LA DONNA DI GARBO, di Carlo Goldoni - pagina 7
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(Mi raccomando a voi).
Serva, quel signore.
ISAB.
A voi m'inchino, signora.
DIA.
(Che bella grazia!) (parte, guardando Isabella)
SCENA DODICESIMA
FLORINDO ed ISABELLA
ISAB.
Che diavolo fate? Siete pazzo? Far innamorare di me quella povera ragazza?
FLOR.
Mi prendo un poco di spasso.
ISAB.
Non vorrei che tanto vi perdeste nelle fievolezze.
FLOR.
Che volete? ch'io pianga?
ISAB.
No, ma pensate al vostro impegno.
Mi avete levata da Pavia, mia patria, anzi dal seno de' miei genitori, promettendomi di sposarmi subito che fossimo arrivati in Bologna.
Sollecitate dunque questi sponsali.
FLOR.
Ma adagio un poco; non abbiate sì gran fretta.
ISAB.
Conosco la vostra volubilità.
Non voglio che perdiamo tempo.
FLOR.
Dimani ne parleremo.
ISAB.
Benissimo.
Frattanto fatemi assegnare una stanza.
FLOR.
Sapete ch'io v'amo e che fo stima della vostra nobile condizione.
Ma non siate così rigorosa e severa; datemi almeno una buona occhiata.
ISAB.
Eh sì, sì; vi conosco.
FLOR.
Sapete ch'io sono la stessa fedeltà.
ISAB.
Basta; lo vedremo.
SCENA TREDICESIMA
DOTTORE e detti, poi ROSAURA
DOTT.
Son qui, ho condotta la serva.
Dove siete? venite innanzi.
ROS.
Eccomi, signore.
FLOR.
(Stelle! Che vedo!) (da sé, vedendo Rosaura)
ISAB.
(Colei mi par di conoscerla).
(da sé)
ROS.
È questi il suo signor figlio? (al Dottore)
DOTT.
Questi; che ve ne pare?
ROS.
Permetta, signore, ch'io abbia l'onore di protestarmi sua umilissima serva.
(a Florindo) (Il sangue mi bolle tutto).
(da sé)
FLOR.
(Che incontro inaspettato è mai questo!) (da sé)
DOTT.
Via, di' qualche cosa: rispondi, temi forse ch'ella ti confonda?
FLOR.
Quella giovane, ammiro il vostro spirito, e confesso che mi avete sorpreso.
ROS.
(Lo credo ancor io).
(da sé) Mi dia licenza, ch'io le baci la mano.
(a Florindo)
FLOR.
(In qual laberinto mi trovo!) (da sé)
DOTT.
Lasciala fare.
Accetta pure quest'atto del suo rispetto.
(a Florindo)
FLOR.
(Convien dissimulare).
(da sé) Prendete.
(le dà la mano)
ROS.
(T'ho pure arrivato, assassino.) (piano a Florindo, e gli morde la mano)
FLOR.
Ahi! (ritirando la mano)
DOTT.
Che c'è? Che è stato?
FLOR.
Con riverenza, un callo.
DOTT.
Fatelo tagliare.
ISAB.
Signor Dottore, come si chiama quella vostra serva? (piano al Dottore)
DOTT.
Si chiama Rosaura.
ISAB.
È di Pavia? (come sopra)
DOTT.
Di Pavia.
ISAB.
(È ella senz'altro; oh, povera me! temo che mi discuopra! Se mi conosce, sono perduta).
(da sé)
ROS.
(Se non m'inganno, mi pare di conoscer quel volto).
(da sé) Signor padrone, e quell'altro signore chi è? (al Dottore)
DOTT.
Un amico di mio figliuolo.
ROS.
(Buono! sta a vedere che l'amico l'ha fatta bella!) (da sé) Signor Florindo, scusi la mia curiosità, è di Pavia quel signore?
FLOR.
(Ora sì che l'imbroglio cresce).
(da sé) Non è di Pavia, è milanese.
ROS.
Parmi però averlo veduto in Pavia varie volte.
FLOR.
Può essere.
ROS.
Era scolare?
FLOR.
Appunto.
ROS.
S'è lecito, come ha nome?
FLOR.
Flaminio.
ROS.
Guardate, quando si dice delle fisonomie che s'incontrano! Egli rassembra tutto tutto una certa signora Isabella, figlia d'un lettore dell'Università di Pavia.
ISAB.
(Ahimè! sono scoperta!) (da sé)
FLOR.
(Siamo perduti).
(da sé)
DOTT.
E bene, non è gran meraviglia; si danno di queste somiglianze.
FLOR.
(Rosaura, pietà!) (piano a Rosaura)
ROS.
(Non la meriti, traditore).
(piano a Florindo)
FLOR.
(Qui convien in qualche modo aggiustarla).
(da sé) Signor padre, pregovi a condurre in una stanza il signor Flaminio.
Io anderò nel solito camerino.
DOTT.
Benissimo.
Rosaura, andate a chiamar qualcheduno che assista a mio figlio, e voi andate nella vostra stanza.
ROS.
Sì, signore, sarete servito.
DOTT.
Favorisca di venir meco, signor Flaminio.
ISAB.
Vi ubbidisco.
(Ah, caro signor Florindo, ponete rimedio al male che ci sovrasta).
(piano a Florindo)
FLOR.
(Lasciate fare a me, non dubitate).
(piano a Isabella)
DOTT.
Via, Rosaura, andate.
ROS.
Vado subito.
(Non voglio partire senza rimproverar quest'indegno).
(si ritira)
DOTT.
Non vorrei...
basta...
aprirò gli occhi.
(parte con Isabella)
SCENA QUATTORDICESIMA
FLORINDO e ROSAURA
FLOR.
(Come mai dovrò regolar la faccenda? Come con costei contenermi? La mia franchezza non giova.
Ne sa più di me).
(da sé)
ROS.
Siam soli, Florindo: posso a mia voglia empio, mancatore chiamarvi.
FLOR.
Dite tutto ciò che volete.
Sempre direte meno di quel ch'io merito.
ROS.
Ecco la vostra solita disinvoltura! Così solevate umiliarvi, qualunque volta giustamente di sdegno accesa mi conoscevate.
FLOR.
Ma che volete ch'io faccia? Avete ragione, lo confesso.
ROS.
Se ho ragione, avete da farmi giustizia.
Mi avete promesso fede di sposo, dovete mantenermi la promessa.
FLOR.
Abbiate pazienza: vi sarà tempo.
Mi ricordo del mio impegno: state zitta, e lo manterrò.
ROS.
No, no, non vi lusingate di deludermi, come faceste per lo passato.
Non vi credo, vi conosco.
O sposatemi subito, o saprò vendicarmi.
FLOR.
Che diavolo! con gli stivali in piedi ho da sposarvi?
ROS.
Che stivali? che barzellette?
FLOR.
Ma che volete che dica mio padre?
ROS.
Vostro padre s'accheterà, quando saprà di che mi siete voi debitore.
FLOR.
Datemi almeno due giorni di tempo.
(Se posso fuggire, qualche cosa sarà).
(da sé)
ROS.
Due giorni di tempo, eh? Mendace, scellerato.
Credete ch'io non sappia le vostre baratterie? Ho conosciuto quel giovine, che avete con voi condotto.
Sì, quella è Isabella.
Ma giuro al cielo, mi saprò vendicare.
Pubblicherò i vostri inganni; farovvi arrossire; vostro padre vi scaccerà dalla casa; v'aborriranno i vostri parenti; sarete la favola di Bologna.
Voglio vedervi precipitato.
FLOR.
(Ed è capace di farlo).
(da sé) Deh, cara Rosaura, abbiate pietà di me.
ROS.
Cara Rosaura, eh! Chiudete la sacrilega bocca.
Non proferite il mio nome.
FLOR.
Ma s'io son pronto a sposarvi.
ROS.
E mi credete sì poco saggia, o tanto innamorata, che vi volessi porger la mano? V'ingannate: piuttosto sposerei la morte.
FLOR.
(Manco male).
(da sé)
ROS.
Ho finto tutto ciò per iscoprire il vostro mal animo.
Andate pure, sposate la vostra Isabella, ch'io già ho ritrovato marito.
FLOR.
Siete maritata? (Oh, il cielo lo volesse!) (da sé)
ROS.
Dimani seguiran le mie nozze.
FLOR.
E siete venuta a maritarvi in casa mia?
ROS.
Sì, per vostro tormento.
FLOR.
Crudele! Sugli occhi miei? (affettando amore)
ROS.
(Ancor mi deride!) (da sé) Sì sugli occhi vostri, ed ho scelto uno sposo che faravvi tremare.
FLOR.
È qualche soldato?
ROS.
Altro che soldato: stupirete, quando ve lo dirò.
FLOR.
E chi è mai questo sì gran soggetto?
ROS.
Il Dottore vostro padre.
FLOR.
Come! Mio padre? (con sorpresa)
ROS.
Sì, non dissi che stupirete?
FLOR.
Ed avete tanto coraggio? Sapete gli amori passati tra voi e me, ed ardirete sposarvi a mio padre?
ROS.
Voi mi avete insegnato ad essere scellerata.
(Fingasi per tormentarlo).
(da sé)
FLOR.
Ah, non lo soffrirò mai.
ROS.
Ebbene: se vi dà l'animo, scoprite voi l'arcano.
Rimediate voi al disordine; io per me sono risoluta di non parlare.
Se il vostro genitore mi sollecita ch'io gli porga la mano; se voi tacete, io pur taccio; pensateci voi, che per me ci ho pensato.
FLOR.
(Che strana specie di vendetta è mai questa? Sì, sì, la farò scacciar da mio padre, senza pubblicar la mia colpa).
(da sé)
ROS.
Che dite fra di voi stesso? Meditate forse qualche novello inganno?
FLOR.
Mi stupisco, come abbiate potuto introdurvi in mia casa, prevenire il mio arrivo ed affascinare mio padre.
ROS.
Ed io stupisco, come abbiate potuto abbandonarmi, tradirmi, e de' vostri giuramenti scordarvi.
FLOR.
Orsù, abbiate giudizio, che sarà meglio per voi.
ROS.
Come! Minacce ancora? Indiscreto, incivile, così trattate chi tante prove della sua fede vi ha date? Barbaro! Così ricompensate il mio affetto? Almeno mi compatiste, chiedeste almeno perdono.
Ma no, ostinato, perverso, mi odiate, mi deridete, mi maltrattate.
Ma senti, senti, spietato, saprò vendicarmi.
Sarò una furia per tormentarti.
No, che un torto sì grande non si può soffrire.
SCENA QUINDICESIMA
DOTTORE e detti
ROS.
(Oimè! Ecco il signor Dottore).
(da sé) No, che non si può soffrire un sì gran torto; mi maraviglio di voi.
DOTT.
Che ci è di nuovo? Che cos'è questo rumore?
FLOR.
(Ecco scoperta ogni cosa).
(da sé)
ROS.
Signore, io non posso soffrire che mi venga negata la verità.
Questo vostro signor figliuolo ha delle massime troppo scolastiche.
Non sa dir altro che nego maiorem, nego minorem.
Che cos'è questo nego? qui totum negat, nihil probat.
Bisogna distinguere: distingue textus et concordabis iura, dicono i legisti.
E poi dirmi: nego suppositum? Questa è una mentita, ed io dovrò soffrirla? La soffro, perché sono in casa vostra, perché è vostro figlio, peraltro me ne farei render conto.
Ma piano, piano, ci toccheremo la mano.
Vi pianterò un paio d'argomenti in barbara, che non saprete da qual parte guardarvi.
Se ben son donna, ne so più di voi; e da questo mio improvviso ragionamento potrete comprendere, signor Florindo, s'io so trovar mezzi termini.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
DOTTORE e FLORINDO
DOTT.
Non l'ho detto io, ch'ella ti porrà in sacco? Sei restato là come un babbione, eh? Canchero! Conviene star all'erta per trattare con esso lei.
FLOR.
Eh, signor padre, siete ingannato.
Colei non è qual vi credete.
Vi par possibile ch'una donna, ed una donna giovane, arrivi a saper tanto? quella è una strega.
DOTT.
Eh, va via, che sei pazzo.
FLOR.
Io vi dico la verità: e se non volete badarmi, ve ne troverete pentito.
DOTT.
Il mondo ignorante, quando vede qualche stravaganza, subito dice che il diavolo l'ha fatta.
Io non credo simili scioccherie.
Rosaura è savia, Rosaura è virtuosa e Rosaura, basta...
so io quel che dico.
FLOR.
Sarebbe mai vero ciò ch'ella stessa mi ha detto?
DOTT.
Che cosa t'ha ella detto?
FLOR.
Che voi la volete sposare.
DOTT.
Potrebbe esser di sì.
FLOR.
E fareste voi una tale pazzia?
DOTT.
Qual modo di parlare è questo? Sei venuto da Pavia per far il pedante a tuo padre? Voglio fare quel che mi pare e piace.
Sono il padrone.
FLOR.
Ma non vedete, che questo vostro amore è un effetto delle malìe di quella fattucchiera?
DOTT.
Eh, povero sciocco! è un effetto della buona maniera e del buon tratto di quella giovane.
Basta, se facessi un tal passo, non porterei pregiudizio né a voi, né a vostro fratello.
Ho già disposte le cose in buona maniera: abbiate giudizio e non mi fate l'uomo addosso.
Domani preparatevi a ricever le visite e fare spiccare il vostro talento, se ne avete, e non fate che s'abbia a dire: Parturient montes, nascetur ridiculus mus.
(parte)
SCENA DICIASSETTESIMA
FLORINDO, poi BRIGHELLA ed ARLECCHINO
FLOR.
Ah, questo è un colpo non preveduto! Qual demone inspirò a Rosaura portarsi a Bologna ed introdursi in mia casa?
BRIGH.
Ben venuto, illustrissimo signor padron.
ARL.
Ben tornado, signor poltron.
FLOR.
Buon giorno.
(Qual astro per me fatale infuse nell'animo di colei un sì particolare coraggio?) (da sé)
BRIGH.
Ala fatto buon viazo?
ARL.
M'ala portà gnente?
FLOR.
(E poi? Ah, questo è il peggior de' mali! Innamorare mio padre? Volerlo sposare? Oh, trista donna!) (da sé)
BRIGH.
Vorla andar a riposar?
ARL.
Vorla che andemo a magnar?
FLOR.
(Ma no, ciò non deve tollerare l'onestà d'un figlio.
Tutto si sveli, tutto si pubblichi).
(da sé)
BRIGH.
Me par che la sia molt'alterà.
ARL.
Me par che la gh'abbia molto poca creanza.
FLOR.
(Ma che sarà d'Isabella? Dovrà scoprirsi? Dovrà partire, o dovrò sposarla?) (da sé)
BRIGH.
L'ha qualche cossa per la testa.
ARL.
L'è matto in coscienza mia.
FLOR.
(No, no, Isabella dev'esser mia moglie.
È nata nobile, non deggio tradirla).
(da sé)
BRIGH.
Cossa mai gh'è successo?
ARL.
Elo stà bianco o negro?
FLOR.
(Ma se scopresi l'impegno anteriore con Rosaura, sarò costretto a sposar quella, e lasciar quell'altra).
BRIGH.
El me fa compassion.
ARL.
El me fa da rider.
FLOR.
(Oh Giove!)
BRIGH.
Oh Venere!
ARL.
Oh Bacco!
FLOR.
(Suggerisci l'espediente al mio cuore).
BRIGH.
Soccorri sto pover signor.
ARL.
Torneghe el so giudizio.
FLOR.
(Ah, non v'è più rimedio).
BRIGH.
Oimei.
ARL.
L'è vera: chi nasce matto, non varisce mai.
FLOR.
Brighella.
BRIGH.
Signor.
FLOR.
Arlecchino.
ARL.
Son qua.
FLOR.
Assistetemi.
Ho bisogno di voi.
Venite qui, datemi la vostra mano in pegno della vostra fede.
BRIGH.
Ecco la man.
(gli danno la mano)
FLOR.
No.
(li respinge, essi partono) Non ho bisogno di voi.
Solo ho sinora operato, solo mi reggerò in avvenire.
La notte è provvida consigliera.
Dimani risolverò.
Tutto si faccia, purché il matrimonio di mio padre non segua.
Nulla intentato si lasci.
Anzi il più difficile e il più pericoloso si tenti.
(parte)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
BRIGHELLA, poi OTTAVIO
BRIGH.
Mai più ghe credo.
Sia maledette le so cabale e el so poco giudizio.
Povero el mio filippo(24), l'è pur andà malamente! Tolè, gnanca un numero no xe vegnù fora, de quei che ha messo quel matto del mio patron.
Vardè qua: in tre firme un numero solo.
Sia maledetto quando ho zogà: no voggio gnanca adosso ste firme; andè in malora.
(getta le firme in terra) Ma velo qua: oh, co brutto ch'el xe!
OTT.
Oh ignoranza! Oh ignoranza!
BRIGH.
Coss'è, sior patron? L'avemo fatta bella.
OTT.
L'abbiamo fatta bella sicuro.
Il terno vi era nella Cabala, ed io non l'ho saputo conoscere.
BRIGH.
Come ghe gierelo?
OTT.
Senti, senti, se v'era: oh maledetta fortuna! Ma che mi lagno della fortuna? Lagnar mi devo della mia ignoranza.
Non è uscito il 16, il 36 ed il 38?
BRIGH.
Siguro.
OTT.
Senti se la Cabala potea parlare più schietto.
Unisci l'otto quattro volte, e poi dividi per metà tutto il prodotto.
Quattro via otto trentadue: la metà del trentadue è il sedici, ed io non l'ho giocato: oh asino! oh bestia! Ma senti peggio.
Il quattro, il cinque e il sei ponigli sotto; io ho posto il 4, il 5, il 6 sotto il 16, e dovea porli sotto il 32; 32 e 4 fa 36; e 32 e 6 fa 38.
Questo è il terno, o non è il terno?
BRIGH.
Siguro che l'è el terno.
Ma perché no zogarli sti numeri?
OTT.
Perché il diavolo mi ha acciecato.
Aveva pochi denari.
Ho avuto poco tempo da studiare: ma quest'altra volta m'impegno che otto giorni continui voglio applicare alla Cabala.
Oh, benedetta Cabala! È un tesoro, è una cosa preziosa; ma io sono la bestia, io sono l'ignorante.
St'altra volta, st'altra volta...
BRIGH.
(St'altra volta nol me cucca).
(da sé)
OTT.
Ma senti un'altra fatalità.
Anche Rosaura mi aveva dato il 16, e non l'ho conosciuto.
Mi ha detto essersi sognata ch'era sopra un monte alto, alto, alto; io senza pensar altro, il monte alto l'ho interpretato il 90 e non ho guardato nella lista che sul 16 vi è un'aurora, e che l'aurora è alta quanto il sole.
Questo maledetto 16 me l'ha dato anche mia moglie arrabbiata; ma non sono stato più in tempo di giocarlo; non aveva denari.
Ah, se mia moglie mi dava quei tre zecchini: chi sa? Forse avrei vinto.
Le donne sono la rovina degli uomini.
BRIGH.
(L'è sempre più matto che mai).
(da sé)
OTT.
Che cosa vi è qui in terra? Oh, tre firme! Qualcheduno l'ha gettate per inutili.
Voglio riporle e giocarle quest'altra volta; chi sa che la fortuna non me l'abbia fatte ritrovar per qualcosa?
BRIGH.
(Anca le mie firme ghe comoda).
(da sé)
OTT.
Cento per il lotto, ed una per me.
Se vi arrivo! Ma tanto studierò quella Cabala, che arriverovvi senz'altro, e poi Rosaura mi assisterà.
BRIGH.
Sior padron, no la va a trovar el sior Florindo so fradello? Cossa vorla ch'el diga? Ieri sera appena el l'ha visto: la vaga in camera: la ghe fazza ciera: l'è un zovene che merita.
OTT.
Ho altro in testa io che mio fratello; se avessi vinto al lotto, so quel che avrei fatto.
Ora non ho voglia nemmeno di me stesso.
BRIGH.
La se sforza, la vada per convenienza.
OTT.
Sarà ancora a letto.
BRIGH.
Anzi l'è levà, che è un pezzo.
L'è in camera d'udienza, che l'aspetta le visite.
La vaga almanco per dar gusto a so sior padre.
OTT.
Sì, sì, ci anderò per questo.
Ho bisogno che mio padre mi dia aiuto, se ho da rifarmi nella ventura estrazione.
(parte)
SCENA SECONDA
BRIGHELLA, poi ARLECCHINO
BRIGH.
Basta, ch'el se reffa quanto ch'el vuol, che per mi no ghe credo più.
No digo de no ziogar, perché el ziogar assae è da matti, e no ziogar gnente è da allocchi: ma cabale no ghe ne voggio più certo.
Orsù, bisogna parecchiar el bisogno per st'Accademia.
Oe, Arlecchin, Arlecchin digo, dov'estu?
ARL.
Etu ti che me chiama?
BRIGH.
Sì, son mi.
ARL.
Ti è un bel aseno.
BRIGH.
Perché son un asino?
ARL.
Perché quando i galantomeni magna, no i se descomoda.
BRIGH.
A st'ora ti magni?
ARL.
Mi no so de ore.
Me regolo col reloio del appetito.
BRIGH.
Orsù, bisogna dar una man portar i taolini, le careghe; far quel che bisogna.
ARL.
Mi, con to bona grazia, no vôi far gnente.
BRIGH.
Perché no vustu far gnente?
ARL.
Perché no ghe n'ho voia.
BRIGH.
Eh, te la farò vegnir mi la voia.
Anemo, digo, presto a laorar.
ARL.
Brighella, abbi giudizio; no me perder el respetto.
BRIGH.
La perdona, zentilomo, un'altra volta farò el mio dover.
Trui, va là(25).
ARL.
A mi trui, va là? A mi? Sangue de mi.
(mette mano al suo legno)
BRIGH.
Olà, olà, le man a casa, che te pesto co fa el baccalà.
(s'attaccano)
SCENA TERZA
ROSAURA e detti
ROS.
Elà, elà, fermate.
BRIGH.
In grazia de Rosaura me fermo.
ARL.
Ti la pol ringraziar ela, da resto...
ROS.
E non vi vergognate? Voi altri, che essendo servitori in una medesima casa, dovete amarvi come fratelli?
BRIGH.
L'è vero, disì ben.
Ma colù nol gh'ha gnente de giudizio.
ARL.
L'è lu che l'è un ignorante.
ROS.
Via, siate tolleranti, compatitevi l'un l'altro; tu, Brighella, che hai più giudizio, soffri la semplicità di costui.
Andate a preparare i rinfreschi; indi portate qui in questa sala tutto ciò che ordinovvi il padrone.
BRIGH.
Come vala col sior Florindo? Possio sperar gnente dal vostro amor? (piano a Rosaura)
ROS.
Puoi sperar molto.
Conservami la tua fede.
(piano a Brighella)
BRIGH.
Oh magari! (Bondì, cara).
ROS.
(Addio, Brighelluccio mio).
(Brighella parte)
ARL.
T'ho aspettà tutta sta notte.
ROS.
Per qual cagione?
ARL.
No ti te arecordi più della polvere d'oro, dei circoli, delle linee, e de quei quattro bocconi in t'una forzinada?
ROS.
Ah sì, mi risovviene benissimo.
La venuta di questi forestieri mi ha impedito venirti a ritrovare: un'altra volta.
ARL.
T'aspetto stea sera.
ROS.
Senz'altro.
ARL.
El ciel l'ha mandada per la consolazion delle imbudelle.
(parte)
SCENA QUARTA
ROSAURA, poi il DOTTORE
ROS.
Conviene che io mi conservi l'amor di costoro.
Non so che cosa mi possa succedere; ma ecco il padrone, diasi l'ultima mano al lavoro.
Non lo sposerei per tutto l'oro del mondo; ma devo fingere per tormento del mio crudele Florindo.
DOTT.
Mi parve sentir Brighella ed Arlecchino gridar insieme.
Non ho voluto venire, per non alterarmi; che c'è stato? Ditemelo voi, la mia cara Rosaura.
ROS.
Eh niente, niente, signore, una piccola contesa; ma io l'ho accomodata.
DOTT.
Gran cosa che sempre s'abbia a impazzire con la servitù!
ROS.
Veramente dice Platone: Nihil servorum generi credendum: quot enim servi, tot hostes.
Voi peraltro non potete lamentarvi.
Avete buona servitù: e poi, se fosse cattiva, la fareste esser buona col vostro buon tratto, osservando il precetto di Seneca: Sie cum inferiore vivas, ut tecum superiorem velis vivere.
Per lo più il disordine delle case nasce parte dai servitori, e parte dai padroni, dicendo in tal proposito Strofilo, servo nell'Aulularia di Plauto:
"Male usano i padroni i servi loro;
"Male i servi ubbidiscono ai padroni;
"Così questi, né quelli il dover fanno.
Io per me vi sarò sempre amorosa e fida, pronta sino a dare per voi la vita stessa, come fece la saggia e fedele Erminia per Sofonisba, nella tragedia del Trissino.
DOTT.
Ah, non posso più contenermi.
Sì, venite, la mia cara Rosaura; se prima vi ho data solamente qualche lusinga, adesso mi dichiaro e apertamente vi dico, che avete ad esser mia sposa.
ROS.
Come, signore, una povera giovane?...
DOTT.
Tant'è; non occorr'altro.
Datemi la mano.
ROS.
Voi mi sorprendete.
La mano così clandestinamente, senza le debite solennità?
DOTT.
Non intendo adesso sposarvi; intendo solamente impegnar con voi la mia fede.
ROS.
Per verba de futuro?
DOTT.
Appunto: vien gente, date qui.
Fate presto.
ROS.
Ecco la mano.
DOTT.
Prometto di esser vostro marito.
ROS.
Ed io prometto essere vostra moglie.
DOTT.
Mi basta così.
Addio, la mia sposina.
Vado da mio figliuolo.
Ricordatevi di venire ancor voi all'Accademia, e di far spiccare il vostro talento.
ROS.
Verrò per ubbidirvi.
DOTT.
Ora mi sembra di essere veramente felice.
(parte)
SCENA QUINTA
ROSAURA, poi MOMOLO
ROS.
Questa promessa già è invalida, avendo io impegnata anteriormente a Florindo la fede.
Così mi giova per terminar il disegno.
Compatirà il Dottore un inganno, che verun pregiudizio alfin non gli apporta.
MOM.
Siora Rosaura, patrona reverita.
ROS.
Serva, signor Momoletto.
MOM.
Tutta sta notte m'ho insunià(26) de vu.
ROS.
Ed io ho dormito saporitissimamente.
MOM.
Ma! Co se gh'ha el cuor ferio, no se pol dormir.
ROS.
Prendete questa lettera e date ristoro alle vostre ferite.
MOM.
De chi ela sta lettera?
ROS.
Della signora Diana.
MOM.
Mo no saveu cossa che ho dito? No ve arecordè più?
ROS.
Che cosa avete detto?
MOM.
Che ve voggio vu.
ROS.
Eh via, caveve(27).
MOM.
Come! Me voltè le carte in man(28)?
ROS.
Oh, vien gente.
Siete venuto per trovar il signor Florindo?
MOM.
Sì, ma vorave...
Cara fia, no me impiantè.
ROS.
Andate, egli è in quella camera; andate che poi parleremo.
MOM.
Se me burlè, me ficco un cento e vinti(29) in tel stomego.
(va in camera)
ROS.
Ficcatevi quel che volete, ch'io non ci penso.
Ora vado a prepararmi per l'Accademia; ma piuttosto per il più fiero e più pericoloso cimento.
Temer dovrei, perché donna, di pormi a fronte de' miei nemici; ma mi confido nell'assistenza de' numi.
Non sempre è il saper che trionfa, ma il modo sovente di far valere il proprio talento.
(parte)
SCENA SESTA
Brighella fa accomodar il tavolino e le sedie dai servitori per l'Accademia.
Arlecchino, credendo vi si mangi, s'asconde sotto il tavolino.
FLORINDO, BEATRICE, OTTAVIO, DIANA, LELIO, ISABELLA, DOTTORE, MOMOLO
LEL.
Volete dunque felicitare le nostre orecchie coll'armonioso suono delle vostre metriche voci? (a Florindo)
FLOR.
Per compiacer mio padre, darovvi il tedio di soffrire le mie debolezze, sperando esigere non solo un benigno compatimento, ma la grazia altresì di udire qualche cosa del vostro.
LEL.
Io mi prostrerò ad Apollo, pregandolo inaffiarmi coll'onda d'Aganippe, onde possa rivivere e ripullulare l'inaridita mia vena.
MOM.
Caro compare Florindo, xe tanto tempo che no se vedemo; no credeva mo miga che la prima volta che tornemo a vederse, s'avessimo da saludar in versi.
Ammirerò el vostro spirito, e dirò anca mi quattro strambotti, se me dè licenza.
DOTT.
Anzi ci farà grazia.
Animo, ognuno al suo posto.
FLOR.
Qui la signora cognata, e qui la signora sorella.
(si pone fra le due donne)
LEL.
Madama, avrò l'onore di sostenere sopra gli umili miei ginocchi una parte di questo vostro macchinoso recinto.
(siede presso Beatrice, e si pone addosso il suo guardinfante)
BEAT.
Spero che il peso di questa macchina non vi stroppierà.
LEL.
(Com'è frizzante!) (da sé)
MOM.
Siora Diana, ela contenta che ghe staga arente?
DIA.
È padrone.
(Starei più volentieri presso quel forestiere).
(da sé, osservando Isabella)
MOM.
(Molto sussiegata! che la sappia el negozio de Rosaura? No vorave mo gnanca).
(da sé)
DOTT.
Signor Flaminio, s'accomodi.
ISAB.
Ubbidisco.
(siede presso Lelio)
DOTT.
Ed io starò qui presso di lei; e tu, Ottavio, cosa fai? Non siedi? (siede presso Isabella)
OTT.
Or or mi accomodo anch'io: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8 e Brighella 9.
Voglio giocar il 9.
(siede presso a Momolo)
FLOR.
Signori miei...
DOTT.
Aspetta un poco.
Dov'è Rosaura? Brighella, fa ch'ella venga.
FLOR.
Come! in un'assemblea di gente civile, volete ammettere una vil serva?
DOTT.
Che vil serva? Ella è una donna di garbo, che merita il primo luogo.
FLOR.
Io non l'accordo, e quando vogliate introdurla, con buona grazia di questi signori, io me ne vado.
DOTT.
Tu farai una mala azione, e un'insolenza a tuo padre; me ne renderai conto.
FLOR.
Ma che dite, signori, non è cosa indecente ammettere qui fra noi una serva? Dite in grazia la vostra opinione.
BEAT.
Io dico che Rosaura è degna di una nobile conversazione.
DIA.
Io l'amo e la stimo come una mia sorella.
LEL.
Rosaura merita essere annoverata fra le nove Muse, fra le tre Grazie, e fra le dee contendenti per l'aureo pomo.
MOM.
Mi no solo l'ametterave con mi in t'una Accademia; ma alla mia tola, e per tutto.
DIA.
(Bravo, signor Momolo!) (piano a Momolo)
MOM.
Scherzo poetico.
(a Diana)
OTT.
Che freddure! Pensate a voi, signor fratello, Rosaura è una ragazza che merita.
DOTT.
Lo senti? A tua confusione tutti l'approvano.
Brighella, falla venire.
BRIGH.
La servo subito, sior patron; a mi no me tocca parlar, ma la creda che Rosaura l'è una donna de garbo.
(parte)
ARL.
(Uscendo di sotto al tavolino) Sior sì, l'è vera; lo confermo anca mi.
DOTT.
Va via, cosa fai tu qui?
ARL.
(Vuol andar via: non trova luogo, essendo tutto chiuso dalle sedie; fa cader Lelio, e parte)
FLOR.
(Come mai costei in sì poco tempo s'acquistò l'amore e la parzialità di ciascuno?) (da sé)
ISAB.
(Quanto mi spiace che colei abbia a esser presente!) (da sé)
FLOR.
Giacché ognun si contenta, anch'io m'accheto.
Venga pure.
(Conviene dissimulare).
(da sé)
SCENA SETTIMA
ROSAURA e detti.
ROS.
Onorata da grazie non meritate, vengo piena di confusione e rossore.
Siate certi, o signori, ch'io non saprò abusarmi della vostra generosa parzialità; e che conoscendo me stessa, non crederò mai di meritare ciò che da voi mi viene generosamente concesso.
DOTT.
Si può dir meglio?
OTT.
Venite qui presso di me.
ROS.
Volentieri.
Con licenza di lor signori.
(siede presso ad Ottavio)
OTT.
Avete inteso? V'era il terno nella Cabala, e non l'ho saputo trovare.
(piano a Rosaura)
ROS.
(Un'altra volta).
(ad Ottavio)
OTT.
(Oh, si sa, e il 16 che voi mi avete dato?) (come sopra)
ROS.
(Un numero l'ho sempre sicuro).
(come sopra)
OTT.
(Quest'altra volta).
(come sopra)
FLOR.
Signori miei stimatissimi, non credo già che sia di vostra intenzione che il divertimento, che or ci prendiamo, abbia ad esser troppo serio.
Io, per dar principio, dirò un sonetto.
ROS.
Un sonetto non basta per decidere della virtù e del merito di un uomo dotto.
S'egli però si contenta, io gli darò campo di farsi onore.
FLOR.
(Costei vuole imbarazzarmi).
(da sé)
DOTT.
Mio figlio è pronto a tutto.
Dite pure, ch'egli a proposito risponderà.
ROS.
Si contenta, signor Florindo, ch'io le proponga una tesi legale?
FLOR.
Proponete pure.
Ho sostenuti pubblici arringhi a Pavia, meglio sosterrò un sì lieve impegno in mia casa.
ROS.
Attendete.
(s'alza da sedere) Ed acciocché la quistione sia ancora dalle signore donne intesa, mi varrò in qualche parte dell'italiano.
Ecco il mio argomento.
Colui che promette fede di sposo ad una figlia libera, è obbligato a sposarla: ita habetur ex toto titulo de Nuptiis.
Tizio ha promesso fede di sposo a Lucrezia, ergo Tizio deve sposar Lucrezia.
FLOR.
(Intendo il mistero, ma conviene dissimularlo).
(da sé) Colui che promette fede di sposo ad una figlia libera, è obbligato a sposarla: nego maiorem, sed Tizio ha promesso sposar Lucrezia; transeat minor; ergo Tizio deve sposar Lucrezia: nego consequentiam.
ROS.
Probo maiorem: nuptias non concubitus, sed consensus facit: lege nuptias, digestis de regulis iuris; sed sic est, che Tizio prestò l'assenso nel promettere a Lucrezia: ergo Tizio deve sposar Lucrezia.
FLOR.
Nuptias non concubitus, sed consensus facit, distinguo maiorem; consensus solemnis et legalis, concedo; consensus verbalis, nego.
ROS.
Contra distinctionem: sufficit nudus consensus ad constituenda sponsalia: lege quarta, digestis de sponsalibus; ergo Tizio deve sposar Lucrezia.
FLOR.
Sufficit nudus consensus ad constituenda sponsalia, distinguo: ad constituenda sponsalia de futuro, concedo; ad constituenda sponsalia de praesenti, nego.
ROS.
Contra distinctionem: Nihil interest sive in scriptis, sive sine scriptura, modo de consensu viri ac foeminae constet: lege in sponsalibus, digestis de sponsalibus; ergo Tizio deve sposar Lucrezia.
FLOR.
Nihil interest sive in scriptis, sive sine scriptura, modo de consensu viri et foeminae constet, distinguo maiorem: ad constituenda sponsalia, concedo; ad formandum matrimonium, nego.
ROS.
Ex concessis: la promissione verbale obbliga Tizio agli sponsali di Lucrezia: sed sic est, che sponsa de praesenti dicitur uxor: ergo Lucretia dicitur uxor; ergo Tizio deve sposar Lucrezia.
FLOR.
(Mi sono illaqueato).
(da sé) La promissione verbale obbliga Tizio agli sponsali di Lucrezia, distinguo maiorem: agli sponsali de futuro, concedo; agli sponsali de praesenti, nego: sed sic est, che sponsa de praesenti dicitur uxor, concedo minorem; ergo Lucrezia dicitur uxor, nego consequentiam.
ROS.
Contra distinctionem maioris, probo consequentiam: la promissione verbale promiscua fra l'uomo e la donna obbliga de praesenti; sed sic est, che fra Tizio e Lucrezia vi fu la promissione promiscua: ergo Tizio deve sposar Lucrezia.
FLOR.
(Non so più che rispondere).
(da sé) La promissione verbale promiscua obbliga de praesenti...
DOTT.
(S'alza) Fermatevi, basta così; ho io compreso dove tende l'argomentazione di questa sapientissima ed accortissima donna.
È vero: un uomo d'onore deve mantenere quel che ha promesso, e particolarmente in materia di matrimonio.
Rosaura, v'ho inteso: la vostra tesi legale mi servirebbe di un rimprovero, se non avessi intenzione di mantenere quello che a voi ho promesso; anzi per maggiormente assicurarvi di una tal verità, in questo punto, alla presenza de' miei figliuoli e di tutti questi signori, non più per verba de futuro, ma per verba de praesenti, son pronto a darvi la mano ed a sposarvi.
FLOR.
(Stelle! che sento!) (da sé)
LEL.
Male si accoppieranno le vostre nevicanti canizie coll'igneo bollente sangue di una effervescente pulcella.
DOTT.
Signore, in questo lasci pensare a me.
ROS.
Confesso ch'io non merito l'onore che voi mi fate.
Più indegna però me ne renderei, se avessi la viltà di ricusarlo.
Disponete dunque di me e del mio cuore.
Sono vostra, se mi volete.
(Florindo si cangia di colore).
(da sé)
DOTT.
Signori, abbiano la bontà di servire per testimoni.
Rosaura ora sarà mia moglie.
Venite, cara, datemi la vostra mano.
ROS.
(Florindo smania).
(da sé) Eccola.
FLOR.
(S'alza) Signor padre, fermatevi.
Non sia mai vero ch'io soffra l'esecuzione di un tal matrimonio.
DOTT.
Come? Perché? Spiegati; che obbietti puoi addurre per dissuadermi?
FLOR.
Mille ne posso addurre.
La vostra età, la sua condizione, il pregiudizio della vostra famiglia, il pericolo della vostra vita, le derisioni de' vostri amici, la vostra estimazione; e poi quello ch'io taccio, ma che pur troppo a Rosaura è palese.
DOTT.
Di tutto quello che hai detto, non ne fo caso; mi rende ombra quel che tu taci; parla dunque, e levami di ogni sospetto.
FLOR.
Voi non potete, voi non dovete sposare Rosaura.
Tanto vi basti; non posso dirvi di più.
ROS.
Signore, vostro figlio offende l'onor mio; egli vuol farmi credere indegna di voi per colpa mia, il che non è vero; fatelo parlare, altrimenti alla presenza di tutti lo dichiaro per mentitore.
FLOR.
(Che laberinto è mai questo! Se non vi fosse Isabella, parlerei con più di libertà).
(da sé) Signore, licenziamo la conversazione; tra voi e me dirovvi ogni cosa.
ROS.
Come! Mi maraviglio.
In pubblico avete offesa la mia riputazione, in pubblico risarcir la dovete; o parlate, o lasciatemi sposar vostro padre, se vi dà l'animo, o impeditelo con fondamento.
FLOR.
(Ah, che farò? Accuserò la mia colpa? Lascierò correre un matrimonio così indegno? Da quai rimorsi agitato è il mio cuore!) (da sé)
DOTT.
Via, parla.
(a Florindo)
ROS.
Lo vedete? È confuso.
Non sa che dire; è un impostore; mentisce...
FLOR.
(Ah, questo è un soffrir troppo!) (da sé)
DOTT.
Se sei pazzo, fa che ti sia levato sangue.
Rosaura, datemi la mano.
ROS.
Son pronta.
FLOR.
Ah no, trattenetevi.
Ve lo confermo: voi non potete sposare Rosaura.
DOTT.
Ma perché?
FLOR.
Perché io a Rosaura ho dato fede di sposo.
DOTT.
(Una bagattella!) (da sé)
ISAB.
(Ah traditore, che sento!) (da sé)
FLOR.
Sarebbe una scelleraggine il mio tacere.
Devo svelare a mio dispetto l'arcano.
Amai Rosaura in Pavia, le giurai fede di sposo, fui corrisposto con tenerezze; sarebbe sacrilego un più lungo silenzio.
DOTT.
(Questo è ben altro che la mia età e la mia famiglia).
(da sé) E voi, Rosaura, avreste sì poca prudenza di sposar il padre del vostro amante?
ROS.
Mal di me giudicate, se capace di ciò mi credete.
Finsi per atterrir quell'ingrato, e riuscì il fine com'io lo aveva preveduto.
Se avesse egli avuto cuor di tacere, avrei parlato ben io: poteva però l'audace farmi credere mentitrice; così di sua bocca l'error suo confessando, si fa debitore di quella fede che mi ha giurata, e che ha ingratamente tradita.
DOTT.
Sì, che siete una donna di garbo, sempre più lo vedo, sempre più lo conosco.
Florindo, tu dici bene, io non la devo, io non la posso sposare, dunque sposala tu.
FLOR.
(E Isabella?) (da sé)
DOTT.
Hai tu promesso? Mantieni la tua parola.
FLOR.
Una donna fuggita da casa sua, andata da sé per il mondo e che ha praticato sa il cielo con chi, volete ch'io la sposi?
ROS.
Taci, lingua bugiarda.
Sono una donna onorata.
DOTT.
Orsù, o sposala immediatamente, o vattene lungi da questa casa.
FLOR.
Come! Così discacciate un vostro figlio?
DOTT.
Chi opera in tal maniera, non è mio figlio.
Sei indegno dell'amor mio.
Va, non ti vo' più vedere, né vo' più sentire parlar di te.
FLOR.
Ah! Ottavio, fratello, parlate voi per me.
OTT.
Che volete ch'io dica? mio padre ha ragione; se avete fatto la pazzia di promettere, siate saggio almen nell'attendere.
FLOR.
E voi soffrirete una donna in casa nostra di vil condizione.
OTT.
Ella merita tutto; ha una sopraffina cognizione di lotto.
FLOR.
Signora cognata, che dite voi della debolezza di vostro marito? (a Beatrice)
BEAT.
Stupisco della debolezza vostra.
Rosaura merita la vostra mano, ed io non isdegno d'averla per cognata.
DIA.
Le donne ch'hanno un gran merito, onorano le famiglie.
LEL.
La destra di Rosaura onorerebbe uno scettro.
MOM.
Rosaura merita tutto, e se a vu la ve incende(30), a tanti altri la ghe parerà un zuccaro.
ROS.
(Ecco il frutto d'avermi uniformato al carattere di tutti).
(da sé)
DOTT.
Ho piacere che tu abbia sentita la comun opinione, acciò ti serva di maggior confusione: ora ti dico con più risolutezza, o sposala, o va via immediatamente di mia casa.
FLOR.
(Oh me infelice! Che mai farò? Sposarla è il meno.
Ma Isabella?) (da sé)
ISAB.
(Che risolve l'indegno?) (da sé)
FLOR.
Signor Flaminio, che dite? (ad Isabella)
ISAB.
Appunto attendeva, che per ultimo a me vi rivolgeste.
Che volete ch'io dica? Altro dirvi non posso se non che siete un mancatore, un infedele, un indegno.
DOTT.
Che storia è questa?
OTT.
Ha promesso a qualche vostra sorella?
ISAB.
A me ha giurata la fede.
Io non son Flaminio; Isabella son io degli Ardenti.
DIA.
(È una donna? Ah fratello indiscreto!) (da sé)
ISAB.
Mi allettò, mi sedusse quell'infedele.
M'involò dalla casa paterna; promise esser mio sposo, ed ora lo scopro ad un'altra preventivamente impegnato.
FLOR.
(Ora sto fresco!) (da sé)
DOTT.
Che dici eh, disgraziato, briccone? È questo lo studio che tu hai fatto a Pavia?
FLOR.
Errai, lo confesso.
Vi chieggo perdono; rimediate voi ai disordini dell'incauta mia gioventù.
DOTT.
Ma che abbiamo da far di due donne? Tutte due non si possono sposar certamente.
FLOR.
Con Isabella non ho altro debito, che quello di averle promesso la mia fede.
DOTT.
Dunque la possiamo rimandare a Pavia.
ISAB.
Morirò, piuttosto che tornare svergognata alla patria.
DOTT.
Ma Florindo sposarvi non può.
ISAB.
Ed io né meno sposar lo vorrei.
Dia pur la mano a Rosaura, cui prima diede la fede, e con cui ha maggior debito.
Io andrò ramingo pel mondo, bestemmiando l'orrido tradimento di quell'indegno.
ROS.
Se Florindo non ricusa d'esser mio sposo, prenderò io la cura del destino della signora Isabella.
FLOR.
Cara Rosaura, sciolto dall'impegno d'Isabella, nulla ho di contrario per isposarvi.
L'avrei fatto anche prima; ma Isabella mi era un ostacolo troppo grande.
ROS.
Vi compatisco.
Ho conosciuto abbastanza il tumulto del vostro cuore.
Signora Isabella, conviene adattarsi alle congiunture e di due mali sciegliere il minore.
Vedete che il signor Florindo non può esser vostro; per risarcire il vostro decoro, non basterebbe che un altro giovine civile ed onorato vi facesse sua sposa?
ISAB.
Basterebbemi certamente.
Il punto sta che si trovi chi in una tal circostanza per tale mi accetti.
ROS.
Lasciate fare a me.
Signor Lelio, degnatevi d'ascoltarmi.
LEL.
Comandate, sapientissima Arianna, le di cui mani hanno il filo per qualunque intricatissimo laberinto.
ROS.
Voi, che avete tutto eroismo il cuore, siete ora disposto a fare un'eroica azione?
LEL.
Son pronto a dar gloria al mio nome.
ROS.
Mirate là quella povera dama.
Ella è stata involata dalla casa paterna; ella è onorata in sostanza, ma pregiudicata nell'apparenza.
Ecco un eroismo degno di voi.
Salvate l'onore di una illustre donzella, e sarete assai più glorioso di Aristomene, di Caloandro e di don Chisciotte.
LEL.
Oh cielo! suggeriscimi il modo di segnalarmi.
ROS.
Ecco il modo facile e bello; sposatela.
LEL.
Sposarla?
ROS.
Sì, qual ripugnanza trovate? Ella è nobile, ella è bella ed onesta.
FLOR.
Ed io vi garantisco una dote di seimila scudi: tanto appunto a lei assegnò in testamento l'avolo suo paterno.
LEL.
(Si migliora il negozio).
(da sé)
BEAT.
Su via, signor Lelio, date saggio della vostra cavalleria; soccorrete questa povera dama.
OTT.
Seimila scudi sono un bel denaro, si possono fare dei bei giochi e delle belle vincite.
DOTT.
Animo, signor Lelio, dica di sì: si faranno le nozze in casa mia, ed io avrò l'onore di provvedere tutto l'occorrente per gli sponsali, e per vestire la sposa.
LEL.
Mi obbligate con tante e sì gentili maniere, ch'io sarei della più rustica progenie recalcitrando.
Venite al mio seno, fortunatissima dama.
Voi sarete la mia felicissima sposa.
ISAB.
Veramente felice e fortunata, per un sì degno ed amabile sposo.
LEL.
Porgetemi l'alabastrina destra.
ISAB.
Eccola, e con essa il mio cuore.
LEL.
Siete mia, sono vostro.
Amico, non perdo di vista le vostre grazie.
Parleremo poi delli seimila scudi.
Ed a voi, signor Dottore, per il resto mi raccomando.
DOTT.
(Un orbo, che ha trovato un ferro da cavallo).
(da sé)
OTT.
Se vorrete impiegare li seimila scudi, io vi darò il modo.
(a Lelio)
LEL.
Obbligatissimo, non gioco al lotto.
ISAB.
(Può essere che col tempo mi piaccia; per ora ho riparato al mio decoro).
(da sé)
ROS.
Signor Florindo, tempo è che mi confermiate la vostra fede.
FLOR.
Eccomi pronto.
ROS.
Ma prima un'altra grazia vorrei dal signor Dottore, mio amorosissimo suocero.
DOTT.
Comandate pure, la mia cara nuora.
ROS.
Vorrei che vi contentaste, che si accompagnasse anche la signora Diana vostra figlia.
DOTT.
Oh, pensate.
S'ella è una stolida, chi volete voi che la prenda?
ROS.
Ecco là il signor Momolo, egli è pronto a sposarla.
DOTT.
Ed essa lo prenderebbe?
ROS.
Anzi n'è innamorata morta.
DOTT.
L'innocentina!
MOM.
(È meggio tiorla, e destrigarse).
(da sé) Sior Dottor, se la se contenta, mi ghe la domando.
DOTT.
E tu che ne dici? (a Diana)
DIA.
Se vi contentate, lo prenderò.
DOTT.
Brava la semplicetta.
Piglialo pure, piglialo.
MOM.
Deme la man.
DIA.
Prendete la mano.
MOM.
(El ciel me la manda bona).
(da sé)
OTT.
(Da questi tre matrimoni voglio cavar un terno sicuro).
(da sé)
ROS.
Ora, signor Florindo, accetterò contenta la vostra mano.
FLOR.
Prendete; ora scorgo più che mai, che siete una donna di garbo.
ROS.
Tutti mi hanno detto finora donna di garbo, perché ho saputo secondare le loro passioni, uniformandomi al loro carattere.
Tale però non sono stata, mentre l'adulazione mi ha fatto usurpare un titolo non meritato.
Per essere una donna di garbo, avrei dovuto dire quello che ora dico.
Alla signora Beatrice, che le donne savie si contentano dell'onesto, e la vanità delle mode rovina le famiglie.
Al signor Ottavio, che il lusingarsi troppo della fortuna è una pazzia, e le cabale sono imposture e falsità.
Alla signora Diana, che la finzione è dannata, e che la donna d'onore deve essere sincera e leale.
Al signor Lelio, che l'affettazione è ridicola, e che il cavaliere non dev'essere millantatore.
Al signor Momolo, che lasci le ragazzate, attenda al sodo, e non faccia disonore alla patria.
Al signor Dottore, che il buon avvocato deve amare la verità, e non ingannare i clienti.
Dirò altresì alla signora Isabella che una moglie deve amare e rispettare il marito.
Dirò al mio caro Florindo, che un marito deve amare e compatire la moglie.
Dirò a tutti, che l'onore è più della vita pregievole, che il far bene ridonda in bene, e che chi ha per guida la verità e l'innocenza, non può perire.
Tutto questo a voi dico; e se vi pare che il mio dire meriti approvazione o compatimento, ditemi allora ch'io sono una DONNA DI GARBO.
Fine della Commedia.
NOTE DELL'AUTORE:
(1) Colombin sotto banca: piccion grosso.
(2) Mola, patetica.
(3) Babio, volto, parola burbesca.
(4) Sticcarla, passar il tempo.
(5) A macca, a ufo, senza spesa.
(6) Compare, termine d'amicizia che si usa comunemente a Venezia.
(7) Me piasè, mi piacete, cioè vi lodo.
(8) Ola, senza accento, vuol dire ehi!
(9) Cortesana, esperta.
(10) Me n'ho intagià, me ne sono accorto.
(11) Svogazzar, remigar con forza.
(12) Gondoletta, barchetta deliziosa
(13) Liston, una parte laterale della gran piazza, ove si fa il corso delle maschere.
(14) Comuodo? Come?
(15) Pettevela, cacciatevela ecc.
termine di sprezzo.
(16) Che cade? Che serve?
(17) Dopo el Po, vien l'Adese: dopo il Po l'Adige: due fiumi.
Metafora, con cui si spiega che dopo una cosa vien l'altra.
(18) Me fareu el ballo dell'impianton? Per metafora: m'abbandonerete?
(19) Innamorao, innamorato, maniera della gente bassa, che per altro più civilmente dicesi: innamorà.
(20) Maga, burlescamente, cioè Bettola, che in veneziano dicesi comunemente: Magazzino.
(21) Alla bella, per metafora, alla bassetta.
(22) Tirereu el toro, solito divertimento dei giovanotti allegri, tirar il toro.
(23) Putto, giovanetto, ma spiega per lo pià anche casto.
(24) Moneta dello Stato di Milano che vale dieci paoli all'incirca.
(25) Espressione di beffa, di disprezzo; voce con cui si eccitano i cavallucci a marciare.
(26) M'ho insunià, mi sono sognato.
(27) Caveve, frase bizzarra veneziana che significa: non ci pensate.
(28) Me voltè le carte in man: mi mancate di parola.
(29) Un cento e vinti.
Uno stilo di misura, che ha la marca di num.
120.
(30) Se vi sembra amara.
...
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