LA FIGLIA OBBEDIENTE, di Carlo Goldoni - pagina 5
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BEAT.
Quando si vuol bene, si fa così.
FLOR.
Pazienza! Se l'ho da perdere, pazienza; ma che ella medesima si scordi di me con tanta facilità, non lo posso soffrire; sento che mi si spezza il cuore nel petto.
BEAT.
(Mi fa compassione davvero).
(da sé)
FLOR.
Barbara! Ingrata! Tante promesse, tanti giuramenti, tante belle speranze! Oh cielo! Non posso più.
BEAT.
Or ora fate piangere ancora me.
(piange)
FLOR.
E non vi è più rimedio? Ho da essere disperato? Pietà, signora Beatrice, pietà.
BEAT.
Povero giovine!...
Se potessi...
Orsù, venite con me.
FLOR.
Dove?
BEAT.
Andiamo da Rosaura.
FLOR.
Dalla signora Rosaura?
BEAT.
Sì, venite con me, e non pensate altro.
FLOR.
Ma...
suo padre...
BEAT.
Suo padre credo non sia in casa.
Andiamo.
FLOR.
Ah! Signora, non mi ponete in cimento...
BEAT.
Che debolezza! Risoluzione vi vuole.
FLOR.
Che cosa pensereste di fare?
BEAT.
Andiamo da Rosaura, e qualche cosa sarà.
Due che si vogliono bene...
Una buona amica di mezzo...
Qualche cosa sarà.
FLOR.
Ma non vi aspetta vostro consorte?
BEAT.
Quando si tratta di queste cose, non m'importa né men del marito.
Andiamo.
(lo prende per mano, e lo conduce in casa)
FLOR.
Cielo, aiutami.
BEAT.
Son così fatta, non posso veder penare.
(entrano in casa di Pantalone)
SCENA TERZA
Camera di Rosaura con tavolino.
ROSAURA sola.
ROS.
Ecco come un solo momento divide il bene dal male, il piacer dal dolore.
Due ore prima era io la più contenta donna del mondo; ora sono la più dolente, la più sventurata.
Come mai Florindo riceverà la funesta notizia della risoluzion di mio padre? Chi sa, s'egli ancora ne sia consapevole? Come apprenderà il di lui cuore la necessità in cui sono di dover obbedire e sagrificarmi? La crederà egli incostanza, infedeltà? Oh cielo! Sarebbe il maggiore de'miei tormenti, che Florindo mi riputasse un'ingrata, un'infida! Qualunque abbia ad essere il mio destino, vorrei almeno disingannarlo, assicurarlo almeno, che obbedirà al mio genitore la mano, sopra di cui ha egli l'autorità e l'arbitrio; ma non il mio cuore, il quale non è più in istato di obbedire né a lui, né alla mia ragione, né alla mia volontà.
Sì, è tuo questo cuore, caro il mio adorato Florindo.
Lo sarà sempre ad onta d'ogni legame; ma lo sarà in segreto, ma lo saprò io sola.
Ah! che di questi miei sentimenti Florindo potrebbe essere mal persuaso; e ad onta di tutta la mia passione, potrebbe credermi o lieta, o indifferente per le odiate nozze che mi sovrastano.
È necessario che mi giustifichi in qualche modo.
Lo farò con un foglio, in cui misurando i termini fra il dovere di figlia onesta, e la tenerezza d'amante infelice, spieghisi il mio cordoglio, senza porre in pericolo la mia onestà.
Cosa malagevole a farsi, ma necessaria a un animo forte, che in mezzo alle passioni più tenere sa distinguere e preservare il dovere, la virtù, il merito dell'obbedienza e quello d'una cieca rassegnazione.
(siede, e si pone a scrivere) Sì, questi termini sono adattati.
(dopo avere scritto qualche riga) Oh cielo! Posso lasciar correre questa parola? Sì, moderandola.
(scrive) No, pensiamoci...
questo sentimento è meglio adattato.
(scrive) Una povera figlia, un'amante dolente avrebbe bisogno di chi le desse consiglio.
Ma chi è in oggi, che dar sappia i consigli con sincerità e giustizia? (scrive) Ah! Beatrice, Beatrice...
Non so che pensare della tua amicizia: mi sembra interessata, volubile, lusinghiera.
Farò senza di lei.
(scrive) Alfine, ciò ch'io scrivo non può cagionarmi né rossor, né rimorso...
Il conte istesso non potrebbe offendersi di tai sentimenti.
Mio padre molto meno...
Sento gente...
Chi sarà mai? Beatrice? Venga; quantunque siami sospetta, la consulterò per prudenza, ma ascolterò con cautela.
SCENA QUARTA
BEATRICE e detta.
BEAT.
Rosaura, siete sola?
ROS.
Sì, lo vedete.
BEAT.
Scrivete?
ROS.
Scrivo.
BEAT.
A chi?
ROS.
Oh cielo! Al signor Florindo.
BEAT.
Volete fargli capitar la lettera presto?
ROS.
Sentitela, e ditemi il parer vostro.
BEAT.
Non vi è tempo da perdere.
Se volete fargliela avere, l'occasione è opportuna.
ROS.
Come?
BEAT.
Piegatela subito.
Ora vi troverò chi gliela porterà senza dubbio.
ROS.
Subito?...
BEAT.
Sì, subito, in un momento.
(parte)
ROS.
Sia come esser si voglia.
Parmi non aver errato, così scrivendo.
La manderò...
(va piegando la lettera)
SCENA QUINTA
BEATRICE, FLORINDO e detta.
BEAT.
Ecco chi gli porterà la lettera.
(conducendo per mano Florindo)
ROS.
Oh cielo! (lascia la lettera sul tavolino, e s'alza)
FLOR.
(Ingrata!) (da sé)
ROS.
Voi qui?
FLOR.
Sì, barbara, io qui a rimproverarvi della vostra incostanza...
BEAT.
Oh! Io non vi ho qui condotto per far il bravo.
Parlate con civiltà; Rosaura è ragazza da darvi soddisfazione.
ROS.
Già fra me stessa ne dubitai, che voi mi credeste a parte della risoluzion di mio padre.
Ah! Florindo, non mi fate così gran torto...
BEAT.
Poverina! Ella non ci ha colpa.
FLOR.
Ma voi non mi diceste?...
(a Beatrice)
BEAT.
Che suo padre, vi dissi, l'ha promessa al conte.
FLOR.
Ed ella...
BEAT.
Io l'ho veduta piangere per amor vostro.
FLOR.
Non so che cosa credere.
Rosaura, per amor del cielo, svelatemi sinceramente la verità.
M'amate voi? Siete voi fedele a chi v'ama? Se foste in necessità di lasciarmi, penereste a farlo?
BEAT.
Che domande! Guardatela.
ROS.
In questo foglio, dubitando di non vedervi, a voi io manifestava il mio cuore.
Leggetelo, e comprendete da questo...
(vuol dargli la lettera)
BEAT.
Che bisogno vi è di una lettera, quando potete parlare a bocca? Ditegli i vostri sentimenti con libertà.
Non vi prendiate soggezione di me.
Son vostra amica, vi compatisco, e dove posso aiutar l'uno e l'altro, lo farò volentieri.
FLOR.
Sì, cara, ditemi se mi amate.
ROS.
Oh cielo! Vi amo, ma...
BEAT.
Questo ma lasciatelo nella penna.
Ella vi ama; e voi l'amate?
FLOR.
Sapete ch'ella è l'anima mia.
BEAT.
Pensiamo al rimedio.
ROS.
Qual rimedio, Beatrice? Voi sapete pure...
BEAT.
So tutto; ma il mondo è pieno di questi casi.
Anche Livia si è maritata sei mesi sono contro il voler di suo padre, ed ora tutte le cose sono accomodate.
Non ho tanti capelli in capo, quante ne conosco io che hanno fatto l'istesso.
ROS.
L'esempio delle femmine pazze non dee regolare le savie.
Livia si è maritata contro il voler di suo padre; ma che disse il mondo di lei? Come si parlava nei circoli della sua imprudenza, della sua ardita risoluzione? Dopo sei mesi si acquietò, è vero, il di lei genitore, persuaso dall'amore paterno e dalla necessità, che dopo il fatto consiglia; ma ha ella pertanto riacquistato il decoro? No certamente.
Ella non si affaccerà ad una conversazione, che di lei non si mormori dalle medesime amiche sue.
Ad ogni sua lode si contrapporrà la passata sua debolezza, si ricorrerà ad una tale memoria, qualunque volta vorrassi discreditarla.
Lo sposo istesso, e molto più i di lui congiunti, la pungeranno talora su questo passo, e sarà ella portata per esempio delle pazze risoluzioni, come una femmina che non si deve imitare.
BEAT.
Belle parole, ma non vagliono un fico.
FLOR.
Signora Rosaura, capisco benissimo, e lodo il savio modo con cui pensate.
Non ardirei né meno io di proporvi una risoluzione, che offendesse il vostro decoro.
Udite ciò che mi pare accordabile dall'amor vostro...
BEAT.
Se vi tratterrete in chiacchiere, perderete il tempo.
FLOR.
Signora Beatrice, permettetemi ch'io parli.
ROS.
Cara amica, in queste contingenze non si precipitano le risoluzioni.
BEAT.
A quest'ora io avrei risoluto.
FLOR.
Come?
BEAT.
Una bellissima promissione fra voi altri due: una toccatina di mano, alla mia presenza e del mio servitore, manda a spasso il signor conte Ottavio.
ROS.
Questo è quello ch'io non intendo di voler fare.
FLOR.
Almeno promettetemi di non acconsentire alle nozze del conte.
ROS.
Vi posso promettere di non accordargli il mio cuore; ma della mia mano vuol disporre mio padre.
BEAT.
Ad uno la mano, e ad un altro il cuore; anche questo potrebbe passare per un matrimonio alla moda.
ROS.
Ma questo cuore, ch'io forse sarò costretta di concedere a Florindo, non mi consiglierà né meno a vederlo, non che trattarlo.
BEAT.
Consolatevi, signor Florindo, che starete allegro.
(con ironia)
FLOR.
Ah! Rosaura, voi mascherate la mia sventura.
ROS.
Vi parlo col cuor sulle labbra.
FLOR.
Voi date una soverchia estensione all'autorità del padre.
ROS.
Sono avvezza a obbedirlo.
FLOR.
Mi avete pure amato.
ROS.
Sì, ed egli si compiacea ch'io vi amassi.
BEAT.
E adesso, perché si mutò egli tutto ad un tratto, può pretendere che vi cangiate anche voi?
FLOR.
Dice bene la signora Beatrice; se è uomo ragionevole, non vi vorrà costringere a sì duro passo.
ROS.
Può darsi ch'ei lo conosca; che trovi il mezzo termine per disimpegnarsi.
L'ho sentito io stessa dar degl'impulsi al conte per lo scioglimento di sua parola.
FLOR.
Speriamo dunque.
ROS.
Speriamo.
BEAT.
Ma assicuriamoci intanto.
SCENA SESTA
PANTALONE e detti.
All'arrivo di PANTALONE che li sorprende, tutti restano ammutoliti.
ROSAURA abbassa gli occhi; FLORINDO si cava il cappello, e rimane confuso; BEATRICE va dimenando il capo; stanno qualche momento in tali atteggiamenti, senza parlare; finalmente PANTALONE fissa gli occhi a ROSAURA, e dice:
PANT.
Andè via de qua.
ROS.
(Si mortifica; e parte senza parlare, e senza mirar nessuno)
BEAT.
(Seguita a dimenar il capo)
PANT.
Patroni, xe ora de disnar.
(con cera brusca)
BEAT.
Mio marito avrà pranzato.
PANT.
No, la veda.
L'ho visto andar a casa giusto adesso.
FLOR.
Andiamo, signora Beatrice.
BEAT.
Diavolo! Avete paura che vi mangi la parte vostra? Me n'anderò.
(agitandosi per la scena)
PANT.
La compatissa, patrona.
Mi son un galantomo, e alla mia tola no ricuso nissun.
Da mi la xe restada delle altre volte, e se la vol, no la cazzo via.
BEAT.
Un'amica di tanti anni! sarebbe bella.
(si leva il zendale, ed entra per dove è entrata Rosaura)
PANT.
(Tolè, la vol restar a disnar).
(da sé)
FLOR.
(Beatrice resta, ma io partirò).
(da sé) Signor Pantalone, gli son servo.
PANT.
Patron mio reverito.
FLOR.
Non voglio incomodarla, perché è ora di pranzo.
PANT.
No so cossa dir: la fazza ella.
Ma in casa mia, specialmente co no ghe son mi, la prego de no ghe vegnir.
FLOR.
Parleremo con comodo.
(alterato)
PANT.
Co la comanda.
FLOR.
E parleremo in un modo, che forse vi dispiacerà.
PANT.
Come, patron? Cossa voravela dir?
FLOR.
Con comodo, con comodo.
(andando)
PANT.
La se spiega.
FLOR.
Vi porto rispetto...
PANT.
La me lo perda, se ghe basta l'anemo.
FLOR.
Lo scriverò a mio padre.
PANT.
La ghe lo scriva anca a so sior nonno.
FLOR.
Farmi andar a Livorno? Farmi tornar a Venezia?
PANT.
Chi gh'ha dito che la vaga, chi gh'ha dito che la torna?
FLOR.
Ma voi sapevate il motivo della partenza; vi era noto l'imminente mio arrivo.
PANT.
Bisognava scriver.
FLOR.
Dovevate aspettare.
PANT.
La ghe ne sa pochetto, patron.
Vago a disnar.
(incamminandosi)
FLOR.
Ve ne pentirete.
PANT.
Me pentirò? Come? (torna indietro)
FLOR.
Parleremo con comodo.
Servitor suo.
(vuol partire)
PANT.
Se gh'avessi giudizio, no parleressi cussì.
Se avessi scritto, v'averave aspettà.
Se fussi vegnù un zorno avanti, la saria stada vostra.
FLOR.
Ma, caro signor Pantalone, possibile che non vi sia rimedio? (dolcemente)
PANT.
Sto remedio mi no ghe lo so véder.
Ho dà parola, ho sottoscritto el contratto.
Cossa voleu che fazza?
FLOR.
Discorriamola un poco.
Vediamo, se si può trovar qualche mezzo termine.
PANT.
Xe tardi.
Bisogna che vaga a tola.
Con so bona grazia.
(s'incammina)
FLOR.
So io quel che farò.
(forte)
PANT.
Cossa farala patron? (torna indietro)
FLOR.
Niente.
PANT.
La diga, cossa farala?
FLOR.
Niente, dico.
La riverisco.
(vuol partire)
PANT.
Mi, mi ghe farò far giudizio.
FLOR.
Che giudizio? Che cosa intendereste di fare? (torna indietro)
PANT.
Sior sì, ghe farò far giudizio.
De mia fia mi son patron, e no gh'ho bisogno delle so bulae, e qua se fa far giudizio ai matti.
FLOR.
Parleremo meglio.
PANT.
La diga.
FLOR.
Parleremo meglio.
(parte)
SCENA SETTIMA
PANTALONE solo.
PANT.
Sì ben, parleremo.
Vardè che canapiolo1! el crede farme paura.
Giusto adesso mo son in pontiglio de no ghe la dar.
Nassa quel che sa nasser; anca che sior Ottavio no la volesse, Florindo no la gh'averà più, casca el mondo.
E quella temeraria de mia fia, se l'averà più ardir de parlar, de vardar, e gnanca de pensar a Florindo, la saverò castigar.
Tolè! i giera qua tutti do, con quella cara siora Beatrice de mezzo.
Oh che cara siora Rosaura! tutta modestia, tutta obbedienza, tutta rassegnazion; ma se no capitava qua, sa el cielo cossa se macchinava.
Chi è de là? In tola.
(siede al tavolino, e scrive) Quattro fia sie e otto 32; batter quattro, resta 28; do de provision...
Eh! no so gnanca cossa che fazza; sto conto no me vien ben.
Che carta xe questa? Una lettera? El xe carattere de mia fia.
A sior Florindo? Brava! Una lettera a sior Florindo? Sentimo, mo.
Signor Florindo,
Quanto io v'abbia amato, voi lo sapete; e dopo un sì grande amore, sarete ben persuaso, che senza pena non potrò da voi distaccarmi.
La mia fede ve l'ho serbata, finché ho potuto; ma se mio padre vuol disporre di me altrimenti, sono in necessità di obbedirlo.
Il mio cuore, che ho in voi collocato, durerà fatica a ritornarmi nel seno, né io farò gran forza per ritirarlo; ma ad onta ancora di viver senza cuore, la mia mano sottoscriverà il decreto del padre, e morirò obbediente, prima che sopravvivere ingrata.
Rassegnatevi anche voi colla vostra virtù ai voleri del cielo; e se questo non muovesi per noi a pietà, scordatevi di me, se potete, quantunque io non mi possa scordar di voi.
Rosaura Bisognosi.
Cossa séntio? Rosaura ubbidiente a sto segno? Ella stessa licenzia una persona che l'ama tanto? Poveretto mi! Cossa mai oggio fatto? Un'unica fia, che ghe vôi tanto ben, la sagrifico miseramente, la rendo infelice per tutto el tempo de vita soa? Ma come mai possio far? Come possio liberarme da sior conte Ottavio? No ghe xe remedio.
Co ghe n'ho dà un motivo, el m'ha cazzà la scrittura in tel muso.
Son un omo d'onor.
Gh'ho promesso, ho sottoscritto.
No trovo cao da cavarme2.
Orsù, l'è fatta.
Rosaura xe una putta prudente; e quella virtù che la fa esser con mi ubbidiente, la farà deventar amorosa per el novo consorte, e rassegnada al destin.
(parte)
SCENA OTTAVA
Camera di locanda.
ARLECCHINO ed il CAMERIERE di locanda.
ARL.
Disim, caro amigo, se poderia saludar missier Brighella?
CAM.
Chi è questo messer Brighella?
ARL.
Un bergamasco me paesan, che avemo servido insieme in casa de sior Pantalon.
I m'ha dito, che l'è allozà in sta locanda.
CAM.
È forse padre d'una ballerina?
ARL.
Giusto; el padre de Olivetta.
CAM.
Olivetta! Parlate con rispetto.
Il suo servitore le dà dell'illustrissima.
ARL.
Eh! donca no la sarà quella.
CAM.
Suo padre non è un uomo alto, nero di faccia, gran parlatore?
ARL.
Giusto cussì.
L'è Brighella senz'altro.
CAM.
Bene, sono questi, e sono qui alloggiati.
ARL.
Li vorria saludar.
CAM.
Sono a pranzo.
ARL.
Cossa importa? Ho domandà licenza al patron.
Disnerò con lori.
CAM.
Sono a pranzo con un cavalier forestiere.
ARL.
Diseghelo, che son qua.
CAM.
Or ora hanno finito; aspettate un poco.
ARL.
No vedo l'ora de véder el me caro Brighella; s'avemo sempre voludo ben.
CAM.
Mi pare impossibile, perché ha una superbiaccia terribile.
ARL.
Eh! con mi nol averà superbia.
Semo sempre stadi come fradelli; caro vu, fem el servizi; diseghe che el vegna qua, che ghe vôi parlar.
CAM.
Glielo dirò; ma non verrà.
ARL.
Perché?
CAM.
Non vorrà lasciare la figlia sola con quel forestiere in camera.
ARL.
Provè a dirghelo.
Fem sto servizio.
Ma no ghe disi chi sia.
Ghe vôi far un'improvvisata.
CAM.
Ora glielo dico.
(Pensate se monsieur Brighella si degnerà di costui).
(da sé, parte)
ARL.
Oh che caro Brighella! No ved l'ora de véderlo.
Vôi retirarm un tantin, per arrivargh all'improvviso.
(si ritira)
SCENA NONA
BRIGHELLA ben vestito, e detto.
BRIGH.
Restate, restate, figlia.
Giuocate alle carte col signor conte.
(verso la porta)
ARL.
(Cappari! L'è vestì da siorazzo3!) (da sé)
BRIGH.
Chi è che me domanda?
ARL.
Son mi, paesan.
Ben vegnudo.
Ho savù che ti è vegnù a Venezia; te son vegnudo a trovar.
BRIGH.
Sì, te vedo volentiera.
Ma a mi sto tu el se poderia sparagnar.
ARL.
No semio amici? No semio camerade?
BRIGH.
Altri tempi, altre cure.
Ti, poverazzo, ti è ancora un povero servitor; mi son qualcossa de più.
ARL.
Coss'et, caro ti?
BRIGH.
No ti vedi in che figura che son?
ARL.
Vedo; me ne consolo: ma caro ti...
BRIGH.
A monte sto ti.
Parla con un poco più de respetto.
ARL.
Caro signor Brighella, la compatissa.
BRIGH.
Cosa fate? State bene?
ARL.
Mi stago ben, e ti?...
BRIGH.
Son stufo de sto ti.
ARL.
Mo se no me posso tegnir.
Com'ela? Me ne consolo.
Ti...
Vossignoria ha fatto fortuna.
BRIGH.
Se ti vedessi mia fia!
ARL.
Stala ben Olivetta?
BRIGH.
Coss'è sta Olivetta?
ARL.
Domando umilissimo perdon.
Cossa fa l'illustrissima to fia?
BRIGH.
Se vede ben, che ti gh'ha dell'omo ordenario.
La sta ben.
ARL.
Me ne consolo.
BRIGH.
Cossa fa sior Pantalon?
ARL.
El nostro patron? El sta ben.
BRIGH.
E so fia?
ARL.
La se fa novizza.
BRIGH.
Lo so.
Col conte Ottavio, n'è vero?
ARL.
Sì, con ello.
Se ti savessi che cavalier generoso!
BRIGH.
Eh! lo so.
Semo amici.
ARL.
Amici?
BRIGH.
Sì.
Avemo disnà insieme anca sta mattina.
Se pratichemo con confidenza.
ARL.
Mo se l'è un siorazzo grando e ricco.
BRIGH.
E mi, cossa credistu che sia?
ARL.
Coss'estu deventà? Cónteme, caro ti.
BRIGH.
Arlecchin, co sto darme del ti, ti la passerà mal.
ARL.
Cara ella, la me conta.
BRIGH.
No ti sa, che siora Olivetta xe la prima ballarina d'Europa?
ARL.
Cossa mo vol dir?
BRIGH.
Vol dir che gh'avemo un mondo de roba, un mondo de bezzi, un mondo de zoggie.
Oe! fina l'orinal d'arzento.
ARL.
Prego el cielo che la possia aver el cantaro d'oro.
BRIGH.
Oh! Arlecchin, se ti vedessi che figura che fa le mie vissere sul teatro! Oh che roba! I omeni i casca morti co i la vede; i se butta fora dei palchi.
Un sora l'altro; casca el teatro, el precipita.
No se pol star saldi.
ARL.
Prego el cielo de no la véder mai.
BRIGH.
Perché mo?
ARL.
Se casca el teatro, no me vorave copar.
BRIGH.
Eh! va via, buffon.
Se ti avessi sentio a Vienna cossa che i diseva in todesco, co la ballava!
ARL.
Cossa diseveli, caro ti?
BRIGH.
Caro ti!
ARL.
Cossa diseveli, cara ella?
BRIGH.
Brig, luch, nix, fauch, mi intendo tutto el todesco.
ARL.
Sì? Cossa vol dir?
BRIGH.
Co la ballava, co la fava quelle capriole, i diseva: Oh cara! oh benedetta quella madre che l'ha fatta! Responde un altro: e gnente a quel povero padre che l'ha arlevada? Me cascava le lagreme dalla consolazion.
ARL.
Mo che bella cossa! Me vôi maridar anca mi.
BRIGH.
Per cossa mo te vustu maridar?
ARL.
Per aver una fia; per non servir più.
Perché la zente no me daga del ti.
BRIGH.
Poverazzo! Ghe vol altro a arrivar al merito della mia creatura! Vedistu quante ballarine che ghe xe? Gnente: val più una piroletta della mia, de cento capriole d'un'altra.
ARL.
Coss'ela mo una piroletta?
BRIGH.
Una piroletta? Eccola.
Ah! (fa la spaccata) Vedistu?
ARL.
Ti sa ballar anca lei?
BRIGH.
Gh'ho insegnà mi a mia fia.
ARL.
Ma dove ti astu ella imparà?
BRIGH.
Mi sono sempre dilettato del ballo.
ARL.
Parla toscano lei?
BRIGH.
Vedete bene; quando si viaggia, si parla...
Ecco mia figlia.
ARL.
Col conte Ottavio.
BRIGH.
Sì.
Il conte Ottavio la serve.
SCENA DECIMA
Il conte OTTAVIO dando il braccio a OLIVETTA; e detti.
OLIV.
Dopo che avrò riposato, sarò da Rosaura a tirare il lotto.
ARL.
Signora...
BRIGH.
Vardè, fia, sto poveromo che ve vol saludar.
OLIV.
Addio.
(ad Arlecchino)
ARL.
Me consolo infinitamente...
OLIV.
Conte, non v'incomodate d'avvantaggio, mi ritiro nella mia camera.
OTT.
Non mi volete?
OLIV.
No, vado a dormire.
OTT.
Non mi volete?
OLIV.
No, vi dico.
OTT.
Un'altra volta.
(la lascia con qualche disprezzo)
OLIV.
(Lo soffro, so io perché).
(da sé)
ARL.
Ela contenta, signora...
OLIV.
Non ho tempo.
ARL.
Mo, cara lustrissima...
OLIV.
Mi par di conoscervi.
ARL.
Son Arlecchin Battocchio.
OLIV.
Sì sì, mi ricordo.
Addio.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
Il conte OTTAVIO, BRIGHELLA, ARLECCHINO, poi il CAMERIERE
ARL.
L'è una signora veramente compita.
(a Brighella)
BRIGH.
Ah! La t'ha dito: addio.
OTT.
Ehi!
CAM.
La comandi.
OTT.
La pipa.
(passeggiando indietro)
CAM.
La servo.
(parte)
BRIGH.
Sior conte, no la va a dormir?
OTT.
Non dormo.
BRIGH.
Anderò mi.
OTT.
Dormite fin che vi chiamo.
BRIGH.
Quando me chiamerala?
OTT.
Mai.
BRIGH.
La vorria che morisse?
OTT.
Una bestia di più, una di meno...
ARL.
El la onora segondo el merito.
(a Brighella)
BRIGH.
Eh! tra de nu se disemo de le burle.
Schiavo, sior conte.
(con aria)
OTT.
Meno confidenza.
(a Brighella)
BRIGH.
(È meio che vada via).
(da sé, parte)
SCENA DODICESIMA
Il conte OTTAVIO, ARLECCHINO, e poi il CAMERIERE
OTT.
Arlecchino.
ARL.
Signor.
OTT.
Che fa Rosaura?
ARL.
Mi credo che la staga ben.
OTT.
Oggi sarò da lei.
CAM.
Eccola servita.
Acciò non s'incomodi, l'ho accesa.
OTT.
Bene.
(gli dà una moneta)
CAM.
Grazie a vossignoria illustrissima.
(Eh! lo conosco il tempo).
(da sé; parte, poi torna)
OTT.
Arlecchino.
ARL.
Signor.
OTT.
Senti.
ARL.
La comandi.
(s'accosta)
OTT.
(Gli getta una boccata di fumo nel viso)
ARL.
Ai altri la ghe dà dei denari, e a mi la me fa sti affronti? Cossa sognia mi, una bestia?
OTT.
(Tira fuori la borsa)
ARL.
(El vien).
(da sé)
OTT.
Va in collera.
ARL.
Corponon, sanguenon.
OTT.
Va in collera.
ARL.
Me maraveio, sangue de mi!
OTT.
Va in collera.
ARL.
Son in furia, son in bestia.
OTT.
Non sai andare in collera.
(vuol riporre la borsa)
ARL.
L'aspetta...
A mi sti affronti? Razza maledetta.
Fiol d'un becco cornù.
OTT.
(Ride, e gli dà una moneta)
ARL.
Porco, aseno, carogna.
OTT.
(Gli dà un'altra moneta)
ARL.
Ladro, spion.
OTT.
(Gli rompe la pipa sulla faccia)
ARL.
No vagh altr in collera.
Basta cussì.
OTT.
Ehi!
CAM.
Comandi.
OTT.
Un'altra pipa.
CAM.
Subito.
(Un altro filippo).
(da sé; parte, poi torna con la pipa accesa)
ARL.
Comandela altro?
OTT.
Vien qui.
ARL.
Signor...
(ha paura)
OTT.
Accostati.
(con collera)
ARL.
Son qua.
(s'accosta)
OTT.
(Gli dà un calcio, e lo fa saltare)
ARL.
Grazie.
OTT.
(Gli dà una moneta) Un'altra volta.
ARL.
Un'altra volta.
OTT.
(Gli fa il simile, e lo fa saltare)
CAM.
Servita.
(gli porta la pipa accesa)
OTT.
(Prende la pipa, e fuma)
CAM.
L'ho accesa per minorargli l'incomodo.
OTT.
(Mette mano alla borsa)
CAM.
(Un altro filippo).
(da sé)
OTT.
(Dà una moneta ad Arlecchino)
ARL.
Un'altra volta.
OTT.
Un'altra volta.
(gli dà il calcio, come sopra, e ripone la borsa)
CAM.
Lustrissimo...
ARL.
Un'altra volta.
OTT.
Un'altra volta.
(gli dà un altro calcio)
ARL.
No gh'è niente.
OTT.
Un'altra volta.
ARL.
Basta cussì.
(parte)
CAM.
(Sta volta l'è andada sbusa).
(da sé) Lustrissimo.
OTT.
Non c'è altro.
(adirato)
CAM.
Gh'è un che la domanda.
OTT.
(Passeggia un pezzo, e poi dice) Chi è?
CAM.
Un certo signor Florindo, livornese.
OTT.
(Passeggia un pezzo, e poi dice) Passi.
CAM.
Oh che uomo curioso! (parte)
OTT.
Bricconi! Dono quando voglio.
(passeggiando e fumando)
SCENA TREDICESIMA
FLORINDO e detto.
FLOR.
Servitor umilissimo del signor conte.
OTT.
Schiavo suo.
FLOR.
Perdoni, se vengo ad incomodarla.
OTT.
Chi è vossignoria?
FLOR.
Florindo Aretusi, per obbedirla.
OTT.
Non la conosco.
FLOR.
Son venuto a pregarla...
OTT.
Non la conosco.
FLOR.
Favorisca d'ascoltarmi.
OTT.
Non parlo con chi non conosco.
(parte)
SCENA QUATTORDICESIMA
FLORINDO solo.
FLOR.
Che maniera è codesta? Così si tratta co'galantuomini? Perché non mi conosce, non mi vuole ascoltare? Ma mi conoscerà.
Saprà ch'io voleva parlargli intorno al suo matrimonio, e sfuggirà di venir meco a parole.
Giuro al cielo, gli parlerò in luogo dove sarà forzato ad ascoltarmi; e se non vorrà udir le mie voci, lo farò rispondere alla mia spada.
SCENA QUINDICESIMA
Il conte OTTAVIO e detto; poi il CAMERIERE
OTT.
M'ha detto il locandiere chi siete.
Parlate, che vi ascolterò.
FLOR.
Che difficoltà avevate voi di trattar meco?
OTT.
Il mondo è pieno di bricconi.
Sedete.
FLOR.
(Mi son note le sue stravaganze).
(da sé; siedono) Signore, mi è stato supposto, che voi vogliate accasarvi colla signora Rosaura Bisognosi; è egli vero?
OTT.
I fatti miei non li dico a nessuno.
FLOR.
Se voi non mi volete dire i fatti vostri, vi dirò io i miei...
OTT.
Non mi curo saperli.
FLOR.
Vi curerete saperli, se vi dirò che la signora Rosaura è meco impegnata.
OTT.
Da quando in qua?
FLOR.
Son anni, che noi ci amiamo.
OTT.
Pantalone è uomo d'onore.
FLOR.
Ma se la figlia non vi acconsente?
OTT.
Vi acconsente.
FLOR.
Forzatamente, forse per obbedienza al padre; non per genio, non per amore di voi.
OTT.
Il cuor non si vede.
FLOR.
Il cuor di Rosaura è mio.
OTT.
Siete pazzo.
FLOR.
Giuro al cielo.
A me pazzo? (s'alza furioso)
OTT.
(Mostra qualche paura)
FLOR.
Colla spada mi renderete conto di tale ingiuria.
OTT.
Ehi!
CAM.
Comandi.
OTT.
(S'avvia verso la camera con qualche timore)
FLOR.
Se non mi lascerete Rosaura, perderete la vita.
OTT.
(Tirandosi su li calzoni e sbuffando parte)
CAM.
Signore, in questa locanda non si fanno bravate.
(a Florindo)
FLOR.
Lo troverò per istrada.
Ditegli che si guardi da un disperato.
(parte)
CAM.
Che diavolo è stato? Anderò io con due o tre compagni a guardar la vita del signor conte.
Di quando in quando butta filippi, che consolano il cuore.
(parte)
SCENA SEDICESIMA
Camera di Pantalone.
PANTALONE e BEATRICE
PANT.
Mia fia xe la più bona creatura de sto mondo, e se nissun la mettesse su, la farave tutto a mio modo, senza una minima difficoltà.
BEAT.
In quanto a me, signor Pantalone, non vi potete dolere; vi ricorderete che questa mattina, in vostra presenza, la consigliava a prendere il conte Ottavio.
PANT.
Ma po dopo, siora, l'avè fatta parlar co sior Florindo.
BEAT.
Io? Che importa a me di Florindo? Sono amica di casa Bisognosi; voglio bene a Rosaura, desidero vederla star bene, e non m'impaccio dove non mi tocca.
PANT.
Ve par che col conte Ottavio Rosaura no starà ben?
BEAT.
Anzi benissimo.
Questa mattina le ho pur detto dieci volte, che dicesse di sì.
PANT.
El xe nobile.
BEAT.
La farà diventar contessa.
PANT.
El xe ricco.
BEAT.
E come! Basta veder quelle gioje.
PANT.
Nol gh'ha altro mal, che el xe un poco lunatico.
BEAT.
Tutti voi altri uomini avete qualche difetto.
PANT.
Florindo finalmente xe fio de fameggia.
BEAT.
E suo padre lo tien corto.
PANT.
So padre no vol morir per adesso.
Sa el cielo, che vita i ghe farave far a mia fia.
BEAT.
Figuratevi! Gente avara!
PANT.
E po quel sporco el xe un boccon de temerario.
BEAT.
Ragazzi che non hanno giudizio.
PANT.
Cara siora Beatrice, vu che sè una donna de proposito, che intende la rason, e che volè ben a mia fia, conseggiela anca vu a quietarse, a sposar volentiera sior conte, a desmentegarse Florindo.
Xe vero che la xe bona, che la xe ubbidiente, ma vorria che la fusse contenta, che la lo fasse de cuor; e vu colle vostre parole podè farghe cognosser la verità, e farla esser de bon umor.
BEAT.
Non dubitate, signor Pantalone, che farò di tutto per illuminarla, per darle animo; vado in questo momento a ritrovarla nella sua camera, e vorrei che foste presente a sentirmi, che son certa rimarreste contento.
PANT.
Andemo, vegnirò anca mi.
BEAT.
Oh! no.
È meglio ch'io vada sola; parlerò con libertà.
PANT.
Via, fe pulito.
Ma...
fermeve.
No ghe xe bisogno d'andarla a trovar.
La xe qua che la vien.
BEAT.
(Ora son nell'imbroglio).
(da sé)
SCENA DICIASSETTESIMA
ROSAURA e detti.
ROS.
Signore, ho ricevuto questo viglietto.
Lo pongo nelle vostre mani.
PANT.
Chi scrive?
ROS.
Il signor conte Ottavio.
PANT.
El vostro novizzo.
ROS.
(Ma!) (da sé)
BEAT.
Cosa scrive di bello il signor conte?
PANT.
Adessadesso la 'l saverà anca ella.
(legge piano)
BEAT.
Scrive bene? Ha bel carattere? (osservando sulla carta)
PANT.
La toga; vorla lezerla? La se serva.
BEAT.
Sì, leggerò io.
(prende la lettera)
PANT.
Cussì la sarà contenta.
BEAT.
Signora sposa.
(legge) Sentite? Signora sposa.
Oggi verrò da voi.
Verrà una ballerina, tireremo un lotto.
Badate bene che non vi sia il Livornese.
Sono vostro sposo e servitore Ottavio del Bagno.
Avete sentito? (a Rosaura)
PANT.
Cossa salo del Livornese?
BEAT.
Gli sarà stato detto.
PANT.
Orsù, che Florindo no vegna più in casa mia.
Vu no lo stè a ricever; no ghe dè speranze, e finimo sto pettegolezzo.
ROS.
(Si asciuga gli occhi, mostrando di piangere)
PANT.
Via, coss'è sto fiffar4? Sè una putta prudente, pensè al vostro ben.
Sentì cossa che dise siora Beatrice: una fortuna de sta sorte no la s'ha da lassar andar.
Cossa disela? (a Beatrice)
BEAT.
Chi mai sarà questa ballerina?
ROS.
Credo sarà Olivetta: per quello che mi ha detto Arlecchino, è alloggiata alla locanda col conte Ottavio, e so che questo gentilissimo cavaliere l'ha tenuta a pranzo con lui.
PANT.
No saveu, cara fia? Alle locande se fa tavola rotonda.
I forastieri i magna tutti insieme.
Sior conte xe un omo de proposito; el xe ricco, e vu sarè una prencipessa.
Siora Beatrice, la ghe fazza rilevar a mia fia sto boccon de fortuna.
BEAT.
Pensava adesso a quel che scrive il signor conte Ottavio.
Tireremo un lotto.
Sapete voi che lotto egli sia? (a Rosaura)
ROS.
Io non so nulla.
PANT.
No parlemo de lotti.
El più bel lotto per mia fia xe sto matrimonio.
Siora Beatrice, quel che la m'ha dito a mi, la ghe lo diga a Rosaura.
BEAT.
Caro signor Pantalone, compatite.
Ho curiosità di rileggere questo viglietto.
PANT.
No ala sentio? Velo qua.
Oggi verrò da voi.
Verrà una ballerina.
Tireremo un lotto.
Badate bene che non vi sia il Livornese.
Questo xe quel che importa.
Florindo ha fatto qualche pettegolezzo.
Sto Florindo no gh'ha giudizio.
La ghe diga ella a mia fia, che bel cambio la farave lassando un conte, per tor una frasca.
BEAT.
Certo.
Il signor Florindo avrà parlato.
ROS.
Ora, signor padre, lo maltrattate.
Una volta non dicevate così.
PANT.
Una volta giera una volta.
Adesso no posso più dir cussì.
El m'ha perso el respetto.
BEAT.
Vi ha perso il rispetto? Oh, signora Rosaura!
PANT.
La ghe diga le parole.
(a Beatrice)
BEAT.
(Abbiate pazienza).
(piano a Rosaura)
PANT.
Forte, che senta.
BEAT.
In verità direi di quelle cose, che non sono da dire.
PANT.
Qua no bisogna grattar le recchie a nissun, parlemo con libertà.
SCENA DICIOTTESIMA
ARLECCHINO e detti.
ARL.
Signori, l'è qua Brighella colla lustrissima siora Olivetta so fia, che vol onorarli de una visita.
PANT.
Adesso no gh'avemo tempo...
BEAT.
Oh! sì, sì, signor Pantalone, che vengano.
(È bene di tener divertita la signora Rosaura; meno che ci pensa, è meglio).
(a Pantalone)
PANT.
Vorria che destrighessimo quel che preme più.
ARL.
Cossa disela? Se i femo aspettar, i va in collera.
BEAT.
Vengano, vengano.
È vero, signor Pantalone?
PANT.
Che i vegna.
(Sta donna vol tutto a so modo).
(da sé)
ARL.
Ghe dago un avvertimento.
A Brighella no le ghe daga del ti, per amor del cielo.
(parte)
BEAT.
Rosaura, state allegra, divertitevi, non dubitate che sarete contenta.
ROS.
Sarei contenta, se avessi un cuor come il vostro.
BEAT.
Oh! ecco la ballerina.
SCENA DICIANNOVESIMA
BRIGHELLA ed OLIVETTA in abito di gala, con due ballerini che le danno braccio; e detti.
OLIV.
Serva di lor signore.
ROS.
Olivetta, vi riverisco.
Ben ritornata.
OLIV.
(Olivetta! Crede ch'io sia ancora una serva).
(da sé)
BRIGH.
(L'ha magnà el manego della scoa)5.
(da sé)
PANT.
Me rallegro.
Ben venuti.
Caspita! Semo in aria6.
BRIGH.
Cossa vorla? Povera zente: ma gh'avemo el nostro bisogno.
BEAT.
Venite qui, signora Olivetta, lasciatevi vedere.
Siete molto sfarzosa.
OLIV.
Oh! cara signora, siamo da viaggio.
Con questo straccio di abito mi vergogno.
BEAT.
Capperi! Da viaggio? Avete delle belle gioje.
BRIGH.
Bagattelle, védela, bagattelle.
La vederà po'col tempo.
Deme una presa de tabacco.
(ad Olivetta)
PANT.
Chi eli quei signori? (i ballerini s'inchinano)
OLIV.
Sono due ballerini, che ho condotto con me di Germania.
(dà la scatola d'oro a Brighella)
BRIGH.
Do poveri putti, che gh'avemo pagà el viazo per vegnir in Italia.
La favorissa.
La se degna.
No l'è miga princisbech, sala? (dando tabacco)
PANT.
Avè fatto dei gran bezzi.
BRIGH.
No l'ha sentio le nove? La mia putta xe nominada per tutto el mondo.
PANT.
Vi vedremo a ballare? (ad Olivetta)
OLIV.
Può essere.
BRIGH.
Eh! Sarà difficile.
No i vol spender in sti paesi.
PANT.
No i vol spender? Se i paga più un ballerin de un poeta!
BEAT.
Se voleste, vi sarebbe ora un'occasione bellissima.
OLIV.
Chi sa! Per farmi vedere, forse forse, ballerei.
BRIGH.
Se fa opera?
BEAT.
Sì.
Vi è un'opera buffa; se volete, parlerò all'impresario.
BRIGH.
Oe! Un'opera buffa! (ad Olivetta, ridendo)
OLIV.
Oh! signora mia, non mi avvilisco tanto.
BRIGH.
Un'opera buffa! Oh via! Semo vegnui in Italia a acquistar qualcossa.
BEAT.
Ma in oggi nelle opere buffe ballano i primi soggetti.
BRIGH.
Una donna de sta sorte che ha fatto la prima figura su tutti i teatri regi, imperiali, ducali e monarcali? (tutti ridono)
OLIV.
(Povera gente!) (da sé)
ROS.
(Se avessi voglia di ridere, costoro mi farebbero smascellare).
(da sé)
BEAT.
(Che dite? Quanta superbia!) (a Pantalone)
PANT.
(I gh'ha rason.
È xe el so secolo).
(a Beatrice)
BRIGH.
Gh'aveu el relogio d'oro? Vardè mo, che ora fa.
OLIV.
Signore mie, non istieno a disagio per causa mia.
Sono 23 ore.
Seggano, se comandano.
BEAT.
Grazie alla sua gentilezza.
Accomodiamoci, giacché la signora Olivetta ce lo permette.
PANT.
Oh! che cara siora Beatrice! (tutti siedono)
OLIV.
La signora Rosaura è sposa, non è vero?
ROS.
Lo sapete anche voi?
OLIV.
Me l'ha detto il conte!
ROS.
Il conte? Avete della gran confidenza con lui.
OLIV.
Oh, non mi prendo gran soggezione.
BRIGH.
Semo avvezzi a praticar prencipi, marascialli, plenipotenziari.
PANT.
(Oh! Co bello che xe costù!) (da sé)
OLIV.
So anche che il signor Florindo è sulle furie, e ha minacciato il signor conte.
BRIGH.
E sior conte el gh'ha una paura, che el trema da tutte le bande.
BEAT.
Eccolo il signor conte.
PANT.
Rosaura, abbiè giudizio.
ROS.
(Che giornata è questa per me!) (da sé)
SCENA VENTESIMA
Il conte OTTAVIO e detti; poi ARLECCHINO
OTT.
(Saluta senza parlare; tutti s'alzano, fuor che OLIVETTA e BRIGHELLA.
OTTAVIO guarda d'intorno con attenzione e paura).
PANT.
Cossa vardela, sior conte?
OTT.
Vi è il Livornese?
PANT.
No la se dubita, nol gh'è, e nol ghe vegnirà.
OTT.
Schiavo, signora sposa.
ROS.
Serva sua.
OTT.
Schiavo, ballerina.
Schiavo, grassotta.
(a Beatrice)
BEAT.
Il signor conte mi burla.
OTT.
Sempre i guanti.
(a Rosaura)
ROS.
Ma, signore...
OTT.
Ve li caverete questa sera.
Ballerina, avete dormito?
OLIV.
Ballerina! Che cos'è questa confidenza?
BRIGH.
Gran bel trattar via de qua: sempre madama.
OTT.
Avete portato il lotto?
OLIV.
La corniola è qui.
I viglietti si fanno presto.
BRIGH.
Se le vol, mi li fazzo in t'un momento.
OTT.
Da scrivere.
PANT.
Oe, portè da scriver.
ARL.
(Porta un tavolino da scrivere, vicino ad Ottavio e Brighella)
OTT.
Un'altra volta.
(ad Arlecchino)
ARL.
Un felippo alla volta; vado drio fin doman.
(parte, poi torna)
OTT.
Scrivete.
(a Brighella)
BRIGH.
Son qua.
Numero uno.
OTT.
La signora Rosaura.
(e dà un zecchino a Olivetta)
BRIGH.
Numero do.
(scrivendo)
OTT.
La grassotta (dà un zecchino)
BEAT.
Obbligatissima.
BRIGH.
Numero tre.
OTT.
Signor Pantalone.
(dà un zecchino)
PANT.
Anca per mi? Grazie.
BRIGH.
Numero quattro.
OTT.
La ballerina.
(dà un zecchino)
OLIV.
Troppo gentile.
BRIGH.
La signora Olivetta, virtuosa de Sua Maestà, ecc.
Numero cinque.
OTT.
Brighella.
(dà un zecchino)
BRIGH.
Il signor Brighella.
Numero sei.
OTT.
Conte Ottavio.
(dà un zecchino)
BRIGH.
Numero sette.
OTT.
(Guarda li due ballerini) Chi sono coloro?
BRIGH.
Do galantomeni nostri amici.
OTT.
Mettete.
(alli due ballerini, quali si guardano fra di loro) Ho inteso, non ne hanno.
Scrivete: due spiantati.
(dà due zecchini)
BRIGH.
Numero sette.
Monsù Bilanzè.
Numero otto.
Monsù Sassè.
Numero nove.
(guardando Ottavio)
OTT.
Arlecchino.
(chiama)
ARL.
Signor?
OTT.
Scrivete: Arlecchino.
BRIGH.
Un servitor?
OTT.
È stato vostro camerata.
Scrivete.
(dà un zecchino)
BRIGH.
Basta, lo metteremo.
ARL.
Cossa se venze?
OLIV.
Una corniola.
ARL.
Corniola? Sta roba se mette al lotto? Se ghe n'è da cargar una nave.
BRIGH.
Numero dieci.
OTT.
(Guarda d'intorno, non vede alcuno)
BRIGH.
Numero dieci.
OTT.
Non v'è altri.
BRIGH.
Se no i gh'è tutti, no se pol cavar.
OTT.
Uh! (con disprezzo a Brighella) Scrivete.
BRIGH.
Scrivo.
OTT.
Un ladro.
BRIGH.
Un ladro?
OTT.
Sì, un ladro.
Ecco il zecchino.
(dà un zecchino)
BRIGH.
Chi elo sto ladro?
OTT.
Lo conosco io.
BRIGH.
Un ladro.
Ecco finido.
BEAT.
Questo ladro sarà il signor conte.
OTT.
Come?
BEAT.
Sì, perché ha rubato il cuore alla signora Rosaura.
OTT.
Brava, grassotta.
Ah! Che dite? (a Rosaura)
ROS.
(Beatrice tien da chi vince).
(da sé)
PANT.
Via, allegramente.
(a Rosaura)
BRIGH.
Adesso bisogna far i bollettini.
OTT.
Li ho portati io fatti.
Eccoli.
BRIGH.
Mettemoli in due cappelli.
(offre il suo cappello)
OTT.
Sporco.
(tira fuori due fazzoletti puliti: mette i viglietti in uno e nell'altro.
Ne dà uno a Rosaura, e l'altro a Beatrice)
BRIGH.
Chi caverà i viglietti?
OTT.
Vi vorrebbe un innocente.
BEAT.
Io.
OTT.
Grassotta, galeotta!
PANT.
Vorla che fazza vegnir el mio puttelo de mezzà?
OTT.
Sì.
PANT.
Chiamè Tonin.
(ad Arlecchino)
ARL.
(Parte)
OTT.
Qui sono i numeri.
Qui la grazia.
E chi non ha la grazia, avrà qualche cosa.
OLIV.
Che cosa?
OTT.
Una sentenza.
Un motto.
Una bizzarria.
Sentirete.
BRIGH.
Eli questi i numeri? (ne spiega alcuni, trova il numero quattro, e lo nasconde con arte) (Questo l'è el numero quattro, el numero de mia fia.
Se posso, vôi cuccar7 anca la corniola).
(da sé)
SCENA VENTUNESIMA
TONINO e detti.
TON.
Cossa comandela? (a Pantalone)
PANT.
Senti, cossa dise sior conte.
OTT.
Cavate un viglietto qui, uno qui; uno qui, uno qui; uno qui, uno qui.
TON.
Ho inteso.
BRIGH.
Vegnì qua: ve insegnerò mi.
(Co vien la grazia, tirè fora questo.
Scondèlo: ve darò un ducato).
(piano a Tonino)
TON.
(Ho inteso).
(va a cavare)
BEAT.
(Vorrei che toccasse a me).
(da sé)
PANT.
Rosaura, ancuo per vu se cava do lotti.
Uno ve tocca seguro.
ROS.
E quale, signore?
PANT.
Velo là: sior Ottavio.
OTT.
Bravo suocero.
TON.
(Cava un viglietto)
OTT.
Leggete.
(a Tonino)
TON.
(Legge)
Metto per forza, e mai mi tocca grazia;
Getto il denaro, e niuno mi ringrazia.
BEAT.
Oh bello! Che numero è?
TON.
Numero due.
BEAT.
Maledetto! Il mio, date qui.
(si fa dare il viglietto da Tonino)
OLIV.
Chi ha scritto questa bella cosa?
OTT.
Zitto.
Cavate.
(a Tonino)
TON.
(Cava e legge)
Con buona grazia di vossignoria,
I lotti sono una birbanteria.
BEAT.
È vero, date qui.
(come sopra)
OLIV.
La corniola val più di dieci zecchini.
BRIGH.
L'avemo comprada a Petervaradino.
OTT.
Il numero.
(a Tonino)
TON.
Numero nove.
BRIGH.
Arlecchin.
(leggendo)
ARL.
Za delle corniole no ghe ne manca.
(parte)
TON.
(Cava e legge)
Oh! razza bella e buona,
Sto a vedere che tocchi alla padrona.
BEAT.
(Oh! toccherà a lei senz'altro).
(da sé)
OLIV.
Ci sono anch'io, mi può toccare.
OTT.
Zitto.
Il numero.
(a Tonino)
TON.
Numero tre.
PANT.
Son mi.
Za al mio solito.
Mai ghe n'ho vadagnà uno.
TON.
(Cava e legge)
Arte e industria ci vuole,
Perché a scialar non bastan le capriole.
OLIV.
Questo poi è troppo.
BRIGH.
L'è un'insolenza! La scriveremo ai nostri protettori.
BEAT.
Date qui, date qui.
(come sopra)
OLIV.
Non mi è mai stato perduto il rispetto.
OTT.
Zitto.
BRIGH.
Animo, cavè.
(a Tonino)
TON.
(Cava e legge)
Ecco, la grazia è questa:
A chi toccò, possa cascar la testa.
OTT.
Il numero.
(a Tonino)
TON.
Numero quattro.
OTT.
La ballerina.
BEAT.
(Legge)
Ecco, la grazia è questa:
A chi toccò, possa cascar la testa.
OLIV.
Mi è toccata legittimamente.
Io non ne ho colpa.
BRIGH.
I parla per invidia.
BEAT.
(Legge)
Oh! razza bella e buona,
Sto a vedere che tocchi alla padrona.
OLIV.
E così? Che vorreste dire? È il primo caso questo, che il lotto tocchi a chi lo fa?
BEAT.
(Legge)
Arte e industria ci vuole,
Perché a scialar non bastan le capriole.
OLIV.
Oh! questa poi non la posso soffrire.
(s'alza)
BRIGH.
L'è un insolenza.
OLIV.
Andiamo via.
BRIGH.
Schiavo, siori.
OLIV.
Il signor conte me la pagherà.
(parte)
BRIGH.
(Se troveremo fora d'Italia).
(parte coi ballerini)
OTT.
(Ride)
TON.
(Vado a prendere il mio ducato).
(da sé, parte)
ROS.
Mi dispiacciono assai queste scene.
PANT.
Ve tolè suggizion de uno che xe stà nostro servitor?
BEAT.
Con noi viene a far le grandezze? Ha fatto bene il signor conte a mortificarli.
OTT.
(Ride)
BEAT.
Ma intanto ha portato via dieci zecchini e la corniola.
OTT.
(Ride)
PANT.
Orsù, sior conte, discorremo dei fatti nostri.
Quando vorla che destrighemo sto negozio?
OTT.
Questa sera.
PANT.
Donca bisognerà...
OTT.
A tre ore.
PANT.
Bisognerà mandar a chiamar...
OTT.
Verrò a tre ore.
PANT.
Ho inteso: darò i ordeni...
OTT.
Sposa.
PANT.
Via, respondeghe.
(a Rosaura)
ROS.
Signore.
OTT.
A tre ore...
Grassotta, a tre ore.
Suocero, a tre ore.
Mi vado a metter all'ordine.
(parte)
PANT.
Aveu sentio? A tre ore.
(a Rosaura, e parte)
ROS.
La mia sentenza l'ho intesa.
A tre ore sarò sagrificata.
(parte)
BEAT.
A un tal sagrificio vi sono andata una volta, e vi anderei la seconda.
(parte)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Strada.
FLORINDO solo.
FLOR.
Ah conte pusillanimo e vile! Egli va accompagnato dagli sgherri, per timore di me.
L'ha indovinata.
L'avrei disteso sulla porta di Pantalone, se da quattro non foss'ei stato difeso.
Contro quattro non posso solo azzardarmi; però, o non sarà sempre da cotal gente scortato, o lo assalirò con forze eguali per atterrarlo.
Lo voglio estinto.
Voglio levarmi dagli occhi un rivale, a costo di dover perder la vita.
Eccolo; il mio sdegno non sa frenarsi.
Se non temessi di essere soverchiato...
Basta; tratterrò a più potere la collera, ma gli parlerò.
SCENA SECONDA
Il conte OTTAVIO, il CAMERIERE di locanda e altri tre uomini; e detto.
OTT.
(Viene avanti, e gli uomini lo seguono; quando vede Florindo, si ferma; fa passare due uomini avanti, e si mette nel mezzo per esser difeso)
FLOR.
Signor conte, avrei necessità di parlarvi.
OTT.
Ehi! (agli uomini, che stieno attenti, e li va disponendo per sua difesa)
CAM.
Non dubiti.
Siamo con lei.
FLOR.
Di che avete timore? Io non son qui per offendervi.
Bramo solo di ragionarvi, ed il mio ragionamento sarà brevissimo.
Signore, sono tre anni ch'io amo la signora Rosaura, e che sono da lei amato.
OTT.
(Colla mano al mento fa segno che non gl'importa)
FLOR.
Io non posso vivere senza di lei, e giacché devo morire, sono disposto a intraprendere qualunque pazza risoluzione.
OTT.
(Ammazzatelo).
(agli uomini)
CAM.
(Per difenderla, siamo qui; ma per altro...) (piano al conte)
FLOR.
Mi maraviglio, come un uomo d'onore possa aspirare ad un simile matrimonio.
La signora Rosaura vi aborrirà in eterno; e sin ch'io viva, non isperate mai d'aver pace.
OTT.
(Dà delle monete al Cameriere di locanda)
CAM.
Obbligatissimo alle sue grazie.
OTT.
(Ammazzatelo).
(piano al Cameriere)
CAM.
(Chi fosse pazzo!) (da sé)
FLOR.
Voi non mi rispondete? Che modo di pensare è il vostro? Mi maraviglio di voi.
CAM.
Signore, non si riscaldi tanto.
(a Florindo)
FLOR.
Difendetelo finché potete.
Ma giuro al cielo, sarà vana la vostra scorta.
Troverò io la maniera di deludere voi e lui.
Voi siete schiavi dell'interesse; egli è uno stolido che non sa vivere, e non viverà lungo tempo.
(parte)
OTT.
(Sta alquanto immobile, va per seguire Florindo; poi si pente.
Torna indietro, e parte dalla banda opposta)
CAM.
Grande spirito! Gran bravura! (lo segue coi compagni)
SCENA TERZA
Camera di Pantalone con tavolino, lumi e sedie.
BEATRICE, poi PANTALONE
BEAT.
Io sono imbrogliatissima tra Rosaura, Pantalone, Florindo ed il conte Ottavio.
Con tutta la mia franchezza, qualche volta mi perdo.
Ma finalmente che cosa può accadere? Che Rosaura sposi l'uno, o sposi l'altro, per me è lo stesso.
PANT.
Ah pazenzia!
BEAT.
Che c'è, signor Pantalone?
PANT.
Siora Beatrice, mi son l'omo più appassionà de sto mondo.
BEAT.
Ma perché? La signora Rosaura non si è rassegnata al vostro volere? Non ha detto che sposerà il conte Ottavio? Non fa ella tutto quel che volete?
PANT.
Siora sì, xe vero; ma la lo fa per forza.
BEAT.
E per questo?
PANT.
E per questo, considero e penso che vago a rischio de volerla precipitada.
BEAT.
Adesso ci pensate?
PANT.
Ghe penso adesso, che no ghe xe più remedio.
Adesso ghe penso, che la vedo pianzer con tanto de lagreme, che la vedo tremar da capo a piè, ogni volta che sona le ore, perché se avvicina quella delle so nozze.
La m'ha dito diese parole che m'ha serrà el cuor.
La m'ha dito cosse che me cava le lagreme, e me farà suspirar per tutto el tempo de vita mia.
BEAT.
Non vi tormentate, signor Pantalone.
Vi è ancora tempo.
Il matrimonio non è ancora fatto.
Troviamo un mezzo termine per non farlo.
PANT.
Che mezzo termine? Semio putteli? Quanto ghe manca a tre ore? Adessadesso xe qua sior conte.
Cossa voravela che ghe disesse? Son galantomo, son omo d'onor, e non son capaze de usar una mala azion.
BEAT.
Dunque seguiranno le nozze.
PANT.
Le seguirà.
BEAT.
Se han da seguire, acquietatevi.
Non occorre pensarci più.
PANT.
Ah! se Rosaura se quietasse, se Rosaura se desponesse a torlo con un poco più de dolcezza, spereria col tempo de véderla contenta, e me consolerave anca mi.
BEAT.
Volete che le parli?
PANT.
Parleghe.
Diseghe che a tre ore ghe ne manca do; che ella xe orbada da un altro amor, e che el so povero pare xe desperà.
BEAT.
(Oggi mi tocca a fare la confortatrice.
Con un poco di sì, e un poco di no, contento tutti).
(parte)
SCENA QUARTA
PANTALONE, poi ROSAURA
PANT.
Florindo xe causa de tutto.
Florindo xe vegnù a tentarla...
Ma poverazzo! Anca lu gh'ha rason.
Ghe l'aveva quasi promessa.
L'ha fatto sto viazo co sta speranza, co sto amor...
Confesso el vero, m'ha orbà l'interesse.
Ah maledetto interesse! Ecco el bel frutto che son per cavar dalle to lusinghe! Povera putta sagrificada! Povera reputazion in pericolo! Povero Pantalon travaggià! (siede al tavolino, sostenendo la fronte colle mani; in questo)
ROS.
(Povero padre! So che mi ama, ed è forzato a tormentarmi per solo punto d'onore.
Merita di essere consolato).
(da sé)
PANT.
Ah, morissio avanti tre ore!
ROS.
Signor padre.
PANT.
Ah! son desperà.
ROS.
Perché, signore? Consolatevi, per amor del cielo.
PANT.
Che motivo gh'oggio de consolazion?
ROS.
Non vi basta una figlia umile e rassegnata?
PANT.
No, no me basta.
ROS.
Che volete di più?
PANT.
Vorave aver una fia contenta.
ROS.
L'avrete, signore, subito che sarete rasserenato.
PANT.
Ti me par un pochetto più allegra.
Gh'è qualche novità?
ROS.
Volete che io pianga sempre? Il mio dolor l'ho sfogato.
Ora non penso ad altro che a voi.
Comandatemi, signor padre, vi obbedirò senza pena.
PANT.
Distu da senno, anema mia?
ROS.
Non mentirei per tutto l'oro del mondo.
PANT.
Ti sposerà sior conte?
ROS.
Lo sposerò.
PANT.
Ma perché lo sposerastu?
ROS.
Perché voi me lo comandate.
PANT.
Ma ti lo sposerà contra genio, ti lo sposerà per forza, e te vederò tormentada, piena de lagreme e de dolor.
ROS.
No, signor padre, non dubitate.
Fino che me lo avete comandato con austerità, vi ho obbedito con pena; ora che me lo incaricate con tenerezza, farò il possibile per obbedirvi con giubbilo e con prontezza.
PANT.
Oh Dio! muoro dalla consolazion.
Rosaura, no te tradir.
ROS.
Non è possibile ch'io mi tradisca, seguendo le disposizioni del genitore.
Il vostro amore non può che disporre di me con profitto, ed io ciecamente mi sottoscrivo.
PANT.
Cara Rosaura, vederastu de bon occhio el novizzo?
ROS.
Farò il mio dovere.
PANT.
Ghe vorrastu ben?
ROS.
Non lascerò di dargli testimonianze d'affetto.
PANT.
Penserastu più a sior Florindo?
ROS.
Come c'entra Florindo in questo ragionamento? Da che voi me lo avete vietato, i labbri miei non lo hanno più nominato.
Anche il mio cuore ha preso impegno di non rammentarlo, e voi siete il primo che me lo ha suggerito...
(con calore)
PANT.
Tasi, fia mia, che no te lo nomino mai più.
ROS.
(Che violenze son queste! Che angustie ad un povero cuore afflitto! Come si può resistere a tanta pena?) (da sé)
PANT.
Coss'è fia? Cossa gh'astu? Tornistu da capo?
ROS.
Non mi crediate così volubile.
Quel che ho detto, l'ho detto per mantenerlo.
PANT.
Tre ore no le xe tanto lontane.
ROS.
Bene.
PANT.
Tremistu?
ROS.
Perché ho da tremare?
PANT.
Co no ti tremi più, xe bon segno.
ROS.
(Tremo, ma non si vede).
(da sé)
PANT.
Adessadesso vegnirà el novizzo.
ROS.
Venga, col nome del cielo.
PANT.
Ti ghe darà la man?
ROS.
Certamente.
PANT.
Senza pianto?
ROS.
Ci s'intende.
PANT.
Ti sarà so muggier?
ROS.
Così spero.
PANT.
Ti speri, cara, ti speri? Siestu benedetta! Te vedo el cuor: ti lo fa per mi.
El mio dolor t'ha mosso; la mia desperazion t'ha fatto mover a compassion.
Ah! sangue mio, ti me fa pianzer dalla consolazion.
(piange)
ROS.
(Povero il mio cuore!) (da sé; piange)
PANT.
Ti pianzi?
ROS.
Piangete voi, non volete che pianga ancor io?
PANT.
Ti gh'ha rason; no pianzemo più.
Cara la mia fia: allegramente.
Rassegnate al voler del cielo, e assicurate che la carità che ti gh'ha per to pare, sarà dal cielo recompensada.
SCENA QUINTA
BEATRICE e detti.
BEAT.
Come va, signor Pantalone?
PANT.
Ah! siora Beatrice, son in t'un mar d'allegrezza.
Rosaura xe rassegnada de cuor.
La sposerà sior Ottavio, la lo farà volentiera.
No la me vol véder a morir desperà...
BEAT.
Brava Rosaura, me ne rallegro.
ROS.
Sì, rallegratevi che ne avete ragione.
BEAT.
Come! Non è forse vero?...
PANT.
Siora sì, che xe vero.
Cossa diseu?
ROS.
Vero, verissimo.
Caro signor padre non vi tormentate.
Son allegra, son contenta, brillo, giubbilo.
Son fuor di me stessa.
(Oh Dio! Se non vado a piangere mi sento soffogar dal dolore).
(da sé; parte)
PANT.
Vegnì qua, dove andeu?
BEAT.
Lasciatela andare, poverina; datele un poco di libertà.
PANT.
Mo la gran bona putta! Mo la gran creatura ubbidiente!
BEAT.
Vedete s'io sono una donna di garbo? Io l'ho ridotta a questa bella rassegnazione.
PANT.
Ella l'ha ridotta?
BEAT.
Sì, io le ho detto che, per amor di suo padre, si sforzi almeno a mostrarsi allegra e contenta.
PANT.
Donca la s'ha sforzà? No la l'ha fatto de cuor? Adesso mo...
(vuol andar da Rosaura)
BEAT.
Fermatevi, farete qualche sproposito.
PANT.
Vôi saver se la finze, o se la parla da senno.
BEAT.
Non finge assolutamente, dice davvero.
PANT.
Mo se la dise ella, che la l'ha conseggiada a sforzarse.
BEAT.
Sì, a sforzarsi a superar la passione.
L'ha superata; cosa volete di più? È rassegnata, è contenta; se anderete a stuzzicarla, farete peggio.
PANT.
Cara siora Beatrice, xe un pezzo che ve cognosso, e gnancora no ve capisso.
BEAT.
E pur son facile a farmi capire.
Quel che ho in cuore, ho in bocca.
PANT.
Sarò mi un allocco, che no la intende.
Non ghe vôi più pensar; l'ora se va avanzando.
Vago a dar i mi ordeni, e sta sera se farà tutto.
Oh! Giove, Giove, dame grazia che mia fia sia contenta, che la diga la verità.
(parte)
BEAT.
Il signor Pantalone vorrebbe che Rosaura fosse contenta.
Non è facile che sia contenta, quando perde un amante.
(parte)
SCENA SESTA
Camera di locanda con lumi.
Il CAMERIERE di locanda ed ARLECCHINO
ARL.
Se poderia parlar co sior Brighella?
CAM.
Il signor Brighella non è in casa.
È andato alla barca di Padova a fermare il posto, perché vuol partir questa sera.
ARL.
Così presto el vol andar via?
CAM.
È tornato a casa tutto arrabbiato; ha fatto i bauli in fretta, e dice che vuol partir questa sera, e non so perché.
ARL.
Gh'è stà qualche radego in casa dei me patroni, per causa de una corniola.
CAM.
Ho piacere che vadano via: sono superbi insoffribili.
ARL.
Me maraveggio, che signori de quella sorte se degna de andar in barca de Padova.
CAM.
Finalmente operano da quel che sono.
Basta dire che il signor Brighella, con la parrucca inanellata, mette da sé colle sue mani le candele di sevo sui candelieri.
ARL.
Siora Olivetta dov'ela? Voi saludarla, avanti che la vada via.
CAM.
La signora Olivetta è in camera del conte Ottavio, che fa i complimenti della partenza.
ARL.
Col conte Ottavio? Se i era in collera.
CAM.
Sì, erano in collera, e hanno fatto la pace.
ARL.
Bravi; i se giusta presto.
CAM.
Eccolo qui il signor Brighella, vestito da viaggio.
ARL.
Me despiase solamente no poderghe dar del ti.
SCENA SETTIMA
BRIGHELLA e detti.
BRIGH.
Diseghe al mio staffier, che adessadesso anderemo via.
(al Cameriere)
CAM.
Sarà servita.
BRIGH.
Siora Olivetta dov'ela?
CAM.
È dal signor conte.
Comanda ch'io la chiami?
BRIGH.
No no, no l'incomodè.
Avvisè el staffier.
CAM.
Subito.
(E poi mi darà di mancia due soldi).
(da sé, parte)
ARL.
Sior Brighella la reverisco.
BRIGH.
Schiavo.
ARL.
La vol andar via cussì presto?
BRIGH.
Cossa voleu che fazza in sti paesi? Io sono avvezzo a star alle corti.
ARL.
E la vol andar in barca de Padova?
BRIGH.
Chi v'ha dito sta cossa?
ARL.
El camerier.
BRIGH.
Ho preso un bucintoro.
ARL.
Un bucintoro? El l'averà fatto far a posta.
BRIGH.
Un bucintoro, siorsì; via de qua ai burchielli se ghe dis bucintori.
Cosa savì voi altri papagalli?
ARL.
Ma perché sta ressoluzion cussì serpentina8?
BRIGH.
In sti paesi no se stima la virtù, no se respetta le persone de merito.
Aveu visto el bel accoglimento, che avemo recevudo da quella canaglia? Poveri peocchiosi! I vede una putta civil; vestia con tanta proprietà; con un zoggiello al collo che li compra quanti che i xè, e i la tratta in quella maniera?
ARL.
Certo che i ha mancà al so dover.
BRIGH.
Appena i la saluda?
ARL.
No i sa le creanze.
BRIGH.
E mi cossa songio? Cussì se parla con un omo, che è stado in conversazion con tanti sovrani?
ARL.
Caro Brighella, ti gh'ha rason.
BRIGH.
Bisogna véder via de qua, quando parla mia figlia.
Tutti stanno colla bocca aperta a sentirla.
E qua i la strapazza? I ghe perde el respetto? No i è degni de zolarghe le scarpe alla mia creatura.
ARL.
Crédime...
la me creda, che me despiase.
BRIGH.
Lumaga no se vede? Che diavolo ha costui?
ARL.
Ti parli toscano?
BRIGH.
E tu parli da villano, quale sei originato.
SCENA OTTAVA
OLIVETTA, il conte OTTAVIO e detti.
OLIV.
Tant'è, conte, voglio partire.
OTT.
Partirete poi.
ARL.
Siora Olivetta, ghe son servitor.
OLIV.
Va, di' alla tua padrona, e a quell'altra sudicia di Beatrice, che quando sarò in Germania, scriverò loro i miei sentimenti.
(ad Arlecchino)
BRIGH.
E la nostra lettera la faremo stampare.
ARL.
Non dubiti: ghe lo dirò in stampa di rame.
OTT.
Partirete poi.
BRIGH.
il bucintoro è fermato.
OTT.
Pagherò io.
BRIGH.
E po, per dirghela, su sta locanda se spende troppo.
I vole un felippo al zorno.
OTT.
Pagherò io.
OLIV.
Che dite voi, papà?
BRIGH.
Cossa voleu che diga, cara fia? Sior conte l'è tanto zentil, che no saverave dirghe de no.
OLIV.
Via, per compiacervi, resterò qualche giorno.
BRIGH.
Arlecchin, feme un servizio.
Andè da parte mia a licenziar la barca.
ARL.
El bucintoro dov'elo?
BRIGH.
Disìlo a quei della barca da Padova, che tanto basta, loro intenderanno.
ARL.
(Ho inteso anca mi.
El bucintoro! La va via, la va via, la va via)9.
(parte)
OLIV.
Ma, signore, non vorrei che la sua sposa avesse di me gelosia.
OTT.
Andate a disfar i bauli.
BRIGH.
Andè, fia, tirè fora le vostre zoggie, che mi po tirerò fora l'arzentaria.
OLIV.
(Sì, voglio restare per far disperare Rosaura).
(da sé, parte)
OTT.
(Quel Livornese mi fa paura).
(da sé)
BRIGH.
Alo po risolto de far ste nozze?
OTT.
Ci penso.
BRIGH.
La me compatissa, sior conte: quella no l'è zente da par suo.
OTT.
(Tira fuori la tabacchiera, e prende tabacco)
BRIGH.
Una fia d'un mercante mezzo fallio.
(vuol prender tabacco dal conte)
OTT.
(Ripone la tabacchiera)
BRIGH.
No gh'ho miga la rogna.
Ho tolto tabacco in te la scatola del gran Marascalco di Sua Maestà...
SCENA NONA
OLIVETTA e detti; poi il CAMERIERE
OLIV.
Papà, dove sono i bauli?
BRIGH.
Oh bella! In camera.
OLIV.
Io non li vedo.
BRIGH.
Seu orba? (va in camera, e torna)
OTT.
Voglio vedervi ballare.
OLIV.
Sarà difficile.
OTT.
Farò un'opera io.
OLIV.
Se sarà un'opera eroica, ballerò.
BRIGH.
Dov'eli i bauli?
OLIV.
Dove sono?
BRIGH.
Lumaga dov'elo?
OLIV.
Io non l'ho veduto.
BRIGH.
Oh, poveretto mi! Camerier.
CAM.
Comandi.
BRIGH.
Dov'è Lumaga?
CAM.
Il suo staffiere?
BRIGH.
Sì.
CAM.
Ha messi i bauli in gondola, ed è andato via.
BRIGH.
In che gondola?
CAM.
In una gondola a quattro remi.
BRIGH.
A quattro remi? Poveretti nu! Presto, mandeghe drio.
CAM.
Subito.
(parte)
OLIV.
Che è stato?
BRIGH.
I bauli...
la roba...
l'arzentaria...
Poveretti nu!
OLIV.
Ma come?
BRIGH.
Ho paura che Lumaga ne l'abbia fatta.
OLIV.
Sarà andato alla barca.
BRIGH.
Con una gondola a quattro remi? Perché no seu stada in camera?
OLIV.
Sono stata dal signor conte.
BRIGH.
Sia maledetto el sior conte! Se no trovo i bauli, semo rovinai.
(parte)
OTT.
(Guarda dietro a Brighelia con ammirazione)
OLIV.
Povera me! Avete sentito?
OTT.
(Prende tabacco, e non risponde)
OLIV.
Possibile che Lumaca mi abbia assassinata?
OTT.
(Seguita a prender tabacco)
OLIV.
Povera me! La mia roba!
SCENA DECIMA
ARLECCHINO e detti; poi il CAMERIERE
ARL.
El bucintoro dai trenta soldi l'è licenzià.
OLIV.
E la roba?
ARL.
Che roba?
OLIV.
E Lumaca? Oimè! Lumaca?...
Non ha portati i bauli?
ARL.
Niente affatto.
OLIV.
Signor conte, aiutatemi.
E così? (al Cameriere)
CAM.
La roba è andata.
OLIV.
Come?
CAM.
Lumaca con la gondola a quattro remi è andato verso Fusina.
OLIV.
Oimè! sono rovinata.
OTT.
(Passeggia senza parlare)
ARL.
(Quel che vien de tinche tanche, se ne va de ninche nanche10).
(da sé)
OLIV.
Signor conte.
OTT.
(Passeggia come sopra)
SCENA UNDICESIMA
BRIGHELLA e detti.
BRIGH.
Semo assassinadi.
OLIV.
Oimè! Mi sento mancare.
BRIGH.
Presto l'acqua de melissa.
OLIV.
Non l'ho.
BRIGH.
La bozzetta d'oro.
OLIV.
L'ho messa nel baule.
BRIGH.
Anca i relogi, anca le scatole?
OLIV.
Tutto.
BRIGH.
Deme quei diese zecchini del lotto, che ghe manda drio.
OLIV.
Anche la borsa l'ho messa nel baule.
BRIGH.
Oh poveretti nu! Sior conte, per carità.
OLIV.
Aiutateci.
Prestateci un poco di denaro.
BRIGH.
Per mandarghe drio.
OTT.
(Va verso la camera)
BRIGH.
Sior conte...
OTT.
Sia maledetto il conte.
(entra, e gli serra la porta in faccia)
BRIGH.
Amigo, cossa avemio da far? (al Cameriere)
CAM.
Pensare a pagarmi, e andare a buon viaggio.
(parte)
BRIGH.
Arlecchin, son desperà.
ARL.
Caro sior Brighella, la se consola.
BRIGH.
Caro camerada, aiuteme.
ARL.
Oh camerada! la me onora troppo.
OLIV.
Soccorreteci, per amor del cielo.
ARL.
Lustrissima, no la se confonda.
BRIGH.
Cossa avemio da far?
OLIV.
Cosa sarà di noi?
ARL.
Una parola in grazia.
(a Brighella)
BRIGH.
Disè, camerada.
ARL.
La senta.
(a Olivetta, andando in mezzo)
OLIV.
Dite, amico.
ARL.
Baroni, come prima.
(parte)
BRIGH.
Ti gh'ha rason.
OLIV.
Non ho camicia da mutarmi.
BRIGH.
Sè una donna senza giudizio.
OLIV.
Causa voi.
Colla vostra maledetta superbia.
Volere andar via a precipizio.
BRIGH.
Causa vu, colle vostre frascherie.
Far pase col sior conte.
OLIV.
Voi tornerete a far il servitore.
BRIGH.
E voi tornerete a filar.
OLIV.
Io mi guadagnerò il pane colle mie gambe.
(partono)
SCENA DODICESIMA
Camera in casa di Pantalone, senza lumi.
FLORINDO ed il SERVITORE di Beatrice.
FLOR.
Dov'è la signora Beatrice?
SERV.
La mia padrona è di sopra col signor Pantalone e colla signora Rosaura.
FLOR.
Caro amico, fatemi il piacere: andate su dalla vostra padrona, tiratela in disparte, ditele ch'io son qui per una premura grandissima di parlarle, che la supplico di ascoltare una sola parola, che anderò via subito, s'ella viene, ma che, aspettandola soverchiamente, potrei venire scoperto.
M'avete capito?
SERV.
Sì, signore, ho capito e la servirò.
Ma la prego di non dire alla mia padrona, che io ho introdotto a quest'ora vossignoria all'oscuro.
FLOR.
Non dubitate; dirò che ho ritrovato l'uscio di strada aperto.
Anzi tenete intanto questo zecchino, e poi domani ci rivedremo.
SERV.
Obbligatissimo.
(parte)
FLOR.
Sì, voglio assicurarmi, se questa sera hanno a seguir le nozze; se ciò fia vero, intraprenderò la più violenta risoluzione per impedirle.
Io sono un disperato, che cerca la vendetta o la morte.
Morirà il mio rivale; e tutti quei pericoli e quei disagi, ai quali mi soggetterà forse il mio disperato amore, saranno effetti della crudeltà di Rosaura, mascherata sotto il titolo dell'obbedienza.
SCENA TREDICESIMA
BEATRICE ed il SERVITORE col lume, e detto.
BEAT.
Che diavolo fate qui? (correndo verso Florindo)
FLOR.
Permettetemi, signora...
BEAT.
Andate via, che ora viene
...
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