LA GIARA, di Luigi Pirandello - pagina 10
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Bòmbolo non toccava un centesimo, quel che si dice un centesimo.
Erano tutte infamie, tutte calunnie quelle che si spargevano sul conto suo a Montelusa.
Già egli non aveva bisogno di quel denaro.
Era stato tanti anni nel Levante, e vi aveva fatto fortuna.
Non si sapeva dove, precisamente, né come, ma nel Levante aveva fatto fortuna, certo; e non sarebbe andato appresso a quei pochi quattrinucci rimediati a quel modo.
Lo dicevano chiaramente quel suo berretto rosso e l'aria del volto e il sapore dei suoi discorsi e quello speciale odore che esalava da tutta la persona, un odor quasi esotico, di spezie levantine, forse per certi sacchettini di cuojo e bossoletti di legno che teneva addosso, o forse per il fumo del suo tabacco turco, di contrabbando, che gli veniva dalle navi che approdavano nel vicino porto di mare, e con le quali egli era in segreti commerci, almeno a detta di molti, che per ore e ore certe mattine lo vedevano con quel fiammante cupolino in capo guardare, come all'aspetto, sospirando, l'indaco del mare lontano, se da Punta Bianca vi brillasse una vela...
Aveva poi sposato una dei Dimíno, ch'erano notoriamente tra i piú ricchi massari del circondario, massari buoni, di quelli all'antica, che avevano terre che ci si camminava a giornate senza vederne la fine; e zi' Lisciànnaru Dimíno e sua moglie, quantunque la loro figliola dopo appena quattr'anni di matrimonio fosse morta, gli volevano ancora tanto bene, che si sarebbero levata la camicia per lui.
Tutte calunnie.
Egli era un apostolo.
Egli lavorava per la giustizia.
La soddisfazione morale che gli veniva dal rispetto, dall'amore, dalla gratitudine dei contadini che lo consideravano come il loro re, gli bastava.
E tutti in un pugno li teneva.
L'esperienza gli aveva insegnato che, a raccoglierli apertamente in un fascio perché resistessero con giusta pretesa all'avarizia prepotente dei padroni, il fascio, con una scusa o con un'altra, sarebbe stato sciolto e i caporioni mandati a domicilio coatto.
Con la bella giustizia che si amministrava in Sicilia! Non se ne fidavano neanche i signori! Là, là nel fondaco di San Gerlando, amministrava lui, la giustizia, quella vera; in quel modo, ch'era l'unico.
I signori proprietarii di terre volevano ostinarsi a pagar tre "tarí" la giornata d'un uomo? Ebbene, quel che non davano per amore, lo avrebbero dato per forza.
Pacificamente, ohè.
Senza né sangue né violenze.
E col dovuto rispetto alle bestie.
Aveva un cartolare, Bòmbolo, ch'era come un decimario di comune, dove, accanto a ogni nome erano segnati i beni e i luoghi e il novero delle bestie grosse e delle minute.
Lo apriva, chiamava a consulto i piú fidati, e stabiliva con essi quali tra i signori dovessero per quella settimana "pagar la tassa", quali tra i contadini fossero piú designati, o per pratica dei luoghi o per amicizia coi guardiani o perché d'animo piú sicuro, al sequestro delle bestie.
E raccomandava prudenza e discrezione.
- Il poco non fa male!
Questa era una delle sue massime favorite.
Diventava terribile, ma proprio col sangue agli occhi e la bava alla bocca, quando s'accorgeva o veniva a sapere che qualcuno della Lega "voleva far la carogna", cioè non lavorare.
Lo investiva, lo abbrancava per il petto, gli metteva le unghie nel viso, lo scrollava cosí furiosamente, che gli faceva cader dal capo il berretto e venir fuori la camicia dai pantaloni.
- Cima di birbante! - gli urlava in faccia.
- Chi sono io? per chi mi vuoi far conoscere? per chi mi prendi tu dunque? per un protettore di ladri e di vagabondi? Qua sangue s'ha da buttare, carogna! sangue, sudori di sangue! qua tutti con le ossa rotte dalla fatica dovete presentarvi il sabato sera! O questo diventa un covo di malfattori e di briganti! Io ti mangio la faccia, se tu non lavori; sotto i piedi ti pesto! Il lavoro è la legge! Col lavoro soltanto acquistate il diritto di prendere per le corna una bestia dalla stalla altrui e di gridare in faccia al padrone: "Questa me la tengo, se non mi paghi com'è debito di coscienza i miei sudori di sangue!".
Faceva paura, in quei momenti.
Tutti, muti come ombre, stavano ad ascoltarlo nel fondaco nero, mirando la fiamma filante del moccolo di candela ritto tra la colatura su la tavola sudicia come una roccia di cacio.
E dopo la fiera invettiva si sentiva l'ansito del suo torace poderoso, a cui pareva rispondessero, dalla tenebra frigida d'una grotta, che vaneggiava in fondo, i cupi tonfi cadenzati delle gocce d'una cert'acqua amara, renosiccia, piombanti entro una conca viscida, dove alle volte qualche ranocchia quacquarava.
Se qualcuno ardiva di levare gli occhi, vedeva in quei momenti, dopo la sfuriata, un luccicore di lagrime, di lagrime vere negli occhi di Bòmbolo.
Era vanto supremo per lui la testimonianza che gli stessi proprietarii di terre rendevano unanimi, che mai come in quei tempi i contadini s'erano dimostrati sottomessi al lavoro e obbedienti.
Solo da questo riconoscimento poteva venir purificata, santificata l'opera ch'egli metteva per loro.
Orbene, in quei momenti, vedeva ignominiosamente compromessa la giustizia che, sul serio, con santità, sentiva d'amministrare; compromesso il suo apostolato, il suo onore, per quell'uno che poteva infamar tutti.
Sentiva enorme, allora, il peso della sua responsabilità, e ribrezzo per l'opera sua, e sdegno e dolore, perché gli pareva che i contadini non gli fossero grati abbastanza di quanto aveva loro ottenuto, di quel salario di tre lire che, batti oggi, batti domani, era riuscito a strappare all'avarizia dei padroni.
Per lui erano sacri, e sacri voleva che fossero tutti i socii della Lega, quelli che si erano arresi alla sua costante predicazione, concedendo il giusto salario.
Se talvolta mancava il danaro e, cercando e ricercando nel cartolare, non si trovava chi, al solito, per quella settimana dovesse "pagar la tassa", qualcuno tra i consiglieri accennava timidamente a uno di quelli; Bòmbolo si voltava a fulminarlo con gli occhi, bianco d'ira e fremente.
Quelli non si dovevano toccare!
Ma, allora?
- Allora, - scattava Bòmbolo, buttando all'aria il cartolare, - allora, piuttosto, salassiamo mio suocero!
E a due o tre contadini era assegnato il compito di recarsi la notte alle terre di Luna, presso la marina, per sequestrare sei o sette bestie grosse a zio Lisciànnaru Dimíno, che pure tra i primi s'era messo a pagare gli uomini a tre lire al giorno.
Poteva bastar questo a turare la bocca ai calunniatori.
Salassando il suocero, Bòmbolo rubava a se stesso, perché l'unico erede dei Dimíno sarebbe stato un giorno il suo figliuolo.
Ma piuttosto rubare a se stesso, al suo figliuolo, che far offesa alla giustizia.
E che strazio ogni qual volta il vecchio suocero, che vestiva ancora all'antica, con le brache a mezza gamba, la berretta nera a calza con la nappina in punta e gli orecchini in forma di catenaccetti agli orecchi, veniva a trovarlo, appoggiato al lungo bastone, dalle terre di Luna, e gli diceva:
- Ma come, Zulí? cosí ti rispettano i tuoi? e che sei tu allora? broccolo sei?
- Mi sputi in faccia, - rispondeva Bòmbolo, succiando, con gli occhi chiusi, il fiele di quel giusto rimbrotto.
- Mi sputi in faccia, che posso dirle?
Gli pareva ormai mill'anni che uscissero dal carcere quei tre socii, Todisco, Principe e Barrera, per sciogliere finalmente quella Lega, ch'era divenuta un incubo per lui.
Fu una gran festa, il giorno di quella scarcerazione, nel fondaco su a San Gerlando: si bevve e si danzò; poi Bòmbolo, raggiante, tenne il discorso di chiusura, e ricordò le imprese e cantò la vittoria, ch'era il premio per quei tre che avevano sofferto il carcere: il premio piú degno, quello di trovare mutate le condizioni, onestamente retribuito il lavoro; e disse in fine che egli ora, assolto il compito, si sarebbe ritirato in pace e contento; e fece ridere tutti annunziando che quel giorno stesso avrebbe mandato il suo berretto rosso da turco al suocero, che non aveva saputo mai vederglielo in capo di buon occhio.
Deponeva con quel berretto la sovranità, e dichiarava sciolta la Lega.
Non passarono neppure quindici giorni che, dimenandosi al solito di qua e di là, col pomo d'avorio della mazzettina d'ebano su le labbra appuntite, si presentò al caffè il vecchio marchese don Nicolino Nigrelli:
- Don Zulí, una grazia...
Bòmbolo diventò dapprima piú bianco del marmo del tavolino e fissò con occhi cosí terribilmente spalancati il povero marchese, che questi ne tremò di paura e, traendosi indietro, cadde a sedere su una seggiola, mentre l'altro gli si levava sopra furente, ruggendo tra i denti:
- Ancora?
Quasi basito, eppur tentando un sorrisetto a fior di labbra, il marchese gli mostrò quattro dita della sua manina tremicchiante e gli disse:
- 'Gnorsí.
Quattro.
Al solito.
Che c'è di nuovo?
Per tutta risposta Bòmbolo si strappò dal capo il cappelluccio nuovo a pan di zucchero, se lo portò alla bocca e lo stracciò coi denti.
Si mosse, tutto in preda a un fremito convulso, tra i tavolini, rovesciando le seggiole, poi si voltò verso il marchese ancora lí seduto in mezzo agli avventori sbalorditi, e gli gridò:
- Non dia un centesimo, per la Madonna! Non s'arrischi a dare un centesimo! Ci penso io!
Ma potevano sul serio quei tre, Todisco, Principe e Barrera, contentarsi di quel tal "premio degno" decantato da Bòmbolo nell'ultima riunione della Lega? Se Bòmbolo stesso, negli ultimi tempi, aveva permesso che fosse salassato il proprio suocero, il quale pure tra i primi aveva accordato il salario di tre lire ai contadini, non potevano essi, per la giustizia, seguitare a salassar gli altri proprietarii?
Quando, alla sera, Bòmbolo, che li aveva cercati invano tutto il giorno da per tutto, li trovò su le alture di San Gerlando, e saltò loro addosso come un tigre, essi si lasciarono percuotere, strappare, mordere, malmenare, e anzi dissero che se egli li voleva uccidere, era padrone, non avrebbero mosso un dito per difendersi, tanto era il rispetto, tanta la gratitudine che avevano per lui.
Li avrebbe uccisi però a torto.
Essi non sapevano nulla di nulla.
Innocenti come l'acqua.
Lega? che Lega? Non c'era piú Lega! Non la aveva egli disciolta? Ah, minacciava di denunziarli? Perché, per il passato? E allora, tutti dentro, e lui per il primo, come capo! Per quel nuovo sequestro al marchese Nigrelli? Ma se non ne sapevano nulla! Avrebbero potuto tutt'al piú chiederne ai "picciotti"; mettersi in cerca per le campagne; già! come lui un tempo, per due e tre giorni, cavalcando anche di notte sotto la pioggia e sotto lo stellato.
Sentendoli parlare cosí, Bòmbolo si mangiava le mani dalla rabbia.
Disse che dava loro tre giorni di tempo.
Se in capo a tre giorni, senza il compenso neppure di un centesimo, i quattro capi di bestiame non erano restituiti al marchese Nigrelli...
- che avrebbe fatto? Ancora non lo sapeva!
Ma che poteva ormai fare Bòmbolo? Gli stessi proprietarii di terre, il marchese Nigrelli, il Ragona, il Tavella, tutti gli altri, lo persuasero ch'egli non poteva piú far nulla.
Che c'entrava lui? quando mai c'era entrato? non era stata sempre disinteressata l'opera messa da lui? E dunque, che c'era adesso di nuovo? Perché non voleva piú mettere l'opera sua? Rivolgersi alla forza pubblica? Ma sarebbe stato inutile! Che non si sapeva? Non avrebbero ottenuto né la restituzione delle bestie, né l'arresto dei colpevoli.
Sperare poi che questi avrebbero ricondotto alle stalle le bestie, cosí, per amore, senz'averne nulla, via, era da ingenui.
Loro stessi, i padroni, glielo dicevano.
Una cosellina bisognava pur darla.
Sí, al solito...
oh, senza né patti né condizioni, essendoci lui, Bòmbolo, di mezzo!
E dal tono con cui gli dicevano queste cose Bòmbolo capiva che quelli ritenevano una commedia, adesso, il suo sdegno, come una commedia avevano prima ritenuta la sua pietà per i contadini.
Si sfogò per alcuni giorni a predicare che, almeno, si fossero rimessi a pagarli tre tarí al giorno, tre tarí, tre tarí, per dare a lui una soddisfazione.
Non li meritavano, parola d'onore! neppure quei tre tarí meritavano, ladri svergognati! figli di cane! pezzi da galera! No? Ah, dunque volevano proprio che gli schiattasse nel fegato la vescichetta del fiele?
- Via! puh! paese di carogne!
E mandò dai nonni alle terre di Luna il suo figliuolo, facendo dire al suocero che rivoleva subito subito il suo berretto rosso.
Turco, di nuovo turco voleva farsi!
E due giorni dopo, raccolte le sue robe, scese al porto di mare e si rimbarcò su un brigantino greco per il Levante.
LA MORTA E LA VIVA
La tartana, che padron Nino Mo dal nome della prima moglie aveva chiamata "Filippa", entrava nel piccolo molo di Porto Empedocle tra il fiammeggiar d'uno di quei magnifici tramonti del Mediterraneo che fanno tremolare e palpitare l'infinita distesa delle acque come in un delirio di luci e di colori.
Razzano i vetri delle case variopinte; brilla la marna dell'altipiano a cui il grosso borgo è addossato; risplende come oro lo zolfo accatastato su la lunga spiaggia; e solo contrasta l'ombra dell'antico castello a mare, quadrato e fosco, in capo al molo.
Virando per imboccare la via tra le due scogliere che, quasi braccia protettrici, chiudono in mezzo il piccolo Molo Vecchio, sede della capitaneria, la ciurma s'era accorta che tutta la banchina, dal castello alla bianca torretta del faro, era gremita di popolo, che gridava e agitava in aria berretti e fazzoletti.
Né padron Nino né alcuno della ciurma poteva mai supporre che tutto quel popolo fosse adunato lí per l'arrivo della "Filippa", quantunque proprio a loro paressero rivolti le grida e quel continuo furioso sventolio di fazzoletti e di berretti.
Supposero che qualche flottiglia di torpediniere si fosse ormeggiata nel piccolo molo e che ora stesse per levar le ancore salutata festosamente dalla popolazione, per cui era una gran novità la vista d'una regia nave da guerra.
Padron Nino Mo per prudenza diede ordine s'allentasse subito la vela, si calasse anzi addirittura, in attesa della barca che doveva rimorchiare la "Filippa" all'ormeggio nel molo.
Calata la vela, mentre la tartana non piú spinta seguitava a filare lentamente, rompendo appena le acque che, lí chiuse entro le due scogliere, parevano d'un lago di madreperla, i tre mozzi, incuriositi, s'arrampicarono come scojattoli uno alle sartie, uno all'albero fino al calcese, uno all'antenna.
Ed ecco, a gran furia di remi, la barca che doveva rimorchiarli, seguita da tant'altri calchi neri, che per poco non affondavano dalla troppa gente che vi era salita e che vi stava in piedi, gridando e accennando scompostamente con le braccia.
Dunque proprio per loro? tanto popolo? tutto quel fermento? e perché? Forse una falsa notizia di naufragio?
E la ciurma si tendeva dalla prua, curiosa, ansiosa verso quelle barche accorrenti, per cogliere il senso di quelle grida.
Ma distintamente si coglieva soltanto il nome della tartana:
- "Filippa! Filippa!".
Padron Nino Mo se ne stava in disparte, lui solo senza curiosità, col berretto di pelo calcato fin su gli occhi, dei quali teneva sempre chiuso il manco.
Quando lo apriva, era strabo.
A un certo punto si tolse di bocca la pipetta di radica, sputò e, passandosi il dorso della mano sugl'ispidi peli dei baffetti di rame e della rada barbetta a punta, si voltò brusco al mozzo che s'era arrampicato sulle sartie, gli gridò che scendesse e andasse a poppa a sonare la campanella dell'"Angelus".
Aveva navigato tutta la vita, profondamente compreso dell'infinita potenza di Dio, da rispettare sempre, in tutte le vicende, con imperturbabile rassegnazione; e non poteva soffrire lo schiamazzo degli uomini.
Al suono della campanella di bordo si tolse la berretta e scoprí la pelle bianchissima del cranio velata d'una peluria rossigna vaporosa, quasi di un'ombra di capelli.
Si segnò e stava per mettersi a recitare la preghiera, allorché la ciurma gli si precipitò addosso con visi furia risa gridi da matti:
- Zi' Ní! Zi' Ní! la gnà Filippa! vostra moglie! la gnà Filippa! viva! è tornata!
Padron Nino restò dapprima come perduto tra quelli che cosí lo assaltavano e cercò, spaventato, negli occhi degli altri quasi l'assicurazione che poteva credere a quella notizia senza impazzire.
Il volto gli si scompose passando in un attimo dallo stupore all'incredulità, dall'angoscia rabbiosa alla gioja.
Poi, feroce, quasi di fronte a una sopraffazione, scostò tutti, ne abbrancò uno per il petto e lo squassò con violenza, gridando: - Che dite? che dite? -.
E con le braccia levate, quasi volesse parare una minaccia, s'avventò alla prua verso quelli delle barche che lo accolsero con un turbine di grida e pressanti inviti delle braccia; si trasse indietro, non reggendo alla conferma della nuova (o alla voglia di precipitarsi giú?) e si volse di nuovo verso la ciurma come per chiedere soccorso o essere trattenuto.
Viva? come, viva? tornata? da dove? quando? Non potendo parlare, indicava la paratia, che ne tirassero subito l'alzaja, sí sí; e come il canapo fu preso a calare per il rimorchio, gridò: - Reggete! - lo afferrò con le due mani, scavalcò, e come una scimmia a forza di braccia scese lungo l'alzaja, si buttò tra i rimorchiatori che lo aspettavano con le braccia protese.
La ciurma della tartana restò delusa, in orgasmo, vedendo allontanare la barca con padron Nino e, per non perdere lo spettacolo, cominciò a gridare come indemoniata a quelli dell'altre barchette accorse, perché raccogliessero il canapo e rimorchiassero loro almeno la tartana al molo.
Nessuno si voltò a dar retta a quelle grida.
Tutti i calchi arrancarono dietro la barca del rimorchio, ove in gran confusione padron Nino Mo veniva intanto ragguagliato su quel miracoloso ritorno della moglie rediviva, che tre anni addietro, nel recarsi a Tunisi a visitare la madre moribonda, tutti ritenevano fosse perita nel naufragio del vaporetto insieme con gli altri passeggeri; - e invece, no, no, non era perita - un giorno e una notte era stata in acqua - affidata a una tavola - poi salvata, raccolta da un piroscafo russo che si recava in America - ma pazza - dal terrore - e due anni e otto mesi era stata pazza in America - a New York, in un manicomio - poi guarita aveva ottenuto il rimpatrio dal Consolato, e da tre giorni era in paese, arrivata da Genova.
Padron Nino Mo, a queste notizie che gli grandinavano da tutte le parti, stordito, batteva di continuo le palpebre su i piccoli occhi strabi; a tratti la palpebra manca gli restava chiusa, come tirata; e tutto il volto gli fremeva, convulso, quasi pinzato da spilli.
Il grido di uno dei calchi e le risa sguajate da cui questo grido fu accolto: - "Due mogli, zi' Ní, allegramente!" - lo riscossero dallo sbalordimento e gli fecero guardare con rabbioso dispetto tutti quegli uomini, vermucci di terra ch'egli ogni volta vedeva sparire come niente, appena s'allontanava un po' dalle coste nelle immensità del mare e del cielo: eccoli là, accorsi in folla al suo arrivo, assiepati là, impazienti e vociferanti nel molo, per godersi lo spettacolo d'un uomo che veniva a trovare a terra due mogli; spettacolo tanto piú da ridere per essi, quanto piú grave e doloroso era per lui l'impaccio.
Perché quelle due mogli erano tra loro sorelle, due sorelle inseparabili, anzi tra loro quasi madre e figlia, avendo sempre la maggiore, Filippa, fatto da madre a Rosa, che anche lui, sposando, aveva dovuto accogliere in casa come una figliola; finché, scomparsa Filippa, dovendo seguitare a vivere insieme con lei e considerando che nessun'altra donna avrebbe potuto far meglio da madre al piccino che quella gli aveva lasciato ancor quasi in fasce, l'aveva sposata, onestamente.
E ora? e ora? Filippa era venuta a trovare Rosa maritata con lui e incinta, incinta da quattro mesi! Ah, sí, c'era da ridere veramente: un uomo, cosí, tra due mogli, tra due sorelle, tra due madri.
Eccole, eccole là su la banchina! ecco Filippa! eccola là! viva! con un braccio gli fa cenni, come per dargli coraggio; con l'altro, si regge sul petto Rosa, la povera incinta che trema tutta e piange e si strugge dalla pena e dalla vergogna, tra gli urli, le risa, i battimani, lo sventolio dei berretti di tutta quella folla in attesa.
Padron Nino Mo si scrollò tutto, rabbiosamente; desiderò che la barca sprofondasse e gli sparisse dagli occhi quello spettacolo crudele; pensò per un momento di saltare addosso ai rematori e costringerli a remare indietro, per ritornare alla tartana, per fuggirsene via lontano, lontano, per sempre; ma sentí in pari tempo di non poter ribellarsi a quella violenza orrenda che lo trascinava, degli uomini e del caso; avvertí come uno scoppio interno, un intronamento, per cui le orecchie presero a rombargli e gli s'offuscò la vista.
Si ritrovò, poco dopo, tra le braccia sul petto della moglie rediviva, che lo superava di tutta la testa, donnone ossuto, dalla faccia nera e fiera, maschile nei gesti, nella voce, nel passo.
Ma quand'essa, scioltolo dall'abbraccio, lí, davanti a tutto il popolo acclamante, lo spinse ad abbracciare anche Rosa, quella poveretta che apriva come due laghi di lagrime i grandi occhi chiari nel viso diafano, egli, alla vista di tanto squallore, di tanta disperazione, di tanta vergogna, si ribellò, si chinò con un singhiozzo nella gola a tôrsi in braccio il bambino di tre anni e s'avviò di furia, gridando:
- A casa! A casa!
Le due donne lo seguirono, e tutto il popolo si mosse dietro, avanti, intorno, schiamazzando, Filippa con un braccio su le spalle di Rosa, la teneva come sotto l'ala, la sorreggeva, la proteggeva, e si voltava a tener testa ai lazzi, ai motteggi, ai commenti della folla, e di tratto in tratto si chinava verso la sorella e le gridava:
- Non piangere, scioccona! Il pianto ti fa male! Su, su, dritta, buona! Che piangi? Se Dio ha voluto cosí...
C'è rimedio a tutto! Su, zitta! A tutto, a tutto c'è rimedio! Dio ci ajuterà...
Lo gridava anche alla folla, e soggiungeva, rivolta a questo e a quello:
- Non abbiate paura! né scandalo, né guerra, né invidia, né gelosia! Quello che Dio vorrà! Siamo gente di Dio.
Giunti al Castello, che già le fiamme del crepuscolo s'erano offuscate e il cielo, prima di porpora, era divenuto quasi fumolento, molti della folla si sbandarono, imboccarono la larga strada del borgo già coi fanali accesi; ma i piú vollero accompagnarli fino a casa, dietro al Castello, alle "Balàte", dove quella strada svolta e s'allunga ancora con poche casupole di marinai su un'altra insenatura di spiaggia morta.
Qua tutti s'arrestarono davanti all'uscio di padron Nino Mo ad aspettare che cosa quei tre, ora, decidessero di fare.
Quasi fosse un problema, quello, da risolvere cosí, su due piedi!
La casa era a terreno e prendeva luce soltanto dalla porta.
Tutta quella folla di curiosi, assiepata lí davanti, addensava l'ombra già cupa e toglieva il respiro.
Ma né padron Nino Mo, né la moglie gravida avevano fiato di ribellarsi: l'oppressione di quella folla era per essi l'oppressione stessa delle anime loro, lí presente e tangibile; e non pensavano che, almeno quella, si potesse rimuovere.
Ci pensò Filippa, dopo avere acceso il lume sulla tavola già apparecchiata in mezzo alla stanza per la cena: si fece alla porta, gridò:
- Signori miei, ancora? che volete? Avete veduto, avete riso; non vi basta? Lasciateci pensare adesso agli affari nostri! Casa, ne avete?
Cosí investita, la gente si ritrasse parte di qua, parte di là dalla porta, lanciando gli ultimi lazzi; ma pur molti rimasero a spiare da lontano, nell'ombra della spiaggia.
La curiosità era tanto piú viva, in quanto che a tutti eran noti l'onestà fino allo scrupolo, il timore di Dio, gli esemplari costumi di padron Nino Mo e di quelle due sorelle.
Ed ecco, ne davano una prova quella sera stessa, lasciando aperta per tutta la notte la porta della loro casupola.
Nell'ombra di quella triste spiaggia morta, che protendeva qua e là nell'acqua stracca, crassa, quasi oleosa, certi gruppi di scogli neri, corrosi dalle maree, certi lastroni viscidi, algosi, ritti, abbattuti, tra cui qualche rara ondata si cacciava sbattendo, rimbalzando e subito s'ingorgava con profondi risucchi, per tutta la notte da quella porta si projettò il giallo riverbero del lume.
E quelli che s'attardarono a spiare dall'ombra, passando ora l'uno ora l'altro davanti alla porta e gettando un rapido sguardo obliquo nell'interno della casupola, poterono veder dapprima i tre, seduti a tavola col piccino, a cenare; poi, le due donne, inginocchiate a terra, curve su le seggiole, e padron Nino, seduto, con la fronte su un pugno appoggiato a uno spigolo della tavola già sparecchiata, intenti a recitare il rosario; in fine, il piccino solo, il figlio della prima moglie, coricato sul letto matrimoniale in fondo alla camera, e la seconda moglie, la gravida, seduta a piè del letto, vestita, col capo appoggiato alle materasse, con gli occhi chiusi; mentre gli altri due, padron Nino e la gnà Filippa, conversavano tra loro a bassa voce, pacatamente, ai due capi della tavola; finché non vennero a sedere su l'uscio, a seguitare la conversazione in un mormorio sommesso, a cui pareva rispondesse il lento e lieve sciabordio delle acque sulla spiaggia, sotto le stelle, nel bujo della notte già alta.
Il giorno appresso, padron Nino e la gnà Filippa, senza dar confidenza a nessuno, andarono in cerca d'una cameretta d'affitto; la trovarono quasi in capo al paese, nella via che conduce al cimitero, aereo su l'altipiano, con la campagna dietro e il mare davanti.
Vi fecero trasportare un lettuccio, un tavolino, due seggiole, e quando fu la sera vi accompagnarono Rosa, la seconda moglie, col piccino; le fecero chiudere subito la porta, e tutt'e due insieme, taciturni, se ne ritornarono alla casa delle "Balàte".
Si levò allora per tutto il paese un coro di commiserazioni per quella poveretta cosí sacrificata, messa cosí da parte, senz'altro, buttata fuori, sola, in quello stato! ma pensate, in quello stato! con che cuore? e che colpa aveva, la poveretta? Sí, cosí voleva la legge...
ma che legge era quella? Legge turca! No, no, perdio, non era giusto! non era giusto!
E tanti e tanti il giorno appresso, risoluti, cercarono di far comprendere quell'acerba disapprovazione di tutto il paese a padron Nino uscito, piú che mai cupo, a badare al nuovo carico della tartana per la prossima partenza.
Ma padron Nino, senza fermarsi, senza voltarsi, con la berretta a barca di pelo calcata fin su gli occhi, uno chiuso e l'altro no, e la pipetta di radica tra i denti, troncò in bocca a tutti domande e recriminazioni, scattando:
- Lasciatemi stare! Affari miei!
Né maggiore soddisfazione volle dare a coloro che egli chiamava "principali", commercianti, magazzinieri, sensali di noleggio.
Soltanto, con questi, fu meno ispido e reciso.
- Ognuno con la sua coscienza, signore, - rispose.
- Cose di famiglia, non c'entra nessuno.
Dio solo, e basta.
E due giorni dopo, rimbarcandosi, neanche alla ciurma della sua tartana volle dir nulla.
Durante la sua assenza dal paese, però, le due sorelle tornarono insieme nella casa delle "Balàte", e insieme, quiete, rassegnate e amorose, attesero alle faccende domestiche e al bambino.
Alle vicine, a tutti i curiosi che venivano a interrogarle, per tutta risposta aprivano le braccia, alzavano gli occhi al cielo e con un mesto sorriso rispondevano:
- Come vuole Dio, comare.
- Come vuole Dio, compare.
Insieme tutt'e due, col piccino per mano, quando fu il giorno dell'arrivo della tartana, si recarono al molo.
Questa volta, su la banchina, c'erano pochi curiosi.
Padron Nino, saltando a terra, porse la mano all'una e all'altra, silenzioso, si chinò a baciare il bambino, se lo tolse in braccio e s'avviò avanti come l'altra volta, seguito dalle due donne.
Se non che, giunti davanti alla porta, questa volta, nella casa delle "Balàte" rimase con padron Nino Rosa, la seconda moglie; e Filippa col piccino se n'andò quietamente alla cameretta sulla via del cimitero.
E allora tutto il paese, che prima aveva tanto commiserato il sacrifizio della seconda moglie, vedendo ora che non c'era sacrifizio per nessuna delle due, s'indignò, s'irritò fieramente della pacata e semplice ragionevolezza di quella soluzione; e molti gridarono allo scandalo.
Veramente, dapprima, tutti rimasero come storditi, poi scoppiarono in una gran risata.
L'irritazione, l'indignazione sorsero dopo, e proprio perché tutti in fondo si videro costretti a riconoscere che, non essendoci stato inganno né colpa da nessuna parte, né da pretendere perciò la condanna o il sacrifizio dell'una o dell'altra moglie - mogli tutt'e due davanti a Dio e davanti alla legge - la risoluzione di quei tre poveretti fosse la migliore che si potesse prendere.
Irritò sopratutto la pace, l'accordo, la rassegnazione delle due sorelle divote, senz'ombra d'invidia né di gelosia tra loro.
Comprendevano che Rosa, la sorella minore, non poteva aver gelosia dell'altra, a cui doveva tutto, a cui - senza volerlo, è vero - aveva preso il marito.
Gelosia tutt'al piú avrebbe potuto aver Filippa di lei; ma no, comprendevano che neanche Filippa poteva averne, sapendo che Rosa aveva agito senz'inganno e non aveva colpa.
E dunque? C'era poi per tutt'e due la santità del matrimonio, inviolabile; la devozione per l'uomo che lavorava, per il padre.
Egli era sempre in viaggio; sbarcava per due o tre giorni soltanto al mese; ebbene, poiché Dio aveva permesso il ritorno dell'una, poiché Dio aveva voluto cosí, una alla volta, in pace e senz'invidia, avrebbero atteso al loro uomo, che ritornava stanco dal mare.
Tutte buone ragioni, sí, e oneste e quiete; ma appunto perché cosí buone e quiete e oneste, irritarono.
E padron Nino Mo, il giorno dopo il suo secondo arrivo, fu chiamato dal pretore per sentirsi ammonire severamente che la bigamia non era permessa dalla legge.
Aveva parlato poco prima con un forense, padron Nino Mo, e si presentò al pretore al solito suo, serio placido e duro; gli rispose che, nel suo caso, non si poteva parlare di bigamia perché la prima moglie figurava ancora in atti e avrebbe seguitato a figurare sempre come morta, sicché dunque davanti alla legge egli non aveva che una sola moglie, la seconda.
- Sopra la legge degli uomini, poi, - concluse, - signor pretore, c'è quella di Dio, a cui mi sono sempre attenuto, obbediente.
L'imbroglio avvenne all'ufficio dello stato civile, ove d'allora in poi, puntuale, ogni cinque mesi, padron Nino Mo si recò a denunziare la nascita d'un figliuolo.
- "Questo è della morta." - "Questo è della viva."
La prima volta, alla denunzia del figliuolo, di cui la seconda moglie era incinta all'arrivo di Filippa, non essendosi questa rifatta viva davanti alla legge, tutto andò liscio, e il figliuolo poté regolarmente essere registrato come legittimo.
Ma come registrare il secondo, di lí a cinque mesi, nato da Filippa che figurava ancora come morta? O illegittimo il primo, nato dal matrimonio putativo, o illegittimo il secondo.
Non c'era via di mezzo.
Padron Nino Mo si portò una mano alla nuca e si fece saltar sul naso la berretta; prese a grattarsi la testa; poi disse all'ufficiale di stato civile:
- E...
scusi, non potrebbe registrarlo come legittimo, della seconda?
L'ufficiale sgranò tanto d'occhi:
- Ma come? Della seconda? Se cinque mesi fa...
- Ha ragione, ha ragione, - troncò padron Nino, tornando a grattarsi la testa.
- Come si rimedia allora?
- Come si rimedia? - sbuffò l'ufficiale.
- Lo domandate a me, come si rimedia? Ma voi che siete, sultano? pascià? bey? che siete? Dovreste aver giudizio, perdio, e non venire a imbrogliarmi le carte, qua!
Padron Nino Mo si trasse un po' indietro e s'appuntò gl'indici delle due mani sul petto:
- Io? - esclamò.
- E che ci ho da fare io, se Dio permette cosí?
Sentendo nominar Dio, l'ufficiale montò su tutte le furie.
- Dio...
Dio...
Dio...
sempre Dio! Uno muore; è Dio! Non muore; è Dio! Nasce un figlio; è Dio! State con due mogli; è Dio! e finitela con questo Dio! Che il diavolo vi porti, venite a ogni nove mesi almeno; salvate la decenza, gabbate la legge; e ve li schiaffo tutti qua legittimi uno dopo l'altro!
Padron Nino Mo ascoltò impassibile la sfuriata.
Poi disse:
- Non dipende da me.
Lei faccia come crede.
Io ho fatto l'obbligo Mio.
Bacio le mani.
E tornò puntuale, ogni cinque mesi, a fare l'obbligo suo, sicurissimo che Dio gli comandava cosí.
UN'ALTRA ALLODOLA
Luca Pelletta non avrebbe riconosciuto alla stazione di Roma Santi Currao, se questi non gli si fosse fatto avanti chiamandolo ripetutamente:
- Amico Pelletta! Amico Pelletta!
Intontito dal viaggio, tra la ressa e il rimescolio dei passeggeri che gli davano la vertigine, restò a mirarlo, sbalordito:
- Oh, tu Santi? E come mai? Cosí...
- Che cosa?
- Quantum mutatus ab illo!
- Ma che abillo? Gli anni, amico Pelletta!
Gli anni, sí, ma anche...
- Luca lo squadrò alla luce delle lampade elettriche.
Gli anni? E quel vestito? Un gran maestro di musica, con quella camicia, con quella giacca, con quei calzoni e quelle scarpe? Dunque, nella miseria? E quella barba incolta, già quasi grigia, cresciuta piú sulle gote che sul mento? e quella faccia pallida e grassa? e quelle occhiaje gonfie intorno agli occhi acquosi? Come mai? Era divenuto anche piú corto di statura?
Sotto gli occhi di Luca Pelletta pieni di tanto stupore, le labbra del Currao si allargarono a un ghigno muto:
- Tu sei ricco, amico Pelletta e il tempo non ti deteriora.
Andiamo, andiamo! Ma ti pongo questo patto: non una parola sul paesaccio in cui io e tu abbiamo avuto la sciagura di nascere.
Chi è vivo è vivo, chi è morto è morto: non voglio saperne nulla.
Non c'è bisogno di prendere la vettura: sto qua in fondo al viale.
Da' a me la valigia o la cassetta.
- No, grazie: me le porto da me; non pesano molto.
- Il bagaglio lo lasci in deposito alla stazione?
- Quale bagaglio? - fece Luca Pelletta.
- Ho questi due colli soltanto: libri e biancheria.
- Ti tratterrai dunque poco?
- No, perché? Sono venuto forse per sempre.
- Cosí a mani vuote?
Andarono per un tratto in silenzio.
- La tua signora? - s'arrischiò a domandare Luca alla fine.
Il Currao abbassò la testa e borbottò:
- Sono solo.
- È fuori di Roma?
- È a Roma, amico Pelletta.
Ti dirò a casa.
Parliamo ora di te.
Ma il pretto necessario e basta.
Perché sei venuto a Roma? Sono una bestia.
Dimenticavo che tu hai quattrini da buttar via.
- T'inganni...
- corresse con un sorrisetto bonario il Pelletta.
- Ho sí quanto mi basta: poco; ma io ho bisogno di poco.
Nulla da buttar via.
È vero che, in compenso, ora sono divenuto padrone del mio.
Abbiamo fatto quasi un capitombolo, sai? Per miracolo la miseria non ha battuto alla nostra porta.
Ma, in compenso, ti ripeto, ora sono libero e padrone...
- ...
del tuo.
Sta bene.
Ma se non sei piú ricco, perché sei venuto a Roma?
- Vedrai! - sospirò Luca, socchiudendo di nuovo gli occhi misteriosamente.
- È la mia città.
L'ho sempre sognata.
- Amico Pelletta, ho un vago sospetto, - riprese Santi Currao.
- Ti fiuto: tu puzzi.
Di' la verità, sei piú miserabile di me?
- No, perché? - fece Luca, istintivamente; subito si riprese: - Forse no...
- Questo tuo, di' un po', a quanto ammonta?
- Rendituccia modesta, ma sicura: cinque lire al giorno.
Mi bastano.
Santi Currao sghignò forte, squassando la testa.
- Centocinquanta lire al mese?! E che te ne fai?
Arrivati in fondo al viale, il Currao si cacciò nel portoncino di casa e, prima di mettersi a salire, disse a Luca:
- Ti prego di parlare sottovoce.
Un camerotto squallido, sudicio, in disordine, con un letto in un angolo, non rifatto chi sa da quanti giorni; un tavolino rustico, senza tappeto, presso l'unica finestra; un attaccapanni appeso alla parete; seggiole impagliate; un lavamano.
Santi Currao accese il lume sul tavolino, e invitò l'amico a sedere.
- Se vuoi lavarti, lí c'è l'occorrente.
- E...
non hai uno specchio? - domandò afflitto e reso timido da tanta miseria, Luca, guardando in giro le pareti polverose.
- Pago dodici lire al mese, amico Pelletta, e non sono rispettato.
Do qualche lezione di musica, e non mi pagano; viene la fine del mese, e io non pago; e piú non pago, e meno sono rispettato.
Avevo lí, presso l'asciugamani, uno specchio, se non m'inganno.
Se lo sono portato via.
- E come fai per guardarti? - domandò Luca, costernato.
- Non ci penso neppure!
- Fai male, Santi! Perché, il fisico...
- Il vero fisico è il pane, amico Pelletta! - sentenziò bruscamente il Currao.
- Ah, nego, nego...
- fece Luca.
- Non solo pane vivit homo...
- E intanto, - concluse Santi, - prima base, ci vuole il pane.
Non dire sciocchezze e, per giunta, in latino.
Rimasero un buon pezzo in penoso silenzio.
Santi Currao sedette presso il tavolino, con la testa bassa e gli occhi fissi sul pavimento.
Luca Pelletta dritto sulla vita, accigliato, lo esaminava.
- E dunque...
la tua signora?
Il Currao alzò il testone e guardò un pezzo negli occhi l'amico.
- E dalli con la mia signora! - Si scoprí il capo solennemente; si batté piú volte l'ampia fronte rischiarata dal lume:
- Vedi? Cervo! - esclamò; e le grosse pallide labbra, allargandosi a un orribile ghigno, scoprirono i denti serrati, gialli dai lunghi digiuni.
Luca Pelletta lo guardò perplesso, quasi consigliandosi con l'espressione del volto del Currao, se dovesse riderne o no.
- Cervo! cervo! - ripeté Santi, confermando col capo piú volte di seguito.
- E non l'ho cacciata io, sai! Se n'è andata via lei, da sé.
Io sono cosí; - aggiunse, afferrandosi con ambo le mani la barbaccia incolta su le gote, - ma mia moglie era una bella e rispettabilissima signora! La povertà, amico Pelletta.
Senza la povertà, forse non l'avrebbe fatto.
Non era poi tanto cattiva, in fondo.
È vero che io per lei fui marito esemplare: le portavo tutto quel po' che guadagnavo...
tranne qualche soldo per mantenermi l'occhio vivo.
Ma è pur vero che l'uomo, per quanto porco sia, vale sempre mille volte piú di qualunque donna.
Dici di no, amico Pelletta? Ebbene, chi sa? forse no.
Non si può dire.
La povertà, capisci? Che fa il ferro al fuoco? Si torce.
Ebbene, e tu, marito, arrivi fino al punto di dire a tua moglie: M'hai fatto le corna? T'hanno procacciato pane? Sí? E allora hai fatto benone! Danne un pezzetto anche a me!
Si alzò, e si mise a passeggiare per la camera, col testone sul petto e le mani dietro la schiena.
- E ora...
che fa? - domandò timidamente Luca.
Il Currao seguitò a passeggiare, come se non avesse udito la domanda.
- Non sai dov'è?
Il Currao si fermò davanti al lume:
- Fa la puttana! - disse.
- Non consumiamo petrolio inutilmente! Lavati, se lo credi proprio necessario.
E usciamo.
Non vuoi cenare?
- No...
- rispose Luca.
- Ho desinato a Napoli piuttosto bene.
- Non ci credo.
- Parola d'onore.
Di' un po', come ti sembro?
- Compassionevole, amico Pelletta!
- No, dico! ti pare che stia male in faccia?
- No: ancora non pare, - fece Santi.
- Eh sí, - affermò Luca - è un fatto che, a me, il mangiar poco mi conferisce.
Ma forse sono un po' troppo pallido questa sera, no?
- Sei pallido, perché sei povero! - raffibbiò il Currao.
- Via, usciamo! Tu vuoi certo vedere il Colosseo al lume di luna.
Luca accettò con entusiasmo la proposta, e s'avviarono in silenzio.
Davanti alla soglia di casa, il Pelletta trattenne per un braccio l'amico, poi gli batté la spalla con una mano e gli disse, socchiudendo gli occhi:
- Santi, risorgeremo! lascia fare a me!
- Statti quieto...
- brontolò il Currao.
E tutti e due si perdettero nell'ombra.
RICHIAMO ALL'OBBLIGO
Paolino Lovico si buttò per morto su uno sgabello davanti la farmacia Pulejo in Piazza Marina.
Guardò dentro, al banco, e asciugandosi il sudore che gli grondava dai capelli su la faccia congestionata, domandò a Saro Pulejo:
- È passato?
- Gigi? No.
Ma starà poco.
Perché?
- Perché? Perché mi serve! Perché...
Quante cose vuoi sapere!
Si lasciò il fazzoletto steso sul capo, appoggiò i gomiti sui ginocchi, il mento sulle mani e rimase lí a guardare a terra, fosco, con le ciglia aggrottate.
Lo conoscevano tutti, là a Piazza Marina.
Passò un amico:
- Ohi, Paolí?
Lovico alzò gli occhi e li riabbassò subito, brontolando:
- Lasciami stare!
Un altro amico:
- Paolí, che hai?
Lovico si strappò questa volta il fazzoletto dal capo e sedette in un'altra positura, quasi con la faccia al muro.
- Paolí, ti senti male? - gli domandò allora dal banco Saro Pulejo.
- Oh santo diavolo! - scattò Paolino Lovico, precipitandosi dentro la farmacia.
- Che corno t'importa di me, me lo dici? Chi ti domanda niente? se ti senti male, se ti senti bene, che hai, che non hai? Lasciatemi stare!
- Ih, - fece Saro.
- T'ha morso la tarantola? Hai domandato di Gigi, e credevo che...
- Ma ci sono forse io solo su la faccia della terra? - gridò Lovico con le braccia per aria e gli occhi schizzanti.
- Non posso avere un cane malato? un pollo d'India con la tosse? Fatevi gli affari vostri, santo e santissimo non so chi e non so come!
- Oh, ecco qua Gigi! - disse Saro, ridendo.
Gigi Pulejo entrò di fretta, diviato allo stipetto a muro per vedere se nella sua casella ci fossero chiamate per lui.
- Ciao, Paolí!
- Hai fretta? - gli domandò, accigliato, Paolino Lovico senza rispondere al saluto.
- Molta, sí, - sospirò il dottor Pulejo, buttandosi su la nuca il cappello e facendosi vento col fazzoletto su la fronte.
- Di questi giorni, caro mio, un affar serio.
- Non lo dico io? - sghignò allora rabbioso il Paolino Lovico con le pugna protese.
- Che epidemia c'è? Cholera morbus? peste bubbonica? il canchero che vi porti via tutti quanti? Devi dare ascolto a me! Senti: morto per morto, io sono qua! Ho diritto alla precedenza.
Ohi, Saro, non hai niente da pestare nel mortajo?
- Niente, perché?
- E allora andiamo via! - ripigliò Lovico, afferrando per un braccio Gigi Pulejo e trascinandolo fuori.
- Qua non posso parlare!
- Discorso lungo? - gli domandò per istrada il dottore.
- Lunghissimo!
- Caro mio, mi dispiace, non ho tempo.
- Non hai tempo? Sai che faccio? Mi butto sotto un tram, mi fratturo una gamba e ti costringo a starmi attorno per una mezza giornata.
Dove devi andare?
- Prima di tutto, qua vicino, in via Butera.
- T'accompagno, - disse Lovico.
- Tu sali a far la visita; io t'aspetto giú, e riprenderemo a parlare.
- Ma insomma, che diavolo hai? - gli domandò il dottor Pulejo, fermandosi un po' a osservarlo.
Paolino Lovico aprí le braccia, sotto lo sguardo del dottor, piegò le gambe, rilassò tutta la personcina arruffata e rispose:
- Gigino mio, sono un uomo morto!
E gli occhi gli si riempirono di lagrime.
- Parla, parla, - lo incitò il dottore: - andiamo, che t'è accaduto?
Paolino fece alcuni passi, poi si fermò di nuovo e, trattenendo Gigi Pulejo per una manica, premise misteriosamente:
- Ti parlo come a un fratello, bada! Anzi, no.
Il medico è come il confessore, è vero?
- Certo.
Abbiamo anche noi il segreto professionale.
- Va bene.
Ti parlo allora sotto il sigillo della confessione, come a un sacerdote.
Si posò una mano su lo stomaco e, con uno sguardo d'intelligenza, aggiunse solennemente:
- Tomba, oh?
Quindi, sbarrando tanto d'occhi e congiungendo l'indice e il pollice, quasi per pesar le parole che stava per dire, sillabò:
- Petella ha due case.
- Petella? - domandò, stordito, Gigi Pulejo.
- Chi è Petella?
- Petella il capitano, perdio! - proruppe Lovico.
- Petella della Navigazione Generale.
- Non lo conosco, - disse il dottor Pulejo.
- Non lo conosci? Tanto meglio! Ma, tomba lo stesso, oh! Due case, - ripeté con la stess'aria cupa e grave.
- Una qua, una a Napoli.
- Ebbene?
- Ah! Ti pare niente? - domandò, scomponendosi tutto nella rabbia che lo divorava, Paolino Lovico.
- Un uomo ammogliato, che approfitta vigliaccamente del suo mestiere di marinajo e si fa un'altra casa in un altro paese, ti pare niente? Ma sono cose turche, perdio!
- Turchissime, chi ti dice di no? Ma a te che te n'importa? Che c'entri tu?
- Che me n'importa, a me? che c'entro io?
- È tua parente, scusa, la moglie di Petella?
- No! - gridò Paolino Lovico col sangue agli occhi.
- È una povera donna, che soffre pene d'inferno! Una donna onesta, capisci? tradita in un modo infame, capisci? dal proprio marito.
C'è bisogno di esser parente per sentirsene rimescolare?
- Ma che ci posso fare io, scusa? - domandò Gigi Pulejo, stringendosi nelle spalle.
- Se non mi lasci dire, porco diavolo! porca natura! porca vita! - sbuffò Lovico.
- Senti che caldo? Io crepo! Quel caro Petella, quel carissimo Petella non si contenta di tradire la moglie, d'avere un'altra casa a Napoli; ha tre o quattro figli là, con quella, e uno qua con la moglie.
Non vuole averne altri! Ma quelli di là, capirai bene, non sono legittimi: se ne ha qualche altro, e gli fa impiccio, può buttarlo via come niente.
Invece qua, con la moglie, d'un figlio legittimo non potrebbe disfarsi.
E allora, brutto manigoldo, che ti combina? (Oh, dura da due anni, sai, questa storia!) Ti combina che nei giorni che sbarca qui, piglia il piú piccolo pretesto per attaccar lite con la moglie, e la notte si chiude a dormir solo.
Il giorno appresso, riparte, e chi s'è visto s'è visto.
Da due anni cosí!
- Povera signora! - esclamò Gigi Pulejo con una commiserazione da cui non poté staccare un sorriso.
- Ma io, scusa...
ancora non capisco.
- Senti, Gigino mio, - riprese con altro tono Lovico, appendendoglisi al braccio.
- Da quattro mesi io do lezione di latino al ragazzo, al figliuolo di Petella, che ha dieci anni e va in prima ginnasiale.
- Ah, - fece il dottore.
- Se tu sapessi quanta pietà m'ha ispirato quella disgraziata signora! - seguitò Lovico.
- Quante lagrime, quante lagrime ha pianto la poverina...
E che bontà! È pure bella, sai? Fosse brutta, capirei...
È bella! E vedersi trattata cosí, tradita, disprezzata e lasciata in un canto, là, come uno straccio inutile...
Vorrei vedere chi avrebbe saputo resistere! chi non si sarebbe ribellata! E chi potrebbe condannarla? È una donna onesta, una donna che bisogna assolutamente salvare, Gigino mio! Tu capisci? Si trova in una terribile condizione, adesso...
Disperata!
Gigi Pulejo si fermò e guardò severamente il Lovico.
- Ah no, caro! - gli disse.
- Queste cose io non le faccio.
Non voglio mica aver da fare col Codice penale, io.
- Pezzo d'imbecille! - scattò Paolino Lovico.
- E che ti figuri, adesso? che ti figuri che io voglia da te? Per chi m'hai preso? Credi ch'io sia un uomo immorale? un birbaccione? Che voglia il tuo ajuto per...
oh! mi fa schifo, orrore, solo a pensarlo!
- Ma che corno vuoi dunque da me? Io non ti capisco! - gridò il dottor Pulejo, spazientito.
- Voglio quel ch'è giusto! - gridò a sua volta Paolino Lovico.
- La morale, voglio! Voglio che Petella sia un buon marito e non chiuda la porta in faccia alla moglie quando sbarca qui!
Gigi Pulejo scoppiò in una fragorosa risata.
- E che...
e che pre...
e che pretendi...
ohi ohi ohi...
ah ah ah...
pre...
pretendi che io...
po...
pove...
povero Pet...
ah ah ah...
l'asino...
l'asino a bere per...
ohi ohi ohi...
- Che ridi, che ridi, animalone? - muggí fremendo e agitando le pugna, Paolino Lovico.
- C'è in vista una tragedia, e tu ridi? C'è un farabutto che non vuol fare l'obbligo suo, e tu ridi? una donna minacciata nell'onore, nella vita, e tu ridi? E non ti parlo di me! Io sono un uomo morto, io vado a buttarmi a mare, se tu non mi dai ajuto, vuoi capirlo?
- Ma che ajuto posso darti io? - domandò il Pulejo, senza potere ancora trattener le risa.
Paolino Lovico si fermò risolutamente in mezzo alla via, stringendo forte un braccio al dottore.
- Sai che avverrà? - gli disse, truce.
- Petella arriva stasera; ripartirà domani per il Levante; va a Smirne; starà fuori circa un mese.
Non c'è tempo da perdere! O subito, o tutto è perduto.
Per carità, Gigino salvami! salva quella povera martire! Tu avrai un mezzo, tu avrai un rimedio...
Non ridere, perdio, o ti strozzo! O piuttosto ridi, ridi se vuoi, della mia disperazione, ma dammi ajuto...
un rimedio...
qualche mezzo...
qualche medicina...
Gigi Pulejo era arrivato alla casa di via Butera nella quale doveva far la visita.
Come meglio poté, si tenne dal ridere ancora e disse:
- Vuoi insomma impedire che il capitano prenda un pretesto d'attaccar lite questa sera con la moglie?
- Precisamente!
- Per la morale, è vero?
- Per la morale.
Seguiti a scherzare?
- No no, dico sul serio adesso.
Senti: io vado su; tu ritorna in farmacia, da Saro, e aspettami lí.
Vengo subito.
- Ma che vuoi fare?
- Lascia fare a me! - lo assicurò il dottore.
- Va' da Saro, e aspettami.
- Fa' presto, oh! - gli gridò dietro Lovico a mani giunte.
Sul tramonto, Paolino era allo Scalo per assistere all'arrivo del capitano Petella col "Segesta".
L'aveva voluto almeno vedere da lontano, non sapeva bene perché; vedergli l'aria e mandargli dietro una filza di male parole.
Sperava, dopo l'assalto al dottor Pulejo e l'ajuto che era riuscito a ottenere, che l'orgasmo, a cui era in preda dalla mattina, cessasse almeno un poco.
Ma che! Recato un certo involtino misterioso di pasterelle con la crema alla signora Petella (poiché al capitano piacevano tanto i dolci), e sceso dalla casa di lei, s'era messo a girare di qua e di là, e l'orgasmo gli era cresciuto di punto in punto.
E ora? Ecco venuta la sera.
Avrebbe voluto andare a letto quanto piú tardi gli fosse possibile.
Ma si stancò presto di girovagare per la città, con la smania esacerbata dal timore d'attaccar lite con qualcuno de' suoi innumerevoli conoscenti, il quale avesse la cattiva ispirazione d'accostarglisi.
Perché aveva la disgrazia, lui, d'essere "trasparente".
Sicuro! E questa trasparenza sua riusciva esilarantissima a tutti gl'ipocriti foderati di menzogna.
Pareva che la vista chiara, aperta, delle passioni, e fossero anche le piú tristi, le piú angosciose, avesse il potere di promuovere le risa in tutti coloro che o non le avevano mai provate o, usi com'erano a mascherarle, non le riconoscevano piú in un pover'uomo come lui, che aveva la sciagura di non saperle nascondere e dominare.
Si rintanò in casa; si buttò vestito sul letto.
Com'era pallida, com'era pallida quella poveretta, quand'egli le aveva recato l'involto delle paste! Cosí pallida e con quegli occhi smarriti nella pena, non era bella davvero...
- Sii sorridente, cara! - le aveva raccomandato con le lagrime in gola.
- Acconciati bene, per carità! Indossa quella camicetta di seta giapponese che ti sta tanto bene...
Ma soprattutto, te ne scongiuro, non farti trovare cosí, come un funerale...
Animo, animo! Hai apparecchiato tutto per bene? Mi raccomando, che non abbia alcun motivo di lagnarsi! Coraggio, cara, a domani! Speriamo bene...
Non dimenticare, per carità, d'appendere un fazzoletto per segno, al cordino là, davanti la finestra di camera tua.
Domattina, il mio primo pensiero sarà quello di venire a vedere...
Fammelo trovare quel segno, cara, fammelo trovare!
E prima d'andar via aveva seminato col lapis turchino i "dieci" e i "dieci con lode" nel quaderno delle versioni di quel somarone del figlio, che sentiva latino e spiritava.
- Nonò, faglielo vedere a papà...
Sai come sarà contento papà! Seguita cosí, caro, seguita cosí e fra qualche anno saprai il latino meglio di un'oca del Campidoglio, di quelle, Nonò, che fecero fuggire i Galli, sai? Viva Papirio! Allegri, allegri! dobbiamo essere tutti allegri questa sera, Nonò! Viene papà! Allegro e buono! pulito, composto! Fa' vedere le unghie...
Sono pulite? Bravo.
Attento a non sporcartele! Viva Papirio, Nonò, viva Papirio!
Le pasterelle...
Se quell'imbecille di Pulejo si fosse preso gioco di lui? No no, questo no.
Egli lo aveva reso capace della gravità del caso.
Avrebbe commesso una birbonata senza nome, a ingannarlo.
Però...
però...
però...
se il rimedio non fosse efficace come gli aveva assicurato?
La noncuranza, anzi il disprezzo di quell'uomo per la propria moglie, lo faceva ora ribollire come se fosse un'offesa fatta a lui direttamente.
Ma sicuro! Come mai quella donna, di cui egli, Paolino Lovico, si contentava, non solo, ma che pareva a lui cosí degna d'essere amata, cosí desiderabile, non era poi calcolata per nulla da quel mascalzone? Come parere che lui, Paolino Lovico, si contentava del rifiuto di un altro, d'una donna che per un altro non valeva nulla.
Oh che era forse meglio quella signora di Napoli? Piú bella della moglie? Ma avrebbe voluto vederla! Metterle accanto, l'una e l'altra, e poi mostrargliele e gridargli sul muso:
- Ah, tu preferisci quell'altra? Ma perché tu sei un bestione senza discernimento e senza gusto! Non perché tua moglie non valga centomila volte di piú! Ma guardala! Guardala bene! Come puoi aver cuore di non toccarla? Tu non capisci le finezze...
tu non capisci il bello delicato...
la soavità della grazia malinconica! Tu sei un animale, un majalone sei, e non puoi capire queste cose; perciò disprezzi.
E poi, che vuoi mettere? una femminaccia da trivio con una signora per bene, con una donna onesta?
Ah che nottata fu quella per lui! Non un minuto di requie...
Quando finalmente gli parve che cominciasse ad albeggiare, non poté piú stare alle mosse.
La signora Petella aveva il letto diviso da quello del marito, in una camera a parte: avrebbe potuto dunque, anche di notte, appendere il fazzoletto al cordino della finestra, perché egli si fosse levato subito d'ambascia.
Doveva figurarselo che lui non avrebbe chiuso occhio durante la notte, e appena spuntata l'alba, sarebbe venuto a vedere.
Cosí pensava, correndo alla casa del Petella.
Lusingato dal desiderio ardentissimo, era cosí sicuro di trovare quel segno alla finestra, che il non trovarlo fu proprio una morte per lui.
Si sentí mancar le gambe.
Nulla! nulla! E che aspetto funebre avevano quelle persiane serrate...
Una voglia selvaggia gli fece a un tratto impeto nello spirito: salire, precipitarsi in camera di Petella, strozzarlo sul letto!
E come se veramente fosse salito e avesse commesso il delitto, si sentí d'un subito stremato, sfinito, un sacco vuoto.
Cercò di sollevarsi; pensò che forse ancora era presto; che forse egli pretendeva troppo, contando che ella di notte si levasse ed esponesse il segno per farglielo trovare all'alba; che forse non aveva potuto...
chi sa!
Via, non c'era ancora da disperare...
Avrebbe aspettato.
Ma lí, no...
Aspettar lí, ogni minuto, un'eternità...
Le gambe però...
non se le sentiva piú, le gambe!
Per fortuna, svoltando il primo vicolo, trovò a pochi passi un caffeuccio aperto, caffeuccio per gli operai che si recavano di buon'ora all'Arsenale lí presso.
Vi entrò; si lasciò cadere su la panca di legno.
Non c'era nessuno; non si vedeva neanche il padrone; si sentiva però sfaccendare e parlottare di là, nell'antro bujo, dove forse sí accendevano allora allora i fornelli.
Quando, di lí a poco, un omaccione in maniche di camicia gli si presentò per domandargli che cosa desiderasse, Paolino Lovico gli volse uno sguardo attonito, truce, poi gli disse:
- Un fazzole...
cioè, dico...
un caffè! Forte, bello forte, mi raccomando!
Gli fu servito subito.
Ma sí! Metà se lo buttò addosso, metà lo sbruffò dalla bocca, balzando in piedi.
Accidenti! Era bollente.
- Che ha fatto, signorino?
- Aaahhh...
- fiatava Lovico con gli occhi e la bocca spalancati.
- Un po' d'acqua, un po' d'acqua...
- gli suggerí il caffettiere.
- Prenda, beva un po' d'acqua!
- E i calzoni? - gemette Paolino, guardandosi addosso.
Cavò di tasca il fazzoletto, ne intinse una cocca nel bicchiere e si mise a stropicciar forte su la macchia.
Che bel frescolino alla coscia, adesso!
Distese il fazzoletto bagnato, lo guardò, impallidí, buttò una monetina di quattro soldi nel vassojo e scappò via.
Ma, appena svoltato il vicolo, paf! di faccia, il capitano Petella.
- Ohé! Lei qua?
- Già...
mi...
mi...
- balbettò Paolino Lovico senza piú una goccia di sangue nelle vene.
Mi...
mi sono levato per tempo...
e...
- Una passeggiatina al fresco? - compí la frase il Petella.
- Beato lei! Senza noje...
senza impicci...
Libero! scapolo!
Lovico gli affondò gli occhi negli occhi per cercare di scoprire se...
Ma già il fatto che il bestione fosse fuori a quell'ora, e poi con quell'aria rabbuffata, da temporale...
- ah, miserabile! doveva certamente aver litigato con la moglie anche quella sera! (Io l'uccido! - pensò Lovico, - parola d'onore, io l'uccido!) E intanto, con un sorrisetto:
- Ma anche lei, vedo...
- Io? - grugní il Petella.
- Che cosa?
- Ma...
a quest'ora...
- Ah, perché mi vede fuori a quest'ora? Una nottataccia, caro professore! Il caldo, forse, io non so!
- Non...
non ha...
non ha dormito bene?
- Non ho dormito affatto! - gridò il Petella, con esasperazione.
- E sa? quando io non dormo...
quando non riesco a prender sonno...
io arrabbio!
- E che...
scusi...
che colpa...
- seguitò a balbettar Lovico tutto fremente e pur sorridente, - che colpa ci hanno gli altri?
- Gli altri? - domandò stordito il Petella.
- Che c'entrano gli altri?
- Ma...
se dice che s'arrabbia? Con chi s'arrabbia? con chi se la piglia se fa caldo?
- Me la piglio con me, me la piglio col tempo, me la piglio con tutti! - proruppe il Petella.
- Io voglio aria...
io sono abituato al mare...
e la terra, caro professore, specialmente d'estate, la terra non la posso soffrire...
la casa...
le pareti...
gl'impicci...
le donne.
("L'uccido! parola d'onore, l'uccido!" fremeva tra sé Lovico.) E col solito sorrisetto: - Anche le donne?
- Ah, sa? con me le donne...
veramente...
Si viaggia...
si sta tanto tempo lontani...
Non dico ora, che sono vecchio...
Ma quando si è giovanotti...
Le donne! Io, però, ci ho avuto sempre questo di buono, sa? Quando voglio, voglio...
quando non voglio, non voglio.
Il padrone sono restato sempre io.
- Sempre?...
("L'uccido!")
- Sempre che ho voluto, s'intende! Lei no, eh? Lei si lascia facilmente prendere? Un sorrisetto...
una mossetta...
un'aria umile, vergognosetta...
dica, eh? dica la verità...
Lovico si fermò a guardarlo in faccia.
- Debbo dirle la verità? Io, se avessi moglie...
Petella scoppiò a ridere.
- Ma non parliamo delle mogli, adesso! Che c'entrano le mogli? Le donne! le donne!
- E non sono donne, le mogli? che cosa sono?
- Ma saranno anche donne...
qualche volta! - esclamò Petella.
- Lei intanto non ne ha, caro professore; ed io le auguro per il suo bene di non averne mai.
Perché le mogli, sa...
Cosí dicendo, lo prese sotto il braccio e seguitò a parlare, a parlare.
Lovico fremeva.
Lo guardava in volto, gli guardava gli occhi gonfi, ammaccati, ma forse...
eh, forse li aveva cosí perché non era riuscito a dormire.
E ora gli pareva da qualche frase di potere argomentare che quella poverina fosse salva, ora invece, a qualche altra, ripiombava nel dubbio e nella disperazione.
E questo supplizio durò un'eternità, perché aveva voglia di camminare, di camminare, il bestione, e se lo trascinava lungo la marina.
Alla fine, voltò per ritornare a casa.
"Non lo lascio!" pensava tra sé Lovico.
"Salgo con lui a casa e, se non ha fatto l'obbligo suo, questa è l'ultima giornata per tutti e tre!"
Si fissò talmente in questo truce pensiero, tese con tanta violenza e tanta rabbia in esso tutta la sua energia nervosa, che si sentí sciogliere le membra, cascare a pezzi, appena svoltata la via e alzati gli occhi alla finestra della casa del Petella - vide stesi al cordino, oh Dio, oh Dio, oh Dio, uno...
due...
tre...
quattro...
cinque fazzoletti!
Arricciò il naso, aprí la bocca, col capo vagellante, ed esalò in un "ah" di spasimo la gioja che lo soffocava.
- Che cos'ha? - gli gridò Petella, sorreggendolo.
E Lovico:
- Oh caro capitano! oh caro capitano, grazie! grazie! Ah...
è stata una delizia per me...
questa...
questa bella passeggiata...
ma sono stanco...
stanco morto...
casco, proprio casco...
Grazie, grazie con tutto il cuore, caro capitano! A rivederla! buon viaggio, eh? a rivederla! Grazie, grazie...
E, appena il Petella entrò nel portoncino, prese la via, di corsa, giubilante, esultante, sgrignando e con gli occhi lustri ilari parlanti mostrando le cinque dita della mano a tutti quelli che incontrava.
PENSACI, GIACOMINO!
Da tre giorni il professore Agostino Toti non ha in casa quella pace, quel riso, a cui crede ormai di aver diritto.
Ha circa settant'anni, e dir che sia un bel vecchio, non si potrebbe neanche dire: piccoletto, con la testa grossa, calva, senza collo, il torso sproporzionato su due gambettine da uccello...
Sí, sí: il professor Toti lo sa bene, e non si fa la minima illusione, perciò, che Maddalena, la bella mogliettina, che non ha ancora ventisei anni, lo possa amare per se stesso.
È vero che egli se l'è presa povera e l'ha inalzata: figliuola del bidello del liceo, è diventata moglie d'un professore ordinario di scienze naturali, tra pochi mesi con diritto al massimo della pensione; non solo, ma ricco anche da due anni per una fortuna impensata, per una vera manna dal cielo: una eredità di quasi duecentomila lire, da parte d'un fratello spatriato da tanto tempo in Rumenia e morto celibe colà.
Non per tutto questo però il professor Toti crede d'aver diritto alla pace e al riso.
Egli è filosofo: sa che tutto questo non può bastare a una moglie giovine e bella.
Se l'eredità fosse venuta prima del matrimonio, egli magari avrebbe potuto pretendere da Maddalenina un po' di pazienza, che aspettasse cioè la morte di lui non lontana per rifarsi del sacrifizio d'aver sposato un vecchio.
Ma son venute troppo tardi, ahimè! quelle duecentomila lire, due anni dopo il matrimonio, quando già...
quando già il professor Toti filosoficamente aveva riconosciuto, che non poteva bastare a compensare il sacrifizio della moglie la sola pensioncina ch'egli le avrebbe un giorno lasciata.
Avendo già concesso tutto prima, il professor Toti crede d'aver piú che mai ragione di pretendere la pace e il riso ora, con l'aggiunta di quell'eredità vistosa.
Tanto piú, poi, in quanto egli - uomo saggio veramente e dabbene - non si è contentato di beneficiar la moglie, ma ha voluto anche beneficiare...
sí, lui, il suo buon Giacomino, già tra i piú valenti alunni suoi al liceo, giovane timido, onesto, garbatissimo, biondo, bello e ricciuto come un angelo.
Ma sí, ma sí - ha fatto tutto, ha pensato a tutto il vecchio professore Agostino Toti.
Giacomino Delisi era sfaccendato, e l'ozio lo addolorava e lo avviliva; ebbene, lui, il professor Toti, gli ha trovato posto nella Banca Agricola, dove ha collocato le duecentomila lire dell'eredità.
C'è anche un bambino, ora, per casa, un angioletto di due anni e mezzo, a cui egli si è dedicato tutto, come uno schiavo innamorato.
Ogni giorno, non gli par l'ora che finiscano le lezioni al liceo per correre a casa, a soddisfare tutti i capriccetti del suo piccolo tiranno.
Veramente, dopo l'eredità, egli avrebbe potuto mettersi a riposo, rinunziando a quel massimo della pensione, per consacrare tutto il suo tempo al bambino.
Ma no! Sarebbe stato un peccato! Dacché c'è, egli vuol portare fino all'ultimo quella sua croce, che gli è stata sempre tanto gravosa! Se ha preso moglie proprio per questo, proprio perché recasse un beneficio a qualcuno ciò che per lui è stato un tormento tutta la vita!
Sposando con quest'unico intento, di beneficare una povera giovine, egli ha amato la moglie quasi paternamente soltanto.
E piú che mai paternamente s'è messo ad amarla, da che è nato quel bambino, da cui quasi quasi gli piacerebbe piú d'esser chiamato nonno, che papà.
Questa bugia incosciente sui puri labbruzzi del bambino ignaro gli fa pena; gli pare che anche il suo amore per lui ne resti offeso.
Ma come si fa? Bisogna pure che si prenda con un bacio quell'appellativo dalla boccuccia di Niní, quel "papà" che fa ridere tutti i maligni, i quali non sanno capire la tenerezza sua per quell'innocente, la sua felicità per il bene che ha fatto e che seguita a fare a una donna, a un buon giovinotto, al piccino, e anche a sé - sicuro! - anche a sé - la felicità di vivere quegli ultimi anni in lieta e dolce compagnia, camminando per la fossa cosí, con un angioletto per mano.
Ridano, ridano pure di lui tutti i maligni! Che risate facili! che risate sciocche! Perché non capiscono...
Perché non si mettono al suo posto...
Avvertono soltanto il comico, anzi il grottesco, della sua situazione, senza saper penetrare nel suo sentimento!...
Ebbene, che glie n'importa? Egli è felice.
Se non che, da tre giorni...
Che sarà accaduto? La moglie ha gli occhi gonfii e rossi di pianto; accusa un forte mal di capo; non vuole uscir di camera.
- Eh, gioventú!...
gioventú!...
- sospira il professor Toti, scrollando il capo con un risolino mesto e arguto negli occhi e sulle labbra.
- Qualche nuvola...
qualche temporaletto...
E con Niní s'aggira per casa, afflitto, inquieto, anche un po' irritato, perché...
via, proprio non si merita questo, lui, dalla moglie e da Giacomino.
I giovani non contano i giorni: ne hanno tanti ancora innanzi a sé...
Ma per un povero vecchio è grave perdita un giorno! E sono ormai tre, che la moglie lo lascia cosí per casa, come una mosca senza capo, e non lo delizia piú con quelle ariette e canzoncine cantate con la vocetta limpida e fervida, e non gli prodiga piú quelle cure, a cui egli è ormai avvezzo.
Anche Niní è serio serio, come se capisca che la mamma non ha testa da badare a lui.
Il professore se lo conduce da una stanza all'altra, e quasi non ha bisogno di chinarsi per dargli la mano, tant'è piccolino anche lui; lo porta innanzi al pianoforte, tocca qua e là qualche tasto, sbuffa, sbadiglia, poi siede, fa galoppare un po' Niní su le ginocchia, poi torna ad alzarsi: si sente tra le spine.
Cinque o sei volte ha tentato di forzar la mogliettina a parlare.
- Male, eh? ti senti proprio male?
Maddalenina seguita a non volergli dir nulla: piange; lo prega di accostar gli scuri del balcone e di portarsi Niní di là: vuole star sola e al bujo.
- Il capo, eh?
Poverina, le fa tanto male il capo...
Eh, la lite dev'essere stata grossa davvero!
Il professor Toti si reca in cucina e cerca d'abbordar la servetta, per avere qualche notizia da lei; ma fa larghi giri, perché sa che la servetta gli è nemica; sparla di lui, fuori, come tutti gli altri, e lo mette in berlina, brutta scema! Non riesce a saper nulla neanche da lei.
E allora il professor Toti prende una risoluzione eroica: reca Niní dalla mamma e la prega che glielo vesta per benino.
- Perché? - domanda ella.
- Lo porto a spassino, - risponde lui.
- Oggi è festa...
Qua s'annoja, povero bimbo!
La mamma non vorrebbe.
Sa che la trista gente ride vedendo il vecchio professore col piccino per mano; sa che qualche malvagio insolente è arrivato finanche a dirgli: - Ma quanto gli somiglia, professore, il suo figliuolo!
Il professor Toti però insiste.
- No, a spassino, a spassino...
E si reca col bimbo in casa di Giacomino Delisi.
Questi abita insieme con una sorella nubile, che gli ha fatto da madre.
Ignorando la ragione del beneficio, la signorina Agata era prima molto grata al professor Toti; ora invece - religiosissima com'è - lo tiene in conto d'un diavolo, né piú ne meno, perché ha indotto il suo Giacomino in peccato mortale.
Il professor Toti deve aspettare un bel po', col piccino, dietro la porta, dopo aver sonato.
La signorina Agata è venuta a guardar dalla spia ed è scappata.
Senza dubbio, è andata ad avvertire il fratello della visita, e ora tornerà a dire che Giacomino non è in casa.
Eccola.
Vestita di nero, cerea, con le occhiaje livide, stecchita, arcigna, appena aperta la porta, investe, tutta vibrante, il professore.
- Ma come...
scusi...
viene a cercarlo pure in casa adesso?...
E che vedo! anche col bambino? ha condotto anche il bambino?
Il professor Toti non s'aspetta una simile accoglienza; resta intronato; guarda la signorina Agata, guarda il piccino, sorride, balbetta:
- Per...
perché?...
che è?...
non posso...
non...
posso venire a...
- Non c'è! - s'affretta a rispondere quella, asciutta e dura.
- Giacomino non c'è.
- Va bene, - dice, chinando il capo, il professor Toti.
- Ma lei, signorina...
mi scusi...
Lei mi tratta in un modo che...
non so! Io non credo d'aver fatto né a suo fratello, né a lei...
- Ecco, professore, - lo interrompe, un po' rabbonita, la signorina Agata.
- Noi, creda pure, le siamo...
le siamo riconoscentissimi; ma anche lei dovrebbe comprendere...
Il professor Toti socchiude gli occhi, torna a sorridere, alza una mano e poi si tocca parecchie volte con la punta delle dita il petto, per significarle che, quanto a comprendere, lasci fare a lui.
- Sono vecchio, signorina, - dice, - e comprendo...
tante cose comprendo io! e guardi, prima di tutte, questa: che certe furie bisogna lasciarle svaporare, e che, quando nascono malintesi, la miglior cosa è chiarire...
chiarire, signorina, chiarire francamente, senza sotterfugi, senza riscaldarsi...
Non le pare?
- Certo, sí...
- riconosce, almeno cosí in astratto, la signorina Agata.
- E dunque, - riprende il professor Toti, - mi lasci entrare e mi chiami Giacomino.
- Ma se non c'è!
- Vede? No, Non mi deve dire che non c'è.
Giacomino è in casa, e lei me lo deve chiamare.
Chiariremo tutto con calma...
glielo dica: con calma! Io sono vecchio e comprendo tutto, perché sono stato anche giovane, signorina.
Con calma, glielo dica.
Mi lasci entrare.
Introdotto nel modesto salotto, il professor Toti siede con Niní tra le gambe, rassegnato ad aspettare anche qua un bel pezzo, che la sorella persuada Giacomino.
- No, qua Niní...
buono! - dice di tratto in tratto al bimbo, che vorrebbe andare a una mensoletta, dove luccicano certi gingilli di porcellana; e intanto si scapa a pensare che diamine può essere accaduto di cosí grave in casa sua, senza ch'egli se ne sia accorto per nulla.
Maddalenina è cosí buona! Che male può ella aver fatto, da provocare un cosí aspro e forte risentimento, qua, anche nella sorella di Giacomino?
Il professor Toti, che ha creduto finora a una bizza passeggera, comincia a impensierirsi e a costernarsi sul serio.
Oh, ecco Giacomino finalmente! Dio, che viso alterato! che aria rabbuffata! Eh come? Ah, questo no! Scansa freddamente il bambino che gli è corso incontro gridando con le manine tese:
- "Giamí! Giamí!".
- Giacomino! - esclama, ferito, con severità, il professor Toti.
- Che ha da dirmi, professore? - s'affretta a domandargli quello, schivando di guardarlo negli occhi.
- Io sto male...
Ero a letto...
Non sono in grado di parlare e neanche di sostener la vista d'alcuno...
- Ma il bambino?!
- Ecco, - dice Giacomino; e si china a baciare Niní.
- Ti senti male? - riprende il professor Toti, un po' racconsolato da quel bacio.
- Lo supponevo.
E son venuto per questo.
Il capo, eh? Siedi, siedi...
Discorriamo.
Qua, Niní...
Senti che "Giamí" ha la bua? Sí, caro, la bua...
qua, povero "Giamí"...
Sta' bonino; ora andiamo via.
Volevo domandarti - soggiunge, rivolgendosi a Giacomino, - se il direttore della Banca Agricola ti ha detto qualche cosa.
- No, perché? - fa Giacomino, turbandosi ancor piú.
- Perché jeri gli ho parlato di te, - risponde con un risolino misterioso il professor Toti.
Il tuo stipendio non è molto grasso, figliuol mio.
E sai che una mia parolina...
Giacomino si torce su la sedia, stringe le pugna fino ad affondarsi le unghie nel palmo delle mani.
- Professore, io la ringrazio, - dice, - ma mi faccia il favore, la carità, di non incomodarsi piú per me, ecco!
- Ah sí? - risponde il professor Toti con quel risolino ancora su la bocca.
- Bravo! Non abbiamo piú bisogno di nessuno, eh? Ma se io volessi farlo per mio piacere? Caro mio, ma se non debbo piú curarmi di te, di chi vuoi che mi curi io? Sono vecchio, Giacomino! E ai vecchi - badiamo, che non siano egoisti! - ai vecchi, che hanno tanto stentato, come me, a prendere uno stato, piace di vedere i giovani, come te meritevoli, farsi avanti nella vita per loro mezzo; e godono della loro allegria, delle loro speranze, del posto ch'essi prendono man mano nella società.
Io poi per te...
via, tu lo sai...
ti considero come un figliuolo...
Che cos'è? Piangi?
Giacomino ha nascosto infatti il volto tra le mani e sussulta come per un impeto di pianto che vorrebbe frenare.
Niní lo guarda sbigottito, poi, rivolgendosi al professore, dice:
- "Giamí, bua"...
Il professore si alza e fa per posare una mano su la spalla di Giacomino; ma questi balza in piedi, quasi ne provi ribrezzo, mostra il viso scontraffatto come per una fiera risoluzione improvvisa, e gli grida esasperatamente:
- Non mi s'accosti! Professore, se ne vada, la scongiuro, se ne vada! Lei mi sta facendo soffrire una pena d'inferno! Io non merito codesto suo affetto e non lo voglio, non lo voglio...
Per carità, se ne vada, si porti via il bambino e si scordi che io esisto!
Il professor Toti resta sbalordito; domanda:
- Ma perché?
- Glielo dico subito! - risponde Giacomino.
- Io sono fidanzato, professore! Ha capito? Sono fidanzato!
Il professor Toti vacilla, come per una mazzata sul capo; alza le mani; balbetta:
- Tu? fi...
fidanzato?
- Sissignore, - dice Giacomino.
- E dunque, basta...
basta per sempre! Capirà che non posso piú...
vederla qui...
- Mi cacci via? - domanda, quasi senza voce, il professor Toti.
- No! - s'affretta a rispondergli Giacomino, dolente.
- Ma è bene che lei...
che lei se ne vada, professore...
Andarsene? Il professore casca a sedere su la seggiola.
Le gambe gli si sono come stroncate sotto.
Si prende la testa tra le mani e geme:
- Oh Dio! Ah che rovina! Dunque per questo? Oh povero me! Oh povero me! Ma quando? come? senza dirne nulla? con chi ti sei fidanzato?
- Qua, professore...
da un pezzo...
- dice Giacomino.
- con una povera orfana, come me...
amica di mia sorella...
Il professor Toti lo guarda, inebetito, con gli occhi spenti, la bocca aperta, e non trova la voce per parlare.
- E...
e...
e si lascia tutto...
cosí...
e...
e non si pensa piú a...
a nulla...
non si...
non si tien piú conto di nulla...
Giacomino si sente rinfacciare con queste parole l'ingratitudine, e si ribella, fosco:
- Ma scusi! che mi voleva schiavo, lei?
- Io, schiavo? - prorompe, ora, con uno schianto nella voce, il professor Toti.
- Io? E lo puoi dire? Io che ti ho fatto padrone della mia casa? Ah, questa, questa sí che è vera ingratitudine! E che forse t'ho beneficato per me? che ne ho avuto io, se non il dileggio di tutti gli sciocchi che non sanno capire il sentimento mio? Dunque non lo capisci, non lo hai capito neanche tu, il sentimento di questo povero vecchio, che sta per andarsene e che era tranquillo e contento di lasciar tutto a posto, una famigliuola bene avviata, in buone condizioni...
felice? Io ho settant'anni; io domani me ne vado, Giacomino! Che ti sei levato di cervello, figliuolo mio! Io vi lascio tutto, qua...
Che vai cercando? Non so ancora, non voglio saper chi sia la tua fidanzata; se l'hai scelta tu, sarà magari un'onesta giovine, perché tu sei buono...; ma pensa che...
pensa che...
non è possibile che tu abbia trovato di meglio.
Giacomino, sotto tutti i riguardi...
Non ti dico soltanto per l'agiatezza assicurata...
Ma tu hai già la tua famigliuola, in cui non ci sono che io solo di piú, ancora per poco...
io che non conto per nulla...
Che fastidio vi do io? Io sono come il padre...
Io posso anche, se volete...
per la vostra pace...
Ma dimmi com'è stato? che è accaduto? come ti s'è voltata la testa, cosí tutt'a un tratto? Dimmelo! dimmelo...
E il professor Toti s'accosta a Giacomino e vuol prendergli un braccio e scuoterglielo; ma quegli si restringe tutto in sé, quasi rabbrividendo, e si schermisce.
- Professore! - grida.
- Ma come non capisce, come non s'accorge che tutta codesta sua bontà...
- Ebbene?
- Mi lasci stare! non mi faccia dire! Come non capisce che certe cose si possono far solo di nascosto, e non son piú possibili alla luce, con lei che sa, con tutta la gente che ride?
- Ah, per la gente? - esclama il professore.
- E tu...
- Mi lasci stare! - ripete Giacomino, al colmo dell'orgasmo, scotendo in aria le braccia.
- Guardi! Ci sono tant'altri giovani che han bisogno d'ajuto, professore!
Il Toti si sente ferire fin nell'anima da queste parole, che sono un'offesa atroce e ingiusta per sua moglie; impallidisce, allividisce, e tutto tremante dice:
- Maddalenina è giovine, ma è onesta, perdio! e tu lo sai! Maddalenina ne può morire...
perché è qui, è qui, il suo male, nel cuore...
dove credi che sia? È qui, è qui, ingrato! Ah, la insulti, per giunta? E non ti vergogni? e non ne senti rimorso di fronte a me? Puoi dirmi questo in faccia? tu? Credi che ella possa passare, cosí, da uno all'altro, come niente? madre di questo piccino? Ma che dici? Come puoi parlar cosí?
Giacomino lo guarda trasecolato, allibito.
- Io? - dice.
- Ma lei piuttosto, professore, scusi, lei, lei, come può parlare cosí? Ma dice sul serio?
Il professor Toti si stringe ambo le mani su la bocca, strizza gli occhi, squassa il capo e rompe in un pianto disperato.
Niní anche lui, allora, si mette a piangere.
Il professore lo sente, corre a lui, lo abbraccia.
- Ah, povero Niní mio...
ah che sciagura, Niní mio, che rovina! E che sarà della tua mamma ora? e che sarà di te, Niní mio, con una mammina come la tua, inesperta, senza guida...
Ah, che baratro!
Solleva il capo, e, guardando tra le lagrime Giacomino:
- Piango, - dice, - perché mio è il rimorso; io t'ho protetto, io t'ho accolto in casa, io le ho parlato sempre tanto bene di te, io...
io le ho tolto ogni scrupolo d'amarti...
e ora che ella ti amava sicura...
madre di questo piccino...
tu...
S'interrompe e, fiero, risoluto, convulso:
- Bada, Giacomino! - dice.
- Io son capace di presentarmi con questo piccino per mano in casa della tua fidanzata!
Giacomino, che suda freddo, pur su la brace ardente, nel sentirlo parlare e piangere cosí, a questa minaccia giunge le mani, gli si fa innanzi e scongiura:
- Professore, professore, ma lei vuol dunque proprio coprirsi di ridicolo?
- Di ridicolo? - grida il professore.
- E che vuoi che me n'importi, quando vedo la rovina d'una povera donna, la rovina tua, la rovina d'una creatura innocente? Vieni, vieni, andiamo, su via, Niní, andiamo!
Giacomino gli si para davanti:
- Professore, lei non lo farà!
- Io lo farò! - gli grida con viso fermo il professor Toti.
- E per impedirti il matrimonio son anche capace di farti cacciare dalla Banca! Ti do tre giorni di tempo.
E, voltandosi su la soglia, col piccino per mano:
- Pensaci, Giacomino! Pensaci!
NON È UNA COSA SERIA
Perazzetti? No.
Quello poi era un genere particolare.
Le diceva serio serio, che non pareva nemmeno lui, guardandosi le unghie adunche lunghissime, di cui aveva la cura piú meticolosa.
È vero che poi, tutt'a un tratto, senz'alcuna ragione apparente...
un'anatra, ecco, tal'e quale! scoppiava in certe risate, che parevano il verso di un'anatra; e ci guazzava dentro, proprio come un'anatra.
Moltissimi trovavano appunto in queste risate la prova piú lampante della pazzia di Perazzetti.
Nel vederlo torcere con le lagrime agli occhi, gli amici gli domandavano:
- Ma perché?
E lui:
- Niente.
Non ve lo posso dire.
A veder ridere uno cosí, senza che voglia dirne la ragione, si resta sconcertati, con un certo viso da scemi si resta e una certa irritazione in corpo, che nei cosí detti "urtati di nervi" può diventar facilmente stizza feroce e voglia di sgraffiare.
Non potendo sgraffiare, i cosí detti "urtati di nervi" (che sono poi tanti, oggidí) si scrollavano rabbiosamente e dicevano di Perazzetti:
- È pazzo!
Se Perazzetti, invece, avesse detto loro la ragione di quel suo anatrare...
Ma non la poteva dire, spesso, Perazzetti; veramente non la poteva dire.
Aveva una fantasia mobilissima e quanto mai capricciosa, la quale, alla vista della gente, si sbizzarriva a destargli dentro, senza ch'egli lo volesse, le piú stravaganti immagini e guizzi di comicissimi aspetti inesprimibile; a scoprirgli d'un subito certe strane, riposte analogie, a rappresentargli improvvisamente certi contrasti cosí grotteschi e buffi, che la risata gli scattava irrefrenabile.
Come comunicare altrui il giuoco istantaneo di queste fuggevoli immagini impensate?
Sapeva bene Perazzetti, per propria esperienza, quanto in ogni uomo il fondo dell'essere sia diverso dalle fittizie interpretazioni che ciascuno se ne dà spontaneamente, o per inconscia finzione, per quel bisogno di crederci o d'esser creduti diversi da quel che siamo, o per imitazione degli altri, o per le necessità e le convenienze sociali.
Su questo fondo dell'essere egli aveva fatto studii particolari.
Lo chiamava l'"antro della bestia".
E intendeva della bestia originaria acquattata dentro a ciascuno di noi, sotto tutti gli strati di coscienza, che gli si sono a mano a mano sovrapposti con gli anni.
L'uomo, diceva Perazzetti, a toccarlo, a solleticarlo in questo o in quello strato, risponde con inchini, con sorrisi, porge la mano, dice buon giorno e buona sera, dà magari in prestito cento lire; ma guai ad andarlo a stuzzicare laggiú, nell'antro della bestia: scappa fuori il ladro, il farabutto, l'assassino.
È vero che, dopo tanti secoli di civiltà, molti nel loro antro ospitano ormai una bestia troppo mortificata: un porco, per esempio, che si dice ogni sera il rosario.
In trattoria, Perazzetti studiava le impazienze raffrenate degli avventori.
Fuori, la creanza; dentro, l'asino che voleva subito la biada.
E si divertiva un mondo a immaginare tutte le razze di bestie rintanate negli antri degli uomini di sua conoscenza: quello aveva certo dentro un formichiere e quello un porcospino e quell'altro un pollo d'India, e cosí via.
Spesso però le risate di Perazzetti avevano una ragione, dirò cosí, piú costante; e questa davvero non era da spiattellare, là, a tutti; ma da confidare, se mai, in un orecchio pian piano a qualcuno.
Confidata cosí, vi assicuro che promoveva inevitabilmente il piú fragoroso scoppio di risa.
La confidò una volta a un amico, presso al quale gli premeva di non passare per matto.
Io non posso dirvela forte; posso accennarvela appena; voi cercate d'intenderla a volo, giacché, detta forte, rischierebbe, tra l'altro, di parere una sconcezza e non è.
Perazzetti non era uomo volgare; anzi dichiarava d'avere una stima altissima dell'umanità, di tutto quanto essa, a dispetto della bestia originaria, ha saputo fare; ma Perazzetti non riusciva a dimenticare che l'uomo, il quale è stato capace di crear tante bellezze, è pure una bestia che mangia, e che mangiando, è costretto per conseguenza a obbedire ogni giorno a certe intime necessità naturali, che certamente non gli fanno onore.
Vedendo un pover'uomo, una povera donna in atto umile e dimesso, Perazzetti non ci pensava affatto; ma quando invece vedeva certe donne che si davano arie di sentimento, certi uomini tronfii, gravidi di boria, era un disastro: subito, irresistibilmente, gli scattava dentro l'immagine di quelle intime necessità naturali, a cui anch'essi per forza dovevano ogni giorno ubbidire; li vedeva in quell'atto e scoppiava a ridere senza remissione.
Non c'era nobiltà d'uomo o bellezza di donna, che si potesse salvare da questo disastro nell'immaginazione di Perazzetti; anzi quanto piú eterea e ideale gli si presentava una donna, quanto piú composto a un'aria di maestà un uomo, tanto piú quella maledetta immagine si svegliava in lui all'improvviso.
Ora, con questo, immaginatevi Perazzetti innamorato.
E s'innamorava, il disgraziato, s'innamorava con una facilità spaventosa! Non pensava piú a nulla, s'intende, finiva d'esser lui, appena innamorato; diventava subito un altro, diventava quel Perazzetti che gli altri volevano, quale amava foggiarselo la donna nelle cui mani era caduto, non solo, ma quale amavano foggiarselo anche i futuri suoceri, i futuri cognati e perfino gli amici di casa della sposa.
Era stato fidanzato, a dir poco, una ventina di volte.
E faceva schiattar dalle risa nel descrivere i tanti Perazzetti ch'egli era stato, uno piú stupido e imbecille dell'altro: quello del pappagallo della suocera, quello delle stelle fisse della cognatina, quello dei fagiolini dell'amico non so chi.
Quando il calore della fiamma, che lo aveva messo per cosí dire in istato di fusione, cominciava ad attutirsi, ed egli a poco a poco cominciava a rapprendersi nella sua forma consueta e riacquistava coscienza di sé, provava dapprima stupore, sbigottimento nel contemplare la forma che gli avevano dato, la parte che gli avevano fatto rappresentare, lo stato d'imbecillità in cui lo avevano ridotto; poi, guardando la sposa, guardando la suocera, guardando il suocero, ricominciavano le terribili risate, e doveva scappare - non c'era via di mezzo - doveva scappare.
Ma il guajo era questo, che non volevano piú lasciarlo scappare.
Era un ottimo giovine, Perazzetti, agiato, simpaticissimo: quel che si dice un partito invidiabile.
I drammi attraversati in quei suoi venti e piú fidanzamenti, a raccoglierli in un libro, narrati da lui, formerebbero una delle piú esilaranti letture dei giorni nostri.
Ma quelle che per i lettori sarebbero risa, sono state pur troppo lagrime, lagrime vere per il povero Perazzetti, e rabbie e angosce e disperazione.
Ogni volta egli prometteva e giurava a se stesso di non ricascarci piú; si proponeva di escogitare qualche rimedio eroico, che gl'impedisse d'innamorarsi di nuovo.
Ma che! Ci ricascava poco dopo, e sempre peggio di prima.
Un giorno, finalmente, scoppiò come una bomba la notizia, ch'egli aveva sposato.
E aveva sposato nientemeno...
Ma no, nessuno in prima ci volle credere! Pazzie ne aveva fatte Perazzetti d'ogni genere; ma che potesse arrivare fino a tal punto, fino a legarsi per tutta la vita con una donna come quella.
Legarsi? Quando a uno dei tanti amici, andato a trovarlo in casa, gli scappò detto cosí, per miracolo Perazzetti non se lo mangiò.
- Legarsi? come legarsi? perché legarsi? Stupidi, scemi, imbecilli tutti quanti! Legarsi? Chi l'ha detto? Ti sembro legato? Vieni, entra qua...
Questo è il mio solito letto, sí o no? Ti sembra un letto a due? Ehi, Celestino! Celestino!
Celestino era il suo vecchio servo fidato.
- Di', Celestino.
Vengo ogni sera a dormire qua, solo?
- Sissignore, solo.
- Ogni sera?
- Ogni sera.
- Dove mangio?
- Di là.
- Con chi mangio?
- Solo.
- Mi fai tu da mangiare?
- Io, sissignore.
- E sono sempre lo stesso Perazzetti?
- Sempre lo stesso, sissignore.
Mandato via il servo, dopo questo interrogatorio, Perazzetti concluse, aprendo le braccia:
- Dunque...
- Dunque non è vero? - domandò quello.
- Ma sí, vero! verissimo! - rispose Perazzetti.
- L'ho sposata! L'ho sposata in chiesa e allo stato civile! Ma che per questo? Ti pare una cosa seria?
- No, anzi ridicolissima.
- E dunque! - tornò a concludere Perazzetti.
- Escimi dai piedi! Avete finito di ridere alle mie spalle! Mi volevate morto, è vero? col cappio sempre alla gola? Basta, basta, cari miei! Ora mi sono liberato per sempre! Ci voleva quest'ultima tempesta, da cui sono uscito vivo per miracolo.
L'ultima tempesta a cui alludeva Perazzetti era il fidanzamento con la figlia del capodivisione al Ministero delle finanze, commendator Vico Lamanna; e aveva proprio ragione di dire Perazzetti che ne era uscito vivo per miracolo.
Gli era toccato di battersi alla spada col fratello di lei, Lino Lamanna; e poiché di Lino egli era amicissimo e sentiva di non aver nulla, proprio nulla contro di lui, s'era lasciato infilzare generosamente come un pollo.
Pareva quella volta - e ci avrebbe messo chiunque la mano sul fuoco - che il matrimonio dovesse aver luogo.
La signorina Ely Lamanna, educata all'inglese - come si poteva conoscere anche dal nome - schietta, franca, solida, bene azzampata (leggi "scarpe all'americana"), era riuscita senza dubbio a salvarsi da quel solito disastro nell'immaginazione di Perazzetti.
Qualche risata, sí, gli era scappata guardando il suocero commendatore, che anche con lui stava in aria e gli parlava alle volte con quella sua collosità pomatosa...
Ma poi basta.
Aveva confidato con garbo alla sposa il perché di quelle risate; ne aveva riso anche lei; e, superato quello scoglio, credeva anche lui, Perazzetti, che quella volta finalmente avrebbe raggiunto il tranquillo porto delle nozze (per modo di dire).
La suocera era una buona vecchietta, modesta e taciturna, e Lino, il cognato, pareva fatto apposta per medesimarsi in tutto e per tutto con lui.
Perazzetti e Lino Lamanna diventarono infatti fin dal primo giorno del fidanzamento due indivisibili.
Piú che con la sposa si può dire che Perazzetti stava col futuro cognato: escursioni, cacce, passeggiate a cavallo insieme, insieme sul Tevere alla società di canottaggio.
Tutto poteva immaginarsi, povero Perazzetti, tranne che questa volta il "disastro" dovesse venirgli da questa troppa intimità col futuro cognato, per un altro tiro dell'immaginazione sua morbosa e buffona.
A un certo punto, egli cominciò a scoprire nella fidanzata una rassomiglianza inquietante col fratello di lei.
Fu a Livorno, ai bagni, ov'era andato, naturalmente, coi Lamanna.
Perazzetti aveva veduto tante volte Lino in maglia, alla società di canottaggio; vide ora la sposa in costume da bagno.
Notare che Lino aveva veramente un che di femineo, nelle anche.
Che impressione ebbe Perazzetti dalla scoperta di questa rassomiglianza? Cominciò a sudar freddo, cominciò a provare un ribrezzo invincibile al pensiero d'entrare in intimità coniugale con Ely Lamanna, che somigliava tanto al fratello.
Gli si rappresentò subito come mostruosa, quasi contro natura, quella intimità, giacché vedeva il fratello nella fidanzata; e si torceva alla minima carezza ch'ella gli faceva, nel vedersi guardato con occhi ora incitanti e aizzosi, ora che s'illanguidivano nella promessa d'una voluttà sospirata.
Poteva intanto gridarle Perazzetti:
- Oh Dio, per carità, smetti! finiamola! Io posso essere amicissimo di Lino, perché non debbo sposarlo; ma non posso piú sposar te, perché mi parrebbe di sposare tuo fratello?
La tortura che soffrí questa volta Perazzetti fu di gran lunga superiore a tutte quelle che aveva sofferto per l'innanzi.
Finí con quel colpo di spada, che per miracolo non lo mandò all'altro mondo.
E appena guarito della ferita, trovò il rimedio eroico che doveva precludergli per sempre la via del matrimonio.
- Ma come - voi dite - sposando?
Sicuro! Filomena: quella del cane.
Sposando Filomena, quella povera scema che si vedeva ogni sera per via, parata con certi cappellacci carichi di verdura svolazzante, tirata da un barbone nero, che non le lasciava mai il tempo di finir certe sue risatelle assassine alle guardie, ai giovanottini di primo pelo e ai soldati, per la fretta che aveva - maledetto cane - d'arrivare chi sa dove, chi sa a qual remoto angolo bujo...
In chiesa e allo stato civile la sposò; la tolse dalla strada; le assegnò venti lire al giorno e la spedí lontano, in campagna, col cane.
Gli amici - come potete figurarvi - non gli dettero piú pace per parecchio tempo.
Ma Perazzetti era ritornato ormai tranquillo, a dirle serio serio, che non pareva nemmeno lui.
- Sí, - diceva, guardandosi le unghie.
- L'ho sposata.
Ma non è una cosa seria.
Dormire, dormo solo, in casa mia; mangiare, mangio solo, in casa mia; non la vedo; non mi dà alcun fastidio...
Voi dite per il nome? Sí: le ho dato il mio nome.
Ma, signori miei, che cosa è un nome? Non è una cosa seria.
Cose serie, a rigore, non ce n'erano per Perazzetti.
Tutto sta nell'importanza che si dà alle cose.
Una cosa ridicolissima, a darle importanza, può diventare seriissima, e viceversa, la cosa piú seria, ridicolissima.
C'è cosa piú seria della morte? Eppure, per tanti che non le danno importanza...
Va bene; ma tra qualche giorno lo volevano vedere gli amici.
Chi sa come se ne sarebbe pentito!
- Bella forza! - rispondeva Perazzetti.
- Sicuro che me ne pentirò! Già già comincio a esserne pentito...
Gli amici, a questa uscita, levavano alte le grida:
- Ah! lo vedi?
- Ma imbecilli, - rimbeccava Perazzetti, - giusto quando me ne pentirò per davvero, risentirò il beneficio del mio rimedio, perché vorrà dire che mi sarò allora innamorato di nuovo, fino al punto di commettere la piú grossa delle bestialità: quella di prendere moglie.
Coro:
- Ma se l'hai già presa!
Perazzetti :
- Quella? Eh via! Quella non è una cosa seria.
Conclusione:
Perazzetti aveva sposato per guardarsi dal pericolo di prendere moglie.
TIROCINIO
Da una settimana vedevamo Carlino Sgro per il Corso, per Via Nazionale, per Via Ludovisi, passare in botte, di galoppo, accanto a un enorme mammifero in gonnella.
Le lunghe piume nere del cappellaccio, che pareva un nido di corvi, le svolazzavano al vento.
Tutta la gente si fermava a mirare con occhi spalancati, a bocca aperta.
Noi amici, quasi sgomenti, nel vedercelo passar davanti, gli lanciavamo ogni volta un grido affettuoso o lo chiamavamo per nome, tendendogli le braccia; e lui, lui subito si voltava a salutarci con larghi e ripetuti gesti, che ci pareva invocassero disperatamente ajuto.
Carlino Sgro da due anni aveva lasciato Roma per Milano, e non s'era piú fatto vivo con nessuno di noi.
Ora, d'improvviso, rieccolo a Roma, in quella turbinosa apparizione che aveva del tragico e del carnevalesco.
Qualcuno di noi finse di mostrarsene seriamente impensierito.
Senza dubbio Carlino era in pericolo; dovevamo salvarlo a ogni costo da quel mostro che lo aveva rapito e se lo trascinava chi sa a qual bufera infernale.
Come salvarlo? Ma volando a San Marcello, perdio, a denunziare il ratto alla questura, o piuttosto, assaltando, là, senz'altro, la carrozza e strappando, a viva forza, la vittima dalle braccia di quell'orribile mostro.
Discutevamo ancora, al Circolo, sul partito da prendere, quand'ecco - fresco e sorridente - Carlino Sgro davanti a noi.
Gli saltammo al collo tutti quanti insieme, baciandolo dove ci veniva fatto, alle spalle, sul petto, sulle braccia, sulla nuca, fino a lasciarlo per un pezzo boccheggiante come un pesce.
Per farlo rinvenire, gli rovesciammo subito addosso una tempesta di domande insieme con gli epiteti piú graziosi, con cui eravamo soliti d'accoglierlo ogni sera, al Circolo, quand'egli stava a Roma: - Vecchia canaglia! Mummia inglese! Orangutàn! Figlio di Nouma Hawa! - ecc.
ecc.
(Veramente Carlino Sgro pare una scimmia e pare un inglese: una scimmia, perché - non ci ha colpa - ha la bocca per lo meno quattro dita sotto al naso; un inglese, perché biondo, con gli occhi ceruli, e perché nessun inglese al mondo ha mai vestito e camminato piú inglesemente di lui.)
Chi lo crederebbe? Si mostrò stupito della profonda costernazione in cui noi tutti eravamo stati per lui un'intera settimana.
- Come! - esclamò.
- Ma quella è la Montroni, signori miei! Non conoscete la Montroni?
Ci guardammo tutti negli occhi.
Nessuno di noi conosceva la Montroni.
Solo Carinèi domandò:
- Pompea Montroni, la cantante?
Sgro indignato e stizzito, diede una spallata:
- Ma celebre, perdio! Soprano di cartello! Dite sul serio o siete della Papuasia? Non la ricordate piú nella Gioconda? Era il nostro cavallo di battaglia! L'amo come il fulgor del creato...
Faceva tremare la Scala e il San Carlo.
- Faceva? Dunque ora è sfiatata?
Carlino Sgro atteggiò la faccia di fierissimo disprezzo e rispose:
- Vi prego di credere che la nostra voce è ancora divinamente bella, piú divinamente bella di quando facevamo andare in visibilio le platee del mondo intero, e ci staccavano i cavalli dalla vettura.
Ma abbiamo una piccola palpitazione di cuore, un disturbetto cardiaco che non è nulla, rassicuratevi, ma che potrebbe diventare grave.
Dio liberi e anche...
sí, anche fatale, ci hanno detto i medici, se seguitiamo a rimanere nell'arte e a cantare.
Cosí, per prudenza, ci siamo ritirati.
- E tu, vecchio scimmione, - gli gridammo, - hai il coraggio di scarrozzarti per il Corso quella carcassa sfiatata? E non ti vergogni?
- Vedo, - disse Carlino Sgro addoloratissimo, - che voi malignate, amici miei.
Vi compatisco.
Ah che vuol dire non vivere a Milano!
Casa Castiglione Montroni, signori, è a Milano tra le piú rispettabili e rispettate.
Pompea Montroni è donna esemplare.
Forse non c'è bisogno di dirlo, perché...
- non ridete, via! - io lo ammetto, non è piú tanto bella...
non è stata mai bella, va bene cosí? Ma non l'avete veduta sul palcoscenico, dove faceva una magnifica figura.
Lo afferma il marchese Colli, e mi pare che possa bastare!
Chi è il marchese Colli? Datemi tempo, santo Dio, e vi dirò tutto.
Lasciatemi intanto premetter questo: che, se io ammiro Pompea Montroni, la ammiro, diciamo cosí, in blocco; e che mi sono sempre guardato bene dal turbare la pace, l'armonia che regnano sovrane tra lei e il suo legittimo consorte.
L'ho accompagnata qua a Roma per affari, o meglio, per preparare una certa sorpresa, che non vi posso dire, alla nostra piccola Medea.
Piano! Vi dirò anche chi è Medea.
Ma vi faccio notare che voi, senza saperlo, mi avete aggredito con volgari e sanguinosi insulti.
È inutile, povera gente: bisogna vivere a Milanòoo!
Omero, come sapete, non descrive la bellezza di Elena: la lascia argomentare da quel che dicono i vecchi di Troja, quando la vedono apparire sulle mura, se non sbaglio.
Non sono Omero, voi non siete vecchi di Troja, ma vi giuro che Medea è centomila volte piú bella di Elena e vi prego d'argomentare similmente quella sua divina, indescrivibile bellezza dal vedermi ora andare attorno per le vie di Roma con questa filuca di mammina sua.
Vi basta, sí o no? Se non vi basta
Vi dirò tutta la miseria mia.
Sappiate che da circa otto mesi io sono per lei in tirocinio di vecchio amico di casa.
Amici miei, se io non divento al piú presto vecchio amico di casa Castiglione Montroni, vecchio amico di mammà Pompea, sono perduto.
Per me, non c'è piú speranza, né salute, Medea ha già compiuto quattordici anni.
A questo annunzio ci levammo tutti in piedi, indignati, e coprimmo Carlino Sgro di vituperii.
Egli protese le mani, si cacciò la testa tra le spalle come una tartaruga, e gridò:
- Adagio! adagio! aspettate.
Dico quattordici, perché la mamma deve averne ancora per forza trent'otto...
Non capite niente, perdio? Ma ne ha già, per lo meno diciannove, la quattordicenne Medea!
Non capirete certo neppure che cosa possa voler dire vecchio amico di casa.
Veramente, per capirlo, bisognerebbe che conosceste bene quella casa.
Ma lo so io e gli altri quattro disgraziati che sono in tirocinio, con me, a Milano.
Siamo in cinque, cari miei: un'infunata da mandare per grazia alla forca!
Già Pompea, la madre, l'avete intraveduta.
Non è niente! Bisognerebbe che conosceste il padre, cioè il marito di Pompea, e un po' anche il marchese Colli che abita con loro.
Il marito è un bell'uomo.
Aitante nella persona, con una magnifica barba bionda, compitissimo e pieno di dignità, anzi di gravità quasi diplomatica.
Credo che si sia fatta apposta un po' di radura sul cranio, perché una leggera calvizie, in certi casi e per certe professioni, è veramente indispensabile.
Non vi potete figurare con che aria d'importanza e che cipiglio vi dica, inserendo due dita tra i bottoni del panciotto:
- Caldo, quest'oggi.
Si chiama Michelangelo.
Di casato Castiglione, nientemeno.
Secondo me, è l'uomo piú straordinario che viva di questi tempi in Europa.
Straordinario per la serietà con cui si vendica di ciò che gli hanno fatto fare.
Dovete sapere che, or saranno circa vent'anni, Pompea Montroni andò a cantare a Parma nella Gioconda.
Vi fece furore, si sa! E il marchese Colli - Mino Colli - la vide dalla barcaccia, e se ne innamorò; poi la vide in camerino, e non si spaventò.
Non si spaventò perché la vanità di ricco nobiluccio di provincia gliela fece vedere, anche lí da vicino, come la vedevano gli amici della barcaccia, gli amici che allora lo invidiavano e lo stimavano l'uomo piú fortunato del mondo.
La grande Pompea, naturalmente, non se lo lasciò scappare.
Considerando però la propria corporatura e prevedendo che, a lungo andare, egli per troppa abbondanza avrebbe forse perduto l'appetito, trovò subito in sé da mettergli a disposizione una figliuola piccolina.
Niente di male!
Piccolino, difatti, lui; ma panciutello, tutto panciutello, anche nella faccia...
- tanto carino, se vedeste! Corto di braccia, corto di gambe, s'adopera con queste e con quelle a camminare; porta adesso le lenti su la punta del nasetto a becco, e spesso, quando parla tutto affannato, si spunta come può la barbetta ispida, sale e pepe, piú sale che pepe, divenuta a furia di tagliare come una bella virgola sul primo mento.
Ne ha tre o quattro, di menti, quell'ometto lí.
E tante altre virtú che non vi dico.
Basta.
Prima che la figliolina venisse al mondo, l'una e l'altro, dopo molte lagrime da parte di lei e molte promesse da parte di lui, si misero d'accordo per trovarle un onesto genitore.
Non avevano che due mesi di tempo; perché, di sette mesi, come sapete, si può nascere benissimo - onestamente.
Michelangelo Castiglione era un genitore a spasso, bell'uomo, v'ho detto di buoni natali, di bella reputazione e presero lui; a patto però che facesse il galantuomo, il padre di famiglia intemerato e irreprensibile, il custode geloso della illibatezza della propria casa.
Ebbene, signori, Michelangelo Castiglione è d'una onestà, d'una illibatezza da fare spavento.
Si vendica, stando ai patti, scrupolosissimamente.
Molto impensierito della diffusione del mal costume per opera della stampa quotidiana, proibisce alla moglie e alla figliuola la lettura dei giornali.
La piccola Medea è stata educata secondo le rigide massime di condotta, che a lui, fin dalla piú tenera infanzia, furono inculcate nella nobile casa paterna.
Non c'è mica bisogno d'entrare con lui in qualche dimestichezza per sapere ch'egli non avrebbe mai e poi mai sposato una cantante, se non gli fosse capitata la disgrazia d'averne una figliuola.
Insomma, via, egli sposò la Montroni per scrupolo di coscienza.
Non che avesse minimamente da ridire su la condotta di lei, badiamo! Nel mondo dell'arte, la Montroni, vera e rara eccezione! Ma che volete? l'educazione ricevuta in casa, i rigidi costumi della sua famiglia non gli avrebbero consentito di farla sua moglie, per la sola ragione ch'ella era una cantante, ecco.
E se la Montroni vi susurra in un orecchio ch'ella smise di cantare per il disturbo cardiaco, il marito dichiara apertamente, invece, che egli lo pose per patto, prima di sposare.
Ah, inflessibile, su questo punto, Michelangelo! Non avrebbe potuto assolutamente tollerare che sua moglie seguitasse a offrirsi in pascolo all'ammirazione del pubblico, a girovagare di città in città, e che la figliuola crescesse in quel mondo teatrale, di cui egli sente tuttora un istintivo orrore.
Il povero marchese Colli, ponendo i patti, tutto poteva aspettarsi tranne quest'ira di Dio.
Ha cercato e credo che cerchi tuttora di smontare in qualche modo quel mostro d'onestà; ma non ci riesce.
Michelangelo non transige!
Capirete bene che a lui non par vero di poter fare l'onest'uomo sul serio: ci ha preso un gusto matto; il suo amor proprio ne gongola, c'ingrassa; e tanto il marchese quanto la moglie e la figliuola sono divenute tre vittime di lui.
Impossibile ribellarglisi.
Se il marchese talvolta arrischia qualche discorsetto un po' vivace, è subito richiamato all'ordine e, non c'è cristi, deve smettere, accucciarsi e abbozzare.
Ma c'è ben altro! Sapete fino a qual punto è arrivato Michelangelo?
Per lui, il marchese Colli, non è che un vecchio amico di casa Montroni, presso a poco come siamo noi, ma con l'aggravante d'un fidanzamento fantastico con Carlotta, che sarebbe una non meno fantastica sorella di Pompea, crudelmente rapita dalla morte a soli diciott'anni.
Orbene, Michelangelo esige che ogni 12 aprile - presunto anniversario di questa morte - il marchese Colli pianga.
Sicuro! Se non gli riesce di spremere qualche lagrima, si mostri almeno addogliatissimo.
Credo che, dopo tant'anni, povero marchese, paja anche a lui che gli sia morta sul serio la fidanzata, in quel giorno.
Ma, certe volte, si sente girar l'anima e non sa tenersi di sbuffare, mentre Michelangelo, con gli occhi socchiusi, tentennando il capo, sospira, geme:
- La nostra buona Carlotta! La nostra impareggiabile Carlottina!
Non sapendo piú oltre resistere a una siffatta oppressione, Colli ha comperato ultimamente, a nome di Michelangelo, non so piú quante azioni d'una nuova società industriale per la produzione del carburo di calcio; e, tanto ha fatto, tanto ha detto, che è riuscito a ficcarlo nel consiglio d'amministrazione.
Signori miei, Michelangelo Castiglione esercita ora la sua esosa, feroce onestà anche in quel consiglio d'amministrazione.
I suoi colleghi consiglieri lo vedono e basiscono: non respirano piú! Egli si è già imposto.
E vedrete che la fama di questa sua onestà diventerà presto popolare; lo faranno consigliere comunale, lo eleggeranno deputato, e io non dispero di vederlo col tempo anche ministro del regno d'ltalia.
Sarà una fortuna per la patria.
Intanto, egli salva per lo meno una volta al giorno quella Società del carburo di calcio.
Potete immaginarvi se il marchese e tutti noi ne siamo convinti e se lo incoraggiamo a piú non posso in questa sua provvidenziale opera di salvataggio.
Da circa un mese, difatti, oppresso dal lavoro, egli ha preso l'abitudine di uscir di casa anche di sera, a fare una giratina per sollievo.
Ne ha tanto bisogno, pover'uomo!
Avete veduto i ragazzi di scuola, quando il maestro esce per un momento dalla classe, dopo due o tre ore di lezione? Cosí siamo noi, appena egli volta le spalle.
Per poco non ci buttiamo le braccia al collo.
Ballare, balliamo davvero.
Il marchese Colli salta al pianoforte e attacca un galoppo.
Pompea voleva prima ballare anche lei; ma quelli del piano di sotto si sono ribellati, per fortuna.
Cosí abbiamo una sola dama, Medea, instancabile.
Facciamo a turno.
Piú di questo - ahimè - non possiamo fare, o intoppiamo negli occhiacci dell'altro papà, meno legittimo, se vogliamo, ma forse piú naturale.
Bisogna essere ragionevoli.
Il marchese Colli si è sacrificato per quella ragazza, e vuole che ella almeno, prima, sposi onestamente, per davvero.
Ora, riflettete.
Data questa condizione di cose, chi sarà il marito? Uno come Castiglione evidentemente; a cui però il marchese, si spera, dopo aver sofferto un cosí lungo supplizio, non porrà per patto d'essere tanto onesto.
Comincerà allora la vera lotta, lotta accanita, fra noi cinque che facciamo il tirocinio di vecchi amici di casa.
Ah cari miei, mi vengono i brividi a pensarci.
Perché, parliamo sul serio, adesso.
Io sono innamorato, innamorato, innamorato di quella ragazza.
Medea non è soltanto bella, è anche buona, squisitamente buona, piena d'ingegno e d'una leggiadria incomparabile.
Perché non la sposo? Quanto siete ingenui! Non ve l'ho detto? Siamo in cinque! Come io non vorrei che suo marito, domani, chiudesse la porta in faccia a me, vecchio amico di casa; cosí Medea non potrebbe permettere che la chiudessi io in faccia a quegli altri quattro, vecchi amici di casa anche loro, vecchi amici di mammà Pompea.
Non si scherza: noi abbiamo acquistato un titolo serio, data l'onestà di Michelangelo.
Una vecchia amicizia, come questa nostra, che dura già da otto mesi, costa sudori di sangue.
Ne volete una prova? Che ora è? Perbacco, le dieci e mezzo...
Lasciatemi scappare! Alle undici devo andare a prendere Pompea: abbiamo chiesto un'udienza al Santo Padre.
Ce l'ha imposta Michelangelo prima di partire.
E Carlino Sgro scappò via a gambe levate.
L'ILLUSTRE ESTINTO
I.
Messo a sedere sul letto, perché l'asma non lo soffocasse, abbandonato su i guanciali ammontati, l'on.
Costanzo Ramberti guardava, attraverso le gonfie palpebre semichiuse, il raggio di sole che, entrando dalla finestra, gli si stendeva su le gambe e indorava la calugine di uno scialle grigio, di lana, a quadri neri.
Si sentiva morire; sapeva che per lui non c'era piú rimedio, e se ne stava ormai tutto ristretto in sé, vietandosi anche d'allungare lo sguardo oltre le sponde del letto, nella camera, non già per raccogliersi nel pensiero della fine imminente, ma, al contrario, per timore che, allargando anche d'un po' l'orizzonte al suo sguardo, la vista degli oggetti attorno lo richiamasse con qualche rimpianto alle relazioni che poteva avere ancora con la vita, e che la morte tra poco avrebbe spezzate.
Raccolto, rimpiccolito entro quel limite angustissimo, si sentiva piú sicuro, piú riparato, quasi protetto.
E, tutt'intento ad avvistar le minime cose, gli esilissimi fili arricciolati e indorati dal sole della calugine di quello scialle, assaporava la lunghezza del tempo, di tutto il suo tempo, che poteva essere di ore; o forse di qualche altro giorno; di due o di tre giorni; fors'anche - al piú - d'una settimana.
Ma se un minuto, tra quelle minuzie là, passava cosí lento, cosí lento, eh! avrebbe avuto anche il tempo di stancarsi - sí, proprio di stancarsi - in una settimana.
Non avrebbe avuto mai fine, cosí, una settimana!
La stanchezza però, che già egli avvertiva, non era a cagione di quell'eternarsi del tempo tra la peluria del suo scialle di lana: era effetto dello sforzo che faceva su se stesso per impedirsi di pensare.
Ma a che voleva pensare, ormai? Alla sua morte? Piuttosto...
ecco: poteva darsi a immaginare tutto ciò che sarebbe avvenuto dopo.
Sí: sarebbe stato un modo anche questo d'impedire che, almeno al suo pensiero smarrito, privo d'ogni conforto di religione, la vita diventasse d'un tratto - fra breve - come niente; un modo di rimanere di qua ancora, per poco, innanzi a gli occhi degli altri, se non piú innanzi ai suoi proprii.
E - coraggiosamente - l'on.
Costanzo Ramberti si vide morto, come gli altri lo avrebbero veduto; com'egli aveva veduto tanti altri: morto e duro, lí, su quel letto; coi piedi rattratti nelle scarpine di coppale; cereo in volto e gelido, le mani quasi sassificate; composto e...
ma sí, elegante anche, nell'abito nero, tra tanti fiori sparsi lungo la persona e sul guanciale.
La marsina doveva esser di là, nel baule; insieme con l'uniforme nuova, lo spadino e la feluca di ministro.
Intanto, per far la prova, rattrasse i piedi e se li guatò.
Sentí come una vellicazione al ventre; levò una mano e si lisciò sul capo i capelli; poi si strinse la barba rossiccia, spartita sul mento.
Pensò che,