LA GIARA, di Luigi Pirandello - pagina 13
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Avevo lí, presso l'asciugamani, uno specchio, se non m'inganno.
Se lo sono portato via.
- E come fai per guardarti? - domandò Luca, costernato.
- Non ci penso neppure!
- Fai male, Santi! Perché, il fisico...
- Il vero fisico è il pane, amico Pelletta! - sentenziò bruscamente il Currao.
- Ah, nego, nego...
- fece Luca.
- Non solo pane vivit homo...
- E intanto, - concluse Santi, - prima base, ci vuole il pane.
Non dire sciocchezze e, per giunta, in latino.
Rimasero un buon pezzo in penoso silenzio.
Santi Currao sedette presso il tavolino, con la testa bassa e gli occhi fissi sul pavimento.
Luca Pelletta dritto sulla vita, accigliato, lo esaminava.
- E dunque...
la tua signora?
Il Currao alzò il testone e guardò un pezzo negli occhi l'amico.
- E dalli con la mia signora! - Si scoprí il capo solennemente; si batté piú volte l'ampia fronte rischiarata dal lume:
- Vedi? Cervo! - esclamò; e le grosse pallide labbra, allargandosi a un orribile ghigno, scoprirono i denti serrati, gialli dai lunghi digiuni.
Luca Pelletta lo guardò perplesso, quasi consigliandosi con l'espressione del volto del Currao, se dovesse riderne o no.
- Cervo! cervo! - ripeté Santi, confermando col capo piú volte di seguito.
- E non l'ho cacciata io, sai! Se n'è andata via lei, da sé.
Io sono cosí; - aggiunse, afferrandosi con ambo le mani la barbaccia incolta su le gote, - ma mia moglie era una bella e rispettabilissima signora! La povertà, amico Pelletta.
Senza la povertà, forse non l'avrebbe fatto.
Non era poi tanto cattiva, in fondo.
È vero che io per lei fui marito esemplare: le portavo tutto quel po' che guadagnavo...
tranne qualche soldo per mantenermi l'occhio vivo.
Ma è pur vero che l'uomo, per quanto porco sia, vale sempre mille volte piú di qualunque donna.
Dici di no, amico Pelletta? Ebbene, chi sa? forse no.
Non si può dire.
La povertà, capisci? Che fa il ferro al fuoco? Si torce.
Ebbene, e tu, marito, arrivi fino al punto di dire a tua moglie: M'hai fatto le corna? T'hanno procacciato pane? Sí? E allora hai fatto benone! Danne un pezzetto anche a me!
Si alzò, e si mise a passeggiare per la camera, col testone sul petto e le mani dietro la schiena.
- E ora...
che fa? - domandò timidamente Luca.
Il Currao seguitò a passeggiare, come se non avesse udito la domanda.
- Non sai dov'è?
Il Currao si fermò davanti al lume:
- Fa la puttana! - disse.
- Non consumiamo petrolio inutilmente! Lavati, se lo credi proprio necessario.
E usciamo.
Non vuoi cenare?
- No...
- rispose Luca.
- Ho desinato a Napoli piuttosto bene.
- Non ci credo.
- Parola d'onore.
Di' un po', come ti sembro?
- Compassionevole, amico Pelletta!
- No, dico! ti pare che stia male in faccia?
- No: ancora non pare, - fece Santi.
- Eh sí, - affermò Luca - è un fatto che, a me, il mangiar poco mi conferisce.
Ma forse sono un po' troppo pallido questa sera, no?
- Sei pallido, perché sei povero! - raffibbiò il Currao.
- Via, usciamo! Tu vuoi certo vedere il Colosseo al lume di luna.
Luca accettò con entusiasmo la proposta, e s'avviarono in silenzio.
Davanti alla soglia di casa, il Pelletta trattenne per un braccio l'amico, poi gli batté la spalla con una mano e gli disse, socchiudendo gli occhi:
- Santi, risorgeremo! lascia fare a me!
- Statti quieto...
- brontolò il Currao.
E tutti e due si perdettero nell'ombra.
RICHIAMO ALL'OBBLIGO
Paolino Lovico si buttò per morto su uno sgabello davanti la farmacia Pulejo in Piazza Marina.
Guardò dentro, al banco, e asciugandosi il sudore che gli grondava dai capelli su la faccia congestionata, domandò a Saro Pulejo:
- È passato?
- Gigi? No.
Ma starà poco.
Perché?
- Perché? Perché mi serve! Perché...
Quante cose vuoi sapere!
Si lasciò il fazzoletto steso sul capo, appoggiò i gomiti sui ginocchi, il mento sulle mani e rimase lí a guardare a terra, fosco, con le ciglia aggrottate.
Lo conoscevano tutti, là a Piazza Marina.
Passò un amico:
- Ohi, Paolí?
Lovico alzò gli occhi e li riabbassò subito, brontolando:
- Lasciami stare!
Un altro amico:
- Paolí, che hai?
Lovico si strappò questa volta il fazzoletto dal capo e sedette in un'altra positura, quasi con la faccia al muro.
- Paolí, ti senti male? - gli domandò allora dal banco Saro Pulejo.
- Oh santo diavolo! - scattò Paolino Lovico, precipitandosi dentro la farmacia.
- Che corno t'importa di me, me lo dici? Chi ti domanda niente? se ti senti male, se ti senti bene, che hai, che non hai? Lasciatemi stare!
- Ih, - fece Saro.
- T'ha morso la tarantola? Hai domandato di Gigi, e credevo che...
- Ma ci sono forse io solo su la faccia della terra? - gridò Lovico con le braccia per aria e gli occhi schizzanti.
- Non posso avere un cane malato? un pollo d'India con la tosse? Fatevi gli affari vostri, santo e santissimo non so chi e non so come!
- Oh, ecco qua Gigi! - disse Saro, ridendo.
Gigi Pulejo entrò di fretta, diviato allo stipetto a muro per vedere se nella sua casella ci fossero chiamate per lui.
- Ciao, Paolí!
- Hai fretta? - gli domandò, accigliato, Paolino Lovico senza rispondere al saluto.
- Molta, sí, - sospirò il dottor Pulejo, buttandosi su la nuca il cappello e facendosi vento col fazzoletto su la fronte.
- Di questi giorni, caro mio, un affar serio.
- Non lo dico io? - sghignò allora rabbioso il Paolino Lovico con le pugna protese.
- Che epidemia c'è? Cholera morbus? peste bubbonica? il canchero che vi porti via tutti quanti? Devi dare ascolto a me! Senti: morto per morto, io sono qua! Ho diritto alla precedenza.
Ohi, Saro, non hai niente da pestare nel mortajo?
- Niente, perché?
- E allora andiamo via! - ripigliò Lovico, afferrando per un braccio Gigi Pulejo e trascinandolo fuori.
- Qua non posso parlare!
- Discorso lungo? - gli domandò per istrada il dottore.
- Lunghissimo!
- Caro mio, mi dispiace, non ho tempo.
- Non hai tempo? Sai che faccio? Mi butto sotto un tram, mi fratturo una gamba e ti costringo a starmi attorno per una mezza giornata.
Dove devi andare?
- Prima di tutto, qua vicino, in via Butera.
- T'accompagno, - disse Lovico.
- Tu sali a far la visita; io t'aspetto giú, e riprenderemo a parlare.
- Ma insomma, che diavolo hai? - gli domandò il dottor Pulejo, fermandosi un po' a osservarlo.
Paolino Lovico aprí le braccia, sotto lo sguardo del dottor, piegò le gambe, rilassò tutta la personcina arruffata e rispose:
- Gigino mio, sono un uomo morto!
E gli occhi gli si riempirono di lagrime.
- Parla, parla, - lo incitò il dottore: - andiamo, che t'è accaduto?
Paolino fece alcuni passi, poi si fermò di nuovo e, trattenendo Gigi Pulejo per una manica, premise misteriosamente:
- Ti parlo come a un fratello, bada! Anzi, no.
Il medico è come il confessore, è vero?
- Certo.
Abbiamo anche noi il segreto professionale.
- Va bene.
Ti parlo allora sotto il sigillo della confessione, come a un sacerdote.
Si posò una mano su lo stomaco e, con uno sguardo d'intelligenza, aggiunse solennemente:
- Tomba, oh?
Quindi, sbarrando tanto d'occhi e congiungendo l'indice e il pollice, quasi per pesar le parole che stava per dire, sillabò:
- Petella ha due case.
- Petella? - domandò, stordito, Gigi Pulejo.
- Chi è Petella?
- Petella il capitano, perdio! - proruppe Lovico.
- Petella della Navigazione Generale.
- Non lo conosco, - disse il dottor Pulejo.
- Non lo conosci? Tanto meglio! Ma, tomba lo stesso, oh! Due case, - ripeté con la stess'aria cupa e grave.
- Una qua, una a Napoli.
- Ebbene?
- Ah! Ti pare niente? - domandò, scomponendosi tutto nella rabbia che lo divorava, Paolino Lovico.
- Un uomo ammogliato, che approfitta vigliaccamente del suo mestiere di marinajo e si fa un'altra casa in un altro paese, ti pare niente? Ma sono cose turche, perdio!
- Turchissime, chi ti dice di no? Ma a te che te n'importa? Che c'entri tu?
- Che me n'importa, a me? che c'entro io?
- È tua parente, scusa, la moglie di Petella?
- No! - gridò Paolino Lovico col sangue agli occhi.
- È una povera donna, che soffre pene d'inferno! Una donna onesta, capisci? tradita in un modo infame, capisci? dal proprio marito.
C'è bisogno di esser parente per sentirsene rimescolare?
- Ma che ci posso fare io, scusa? - domandò Gigi Pulejo, stringendosi nelle spalle.
- Se non mi lasci dire, porco diavolo! porca natura! porca vita! - sbuffò Lovico.
- Senti che caldo? Io crepo! Quel caro Petella, quel carissimo Petella non si contenta di tradire la moglie, d'avere un'altra casa a Napoli; ha tre o quattro figli là, con quella, e uno qua con la moglie.
Non vuole averne altri! Ma quelli di là, capirai bene, non sono legittimi: se ne ha qualche altro, e gli fa impiccio, può buttarlo via come niente.
Invece qua, con la moglie, d'un figlio legittimo non potrebbe disfarsi.
E allora, brutto manigoldo, che ti combina? (Oh, dura da due anni, sai, questa storia!) Ti combina che nei giorni che sbarca qui, piglia il piú piccolo pretesto per attaccar lite con la moglie, e la notte si chiude a dormir solo.
Il giorno appresso, riparte, e chi s'è visto s'è visto.
Da due anni cosí!
- Povera signora! - esclamò Gigi Pulejo con una commiserazione da cui non poté staccare un sorriso.
- Ma io, scusa...
ancora non capisco.
- Senti, Gigino mio, - riprese con altro tono Lovico, appendendoglisi al braccio.
- Da quattro mesi io do lezione di latino al ragazzo, al figliuolo di Petella, che ha dieci anni e va in prima ginnasiale.
- Ah, - fece il dottore.
- Se tu sapessi quanta pietà m'ha ispirato quella disgraziata signora! - seguitò Lovico.
- Quante lagrime, quante lagrime ha pianto la poverina...
E che bontà! È pure bella, sai? Fosse brutta, capirei...
È bella! E vedersi trattata cosí, tradita, disprezzata e lasciata in un canto, là, come uno straccio inutile...
Vorrei vedere chi avrebbe saputo resistere! chi non si sarebbe ribellata! E chi potrebbe condannarla? È una donna onesta, una donna che bisogna assolutamente salvare, Gigino mio! Tu capisci? Si trova in una terribile condizione, adesso...
Disperata!
Gigi Pulejo si fermò e guardò severamente il Lovico.
- Ah no, caro! - gli disse.
- Queste cose io non le faccio.
Non voglio mica aver da fare col Codice penale, io.
- Pezzo d'imbecille! - scattò Paolino Lovico.
- E che ti figuri, adesso? che ti figuri che io voglia da te? Per chi m'hai preso? Credi ch'io sia un uomo immorale? un birbaccione? Che voglia il tuo ajuto per...
oh! mi fa schifo, orrore, solo a pensarlo!
- Ma che corno vuoi dunque da me? Io non ti capisco! - gridò il dottor Pulejo, spazientito.
- Voglio quel ch'è giusto! - gridò a sua volta Paolino Lovico.
- La morale, voglio! Voglio che Petella sia un buon marito e non chiuda la porta in faccia alla moglie quando sbarca qui!
Gigi Pulejo scoppiò in una fragorosa risata.
- E che...
e che pre...
e che pretendi...
ohi ohi ohi...
ah ah ah...
pre...
pretendi che io...
po...
pove...
povero Pet...
ah ah ah...
l'asino...
l'asino a bere per...
ohi ohi ohi...
- Che ridi, che ridi, animalone? - muggí fremendo e agitando le pugna, Paolino Lovico.
- C'è in vista una tragedia, e tu ridi? C'è un farabutto che non vuol fare l'obbligo suo, e tu ridi? una donna minacciata nell'onore, nella vita, e tu ridi? E non ti parlo di me! Io sono un uomo morto, io vado a buttarmi a mare, se tu non mi dai ajuto, vuoi capirlo?
- Ma che ajuto posso darti io? - domandò il Pulejo, senza potere ancora trattener le risa.
Paolino Lovico si fermò risolutamente in mezzo alla via, stringendo forte un braccio al dottore.
- Sai che avverrà? - gli disse, truce.
- Petella arriva stasera; ripartirà domani per il Levante; va a Smirne; starà fuori circa un mese.
Non c'è tempo da perdere! O subito, o tutto è perduto.
Per carità, Gigino salvami! salva quella povera martire! Tu avrai un mezzo, tu avrai un rimedio...
Non ridere, perdio, o ti strozzo! O piuttosto ridi, ridi se vuoi, della mia disperazione, ma dammi ajuto...
un rimedio...
qualche mezzo...
qualche medicina...
Gigi Pulejo era arrivato alla casa di via Butera nella quale doveva far la visita.
Come meglio poté, si tenne dal ridere ancora e disse:
- Vuoi insomma impedire che il capitano prenda un pretesto d'attaccar lite questa sera con la moglie?
- Precisamente!
- Per la morale, è vero?
- Per la morale.
Seguiti a scherzare?
- No no, dico sul serio adesso.
Senti: io vado su; tu ritorna in farmacia, da Saro, e aspettami lí.
Vengo subito.
- Ma che vuoi fare?
- Lascia fare a me! - lo assicurò il dottore.
- Va' da Saro, e aspettami.
- Fa' presto, oh! - gli gridò dietro Lovico a mani giunte.
Sul tramonto, Paolino era allo Scalo per assistere all'arrivo del capitano Petella col "Segesta".
L'aveva voluto almeno vedere da lontano, non sapeva bene perché; vedergli l'aria e mandargli dietro una filza di male parole.
Sperava, dopo l'assalto al dottor Pulejo e l'ajuto che era riuscito a ottenere, che l'orgasmo, a cui era in preda dalla mattina, cessasse almeno un poco.
Ma che! Recato un certo involtino misterioso di pasterelle con la crema alla signora Petella (poiché al capitano piacevano tanto i dolci), e sceso dalla casa di lei, s'era messo a girare di qua e di là, e l'orgasmo gli era cresciuto di punto in punto.
E ora? Ecco venuta la sera.
Avrebbe voluto andare a letto quanto piú tardi gli fosse possibile.
Ma si stancò presto di girovagare per la città, con la smania esacerbata dal timore d'attaccar lite con qualcuno de' suoi innumerevoli conoscenti, il quale avesse la cattiva ispirazione d'accostarglisi.
Perché aveva la disgrazia, lui, d'essere "trasparente".
Sicuro! E questa trasparenza sua riusciva esilarantissima a tutti gl'ipocriti foderati di menzogna.
Pareva che la vista chiara, aperta, delle passioni, e fossero anche le piú tristi, le piú angosciose, avesse il potere di promuovere le risa in tutti coloro che o non le avevano mai provate o, usi com'erano a mascherarle, non le riconoscevano piú in un pover'uomo come lui, che aveva la sciagura di non saperle nascondere e dominare.
Si rintanò in casa; si buttò vestito sul letto.
Com'era pallida, com'era pallida quella poveretta, quand'egli le aveva recato l'involto delle paste! Cosí pallida e con quegli occhi smarriti nella pena, non era bella davvero...
- Sii sorridente, cara! - le aveva raccomandato con le lagrime in gola.
- Acconciati bene, per carità! Indossa quella camicetta di seta giapponese che ti sta tanto bene...
Ma soprattutto, te ne scongiuro, non farti trovare cosí, come un funerale...
Animo, animo! Hai apparecchiato tutto per bene? Mi raccomando, che non abbia alcun motivo di lagnarsi! Coraggio, cara, a domani! Speriamo bene...
Non dimenticare, per carità, d'appendere un fazzoletto per segno, al cordino là, davanti la finestra di camera tua.
Domattina, il mio primo pensiero sarà quello di venire a vedere...
Fammelo trovare quel segno, cara, fammelo trovare!
E prima d'andar via aveva seminato col lapis turchino i "dieci" e i "dieci con lode" nel quaderno delle versioni di quel somarone del figlio, che sentiva latino e spiritava.
- Nonò, faglielo vedere a papà...
Sai come sarà contento papà! Seguita cosí, caro, seguita cosí e fra qualche anno saprai il latino meglio di un'oca del Campidoglio, di quelle, Nonò, che fecero fuggire i Galli, sai? Viva Papirio! Allegri, allegri! dobbiamo essere tutti allegri questa sera, Nonò! Viene papà! Allegro e buono! pulito, composto! Fa' vedere le unghie...
Sono pulite? Bravo.
Attento a non sporcartele! Viva Papirio, Nonò, viva Papirio!
Le pasterelle...
Se quell'imbecille di Pulejo si fosse preso gioco di lui? No no, questo no.
Egli lo aveva reso capace della gravità del caso.
Avrebbe commesso una birbonata senza nome, a ingannarlo.
Però...
però...
però...
se il rimedio non fosse efficace come gli aveva assicurato?
La noncuranza, anzi il disprezzo di quell'uomo per la propria moglie, lo faceva ora ribollire come se fosse un'offesa fatta a lui direttamente.
Ma sicuro! Come mai quella donna, di cui egli, Paolino Lovico, si contentava, non solo, ma che pareva a lui cosí degna d'essere amata, cosí desiderabile, non era poi calcolata per nulla da quel mascalzone? Come parere che lui, Paolino Lovico, si contentava del rifiuto di un altro, d'una donna che per un altro non valeva nulla.
Oh che era forse meglio quella signora di Napoli? Piú bella della moglie? Ma avrebbe voluto vederla! Metterle accanto, l'una e l'altra, e poi mostrargliele e gridargli sul muso:
- Ah, tu preferisci quell'altra? Ma perché tu sei un bestione senza discernimento e senza gusto! Non perché tua moglie non valga centomila volte di piú! Ma guardala! Guardala bene! Come puoi aver cuore di non toccarla? Tu non capisci le finezze...
tu non capisci il bello delicato...
la soavità della grazia malinconica! Tu sei un animale, un majalone sei, e non puoi capire queste cose; perciò disprezzi.
E poi, che vuoi mettere? una femminaccia da trivio con una signora per bene, con una donna onesta?
Ah che nottata fu quella per lui! Non un minuto di requie...
Quando finalmente gli parve che cominciasse ad albeggiare, non poté piú stare alle mosse.
La signora Petella aveva il letto diviso da quello del marito, in una camera a parte: avrebbe potuto dunque, anche di notte, appendere il fazzoletto al cordino della finestra, perché egli si fosse levato subito d'ambascia.
Doveva figurarselo che lui non avrebbe chiuso occhio durante la notte, e appena spuntata l'alba, sarebbe venuto a vedere.
Cosí pensava, correndo alla casa del Petella.
Lusingato dal desiderio ardentissimo, era cosí sicuro di trovare quel segno alla finestra, che il non trovarlo fu proprio una morte per lui.
Si sentí mancar le gambe.
Nulla! nulla! E che aspetto funebre avevano quelle persiane serrate...
Una voglia selvaggia gli fece a un tratto impeto nello spirito: salire, precipitarsi in camera di Petella, strozzarlo sul letto!
E come se veramente fosse salito e avesse commesso il delitto, si sentí d'un subito stremato, sfinito, un sacco vuoto.
Cercò di sollevarsi; pensò che forse ancora era presto; che forse egli pretendeva troppo, contando che ella di notte si levasse ed esponesse il segno per farglielo trovare all'alba; che forse non aveva potuto...
chi sa!
Via, non c'era ancora da disperare...
Avrebbe aspettato.
Ma lí, no...
Aspettar lí, ogni minuto, un'eternità...
Le gambe però...
non se le sentiva piú, le gambe!
Per fortuna, svoltando il primo vicolo, trovò a pochi passi un caffeuccio aperto, caffeuccio per gli operai che si recavano di buon'ora all'Arsenale lí presso.
Vi entrò; si lasciò cadere su la panca di legno.
Non c'era nessuno; non si vedeva neanche il padrone; si sentiva però sfaccendare e parlottare di là, nell'antro bujo, dove forse sí accendevano allora allora i fornelli.
Quando, di lí a poco, un omaccione in maniche di camicia gli si presentò per domandargli che cosa desiderasse, Paolino Lovico gli volse uno sguardo attonito, truce, poi gli disse:
- Un fazzole...
cioè, dico...
un caffè! Forte, bello forte, mi raccomando!
Gli fu servito subito.
Ma sí! Metà se lo buttò addosso, metà lo sbruffò dalla bocca, balzando in piedi.
Accidenti! Era bollente.
- Che ha fatto, signorino?
- Aaahhh...
- fiatava Lovico con gli occhi e la bocca spalancati.
- Un po' d'acqua, un po' d'acqua...
- gli suggerí il caffettiere.
- Prenda, beva un po' d'acqua!
- E i calzoni? - gemette Paolino, guardandosi addosso.
Cavò di tasca il fazzoletto, ne intinse una cocca nel bicchiere e si mise a stropicciar forte su la macchia.
Che bel frescolino alla coscia, adesso!
Distese il fazzoletto bagnato, lo guardò, impallidí, buttò una monetina di quattro soldi nel vassojo e scappò via.
Ma, appena svoltato il vicolo, paf! di faccia, il capitano Petella.
- Ohé! Lei qua?
- Già...
mi...
mi...
- balbettò Paolino Lovico senza piú una goccia di sangue nelle vene.
Mi...
mi sono levato per tempo...
e...
- Una passeggiatina al fresco? - compí la frase il Petella.
- Beato lei! Senza noje...
senza impicci...
Libero! scapolo!
Lovico gli affondò gli occhi negli occhi per cercare di scoprire se...
Ma già il fatto che il bestione fosse fuori a quell'ora, e poi con quell'aria rabbuffata, da temporale...
- ah, miserabile! doveva certamente aver litigato con la moglie anche quella sera! (Io l'uccido! - pensò Lovico, - parola d'onore, io l'uccido!) E intanto, con un sorrisetto:
- Ma anche lei, vedo...
- Io? - grugní il Petella.
- Che cosa?
- Ma...
a quest'ora...
- Ah, perché mi vede fuori a quest'ora? Una nottataccia, caro professore! Il caldo, forse, io non so!
- Non...
non ha...
non ha dormito bene?
- Non ho dormito affatto! - gridò il Petella, con esasperazione.
- E sa? quando io non dormo...
quando non riesco a prender sonno...
io arrabbio!
- E che...
scusi...
che colpa...
- seguitò a balbettar Lovico tutto fremente e pur sorridente, - che colpa ci hanno gli altri?
- Gli altri? - domandò stordito il Petella.
- Che c'entrano gli altri?
- Ma...
se dice che s'arrabbia? Con chi s'arrabbia? con chi se la piglia se fa caldo?
- Me la piglio con me, me la piglio col tempo, me la piglio con tutti! - proruppe il Petella.
- Io voglio aria...
io sono abituato al mare...
e la terra, caro professore, specialmente d'estate, la terra non la posso soffrire...
la casa...
le pareti...
gl'impicci...
le donne.
("L'uccido! parola d'onore, l'uccido!" fremeva tra sé Lovico.) E col solito sorrisetto: - Anche le donne?
- Ah, sa? con me le donne...
veramente...
Si viaggia...
si sta tanto tempo lontani...
Non dico ora, che sono vecchio...
Ma quando si è giovanotti...
Le donne! Io, però, ci ho avuto sempre questo di buono, sa? Quando voglio, voglio...
quando non voglio, non voglio.
Il padrone sono restato sempre io.
- Sempre?...
("L'uccido!")
- Sempre che ho voluto, s'intende! Lei no, eh? Lei si lascia facilmente prendere? Un sorrisetto...
una mossetta...
un'aria umile, vergognosetta...
dica, eh? dica la verità...
Lovico si fermò a guardarlo in faccia.
- Debbo dirle la verità? Io, se avessi moglie...
Petella scoppiò a ridere.
- Ma non parliamo delle mogli, adesso! Che c'entrano le mogli? Le donne! le donne!
- E non sono donne, le mogli? che cosa sono?
- Ma saranno anche donne...
qualche volta! - esclamò Petella.
- Lei intanto non ne ha, caro professore; ed io le auguro per il suo bene di non averne mai.
Perché le mogli, sa...
Cosí dicendo, lo prese sotto il braccio e seguitò a parlare, a parlare.
Lovico fremeva.
Lo guardava in volto, gli guardava gli occhi gonfi, ammaccati, ma forse...
eh, forse li aveva cosí perché non era riuscito a dormire.
E ora gli pareva da qualche frase di potere argomentare che quella poverina fosse salva, ora invece, a qualche altra, ripiombava nel dubbio e nella disperazione.
E questo supplizio durò un'eternità, perché aveva voglia di camminare, di camminare, il bestione, e se lo trascinava lungo la marina.
Alla fine, voltò per ritornare a casa.
"Non lo lascio!" pensava tra sé Lovico.
"Salgo con lui a casa e, se non ha fatto l'obbligo suo, questa è l'ultima giornata per tutti e tre!"
Si fissò talmente in questo truce pensiero, tese con tanta violenza e tanta rabbia in esso tutta la sua energia nervosa, che si sentí sciogliere le membra, cascare a pezzi, appena svoltata la via e alzati gli occhi alla finestra della casa del Petella - vide stesi al cordino, oh Dio, oh Dio, oh Dio, uno...
due...
tre...
quattro...
cinque fazzoletti!
Arricciò il naso, aprí la bocca, col capo vagellante, ed esalò in un "ah" di spasimo la gioja che lo soffocava.
- Che cos'ha? - gli gridò Petella, sorreggendolo.
E Lovico:
- Oh caro capitano! oh caro capitano, grazie! grazie! Ah...
è stata una delizia per me...
questa...
questa bella passeggiata...
ma sono stanco...
stanco morto...
casco, proprio casco...
Grazie, grazie con tutto il cuore, caro capitano! A rivederla! buon viaggio, eh? a rivederla! Grazie, grazie...
E, appena il Petella entrò nel portoncino, prese la via, di corsa, giubilante, esultante, sgrignando e con gli occhi lustri ilari parlanti mostrando le cinque dita della mano a tutti quelli che incontrava.
PENSACI, GIACOMINO!
Da tre giorni il professore Agostino Toti non ha in casa quella pace, quel riso, a cui crede ormai di aver diritto.
Ha circa settant'anni, e dir che sia un bel vecchio, non si potrebbe neanche dire: piccoletto, con la testa grossa, calva, senza collo, il torso sproporzionato su due gambettine da uccello...
Sí, sí: il professor Toti lo sa bene, e non si fa la minima illusione, perciò, che Maddalena, la bella mogliettina, che non ha ancora ventisei anni, lo possa amare per se stesso.
È vero che egli se l'è presa povera e l'ha inalzata: figliuola del bidello del liceo, è diventata moglie d'un professore ordinario di scienze naturali, tra pochi mesi con diritto al massimo della pensione; non solo, ma ricco anche da due anni per una fortuna impensata, per una vera manna dal cielo: una eredità di quasi duecentomila lire, da parte d'un fratello spatriato da tanto tempo in Rumenia e morto celibe colà.
Non per tutto questo però il professor Toti crede d'aver diritto alla pace e al riso.
Egli è filosofo: sa che tutto questo non può bastare a una moglie giovine e bella.
Se l'eredità fosse venuta prima del matrimonio, egli magari avrebbe potuto pretendere da Maddalenina un po' di pazienza, che aspettasse cioè la morte di lui non lontana per rifarsi del sacrifizio d'aver sposato un vecchio.
Ma son venute troppo tardi, ahimè! quelle duecentomila lire, due anni dopo il matrimonio, quando già...
quando già il professor Toti filosoficamente aveva riconosciuto, che non poteva bastare a compensare il sacrifizio della moglie la sola pensioncina ch'egli le avrebbe un giorno lasciata.
Avendo già concesso tutto prima, il professor Toti crede d'aver piú che mai ragione di pretendere la pace e il riso ora, con l'aggiunta di quell'eredità vistosa.
Tanto piú, poi, in quanto egli - uomo saggio veramente e dabbene - non si è contentato di beneficiar la moglie, ma ha voluto anche beneficiare...
sí, lui, il suo buon Giacomino, già tra i piú valenti alunni suoi al liceo, giovane timido, onesto, garbatissimo, biondo, bello e ricciuto come un angelo.
Ma sí, ma sí - ha fatto tutto, ha pensato a tutto il vecchio professore Agostino Toti.
Giacomino Delisi era sfaccendato, e l'ozio lo addolorava e lo avviliva; ebbene, lui, il professor Toti, gli ha trovato posto nella Banca Agricola, dove ha collocato le duecentomila lire dell'eredità.
C'è anche un bambino, ora, per casa, un angioletto di due anni e mezzo, a cui egli si è dedicato tutto, come uno schiavo innamorato.
Ogni giorno, non gli par l'ora che finiscano le lezioni al liceo per correre a casa, a soddisfare tutti i capriccetti del suo piccolo tiranno.
Veramente, dopo l'eredità, egli avrebbe potuto mettersi a riposo, rinunziando a quel massimo della pensione, per consacrare tutto il suo tempo al bambino.
Ma no! Sarebbe stato un peccato! Dacché c'è, egli vuol portare fino all'ultimo quella sua croce, che gli è stata sempre tanto gravosa! Se ha preso moglie proprio per questo, proprio perché recasse un beneficio a qualcuno ciò che per lui è stato un tormento tutta la vita!
Sposando con quest'unico intento, di beneficare una povera giovine, egli ha amato la moglie quasi paternamente soltanto.
E piú che mai paternamente s'è messo ad amarla, da che è nato quel bambino, da cui quasi quasi gli piacerebbe piú d'esser chiamato nonno, che papà.
Questa bugia incosciente sui puri labbruzzi del bambino ignaro gli fa pena; gli pare che anche il suo amore per lui ne resti offeso.
Ma come si fa? Bisogna pure che si prenda con un bacio quell'appellativo dalla boccuccia di Niní, quel "papà" che fa ridere tutti i maligni, i quali non sanno capire la tenerezza sua per quell'innocente, la sua felicità per il bene che ha fatto e che seguita a fare a una donna, a un buon giovinotto, al piccino, e anche a sé - sicuro! - anche a sé - la felicità di vivere quegli ultimi anni in lieta e dolce compagnia, camminando per la fossa cosí, con un angioletto per mano.
Ridano, ridano pure di lui tutti i maligni! Che risate facili! che risate sciocche! Perché non capiscono...
Perché non si mettono al suo posto...
Avvertono soltanto il comico, anzi il grottesco, della sua situazione, senza saper penetrare nel suo sentimento!...
Ebbene, che glie n'importa? Egli è felice.
Se non che, da tre giorni...
Che sarà accaduto? La moglie ha gli occhi gonfii e rossi di pianto; accusa un forte mal di capo; non vuole uscir di camera.
- Eh, gioventú!...
gioventú!...
- sospira il professor Toti, scrollando il capo con un risolino mesto e arguto negli occhi e sulle labbra.
- Qualche nuvola...
qualche temporaletto...
E con Niní s'aggira per casa, afflitto, inquieto, anche un po' irritato, perché...
via, proprio non si merita questo, lui, dalla moglie e da Giacomino.
I giovani non contano i giorni: ne hanno tanti ancora innanzi a sé...
Ma per un povero vecchio è grave perdita un giorno! E sono ormai tre, che la moglie lo lascia cosí per casa, come una mosca senza capo, e non lo delizia piú con quelle ariette e canzoncine cantate con la vocetta limpida e fervida, e non gli prodiga piú quelle cure, a cui egli è ormai avvezzo.
Anche Niní è serio serio, come se capisca che la mamma non ha testa da badare a lui.
Il professore se lo conduce da una stanza all'altra, e quasi non ha bisogno di chinarsi per dargli la mano, tant'è piccolino anche lui; lo porta innanzi al pianoforte, tocca qua e là qualche tasto, sbuffa, sbadiglia, poi siede, fa galoppare un po' Niní su le ginocchia, poi torna ad alzarsi: si sente tra le spine.
Cinque o sei volte ha tentato di forzar la mogliettina a parlare.
- Male, eh? ti senti proprio male?
Maddalenina seguita a non volergli dir nulla: piange; lo prega di accostar gli scuri del balcone e di portarsi Niní di là: vuole star sola e al bujo.
- Il capo, eh?
Poverina, le fa tanto male il capo...
Eh, la lite dev'essere stata grossa davvero!
Il professor Toti si reca in cucina e cerca d'abbordar la servetta, per avere qualche notizia da lei; ma fa larghi giri, perché sa che la servetta gli è nemica; sparla di lui, fuori, come tutti gli altri, e lo mette in berlina, brutta scema! Non riesce a saper nulla neanche da lei.
E allora il professor Toti prende una risoluzione eroica: reca Niní dalla mamma e la prega che glielo vesta per benino.
- Perché? - domanda ella.
- Lo porto a spassino, - risponde lui.
- Oggi è festa...
Qua s'annoja, povero bimbo!
La mamma non vorrebbe.
Sa che la trista gente ride vedendo il vecchio professore col piccino per mano; sa che qualche malvagio insolente è arrivato finanche a dirgli: - Ma quanto gli somiglia, professore, il suo figliuolo!
Il professor Toti però insiste.
- No, a spassino, a spassino...
E si reca col bimbo in casa di Giacomino Delisi.
Questi abita insieme con una sorella nubile, che gli ha fatto da madre.
Ignorando la ragione del beneficio, la signorina Agata era prima molto grata al professor Toti; ora invece - religiosissima com'è - lo tiene in conto d'un diavolo, né piú ne meno, perché ha indotto il suo Giacomino in peccato mortale.
Il professor Toti deve aspettare un bel po', col piccino, dietro la porta, dopo aver sonato.
La signorina Agata è venuta a guardar dalla spia ed è scappata.
Senza dubbio, è andata ad avvertire il fratello della visita, e ora tornerà a dire che Giacomino non è in casa.
Eccola.
Vestita di nero, cerea, con le occhiaje livide, stecchita, arcigna, appena aperta la porta, investe, tutta vibrante, il professore.
- Ma come...
scusi...
viene a cercarlo pure in casa adesso?...
E che vedo! anche col bambino? ha condotto anche il bambino?
Il professor Toti non s'aspetta una simile accoglienza; resta intronato; guarda la signorina Agata, guarda il piccino, sorride, balbetta:
- Per...
perché?...
che è?...
non posso...
non...
posso venire a...
- Non c'è! - s'affretta a rispondere quella, asciutta e dura.
- Giacomino non c'è.
- Va bene, - dice, chinando il capo, il professor Toti.
- Ma lei, signorina...
mi scusi...
Lei mi tratta in un modo che...
non so! Io non credo d'aver fatto né a suo fratello, né a lei...
- Ecco, professore, - lo interrompe, un po' rabbonita, la signorina Agata.
- Noi, creda pure, le siamo...
le siamo riconoscentissimi; ma anche lei dovrebbe comprendere...
Il professor Toti socchiude gli occhi, torna a sorridere, alza una mano e poi si tocca parecchie volte con la punta delle dita il petto, per significarle che, quanto a comprendere, lasci fare a lui.
- Sono vecchio, signorina, - dice, - e comprendo...
tante cose comprendo io! e guardi, prima di tutte, questa: che certe furie bisogna lasciarle svaporare, e che, quando nascono malintesi, la miglior cosa è chiarire...
chiarire, signorina, chiarire francamente, senza sotterfugi, senza riscaldarsi...
Non le pare?
- Certo, sí...
- riconosce, almeno cosí in astratto, la signorina Agata.
- E dunque, - riprende il professor Toti, - mi lasci entrare e mi chiami Giacomino.
- Ma se non c'è!
- Vede? No, Non mi deve dire che non c'è.
Giacomino è in casa, e lei me lo deve chiamare.
Chiariremo tutto con calma...
glielo dica: con calma! Io sono vecchio e comprendo tutto, perché sono stato anche giovane, signorina.
Con calma, glielo dica.
Mi lasci entrare.
Introdotto nel modesto salotto, il professor Toti siede con Niní tra le gambe, rassegnato ad aspettare anche qua un bel pezzo, che la sorella persuada Giacomino.
- No, qua Niní...
buono! - dice di tratto in tratto al bimbo, che vorrebbe andare a una mensoletta, dove luccicano certi gingilli di porcellana; e intanto si scapa a pensare che diamine può essere accaduto di cosí grave in casa sua, senza ch'egli se ne sia accorto per nulla.
Maddalenina è cosí buona! Che male può ella aver fatto, da provocare un cosí aspro e forte risentimento, qua, anche nella sorella di Giacomino?
Il professor Toti, che ha creduto finora a una bizza passeggera, comincia a impensierirsi e a costernarsi sul serio.
Oh, ecco Giacomino finalmente! Dio, che viso alterato! che aria rabbuffata! Eh come? Ah, questo no! Scansa freddamente il bambino che gli è corso incontro gridando con le manine tese:
- "Giamí! Giamí!".
- Giacomino! - esclama, ferito, con severità, il professor Toti.
- Che ha da dirmi, professore? - s'affretta a domandargli quello, schivando di guardarlo negli occhi.
- Io sto male...
Ero a letto...
Non sono in grado di parlare e neanche di sostener la vista d'alcuno...
- Ma il bambino?!
- Ecco, - dice Giacomino; e si china a baciare Niní.
- Ti senti male? - riprende il professor Toti, un po' racconsolato da quel bacio.
- Lo supponevo.
E son venuto per questo.
Il capo, eh? Siedi, siedi...
Discorriamo.
Qua, Niní...
Senti che "Giamí" ha la bua? Sí, caro, la bua...
qua, povero "Giamí"...
Sta' bonino; ora andiamo via.
Volevo domandarti - soggiunge, rivolgendosi a Giacomino, - se il direttore della Banca Agricola ti ha detto qualche cosa.
- No, perché? - fa Giacomino, turbandosi ancor piú.
- Perché jeri gli ho parlato di te, - risponde con un risolino misterioso il professor Toti.
Il tuo stipendio non è molto grasso, figliuol mio.
E sai che una mia parolina...
Giacomino si torce su la sedia, stringe le pugna fino ad affondarsi le unghie nel palmo delle mani.
- Professore, io la ringrazio, - dice, - ma mi faccia il favore, la carità, di non incomodarsi piú per me, ecco!
- Ah sí? - risponde il professor Toti con quel risolino ancora su la bocca.
- Bravo! Non abbiamo piú bisogno di nessuno, eh? Ma se io volessi farlo per mio piacere? Caro mio, ma se non debbo piú curarmi di te, di chi vuoi che mi curi io? Sono vecchio, Giacomino! E ai vecchi - badiamo, che non siano egoisti! - ai vecchi, che hanno tanto stentato, come me, a prendere uno stato, piace di vedere i giovani, come te meritevoli, farsi avanti nella vita per loro mezzo; e godono della loro allegria, delle loro speranze, del posto ch'essi prendono man mano nella società.
Io poi per te...
via, tu lo sai...
ti considero come un figliuolo...
Che cos'è? Piangi?
Giacomino ha nascosto infatti il volto tra le mani e sussulta come per un impeto di pianto che vorrebbe frenare.
Niní lo guarda sbigottito, poi, rivolgendosi al professore, dice:
- "Giamí, bua"...
Il professore si alza e fa per posare una mano su la spalla di Giacomino; ma questi balza in piedi, quasi ne provi ribrezzo, mostra il viso scontraffatto come per una fiera risoluzione improvvisa, e gli grida esasperatamente:
- Non mi s'accosti! Professore, se ne vada, la scongiuro, se ne vada! Lei mi sta facendo soffrire una pena d'inferno! Io non merito codesto suo affetto e non lo voglio, non lo voglio...
Per carità, se ne vada, si porti via il bambino e si scordi che io esisto!
Il professor Toti resta sbalordito; domanda:
- Ma perché?
- Glielo dico subito! - risponde Giacomino.
- Io sono fidanzato, professore! Ha capito? Sono fidanzato!
Il professor Toti vacilla, come per una mazzata sul capo; alza le mani; balbetta:
- Tu? fi...
fidanzato?
- Sissignore, - dice Giacomino.
- E dunque, basta...
basta per sempre! Capirà che non posso piú...
vederla qui...
- Mi cacci via? - domanda, quasi senza voce, il professor Toti.
- No! - s'affretta a rispondergli Giacomino, dolente.
- Ma è bene che lei...
che lei se ne vada, professore...
Andarsene? Il professore casca a sedere su la seggiola.
Le gambe gli si sono come stroncate sotto.
Si prende la testa tra le mani e geme:
- Oh Dio! Ah che rovina! Dunque per questo? Oh povero me! Oh povero me! Ma quando? come? senza dirne nulla? con chi ti sei fidanzato?
- Qua, professore...
da un pezzo...
- dice Giacomino.
- con una povera orfana, come me...
amica di mia sorella...
Il professor Toti lo guarda, inebetito, con gli occhi spenti, la bocca aperta, e non trova la voce per parlare.
- E...
e...
e si lascia tutto...
cosí...
e...
e non si pensa piú a...
a nulla...
non si...
non si tien piú conto di nulla...
Giacomino si sente rinfacciare con queste parole l'ingratitudine, e si ribella, fosco:
- Ma scusi! che mi voleva schiavo, lei?
- Io, schiavo? - prorompe, ora, con uno schianto nella voce, il professor Toti.
- Io? E lo puoi dire? Io che ti ho fatto padrone della mia casa? Ah, questa, questa sí che è vera ingratitudine! E che forse t'ho beneficato per me? che ne ho avuto io, se non il dileggio di tutti gli sciocchi che non sanno capire il sentimento mio? Dunque non lo capisci, non lo hai capito neanche tu, il sentimento di questo povero vecchio, che sta per andarsene e che era tranquillo e contento di lasciar tutto a posto, una famigliuola bene avviata, in buone condizioni...
felice? Io ho settant'anni; io domani me ne vado, Giacomino! Che ti sei levato di cervello, figliuolo mio! Io vi lascio tutto, qua...
Che vai cercando? Non so ancora, non voglio saper chi sia la tua fidanzata; se l'hai scelta tu, sarà magari un'onesta giovine, perché tu sei buono...; ma pensa che...
pensa che...
non è possibile che tu abbia trovato di meglio.
Giacomino, sotto tutti i riguardi...
Non ti dico soltanto per l'agiatezza assicurata...
Ma tu hai già la tua famigliuola, in cui non ci sono che io solo di piú, ancora per poco...
io che non conto per nulla...
Che fastidio vi do io? Io sono come il padre...
Io posso anche, se volete...
per la vostra pace...
Ma dimmi com'è stato? che è accaduto? come ti s'è voltata la testa, cosí tutt'a un tratto? Dimmelo! dimmelo...
E il professor Toti s'accosta a Giacomino e vuol prendergli un braccio e scuoterglielo; ma quegli si restringe tutto in sé, quasi rabbrividendo, e si schermisce.
- Professore! - grida.
- Ma come non capisce, come non s'accorge che tutta codesta sua bontà...
- Ebbene?
- Mi lasci stare! non mi faccia dire! Come non capisce che certe cose si possono far solo di nascosto, e non son piú possibili alla luce, con lei che sa, con tutta la gente che ride?
- Ah, per la gente? - esclama il professore.
- E tu...
- Mi lasci stare! - ripete Giacomino, al colmo dell'orgasmo, scotendo in aria le braccia.
- Guardi! Ci sono tant'altri giovani che han bisogno d'ajuto, professore!
Il Toti si sente ferire fin nell'anima da queste parole, che sono un'offesa atroce e ingiusta per sua moglie; impallidisce, allividisce, e tutto tremante dice:
- Maddalenina è giovine, ma è onesta, perdio! e tu lo sai! Maddalenina ne può morire...
perché è qui, è qui, il suo male, nel cuore...
dove credi che sia? È qui, è qui, ingrato! Ah, la insulti, per giunta? E non ti vergogni? e non ne senti rimorso di fronte a me? Puoi dirmi questo in faccia? tu? Credi che ella possa passare, cosí, da uno all'altro, come niente? madre di questo piccino? Ma che dici? Come puoi parlar cosí?
Giacomino lo guarda trasecolato, allibito.
- Io? - dice.
- Ma lei piuttosto, professore, scusi, lei, lei, come può parlare cosí? Ma dice sul serio?
Il professor Toti si stringe ambo le mani su la bocca, strizza gli occhi, squassa il capo e rompe in un pianto disperato.
Niní anche lui, allora, si mette a piangere.
Il professore lo sente, corre a lui, lo abbraccia.
- Ah, povero Niní mio...
ah che sciagura, Niní mio, che rovina! E che sarà della tua mamma ora? e che sarà di te, Niní mio, con una mammina come la tua, inesperta, senza guida...
Ah, che baratro!
Solleva il capo, e, guardando tra le lagrime Giacomino:
- Piango, - dice, - perché mio è il rimorso; io t'ho protetto, io t'ho accolto in casa, io le ho parlato sempre tanto bene di te, io...
io le ho tolto ogni scrupolo d'amarti...
e ora che ella ti amava sicura...
madre di questo piccino...
tu...
S'interrompe e, fiero, risoluto, convulso:
- Bada, Giacomino! - dice.
- Io son capace di presentarmi con questo piccino per mano in casa della tua fidanzata!
Giacomino, che suda freddo, pur su la brace ardente, nel sentirlo parlare e piangere cosí, a questa minaccia giunge le mani, gli si fa innanzi e scongiura:
- Professore, professore, ma lei vuol dunque proprio coprirsi di ridicolo?
- Di ridicolo? - grida il professore.
- E che vuoi che me n'importi, quando vedo la rovina d'una povera donna, la rovina tua, la rovina d'una creatura innocente? Vieni, vieni, andiamo, su via, Niní, andiamo!
Giacomino gli si para davanti:
- Professore, lei non lo farà!
- Io lo farò! - gli grida con viso fermo il professor Toti.
- E per impedirti il matrimonio son anche capace di farti cacciare dalla Banca! Ti do tre giorni di tempo.
E, voltandosi su la soglia, col piccino per mano:
- Pensaci, Giacomino! Pensaci!
NON È UNA COSA SERIA
Perazzetti? No.
Quello poi era un genere particolare.
Le diceva serio serio, che non pareva nemmeno lui, guardandosi le unghie adunche lunghissime, di cui aveva la cura piú meticolosa.
È vero che poi, tutt'a un tratto, senz'alcuna ragione apparente...
un'anatra, ecco, tal'e quale! scoppiava in certe risate, che parevano il verso di un'anatra; e ci guazzava dentro, proprio come un'anatra.
Moltissimi trovavano appunto in queste risate la prova piú lampante della pazzia di Perazzetti.
Nel vederlo torcere con le lagrime agli occhi, gli amici gli domandavano:
- Ma perché?
E lui:
- Niente.
Non ve lo posso dire.
A veder ridere uno cosí, senza che voglia dirne la ragione, si resta sconcertati, con un certo viso da scemi si resta e una certa irritazione in corpo, che nei cosí detti "urtati di nervi" può diventar facilmente stizza feroce e voglia di sgraffiare.
Non potendo sgraffiare, i cosí detti "urtati di nervi" (che sono poi tanti, oggidí) si scrollavano rabbiosamente e dicevano di Perazzetti:
- È pazzo!
Se Perazzetti, invece, avesse detto loro la ragione di quel suo anatrare...
Ma non la poteva dire, spesso, Perazzetti; veramente non la poteva dire.
Aveva una fantasia mobilissima e quanto mai capricciosa, la quale, alla vista della gente, si sbizzarriva a destargli dentro, senza ch'egli lo volesse, le piú stravaganti immagini e guizzi di comicissimi aspetti inesprimibile; a scoprirgli d'un subito certe strane, riposte analogie, a rappresentargli improvvisamente certi contrasti cosí grotteschi e buffi, che la risata gli scattava irrefrenabile.
Come comunicare altrui il giuoco istantaneo di queste fuggevoli immagini impensate?
Sapeva bene Perazzetti, per propria esperienza, quanto in ogni uomo il fondo dell'essere sia diverso dalle fittizie interpretazioni che ciascuno se ne dà spontaneamente, o per inconscia finzione, per quel bisogno di crederci o d'esser creduti diversi da quel che siamo, o per imitazione degli altri, o per le necessità e le convenienze sociali.
Su questo fondo dell'essere egli aveva fatto studii particolari.
Lo chiamava l'"antro della bestia".
E intendeva della bestia originaria acquattata dentro a ciascuno di noi, sotto tutti gli strati di coscienza, che gli si sono a mano a mano sovrapposti con gli anni.
L'uomo, diceva Perazzetti, a toccarlo, a solleticarlo in questo o in quello strato, risponde con inchini, con sorrisi, porge la mano, dice buon giorno e buona sera, dà magari in prestito cento lire; ma guai ad andarlo a stuzzicare laggiú, nell'antro della bestia: scappa fuori il ladro, il farabutto, l'assassino.
È vero che, dopo tanti secoli di civiltà, molti nel loro antro ospitano ormai una bestia troppo mortificata: un porco, per esempio, che si dice ogni sera il rosario.
In trattoria, Perazzetti studiava le impazienze raffrenate degli avventori.
Fuori, la creanza; dentro, l'asino che voleva subito la biada.
E si divertiva un mondo a immaginare tutte le razze di bestie rintanate negli antri degli uomini di sua conoscenza: quello aveva certo dentro un formichiere e quello un porcospino e quell'altro un pollo d'India, e cosí via.
Spesso però le risate di Perazzetti avevano una ragione, dirò cosí, piú costante; e questa davvero non era da spiattellare, là, a tutti; ma da confidare, se mai, in un orecchio pian piano a qualcuno.
Confidata cosí, vi assicuro che promoveva inevitabilmente il piú fragoroso scoppio di risa.
La confidò una volta a un amico, presso al quale gli premeva di non passare per matto.
Io non posso dirvela forte; posso accennarvela appena; voi cercate d'intenderla a volo, giacché, detta forte, rischierebbe, tra l'altro, di parere una sconcezza e non è.
Perazzetti non era uomo volgare; anzi dichiarava d'avere una stima altissima dell'umanità, di tutto quanto essa, a dispetto della bestia originaria, ha saputo fare; ma Perazzetti non riusciva a dimenticare che l'uomo, il quale è stato capace di crear tante bellezze, è pure una bestia che mangia, e che mangiando, è costretto per conseguenza a obbedire ogni giorno a certe intime necessità naturali, che certamente non gli fanno onore.
Vedendo un pover'uomo, una povera donna in atto umile e dimesso, Perazzetti non ci pensava affatto; ma quando invece vedeva certe donne che si davano arie di sentimento, certi uomini tronfii, gravidi di boria, era un disastro: subito, irresistibilmente, gli scattava dentro l'immagine di quelle intime necessità naturali, a cui anch'essi per forza dovevano ogni giorno ubbidire; li vedeva in quell'atto e scoppiava a ridere senza remissione.
Non c'era nobiltà d'uomo o bellezza di donna, che si potesse salvare da questo disastro nell'immaginazione di Perazzetti; anzi quanto piú eterea e ideale gli si presentava una donna, quanto piú composto a un'aria di maestà un uomo, tanto piú quella maledetta immagine si svegliava in lui all'improvviso.
Ora, con questo, immaginatevi Perazzetti innamorato.
E s'innamorava, il disgraziato, s'innamorava con una facilità spaventosa! Non pensava piú a nulla, s'intende, finiva d'esser lui, appena innamorato; diventava subito un altro, diventava quel Perazzetti che gli altri volevano, quale amava foggiarselo la donna nelle cui mani era caduto, non solo, ma quale amavano foggiarselo anche i futuri suoceri, i futuri cognati e perfino gli amici di casa della sposa.
Era stato fidanzato, a dir poco, una ventina di volte.
E faceva schiattar dalle risa nel descrivere i tanti Perazzetti ch'egli era stato, uno piú stupido e imbecille dell'altro: quello del pappagallo della suocera, quello delle stelle fisse della cognatina, quello dei fagiolini dell'amico non so chi.
Quando il calore della fiamma, che lo aveva messo per cosí dire in istato di fusione, cominciava ad attutirsi, ed egli a poco a poco cominciava a rapprendersi nella sua forma consueta e riacquistava coscienza di sé, provava dapprima stupore, sbigottimento nel contemplare la forma che gli avevano dato, la parte che gli avevano fatto rappresentare, lo stato d'imbecillità in cui lo avevano ridotto; poi, guardando la sposa, guardando la suocera, guardando il suocero, ricominciavano le terribili risate, e doveva scappare - non c'era via di mezzo - doveva scappare.
Ma il guajo era questo, che non volevano piú lasciarlo scappare.
Era un ottimo giovine, Perazzetti, agiato, simpaticissimo: quel che si dice un partito invidiabile.
I drammi attraversati in quei suoi venti e piú fidanzamenti, a raccoglierli in un libro, narrati da lui, formerebbero una delle piú esilaranti letture dei giorni nostri.
Ma quelle che per i lettori sarebbero risa, sono state pur troppo lagrime, lagrime vere per il povero Perazzetti, e rabbie e angosce e disperazione.
Ogni volta egli prometteva e giurava a se stesso di non ricascarci piú; si proponeva di escogitare qualche rimedio eroico, che gl'impedisse d'innamorarsi di nuovo.
Ma che! Ci ricascava poco dopo, e sempre peggio di prima.
Un giorno, finalmente, scoppiò come una bomba la notizia, ch'egli aveva sposato.
E aveva sposato nientemeno...
Ma no, nessuno in prima ci volle credere! Pazzie ne aveva fatte Perazzetti d'ogni genere; ma che potesse arrivare fino a tal punto, fino a legarsi per tutta la vita con una donna come quella.
Legarsi? Quando a uno dei tanti amici, andato a trovarlo in casa, gli scappò detto cosí, per miracolo Perazzetti non se lo mangiò.
- Legarsi? come legarsi? perché legarsi? Stupidi, scemi, imbecilli tutti quanti! Legarsi? Chi l'ha detto? Ti sembro legato? Vieni, entra qua...
Questo è il mio solito letto, sí o no? Ti sembra un letto a due? Ehi, Celestino! Celestino!
Celestino era il suo vecchio servo fidato.
- Di', Celestino.
Vengo ogni sera a dormire qua, solo?
- Sissignore, solo.
- Ogni sera?
- Ogni sera.
- Dove mangio?
- Di là.
- Con chi mangio?
- Solo.
- Mi fai tu da mangiare?
- Io, sissignore.
- E sono sempre lo stesso Perazzetti?
- Sempre lo stesso, sissignore.
Mandato via il servo, dopo questo interrogatorio, Perazzetti concluse, aprendo le braccia:
- Dunque...
- Dunque non è vero? - domandò quello.
- Ma sí, vero! verissimo! - rispose Perazzetti.
- L'ho sposata! L'ho sposata in chiesa e allo stato civile! Ma che per questo? Ti pare una cosa seria?
- No, anzi ridicolissima.
- E dunque! - tornò a concludere Perazzetti.
- Escimi dai piedi! Avete finito di ridere alle mie spalle! Mi volevate morto, è vero? col cappio sempre alla gola? Basta, basta, cari miei! Ora mi sono liberato per sempre! Ci voleva quest'ultima tempesta, da cui sono uscito vivo per miracolo.
L'ultima tempesta a cui alludeva Perazzetti era il fidanzamento con la figlia del capodivisione al Ministero delle finanze, commendator Vico Lamanna; e aveva proprio ragione di dire Perazzetti che ne era uscito vivo per miracolo.
Gli era toccato di battersi alla spada col fratello di lei, Lino Lamanna; e poiché di Lino egli era amicissimo e sentiva di non aver nulla, proprio nulla contro di lui, s'era lasciato infilzare generosamente come un pollo.
Pareva quella volta - e ci avrebbe messo chiunque la mano sul fuoco - che il matrimonio dovesse aver luogo.
La signorina Ely Lamanna, educata all'inglese - come si poteva conoscere anche dal nome - schietta, franca, solida, bene azzampata (leggi "scarpe all'americana"), era riuscita senza dubbio a salvarsi da quel solito disastro nell'immaginazione di Perazzetti.
Qualche risata, sí, gli era scappata guardando il suocero commendatore, che anche con lui stava in aria e gli parlava alle volte con quella sua collosità pomatosa...
Ma poi basta.
Aveva confidato con garbo alla sposa il perché di quelle risate; ne aveva riso anche lei; e, superato quello scoglio, credeva anche lui, Perazzetti, che quella volta finalmente avrebbe raggiunto il tranquillo porto delle nozze (per modo di dire).
La suocera era una buona vecchietta, modesta e taciturna, e Lino, il cognato, pareva fatto apposta per medesimarsi in tutto e per tutto con lui.
Perazzetti e Lino Lamanna diventarono infatti fin dal primo giorno del fidanzamento due indivisibili.
Piú che con la sposa si può dire che Perazzetti stava col futuro cognato: escursioni, cacce, passeggiate a cavallo insieme, insieme sul Tevere alla società di canottaggio.
Tutto poteva immaginarsi, povero Perazzetti, tranne che questa volta il "disastro" dovesse venirgli da questa troppa intimità col futuro cognato, per un altro tiro dell'immaginazione sua morbosa e buffona.
A un certo punto, egli cominciò a scoprire nella fidanzata una rassomiglianza inquietante col fratello di lei.
Fu a Livorno, ai bagni, ov'era andato, naturalmente, coi Lamanna.
Perazzetti aveva veduto tante volte Lino in maglia, alla società di canottaggio; vide ora la sposa in costume da bagno.
Notare che Lino aveva veramente un che di femineo, nelle anche.
Che impressione ebbe Perazzetti dalla scoperta di questa rassomiglianza? Cominciò a sudar freddo, cominciò a provare un ribrezzo invincibile al pensiero d'entrare in intimità coniugale con Ely Lamanna, che somigliava tanto al fratello.
Gli si rappresentò subito come mostruosa, quasi contro natura, quella intimità, giacché vedeva il fratello nella fidanzata; e si torceva alla minima carezza ch'ella gli faceva, nel vedersi guardato con occhi ora incitanti e aizzosi, ora che s'illanguidivano nella promessa d'una voluttà sospirata.
Poteva intanto gridarle Perazzetti:
- Oh Dio, per carità, smetti! finiamola! Io posso essere amicissimo di Lino, perché non debbo sposarlo; ma non posso piú sposar te, perché mi parrebbe di sposare tuo fratello?
La tortura che soffrí questa volta Perazzetti fu di gran lunga superiore a tutte quelle che aveva sofferto per l'innanzi.
Finí con quel colpo di spada, che per miracolo non lo mandò all'altro mondo.
E appena guarito della ferita, trovò il rimedio eroico che doveva precludergli per sempre la via del matrimonio.
- Ma come - voi dite - sposando?
Sicuro! Filomena: quella del cane.
Sposando Filomena, quella povera scema che si vedeva ogni sera per via, parata con certi cappellacci carichi di verdura svolazzante, tirata da un barbone nero, che non le lasciava mai il tempo di finir certe sue risatelle assassine alle guardie, ai giovanottini di primo pelo e ai soldati, per la fretta che aveva - maledetto cane - d'arrivare chi sa dove, chi sa a qual remoto angolo bujo...
In chiesa e allo stato civile la sposò; la tolse dalla strada; le assegnò venti lire al giorno e la spedí lontano, in campagna, col cane.
Gli amici - come potete figurarvi - non gli dettero piú pace per parecchio tempo.
Ma Perazzetti era ritornato ormai tranquillo, a dirle serio serio, che non pareva nemmeno lui.
- Sí, - diceva, guardandosi le unghie.
- L'ho sposata.
Ma non è una cosa seria.
Dormire, dormo solo, in casa mia; mangiare, mangio solo, in casa mia; non la vedo; non mi dà alcun fastidio...
Voi dite per il nome? Sí: le ho dato il mio nome.
Ma, signori miei, che cosa è un nome? Non è una cosa seria.
Cose serie, a rigore, non ce n'erano per Perazzetti.
Tutto sta nell'importanza che si dà alle cose.
Una cosa ridicolissima, a darle importanza, può diventare seriissima, e viceversa, la cosa piú seria, ridicolissima.
C'è cosa piú seria della morte? Eppure, per tanti che non le danno importanza...
Va bene; ma tra qualche giorno lo volevano vedere gli amici.
Chi sa come se ne sarebbe pentito!
- Bella forza! - rispondeva Perazzetti.
- Sicuro che me ne pentirò! Già già comincio a esserne pentito...
Gli amici, a questa uscita, levavano alte le grida:
- Ah! lo vedi?
- Ma imbecilli, - rimbeccava Perazzetti, - giusto quando me ne pentirò per davvero, risentirò il beneficio del mio rimedio, perché vorrà dire che mi sarò allora innamorato di nuovo, fino al punto di commettere la piú grossa delle bestialità: quella di prendere moglie.
Coro:
- Ma se l'hai già presa!
Perazzetti :
- Quella? Eh via! Quella non è una cosa seria.
Conclusione:
Perazzetti aveva sposato per guardarsi dal pericolo di prendere moglie.
TIROCINIO
Da una settimana vedevamo Carlino Sgro per il Corso, per Via Nazionale, per Via Ludovisi, passare in botte, di galoppo, accanto a un enorme mammifero in gonnella.
Le lunghe piume nere del cappellaccio, che pareva un nido di corvi, le svolazzavano al vento.
Tutta la gente si fermava a mirare con occhi spalancati, a bocca aperta.
Noi amici, quasi sgomenti, nel vedercelo passar davanti, gli lanciavamo ogni volta un grido affettuoso o lo chiamavamo per nome, tendendogli le braccia; e lui, lui subito si voltava a salutarci con larghi e ripetuti gesti, che ci pareva invocassero disperatamente ajuto.
Carlino Sgro da due anni aveva lasciato Roma per Milano, e non s'era piú fatto vivo con nessuno di noi.
Ora, d'improvviso, rieccolo a Roma, in quella turbinosa apparizione che aveva del tragico e del carnevalesco.
Qualcuno di noi finse di mostrarsene seriamente impensierito.
Senza dubbio Carlino era in pericolo; dovevamo salvarlo a ogni costo da quel mostro che lo aveva rapito e se lo trascinava chi sa a qual bufera infernale.
Come salvarlo? Ma volando a San Marcello, perdio, a denunziare il ratto alla questura, o piuttosto, assaltando, là, senz'altro, la carrozza e strappando, a viva forza, la vittima dalle braccia di quell'orribile mostro.
Discutevamo ancora, al Circolo, sul partito da prendere, quand'ecco - fresco e sorridente - Carlino Sgro davanti a noi.
Gli saltammo al collo tutti quanti insieme, baciandolo dove ci veniva fatto, alle spalle, sul petto, sulle braccia, sulla nuca, fino a lasciarlo per un pezzo boccheggiante come un pesce.
Per farlo rinvenire, gli rovesciammo subito addosso una tempesta di domande insieme con gli epiteti piú graziosi, con cui eravamo soliti d'accoglierlo ogni sera, al Circolo, quand'egli stava a Roma: - Vecchia canaglia! Mummia inglese! Orangutàn! Figlio di Nouma Hawa! - ecc.
ecc.
(Veramente Carlino Sgro pare una scimmia e pare un inglese: una scimmia, perché - non ci ha colpa - ha la bocca per lo meno quattro dita sotto al naso; un inglese, perché biondo, con gli occhi ceruli, e perché nessun inglese al mondo ha mai vestito e camminato piú inglesemente di lui.)
Chi lo crederebbe? Si mostrò stupito della profonda costernazione in cui noi tutti eravamo stati per lui un'intera settimana.
- Come! - esclamò.
- Ma quella è la Montroni, signori miei! Non conoscete la Montroni?
Ci guardammo tutti negli occhi.
Nessuno di noi conosceva la Montroni.
Solo Carinèi domandò:
- Pompea Montroni, la cantante?
Sgro indignato e stizzito, diede una spallata:
- Ma celebre, perdio! Soprano di cartello! Dite sul serio o siete della Papuasia? Non la ricordate piú nella Gioconda? Era il nostro cavallo di battaglia! L'amo come il fulgor del creato...
Faceva tremare la Scala e il San Carlo.
- Faceva? Dunque ora è sfiatata?
Carlino Sgro atteggiò la faccia di fierissimo disprezzo e rispose:
- Vi prego di credere che la nostra voce è ancora divinamente bella, piú divinamente bella di quando facevamo andare in visibilio le platee del mondo intero, e ci staccavano i cavalli dalla vettura.
Ma abbiamo una piccola palpitazione di cuore, un disturbetto cardiaco che non è nulla, rassicuratevi, ma che potrebbe diventare grave.
Dio liberi e anche...
sí, anche fatale, ci hanno detto i medici, se seguitiamo a rimanere nell'arte e a cantare.
Cosí, per prudenza, ci siamo ritirati.
- E tu, vecchio scimmione, - gli gridammo, - hai il coraggio di scarrozzarti per il Corso quella carcassa sfiatata? E non ti vergogni?
- Vedo, - disse Carlino Sgro addoloratissimo, - che voi malignate, amici miei.
Vi compatisco.
Ah che vuol dire non vivere a Milano!
Casa Castiglione Montroni, signori, è a Milano tra le piú rispettabili e rispettate.
Pompea Montroni è donna esemplare.
Forse non c'è bisogno di dirlo, perché...
- non ridete, via! - io lo ammetto, non è piú tanto bella...
non è stata mai bella, va bene cosí? Ma non l'avete veduta sul palcoscenico, dove faceva una magnifica figura.
Lo afferma il marchese Colli, e mi pare che possa bastare!
Chi è il marchese Colli? Datemi tempo, santo Dio, e vi dirò tutto.
Lasciatemi intanto premetter questo: che, se io ammiro Pompea Montroni, la ammiro, diciamo cosí, in blocco; e che mi sono sempre guardato bene dal turbare la pace, l'armonia che regnano sovrane tra lei e il suo legittimo consorte.
L'ho accompagnata qua a Roma per affari, o meglio, per preparare una certa sorpresa, che non vi posso dire, alla nostra piccola Medea.
Piano! Vi dirò anche chi è Medea.
Ma vi faccio notare che voi, senza saperlo, mi avete aggredito con volgari e sanguinosi insulti.
È inutile, povera gente: bisogna vivere a Milanòoo!
Omero, come sapete, non descrive la bellezza di Elena: la lascia argomentare da quel che dicono i vecchi di Troja, quando la vedono apparire sulle mura, se non sbaglio.
Non sono Omero, voi non siete vecchi di Troja, ma vi giuro che Medea è centomila volte piú bella di Elena e vi prego d'argomentare similmente quella sua divina, indescrivibile bellezza dal vedermi ora andare attorno per le vie di Roma con questa filuca di mammina sua.
Vi basta, sí o no? Se non vi basta
Vi dirò tutta la miseria mia.
Sappiate che da circa otto mesi io sono per lei in tirocinio di vecchio amico di casa.
Amici miei, se io non divento al piú presto vecchio amico di casa Castiglione Montroni, vecchio amico di mammà Pompea, sono perduto.
Per me, non c'è piú speranza, né salute, Medea ha già compiuto quattordici anni.
A questo annunzio ci levammo tutti in piedi, indignati, e coprimmo Carlino Sgro di vituperii.
Egli protese le mani, si cacciò la testa tra le spalle come una tartaruga, e gridò:
- Adagio! adagio! aspettate.
Dico quattordici, perché la mamma deve averne ancora per forza trent'otto...
Non capite niente, perdio? Ma ne ha già, per lo meno diciannove, la quattordicenne Medea!
Non capirete certo neppure che cosa possa voler dire vecchio amico di casa.
Veramente, per capirlo, bisognerebbe che conosceste bene quella casa.
Ma lo so io e gli altri quattro disgraziati che sono in tirocinio, con me, a Milano.
Siamo in cinque, cari miei: un'infunata da mandare per grazia alla forca!
Già Pompea, la madre, l'avete intraveduta.
Non è niente! Bisognerebbe che conosceste il padre, cioè il marito di Pompea, e un po' anche il marchese Colli che abita con loro.
Il marito è un bell'uomo.
Aitante nella persona, con una magnifica barba bionda, compitissimo e pieno di dignità, anzi di gravità quasi diplomatica.
Credo che si sia fatta apposta un po' di radura sul cranio, perché una leggera calvizie, in certi casi e per certe professioni, è veramente indispensabile.
Non vi potete figurare con che aria d'importanza e che cipiglio vi dica, inserendo due dita tra i bottoni del panciotto:
- Caldo, quest'oggi.
Si chiama Michelangelo.
Di casato Castiglione, nientemeno.
Secondo me, è l'uomo piú straordinario che viva di questi tempi in Europa.
Straordinario per la serietà con cui si vendica di ciò che gli hanno fatto fare.
Dovete sapere che, or saranno circa vent'anni, Pompea Montroni andò a cantare a Parma nella Gioconda.
Vi fece furore, si sa! E il marchese Colli - Mino Colli - la vide dalla barcaccia, e se ne innamorò; poi la vide in camerino, e non si spaventò.
Non si spaventò perché la vanità di ricco nobiluccio di provincia gliela fece vedere, anche lí da vicino, come la vedevano gli amici della barcaccia, gli amici che allora lo invidiavano e lo stimavano l'uomo piú fortunato del mondo.
La grande Pompea, naturalmente, non se lo lasciò scappare.
Considerando però la propria corporatura e prevedendo che, a lungo andare, egli per troppa abbondanza avrebbe forse perduto l'appetito, trovò subito in sé da mettergli a disposizione una figliuola piccolina.
Niente di male!
Piccolino, difatti, lui; ma panciutello, tutto panciutello, anche nella faccia...
- tanto carino, se vedeste! Corto di braccia, corto di gambe, s'adopera con queste e con quelle a camminare; porta adesso le lenti su la punta del nasetto a becco, e spesso, quando parla tutto affannato, si spunta come può la barbetta ispida, sale e pepe, piú sale che pepe, divenuta a furia di tagliare come una bella virgola sul primo mento.
Ne ha tre o quattro, di menti, quell'ometto lí.
E tante altre virtú che non vi dico.
Basta.
Prima che la figliolina venisse al mondo, l'una e l'altro, dopo molte lagrime da parte di lei e molte promesse da parte di lui, si misero d'accordo per trovarle un onesto genitore.
Non avevano che due mesi di tempo; perché, di sette mesi, come sapete, si può nascere benissimo - onestamente.
Michelangelo Castiglione era un genitore a spasso, bell'uomo, v'ho detto di buoni natali, di bella reputazione e presero lui; a patto però che facesse il galantuomo, il padre di famiglia intemerato e irreprensibile, il custode geloso della illibatezza della propria casa.
Ebbene, signori, Michelangelo Castiglione è d'una onestà, d'una illibatezza da fare spavento.
Si vendica, stando ai patti, scrupolosissimamente.
Molto impensierito della diffusione del mal costume per opera della stampa quotidiana, proibisce alla moglie e alla figliuola la lettura dei giornali.
La piccola Medea è stata educata secondo le rigide massime di condotta, che a lui, fin dalla piú tenera infanzia, furono inculcate nella nobile casa paterna.
Non c'è mica bisogno d'entrare con lui in qualche dimestichezza per sapere ch'egli non avrebbe mai e poi mai sposato una cantante, se non gli fosse capitata la disgrazia d'averne una figliuola.
Insomma, via, egli sposò la Montroni per scrupolo di coscienza.
Non che avesse minimamente da ridire su la condotta di lei, badiamo! Nel mondo dell'arte, la Montroni, vera e rara eccezione! Ma che volete? l'educazione ricevuta in casa, i rigidi costumi della sua famiglia non gli avrebbero consentito di farla sua moglie, per la sola ragione ch'ella era una cantante, ecco.
E se la Montroni vi susurra in un orecchio ch'ella smise di cantare per il disturbo cardiaco, il marito dichiara apertamente, invece, che egli lo pose per patto, prima di sposare.
Ah, inflessibile, su questo punto, Michelangelo! Non avrebbe potuto assolutamente tollerare che sua moglie seguitasse a offrirsi in pascolo all'ammirazione del pubblico, a girovagare di città in città, e che la figliuola crescesse in quel mondo teatrale, di cui egli sente tuttora un istintivo orrore.
Il povero marchese Colli, ponendo i patti, tutto poteva aspettarsi tranne quest'ira di Dio.
Ha cercato e credo che cerchi tuttora di smontare in qualche modo quel mostro d'onestà; ma non ci riesce.
Michelangelo non transige!
Capirete bene che a lui non par vero di poter fare l'onest'uomo sul serio: ci ha preso un gusto matto; il suo amor proprio ne gongola, c'ingrassa; e tanto il marchese quanto la moglie e la figliuola sono divenute tre vittime di lui.
Impossibile ribellarglisi.
Se il marchese talvolta arrischia qualche discorsetto un po' vivace, è subito richiamato all'ordine e, non c'è cristi, deve smettere, accucciarsi e abbozzare.
Ma c'è ben altro! Sapete fino a qual punto è arrivato Michelangelo?
Per lui, il marchese Colli, non è che un vecchio amico di casa Montroni, presso a poco come siamo noi, ma con l'aggravante d'un fidanzamento fantastico con Carlotta, che sarebbe una non meno fantastica sorella di Pompea, crudelmente rapita dalla morte a soli diciott'anni.
Orbene, Michelangelo esige che ogni 12 aprile - presunto anniversario di questa morte - il marchese Colli pianga.
Sicuro! Se non gli riesce di spremere qualche lagrima, si mostri almeno addogliatissimo.
Credo che, dopo tant'anni, povero marchese, paja anche a lui che gli sia morta sul serio la fidanzata, in quel giorno.
Ma, certe volte, si sente girar l'anima e non sa tenersi di sbuffare, mentre Michelangelo, con gli occhi socchiusi, tentennando il capo, sospira, geme:
- La nostra buona Carlotta! La nostra impareggiabile Carlottina!
Non sapendo piú oltre resistere a una siffatta oppressione, Colli ha comperato ultimamente, a nome di Michelangelo, non so piú quante azioni d'una nuova società industriale per la produzione del carburo di calcio; e, tanto ha fatto, tanto ha detto, che è riuscito a ficcarlo nel consiglio d'amministrazione.
Signori miei, Michelangelo Castiglione esercita ora la sua esosa, feroce onestà anche in quel consiglio d'amministrazione.
I suoi colleghi consiglieri lo vedono e basiscono: non respirano piú! Egli si è già imposto.
E vedrete che la fama di questa sua onestà diventerà presto popolare; lo faranno consigliere comunale, lo eleggeranno deputato, e io non dispero di vederlo col tempo anche ministro del regno d'ltalia.
Sarà una fortuna per la patria.
Intanto, egli salva per lo meno una volta al giorno quella Società del carburo di calcio.
Potete immaginarvi se il marchese e tutti noi ne siamo convinti e se lo incoraggiamo a piú non posso in questa sua provvidenziale opera di salvataggio.
Da circa un mese, difatti, oppresso dal lavoro, egli ha preso l'abitudine di uscir di casa anche di sera, a fare una giratina per sollievo.
Ne ha tanto bisogno, pover'uomo!
Avete veduto i ragazzi di scuola, quando il maestro esce per un momento dalla classe, dopo due o tre ore di lezione? Cosí siamo noi, appena egli volta le spalle.
Per poco non ci buttiamo le braccia al collo.
Ballare, balliamo davvero.
Il marchese Colli salta al pianoforte e attacca un galoppo.
Pompea voleva prima ballare anche lei; ma quelli del piano di sotto si sono ribellati, per fortuna.
Cosí abbiamo una sola dama, Medea, instancabile.
Facciamo a turno.
Piú di questo - ahimè - non possiamo fare, o intoppiamo negli occhiacci dell'altro papà, meno legittimo, se vogliamo, ma forse piú naturale.
Bisogna essere ragionevoli.
Il marchese Colli si è sacrificato per quella ragazza, e vuole che ella almeno, prima, sposi onestamente, per davvero.
Ora, riflettete.
Data questa condizione di cose, chi sarà il marito? Uno come Castiglione evidentemente; a cui però il marchese, si spera, dopo aver sofferto un cosí lungo supplizio, non porrà per patto d'essere tanto onesto.
Comincerà allora la vera lotta, lotta accanita, fra noi cinque che facciamo il tirocinio di vecchi amici di casa.
Ah cari miei, mi vengono i brividi a pensarci.
Perché, parliamo sul serio, adesso.
Io sono innamorato, innamorato, innamorato di quella ragazza.
Medea non è soltanto bella, è anche buona, squisitamente buona, piena d'ingegno e d'una leggiadria incomparabile.
Perché non la sposo? Quanto siete ingenui! Non ve l'ho detto? Siamo in cinque! Come io non vorrei che suo marito, domani, chiudesse la porta in faccia a me, vecchio amico di casa; cosí Medea non potrebbe permettere che la chiudessi io in faccia a quegli altri quattro, vecchi amici di casa anche loro, vecchi amici di mammà Pompea.
Non si scherza: noi abbiamo acquistato un titolo serio, data l'onestà di Michelangelo.
Una vecchia amicizia, come questa nostra, che dura già da otto mesi, costa sudori di sangue.
Ne volete una prova? Che ora è? Perbacco, le dieci e mezzo...
Lasciatemi scappare! Alle undici devo andare a prendere Pompea: abbiamo chiesto un'udienza al Santo Padre.
Ce l'ha imposta Michelangelo prima di partire.
E Carlino Sgro scappò via a gambe levate.
L'ILLUSTRE ESTINTO
I.
Messo a sedere sul letto, perché l'asma non lo soffocasse, abbandonato su i guanciali ammontati, l'on.
Costanzo Ramberti guardava, attraverso le gonfie palpebre semichiuse, il raggio di sole che, entrando dalla finestra, gli si stendeva su le gambe e indorava la calugine di uno scialle grigio, di lana, a quadri neri.
Si sentiva morire; sapeva che per lui non c'era piú rimedio, e se ne stava ormai tutto ristretto in sé, vietandosi anche d'allungare lo sguardo oltre le sponde del letto, nella camera, non già per raccogliersi nel pensiero della fine imminente, ma, al contrario, per timore che, allargando anche d'un po' l'orizzonte al suo sguardo, la vista degli oggetti attorno lo richiamasse con qualche rimpianto alle relazioni che poteva avere ancora con la vita, e che la morte tra poco avrebbe spezzate.
Raccolto, rimpiccolito entro quel limite angustissimo, si sentiva piú sicuro, piú riparato, quasi protetto.
E, tutt'intento ad avvistar le minime cose, gli esilissimi fili arricciolati e indorati dal sole della calugine di quello scialle, assaporava la lunghezza del tempo, di tutto il suo tempo, che poteva essere di ore; o forse di qualche altro giorno; di due o di tre giorni; fors'anche - al piú - d'una settimana.
Ma se un minuto, tra quelle minuzie là, passava cosí lento, cosí lento, eh! avrebbe avuto anche il tempo di stancarsi - sí, proprio di stancarsi - in una settimana.
Non avrebbe avuto mai fine, cosí, una settimana!
La stanchezza però, che già egli avvertiva, non era a cagione di quell'eternarsi del tempo tra la peluria del suo scialle di lana: era effetto dello sforzo che faceva su se stesso per impedirsi di pensare.
Ma a che voleva pensare, ormai? Alla sua morte? Piuttosto...
ecco: poteva darsi a immaginare tutto ciò che sarebbe avvenuto dopo.
Sí: sarebbe stato un modo anche questo d'impedire che, almeno al suo pensiero smarrito, privo d'ogni conforto di religione, la vita diventasse d'un tratto - fra breve - come niente; un modo di rimanere di qua ancora, per poco, innanzi a gli occhi degli altri, se non piú innanzi ai suoi proprii.
E - coraggiosamente - l'on.
Costanzo Ramberti si vide morto, come gli altri lo avrebbero veduto; com'egli aveva veduto tanti altri: morto e duro, lí, su quel letto; coi piedi rattratti nelle scarpine di coppale; cereo in volto e gelido, le mani quasi sassificate; composto e...
ma sí, elegante anche, nell'abito nero, tra tanti fiori sparsi lungo la persona e sul guanciale.
La marsina doveva esser di là, nel baule; insieme con l'uniforme nuova, lo spadino e la feluca di ministro.
Intanto, per far la prova, rattrasse i piedi e se li guatò.
Sentí come una vellicazione al ventre; levò una mano e si lisciò sul capo i capelli; poi si strinse la barba rossiccia, spartita sul mento.
Pensò che, morto, gli avrebbe pettinato quella barba e raffilato sul cranio quei pochi peli il suo segretario particolare, cav.
Spigula-Nonnis, che da tanti giorni e tante notti lo assisteva, pover'uomo, con devoto affetto, senza lasciarlo solo neanche un momento, struggendosi, a piè del letto, di non potere in alcun modo alleviargli le sofferenze.
Ma pure lo ajutava quel cav.
Spigula-Nonnis, senza saperlo; lo ajutava a morire con dignità, filosoficamente.
Forse, se fosse stato solo, si sarebbe messo a smaniare, a piangere, a gridare con disperata rabbia; col cav.
Spigula-Nonnis lí a piè del letto, che lo chiamava "Eccellenza", non fiatava nemmeno: guardava fisso, attento, quasi meravigliato, innanzi a sé, con le labbra sfiorate da un leggero sorriso.
Sí, la presenza di quell'uomo squallido, allampanato, miope, lo teneva per un filo, esilissimo ormai, su la scena, investito della sua parte, fino all'ultimo.
L'esilità di questo filo gli esasperava internamente di punto in punto l'angoscia e il terrore, poich'egli non poteva non sentir vano, vano e disperato lo sforzo con cui tutta l'anima sua si aggrappava ad esso, simile in tutto a quello, cui tante volte aveva assistito con curiosità crudele, di qualche bestiolina agonizzante, d'un insetto caduto nell'acqua, appeso a un bioccolo, a un peluzzo natante.
Tutte quelle cose, con le quali aveva riempito il vuoto, in cui davanti a gli occhi gli vaneggiava ora la vita, erano impersonate nel cav.
Spigula-Nonnis: la sua autorità, il suo prestigio, cose vane che gli venivano meno, che non avevano piú pregio, ma che tuttavia sul vuoto che tra poco lo avrebbe inghiottito campeggiavano come larve di sogno, parvenze di vita, che per poco ancora, dopo la sua morte, egli poteva prevedere si sarebbero agitate attorno a lui, attorno al suo letto, attorno alla sua bara.
Quel cav.
Spigula-Nonnis, dunque, lo avrebbe lavato, vestito e pettinato, amorosamente, ma pur con un certo ribrezzo.
Ribrezzo provava anche lui, del resto, pensando che le sue carni, il suo corpo nudo sarebbe stato toccato dalle grosse mani ossute e visto da quell'uomo lí.
Ma non aveva altri accanto: nessun parente, né prossimo, né lontano: moriva solo, com'era sempre vissuto; solo, in quell'amena villetta di Castel Gandolfo presa in affitto con la speranza che, dopo due o tre mesi di riposo, si sarebbe rimesso in salute.
Aveva appena quarantacinque anni!
Ma s'era ucciso lui, bestialmente, con le sue mani; se l'era troncata lui l'esistenza, a furia di lavoro e di lotta testarda, accanita.
E quando alla fine era riuscito a strappar la vittoria, aveva la morte dentro, la morte, la morte che gli s'era insinuata da un pezzo nel corpo, di soppiatto.
Quand'era andato dal Re a prestare il giuramento; quando, con un'aria di afflitta rassegnazione, ma in cuore tutto ridente, aveva ricevuto le congratulazioni dei colleghi e degli amici, aveva la morte dentro e non lo sapeva.
Due mesi addietro, di sera, essa gli aveva allungato all'improvviso una strizzatina al cuore e lo aveva lasciato boccheggiante, col capo riverso su la sua scrivania di ministro al palazzo dei lavori pubblici.
Tutti i giornali d'opposizione, che avevano tanto malignato su la sua nomina, qualificandola favoritismo sfacciato del presidente del Consiglio, ora, nel dare l'annunzio della sua morte immatura, avrebbero forse tenuto conto de' suoi meriti, de' suoi studii lunghi e pazienti, della sua passione costante, unica, assorbente, per la vita pubblica, dello zelo che aveva posto sempre nell'adempimento de' suoi doveri di deputato prima, di ministro poi, per poco.
Eh, sí! Si possono dare di queste consolazioni a uno che se n'è andato: e tanto piú poi, in quanto che l'amicizia, la famosa protezione del presidente del Consiglio non erano arrivate fino al punto di concedergli quell'altra di morire almeno da ministro.
Subito dopo quella sincope gli s'era lasciato intendere con bella maniera che sarebbe stato opportuno - oh, soltanto per riguardo alla sua salute, non per altro - lasciare il portafoglio.
Cosicché, neanche per i giornali amici del Ministero la sua morte sarebbe stata "un vero lutto nazionale".
Ma sarebbe stato a ogni modo per tutti "un illustre estinto": questo sí, senza dubbio.
E tutti avrebbero rimpianto la sua "esistenza innanzi tempo spezzata", che "certamente altri nobili servigi avrebbe potuto rendere ancora alla patria", ecc., ecc.
Forse, data la vicinanza e dato il breve tempo trascorso dalla sua uscita dal Ministero, S.E.
il presidente del Consiglio e i ministri già suoi colleghi e i sotto-segretarii di Stato e i molti deputati amici sarebbero venuti da Roma a vederlo morto, lí, in quella camera, che il sindaco del paese, per farsi onore, con l'ajuto del cav.
Spigula-Nonnis, avrebbe trasformato in cappella ardente, con cassoni di lauro e altre piante e fiori e candelabri.
Sarebbero entrati tutti a capo scoperto, col presidente del Consiglio in testa; lo avrebbero contemplato un pezzo, muti, costernati, pallidi, con quella curiosità trattenuta dall'orrore istintivo, che tante volte egli stesso aveva provato davanti ad altri morti.
Momento solenne e commovente.
- "Povero Ramberti!"
E tutti si sarebbero quindi ritirati di là ad aspettare ch'egli fosse chiuso nella cassa già pronta.
Valdana, la sua città natale, Valdana che da quindici anni lo rieleggeva deputato, Valdana per cui aveva fatto tanto, avrebbe certamente voluto le sue spoglie mortali; e il sindaco di Valdana sarebbe accorso con due o tre consiglieri comunali per accompagnare la salma.
L'anima...
eh, l'anima, partita da un pezzo, e chi sa dove arrivata...
- L'on.
Costanzo Ramberti strizzò gli occhi.
Volle ricordarsi d'una vecchia definizione dell'anima, che lo aveva molto soddisfatto, quand'era ancora studente di filosofia all'Università: "L'anima è quell'essenza che si rende in noi cosciente di se stessa e delle cose poste fuori di noi".
Già! Cosí...
Era la definizione d'un filosofo tedesco.
"Quell'essenza?" pensò adesso.
"Che vuol dire? Quella certa cosa "che è", innegabilmente, per la quale io, mentre sono vivo, differisco da me quando sarò morto.
È chiaro! Ma questa essenza dentro di me è per se stessa o in quanto io sono? Due casi.
Se è per sé, e soltanto dentro di me si rende cosciente di se stessa, fuori di me non avrà piú coscienza? E che sarà dunque? Qualche cosa che io non sono, che essa medesima non è, finché mi rimane dentro.
Andata fuori, sarà quel che sarà...
seppure sarà! Perché c'è l'altro caso: che essa cioè sia in quanto io sono; sicché, dunque, non essendo piú io..."
- Cavaliere, per favore, un sorso d'acqua...
Il cav.
Spigula-Nonnis balzò in piedi quant'era lungo, riscotendosi dal torpore; gli porse l'acqua; gli chiese premuroso:
- Eccellenza, come si sente?
L'on.
Costanzo Ramberti bevve due sorsi: poi, restituendo il bicchiere, sorrise pallidamente al suo segretario, richiuse gli occhi, sospirò:
- Cosí...
Dov'era arrivato? Doveva partire per Valdana.
La salma...
Sí, meglio tenersi alla salma soltanto.
Ecco: la prendevano per la testa e per i piedi.
Nella cassa era già deposto un lenzuolo zuppo d'acqua sublimata, nel quale la salma sarebbe stata avvolta.
Poi lo stagnajo...
Come si chiamava quello strumento rombante con una livida lingua di fuoco? Ecco la lastra di zinco da saldare su la cassa; ecco il coperchio da avvitare...
A questo punto, l'on.
Costanzo Ramberti non vide piú se stesso dentro la cassa: rimase fuori e vide la cassa, come gli altri la avrebbero veduta: una bella cassa di castagno, in forma d'urna, levigata, con borchie dorate.
I funerali e il trasporto sarebbero stati certamente a spese dello Stato.
E la cassa, ecco, era sollevata: attraversava le camere, scendeva stentatamente le scale della villetta, attraversava il giardino, seguita da tutti i colleghi di nuovo a capo scoperto col presidente del Consiglio innanzi a tutti; era introdotta nel carro del Municipio tra la curiosità timorosa e rispettosa di tutta la popolazione accorsa allo spettacolo insolito.
Qui ancora l'on.
Ramberti lasciò cacciar dentro del carro la cassa e rimase fuori a vedere il carro che, accompagnato da tanto popolo, scendeva lentamente, con solennità, dal borgo alla stazione ferroviaria.
Un vagone di quelli con la scritta Cavalli 8, Uomini 40, era bell'e pronto, con le assi inchiodate per chiudervi il feretro.
L'on.
Costanzo Ramberti rivide la propria cassa tratta fuori del carro e la seguí entro il vagone nudo e polveroso, che certamente a Roma sarebbe stato addobbato e parato con tutte le corone che il Re e il Consiglio dei ministri, il Municipio di Valdana e gli amici avrebbero inviato.
Partenza!
E l'on.
Costanzo Ramberti seguí il treno, col suo carro-feretro in coda, per tanta e tanta via, fino alla stazione di Valdana, gremita anch'essa di popolo.
Ecco, a uno a uno, i suoi piú fedeli e affezionati amici, consiglieri provinciali e comunali, alcuni un po' goffi nell'insolito abito nero o col cappello a stajo.
Il Robertelli...
eh, sí!...
lui sí...
caro Robertelli...
piangeva, si faceva largo...
- Dov'è? dov'è?
Dove poteva essere? Là, nella cassa, caro Robertelli.
Eh, uno alla volta...
Ma l'on.
Costanzo Ramberti vedeva quella scena, come se egli veramente non fosse dentro la cassa, che pur pesava, sí, sí, pesava e lo dimostravano chiaramente gli uscieri del Municipio in guanti bianchi e livrea, che stentavano a caricarsela sulle spalle.
Vedeva...
uh, il Tonni, che ogni volta, poveretto, usciva di casa coi minuti contati dalla moglie ferocemente gelosa - eccolo lí, irrequieto, sbuffava, cavava fuori ogni momento l'orologio, maledicendo al ritardo di un'ora con cui il treno era arrivato, e a cui certo la moglie non avrebbe creduto.
Eh, pazienza, caro Tonni, pazienza! Avrai dalla moglie una scenata; ma poi ti rappacificherai.
Rimani vivo, tu.
All'altro mondo, invece, non si rivà due volte.
Vorresti per l'amico tuo, che pur ti fece tanti favori, un funerale spiccio spiccio? Lasciaglielo fare con pompa e solennità...
Vedi? ecco il signor prefetto...
Largo, largo! Uh, c'è anche il colonnello...
Ma già! gli toccava anche l'accompagnamento militare.
E c'è anche tutta la scolaresca, con le bandiere dei varii istituti; e quant'altre bandiere di sodalizii! Sí, perché egli veramente pur tutto inteso ai problemi piú alti della politica, alle questioni piú ardue dell'economia sociale, non aveva mai trascurato gl'interessi particolari del collegio, che di molti beneficii doveva essergli grato a lungo.
E Valdana forse gli avrebbe dimostrato questa gratitudine con qualche ricordo marmoreo nella villa comunale o intitolando dal nome di lui qualche via o qualche piazza; e, intanto, con quelle esequie solenni...
Rivide col pensiero la via principale della città tutta imbandierata a mezz'asta:
VIA COSTANZO RAMBERTI
E le finestre gremite di gente in attesa del carro tirato da otto cavalli bardati, coperto di corone; e tanti per via che si mostravano a dito quella del Re, bellissima fra tutte.
Il cimitero era laggiú, dietro il colle, fosco e solitario.
I cavalli andavano a passo lento, quasi per dargli il tempo di godere di quegli estremi onori che gli si rendevano e che gli prolungavano d'un breve tratto ancora la vita oltre la fine...
II.
Tutto questo l'on.
Costanzo Ramberti immaginò alla vigilia della morte.
Un po' per colpa sua, un po' per colpa d'altri, la realtà non corrispose interamente a quanto egli aveva immaginato.
Già morí di notte, non si sa se durante il sonno; certo senza farsi sentire dal cav.
Spigula-Nonnis che, vinto dalla stanchezza, s'era profondamente addormentato sulla poltrona a piè del letto.
Questo sarebbe stato poco male, in fondo, se il cav.
Spigula-Nonnis, svegliandosi di soprassalto verso le quattro del mattino e trovandolo già freddo e duro, non fosse rimasto straordinariamente impressionato, prima da uno strano ronzio nella camera, poi dalla luna piena, che, nel declinare, pareva si fosse arrestata in cielo a mirare quel morto sul letto, attraverso i vetri della finestra rimasta per inavvertenza con gli scuri aperti.
Il ronzio era d'un moscone, a cui egli col suo destarsi improvviso aveva rotto il sonno.
Quando, all'alba, accorse il sindaco Agostino Migneco, chiamato in fretta in furia dal cameriere, il cav.
Spigula-Nonnis:
- C'era la luna...
c'era la luna...
Non sapeva dir altro.
- La luna? che luna?
- Una luna!...
una luna!...
- Va bene, c'era la luna...
ma, caro signore, qua bisogna spedire un telegramma d'urgenza a S.E.
il presidente della Camera; un altro a S.E.
il presidente del Consiglio; un altro al sindaco di...
di dov'era deputato Sua Eccellenza?
- Valdana...
(Che luna!)
- Lasci stare la luna! Dunque al sindaco di Valdana, si dice: e tre, tutti d'urgenza: per dar l'infausto annunzio alla cittadinanza, mi spiego? a gli elettori...
Avrà da fare quel sindaco! Si sbrighi, per carità! Bisognerà fare aprire l'ufficio telegrafico: si faccia accompagnare da una guardia, a nome mio.
E poi subito qua! Bisognerà vestirlo al piú presto.
Vede? il cadavere è già irrigidito.
Per miracolo il cav.
Spigula-Nonnis non mise in tutti quei telegrammi, che c'era la luna.
Davvero, per farsi onore, il sindaco Migneco avrebbe voluto metter su una camera ardente da far restare tutti a bocca aperta, col catafalco e ogni cosa.
Ma...
paesetti; non si trovava nulla; mancavano i bravi operai.
Era corso in chiesa per qualche paramento.
Tutti damaschi rossi a strisce d'oro.
Fossero stati neri! Prese quattro candelabri dorati, roba del mille e uno...
Fiori, sí, e piante: fiori per terra, fiori sul letto: tutta la camera piena.
La marsina intanto non si trovò nel baule, e il cav.
Spigula-Nonnis fu costretto a correre a Roma, nel quartierino in via Ludovisi; ma non la trovò neanche là: era nel baule, era, giú in fondo.
Se aveva proprio perduto la testa quel pover'uomo! Oh, affezionatissimo...
Lagrime a fontana.
Ma la marsina si dovette spaccare in due, di dietro (peccato, nuova nuova!) perché le braccia del cadavere non si movevano piú.
E, appena vestito, sissignori, si dovette rispogliare e poi rivestire daccapo, perché dal Municipio di Valdana (questo sí, come l'on.
Costanzo Ramberti aveva immaginato) giunse un telegramma d'urgenza, nel quale si annunziava che la cittadinanza addoloratissima con voto unanime reclamava la salma del suo illustre rappresentante per onorarla con esequie solenni: monumento...
anche un monumento! cose grandi, e sí, proprio una piazza, quella della Posta, ribattezzata col nome di lui - e un medico arrivò a Roma per praticare al cadavere alcune iniezioni di formalina, diceva; "sformalina" avrebbe detto invece il sindaco Migneco, col dovuto rispetto, perché, dopo quelle iniezioni...
- oh, il volto cereo, l'eleganza con cui si era rappresentato da morto l'on.
Costanzo Ramberti! Un faccione cosí gli fecero, senza piú né naso, né guance, né collo, né nulla; una palla di sego, ecco.
Tanto che si pensò di nascondergli il volto con un fazzoletto.
Molti piú deputati amici, di quanto l'on.
Costanzo Ramberti sapesse d'averne, accorsero la mattina seguente a Castel Gandolfo, insieme coi presidenti della Camera e del Consiglio e i ministri e i sotto-segretarii di Stato.
Vennero anche alcuni senatori, tra i meno vecchi, e una frotta di giornalisti e anche due fotografi.
Era una splendida giornata.
A gente oppressa da tanti gravi problemi sociali, intristita da tante brighe quotidiane, doveva certo far l'effetto d'una festa quel tuffo nell'azzurro, la vista deliziosa della campagna rinverdita, dei Castelli romani solatii, del lago e dei boschi in quell'aria ancora un po' frizzante, ma nella quale si presentiva già l'alito della primavera.
Non lo dicevano; si mostravano anzi compunti, ed erano forse; ma per il segreto rammarico d'aver consumato e di consumare tuttavia in lotte vane e meschine l'esistenza cosí breve, cosí poco sicura, e che pur sentivano cara, lí, in quella fresca, ariosa apparizione incantevole.
Un certo conforto veniva loro dal pensiero che essi ne potevano godere ancora, pur fuggevolmente, mentre quel loro compagno, no.
E cosí confortati, in fatti, a poco a poco, durante il breve tragitto cominciarono a conversare lietamente, a ridere, grati a quei cinque o sei piú sinceri, che per i primi avevano rotto l'aria di compunzione con qualche frizzo e ora seguitavano a far da buffoni.
Pure, di tratto in tratto, come se dagli usciolini delle vetture intercomunicanti si affacciasse la testa di Costanzo Ramberti, le conversazioni gaje e le risate cadevano; e avvertivano tutti quasi uno smarrimento, un disagio impiccioso, segnatamente coloro che non avevano proprio alcuna ragione di trovarsi lí, tranne quella di fare una gita in larga compagnia, notoriamente avversarii del Ramberti o denigratori di lui in segreto.
Avvertivano costoro che la loro presenza violentava qualche cosa.
Che cosa? l'aspettazione del morto, l'aspettazione d'uno che non poteva piú protestare e cacciarli via, svergognandoli?
Ma era, sí o no, una visita funebre, quella?
Se era, via! un morto non si va a visitarlo cosí, chiacchierando allegramente e ridendo.
Tutti quei colleghi là, amici e non amici, ignoravano la rappresentazione che il povero Ramberti si era fatta, alla vigilia della morte, di quella loro visita, naturalmente secondo il carattere che essa avrebbe dovuto avere, di tristezza, di rimpianto, di commiserazione per lui.
La ignoravano; e tuttavia, per il solo fatto che essa ora si effettuava, non potevano non avvertire di tratto in tratto, che era sconveniente il modo con cui si effettuava; e i non amici non potevano non avvertire che essi vi erano di piú, e che commettevano una violenza.
Appena scesi alla stazione di Castel Gandolfo tutti però si ricomposero, riassunsero l'aria grave e compunta, si vestirono della solennità del momento luttuoso, dell'importanza che dava loro la folla rispettosa, accorsa per assistere all'arrivo.
Guidati dal sindaco Migneco e dai consiglieri comunali, affocati in volto, tutti in sudore, coi polsini che scappavan fuori dalle maniche e il giro delle cravatte dai colletti, ministri e deputati si recarono a piedi, in colonna, coi due presidenti in testa, fra due ali e un codazzo enorme di popolo, alla villa del Ramberti.
Quest'arrivo, questa entrata nel paese imbandierato a lutto, questo corteo, furono realmente di gran lunga superiori a quanto il Ramberti aveva immaginato.
Se non che, proprio nel momento piú solenne, allorché il presidente della Camera e quello del Consiglio con tutti i ministri e i sotto-segretarii e i deputati e la folla dei curiosi entrarono nella camera ardente, a capo scoperto, accadde una cosa che l'on.
Ramberti non si sarebbe potuto mai immaginare: una cosa orribile, nel silenzio quasi sacro di quella scena: un improvviso borboglio lugubre, squacquerato, nel ventre del cadavere, che intronò e atterrí tutti gli astanti.
Che era stato?
- Digestio post mortem, - sospirò, dignitosamente in latino, uno di essi, ch'era medico, appena poté rimettersi un po' di fiato in corpo.
E tutti gli altri guatarono sconcertati il cadavere, che pareva si fosse coperto il volto col fazzoletto, per fare, senza vergogna, una tal cosa in faccia alle supreme autorità della nazione.
E uscirono, gravemente accigliati, dalla camera ardente.
Quando, tre ore dopo, alla stazione di Roma, il cav.
Spigula-Nonnis, vide con infinita tristezza allontanarsi tutti coloro che erano venuti a Castel Gandolfo, senza volgere nemmeno uno sguardo, un ultimo sguardo d'addio al carro, ove S.E.
l'on.
Ramberti era chiuso, ebbe l'impressione d'un tradimento.
Era tutto finito cosí?
E restò, lui solo, nell'incerto, afflitto lume del giorno morente, sotto l'alto, immenso lucernario affumicato, a seguire con gli occhi le manovre del treno, che si scomponeva.
Dopo molte evoluzioni su per le linee intricate, vide alla fine quel carro lasciato in capo a un binario, in fondo, accanto a un altro, su cui già era incollato un cartellino con la scritta Feretro.
Un vecchio facchino della stazione, mezzo sciancato e asmatico, venne col pentolino della colla ad attaccare anche sul carro dell'on.
Ramberti lo stesso cartellino, e se ne andò.
Il cav.
Spigula-Nonnis si accostò per leggerlo con gli occhi miopi: lesse piú su: "Cavalli 8, Uomini 40" e scrollò il capo e sospirò.
Stette ancora un pezzo, un lungo pezzo a contemplare quei due carri-feretro lí accanto.
Due morti, due già andati, che dovevano ancora viaggiare!
E sarebbero rimasti lí, soli, quella notte, tra il frastuono dei treni in arrivo e in partenza, tra l'andar frettoloso dei viaggiatori notturni; lí stesi, immobili, nel bujo delle loro casse, fra il tramenio incessante d'una stazione ferroviaria.
Addio! addio!
E anche lui, il cav.
Spigula-Nonnis, se ne andò.
Se ne andò angosciato.
Per via però, comperati i giornali della sera, si riconfortò nel vedere le lunghe necrologie, che tutti recavano in prima pagina, col ritratto dell'illustre estinto in mezzo.
A casa, s'immerse nella lettura di esse, e si commosse molto al cenno, che uno di quei giornali faceva, delle cure, dell'amorosa assistenza, della devozione, di cui egli, il cav.
Spigula-Nonnis, aveva circondato in quegli ultimi mesi l'on.
Costanzo Ramberti.
Peccato che il Nonnis del suo cognome fosse stampato con un'"enne" sola!
Ma si capiva ch'era lui.
Rilesse quel cenno, a dir poco, una ventina di volte; e, ridisceso su la via, per recarsi a cenare alla solita pensione, volle prima di tutto comperare in un'edicola altre dieci copie di quel giornale, per mandarle a Novara, il giorno appresso, ai parenti, a gli amici, con l'"enne" aggiunta, s'intende, e il passo segnato con un tratto di lapis turchino.
Grandi elogi, grandi elogi facevano tutti dell'on.
Costanzo Ramberti: il compianto era unanime, e debitamente erano messi in rilievo i meriti, lo zelo, l'onestà.
Tutto, come l'on.
Costanzo Ramberti s'era figurato.
C'era "l'esistenza innanzi tempo spezzata" e c'erano "i grandi servigi che certamente egli avrebbe potuto rendere ancora alla patria".
E i telegrammi di Valdana parlavano della profonda costernazione della cittadinanza al ferale annunzio, delle straordinarie, indimenticabili onoranze che la città natale avrebbe fatto al suo Grande Figlio, e annunziavano che già il sindaco, una rappresentanza del Consiglio comunale e altri egregi cittadini, devoti amici dell'illustre estinto, erano partiti alla volta di Roma per scortare il cadavere.
Rincasando verso la mezzanotte, nel silenzio delle vie deserte, vegliate lugubremente dai lampioni, il cav.
Spigula-Nonnis ripensò ai due carri-feretro là in capo a un binario della stazione, in attesa.
Se quei due morti avessero potuto farsi compagnia, conversando tra loro, per ingannare il tempo! Sorrise mestamente, a questo pensiero, il cav.
Spigula-Nonnis.
Chi sa chi era quell'altro, e dove sarebbe andato a finire...
Stava lí, quella notte, senza alcun sospetto dell'onore che gli toccava, d'avere accanto uno che riempiva di sé, in quel momento, tutti i giornali d'Italia, e che il giorno appresso avrebbe avuto accoglienze trionfali da tutta una città che lo piangeva.
Poteva mai passare per il capo al cav.
Spigula-Nonnis, che il carro-feretro dell'on.
Costanzo Ramberti, verso le due, da alcuni ferrovieri cascanti a pezzi dal sonno dovesse essere agganciato al treno che partiva in quell'ora per l'Abruzzo, e che l'illustre estinto dovesse cosí essere sottratto alle accoglienze trionfali, alle onoranze solenni della sua città natale?
Ma l'on.
Costanzo Ramberti, uomo politico, già salito al potere, addentro perciò "nelle segrete cose", l'on.
Costanzo Ramberti che conosceva tutte le magagne del servizio ferroviario, avrebbe potuto prevedere facilmente un simile tradimento.
Dati due carri-feretro in attesa in una stazione di tanto traffico, niente di piú facile e di piú ovvio, che uno fosse spedito al destino dell'altro, e viceversa.
Chiuso, inchiodato lí nel suo carro, ora, egli non poté protestare contro quello scambio indegno, allo strappo che sei facchini bestiali facevano in quel momento di tutte le gramaglie, di cui la sua Valdana si parava quella notte, per accoglierlo solennemente il giorno appresso.
E in coda a quel treno che partiva per l'Abruzzo, quasi vuoto, e che, coi freni logori, finiva di sconquassare le povere, vecchie, sporche vetture di cui era composto, gli toccò a viaggiare per tutto il resto della notte, via lentamente, via lugubremente, verso la destinazione di quell'altro morto, ch'era un giovine seminarista di Avezzano, per nome Feliciangiolo Scanalino.
Naturalmente, il carro feretro di questo, la mattina dopo, fu adornato con magnificenza, sotto la vigilanza dello stesso capo della casa di pompe funebri, che si era assunto l'incarico del funerale a spese dello Stato.
Paramenti ricchissimi di velluto con frange d'argento, a padiglione, e veli e nastri e palme! Sul feretro, coperto da una splendida coltre, la sola corona del Re; ai due lati, quelle dei presidenti della Camera e del Consiglio dei ministri.
Circa una settantina di altre corone furono allogate nel carro appresso.
E alle otto e mezzo precise innanzi a gli occhi ammirati d'una vera folla d'amici dell'on Costanzo Ramberti, Feliciangiolo Scanalino partí verso le onoranze solenni di Valdana.
Quando, verso le tre del pomeriggio, il treno arrivò alla stazione di Valdana, rigurgitante di popolo commosso, il sindaco, che aveva accompagnato la salma con la rappresentanza comunale, fu chiamato misteriosamente in disparte, nella sala del telegrafo, dal capo-stazione, che tremava tutto, pallidissimo.
Era arrivato dalla stazione di Roma un telegramma, che avvertiva in gran segreto dello scambio dei vagoni mortuarii.
La salma dell'on.
Ramberti si trovava alla stazione d'Avezzano.
Il sindaco di Valdana restò come basito.
E come si faceva adesso con tutto il popolo lí in attesa? con la città parata?
- Commendatore, - suggerí sottovoce il capostazione, ponendosi una mano sul petto, - lo so io solo e il telegrafista, qua; anche a Roma e ad Avezzano, il capo-stazione e il telegrafista.
Commendatore, è interesse nostro, dell'Amministrazione ferroviaria, tener segreta la cosa.
Si affidi!
Che altro si poteva fare in un frangente come quello? E l'innocente seminarista Feliciangiolo Scanalino ebbe le accoglienze trionfali della città di Valdana, nel carro funebre che pareva una montagna di fiori, tirato da otto cavalli; ebbe la corona del Re; ebbe l'elogio funebre del sindaco, ebbe l'accompagnamento di tutto un popolo fino al cimitero.
L'on.
Costanzo Ramberti viaggiava frattanto, da Avezzano, nel carro nudo e polveroso Cavalli 8, Uomini 40, senza un fiore, senza un nastro: povera spoglia rimandata via, sballottata fuori di strada, per luoghi cosí lontani dal suo destino.
Arrivò di notte alla stazione di Valdana.
Il solo sindaco e quattro fidati beccamorti erano ad aspettarla alla stazione, e zitti zitti, col passo dei ladri che sottraggono alla vista dei doganieri un contrabbando, su e giú per viottoli di campagna stenebrati a malapena da un lanternino, se la portarono al camposanto e la seppellirono, traendo un gran sospiro di sollievo.
IL GUARDAROBA DELL'ELOQUENZA
Ascoltando per via o nelle case dei conoscenti o nei pubblici ritrovi le chiacchiere della gente sugli avvenimenti del giorno, Bonaventura Camposoldani aveva intuito che sopra i comuni bisogni materiali e i casi quotidiani della vita e le ordinarie occupazioni, gravita una certa atmosfera ideale, fatta di concetti piú o meno grossolani, di riflessioni piú o meno ovvie, di considerazioni generiche, di motti e proverbi e via dicendo, a cui nei momenti d'ozio tutti coloro che sogliono stare l'intero giorno sotto il peso delle loro meschine esistenze cercano di sollevarsi per prendere una boccata d'aria.
Naturalmente, in questa atmosfera ideale sono come tanti pesci fuor d'acqua; si smarriscono facilmente, abbagliati dallo sprazzo di qualche pensiero improvviso.
Bisognava saper cogliere questo momento per prenderli all'amo.
Bonaventura Camposoldani s'era addestrato meravigliosamente.
Avere un'idea "unificatrice"; proporla a una dozzina d'amici di qualche autorità e di molte aderenze; indire una prima riunione per lo svolgimento dell'idea e la dimostrazione dei vantaggi da cavarne, delle benemerenze da acquistarne; poi nominare una commissione per compilare uno statuto: tutto era qui.
Nominata la commissione, compilato lo statuto, indetta una nuova riunione per discuterne e approvarne gli articoli; per la nomina delle cariche sociali; eletto ad unanimità presidente Bonaventura Camposoldani che ne aveva avuto l'idea e aveva trovato la sede provvisoria senza darsi un momento di requie; il circolo nasceva e cominciava subito a morire per tutti i socii che non se ne curavano piú; seguitava a vivere soltanto per Bonaventura Camposoldani che - presidente, consigliere, amministratore, cassiere, segretario - al primo d'ogni mese mandava l'esattore a svegliare con garbo, per un momentino solo, gli addormentati, il cui sonno, leggero nel primo mese, diveniva a mano a mano piú grave e infine letargo profondo.
L'esattore di tutti i circoli fondati da Bonaventura Camposoldani era sempre lo stesso: un vecchietto che si chiamava Bencivenni.
Squallido piccolo gracile tremulo, spirava dai chiari occhietti cilestri, perennemente pieni di lagrime, una serafica ingenuità.
Camposoldani lo aveva da un pezzo soprannominato Geremia, e tutti credevano che si chiamasse davvero Geremia di nome e Bencivenni di cognome.
Lo proteggeva Camposoldani perché veramente il povero vecchio meritava d'essere protetto: reduce dalle patrie battaglie, superstite di Villa Glori e - per modestia - morto di fame.
A voltare la pagina, un po' sciocco era anche stato, per dire la verità.
S'era presa in moglie la vedova d'un suo fratello d'armi morto a Digione; s'era tirati su quattro figliuoli non suoi; la moglie dopo cinque anni gli era morta; i tre figliastri, appena cresciuti, lo avevano abbandonato; ed era rimasto solo, cosí vecchio, nella miseria, con la figliastra femmina, amata come una figlia vera.
Se piangeva sempre, dunque, Geremia ne aveva ragione.
Ma non piangeva nient'affatto Geremia.
Pareva che piangesse; non piangeva.
Linfatico di natura, andava facilmente soggetto ai raffreddori.
E non solo gli occhi gli sgocciolavano, ma il naso, quel povero naso gracile e pallidissimo, affilato, stirato a furia di soffiarselo per impedire ogni volta un'ira di Dio, certe scariche interminabili di starnuti comicissimi, piccoli, rapidi, secchi, durante le quali pareva che, terribilmente stizzito contro se stesso, volesse col naso beccarsi il petto.
- Mea culpa...
mea culpa...
mea culpa...
- diceva Camposoldani, imitando a ogni starnuto le scrollatine del vecchio.
Il quale, andando in giro tutto il giorno, arrivava sempre stanco morto nelle case dei socii.
Perduto in vecchi abiti sempre fuor di stagione, avuti in elemosina o comperati di combinazione, coi poveri piedi imbarcati in certe scarpacce legate con lo spago, entrava parlando sottovoce, quasi tra sé, con una larva di sorriso su le labbra, sorriso ragionevole e pur mesto.
Certe mossettine di capo aveva poi, aggraziate, e un muover di palpebre pieno di filosofica indulgenza su quegli occhietti chiari, ingenui e acquosi, che tutti a guardarlo non sapevano che pensarne.
Pareva seguitasse un discorso per cui gli avessero dato corda la mattina, uscendo di casa: un discorso ch'egli forse non interrompeva neanche per via, né salendo o scendendo le scale.
Infatti, nelle case dei socii entrava parlando, e parlando ne usciva, senza smettere un momento, neppure mentre con la mano tremicchiante raspava sul registro la ricevuta della tassa mensile.
Ma nessuno riusciva a capire che cosa dicesse.
Tutti supponevano che il povero vecchio si lamentasse del troppo camminare, del salire e scendere troppe scale, alla sua età, cosí mal ridotto.
Se non che, in mezzo a quel biascichio fitto, tra un sorrisetto e l'altro mesto e ragionevole, ecco che si coglieva ora il nome di un ministro o di questo o quel deputato al Parlamento, ora il titolo d'un giornale.
E tutti allora restavano stupiti e frastornati a mirarlo, non comprendendo come c'entrassero quei nomi e quei titoli di giornali nelle sue lamentele.
C'entravano, invece, benissimo.
Perché Geremia Bencivenni non si lamentava affatto, ma intendeva di conversare, cosí sottovoce e quasi tra sé; forse credeva ne avesse l'obbligo, avvicinando tanta gente perbene; e parlava di politica, delle belle leggi che si votano in Parlamento, o commentava un fatto di cronaca, o dava notizia del socio A da cui era stato poc'anzi, o del socio B dal quale si sarebbe or ora recato.
Se qualcuno gli diceva che non intendeva piú pagare perché non voleva piú far parte del circolo, Geremia non se ne dava per inteso: staccava, come se niente fosse, la ricevuta debitamente firmata e la lasciava lí sul tavolino; quasi che questo solo fosse il suo compito e non dovesse curarsi d'altro, almeno fin tanto che c'era qualche socio, il quale, o per levarselo davanti o per pietà o per dabbenaggine, seguitava a pagare.
Quando poi Geremia, piú cadente che mai, veniva ad annunziare che proprio non c'era piú nessuno che volesse pagare e, in prova, tirava fuori rovesciate tutte le tasche della giacca, del panciotto, dei calzoni e mostrava anche la fodera del cappelluccio bisunto, Bonaventura Camposoldani restava per un momento perplesso, se disperdere con un soffio quella larva di circolo di cui Geremia gli rappresentava l'immagine, o se risuscitarla con un lampo geniale.
Nel primo caso, avrebbe dovuto rimettersi alla fatica di fondarne subito un altro.
Gli seccava.
E poi, meglio non abusare.
Dunque, un lampo...
un lampo...
Che lampo?
Contava segnatamente su due cose, Camposoldani.
Cioè, su quella che egli chiamava "elasticità morale" del popolo italiano e su la pigrizia mentale di esso.
Martino Lutero avrebbe voluto pagare centomila fiorini perché gli fosse risparmiata la vista di Roma?
Martino Lutero era uno sciocco.
Ecco qua: temperamenti per temperature.
Bisognava considerare prima di tutto la temperatura.
In Germania fa freddo.
Ora, naturalmente, il freddo, come congela l'acqua, cosí irrigidisce gli spiriti.
Formule precise.
Precetti e norme assolute.
Non c'è elasticità.
In ltalia fa caldo.
Il sole, se da un canto addormenta gl'ingegni e intorpidisce le energie, dall'altro mantiene elastiche, accese, in continua fusione le anime.
Tirate, le anime cedono, s'allungano come una pasta molle, si lasciano aggirare intorno a un gomitolo qualsiasi, purché si faccia con garbo, s'intende, e pian pianino.
Tolleranza.
Che vuol dire tolleranza? Ma appunto questo: pigrizia mentale, elasticità morale.
Vivere e lasciar vivere.
Il popolo italiano non vuol darsi la pena di pensare: commette a pochi l'incarico di pensare per lui.
Ora questi pochi, siamo giusti, anche per poter pensare cosí in grande, per tutti, senza stancarsi, bisogna che siano ben nutriti.
Mens sana in corpore sano.
E il popolo italiano li lascia mangiare, purché facciano sempre con garbo, s'intende, e salvino in certo qual modo le apparenze.
Poi batte le mani, senza troppo scaldarsi, ogni qual volta i suoi commessi pensatori riescano per avventura a procurargli qualche soddisfazioncella.
Ecco qua: qualche soddisfazioncella doveva egli procurare ai socii del circolo moribondo per destarli dalla loro morosità.
E Bonaventura Camposoldani ci riusciva quasi sempre.
Quest'ultimo non era propriamente un circolo, ma un'associazione nazionale con un intento eminentemente patriottico e civile.
Si proponeva di raccogliere in esercito operoso, in ogni provincia e comune d'Italia, tutti coloro cui stesse a cuore sanare finalmente la piaga vergognosa dell'analfabetismo e diffondere per via di letture e conferenze il gusto della cultura nel popolo italiano.
Nel fondo dell'anima Bonaventura Camposoldani stimava pregio inestimabile del popolo italiano la costante avversione a ogni genere di cultura e d'educazione, come quelle che, appena conquistate, rendono necessarie tante cose di cui, per esser saggi veramente