LA FIGLIA OBBEDIENTE, di Carlo Goldoni - pagina 3
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SCENA NONA
Il conte OTTAVIO vestito con caricatura, cioè con abito magnifico gallonato, colle calzette nere, parrucca mal pettinata, con ARLECCHINO, e detto.
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ARL.
(Alza la portiera al conte Ottavio, e gli fa delle profonde riverenze.
Ottavio lo guarda attentamente senza parlare, poi lo chiama a sé, tira fuori una borsa, e gli dona uno zecchino.
Pantalone va facendo delle riverenze al conte e questi non gli abbada, osservando Arlecchino)
PANT.
(Cossa t'alo dà?) (piano ad Arlecchino)
ARL.
(Un zecchin).
(resta sulla porta)
PANT.
(Se lo digo che mia fia starà da regina).
(da sé)
OTT.
Servitor suo, signor Pantalone.
PANT.
Servitor umilissimo.
L'ho reverida ancora, ma no la m'ha osservà.
OTT.
Dov'è la signora Rosaura?
PANT.
Adess'adesso la vegnirà.
Oe, diseghe a Rosaura che la vegna qua.
(ad Arlecchino)
ARL.
Sior sì.
(Oh! a sto sior conte ghe ne vôi cuccar de quei pochi dei zecchini).
(da sé, parte)
PANT.
La prego; la se comoda.
OTT.
Non sono stanco.
Che dice di me la signora Rosaura? È contenta?
PANT.
No vorla che la sia contenta?
OTT.
Le ho portato una bagattella.
PANT.
Qualche bel regalo?
OTT.
Tenete, dategliela voi.
(gli dà un involto di carta)
PANT.
Benissimo.
(Stago a véder, che la sia qualche freddura).
(da sé) Possio véder?
OTT.
Sì.
PANT.
Olà! Zoggie? Sior conte, roba bona?
OTT.
Sì, diamanti.
PANT.
Cussì in t'una carta?
OTT.
Della carta vi servirete voi.
PANT.
Grazie.
(O che omo curioso!) Questo xe un regalo da prencipe.
I valerà almanco domille ducati.
OTT.
(Ride)
PANT.
Più, o manco?
OTT.
(Ride)
PANT.
Se ho dito un sproposito, la compatissa; mi no negozio de zoggie.
OTT.
Mille doppie.
PANT.
E cussì, in t'una carta!
OTT.
Non favorisce la signora sposa?
PANT.
Se la me permette, anderò mi a chiamarla.
Ghe porterò ste belle zoggie.
La farò consolar.
OTT.
Pregatela che non mi faccia aspettare.
PANT.
Vegno subito.
Mille doppie in t'una carta! O che caro sior zenero! (parte)
SCENA DECIMA
Il conte OTTAVIO, poi ARLECCHINO
OTT.
(Prende tabacco, poi chiama) Ehi.
ARL.
Comandi, lustrissimo?
OTT.
Da sedere.
ARL.
La servo.
(Oh! se vegnisse un altro zecchin).
(gli porta una sedia) Eccola obbedita.
OTT.
(Siede e prende tabacco)
ARL.
La perdona, lustrissimo; me ne favorissela una presa.
OTT.
(Lo guarda in faccia e ripone la scatola)
ARL.
La compatissa, gh'ho sto vizio, e no gh'ho tabacchiera.
Tanti anni che servo, e non ho mai possudo avanzarme tanto da comprarme una scatola da galantomo.
OTT.
Quanto hai di salario?
ARL.
Un felippo al mese, ma me vesto del mio.
La vede ben, no se pol viver.
Manze no se ghe ne vede.
Tutti no i xe miga generosi, come V.S.
illustrissima.
El cielo ghe renda merito del zecchin che la m'ha donà.
Ghe ne aveva proprio bisogno.
Per cavarme de un gran affanno, me ne vorria un altro.
Basta, el cielo provvederà.
OTT.
(Tira fuori una borsa)
ARL.
(El vien, el vien) (da sé)
OTT.
Cantami una canzonetta.
ARL.
Lustrissimo, no so cantar.
OTT.
Fammi una capriola.
ARL.
Pezo.
Non ho abilità, signor.
OTT.
Dimmi: quanto hai rubato al padrone?
ARL.
Oh! la perdona; son un galantomo.
OTT.
Ai galantuomini non mancano denari.
(ripone la borsa)
ARL.
Ma...
lustrissimo...
son poveromo.
OTT.
Sei povero? (tira fuori la borsa)
ARL.
Illustrissimo sì, ho muggier e fioli.
OTT.
È bella tua moglie?
ARL.
Eh! per dirla, no l'è brutta.
OTT.
A chi ha bella moglie non mancano denari.
(ripone la borsa)
ARL.
Oh! caro lustrissimo, ella la me poderave aiutar.
OTT.
Senti una parola.
ARL.
La comandi.
(s'accosta)
OTT.
Sei un briccone.
(all'orecchio, ma forte)
ARL.
Ho capido.
OTT.
Zitto, che nessuno senta.
ARL.
Ma no se poderave...
OTT.
(Gli fa cenno colla mano che se ne vada)
ARL.
La perdoni.
OTT.
(Replica il cenno)
ARL.
La permetta che fazza el mio dover.
(vuol baciare l'abito)
OTT.
(Gli sputa in faccia, e resta colla faccia tosta)
ARL.
Grazie a vussustrissima.
(Se non ho avudo el zecchin sta volta, l'ho incaparrà per un'altra volta).
(da sé, parte)
OTT.
Bricconi! Dono quando voglio, bricconi!
SCENA UNDICESIMA
PANTALONE e detto.
PANT.
Son qua da ella...
OTT.
Schiavo suo.
(s'alza per partire)
PANT.
Dove vala?
OTT.
Se non viene la sposa, qui non so che cosa io deva fare.
PANT.
La vien subito.
La se destriga de una so amiga, e la vien.
(Quella siora Beatrice sempre qua a intrigar).
(da sé)
OTT.
L'aspettare m'annoia.
PANT.
La lo ringrazia infinitamente...
OTT.
(Osserva l'orologio)
PANT.
Xe ancora a bonora.
OTT.
Avvertitela ch'io non aspetto mai.
PANT.
Eccola qua che la vien.
OTT.
Non aspetto mai.
PANT.
(Tiolè, anca qua siora Beatrice.
Siela maledetta! no la posso soffrir.
La se ficca per tutto).
(da sé)
SCENA DODICESIMA
ROSAURA, BEATRICE e detti; poi ARLECCHINO
ROS.
Serva umilissima del signor conte.
OTT.
Servitor umilissimo della signora contessa.
ROS.
Ella mi onora di un titolo, che io non merito.
BEAT.
Anch'io, signore, le sono umilissima serva.
OTT.
Padrona mia.
(Chi è questa?) (a Pantalone)
PANT.
(Una cittadina, amiga de mia fia).
(da sé)
OTT.
(Non mi dispiace.
È grassotta).
(da sé)
PANT.
Che i se comoda.
Oe, portè delle careghe.
ARL.
(Porta le sedie a tutti.
Quando porge la sedia ad Ottavio, Ottavio si spurga.
Arlecchino, per paura dello sputo, parte)
OTT.
(Guarda nel viso Rosaura, senza parlare)
BEAT.
Il signor conte ha donato delle belle gioje alla signora Rosaura.
PANT.
Un regalo da cavalier nobile e generoso, come che el xe.
OTT.
(Seguita a guardare Rosaura)
ROS.
Signore, ho io qualche cosa di stravagante, che mi guarda sì fisso?
OTT.
Mi piacete.
BEAT.
La signora Rosaura è una giovine veramente di merito; ha tutte le buone qualità, è bella, è graziosa...
OTT.
Lo sappiamo anche noi.
BEAT.
Voglio dire...
PANT.
Séntela, siora Beatrice? No bisogna intrar dove no se xe chiamadi.
BEAT.
(Avrei quasi piacere che Rosaura lo prendesse.
È generoso, staremo allegri).
(da sé)
OTT.
Favoritemi della mano.
(a Rosaura)
ROS.
Oh signore, perdoni...
BEAT.
Cara Rosaura, gradite le finezze del signor conte.
ROS.
(Povero Florindo! Beatrice non si ricorda di lui).
(da sé)
PANT.
Via, deghe la man.
Al novizzo xe lecito.
No fe smorfie.
ROS.
Sapete, signor padre, che io non sono avvezza.
PANT.
Mia fia xe arlevada ben, sala, sior conte? Via deghe la man, che ve lo comando mi.
ROS.
Per obbedire.
(offre la mano al conte, col guanto)
OTT.
(Osserva che ha il guanto.
Ritira la mano, caccia un guanto di tasca, se lo mette, e poi dà la mano a Rosaura)
BEAT.
Amor passa il guanto.
OTT.
(Osserva Beatrice, che non ha i guanti.
Le dà l'altra mano senza il guanto, ed ella l'accetta)
BEAT.
Cinque e cinque dieci.
PANT.
Amor non ha da far la fadiga de passar el guanto.
OTT.
Cittadina grassotta! (a Beatrice)
ROS.
(Oh! se la sorte mi liberasse da questo conte stucchevole, felice me! Lo cederei con tutte le sue ricchezze).
(da sé)
OTT.
Sposa mia, non voglio guanti.
(a Rosaura)
ROS.
Ma, signore, la civiltà...
la pulizia...
OTT.
Avete la rogna?
ROS.
Mi maraviglio di lei.
(sdegnata)
OTT.
Uh! (con ammirazione, e si volta a Beatrice ridendo)
PANT.
Sior conte se el temperamento de mia fia no ghe piasesse, se el fusse malcontento de sto negozio, la sappia che son un omo d'onor, capace de metterla in libertà.
OTT.
(Tira fuori la tabacchiera e dà tabacco a tutti)
PANT.
Gh'el digo de cuor, sala? Stimo infinitamente la so nobiltà, la so ricchezza, ma voggio ben a mia fia; e no vorave, che pentindose d'averla tiolta...
OTT.
Zitto.
Tenete.
(offre la scatola d'oro a Rosaura)
ROS.
Obbligatissima; io non prendo tabacco.
OTT.
Tenete.
ROS.
In verità, la ringrazio.
OTT.
Grassotta, a voi.
(dà la tabacchiera a Beatrice)
BEAT.
A me, signore?
OTT.
Favorite.
(gliela dà)
BEAT.
Obbligatissima alle sue grazie.
(la prende)
PANT.
(Eh! la se comoda presto).
(da sé) Sior conte, ghe torno a dir che mia fia xe un poco rusteghetta; se el fusse pentio de volerla...
OTT.
Zitto.
(tira fuori una carta di tasca)
ROS.
(Oh! volesse il cielo ch'ei si pentisse davvero).
(da sé)
OTT.
Vedete? (mostra la carta a Pantalone)
PANT.
Vedo.
Questo xe el nostro contratto.
Se la lo vol strazzar...
OTT.
Siete un uomo d'onore?
PANT.
Tal me pregio de esser.
OTT.
Tale voi, tale io.
Quello che è scritto, è scritto.
(ripone la carta)
PANT.
Ma non ostante...
OTT.
Questa sera mi darete la mano.
(a Rosaura)
ROS.
Questa sera?
OTT.
Senza guanto.
PANT.
Donca la vuol...
OTT.
Questa sera si concluderà.
BEAT.
Sì, questa sera si faranno le nozze.
PANT.
Cossa gh'ìntrela ella? (a Beatrice)
OTT.
Grassotta allegra, svegliate voi la mia sposa.
BEAT.
Lasciate fare a me; non dubitate.
OTT.
(Si mette a guardar Rosaura fisso)
PANT.
(No gh'è remedio.
Bisogna mantegnir la parola).
(da sé)
BEAT.
(È il più bel carattere di questo mondo).
(da sé)
ROS.
Signore, non mi avete ancora guardata?
OTT.
Questa sera.
Schiavo, signori.
(parte)
ROS.
Ah! signor padre, vedete che uomo stravagante è codesto?
PANT.
La parola xe dada, e no ghe xe più remedio.
El xe ricco, el xe generoso.
Qualcossa s'ha da soffrir.
Alle curte.
Ho promesso; l'avè da tior.
(parte)
ROS.
Beatrice mia, e il povero Florindo?
BEAT.
Eh cara Rosaura, Florindo non vi ha mai regalate di quelle gioje.
ROS.
Povero infelice! E dovrò abbandonarlo?
BEAT.
Eh! che tutti gli uomini sono uomini.
Se io non avessi marito, vorrei liberarvi dall'incomodo del signor conte.
Mille doppie di gioje? Oh che bel marito! (parte)
ROS.
Il mio cuore val più di tutte le gioje di questa terra, e se dovrò perderlo, lo sagrificherò all'obbedienza, non all'idolo dell'interesse.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
Camera di locanda.
BRIGHELLA in abito di campagna da viaggio.
LUMACA servitore.
CAMERIERI d'osteria, che portano bauli ed altre cose del bagaglio della Ballerina.
BRIGH.
Fe pian, fe pian con quel baul.
Gh'è dentro un fornimento de porzellana de Sassonia, che val tre o quattrocento zecchini.
Questa sarà la camera da ricever.
CAM.
Ma noi, signore, in questa locanda non abbiamo camere superflue.
Può ricevere in quella del letto.
BRIGH.
Seu matto? Siora Olivetta mia fia volè che la riceva in camera del letto? La mattina, co no la xe levada la receve in letto.
Ma co la xe levada, la vol la so camera de udienza.
Me despiase che no gh'è l'anticamera.
CAM.
Se vuole un palazzo, in Venezia lo troverà.
BRIGH.
Siguro che troverò un palazzo.
A Vienna, a Berlin, a Dresda, a Lisbona, a Madrid, a Londra l'ha sempre avudo i primi appartamenti della città.
CAM.
(Alle spalle de'gonzi).
(da sé)
BRIGH.
Tirè avanti quei do taolini.
CAM.
Dove li vuole?
BRIGH.
Qua, un per banda.
(mettono li tavolini avanti) Lumaga.
LUM.
Signor.
BRIGH.
Tiò ste chiave; avri quel baul, e tira fora l'arzentaria.
LUM.
La servo.
(apre)
BRIGH.
Cossa credeu! Gh'avemo la nostra arzentaria.
(al Cameriere)
CAM.
Me ne consolo.
BRIGH.
E tutta fatta da siora Olivetta, colle so onorate fadighe.
CAM.
Son persuaso.
LUM.
(Tira fuori due candelabri, e li dà a Brighella)
BRIGH.
Vedeu? Tutto arzento.
(li mette sopra un tavolino)
LUM.
(Ne dà altri due)
BRIGH.
Altri do.
Colla nostra arma.
(al Cameriere, e li mette sull'altro tavolino) Le mocchette, i porta mocchette?
LUM.
Eccoli.
BRIGH.
Vedeu? Tutto compagno.
(al Cameriere) Candele ghe n'è? (a Lumaga)
LUM.
Sono finite.
BRIGH.
Caro vu, quattro candele.
(al Cameriere)
LUM.
Di cera non ne ho; se le vuol di sevo...
BRIGH.
De seo, de seo.
Tanto fa.
CAM.
Ma di sevo sui candelieri d'argento...
BRIGH.
Cossa importa? Se stima l'arzento, no se stima le candele.
CAM.
Ora la servo.
(parte, poi torna)
BRIGH.
Presto: fora quelle sottocoppe, quelle cogome, quel scaldapiè.
Che femo un poco de palazzo.
Anca i gotti, anca la saliera.
Tutto l'è arzento, tutto impenisse l'occhio.
(distribuisce tutto sui tavolini)
CAM.
Ecco qua le candele.
BRIGH.
Dè qua mo, amigo.
CAM.
Se comanda, farò io.
BRIGH.
Eh, lassè far a mi, che sta roba vu no la savè manizar.
(mette le candele colle mani, si sporca, e si netta al giustacore)
CAM.
(Povero argento! in che mani è venuto!) (da sé)
LUM.
(Gli dà il bacile per le mani, e la brocca)
BRIGH.
Presto un treppiè.
(al Cameriere)
CAM.
Subito.
(va, e torna col treppiè)
BRIGH.
Vedeu questo? L'ho fatto mi coi mi bezzi.
Siora Olivetta non ha speso gnente.
CAM.
Vossignoria negozia?
BRIGH.
Ve dirò, in confidenza.
Tutta la cioccolata che avanza, l'è mia.
Tutti ghe ne manda; e mi metto via e vendo; e fazzo delle bagattelle.
Ah! l'omo s'inzegna.
CAM.
Bravissimo.
(Capisco il carattere).
(da sé)
BRIGH.
Tiò, Lumaga, averzi quel cofrefort.
CAM.
Che significa questa parola?
BRIGH.
Eh poverazzi! Vualtri in Italia no savè gnente.
Cofrefort è parola tedesca, vuol dir...
Quel coso che è là.
CAM.
Uno scrignetto, un bauletto.
BRIGH.
Fe conto, una cossa simile.
Tirè fora el relogio d'oro.
(a Lumaca, che glielo dà) Vedeu? Londra.
Repetizion.
Cento doppie, ah! Ghe n'è in Italia de sta roba? Ghe n'ale le ballerine de sti tesori? Poverazze! bisogna che le ghe fazza de cappello a siora Olivetta.
CAM.
L'ha guadagnato colle sue fatiche?
BRIGH.
S'intende.
Un milord ghe l'ha donà una sera, perché l'ha fatto una decima.
CAM.
Che cos'è questa decima?
BRIGH.
Eh! cossa saveu, sior alocco? Presto quei stucchi, le scatole, i anelli, le zoggie.
CAM.
Che belle cose!
BRIGH.
Vedeu sto anello? Vedeu sto boccon de brillante?
CAM.
Lo vedo.
BRIGH.
Un prencipe tedesco l'ha donà a siora Olivetta, perché l'ha avudo la sofferenza de farse far el so ritratto.
CAM.
È fortunata.
BRIGH.
Che fortuna! merito, merito, sior, merito.
Bisognerà po metter dei taolini, tirar delle corde.
CAM.
Per che fare?
BRIGH.
Per destender i abiti, acciò che i chiappa aria.
CAM.
Ne ha molti?
BRIGH.
La se muda ogni zorno, e qualche zorno do volte.
CAM.
Mi chiamano, con sua buona grazia.
BRIGH.
Comodeve.
CAM.
Mi dona nulla per aver aiutato a portare?
BRIGH.
Sior sì; volentiera.
Mi no me fazzo vardar drio.
Tolè.
CAM.
Due soldi? A me due soldi?
BRIGH.
Cossa voleu che ve daga?
CAM.
Se vostra figlia li avesse guadagnati a due soldi la volta starebbe fresca.
(parte)
BRIGH.
Gran bricconi che i è sti camerieri.
Via, dighe a siora Olivetta, che se la comanda vegnir in camera de udienza, l'è all'ordene.
(a Lumaca)
LUM.
Sì, signore.
(Due anni sono, la camera d'udienza era la cucina).
(da sé, parte)
BRIGH.
M'ingrasso a véder sta roba, sta bella arzentaria.
Povera putta! La gh'ha maniere cussì belle, che la cavaria la roba dai sassi.
SCENA QUATTORDICESIMA
OLIVETTA col servitore che le alza la portiera, e detto.
OLIV.
Grand'asino! Un poco più, mi guastava il tuppè.
BRIGH.
Cossa feu, fia? Seu più stracca dal viazo?
OLIV.
Non sono stanca, ma ho ancora nel naso il puzzo della barca.
BRIGH.
Gh'aveu gnente da nasar?
OLIV.
Sì, ho quest'acqua di melissa.
BRIGH.
Oe, quella bozzettina d'oro no l'ho più vista.
OLIV.
È un mobile nuovo.
BRIGH.
Da quando in qua?
OLIV.
In barca.
BRIGH.
Brava!
LUM.
(In barca non l'ha guadagnata a far le capriole).
(da sé)
BRIGH.
Voleu lavarve le man?
OLIV.
Me le ho lavate.
BRIGH.
No ve le avè miga lavade col bazil d'arzento.
OLIV.
Che importa?
BRIGH.
Cara vu, lavevele un'altra volta.
Me par che no le gh'abbiè troppo nette.
OLIV.
Ho preso tabacco.
BRIGH.
Vedeu? A mi me piase la pulizia.
Lavevele col bazil d'arzento.
OLIV.
Farò come volete.
BRIGH.
Presto, da sentar.
(a Lumaca, che prende una sedia) Porta avanti quel bazil.
Va a tor dell'acqua.
Ecco qua la saonetta.
Tutto arzento, tutto arzento.
OLIV.
Lumaca.
LUM.
Illustrissima.
OLIV.
Una guantiera per mettere questi anelli.
BRIGH.
Tiò una sottocoppa d'arzento.
LUM.
(Prende la sottocoppa con una mano, e coll'altra la brocca coll'acqua, versandone nel bacile)
OLIV.
(Lavandosi) Lumaca, vammi a prendere lo sciugatoio.
BRIGH.
Quello bello, coi pizzi di Fiandra.
LUM.
Ma questa roba...
BRIGH.
Lassa véder a mi.
(prende egli tutto, Lumaca parte)
OLIV.
Mi dispiace, signor padre, che abbiate questo incomodo.
BRIGH.
Niente, figlia; ho l'onore di favorirvi.
SCENA QUINDICESIMA
Il CAMERIERE, e detti.
CAM.
Signori...
BRIGH.
Oh diavolo! Lumaga.
CAM.
Un cavaliere...
BRIGH.
Lumaga...
Caro vecchio, tegnì sta roba.
CAM.
Ma senta...
BRIGH.
Tegnì sta roba.
(il Cameriere prende la sottocoppa) Adesso parlè.
CAM.
Un cavalier forestiere, alloggiato in questa locanda, vorrebbe farle una visita.
BRIGH.
Oe.
Subito cavalieri.
(a Olivetta)
OLIV.
(Lavandosi) E chi è questo cavaliere?
CAM.
Un certo signor conte Ottavio, forestiere.
OLIV.
Sarà qualche spiantato.
BRIGH.
La mia putta no riceve visite.
CAM.
Anzi è ricco; è generoso.
OLIV.
Basta, se comanda, è padrone.
BRIGH.
Semo tutti forestieri, che el se comoda.
CAM.
Tenga.
Anderò a dirgli che passi.
BRIGH.
Lumaga.
Siestu maledetto! Servì, servì la padrona.
Anderò mi a introdurlo.
(parte)
OLIV.
Gettate l'acqua.
(Cameriere getta) Bel bello, che non mi bagnate li manichetti.
Voi altri camerieri di locanda, siete asini, non sapete far nulla.
CAM.
(Or ora le getto l'acqua sul tuppè).
(da sé)
SCENA SEDICESIMA
Il conte OTTAVIO e BRIGHELLA, e detti; poi LUMACA
BRIGH.
Siora Olivetta, ghe presento sto cavalier.
OLIV.
Serva divota.
(s'alza un poco) Perdoni, mi trova qui lavandomi le mani.
OTT.
Lavatevi pure tutto quel che volete.
OLIV.
S'accomodi.
BRIGH.
Deghe da sentar.
(al Cameriere)
CAM.
Ma come...
(accenna aver le mani ingombrate)
BRIGH.
Dè qua.
Deghe da sentar.
(prende egli la brocca) Lumaga.
CAM.
Si serva, illustrissimo.
(dà la sedia ad Ottavio)
OTT.
(siede)
OLIV.
L'asciugatoio.
(a Lumaca)
BRIGH.
Elo quello coi pizzi de Fiandra? Tien saldo.
(dà la sottocoppa a Lumaca)
OTT.
Voi siete ballerina?
OLIV.
Per servirla.
(si va asciugando e mettendo gli anelli)
BRIGH.
Ma no l'è miga de ste ballerine d'Italia, sala, signor.
OTT.
Siete francese?
OLIV.
No, signore, sono italiana.
OTT.
Italiana tutta?
OLIV.
Come tutta?
OTT.
Galantuomo.
(a Brighella, ridendo)
BRIGH.
A mi?
OTT.
Sì, a voi.
BRIGH.
La perdoni...
OTT.
Non siete galantuomo?
BRIGH.
Son galantomo; ma son el padre de siora Olivetta.
OTT.
Datemi una presa di tabacco.
BRIGH.
Ho perso la scatola, signor.
OTT.
Mi dispiace.
N'aveva una, l'ho data via.
BRIGH.
Deghene una presa del vostro, de quello della scatola d'oro.
(a Olivetta)
OLIV.
Lo servirei; ma veda.
Non ne ho più.
(mostra la scatola vuota)
OTT.
Lasciate vedere.
(prende la scatola)
BRIGH.
Parigi, sala? E tanto val l'oro, quanto la fattura.
OTT.
(Mette nella scatola delli zecchini) Compratevi del tabacco.
OLIV.
Oh, troppo incomodo.
BRIGH.
(Me piase; el sa far pulito).
(da sé) Cara fia, lassè che veda se podesse, nettando la scatola, trovarghene una presa.
Gh'ho sto vizio, e no gh'ho scatola.
OLIV.
Tenete.
(dà la scatola a Brighella)
BRIGH.
(Apre e conta piano li zecchini) (No gh'è mal).
(da sé)
OTT.
Quest'anno dove ballate?
OLIV.
Ancora non lo so.
BRIGH.
Avemo molti trattati; ma nissun ne comoda.
La mia creatura no balla né per dusento, né per tresento zecchini.
Grazie al cielo, no ghe ne avemo bisogno.
OTT.
Ehi?
SCENA DICIASSETTESIMA
Il CAMERIERE e detti.
CAM.
La comandi.
OTT.
Al mio cameriere, che mi porti la veste da camera e la berretta.
CAM.
Sarà servita.
(parte)
OLIV.
(Non credo mai, che si spoglierà qui).
(da sé)
BRIGH.
Feghe véder mo a sto cavalier quella bella corniola.
OLIV.
Osservi.
(gli mostra un anello)
OTT.
È troppo sporca.
BRIGH.
Giusto per questo, védela, perché la figura è un poco lascivetta, mia fia, che xe modesta, la no la porta volentiera; la se ne vorria desfar.
OTT.
La volete vendere? (a Olivetta)
BRIGH.
La la vol metter al lotto.
OTT.
(Che birbe! Non si contentano mai).
(da sé)
BRIGH.
Un zecchin al bollettin; se trovessimo diese bollettini soli, la cavaressimo subito.
(La val do zecchini).
(da sé)
OTT.
Bene.
Oggi si caverà.
BRIGH.
Dove, signor?
OTT.
Dalla mia sposa.
OLIV.
Si fa sposo? Me ne rallegro.
OTT.
(Dieci zecchini!) (da sé)
BRIGH.
Chi èla, se è lecito, la sua sposa?
OTT.
(Guarda Brighella in faccia, poi dice da sé) (La sanno lunga).
BRIGH.
(Faremo sto lotto).
(piano a Olivetta)
OLIV.
(È un cavalier generoso).
BRIGH.
(El se marida presto).
OLIV.
(Si ammoglierà per usanza).
OTT.
È la signora Rosaura Bisognosi.
(a Brighella, guardandolo)
BRIGH.
Chi, signor?
OTT.
La mia sposa.
BRIGH.
(Oe, adesso el responde).
OLIV.
La signora Rosaura?
OTT.
La conoscete?
OLIV.
È mia amica.
BRIGH.
Se conossemo che è un pezzo.
(No vorria che i ghe disesse, che mi era el so servidor).
(da sé)
OTT.
Se oggi verrete da lei, tireremo il lotto.
OLIV.
Che dite, papà?
BRIGH.
Anderemo, cara, anderemo.
Ne favorirala la gondola?
OTT.
(Anche la gondola?) (da sé) Sì, la gondola.
SCENA DICIOTTESIMA
Il CAMERIERE di OTTAVIO colla vesta da camera e la berretta; e detti.
OTT.
(S'alza, e si cava la parrucca)
OLIV.
(Oibò).
(s'alza)
BRIGH.
(Poco rispetto a mia fia).
(da sé)
OTT.
(Si vuol cavar l'abito)
OLIV.
Con sua licenza.
OTT.
Andate via?
OLIV.
Se mi permette.
Ho un affar di premura.
OTT.
Venite a pranzo con me.
OLIV.
Perdoni...
BRIGH.
Riceveremo le sue grazie.
OLIV.
(Questi uomini, che hanno poca creanza, non li posso soffrire).
(da sé, parte)
OTT.
(si fa cavar l'abito)
BRIGH.
Gran bel abito, signor!
OTT.
(Lo prende e lo getta in faccia a Brighella)
BRIGH.
Come! Perché me fala sto affronto?
OTT.
Ve lo dono.
BRIGH.
La me lo dona?
OTT.
Sì, schiavo.
(parte)
BRIGH.
No so cossa dir.
L'è un affronto, ma el se pol sopportar.
Sto abito mo cussì ricco, lo possio portar? Sior sì.
Son padre de una vertuosa.
(parte)
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Strada con casa.
FLORINDO solo.
FLOR.
Misero me! Sarà vero ciò che dagli amici mi viene avvertito? Rosaura sposa del conte Ottavio? Ma come, se poche ore sono mi accolse con tanto giubbilo? Potrebbe darsi ch'ella non lo sapesse...
Ma il signor Pantalone medesimo non me lo avrebbe egli detto? È però vero che ripensando ora al modo suo di parlare, alla poca premura di aprir la lettera, mi entra qualche sospetto.
È necessario ch'io mi chiarisca del vero.
In casa sua non ho coraggio d'andare.
L'attenderò sulla strada.
Se questo è vero, non so a qual eccesso mi trasporterà la disperazione.
SCENA SECONDA
BEATRICE in zendale, di casa di Pantalone, con un SERVITORE, e detto.
BEAT.
Presto, presto; a casa, che mio marito mi aspetterà.
(al Servitore)
FLOR.
Riverisco la signora Beatrice.
BEAT.
Oh! signor Florindo.
Da queste parti?
FLOR.
Appunto, signora, premevami di riverirvi.
BEAT.
(Povero giovane!) (da sé) Comandatemi.
FLOR.
Vi supplico, in grazia: vi è qualche novità rispetto alla signora Rosaura?
BEAT.
Caro signor Florindo, non so che dire.
Delle novità ce ne sono, e non si possono tener nascoste.
FLOR.
Dunque è vero ch'ella è promessa sposa del conte Ottavio?
BEAT.
Chi ve l'ha detto?
FLOR.
Persone che professano di saperlo.
BEAT.
Sentite, amico: io sono una donna sincera, che non sa dir che la verità.
Vi dico in confidenza, che il signor Pantalone ha promessa sua figlia al conte Ottavio.
FLOR.
Ma quando?
BEAT.
Questa mattina.
Due ore prima della vostra venuta.
FLOR.
E la signora Rosaura non lo sapeva?
BEAT.
Non lo sapeva.
FLOR.
E ora che lo sa, che cosa dice?
BEAT.
Che cosa volete ch'ella dica? Quando il padre comanda, bisogna obbedire.
FLOR.
E con tanta facilità si scorderà dell'amor mio? Possibile che voglia anteporre quello del conte Ottavio?
BEAT.
Le ha fatto un regalo di gioje, che val mille doppie.
FLOR.
Ah! signora Beatrice, son disperato.
BEAT.
Povero giovine! Se sapeste quanto me ne dispiace!
FLOR.
Per amor del cielo, raccontatemi come la cosa è andata.
BEAT.
Mi dispiace, che è tardi.
Mio marito mi aspetta.
FLOR.
Credeva Rosaura che meco le fossero mancate gioje? Non sa ch'io sono figlio unico di un padre ricco?
BEAT.
Le ha fatto il conte anche diecimila ducati di contraddote.
FLOR.
Che contraddote? Sarebbe ella stata padrona di tutto il mio.
BEAT.
Già se ne pentiranno.
Giuoco questa scatola d'oro, che se ne pentiranno.
FLOR.
Il loro pentimento non medicherà le mie piaghe.
Ah! signora Beatrice, voi sapete quanto ho amato Rosaura.
BEAT.
Lo so, lo so.
Mi ha confidato ogni cosa.
FLOR.
Apposta per lei sono andato a Livorno, son ritornato a Venezia.
BEAT.
Spesa, incomodi, patimenti: tutto per lei.
FLOR.
Quante lagrime ho sparse a'piedi del mio genitore, per ottenerla!
BEAT.
Lo credo in verità.
FLOR.
In venti giorni ch'io manco, non credo aver dormito due notti.
BEAT.
Quando si vuol bene, si fa così.
FLOR.
Pazienza! Se l'ho da perdere, pazienza; ma che ella medesima si scordi di me con tanta facilità, non lo posso soffrire; sento che mi si spezza il cuore nel petto.
BEAT.
(Mi fa compassione davvero).
(da sé)
FLOR.
Barbara! Ingrata! Tante promesse, tanti giuramenti, tante belle speranze! Oh cielo! Non posso più.
BEAT.
Or ora fate piangere ancora me.
(piange)
FLOR.
E non vi è più rimedio? Ho da essere disperato? Pietà, signora Beatrice, pietà.
BEAT.
Povero giovine!...
Se potessi...
Orsù, venite con me.
FLOR.
Dove?
BEAT.
Andiamo da Rosaura.
FLOR.
Dalla signora Rosaura?
BEAT.
Sì, venite con me, e non pensate altro.
FLOR.
Ma...
suo padre...
BEAT.
Suo padre credo non sia in casa.
Andiamo.
FLOR.
Ah! Signora, non mi ponete in cimento...
BEAT.
Che debolezza! Risoluzione vi vuole.
FLOR.
Che cosa pensereste di fare?
BEAT.
Andiamo da Rosaura, e qualche cosa sarà.
Due che si vogliono bene...
Una buona amica di mezzo...
Qualche cosa sarà.
FLOR.
Ma non vi aspetta vostro consorte?
BEAT.
Quando si tratta di queste cose, non m'importa né men del marito.
Andiamo.
(lo prende per mano, e lo conduce in casa)
FLOR.
Cielo, aiutami.
BEAT.
Son così fatta, non posso veder penare.
(entrano in casa di Pantalone)
SCENA TERZA
Camera di Rosaura con tavolino.
ROSAURA sola.
ROS.
Ecco come un solo momento divide il bene dal male, il piacer dal dolore.
Due ore prima era io la più contenta donna del mondo; ora sono la più dolente, la più sventurata.
Come mai Florindo riceverà la funesta notizia della risoluzion di mio padre? Chi sa, s'egli ancora ne sia consapevole? Come apprenderà il di lui cuore la necessità in cui sono di dover obbedire e sagrificarmi? La crederà egli incostanza, infedeltà? Oh cielo! Sarebbe il maggiore de'miei tormenti, che Florindo mi riputasse un'ingrata, un'infida! Qualunque abbia ad essere il mio destino, vorrei almeno disingannarlo, assicurarlo almeno, che obbedirà al mio genitore la mano, sopra di cui ha egli l'autorità e l'arbitrio; ma non il mio cuore, il quale non è più in istato di obbedire né a lui, né alla mia ragione, né alla mia volontà.
Sì, è tuo questo cuore, caro il mio adorato Florindo.
Lo sarà sempre ad onta d'ogni legame; ma lo sarà in segreto, ma lo saprò io sola.
Ah! che di questi miei sentimenti Florindo potrebbe essere mal persuaso; e ad onta di tutta la mia passione, potrebbe credermi o lieta, o indifferente per le odiate nozze che mi sovrastano.
È necessario che mi giustifichi in qualche modo.
Lo farò con un foglio, in cui misurando i termini fra il dovere di figlia onesta, e la tenerezza d'amante infelice, spieghisi il mio cordoglio, senza porre in pericolo la mia onestà.
Cosa malagevole a farsi, ma necessaria a un animo forte, che in mezzo alle passioni più tenere sa distinguere e preservare il dovere, la virtù, il merito dell'obbedienza e quello d'una cieca rassegnazione.
(siede, e si pone a scrivere) Sì, questi termini sono adattati.
(dopo avere scritto qualche riga) Oh cielo! Posso lasciar correre questa parola? Sì, moderandola.
(scrive) No, pensiamoci...
questo sentimento è meglio adattato.
(scrive) Una povera figlia, un'amante dolente avrebbe bisogno di chi le desse consiglio.
Ma chi è in oggi, che dar sappia i consigli con sincerità e giustizia? (scrive) Ah! Beatrice, Beatrice...
Non so che pensare della tua amicizia: mi sembra interessata, volubile, lusinghiera.
Farò senza di lei.
(scrive) Alfine, ciò ch'io scrivo non può cagionarmi né rossor, né rimorso...
Il conte istesso non potrebbe offendersi di tai sentimenti.
Mio padre molto meno...
Sento gente...
Chi sarà mai? Beatrice? Venga; quantunque siami sospetta, la consulterò per prudenza, ma ascolterò con cautela.
SCENA QUARTA
BEATRICE e detta.
BEAT.
Rosaura, siete sola?
ROS.
Sì, lo vedete.
BEAT.
Scrivete?
ROS.
Scrivo.
BEAT.
A chi?
ROS.
Oh cielo! Al signor Florindo.
BEAT.
Volete fargli capitar la lettera presto?
ROS.
Sentitela, e ditemi il parer vostro.
BEAT.
Non vi è tempo da perdere.
Se volete fargliela avere, l'occasione è opportuna.
ROS.
Come?
BEAT.
Piegatela subito.
Ora vi troverò chi gliela porterà senza dubbio.
ROS.
Subito?...
BEAT.
Sì, subito, in un momento.
(parte)
ROS.
Sia come esser si voglia.
Parmi non aver errato, così scrivendo.
La manderò...
(va piegando la lettera)
SCENA QUINTA
BEATRICE, FLORINDO e detta.
BEAT.
Ecco chi gli porterà la lettera.
(conducendo per mano Florindo)
ROS.
Oh cielo! (lascia la lettera sul tavolino, e s'alza)
FLOR.
(Ingrata!) (da sé)
ROS.
Voi qui?
FLOR.
Sì, barbara, io qui a rimproverarvi della vostra incostanza...
BEAT.
Oh! Io non vi ho qui condotto per far il bravo.
Parlate con civiltà; Rosaura è ragazza da darvi soddisfazione.
ROS.
Già fra me stessa ne dubitai, che voi mi credeste a parte della risoluzion di mio padre.
Ah! Florindo, non mi fate così gran torto...
BEAT.
Poverina! Ella non ci ha colpa.
FLOR.
Ma voi non mi diceste?...
(a Beatrice)
BEAT.
Che suo padre, vi dissi, l'ha promessa al conte.
FLOR.
Ed ella...
BEAT.
Io l'ho veduta piangere per amor vostro.
FLOR.
Non so che cosa credere.
Rosaura, per amor del cielo, svelatemi sinceramente la verità.
M'amate voi? Siete voi fedele a chi v'ama? Se foste in necessità di lasciarmi, penereste a farlo?
BEAT.
Che domande! Guardatela.
ROS.
In questo foglio, dubitando di non vedervi, a voi io manifestava il mio cuore.
Leggetelo, e comprendete da questo...
(vuol dargli la lettera)
BEAT.
Che bisogno vi è di una lettera, quando potete parlare a bocca? Ditegli i vostri sentimenti con libertà.
Non vi prendiate soggezione di me.
Son vostra amica, vi compatisco, e dove posso aiutar l'uno e l'altro, lo farò volentieri.
FLOR.
Sì, cara, ditemi se mi amate.
ROS.
Oh cielo! Vi amo, ma...
BEAT.
Questo ma lasciatelo nella penna.
Ella vi ama; e voi l'amate?
FLOR.
Sapete ch'ella è l'anima mia.
BEAT.
Pensiamo al rimedio.
ROS.
Qual rimedio, Beatrice? Voi sapete pure...
BEAT.
So tutto; ma il mondo è pieno di questi casi.
Anche Livia si è maritata sei mesi sono contro il voler di suo padre, ed ora tutte le cose sono accomodate.
Non ho tanti capelli in capo, quante ne conosco io che hanno fatto l'istesso.
ROS.
L'esempio delle femmine pazze non dee regolare le savie.
Livia si è maritata contro il voler di suo padre; ma che disse il mondo di lei? Come si parlava nei circoli della sua imprudenza, della sua ardita risoluzione? Dopo sei mesi si acquietò, è vero, il di lei genitore, persuaso dall'amore paterno e dalla necessità, che dopo il fatto consiglia; ma ha ella pertanto riacquistato il decoro? No certamente.
Ella non si affaccerà ad una conversazione, che di lei non si mormori dalle medesime amiche sue.
Ad ogni sua lode si contrapporrà la passata sua debolezza, si ricorrerà ad una tale memoria, qualunque volta vorrassi discreditarla.
Lo sposo istesso, e molto più i di lui congiunti, la pungeranno talora su questo passo, e sarà ella portata per esempio delle pazze risoluzioni, come una femmina che non si deve imitare.
BEAT.
Belle parole, ma non vagliono un fico.
FLOR.
Signora Rosaura, capisco benissimo, e lodo il savio modo con cui pensate.
Non ardirei né meno io di proporvi una risoluzione, che offendesse il vostro decoro.
Udite ciò che mi pare accordabile dall'amor vostro...
BEAT.
Se vi tratterrete in chiacchiere, perderete il tempo.
FLOR.
Signora Beatrice, permettetemi ch'io parli.
ROS.
Cara amica, in queste contingenze non si precipitano le risoluzioni.
BEAT.
A quest'ora io avrei risoluto.
FLOR.
Come?
BEAT.
Una bellissima promissione fra voi altri due: una toccatina di mano, alla mia presenza e del mio servitore, manda a spasso il signor conte Ottavio.
ROS.
Questo è quello ch'io non intendo di voler fare.
FLOR.
Almeno promettetemi di non acconsentire alle nozze del conte.
ROS.
Vi posso promettere di non accordargli il mio cuore; ma della mia mano vuol disporre mio padre.
BEAT.
Ad uno la mano, e ad un altro il cuore; anche questo potrebbe passare per un matrimonio alla moda.
ROS.
Ma questo cuore, ch'io forse sarò costretta di concedere a Florindo, non mi consiglierà né meno a vederlo, non che trattarlo.
BEAT.
Consolatevi, signor Florindo, che starete allegro.
(con ironia)
FLOR.
Ah! Rosaura, voi mascherate la mia sventura.
ROS.
Vi parlo col cuor sulle labbra.
FLOR.
Voi date una soverchia estensione all'autorità del padre.
ROS.
Sono avvezza a obbedirlo.
FLOR.
Mi avete pure amato.
ROS.
Sì, ed egli si compiacea ch'io vi amassi.
BEAT.
E adesso, perché si mutò egli tutto ad un tratto, può pretendere che vi cangiate anche voi?
FLOR.
Dice bene la signora Beatrice; se è uomo ragionevole, non vi vorrà costringere a sì duro passo.
ROS.
Può darsi ch'ei lo conosca; che trovi il mezzo termine per disimpegnarsi.
L'ho sentito io stessa dar degl'impulsi al conte per lo scioglimento di sua parola.
FLOR.
Speriamo dunque.
ROS.
Speriamo.
BEAT.
Ma assicuriamoci intanto.
SCENA SESTA
PANTALONE e detti.
All'arrivo di PANTALONE che li sorprende, tutti restano ammutoliti.
ROSAURA abbassa gli occhi; FLORINDO si cava il cappello, e rimane confuso; BEATRICE va dimenando il capo; stanno qualche momento in tali atteggiamenti, senza parlare; finalmente PANTALONE fissa gli occhi a ROSAURA, e dice:
PANT.
Andè via de qua.
ROS.
(Si mortifica; e parte senza parlare, e senza mirar nessuno)
BEAT.
(Seguita a dimenar il capo)
PANT.
Patroni, xe ora de disnar.
(con cera brusca)
BEAT.
Mio marito avrà pranzato.
PANT.
No, la veda.
L'ho visto andar a casa giusto adesso.
FLOR.
Andiamo, signora Beatrice.
BEAT.
Diavolo! Avete paura che vi mangi la parte vostra? Me n'anderò.
(agitandosi per la scena)
PANT.
La compatissa, patrona.
Mi son un galantomo, e alla mia tola no ricuso nissun.
Da mi la xe restada delle altre volte, e se la vol, no la cazzo via.
BEAT.
Un'amica di tanti anni! sarebbe bella.
(si leva il zendale, ed entra per dove è entrata Rosaura)
PANT.
(Tolè, la vol restar a disnar).
(da sé)
FLOR.
(Beatrice resta, ma io partirò).
(da sé) Signor Pantalone, gli son servo.
PANT.
Patron mio reverito.
FLOR.
Non voglio incomodarla, perché è ora di pranzo.
PANT.
No so cossa dir: la fazza ella.
Ma in casa mia, specialmente co no ghe son mi, la prego de no ghe vegnir.
FLOR.
Parleremo con comodo.
(alterato)
PANT.
Co la comanda.
FLOR.
E parleremo in un modo, che forse vi dispiacerà.
PANT.
Come, patron? Cossa voravela dir?
FLOR.
Con comodo, con comodo.
(andando)
PANT.
La se spiega.
FLOR.
Vi porto rispetto...
PANT.
La me lo perda, se ghe basta l'anemo.
FLOR.
Lo scriverò a mio padre.
PANT.
La ghe lo scriva anca a so sior nonno.
FLOR.
Farmi andar a Livorno? Farmi tornar a Venezia?
PANT.
Chi gh'ha dito che la vaga, chi gh'ha dito che la torna?
FLOR.
Ma voi sapevate il motivo della partenza; vi era noto l'imminente mio arrivo.
PANT.
Bisognava scriver.
FLOR.
Dovevate aspettare.
PANT.
La ghe ne sa pochetto, patron.
Vago a disnar.
(incamminandosi)
FLOR.
Ve ne pentirete.
PANT.
Me pentirò? Come? (torna indietro)
FLOR.
Parleremo con comodo.
Servitor suo.
(vuol partire)
PANT.
Se gh'avessi giudizio, no parleressi cussì.
Se avessi scritto, v'averave aspettà.
Se fussi vegnù un zorno avanti, la saria stada vostra.
FLOR.
Ma, caro signor Pantalone, possibile che non vi sia rimedio? (dolcemente)
PANT.
Sto remedio mi no ghe lo so véder.
Ho dà parola, ho sottoscritto el contratto.
Cossa voleu che fazza?
FLOR.
Discorriamola un poco.
Vediamo, se si può trovar qualche mezzo termine.
PANT.
Xe tardi.
Bisogna che vaga a tola.
Con so bona grazia.
(s'incammina)
FLOR.
So io quel che farò.
(forte)
PANT.
Cossa farala patron? (torna indietro)
FLOR.
Niente.
PANT.
La diga, cossa farala?
FLOR.
Niente, dico.
La riverisco.
(vuol partire)
PANT.
Mi, mi ghe farò far giudizio.
FLOR.
Che giudizio? Che cosa intendereste di fare? (torna indietro)
PANT.
Sior sì, ghe farò far giudizio.
De mia fia mi son patron, e no gh'ho bisogno delle so bulae, e qua se fa far giudizio ai matti.
FLOR.
Parleremo meglio.
PANT.
La diga.
FLOR.
Parleremo meglio.
(parte)
SCENA SETTIMA
PANTALONE solo.
PANT.
Sì ben, parleremo.
Vardè che canapiolo1! el crede farme paura.
Giusto adesso mo
...
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