Florindo avrà giudizio.
Rosaura la voglio per me).
(da sé, e parte)
SCENA DECIMA
FLORINDO, BEATRICE, LELIO, DIANA e ISABELLA.
ISAB.
(Signor Florindo, questa donna sì virtuosa non mi piace).
(piano a Florindo)
FLOR.
(Su via, signora Isabella, cominciate a tormentarmi con la gelosia).
(piano a Isabella)
BEAT.
Signor cognato, se mi date licenza, mi ritiro nella mia camera.
FLOR.
Prendete il vostro comodo.
BEAT.
A buon rivederci questa sera.
FLOR.
Signor cavaliere, perché non servite madama? (a Lelio)
LEL.
Temo di essere soverchiamente ardito.
FLOR.
Eh, signore, il gran mondo pensa diversamente.
Andate, andate; al braccio, al braccio; e voi, signora, lasciatevi servire.
Il platonismo è già in uso; oggi tutto il mondo è Parigi.
LEL.
Dunque, se madama il permette...
BEAT.
Quando il signor cognato l'approva...
FLOR.
Non solo l'approvo con un pro maiori, ma amplissime atque solemniter.
BEAT.
Nuovamente la riverisco.
LEL.
A lei m'inchino.
FLOR.
Salvete, amici, salvete.
LEL.
Che degno scolare! (parte, dando braccio a Beatrice)
SCENA UNDICESIMA
FLORINDO, DIANA, ISABELLA
FLOR.
E voi, signora sorella, quando vi maritate?
DIA.
Oh, io dipendo dal mio genitore.
FLOR.
Se il genitore volesse, vi accompagnereste volentieri?
DIA.
Per ubbidirlo.
FLOR.
Solamente per ubbidirlo? Eh via, non fate meco la schizzinosa.
Vi conosco negli occhi, che avete volontà di maritarvi.
Siete mia sorella, e tanto basta.
DIA.
Via, non mi fate arrossire.
FLOR.
Ditemi: questo giovinotto vi piacerebbe?
DIA.
È libero?
FLOR.
Sicuro.
DIA.
Ma io forse non piacerei a lui.
FLOR.
Chi sa? Volete ch'io gliene parli?
DIA.
Fate voi.
FLOR.
(Sarebbe allegra con un tal marito!) (da sé)
DIA.
(Questo mi pare più bello del signor Momolo; voglio partire, acciò abbia campo di dirgli qualche cosa).
(da sé) Addio, signor fratello.
FLOR.
Perché partite?
DIA.
Ho da finir un lavoro.
(Mi raccomando a voi).
Serva, quel signore.
ISAB.
A voi m'inchino, signora.
DIA.
(Che bella grazia!) (parte, guardando Isabella)
SCENA DODICESIMA
FLORINDO ed ISABELLA
ISAB.
Che diavolo fate? Siete pazzo? Far innamorare di me quella povera ragazza?
FLOR.
Mi prendo un poco di spasso.
ISAB.
Non vorrei che tanto vi perdeste nelle fievolezze.
FLOR.
Che volete? ch'io pianga?
ISAB.
No, ma pensate al vostro impegno.
Mi avete levata da Pavia, mia patria, anzi dal seno de' miei genitori, promettendomi di sposarmi subito che fossimo arrivati in Bologna.
Sollecitate dunque questi sponsali.
FLOR.
Ma adagio un poco; non abbiate sì gran fretta.
ISAB.
Conosco la vostra volubilità.
Non voglio che perdiamo tempo.
FLOR.
Dimani ne parleremo.
ISAB.
Benissimo.
Frattanto fatemi assegnare una stanza.
FLOR.
Sapete ch'io v'amo e che fo stima della vostra nobile condizione.
Ma non siate così rigorosa e severa; datemi almeno una buona occhiata.
ISAB.
Eh sì, sì; vi conosco.
FLOR.
Sapete ch'io sono la stessa fedeltà.
ISAB.
Basta; lo vedremo.
SCENA TREDICESIMA
DOTTORE e detti, poi ROSAURA
DOTT.
Son qui, ho condotta la serva.
Dove siete? venite innanzi.
ROS.
Eccomi, signore.
FLOR.
(Stelle! Che vedo!) (da sé, vedendo Rosaura)
ISAB.
(Colei mi par di conoscerla).
(da sé)
ROS.
È questi il suo signor figlio? (al Dottore)
DOTT.
Questi; che ve ne pare?
ROS.
Permetta, signore, ch'io abbia l'onore di protestarmi sua umilissima serva.
(a Florindo) (Il sangue mi bolle tutto).
(da sé)
FLOR.
(Che incontro inaspettato è mai questo!) (da sé)
DOTT.
Via, di' qualche cosa: rispondi, temi forse ch'ella ti confonda?
FLOR.
Quella giovane, ammiro il vostro spirito, e confesso che mi avete sorpreso.
ROS.
(Lo credo ancor io).
(da sé) Mi dia licenza, ch'io le baci la mano.
(a Florindo)
FLOR.
(In qual laberinto mi trovo!) (da sé)
DOTT.
Lasciala fare.
Accetta pure quest'atto del suo rispetto.
(a Florindo)
FLOR.
(Convien dissimulare).
(da sé) Prendete.
(le dà la mano)
ROS.
(T'ho pure arrivato, assassino.) (piano a Florindo, e gli morde la mano)
FLOR.
Ahi! (ritirando la mano)
DOTT.
Che c'è? Che è stato?
FLOR.
Con riverenza, un callo.
DOTT.
Fatelo tagliare.
ISAB.
Signor Dottore, come si chiama quella vostra serva? (piano al Dottore)
DOTT.
Si chiama Rosaura.
ISAB.
È di Pavia? (come sopra)
DOTT.
Di Pavia.
ISAB.
(È ella senz'altro; oh, povera me! temo che mi discuopra! Se mi conosce, sono perduta).
(da sé)
ROS.
(Se non m'inganno, mi pare di conoscer quel volto).
(da sé) Signor padrone, e quell'altro signore chi è? (al Dottore)
DOTT.
Un amico di mio figliuolo.
ROS.
(Buono! sta a vedere che l'amico l'ha fatta bella!) (da sé) Signor Florindo, scusi la mia curiosità, è di Pavia quel signore?
FLOR.
(Ora sì che l'imbroglio cresce).
(da sé) Non è di Pavia, è milanese.
ROS.
Parmi però averlo veduto in Pavia varie volte.
FLOR.
Può essere.
ROS.
Era scolare?
FLOR.
Appunto.
ROS.
S'è lecito, come ha nome?
FLOR.
Flaminio.
ROS.
Guardate, quando si dice delle fisonomie che s'incontrano! Egli rassembra tutto tutto una certa signora Isabella, figlia d'un lettore dell'Università di Pavia.
ISAB.
(Ahimè! sono scoperta!) (da sé)
FLOR.
(Siamo perduti).
(da sé)
DOTT.
E bene, non è gran meraviglia; si danno di queste somiglianze.
FLOR.
(Rosaura, pietà!) (piano a Rosaura)
ROS.
(Non la meriti, traditore).
(piano a Florindo)
FLOR.
(Qui convien in qualche modo aggiustarla).
(da sé) Signor padre, pregovi a condurre in una stanza il signor Flaminio.
Io anderò nel solito camerino.
DOTT.
Benissimo.
Rosaura, andate a chiamar qualcheduno che assista a mio figlio, e voi andate nella vostra stanza.
ROS.
Sì, signore, sarete servito.
DOTT.
Favorisca di venir meco, signor Flaminio.
ISAB.
Vi ubbidisco.
(Ah, caro signor Florindo, ponete rimedio al male che ci sovrasta).
(piano a Florindo)
FLOR.
(Lasciate fare a me, non dubitate).
(piano a Isabella)
DOTT.
Via, Rosaura, andate.
ROS.
Vado subito.
(Non voglio partire senza rimproverar quest'indegno).
(si ritira)
DOTT.
Non vorrei...
basta...
aprirò gli occhi.
(parte con Isabella)
SCENA QUATTORDICESIMA
FLORINDO e ROSAURA
FLOR.
(Come mai dovrò regolar la faccenda? Come con costei contenermi? La mia franchezza non giova.
Ne sa più di me).
(da sé)
ROS.
Siam soli, Florindo: posso a mia voglia empio, mancatore chiamarvi.
FLOR.
Dite tutto ciò che volete.
Sempre direte meno di quel ch'io merito.
ROS.
Ecco la vostra solita disinvoltura! Così solevate umiliarvi, qualunque volta giustamente di sdegno accesa mi conoscevate.
FLOR.
Ma che volete ch'io faccia? Avete ragione, lo confesso.
ROS.
Se ho ragione, avete da farmi giustizia.
Mi avete promesso fede di sposo, dovete mantenermi la promessa.
FLOR.
Abbiate pazienza: vi sarà tempo.
Mi ricordo del mio impegno: state zitta, e lo manterrò.
ROS.
No, no, non vi lusingate di deludermi, come faceste per lo passato.
Non vi credo, vi conosco.
O sposatemi subito, o saprò vendicarmi.
FLOR.
Che diavolo! con gli stivali in piedi ho da sposarvi?
ROS.
Che stivali? che barzellette?
FLOR.
Ma che volete che dica mio padre?
ROS.
Vostro padre s'accheterà, quando saprà di che mi siete voi debitore.
FLOR.
Datemi almeno due giorni di tempo.
(Se posso fuggire, qualche cosa sarà).
(da sé)
ROS.
Due giorni di tempo, eh? Mendace, scellerato.
Credete ch'io non sappia le vostre baratterie? Ho conosciuto quel giovine, che avete con voi condotto.
Sì, quella è Isabella.
Ma giuro al cielo, mi saprò vendicare.
Pubblicherò i vostri inganni; farovvi arrossire; vostro padre vi scaccerà dalla casa; v'aborriranno i vostri parenti; sarete la favola di Bologna.
Voglio vedervi precipitato.
FLOR.
(Ed è capace di farlo).
(da sé) Deh, cara Rosaura, abbiate pietà di me.
ROS.
Cara Rosaura, eh! Chiudete la sacrilega bocca.
Non proferite il mio nome.
FLOR.
Ma s'io son pronto a sposarvi.
ROS.
E mi credete sì poco saggia, o tanto innamorata, che vi volessi porger la mano? V'ingannate: piuttosto sposerei la morte.
FLOR.
(Manco male).
(da sé)
ROS.
Ho finto tutto ciò per iscoprire il vostro mal animo.
Andate pure, sposate la vostra Isabella, ch'io già ho ritrovato marito.
FLOR.
Siete maritata? (Oh, il cielo lo volesse!) (da sé)
ROS.
Dimani seguiran le mie nozze.
FLOR.
E siete venuta a maritarvi in casa mia?
ROS.
Sì, per vostro tormento.
FLOR.
Crudele! Sugli occhi miei? (affettando amore)
ROS.
(Ancor mi deride!) (da sé) Sì sugli occhi vostri, ed ho scelto uno sposo che faravvi tremare.
FLOR.
È qualche soldato?
ROS.
Altro che soldato: stupirete, quando ve lo dirò.
FLOR.
E chi è mai questo sì gran soggetto?
ROS.
Il Dottore vostro padre.
FLOR.
Come! Mio padre? (con sorpresa)
ROS.
Sì, non dissi che stupirete?
FLOR.
Ed avete tanto coraggio? Sapete gli amori passati tra voi e me, ed ardirete sposarvi a mio padre?
ROS.
Voi mi avete insegnato ad essere scellerata.
(Fingasi per tormentarlo).
(da sé)
FLOR.
Ah, non lo soffrirò mai.
ROS.
Ebbene: se vi dà l'animo, scoprite voi l'arcano.
Rimediate voi al disordine; io per me sono risoluta di non parlare.
Se il vostro genitore mi sollecita ch'io gli porga la mano; se voi tacete, io pur taccio; pensateci voi, che per me ci ho pensato.
FLOR.
(Che strana specie di vendetta è mai questa? Sì, sì, la farò scacciar da mio padre, senza pubblicar la mia colpa).
(da sé)
ROS.
Che dite fra di voi stesso? Meditate forse qualche novello inganno?
FLOR.
Mi stupisco, come abbiate potuto introdurvi in mia casa, prevenire il mio arrivo ed affascinare mio padre.
ROS.
Ed io stupisco, come abbiate potuto abbandonarmi, tradirmi, e de' vostri giuramenti scordarvi.
FLOR.
Orsù, abbiate giudizio, che sarà meglio per voi.
ROS.
Come! Minacce ancora? Indiscreto, incivile, così trattate chi tante prove della sua fede vi ha date? Barbaro! Così ricompensate il mio affetto? Almeno mi compatiste, chiedeste almeno perdono.
Ma no, ostinato, perverso, mi odiate, mi deridete, mi maltrattate.
Ma senti, senti, spietato, saprò vendicarmi.
Sarò una furia per tormentarti.
No, che un torto sì grande non si può soffrire.
SCENA QUINDICESIMA
DOTTORE e detti
ROS.
(Oimè! Ecco il signor Dottore).
(da sé) No, che non si può soffrire un sì gran torto; mi maraviglio di voi.
DOTT.
Che ci è di nuovo? Che cos'è questo rumore?
FLOR.
(Ecco scoperta ogni cosa).
(da sé)
ROS.
Signore, io non posso soffrire che mi venga negata la verità.
Questo vostro signor figliuolo ha delle massime troppo scolastiche.
Non sa dir altro che nego maiorem, nego minorem.
Che cos'è questo nego? qui totum negat, nihil probat.
Bisogna distinguere: distingue textus et concordabis iura, dicono i legisti.
E poi dirmi: nego suppositum? Questa è una mentita, ed io dovrò soffrirla? La soffro, perché sono in casa vostra, perché è vostro figlio, peraltro me ne farei render conto.
Ma piano, piano, ci toccheremo la mano.
Vi pianterò un paio d'argomenti in barbara, che non saprete da qual parte guardarvi.
Se ben son donna, ne so più di voi; e da questo mio improvviso ragionamento potrete comprendere, signor Florindo, s'io so trovar mezzi termini.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
DOTTORE e FLORINDO
DOTT.
Non l'ho detto io, ch'ella ti porrà in sacco? Sei restato là come un babbione, eh? Canchero! Conviene star all'erta per trattare con esso lei.
FLOR.
Eh, signor padre, siete ingannato.
Colei non è qual vi credete.
Vi par possibile ch'una donna, ed una donna giovane, arrivi a saper tanto? quella è una strega.
DOTT.
Eh, va via, che sei pazzo.
FLOR.
Io vi dico la verità: e se non volete badarmi, ve ne troverete pentito.
DOTT.
Il mondo ignorante, quando vede qualche stravaganza, subito dice che il diavolo l'ha fatta.
Io non credo simili scioccherie.
Rosaura è savia, Rosaura è virtuosa e Rosaura, basta...
so io quel che dico.
FLOR.
Sarebbe mai vero ciò ch'ella stessa mi ha detto?
DOTT.
Che cosa t'ha ella detto?
FLOR.
Che voi la volete sposare.
DOTT.
Potrebbe esser di sì.
FLOR.
E fareste voi una tale pazzia?
DOTT.
Qual modo di parlare è questo? Sei venuto da Pavia per far il pedante a tuo padre? Voglio fare quel che mi pare e piace.
Sono il padrone.
FLOR.
Ma non vedete, che questo vostro amore è un effetto delle malìe di quella fattucchiera?
DOTT.
Eh, povero sciocco! è un effetto della buona maniera e del buon tratto di quella giovane.
Basta, se facessi un tal passo, non porterei pregiudizio né a voi, né a vostro fratello.
Ho già disposte le cose in buona maniera: abbiate giudizio e non mi fate l'uomo addosso.
Domani preparatevi a ricever le visite e fare spiccare il vostro talento, se ne avete, e non fate che s'abbia a dire: Parturient montes, nascetur ridiculus mus.
(parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
FLORINDO, poi BRIGHELLA ed ARLECCHINO
FLOR.
Ah, questo è un colpo non preveduto! Qual demone inspirò a Rosaura portarsi a Bologna ed introdursi in mia casa?
BRIGH.
Ben venuto, illustrissimo signor padron.
ARL.
Ben tornado, signor poltron.
FLOR.
Buon giorno.
(Qual astro per me fatale infuse nell'animo di colei un sì particolare coraggio?) (da sé)
BRIGH.
Ala fatto buon viazo?
ARL.
M'ala portà gnente?
FLOR.
(E poi? Ah, questo è il peggior de' mali! Innamorare mio padre? Volerlo sposare? Oh, trista donna!) (da sé)
BRIGH.
Vorla andar a riposar?
ARL.
Vorla che andemo a magnar?
FLOR.
(Ma no, ciò non deve tollerare l'onestà d'un figlio.
Tutto si sveli, tutto si pubblichi).
(da sé)
BRIGH.
Me par che la sia molt'alterà.
ARL.
Me par che la gh'abbia molto poca creanza.
FLOR.
(Ma che sarà d'Isabella? Dovrà scoprirsi? Dovrà partire, o dovrò sposarla?) (da sé)
BRIGH.
L'ha qualche cossa per la testa.
ARL.
L'è matto in coscienza mia.
FLOR.
(No, no, Isabella dev'esser mia moglie.
È nata nobile, non deggio tradirla).
(da sé)
BRIGH.
Cossa mai gh'è successo?
ARL.
Elo stà bianco o negro?
FLOR.
(Ma se scopresi l'impegno anteriore con Rosaura, sarò costretto a sposar quella, e lasciar quell'altra).
BRIGH.
El me fa compassion.
ARL.
El me fa da rider.
FLOR.
(Oh Giove!)
BRIGH.
Oh Venere!
ARL.
Oh Bacco!
FLOR.
(Suggerisci l'espediente al mio cuore).
BRIGH.
Soccorri sto pover signor.
ARL.
Torneghe el so giudizio.
FLOR.
(Ah, non v'è più rimedio).
BRIGH.
Oimei.
ARL.
L'è vera: chi nasce matto, non varisce mai.
FLOR.
Brighella.
BRIGH.
Signor.
FLOR.
Arlecchino.
ARL.
Son qua.
FLOR.
...
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