LA GIARA, di Luigi Pirandello - pagina 16
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Per carità, se ne vada, si porti via il bambino e si scordi che io esisto!
Il professor Toti resta sbalordito; domanda:
- Ma perché?
- Glielo dico subito! - risponde Giacomino.
- Io sono fidanzato, professore! Ha capito? Sono fidanzato!
Il professor Toti vacilla, come per una mazzata sul capo; alza le mani; balbetta:
- Tu? fi...
fidanzato?
- Sissignore, - dice Giacomino.
- E dunque, basta...
basta per sempre! Capirà che non posso piú...
vederla qui...
- Mi cacci via? - domanda, quasi senza voce, il professor Toti.
- No! - s'affretta a rispondergli Giacomino, dolente.
- Ma è bene che lei...
che lei se ne vada, professore...
Andarsene? Il professore casca a sedere su la seggiola.
Le gambe gli si sono come stroncate sotto.
Si prende la testa tra le mani e geme:
- Oh Dio! Ah che rovina! Dunque per questo? Oh povero me! Oh povero me! Ma quando? come? senza dirne nulla? con chi ti sei fidanzato?
- Qua, professore...
da un pezzo...
- dice Giacomino.
- con una povera orfana, come me...
amica di mia sorella...
Il professor Toti lo guarda, inebetito, con gli occhi spenti, la bocca aperta, e non trova la voce per parlare.
- E...
e...
e si lascia tutto...
cosí...
e...
e non si pensa piú a...
a nulla...
non si...
non si tien piú conto di nulla...
Giacomino si sente rinfacciare con queste parole l'ingratitudine, e si ribella, fosco:
- Ma scusi! che mi voleva schiavo, lei?
- Io, schiavo? - prorompe, ora, con uno schianto nella voce, il professor Toti.
- Io? E lo puoi dire? Io che ti ho fatto padrone della mia casa? Ah, questa, questa sí che è vera ingratitudine! E che forse t'ho beneficato per me? che ne ho avuto io, se non il dileggio di tutti gli sciocchi che non sanno capire il sentimento mio? Dunque non lo capisci, non lo hai capito neanche tu, il sentimento di questo povero vecchio, che sta per andarsene e che era tranquillo e contento di lasciar tutto a posto, una famigliuola bene avviata, in buone condizioni...
felice? Io ho settant'anni; io domani me ne vado, Giacomino! Che ti sei levato di cervello, figliuolo mio! Io vi lascio tutto, qua...
Che vai cercando? Non so ancora, non voglio saper chi sia la tua fidanzata; se l'hai scelta tu, sarà magari un'onesta giovine, perché tu sei buono...; ma pensa che...
pensa che...
non è possibile che tu abbia trovato di meglio.
Giacomino, sotto tutti i riguardi...
Non ti dico soltanto per l'agiatezza assicurata...
Ma tu hai già la tua famigliuola, in cui non ci sono che io solo di piú, ancora per poco...
io che non conto per nulla...
Che fastidio vi do io? Io sono come il padre...
Io posso anche, se volete...
per la vostra pace...
Ma dimmi com'è stato? che è accaduto? come ti s'è voltata la testa, cosí tutt'a un tratto? Dimmelo! dimmelo...
E il professor Toti s'accosta a Giacomino e vuol prendergli un braccio e scuoterglielo; ma quegli si restringe tutto in sé, quasi rabbrividendo, e si schermisce.
- Professore! - grida.
- Ma come non capisce, come non s'accorge che tutta codesta sua bontà...
- Ebbene?
- Mi lasci stare! non mi faccia dire! Come non capisce che certe cose si possono far solo di nascosto, e non son piú possibili alla luce, con lei che sa, con tutta la gente che ride?
- Ah, per la gente? - esclama il professore.
- E tu...
- Mi lasci stare! - ripete Giacomino, al colmo dell'orgasmo, scotendo in aria le braccia.
- Guardi! Ci sono tant'altri giovani che han bisogno d'ajuto, professore!
Il Toti si sente ferire fin nell'anima da queste parole, che sono un'offesa atroce e ingiusta per sua moglie; impallidisce, allividisce, e tutto tremante dice:
- Maddalenina è giovine, ma è onesta, perdio! e tu lo sai! Maddalenina ne può morire...
perché è qui, è qui, il suo male, nel cuore...
dove credi che sia? È qui, è qui, ingrato! Ah, la insulti, per giunta? E non ti vergogni? e non ne senti rimorso di fronte a me? Puoi dirmi questo in faccia? tu? Credi che ella possa passare, cosí, da uno all'altro, come niente? madre di questo piccino? Ma che dici? Come puoi parlar cosí?
Giacomino lo guarda trasecolato, allibito.
- Io? - dice.
- Ma lei piuttosto, professore, scusi, lei, lei, come può parlare cosí? Ma dice sul serio?
Il professor Toti si stringe ambo le mani su la bocca, strizza gli occhi, squassa il capo e rompe in un pianto disperato.
Niní anche lui, allora, si mette a piangere.
Il professore lo sente, corre a lui, lo abbraccia.
- Ah, povero Niní mio...
ah che sciagura, Niní mio, che rovina! E che sarà della tua mamma ora? e che sarà di te, Niní mio, con una mammina come la tua, inesperta, senza guida...
Ah, che baratro!
Solleva il capo, e, guardando tra le lagrime Giacomino:
- Piango, - dice, - perché mio è il rimorso; io t'ho protetto, io t'ho accolto in casa, io le ho parlato sempre tanto bene di te, io...
io le ho tolto ogni scrupolo d'amarti...
e ora che ella ti amava sicura...
madre di questo piccino...
tu...
S'interrompe e, fiero, risoluto, convulso:
- Bada, Giacomino! - dice.
- Io son capace di presentarmi con questo piccino per mano in casa della tua fidanzata!
Giacomino, che suda freddo, pur su la brace ardente, nel sentirlo parlare e piangere cosí, a questa minaccia giunge le mani, gli si fa innanzi e scongiura:
- Professore, professore, ma lei vuol dunque proprio coprirsi di ridicolo?
- Di ridicolo? - grida il professore.
- E che vuoi che me n'importi, quando vedo la rovina d'una povera donna, la rovina tua, la rovina d'una creatura innocente? Vieni, vieni, andiamo, su via, Niní, andiamo!
Giacomino gli si para davanti:
- Professore, lei non lo farà!
- Io lo farò! - gli grida con viso fermo il professor Toti.
- E per impedirti il matrimonio son anche capace di farti cacciare dalla Banca! Ti do tre giorni di tempo.
E, voltandosi su la soglia, col piccino per mano:
- Pensaci, Giacomino! Pensaci!
NON È UNA COSA SERIA
Perazzetti? No.
Quello poi era un genere particolare.
Le diceva serio serio, che non pareva nemmeno lui, guardandosi le unghie adunche lunghissime, di cui aveva la cura piú meticolosa.
È vero che poi, tutt'a un tratto, senz'alcuna ragione apparente...
un'anatra, ecco, tal'e quale! scoppiava in certe risate, che parevano il verso di un'anatra; e ci guazzava dentro, proprio come un'anatra.
Moltissimi trovavano appunto in queste risate la prova piú lampante della pazzia di Perazzetti.
Nel vederlo torcere con le lagrime agli occhi, gli amici gli domandavano:
- Ma perché?
E lui:
- Niente.
Non ve lo posso dire.
A veder ridere uno cosí, senza che voglia dirne la ragione, si resta sconcertati, con un certo viso da scemi si resta e una certa irritazione in corpo, che nei cosí detti "urtati di nervi" può diventar facilmente stizza feroce e voglia di sgraffiare.
Non potendo sgraffiare, i cosí detti "urtati di nervi" (che sono poi tanti, oggidí) si scrollavano rabbiosamente e dicevano di Perazzetti:
- È pazzo!
Se Perazzetti, invece, avesse detto loro la ragione di quel suo anatrare...
Ma non la poteva dire, spesso, Perazzetti; veramente non la poteva dire.
Aveva una fantasia mobilissima e quanto mai capricciosa, la quale, alla vista della gente, si sbizzarriva a destargli dentro, senza ch'egli lo volesse, le piú stravaganti immagini e guizzi di comicissimi aspetti inesprimibile; a scoprirgli d'un subito certe strane, riposte analogie, a rappresentargli improvvisamente certi contrasti cosí grotteschi e buffi, che la risata gli scattava irrefrenabile.
Come comunicare altrui il giuoco istantaneo di queste fuggevoli immagini impensate?
Sapeva bene Perazzetti, per propria esperienza, quanto in ogni uomo il fondo dell'essere sia diverso dalle fittizie interpretazioni che ciascuno se ne dà spontaneamente, o per inconscia finzione, per quel bisogno di crederci o d'esser creduti diversi da quel che siamo, o per imitazione degli altri, o per le necessità e le convenienze sociali.
Su questo fondo dell'essere egli aveva fatto studii particolari.
Lo chiamava l'"antro della bestia".
E intendeva della bestia originaria acquattata dentro a ciascuno di noi, sotto tutti gli strati di coscienza, che gli si sono a mano a mano sovrapposti con gli anni.
L'uomo, diceva Perazzetti, a toccarlo, a solleticarlo in questo o in quello strato, risponde con inchini, con sorrisi, porge la mano, dice buon giorno e buona sera, dà magari in prestito cento lire; ma guai ad andarlo a stuzzicare laggiú, nell'antro della bestia: scappa fuori il ladro, il farabutto, l'assassino.
È vero che, dopo tanti secoli di civiltà, molti nel loro antro ospitano ormai una bestia troppo mortificata: un porco, per esempio, che si dice ogni sera il rosario.
In trattoria, Perazzetti studiava le impazienze raffrenate degli avventori.
Fuori, la creanza; dentro, l'asino che voleva subito la biada.
E si divertiva un mondo a immaginare tutte le razze di bestie rintanate negli antri degli uomini di sua conoscenza: quello aveva certo dentro un formichiere e quello un porcospino e quell'altro un pollo d'India, e cosí via.
Spesso però le risate di Perazzetti avevano una ragione, dirò cosí, piú costante; e questa davvero non era da spiattellare, là, a tutti; ma da confidare, se mai, in un orecchio pian piano a qualcuno.
Confidata cosí, vi assicuro che promoveva inevitabilmente il piú fragoroso scoppio di risa.
La confidò una volta a un amico, presso al quale gli premeva di non passare per matto.
Io non posso dirvela forte; posso accennarvela appena; voi cercate d'intenderla a volo, giacché, detta forte, rischierebbe, tra l'altro, di parere una sconcezza e non è.
Perazzetti non era uomo volgare; anzi dichiarava d'avere una stima altissima dell'umanità, di tutto quanto essa, a dispetto della bestia originaria, ha saputo fare; ma Perazzetti non riusciva a dimenticare che l'uomo, il quale è stato capace di crear tante bellezze, è pure una bestia che mangia, e che mangiando, è costretto per conseguenza a obbedire ogni giorno a certe intime necessità naturali, che certamente non gli fanno onore.
Vedendo un pover'uomo, una povera donna in atto umile e dimesso, Perazzetti non ci pensava affatto; ma quando invece vedeva certe donne che si davano arie di sentimento, certi uomini tronfii, gravidi di boria, era un disastro: subito, irresistibilmente, gli scattava dentro l'immagine di quelle intime necessità naturali, a cui anch'essi per forza dovevano ogni giorno ubbidire; li vedeva in quell'atto e scoppiava a ridere senza remissione.
Non c'era nobiltà d'uomo o bellezza di donna, che si potesse salvare da questo disastro nell'immaginazione di Perazzetti; anzi quanto piú eterea e ideale gli si presentava una donna, quanto piú composto a un'aria di maestà un uomo, tanto piú quella maledetta immagine si svegliava in lui all'improvviso.
Ora, con questo, immaginatevi Perazzetti innamorato.
E s'innamorava, il disgraziato, s'innamorava con una facilità spaventosa! Non pensava piú a nulla, s'intende, finiva d'esser lui, appena innamorato; diventava subito un altro, diventava quel Perazzetti che gli altri volevano, quale amava foggiarselo la donna nelle cui mani era caduto, non solo, ma quale amavano foggiarselo anche i futuri suoceri, i futuri cognati e perfino gli amici di casa della sposa.
Era stato fidanzato, a dir poco, una ventina di volte.
E faceva schiattar dalle risa nel descrivere i tanti Perazzetti ch'egli era stato, uno piú stupido e imbecille dell'altro: quello del pappagallo della suocera, quello delle stelle fisse della cognatina, quello dei fagiolini dell'amico non so chi.
Quando il calore della fiamma, che lo aveva messo per cosí dire in istato di fusione, cominciava ad attutirsi, ed egli a poco a poco cominciava a rapprendersi nella sua forma consueta e riacquistava coscienza di sé, provava dapprima stupore, sbigottimento nel contemplare la forma che gli avevano dato, la parte che gli avevano fatto rappresentare, lo stato d'imbecillità in cui lo avevano ridotto; poi, guardando la sposa, guardando la suocera, guardando il suocero, ricominciavano le terribili risate, e doveva scappare - non c'era via di mezzo - doveva scappare.
Ma il guajo era questo, che non volevano piú lasciarlo scappare.
Era un ottimo giovine, Perazzetti, agiato, simpaticissimo: quel che si dice un partito invidiabile.
I drammi attraversati in quei suoi venti e piú fidanzamenti, a raccoglierli in un libro, narrati da lui, formerebbero una delle piú esilaranti letture dei giorni nostri.
Ma quelle che per i lettori sarebbero risa, sono state pur troppo lagrime, lagrime vere per il povero Perazzetti, e rabbie e angosce e disperazione.
Ogni volta egli prometteva e giurava a se stesso di non ricascarci piú; si proponeva di escogitare qualche rimedio eroico, che gl'impedisse d'innamorarsi di nuovo.
Ma che! Ci ricascava poco dopo, e sempre peggio di prima.
Un giorno, finalmente, scoppiò come una bomba la notizia, ch'egli aveva sposato.
E aveva sposato nientemeno...
Ma no, nessuno in prima ci volle credere! Pazzie ne aveva fatte Perazzetti d'ogni genere; ma che potesse arrivare fino a tal punto, fino a legarsi per tutta la vita con una donna come quella.
Legarsi? Quando a uno dei tanti amici, andato a trovarlo in casa, gli scappò detto cosí, per miracolo Perazzetti non se lo mangiò.
- Legarsi? come legarsi? perché legarsi? Stupidi, scemi, imbecilli tutti quanti! Legarsi? Chi l'ha detto? Ti sembro legato? Vieni, entra qua...
Questo è il mio solito letto, sí o no? Ti sembra un letto a due? Ehi, Celestino! Celestino!
Celestino era il suo vecchio servo fidato.
- Di', Celestino.
Vengo ogni sera a dormire qua, solo?
- Sissignore, solo.
- Ogni sera?
- Ogni sera.
- Dove mangio?
- Di là.
- Con chi mangio?
- Solo.
- Mi fai tu da mangiare?
- Io, sissignore.
- E sono sempre lo stesso Perazzetti?
- Sempre lo stesso, sissignore.
Mandato via il servo, dopo questo interrogatorio, Perazzetti concluse, aprendo le braccia:
- Dunque...
- Dunque non è vero? - domandò quello.
- Ma sí, vero! verissimo! - rispose Perazzetti.
- L'ho sposata! L'ho sposata in chiesa e allo stato civile! Ma che per questo? Ti pare una cosa seria?
- No, anzi ridicolissima.
- E dunque! - tornò a concludere Perazzetti.
- Escimi dai piedi! Avete finito di ridere alle mie spalle! Mi volevate morto, è vero? col cappio sempre alla gola? Basta, basta, cari miei! Ora mi sono liberato per sempre! Ci voleva quest'ultima tempesta, da cui sono uscito vivo per miracolo.
L'ultima tempesta a cui alludeva Perazzetti era il fidanzamento con la figlia del capodivisione al Ministero delle finanze, commendator Vico Lamanna; e aveva proprio ragione di dire Perazzetti che ne era uscito vivo per miracolo.
Gli era toccato di battersi alla spada col fratello di lei, Lino Lamanna; e poiché di Lino egli era amicissimo e sentiva di non aver nulla, proprio nulla contro di lui, s'era lasciato infilzare generosamente come un pollo.
Pareva quella volta - e ci avrebbe messo chiunque la mano sul fuoco - che il matrimonio dovesse aver luogo.
La signorina Ely Lamanna, educata all'inglese - come si poteva conoscere anche dal nome - schietta, franca, solida, bene azzampata (leggi "scarpe all'americana"), era riuscita senza dubbio a salvarsi da quel solito disastro nell'immaginazione di Perazzetti.
Qualche risata, sí, gli era scappata guardando il suocero commendatore, che anche con lui stava in aria e gli parlava alle volte con quella sua collosità pomatosa...
Ma poi basta.
Aveva confidato con garbo alla sposa il perché di quelle risate; ne aveva riso anche lei; e, superato quello scoglio, credeva anche lui, Perazzetti, che quella volta finalmente avrebbe raggiunto il tranquillo porto delle nozze (per modo di dire).
La suocera era una buona vecchietta, modesta e taciturna, e Lino, il cognato, pareva fatto apposta per medesimarsi in tutto e per tutto con lui.
Perazzetti e Lino Lamanna diventarono infatti fin dal primo giorno del fidanzamento due indivisibili.
Piú che con la sposa si può dire che Perazzetti stava col futuro cognato: escursioni, cacce, passeggiate a cavallo insieme, insieme sul Tevere alla società di canottaggio.
Tutto poteva immaginarsi, povero Perazzetti, tranne che questa volta il "disastro" dovesse venirgli da questa troppa intimità col futuro cognato, per un altro tiro dell'immaginazione sua morbosa e buffona.
A un certo punto, egli cominciò a scoprire nella fidanzata una rassomiglianza inquietante col fratello di lei.
Fu a Livorno, ai bagni, ov'era andato, naturalmente, coi Lamanna.
Perazzetti aveva veduto tante volte Lino in maglia, alla società di canottaggio; vide ora la sposa in costume da bagno.
Notare che Lino aveva veramente un che di femineo, nelle anche.
Che impressione ebbe Perazzetti dalla scoperta di questa rassomiglianza? Cominciò a sudar freddo, cominciò a provare un ribrezzo invincibile al pensiero d'entrare in intimità coniugale con Ely Lamanna, che somigliava tanto al fratello.
Gli si rappresentò subito come mostruosa, quasi contro natura, quella intimità, giacché vedeva il fratello nella fidanzata; e si torceva alla minima carezza ch'ella gli faceva, nel vedersi guardato con occhi ora incitanti e aizzosi, ora che s'illanguidivano nella promessa d'una voluttà sospirata.
Poteva intanto gridarle Perazzetti:
- Oh Dio, per carità, smetti! finiamola! Io posso essere amicissimo di Lino, perché non debbo sposarlo; ma non posso piú sposar te, perché mi parrebbe di sposare tuo fratello?
La tortura che soffrí questa volta Perazzetti fu di gran lunga superiore a tutte quelle che aveva sofferto per l'innanzi.
Finí con quel colpo di spada, che per miracolo non lo mandò all'altro mondo.
E appena guarito della ferita, trovò il rimedio eroico che doveva precludergli per sempre la via del matrimonio.
- Ma come - voi dite - sposando?
Sicuro! Filomena: quella del cane.
Sposando Filomena, quella povera scema che si vedeva ogni sera per via, parata con certi cappellacci carichi di verdura svolazzante, tirata da un barbone nero, che non le lasciava mai il tempo di finir certe sue risatelle assassine alle guardie, ai giovanottini di primo pelo e ai soldati, per la fretta che aveva - maledetto cane - d'arrivare chi sa dove, chi sa a qual remoto angolo bujo...
In chiesa e allo stato civile la sposò; la tolse dalla strada; le assegnò venti lire al giorno e la spedí lontano, in campagna, col cane.
Gli amici - come potete figurarvi - non gli dettero piú pace per parecchio tempo.
Ma Perazzetti era ritornato ormai tranquillo, a dirle serio serio, che non pareva nemmeno lui.
- Sí, - diceva, guardandosi le unghie.
- L'ho sposata.
Ma non è una cosa seria.
Dormire, dormo solo, in casa mia; mangiare, mangio solo, in casa mia; non la vedo; non mi dà alcun fastidio...
Voi dite per il nome? Sí: le ho dato il mio nome.
Ma, signori miei, che cosa è un nome? Non è una cosa seria.
Cose serie, a rigore, non ce n'erano per Perazzetti.
Tutto sta nell'importanza che si dà alle cose.
Una cosa ridicolissima, a darle importanza, può diventare seriissima, e viceversa, la cosa piú seria, ridicolissima.
C'è cosa piú seria della morte? Eppure, per tanti che non le danno importanza...
Va bene; ma tra qualche giorno lo volevano vedere gli amici.
Chi sa come se ne sarebbe pentito!
- Bella forza! - rispondeva Perazzetti.
- Sicuro che me ne pentirò! Già già comincio a esserne pentito...
Gli amici, a questa uscita, levavano alte le grida:
- Ah! lo vedi?
- Ma imbecilli, - rimbeccava Perazzetti, - giusto quando me ne pentirò per davvero, risentirò il beneficio del mio rimedio, perché vorrà dire che mi sarò allora innamorato di nuovo, fino al punto di commettere la piú grossa delle bestialità: quella di prendere moglie.
Coro:
- Ma se l'hai già presa!
Perazzetti :
- Quella? Eh via! Quella non è una cosa seria.
Conclusione:
Perazzetti aveva sposato per guardarsi dal pericolo di prendere moglie.
TIROCINIO
Da una settimana vedevamo Carlino Sgro per il Corso, per Via Nazionale, per Via Ludovisi, passare in botte, di galoppo, accanto a un enorme mammifero in gonnella.
Le lunghe piume nere del cappellaccio, che pareva un nido di corvi, le svolazzavano al vento.
Tutta la gente si fermava a mirare con occhi spalancati, a bocca aperta.
Noi amici, quasi sgomenti, nel vedercelo passar davanti, gli lanciavamo ogni volta un grido affettuoso o lo chiamavamo per nome, tendendogli le braccia; e lui, lui subito si voltava a salutarci con larghi e ripetuti gesti, che ci pareva invocassero disperatamente ajuto.
Carlino Sgro da due anni aveva lasciato Roma per Milano, e non s'era piú fatto vivo con nessuno di noi.
Ora, d'improvviso, rieccolo a Roma, in quella turbinosa apparizione che aveva del tragico e del carnevalesco.
Qualcuno di noi finse di mostrarsene seriamente impensierito.
Senza dubbio Carlino era in pericolo; dovevamo salvarlo a ogni costo da quel mostro che lo aveva rapito e se lo trascinava chi sa a qual bufera infernale.
Come salvarlo? Ma volando a San Marcello, perdio, a denunziare il ratto alla questura, o piuttosto, assaltando, là, senz'altro, la carrozza e strappando, a viva forza, la vittima dalle braccia di quell'orribile mostro.
Discutevamo ancora, al Circolo, sul partito da prendere, quand'ecco - fresco e sorridente - Carlino Sgro davanti a noi.
Gli saltammo al collo tutti quanti insieme, baciandolo dove ci veniva fatto, alle spalle, sul petto, sulle braccia, sulla nuca, fino a lasciarlo per un pezzo boccheggiante come un pesce.
Per farlo rinvenire, gli rovesciammo subito addosso una tempesta di domande insieme con gli epiteti piú graziosi, con cui eravamo soliti d'accoglierlo ogni sera, al Circolo, quand'egli stava a Roma: - Vecchia canaglia! Mummia inglese! Orangutàn! Figlio di Nouma Hawa! - ecc.
ecc.
(Veramente Carlino Sgro pare una scimmia e pare un inglese: una scimmia, perché - non ci ha colpa - ha la bocca per lo meno quattro dita sotto al naso; un inglese, perché biondo, con gli occhi ceruli, e perché nessun inglese al mondo ha mai vestito e camminato piú inglesemente di lui.)
Chi lo crederebbe? Si mostrò stupito della profonda costernazione in cui noi tutti eravamo stati per lui un'intera settimana.
- Come! - esclamò.
- Ma quella è la Montroni, signori miei! Non conoscete la Montroni?
Ci guardammo tutti negli occhi.
Nessuno di noi conosceva la Montroni.
Solo Carinèi domandò:
- Pompea Montroni, la cantante?
Sgro indignato e stizzito, diede una spallata:
- Ma celebre, perdio! Soprano di cartello! Dite sul serio o siete della Papuasia? Non la ricordate piú nella Gioconda? Era il nostro cavallo di battaglia! L'amo come il fulgor del creato...
Faceva tremare la Scala e il San Carlo.
- Faceva? Dunque ora è sfiatata?
Carlino Sgro atteggiò la faccia di fierissimo disprezzo e rispose:
- Vi prego di credere che la nostra voce è ancora divinamente bella, piú divinamente bella di quando facevamo andare in visibilio le platee del mondo intero, e ci staccavano i cavalli dalla vettura.
Ma abbiamo una piccola palpitazione di cuore, un disturbetto cardiaco che non è nulla, rassicuratevi, ma che potrebbe diventare grave.
Dio liberi e anche...
sí, anche fatale, ci hanno detto i medici, se seguitiamo a rimanere nell'arte e a cantare.
Cosí, per prudenza, ci siamo ritirati.
- E tu, vecchio scimmione, - gli gridammo, - hai il coraggio di scarrozzarti per il Corso quella carcassa sfiatata? E non ti vergogni?
- Vedo, - disse Carlino Sgro addoloratissimo, - che voi malignate, amici miei.
Vi compatisco.
Ah che vuol dire non vivere a Milano!
Casa Castiglione Montroni, signori, è a Milano tra le piú rispettabili e rispettate.
Pompea Montroni è donna esemplare.
Forse non c'è bisogno di dirlo, perché...
- non ridete, via! - io lo ammetto, non è piú tanto bella...
non è stata mai bella, va bene cosí? Ma non l'avete veduta sul palcoscenico, dove faceva una magnifica figura.
Lo afferma il marchese Colli, e mi pare che possa bastare!
Chi è il marchese Colli? Datemi tempo, santo Dio, e vi dirò tutto.
Lasciatemi intanto premetter questo: che, se io ammiro Pompea Montroni, la ammiro, diciamo cosí, in blocco; e che mi sono sempre guardato bene dal turbare la pace, l'armonia che regnano sovrane tra lei e il suo legittimo consorte.
L'ho accompagnata qua a Roma per affari, o meglio, per preparare una certa sorpresa, che non vi posso dire, alla nostra piccola Medea.
Piano! Vi dirò anche chi è Medea.
Ma vi faccio notare che voi, senza saperlo, mi avete aggredito con volgari e sanguinosi insulti.
È inutile, povera gente: bisogna vivere a Milanòoo!
Omero, come sapete, non descrive la bellezza di Elena: la lascia argomentare da quel che dicono i vecchi di Troja, quando la vedono apparire sulle mura, se non sbaglio.
Non sono Omero, voi non siete vecchi di Troja, ma vi giuro che Medea è centomila volte piú bella di Elena e vi prego d'argomentare similmente quella sua divina, indescrivibile bellezza dal vedermi ora andare attorno per le vie di Roma con questa filuca di mammina sua.
Vi basta, sí o no? Se non vi basta
Vi dirò tutta la miseria mia.
Sappiate che da circa otto mesi io sono per lei in tirocinio di vecchio amico di casa.
Amici miei, se io non divento al piú presto vecchio amico di casa Castiglione Montroni, vecchio amico di mammà Pompea, sono perduto.
Per me, non c'è piú speranza, né salute, Medea ha già compiuto quattordici anni.
A questo annunzio ci levammo tutti in piedi, indignati, e coprimmo Carlino Sgro di vituperii.
Egli protese le mani, si cacciò la testa tra le spalle come una tartaruga, e gridò:
- Adagio! adagio! aspettate.
Dico quattordici, perché la mamma deve averne ancora per forza trent'otto...
Non capite niente, perdio? Ma ne ha già, per lo meno diciannove, la quattordicenne Medea!
Non capirete certo neppure che cosa possa voler dire vecchio amico di casa.
Veramente, per capirlo, bisognerebbe che conosceste bene quella casa.
Ma lo so io e gli altri quattro disgraziati che sono in tirocinio, con me, a Milano.
Siamo in cinque, cari miei: un'infunata da mandare per grazia alla forca!
Già Pompea, la madre, l'avete intraveduta.
Non è niente! Bisognerebbe che conosceste il padre, cioè il marito di Pompea, e un po' anche il marchese Colli che abita con loro.
Il marito è un bell'uomo.
Aitante nella persona, con una magnifica barba bionda, compitissimo e pieno di dignità, anzi di gravità quasi diplomatica.
Credo che si sia fatta apposta un po' di radura sul cranio, perché una leggera calvizie, in certi casi e per certe professioni, è veramente indispensabile.
Non vi potete figurare con che aria d'importanza e che cipiglio vi dica, inserendo due dita tra i bottoni del panciotto:
- Caldo, quest'oggi.
Si chiama Michelangelo.
Di casato Castiglione, nientemeno.
Secondo me, è l'uomo piú straordinario che viva di questi tempi in Europa.
Straordinario per la serietà con cui si vendica di ciò che gli hanno fatto fare.
Dovete sapere che, or saranno circa vent'anni, Pompea Montroni andò a cantare a Parma nella Gioconda.
Vi fece furore, si sa! E il marchese Colli - Mino Colli - la vide dalla barcaccia, e se ne innamorò; poi la vide in camerino, e non si spaventò.
Non si spaventò perché la vanità di ricco nobiluccio di provincia gliela fece vedere, anche lí da vicino, come la vedevano gli amici della barcaccia, gli amici che allora lo invidiavano e lo stimavano l'uomo piú fortunato del mondo.
La grande Pompea, naturalmente, non se lo lasciò scappare.
Considerando però la propria corporatura e prevedendo che, a lungo andare, egli per troppa abbondanza avrebbe forse perduto l'appetito, trovò subito in sé da mettergli a disposizione una figliuola piccolina.
Niente di male!
Piccolino, difatti, lui; ma panciutello, tutto panciutello, anche nella faccia...
- tanto carino, se vedeste! Corto di braccia, corto di gambe, s'adopera con queste e con quelle a camminare; porta adesso le lenti su la punta del nasetto a becco, e spesso, quando parla tutto affannato, si spunta come può la barbetta ispida, sale e pepe, piú sale che pepe, divenuta a furia di tagliare come una bella virgola sul primo mento.
Ne ha tre o quattro, di menti, quell'ometto lí.
E tante altre virtú che non vi dico.
Basta.
Prima che la figliolina venisse al mondo, l'una e l'altro, dopo molte lagrime da parte di lei e molte promesse da parte di lui, si misero d'accordo per trovarle un onesto genitore.
Non avevano che due mesi di tempo; perché, di sette mesi, come sapete, si può nascere benissimo - onestamente.
Michelangelo Castiglione era un genitore a spasso, bell'uomo, v'ho detto di buoni natali, di bella reputazione e presero lui; a patto però che facesse il galantuomo, il padre di famiglia intemerato e irreprensibile, il custode geloso della illibatezza della propria casa.
Ebbene, signori, Michelangelo Castiglione è d'una onestà, d'una illibatezza da fare spavento.
Si vendica, stando ai patti, scrupolosissimamente.
Molto impensierito della diffusione del mal costume per opera della stampa quotidiana, proibisce alla moglie e alla figliuola la lettura dei giornali.
La piccola Medea è stata educata secondo le rigide massime di condotta, che a lui, fin dalla piú tenera infanzia, furono inculcate nella nobile casa paterna.
Non c'è mica bisogno d'entrare con lui in qualche dimestichezza per sapere ch'egli non avrebbe mai e poi mai sposato una cantante, se non gli fosse capitata la disgrazia d'averne una figliuola.
Insomma, via, egli sposò la Montroni per scrupolo di coscienza.
Non che avesse minimamente da ridire su la condotta di lei, badiamo! Nel mondo dell'arte, la Montroni, vera e rara eccezione! Ma che volete? l'educazione ricevuta in casa, i rigidi costumi della sua famiglia non gli avrebbero consentito di farla sua moglie, per la sola ragione ch'ella era una cantante, ecco.
E se la Montroni vi susurra in un orecchio ch'ella smise di cantare per il disturbo cardiaco, il marito dichiara apertamente, invece, che egli lo pose per patto, prima di sposare.
Ah, inflessibile, su questo punto, Michelangelo! Non avrebbe potuto assolutamente tollerare che sua moglie seguitasse a offrirsi in pascolo all'ammirazione del pubblico, a girovagare di città in città, e che la figliuola crescesse in quel mondo teatrale, di cui egli sente tuttora un istintivo orrore.
Il povero marchese Colli, ponendo i patti, tutto poteva aspettarsi tranne quest'ira di Dio.
Ha cercato e credo che cerchi tuttora di smontare in qualche modo quel mostro d'onestà; ma non ci riesce.
Michelangelo non transige!
Capirete bene che a lui non par vero di poter fare l'onest'uomo sul serio: ci ha preso un gusto matto; il suo amor proprio ne gongola, c'ingrassa; e tanto il marchese quanto la moglie e la figliuola sono divenute tre vittime di lui.
Impossibile ribellarglisi.
Se il marchese talvolta arrischia qualche discorsetto un po' vivace, è subito richiamato all'ordine e, non c'è cristi, deve smettere, accucciarsi e abbozzare.
Ma c'è ben altro! Sapete fino a qual punto è arrivato Michelangelo?
Per lui, il marchese Colli, non è che un vecchio amico di casa Montroni, presso a poco come siamo noi, ma con l'aggravante d'un fidanzamento fantastico con Carlotta, che sarebbe una non meno fantastica sorella di Pompea, crudelmente rapita dalla morte a soli diciott'anni.
Orbene, Michelangelo esige che ogni 12 aprile - presunto anniversario di questa morte - il marchese Colli pianga.
Sicuro! Se non gli riesce di spremere qualche lagrima, si mostri almeno addogliatissimo.
Credo che, dopo tant'anni, povero marchese, paja anche a lui che gli sia morta sul serio la fidanzata, in quel giorno.
Ma, certe volte, si sente girar l'anima e non sa tenersi di sbuffare, mentre Michelangelo, con gli occhi socchiusi, tentennando il capo, sospira, geme:
- La nostra buona Carlotta! La nostra impareggiabile Carlottina!
Non sapendo piú oltre resistere a una siffatta oppressione, Colli ha comperato ultimamente, a nome di Michelangelo, non so piú quante azioni d'una nuova società industriale per la produzione del carburo di calcio; e, tanto ha fatto, tanto ha detto, che è riuscito a ficcarlo nel consiglio d'amministrazione.
Signori miei, Michelangelo Castiglione esercita ora la sua esosa, feroce onestà anche in quel consiglio d'amministrazione.
I suoi colleghi consiglieri lo vedono e basiscono: non respirano piú! Egli si è già imposto.
E vedrete che la fama di questa sua onestà diventerà presto popolare; lo faranno consigliere comunale, lo eleggeranno deputato, e io non dispero di vederlo col tempo anche ministro del regno d'ltalia.
Sarà una fortuna per la patria.
Intanto, egli salva per lo meno una volta al giorno quella Società del carburo di calcio.
Potete immaginarvi se il marchese e tutti noi ne siamo convinti e se lo incoraggiamo a piú non posso in questa sua provvidenziale opera di salvataggio.
Da circa un mese, difatti, oppresso dal lavoro, egli ha preso l'abitudine di uscir di casa anche di sera, a fare una giratina per sollievo.
Ne ha tanto bisogno, pover'uomo!
Avete veduto i ragazzi di scuola, quando il maestro esce per un momento dalla classe, dopo due o tre ore di lezione? Cosí siamo noi, appena egli volta le spalle.
Per poco non ci buttiamo le braccia al collo.
Ballare, balliamo davvero.
Il marchese Colli salta al pianoforte e attacca un galoppo.
Pompea voleva prima ballare anche lei; ma quelli del piano di sotto si sono ribellati, per fortuna.
Cosí abbiamo una sola dama, Medea, instancabile.
Facciamo a turno.
Piú di questo - ahimè - non possiamo fare, o intoppiamo negli occhiacci dell'altro papà, meno legittimo, se vogliamo, ma forse piú naturale.
Bisogna essere ragionevoli.
Il marchese Colli si è sacrificato per quella ragazza, e vuole che ella almeno, prima, sposi onestamente, per davvero.
Ora, riflettete.
Data questa condizione di cose, chi sarà il marito? Uno come Castiglione evidentemente; a cui però il marchese, si spera, dopo aver sofferto un cosí lungo supplizio, non porrà per patto d'essere tanto onesto.
Comincerà allora la vera lotta, lotta accanita, fra noi cinque che facciamo il tirocinio di vecchi amici di casa.
Ah cari miei, mi vengono i brividi a pensarci.
Perché, parliamo sul serio, adesso.
Io sono innamorato, innamorato, innamorato di quella ragazza.
Medea non è soltanto bella, è anche buona, squisitamente buona, piena d'ingegno e d'una leggiadria incomparabile.
Perché non la sposo? Quanto siete ingenui! Non ve l'ho detto? Siamo in cinque! Come io non vorrei che suo marito, domani, chiudesse la porta in faccia a me, vecchio amico di casa; cosí Medea non potrebbe permettere che la chiudessi io in faccia a quegli altri quattro, vecchi amici di casa anche loro, vecchi amici di mammà Pompea.
Non si scherza: noi abbiamo acquistato un titolo serio, data l'onestà di Michelangelo.
Una vecchia amicizia, come questa nostra, che dura già da otto mesi, costa sudori di sangue.
Ne volete una prova? Che ora è? Perbacco, le dieci e mezzo...
Lasciatemi scappare! Alle undici devo andare a prendere Pompea: abbiamo chiesto un'udienza al Santo Padre.
Ce l'ha imposta Michelangelo prima di partire.
E Carlino Sgro scappò via a gambe levate.
L'ILLUSTRE ESTINTO
I.
Messo a sedere sul letto, perché l'asma non lo soffocasse, abbandonato su i guanciali ammontati, l'on.
Costanzo Ramberti guardava, attraverso le gonfie palpebre semichiuse, il raggio di sole che, entrando dalla finestra, gli si stendeva su le gambe e indorava la calugine di uno scialle grigio, di lana, a quadri neri.
Si sentiva morire; sapeva che per lui non c'era piú rimedio, e se ne stava ormai tutto ristretto in sé, vietandosi anche d'allungare lo sguardo oltre le sponde del letto, nella camera, non già per raccogliersi nel pensiero della fine imminente, ma, al contrario, per timore che, allargando anche d'un po' l'orizzonte al suo sguardo, la vista degli oggetti attorno lo richiamasse con qualche rimpianto alle relazioni che poteva avere ancora con la vita, e che la morte tra poco avrebbe spezzate.
Raccolto, rimpiccolito entro quel limite angustissimo, si sentiva piú sicuro, piú riparato, quasi protetto.
E, tutt'intento ad avvistar le minime cose, gli esilissimi fili arricciolati e indorati dal sole della calugine di quello scialle, assaporava la lunghezza del tempo, di tutto il suo tempo, che poteva essere di ore; o forse di qualche altro giorno; di due o di tre giorni; fors'anche - al piú - d'una settimana.
Ma se un minuto, tra quelle minuzie là, passava cosí lento, cosí lento, eh! avrebbe avuto anche il tempo di stancarsi - sí, proprio di stancarsi - in una settimana.
Non avrebbe avuto mai fine, cosí, una settimana!
La stanchezza però, che già egli avvertiva, non era a cagione di quell'eternarsi del tempo tra la peluria del suo scialle di lana: era effetto dello sforzo che faceva su se stesso per impedirsi di pensare.
Ma a che voleva pensare, ormai? Alla sua morte? Piuttosto...
ecco: poteva darsi a immaginare tutto ciò che sarebbe avvenuto dopo.
Sí: sarebbe stato un modo anche questo d'impedire che, almeno al suo pensiero smarrito, privo d'ogni conforto di religione, la vita diventasse d'un tratto - fra breve - come niente; un modo di rimanere di qua ancora, per poco, innanzi a gli occhi degli altri, se non piú innanzi ai suoi proprii.
E - coraggiosamente - l'on.
Costanzo Ramberti si vide morto, come gli altri lo avrebbero veduto; com'egli aveva veduto tanti altri: morto e duro, lí, su quel letto; coi piedi rattratti nelle scarpine di coppale; cereo in volto e gelido, le mani quasi sassificate; composto e...
ma sí, elegante anche, nell'abito nero, tra tanti fiori sparsi lungo la persona e sul guanciale.
La marsina doveva esser di là, nel baule; insieme con l'uniforme nuova, lo spadino e la feluca di ministro.
Intanto, per far la prova, rattrasse i piedi e se li guatò.
Sentí come una vellicazione al ventre; levò una mano e si lisciò sul capo i capelli; poi si strinse la barba rossiccia, spartita sul mento.
Pensò che, morto, gli avrebbe pettinato quella barba e raffilato sul cranio quei pochi peli il suo segretario particolare, cav.
Spigula-Nonnis, che da tanti giorni e tante notti lo assisteva, pover'uomo, con devoto affetto, senza lasciarlo solo neanche un momento, struggendosi, a piè del letto, di non potere in alcun modo alleviargli le sofferenze.
Ma pure lo ajutava quel cav.
Spigula-Nonnis, senza saperlo; lo ajutava a morire con dignità, filosoficamente.
Forse, se fosse stato solo, si sarebbe messo a smaniare, a piangere, a gridare con disperata rabbia; col cav.
Spigula-Nonnis lí a piè del letto, che lo chiamava "Eccellenza", non fiatava nemmeno: guardava fisso, attento, quasi meravigliato, innanzi a sé, con le labbra sfiorate da un leggero sorriso.
Sí, la presenza di quell'uomo squallido, allampanato, miope, lo teneva per un filo, esilissimo ormai, su la scena, investito della sua parte, fino all'ultimo.
L'esilità di questo filo gli esasperava internamente di punto in punto l'angoscia e il terrore, poich'egli non poteva non sentir vano, vano e disperato lo sforzo con cui tutta l'anima sua si aggrappava ad esso, simile in tutto a quello, cui tante volte aveva assistito con curiosità crudele, di qualche bestiolina agonizzante, d'un insetto caduto nell'acqua, appeso a un bioccolo, a un peluzzo natante.
Tutte quelle cose, con le quali aveva riempito il vuoto, in cui davanti a gli occhi gli vaneggiava ora la vita, erano impersonate nel cav.
Spigula-Nonnis: la sua autorità, il suo prestigio, cose vane che gli venivano meno, che non avevano piú pregio, ma che tuttavia sul vuoto che tra poco lo avrebbe inghiottito campeggiavano come larve di sogno, parvenze di vita, che per poco ancora, dopo la sua morte, egli poteva prevedere si sarebbero agitate attorno a lui, attorno al suo letto, attorno alla sua bara.
Quel cav.
Spigula-Nonnis, dunque, lo avrebbe lavato, vestito e pettinato, amorosamente, ma pur con un certo ribrezzo.
Ribrezzo provava anche lui, del resto, pensando che le sue carni, il suo corpo nudo sarebbe stato toccato dalle grosse mani ossute e visto da quell'uomo lí.
Ma non aveva altri accanto: nessun parente, né prossimo, né lontano: moriva solo, com'era sempre vissuto; solo, in quell'amena villetta di Castel Gandolfo presa in affitto con la speranza che, dopo due o tre mesi di riposo, si sarebbe rimesso in salute.
Aveva appena quarantacinque anni!
Ma s'era ucciso lui, bestialmente, con le sue mani; se l'era troncata lui l'esistenza, a furia di lavoro e di lotta testarda, accanita.
E quando alla fine era riuscito a strappar la vittoria, aveva la morte dentro, la morte, la morte che gli s'era insinuata da un pezzo nel corpo, di soppiatto.
Quand'era andato dal Re a prestare il giuramento; quando, con un'aria di afflitta rassegnazione, ma in cuore tutto ridente, aveva ricevuto le congratulazioni dei colleghi e degli amici, aveva la morte dentro e non lo sapeva.
Due mesi addietro, di sera, essa gli aveva allungato all'improvviso una strizzatina al cuore e lo aveva lasciato boccheggiante, col capo riverso su la sua scrivania di ministro al palazzo dei lavori pubblici.
Tutti i giornali d'opposizione, che avevano tanto malignato su la sua nomina, qualificandola favoritismo sfacciato del presidente del Consiglio, ora, nel dare l'annunzio della sua morte immatura, avrebbero forse tenuto conto de' suoi meriti, de' suoi studii lunghi e pazienti, della sua passione costante, unica, assorbente, per la vita pubblica, dello zelo che aveva posto sempre nell'adempimento de' suoi doveri di deputato prima, di ministro poi, per poco.
Eh, sí! Si possono dare di queste consolazioni a uno che se n'è andato: e tanto piú poi, in quanto che l'amicizia, la famosa protezione del presidente del Consiglio non erano arrivate fino al punto di concedergli quell'altra di morire almeno da ministro.
Subito dopo quella sincope gli s'era lasciato intendere con bella maniera che sarebbe stato opportuno - oh, soltanto per riguardo alla sua salute, non per altro - lasciare il portafoglio.
Cosicché, neanche per i giornali amici del Ministero la sua morte sarebbe stata "un vero lutto nazionale".
Ma sarebbe stato a ogni modo per tutti "un illustre estinto": questo sí, senza dubbio.
E tutti avrebbero rimpianto la sua "esistenza innanzi tempo spezzata", che "certamente altri nobili servigi avrebbe potuto rendere ancora alla patria", ecc., ecc.
Forse, data la vicinanza e dato il breve tempo trascorso dalla sua uscita dal Ministero, S.E.
il presidente del Consiglio e i ministri già suoi colleghi e i sotto-segretarii di Stato e i molti deputati amici sarebbero venuti da Roma a vederlo morto, lí, in quella camera, che il sindaco del paese, per farsi onore, con l'ajuto del cav.
Spigula-Nonnis, avrebbe trasformato in cappella ardente, con cassoni di lauro e altre piante e fiori e candelabri.
Sarebbero entrati tutti a capo scoperto, col presidente del Consiglio in testa; lo avrebbero contemplato un pezzo, muti, costernati, pallidi, con quella curiosità trattenuta dall'orrore istintivo, che tante volte egli stesso aveva provato davanti ad altri morti.
Momento solenne e commovente.
- "Povero Ramberti!"
E tutti si sarebbero quindi ritirati di là ad aspettare ch'egli fosse chiuso nella cassa già pronta.
Valdana, la sua città natale, Valdana che da quindici anni lo rieleggeva deputato, Valdana per cui aveva fatto tanto, avrebbe certamente voluto le sue spoglie mortali; e il sindaco di Valdana sarebbe accorso con due o tre consiglieri comunali per accompagnare la salma.
L'anima...
eh, l'anima, partita da un pezzo, e chi sa dove arrivata...
- L'on.
Costanzo Ramberti strizzò gli occhi.
Volle ricordarsi d'una vecchia definizione dell'anima, che lo aveva molto soddisfatto, quand'era ancora studente di filosofia all'Università: "L'anima è quell'essenza che si rende in noi cosciente di se stessa e delle cose poste fuori di noi".
Già! Cosí...
Era la definizione d'un filosofo tedesco.
"Quell'essenza?" pensò adesso.
"Che vuol dire? Quella certa cosa "che è", innegabilmente, per la quale io, mentre sono vivo, differisco da me quando sarò morto.
È chiaro! Ma questa essenza dentro di me è per se stessa o in quanto io sono? Due casi.
Se è per sé, e soltanto dentro di me si rende cosciente di se stessa, fuori di me non avrà piú coscienza? E che sarà dunque? Qualche cosa che io non sono, che essa medesima non è, finché mi rimane dentro.
Andata fuori, sarà quel che sarà...
seppure sarà! Perché c'è l'altro caso: che essa cioè sia in quanto io sono; sicché, dunque, non essendo piú io..."
- Cavaliere, per favore, un sorso d'acqua...
Il cav.
Spigula-Nonnis balzò in piedi quant'era lungo, riscotendosi dal torpore; gli porse l'acqua; gli chiese premuroso:
- Eccellenza, come si sente?
L'on.
Costanzo Ramberti bevve due sorsi: poi, restituendo il bicchiere, sorrise pallidamente al suo segretario, richiuse gli occhi, sospirò:
- Cosí...
Dov'era arrivato? Doveva partire per Valdana.
La salma...
Sí, meglio tenersi alla salma soltanto.
Ecco: la prendevano per la testa e per i piedi.
Nella cassa era già deposto un lenzuolo zuppo d'acqua sublimata, nel quale la salma sarebbe stata avvolta.
Poi lo stagnajo...
Come si chiamava quello strumento rombante con una livida lingua di fuoco? Ecco la lastra di zinco da saldare su la cassa; ecco il coperchio da avvitare...
A questo punto, l'on.
Costanzo Ramberti non vide piú se stesso dentro la cassa: rimase fuori e vide la cassa, come gli altri la avrebbero veduta: una bella cassa di castagno, in forma d'urna, levigata, con borchie dorate.
I funerali e il trasporto sarebbero stati certamente a spese dello Stato.
E la cassa, ecco, era sollevata: attraversava le camere, scendeva stentatamente le scale della villetta, attraversava il giardino, seguita da tutti i colleghi di nuovo a capo scoperto col presidente del Consiglio innanzi a tutti; era introdotta nel carro del Municipio tra la curiosità timorosa e rispettosa di tutta la popolazione accorsa allo spettacolo insolito.
Qui ancora l'on.
Ramberti lasciò cacciar dentro del carro la cassa e rimase fuori a vedere il carro che, accompagnato da tanto popolo, scendeva lentamente, con solennità, dal borgo alla stazione ferroviaria.
Un vagone di quelli con la scritta Cavalli 8, Uomini 40, era bell'e pronto, con le assi inchiodate per chiudervi il feretro.
L'on.
Costanzo Ramberti rivide la propria cassa tratta fuori del carro e la seguí entro il vagone nudo e polveroso, che certamente a Roma sarebbe stato addobbato e parato con tutte le corone che il Re e il Consiglio dei ministri, il Municipio di Valdana e gli amici avrebbero inviato.
Partenza!
E l'on.
Costanzo Ramberti seguí il treno, col suo carro-feretro in coda, per tanta e tanta via, fino alla stazione di Valdana, gremita anch'essa di popolo.
Ecco, a uno a uno, i suoi piú fedeli e affezionati amici, consiglieri provinciali e comunali, alcuni un po' goffi nell'insolito abito nero o col cappello a stajo.
Il Robertelli...
eh, sí!...
lui sí...
caro Robertelli...
piangeva, si faceva largo...
- Dov'è? dov'è?
Dove poteva essere? Là, nella cassa, caro Robertelli.
Eh, uno alla volta...
Ma l'on.
Costanzo Ramberti vedeva quella scena, come se egli veramente non fosse dentro la cassa, che pur pesava, sí, sí, pesava e lo dimostravano chiaramente gli uscieri del Municipio in guanti bianchi e livrea, che stentavano a caricarsela sulle spalle.
Vedeva...
uh, il Tonni, che ogni volta, poveretto, usciva di casa coi minuti contati dalla moglie ferocemente gelosa - eccolo lí, irrequieto, sbuffava, cavava fuori ogni momento l'orologio, maledicendo al ritardo di un'ora con cui il treno era arrivato, e a cui certo la moglie non avrebbe creduto.
Eh, pazienza, caro Tonni, pazienza! Avrai dalla moglie una scenata; ma poi ti rappacificherai.
Rimani vivo, tu.
All'altro mondo, invece, non si rivà due volte.
Vorresti per l'amico tuo, che pur ti fece tanti favori, un funerale spiccio spiccio? Lasciaglielo fare con pompa e solennità...
Vedi? ecco il signor prefetto...
Largo, largo! Uh, c'è anche il colonnello...
Ma già! gli toccava anche l'accompagnamento militare.
E c'è anche tutta la scolaresca, con le bandiere dei varii istituti; e quant'altre bandiere di sodalizii! Sí, perché egli veramente pur tutto inteso ai problemi piú alti della politica, alle questioni piú ardue dell'economia sociale, non aveva mai trascurato gl'interessi particolari del collegio, che di molti beneficii doveva essergli grato a lungo.
E Valdana forse gli avrebbe dimostrato questa gratitudine con qualche ricordo marmoreo nella villa comunale o intitolando dal nome di lui qualche via o qualche piazza; e, intanto, con quelle esequie solenni...
Rivide col pensiero la via principale della città tutta imbandierata a mezz'asta:
VIA COSTANZO RAMBERTI
E le finestre gremite di gente in attesa del carro tirato da otto cavalli bardati, coperto di corone; e tanti per via che si mostravano a dito quella del Re, bellissima fra tutte.
Il cimitero era laggiú, dietro il colle, fosco e solitario.
I cavalli andavano a passo lento, quasi per dargli il tempo di godere di quegli estremi onori che gli si rendevano e che gli prolungavano d'un breve tratto ancora la vita oltre la fine...
II.
Tutto questo l'on.
Costanzo Ramberti immaginò alla vigilia della morte.
Un po' per colpa sua, un po' per colpa d'altri, la realtà non corrispose interamente a quanto egli aveva immaginato.
Già morí di notte, non si sa se durante il sonno; certo senza farsi sentire dal cav.
Spigula-Nonnis che, vinto dalla stanchezza, s'era profondamente addormentato sulla poltrona a piè del letto.
Questo sarebbe stato poco male, in fondo, se il cav.
Spigula-Nonnis, svegliandosi di soprassalto verso le quattro del mattino e trovandolo già freddo e duro, non fosse rimasto straordinariamente impressionato, prima da uno strano ronzio nella camera, poi dalla luna piena, che, nel declinare, pareva si fosse arrestata in cielo a mirare quel morto sul letto, attraverso i vetri della finestra rimasta per inavvertenza con gli scuri aperti.
Il ronzio era d'un moscone, a cui egli col suo destarsi improvviso aveva rotto il sonno.
Quando, all'alba, accorse il sindaco Agostino Migneco, chiamato in fretta in furia dal cameriere, il cav.
Spigula-Nonnis:
- C'era la luna...
c'era la luna...
Non sapeva dir altro.
- La luna? che luna?
- Una luna!...
una luna!...
- Va bene, c'era la luna...
ma, caro signore, qua bisogna spedire un telegramma d'urgenza a S.E.
il presidente della Camera; un altro a S.E.
il presidente del Consiglio; un altro al sindaco di...
di dov'era deputato Sua Eccellenza?
- Valdana...
(Che luna!)
- Lasci stare la luna! Dunque al sindaco di Valdana, si dice: e tre, tutti d'urgenza: per dar l'infausto annunzio alla cittadinanza, mi spiego? a gli elettori...
Avrà da fare quel sindaco! Si sbrighi, per carità! Bisognerà fare aprire l'ufficio telegrafico: si faccia accompagnare da una guardia, a nome mio.
E poi subito qua! Bisognerà vestirlo al piú presto.
Vede? il cadavere è già irrigidito.
Per miracolo il cav.
Spigula-Nonnis non mise in tutti quei telegrammi, che c'era la luna.
Davvero, per farsi onore, il sindaco Migneco avrebbe voluto metter su una camera ardente da far restare tutti a bocca aperta, col catafalco e ogni cosa.
Ma...
paesetti; non si trovava nulla; mancavano i bravi operai.
Era corso in chiesa per qualche paramento.
Tutti damaschi rossi a strisce d'oro.
Fossero stati neri! Prese quattro candelabri dorati, roba del mille e uno...
Fiori, sí, e piante: fiori per terra, fiori sul letto: tutta la camera piena.
La marsina intanto non si trovò nel baule, e il cav.
Spigula-Nonnis fu costretto a correre a Roma, nel quartierino in via Ludovisi; ma non la trovò neanche là: era nel baule, era, giú in fondo.
Se aveva proprio perduto la testa quel pover'uomo! Oh, affezionatissimo...
Lagrime a fontana.
Ma la marsina si dovette spaccare in due, di dietro (peccato, nuova nuova!) perché le braccia del cadavere non si movevano piú.
E, appena vestito, sissignori, si dovette rispogliare e poi rivestire daccapo, perché dal Municipio di Valdana (questo sí, come l'on.
Costanzo Ramberti aveva immaginato) giunse un telegramma d'urgenza, nel quale si annunziava che la cittadinanza addoloratissima con voto unanime reclamava la salma del suo illustre rappresentante per onorarla con esequie solenni: monumento...
anche un monumento! cose grandi, e sí, proprio una piazza, quella della Posta, ribattezzata col nome di lui - e un medico arrivò a Roma per praticare al cadavere alcune iniezioni di formalina, diceva; "sformalina" avrebbe detto invece il sindaco Migneco, col dovuto rispetto, perché, dopo quelle iniezioni...
- oh, il volto cereo, l'eleganza con cui si era rappresentato da morto l'on.
Costanzo Ramberti! Un faccione cosí gli fecero, senza piú né naso, né guance, né collo, né nulla; una palla di sego, ecco.
Tanto che si pensò di nascondergli il volto con un fazzoletto.
Molti piú deputati amici, di quanto l'on.
Costanzo Ramberti sapesse d'averne, accorsero la mattina seguente a Castel Gandolfo, insieme coi presidenti della Camera e del Consiglio e i ministri e i sotto-segretarii di Stato.
Vennero anche alcuni senatori, tra i meno vecchi, e una frotta di giornalisti e anche due fotografi.
Era una splendida giornata.
A gente oppressa da tanti gravi problemi sociali, intristita da tante brighe quotidiane, doveva certo far l'effetto d'una festa quel tuffo nell'azzurro, la vista deliziosa della campagna rinverdita, dei Castelli romani solatii, del lago e dei boschi in quell'aria ancora un po' frizzante, ma nella quale si presentiva già l'alito della primavera.
Non lo dicevano; si mostravano anzi compunti, ed erano forse; ma per il segreto rammarico d'aver consumato e di consumare tuttavia in lotte vane e meschine l'esistenza cosí breve, cosí poco sicura, e che pur sentivano cara, lí, in quella fresca, ariosa apparizione incantevole.
Un certo conforto veniva loro dal pensiero che essi ne potevano godere ancora, pur fuggevolmente, mentre quel loro compagno, no.
E cosí confortati, in fatti, a poco a poco, durante il breve tragitto cominciarono a conversare lietamente, a ridere, grati a quei cinque o sei piú sinceri, che per i primi avevano rotto l'aria di compunzione con qualche frizzo e ora seguitavano a far da buffoni.
Pure, di tratto in tratto, come se dagli usciolini delle vetture intercomunicanti si affacciasse la testa di Costanzo Ramberti, le conversazioni gaje e le risate cadevano; e avvertivano tutti quasi uno smarrimento, un disagio impiccioso, segnatamente coloro che non avevano proprio alcuna ragione di trovarsi lí, tranne quella di fare una gita in larga compagnia, notoriamente avversarii del Ramberti o denigratori di lui in segreto.
Avvertivano costoro che la loro presenza violentava qualche cosa.
Che cosa? l'aspettazione del morto, l'aspettazione d'uno che non poteva piú protestare e cacciarli via, svergognandoli?
Ma era, sí o no, una visita funebre, quella?
Se era, via! un morto non si va a visitarlo cosí, chiacchierando allegramente e ridendo.
Tutti quei colleghi là, amici e non amici, ignoravano la rappresentazione che il povero Ramberti si era fatta, alla vigilia della morte, di quella loro visita, naturalmente secondo il carattere che essa avrebbe dovuto avere, di tristezza, di rimpianto, di commiserazione per lui.
La ignoravano; e tuttavia, per il solo fatto che essa ora si effettuava, non potevano non avvertire di tratto in tratto, che era sconveniente il modo con cui si effettuava; e i non amici non potevano non avvertire che essi vi erano di piú, e che commettevano una violenza.
Appena scesi alla stazione di Castel Gandolfo tutti però si ricomposero, riassunsero l'aria grave e compunta, si vestirono della solennità del momento luttuoso, dell'importanza che dava loro la folla rispettosa, accorsa per assistere all'arrivo.
Guidati dal sindaco Migneco e dai consiglieri comunali, affocati in volto, tutti in sudore, coi polsini che scappavan fuori dalle maniche e il giro delle cravatte dai colletti, ministri e deputati si recarono a piedi, in colonna, coi due presidenti in testa, fra due ali e un codazzo enorme di popolo, alla villa del Ramberti.
Quest'arrivo, questa entrata nel paese imbandierato a lutto, questo corteo, furono realmente di gran lunga superiori a quanto il Ramberti aveva immaginato.
Se non che, proprio nel momento piú solenne, allorché il presidente della Camera e quello del Consiglio con tutti i ministri e i sotto-segretarii e i deputati e la folla dei curiosi entrarono nella camera ardente, a capo scoperto, accadde una cosa che l'on.
Ramberti non si sarebbe potuto mai immaginare: una cosa orribile, nel silenzio quasi sacro di quella scena: un improvviso borboglio lugubre, squacquerato, nel ventre del cadavere, che intronò e atterrí tutti gli astanti.
Che era stato?
- Digestio post mortem, - sospirò, dignitosamente in latino, uno di essi, ch'era medico, appena poté rimettersi un po' di fiato in corpo.
E tutti gli altri guatarono sconcertati il cadavere, che pareva si fosse coperto il volto col fazzoletto, per fare, senza vergogna, una tal cosa in faccia alle supreme autorità della nazione.
E uscirono, gravemente accigliati, dalla camera ardente.
Quando, tre ore dopo, alla stazione di Roma, il cav.
Spigula-Nonnis, vide con infinita tristezza allontanarsi tutti coloro che erano venuti a Castel Gandolfo, senza volgere nemmeno uno sguardo, un ultimo sguardo d'addio al carro, ove S.E.
l'on.
Ramberti era chiuso, ebbe l'impressione d'un tradimento.
Era tutto finito cosí?
E restò, lui solo, nell'incerto, afflitto lume del giorno morente, sotto l'alto, immenso lucernario affumicato, a seguire con gli occhi le manovre del treno, che si scomponeva.
Dopo molte evoluzioni su per le linee intricate, vide alla fine quel carro lasciato in capo a un binario, in fondo, accanto a un altro, su cui già era incollato un cartellino con la scritta Feretro.
Un vecchio facchino della stazione, mezzo sciancato e asmatico, venne col pentolino della colla ad attaccare anche sul carro dell'on.
Ramberti lo stesso cartellino, e se ne andò.
Il cav.
Spigula-Nonnis si accostò per leggerlo con gli occhi miopi: lesse piú su: "Cavalli 8, Uomini 40" e scrollò il capo e sospirò.
Stette ancora un pezzo, un lungo pezzo a contemplare quei due carri-feretro lí accanto.
Due morti, due già andati, che dovevano ancora viaggiare!
E sarebbero rimasti lí, soli, quella notte, tra il frastuono dei treni in arrivo e in partenza, tra l'andar frettoloso dei viaggiatori notturni; lí stesi, immobili, nel bujo delle loro casse, fra il tramenio incessante d'una stazione ferroviaria.
Addio! addio!
E anche lui, il cav.
Spigula-Nonnis, se ne andò.
Se ne andò angosciato.
Per via però, comperati i giornali della sera, si riconfortò nel vedere le lunghe necrologie, che tutti recavano in prima pagina, col ritratto dell'illustre estinto in mezzo.
A casa, s'immerse nella lettura di esse, e si commosse molto al cenno, che uno di quei giornali faceva, delle cure, dell'amorosa assistenza, della devozione, di cui egli, il cav.
Spigula-Nonnis, aveva circondato in quegli ultimi mesi l'on.
Costanzo Ramberti.
Peccato che il Nonnis del suo cognome fosse stampato con un'"enne" sola!
Ma si capiva ch'era lui.
Rilesse quel cenno, a dir poco, una ventina di volte; e, ridisceso su la via, per recarsi a cenare alla solita pensione, volle prima di tutto comperare in un'edicola altre dieci copie di quel giornale, per mandarle a Novara, il giorno appresso, ai parenti, a gli amici, con l'"enne" aggiunta, s'intende, e il passo segnato con un tratto di lapis turchino.
Grandi elogi, grandi elogi facevano tutti dell'on.
Costanzo Ramberti: il compianto era unanime, e debitamente erano messi in rilievo i meriti, lo zelo, l'onestà.
Tutto, come l'on.
Costanzo Ramberti s'era figurato.
C'era "l'esistenza innanzi tempo spezzata" e c'erano "i grandi servigi che certamente egli avrebbe potuto rendere ancora alla patria".
E i telegrammi di Valdana parlavano della profonda costernazione della cittadinanza al ferale annunzio, delle straordinarie, indimenticabili onoranze che la città natale avrebbe fatto al suo Grande Figlio, e annunziavano che già il sindaco, una rappresentanza del Consiglio comunale e altri egregi cittadini, devoti amici dell'illustre estinto, erano partiti alla volta di Roma per scortare il cadavere.
Rincasando verso la mezzanotte, nel silenzio delle vie deserte, vegliate lugubremente dai lampioni, il cav.
Spigula-Nonnis ripensò ai due carri-feretro là in capo a un binario della stazione, in attesa.
Se quei due morti avessero potuto farsi compagnia, conversando tra loro, per ingannare il tempo! Sorrise mestamente, a questo pensiero, il cav.
Spigula-Nonnis.
Chi sa chi era quell'altro, e dove sarebbe andato a finire...
Stava lí, quella notte, senza alcun sospetto dell'onore che gli toccava, d'avere accanto uno che riempiva di sé, in quel momento, tutti i giornali d'Italia, e che il giorno appresso avrebbe avuto accoglienze trionfali da tutta una città che lo piangeva.
Poteva mai passare per il capo al cav.
Spigula-Nonnis, che il carro-feretro dell'on.
Costanzo Ramberti, verso le due, da alcuni ferrovieri cascanti a pezzi dal sonno dovesse essere agganciato al treno che partiva in quell'ora per l'Abruzzo, e che l'illustre estinto dovesse cosí essere sottratto alle accoglienze trionfali, alle onoranze solenni della sua città natale?
Ma l'on.
Costanzo Ramberti, uomo politico, già salito al potere, addentro perciò "nelle segrete cose", l'on.
Costanzo Ramberti che conosceva tutte le magagne del servizio ferroviario, avrebbe potuto prevedere facilmente un simile tradimento.
Dati due carri-feretro in attesa in una stazione di tanto traffico, niente di piú facile e di piú ovvio, che uno fosse spedito al destino dell'altro, e viceversa.
Chiuso, inchiodato lí nel suo carro, ora, egli non poté protestare contro quello scambio indegno, allo strappo che sei facchini bestiali facevano in quel momento di tutte le gramaglie, di cui la sua Valdana si parava quella notte, per accoglierlo solennemente il giorno appresso.
E in coda a quel treno che partiva per l'Abruzzo, quasi vuoto, e che, coi freni logori, finiva di sconquassare le povere, vecchie, sporche vetture di cui era composto, gli toccò a viaggiare per tutto il resto della notte, via lentamente, via lugubremente, verso la destinazione di quell'altro morto, ch'era un giovine seminarista di Avezzano, per nome Feliciangiolo Scanalino.
Naturalmente, il carro feretro di questo, la mattina dopo, fu adornato con magnificenza, sotto la vigilanza dello stesso capo della casa di pompe funebri, che si era assunto l'incarico del funerale a spese dello Stato.
Paramenti ricchissimi di velluto con frange d'argento, a padiglione, e veli e nastri e palme! Sul feretro, coperto da una splendida coltre, la sola corona del Re; ai due lati, quelle dei presidenti della Camera e del Consiglio dei ministri.
Circa una settantina di altre corone furono allogate nel carro appresso.
E alle otto e mezzo precise innanzi a gli occhi ammirati d'una vera folla d'amici dell'on Costanzo Ramberti, Feliciangiolo Scanalino partí verso le onoranze solenni di Valdana.
Quando, verso le tre del pomeriggio, il treno arrivò alla stazione di Valdana, rigurgitante di popolo commosso, il sindaco, che aveva accompagnato la salma con la rappresentanza comunale, fu chiamato misteriosamente in disparte, nella sala del telegrafo, dal capo-stazione, che tremava tutto, pallidissimo.
Era arrivato dalla stazione di Roma un telegramma, che avvertiva in gran segreto dello scambio dei vagoni mortuarii.
La salma dell'on.
Ramberti si trovava alla stazione d'Avezzano.
Il sindaco di Valdana restò come basito.
E come si faceva adesso con tutto il popolo lí in attesa? con la città parata?
- Commendatore, - suggerí sottovoce il capostazione, ponendosi una mano sul petto, - lo so io solo e il telegrafista, qua; anche a Roma e ad Avezzano, il capo-stazione e il telegrafista.
Commendatore, è interesse nostro, dell'Amministrazione ferroviaria, tener segreta la cosa.
Si affidi!
Che altro si poteva fare in un frangente come quello? E l'innocente seminarista Feliciangiolo Scanalino ebbe le accoglienze trionfali della città di Valdana, nel carro funebre che pareva una montagna di fiori, tirato da otto cavalli; ebbe la corona del Re; ebbe l'elogio funebre del sindaco, ebbe l'accompagnamento di tutto un popolo fino al cimitero.
L'on.
Costanzo Ramberti viaggiava frattanto, da Avezzano, nel carro nudo e polveroso Cavalli 8, Uomini 40, senza un fiore, senza un nastro: povera spoglia rimandata via, sballottata fuori di strada, per luoghi cosí lontani dal suo destino.
Arrivò di notte alla stazione di Valdana.
Il solo sindaco e quattro fidati beccamorti erano ad aspettarla alla stazione, e zitti zitti, col passo dei ladri che sottraggono alla vista dei doganieri un contrabbando, su e giú per viottoli di campagna stenebrati a malapena da un lanternino, se la portarono al camposanto e la seppellirono, traendo un gran sospiro di sollievo.
IL GUARDAROBA DELL'ELOQUENZA
Ascoltando per via o nelle case dei conoscenti o nei pubblici ritrovi le chiacchiere della gente sugli avvenimenti del giorno, Bonaventura Camposoldani aveva intuito che sopra i comuni bisogni materiali e i casi quotidiani della vita e le ordinarie occupazioni, gravita una certa atmosfera ideale, fatta di concetti piú o meno grossolani, di riflessioni piú o meno ovvie, di considerazioni generiche, di motti e proverbi e via dicendo, a cui nei momenti d'ozio tutti coloro che sogliono stare l'intero giorno sotto il peso delle loro meschine esistenze cercano di sollevarsi per prendere una boccata d'aria.
Naturalmente, in questa atmosfera ideale sono come tanti pesci fuor d'acqua; si smarriscono facilmente, abbagliati dallo sprazzo di qualche pensiero improvviso.
Bisognava saper cogliere questo momento per prenderli all'amo.
Bonaventura Camposoldani s'era addestrato meravigliosamente.
Avere un'idea "unificatrice"; proporla a una dozzina d'amici di qualche autorità e di molte aderenze; indire una prima riunione per lo svolgimento dell'idea e la dimostrazione dei vantaggi da cavarne, delle benemerenze da acquistarne; poi nominare una commissione per compilare uno statuto: tutto era qui.
Nominata la commissione, compilato lo statuto, indetta una nuova riunione per discuterne e approvarne gli articoli; per la nomina delle cariche sociali; eletto ad unanimità presidente Bonaventura Camposoldani che ne aveva avuto l'idea e aveva trovato la sede provvisoria senza darsi un momento di requie; il circolo nasceva e cominciava subito a morire per tutti i socii che non se ne curavano piú; seguitava a vivere soltanto per Bonaventura Camposoldani che - presidente, consigliere, amministratore, cassiere, segretario - al primo d'ogni mese mandava l'esattore a svegliare con garbo, per un momentino solo, gli addormentati, il cui sonno, leggero nel primo mese, diveniva a mano a mano piú grave e infine letargo profondo.
L'esattore di tutti i circoli fondati da Bonaventura Camposoldani era sempre lo stesso: un vecchietto che si chiamava Bencivenni.
Squallido piccolo gracile tremulo, spirava dai chiari occhietti cilestri, perennemente pieni di lagrime, una serafica ingenuità.
Camposoldani lo aveva da un pezzo soprannominato Geremia, e tutti credevano che si chiamasse davvero Geremia di nome e Bencivenni di cognome.
Lo proteggeva Camposoldani perché veramente il povero vecchio meritava d'essere protetto: reduce dalle patrie battaglie, superstite di Villa Glori e - per modestia - morto di fame.
A voltare la pagina, un po' sciocco era anche stato, per dire la verità.
S'era presa in moglie la vedova d'un suo fratello d'armi morto a Digione; s'era tirati su quattro figliuoli non suoi; la moglie dopo cinque anni gli era morta; i tre figliastri, appena cresciuti, lo avevano abbandonato; ed era rimasto solo, cosí vecchio, nella miseria, con la figliastra femmina, amata come una figlia vera.
Se piangeva sempre, dunque, Geremia ne aveva ragione.
Ma non piangeva nient'affatto Geremia.
Pareva che piangesse; non piangeva.
Linfatico di natura, andava facilmente soggetto ai raffreddori.
E non solo gli occhi gli sgocciolavano, ma il naso, quel povero naso gracile e pallidissimo, affilato, stirato a furia di soffiarselo per impedire ogni volta un'ira di Dio, certe scariche interminabili di starnuti comicissimi, piccoli, rapidi, secchi, durante le quali pareva che, terribilmente stizzito contro se stesso, volesse col naso beccarsi il petto.
- Mea culpa...
mea culpa...
mea culpa...
- diceva Camposoldani, imitando a ogni starnuto le scrollatine del vecchio.
Il quale, andando in giro tutto il giorno, arrivava sempre stanco morto nelle case dei socii.
Perduto in vecchi abiti sempre fuor di stagione, avuti in elemosina o comperati di combinazione, coi poveri piedi imbarcati in certe scarpacce legate con lo spago, entrava parlando sottovoce, quasi tra sé, con una larva di sorriso su le labbra, sorriso ragionevole e pur mesto.
Certe mossettine di capo aveva poi, aggraziate, e un muover di palpebre pieno di filosofica indulgenza su quegli occhietti chiari, ingenui e acquosi, che tutti a guardarlo non sapevano che pensarne.
Pareva seguitasse un discorso per cui gli avessero dato corda la mattina, uscendo di casa: un discorso ch'egli forse non interrompeva neanche per via, né salendo o scendendo le scale.
Infatti, nelle case dei socii entrava parlando, e parlando ne usciva, senza smettere un momento, neppure mentre con la mano tremicchiante raspava sul registro la ricevuta della tassa mensile.
Ma nessuno riusciva a capire che cosa dicesse.
Tutti supponevano che il povero vecchio si lamentasse del troppo camminare, del salire e scendere troppe scale, alla sua età, cosí mal ridotto.
Se non che, in mezzo a quel biascichio fitto, tra un sorrisetto e l'altro mesto e ragionevole, ecco che si coglieva ora il nome di un ministro o di questo o quel deputato al Parlamento, ora il titolo d'un giornale.
E tutti allora restavano stupiti e frastornati a mirarlo, non comprendendo come c'entrassero quei nomi e quei titoli di giornali nelle sue lamentele.
C'entravano, invece, benissimo.
Perché Geremia Bencivenni non si lamentava affatto, ma intendeva di conversare, cosí sottovoce e quasi tra sé; forse credeva ne avesse l'obbligo, avvicinando tanta gente perbene; e parlava di politica, delle belle leggi che si votano in Parlamento, o commentava un fatto di cronaca, o dava notizia del socio A da cui era stato poc'anzi, o del socio B dal quale si sarebbe or ora recato.
Se qualcuno gli diceva che non intendeva piú pagare perché non voleva piú far parte del circolo, Geremia non se ne dava per inteso: staccava, come se niente fosse, la ricevuta debitamente firmata e la lasciava lí sul tavolino; quasi che questo solo fosse il suo compito e non dovesse curarsi d'altro, almeno fin tanto che c'era qualche socio, il quale, o per levarselo davanti o per pietà o per dabbenaggine, seguitava a pagare.
Quando poi Geremia, piú cadente che mai, veniva ad annunziare che proprio non c'era piú nessuno che volesse pagare e, in prova, tirava fuori rovesciate tutte le tasche della giacca, del panciotto, dei calzoni e mostrava anche la fodera del cappelluccio bisunto, Bonaventura Camposoldani restava per un momento perplesso, se disperdere con un soffio quella larva di circolo di cui Geremia gli rappresentava l'immagine, o se risuscitarla con un lampo geniale.
Nel primo caso, avrebbe dovuto rimettersi alla fatica di fondarne subito un altro.
Gli seccava.
E poi, meglio non abusare.
Dunque, un lampo...
un lampo...
Che lampo?
Contava segnatamente su due cose, Camposoldani.
Cioè, su quella che egli chiamava "elasticità morale" del popolo italiano e su la pigrizia mentale di esso.
Martino Lutero avrebbe voluto pagare centomila fiorini perché gli fosse risparmiata la vista di Roma?
Martino Lutero era uno sciocco.
Ecco qua: temperamenti per temperature.
Bisognava considerare prima di tutto la temperatura.
In Germania fa freddo.
Ora, naturalmente, il freddo, come congela l'acqua, cosí irrigidisce gli spiriti.
Formule precise.
Precetti e norme assolute.
Non c'è elasticità.
In ltalia fa caldo.
Il sole, se da un canto addormenta gl'ingegni e intorpidisce le energie, dall'altro mantiene elastiche, accese, in continua fusione le anime.
Tirate, le anime cedono, s'allungano come una pasta molle, si lasciano aggirare intorno a un gomitolo qualsiasi, purché si faccia con garbo, s'intende, e pian pianino.
Tolleranza.
Che vuol dire tolleranza? Ma appunto questo: pigrizia mentale, elasticità morale.
Vivere e lasciar vivere.
Il popolo italiano non vuol darsi la pena di pensare: commette a pochi l'incarico di pensare per lui.
Ora questi pochi, siamo giusti, anche per poter pensare cosí in grande, per tutti, senza stancarsi, bisogna che siano ben nutriti.
Mens sana in corpore sano.
E il popolo italiano li lascia mangiare, purché facciano sempre con garbo, s'intende, e salvino in certo qual modo le apparenze.
Poi batte le mani, senza troppo scaldarsi, ogni qual volta i suoi commessi pensatori riescano per avventura a procurargli qualche soddisfazioncella.
Ecco qua: qualche soddisfazioncella doveva egli procurare ai socii del circolo moribondo per destarli dalla loro morosità.
E Bonaventura Camposoldani ci riusciva quasi sempre.
Quest'ultimo non era propriamente un circolo, ma un'associazione nazionale con un intento eminentemente patriottico e civile.
Si proponeva di raccogliere in esercito operoso, in ogni provincia e comune d'Italia, tutti coloro cui stesse a cuore sanare finalmente la piaga vergognosa dell'analfabetismo e diffondere per via di letture e conferenze il gusto della cultura nel popolo italiano.
Nel fondo dell'anima Bonaventura Camposoldani stimava pregio inestimabile del popolo italiano la costante avversione a ogni genere di cultura e d'educazione, come quelle che, appena conquistate, rendono necessarie tante cose di cui, per esser saggi veramente, si dovrebbe fare a meno.
Ma non osava piú dirselo neanche in tacito sinu, ora che ben settantacinque sezioni contro l'analfabetismo s'erano formate in meno d'un anno, delle quali quarantadue (sintomo consolantissimo di salutare risveglio!) nelle provincie meridionali.
La nuova Associazione nazionale per la cultura del popolo contava ormai piú di mille e seicento soci.
Sede centrale, Roma.
E il Governo saggiamente aveva concesso, per costituirle un fondo di riserva necessario, una tombola telegrafica, che aveva fruttato la bellezza di quarantacinque mila lire, poco piú, poco meno.
Le aveva inaugurate quasi tutte lui, quelle settantacinque sezioni, improvvisando un discorso di un'ora per ciascuna, sui beneficii dell'alfabeto e i vantaggi della cultura.
Solo quattro o cinque, per non parer troppo invadente, le aveva lasciate inaugurare a un tal Pascotti, professore di storia in un liceo di Roma, vicepresidente della sede centrale, bell'uomo, tutto quanto rotondo, anche nella voce: rotondo e pastoso.
Pover'uomo, bisognava compatirlo; aveva la debolezza di credersi sul serio un forte oratore: aveva veramente una grande facilità di parola, e parlava dipinto, con frasi fiorite, a periodi numerosi; s'impostava che neanche Demostene o Cicerone, e giú per ore e ore, senza mai concludere nulla, abbandonato beatamente all'onda sonora che gli fluiva dalle labbra.
Come se fosse una pasta molle, con le mani grassocce levate davanti alla bocca, pareva palpeggiasse quella sua eloquenza e la arrotondasse e la appallottolasse, atteggiati gli occhi di voluttà.
Per un momento, tutti stavano a sentirlo con piacere; ma poi, le fronti che s'erano aggrottate nell'attenzione, cominciavano a tirar su a poco a poco le sopracciglia; gli occhi si ingrandivano, si spalancavano intorno smarriti, come per cercare una via di scampo.
Indignato dell'esito di quei suoi cinque discorsi inaugurali, Pascotti s'era dimesso da vicepresidente e non s'era fatto piú vivo.
Ottenuta la tombola, sbollito il primo fervore, la sede centrale di Roma s'era profondamente addormentata.
Lavoravano ancora con alacrità un po' inquietante le sezioni, segnatamente due o tre, ma per fortuna molto lontane, in Calabria e in Sicilia.
Che risate si faceva Bonaventura Camposoldani nel leggere le relazioni in istile eroico dei presidenti di quelle sezioni, poveri maestri elementari! Certuni mandavano finanche allegri trattatelli di pedagogia interi interi.
Ma che fatica anche, doverli abbassar di tono, riassumere, e qua raddrizzare un periodo, e là pescare il senso miseramente naufragato in un mare di frasi accavallate e spumanti! Doveva pure mandarle a stampa, quelle relazioni, nel Bollettino dell'Associazione, che aveva stimato opportuno pubblicare almeno una volta al mese, perché le quarantacinquemila lire della tombola dessero qualche segno di vita.
E questa volta aveva dovuto anche dar sede stabile all'Associazione.
Aveva preso in affitto un quartierino al primo piano d'una vecchia casa in via delle Marmorelle, due stanzette e una bella sala per le sedute, caso mai i soci di Roma per qualche miracolo si fossero sognati di tenerne qualcuna.
Una tavola coperta da un panno verde per la Presidenza e il Consiglio, penne e calamai, una cinquantina di seggiole, tre tende alle finestre, cinque ritratti oleografici dei tre re e delle due regine alle pareti, un mezzobusto di gesso abbronzato, indispensabile, di Dante Alighieri su una colonnina pure di gesso dietro la tavola della Presidenza, un vassojo con due bottiglie da acqua e quattro bicchieri, una cassetta da sputare...
che altro? ah, la bandiera dell'Associazione: tutto questo, nella sala delle sedute.
In una delle due stanzette s'era allogato lui, Camposoldani: non per dormirci, no: per lavorare dalla mattina alla sera, poiché i consiglieri eletti e il segretario, al solito, lo lasciavano solo e doveva far tutto da sé; tanto che, a un certo punto, aveva stimato inutile tenere ancora in affitto la camera mobigliata in via Ovidio, in fondo ai Prati, e la notte, stanco del lavoro di tutta la giornata, si buttava a dormire vestito, lí su l'ottomana, per poche ore.
Nell'altra stanzetta c'era allogato Geremia con la figliuola.
Povero Geremia! Aveva finalmente una retribuzione fissa, sul fondo della tombola telegrafica, e casa franca.
Poteva ormai dire che l'Italia, per cui aveva sofferto e combattuto, s'era alla fine costituita e rassettata.
In premio delle eroiche fatiche della sua gioventú, in compenso dei molti stenti patiti fino alla vecchiaja, alloggiava nella sede d'una Associazione nazionale, e Tudina, la figliastra, poteva alla fine stendere ad asciugare su le cinquanta sedie della sala tutti i suoi straccetti, talvolta anche sul mezzobusto di Dante Alighieri; per ignoranza, badiamo, povera Tudina, non per mancanza di rispetto al padre della lingua italiana.
Dante Alighieri, per Tudina, era tutto in quel naso sdegnosamente arricciato.
Lo chiamava: Quell'uomo che sente puzza.
E non capiva, Tudina, perché Camposoldani lo tenesse lí, in capo alla sala, dietro la tavola della Presidenza.
Stendendo il bucato su le sedie non poteva soffrire quella faccia di gesso che la guardava dalla colonnina con quel cipiglio sdegnoso, e correva subito a nasconderla con uno straccetto.
Non era brutta Tudina, ma neanche bella.
Belli, veramente belli, aveva gli occhi soltanto, e anche i capelli: neri profondi e brillanti, gli occhi; neri e riccioluti, i capelli.
Aveva già ventiquattro anni, ma pareva ne avesse quindici, non piú.
Nelle carni, nell'aria della testa, in quegli occhi brillanti, in quei capelli riccioluti, sempre arruffati, era rimasta ragazza, una ragazza mezzo selvaggia, irriducibile a ogni principio d'esperienza e di cultura.
Era stata a scuola, da bambina; in parecchie scuole: da tutte era stata cacciata via.
Una volta s'era messa sotto i piedi una compagna, e per miracolo non le aveva strappato gli occhi; un'altra volta s'era ribellata con atti non meno violenti di insubordinazione alla maestra.
Nessuno aveva voluto tener conto della ragione di quegli atti violenti.
Ma s'era messa quella compagna sotto i piedi vedendosi derisa per aver detto che aveva paura dei cani perché una gatta, da bambina, l'aveva sgraffiata.
Quella compagna non sapeva ch'ella teneva amorosamente in braccio quella gatta, la quale aveva fatto da poco certi gattini bellini bellini, e che un cane s'era accostato minaccioso, abbajando, e che la gatta allora s'era arruffata e, non potendo sgraffiare il cane, aveva sgraffiato lei: donde, logicamente, la sua paura dei cani.
Quella maestra poi, aveva voluto nientemeno costringerla a intingere nel calamajo il pennino, un bel pennino tutto pulito e lucente che figurava una mano con l'indice teso, un amore di pennino che a lei, per altro, pareva quasi un'arma, di cui, mandandola a scuola, la avessero munita e che ella dovesse custodire gelosamente e conservare intatta.
Piú volte, il patrigno, tornando a casa stanco, la sera, s'era provato prima di cena o dopo cena a insegnarle con molta pazienza un po' di alfabeto sul sillabario.
Il fatto che b e a fa ba, enunziato dal patrigno con quella vocina di zanzara e quel sorrisetto mesto e ragionevole che gli era abituale, non le era sembrato né serio né verosimile.
Era rimasta a mirarlo negli occhi a bocca aperta.
Spesso, anche adesso, rimaneva a lungo a mirarlo cosí, per una ragione, che piú speciosa non si sarebbe potuta immaginare.
Non era mica certa, Tudina, che quel suo patrigno fosse vero, un uomo vero, di carne e ossa come tutti gli altri, e non piuttosto una larva d'uomo, un'ombra che un soffio poteva portar via.
Lo vedeva parlare, sorridere; ma che dicesse, perché o di che sorridesse, non capiva neanche lei.
Non capiva perché talvolta gli brillassero gli occhi chiari dietro il velo perenne delle lagrime.
E non sapeva credere che le dita tremicchianti di quelle manine esangui avessero tatto, da sentir le cose che toccavano, o ch'egli avvertisse il gusto dei cibi che mangiava, o che in quella testa candida si potessero volgere pensieri.
Le pareva quasi aereo, quel patrigno, un uomo che per sé, di suo, non avesse nulla, a cui tutto venisse di combinazione, non perché lui facesse qualche cosa per averlo, ma perché gli altri glielo davano, quasi per ridere, per il gusto di vedere come stava cosí parato e messo su, con quella camicia, con quel cappello, con quelle scarpe, con quei calzoni, con quel pastrano: tutto, sempre, troppo largo, tanto largo che vi sembrava dentro perduto.
Quegli abiti, quel cappello, quelle scarpe conservavano tutti qualche cosa della loro provenienza; Tudina li riconosceva per quelli di Tizio o di Cajo; ma chi era, che consistenza aveva colui che li portava?
Mai una camicia di suo; mai un pajo di scarpe fatte per i suoi piedi; mai un cappello che gli calzasse giusto in capo!
La miseria, l'incertezza d'ogni stato, quel vederlo andare sempre vagabondo quasi per aria, smarrito, dietro a faccende vane, con quel ronzio di parole senza senso su le labbra tra i risolini e le lagrime, le davano quell'idea dell'irrealità di lui, non solo, ma anche di se stessa e di tutto.
Dove, in che poteva toccarla, la realtà, lei, in quella perpetua precarietà d'esistenza, se attorno e dentro di lei tutto era instabile e incerto, se non aveva niente né nessuno a cui appoggiarsi?
E Tudina balzava talvolta d'improvviso a stracciare, a rompere, a fracassare, un fascio di carte, un viso, un qualunque oggetto, che stranamente a poco a poco le s'avvistasse davanti agli occhi; cosí, apparentemente per un impeto selvaggio, ma in realtà per un bisogno istintivo, incosciente, di togliersi dinanzi e distruggere certe cose di cui non riusciva a cogliere il senso e il valore, o di sperimentare la sua presenza, la sua forza contro di esse, per il dispetto ch'esse le facevano nel vedersele star lí davanti, ecco, come se lei non ci fosse, come se lei, volendo, non le potesse stracciare, rompere, fracassare.
Quel vaso lí...
ma sí che lei poteva da lí metterlo qui, e da qui lí, e anche sbatterlo forte, cosí, sul davanzale della finestra, e fracassarlo...
ecco fatto...
Perché? Ma per niente...
cosí...
perché le faceva dispetto! Invece per certi altri oggetti tenui, labili, minuscoli, di nessun valore, un pezzetto di carta velina colorata, un chicco di vetro, un bottone di camicia di finta madreperla, aveva protezione, cura, delicatezza infinita: li lisciava con un dito e se li metteva fra le labbra.
E certi giorni non finiva mai di carezzarsi con le dita i folti riccioli neri, asserpolati sul capo, allungandoli pian piano e poi lasciandoli riasserpolare, non per civetteria, ma per il piacere che le dava quella carezza; cert'altri giorni al contrario se li stracciava col pettine rabbiosamente.
Bonaventura Camposoldani non aveva mai badato a quella figliastra di Geremia.
Le donne non entravano, se non per poco e di passata, nella sua vita.
Tutt'al piú, la donna, ecco, cosí in astratto, la donna come questione sociale, il problema giuridico della donna, sí, un giorno o l'altro avrebbe potuto interessarlo.
Era un problema, una questione sociale come un'altra, da studiare, a cui attendere; e poteva entrare nel campo della sua attività: non da risolvere, Dio guardi!
Se tutti i problemi sociali, come a mano a mano sorgono dalla vita e s'impongono all'attenzione e allo studio dei commessi pensatori, si risolvessero in quattro e quattr'otto, addio professione!
E vero, sí, che la vita è prolifica di problemi sociali e se qualcuno per miracolo se ne risolve, ne sorgono subito altri due o tre nuovi; ma è una fatica, mettersi ogni volta daccapo a pensare a un problema nuovo, quand'è cosí comodo adagiarsi nei vecchi, bastando al pubblico che i problemi sociali sieno posti e il sapere che c'è chi pensa a risolverli.
Si sa che è proprio di tutti i problemi sociali esser posti e non mai risolti.
I problemi nuovi, del resto, hanno questo di male, che sono avvertiti soltanto da pochi in principio.
Non era dunque per lui, che non aveva ancora un ufficio fisso, stabilmente retribuito e con diritto a pensione, per cui si sarebbe potuto prendere il lusso di studii sempre nuovi e difficili, di lente e accorte preparazioni.
Egli professava liberamente, creando circoli, istituzioni accanto a quelli dello Stato; e aveva perciò bisogno di problemi posti da lunga data, di cui fosse largamente riconosciuta la gravità.
Ne aveva uno per le mani, che prima d'esser risolto, non una vita, ma gli avrebbe dato tempo di viverne dieci di novant'anni ciascuna! Il guajo era che i denari della tombola telegrafica, purtroppo, si assottigliavano di giorno in giorno...
S'accorse di Tudina per quello straccetto bagnato messo ad asciugare sul mezzo busto di Dante Alighieri.
La prima volta che lo vide corse a farle in camera una severa riprensione, ma non poté fare a meno di sorridere quando Tudina si mostrò stupita, che meritasse tanto rispetto quell'uomo lí con quel naso articciato, come se sentisse puzza.
Tudina interpretò il sorriso di lui come una concessione, e seguitò a stendere lo straccetto, non ostante le rinnovate riprensioni.
Bonaventura Camposoldani interpretò questa pervicacia della ragazza come un'arte per attirar la sua attenzione, e una mattina, che si trovava di buon umore, entrò nella cameretta di lei per tirarle l'orecchio come a una bambina discola e impertinente, e dirle che non doveva farlo piú, o che, se voleva farlo ancora...
Ma Tudina si ribellò a quella tirata d'orecchio, respingendolo gagliardamente; Bonaventura Camposoldani si sentí allora eccitato alla lotta: l'afferrò; tutti e due si dibatterono, un po' ridendo, un po' facendo sul serio; finché Tudina, nel vedersi presa da lui come non s'aspettava affatto di potere esser presa, non diventò furibonda: urlò, morse, sgraffiò, dapprima; poi, non volendo concedere, si sentí costretta dal suo stesso corpo a cedere; e restò alla fine come esterrefatta nello scompiglio.
Basta, eh? Parentesi chiusa, per Camposoldani, o da riaprirsi una volta tanto, a comodo, poiché la ragazza abitava lí, nella cameretta accanto.
Curiosa, però, tutta quella ribellione, dopo ch'ella lo aveva provocato...
e poi, quello spavento...
e ora, che? piangeva? oh là là, che storie! Basta, via! che c'era da piangere cosí? Geremia poteva sopravvenire da un momento all'altro, e perché dargli un dispiacere, povero vecchio, dopo che il fatto era fatto, e si poteva bene nascondere, e anche di nascosto seguitare...
perché no? senza furie, con prudenza...
- Ah, brava! Cosí...
Tudina d'un balzo, come una tigre, gli era saltata al collo, e lo aveva abbracciato freneticamente, quasi volesse strozzarlo.
Sentiva tanta vergogna...
tanta...
tanta...
e voleva che quella sua vergogna egli la riparasse con tanto, tanto amore...
sempre, perché sempre, se no, ella la avrebbe sentita, quella vergogna, e ne sarebbe morta, ecco.
Ma sí, ma sí...
Intanto perché tremava cosí? perché piangeva cosí? Zitta, calma: c'era da godere, non da morire...
Perché quella vergogna? Nessuno avrebbe saputo...
Stava a lei, che nessuno sapesse...
A lei? Eh, fosse dipeso soltanto da lei, povera Tudina...
Poteva non parlare, Tudina, non dirne nulla neanche a lui; ma, dopo tre mesi...
Bonaventura Camposoldani rimase per piú di cinque minuti a grattarsi la fronte.
Oh Dio! oh Dio! un figliuolo...
da quella ragazza...
in quelle circostanze...
E che avrebbe fatto, ora, che avrebbe detto quel povero Geremia?
Da un giorno all'altro Camposoldani s'aspettava che il vecchio gli si parasse davanti a domandargli conto e ragione di quell'ignominiosa complicazione del suo alloggio gratuito con la figliuola nella sede dell'Associazione nazionale per la cultura del popolo.
Stimando ormai inevitabile una scenata, avrebbe voluto che avvenisse al piú presto, per uscirne comunque e togliersi questo pensiero.
Ogni mattina entrava con l'animo sospeso e costernato nella sala, si faceva all'uscio della cameretta ove abitavano il padre e la figliuola; guardava accigliato l'uno e l'altra, che lo accoglievano in desolato silenzio; e, stizzito, domandava quasi per provocarli:
- Nulla di nuovo?
Geremia chiudeva gli occhi e apriva le mani.
Quasi quasi Camposoldani lo avrebbe preso per il petto, gli avrebbe dato uno scrollone, gridandogli in faccia:
- Ma parla! Smuoviti! Dimmi quello che mi devi dire e facciamola finita!
Sicché, quando una mattina, alla sua solita domanda: - "Nulla di nuovo?" - Geremia, invece di chiudere gli occhi e aprir le mani, crollò piú volte il capo in segno affermativo, Camposoldani non poté fare a meno di sbuffare:
- Ah, finalmente! Sentiamo!
Ma Geremia, placido placido, si cacciò una mano nella tasca interna della giacca, ne trasse un foglio di carta protocollo ripiegato in quattro e glielo porse.
- Che significa? - fece Camposoldani, guardando quel foglio spiegazzato, senza prenderlo.
Geremia si strinse nelle spalle e rispose:
- Non c'e altro...
- E che è questo?
- Non so.
L'ha portato un ragazzino...
Camposoldani, con le ciglia aggrondate, prese rabbiosamente il foglio; lo spiegò; cominciò a leggere; a un tratto alzò gli occhi a fulminare Geremia.
- Ah! Hai fatto questo?
Era una domanda firmata da venticinque socii, perché fosse indetta al piú presto un'adunanza.
Capolista, il professor Agesilao Pascotti.
Geremia si portò le mani tremicchianti al petto e aprendo le squallide labbra al solito sorrisetto mesto e ragionevole:
- Io? - sospirò con un filo di voce.
- Che c'entro io?
- Pezzo d'imbecille! - proruppe allora Camposoldani.
- E giusto al Pascotti ti sei rivolto?
- Io?
- Che ti figuri che ci guadagnerai adesso? Vogliono i conti? Ma subito! Comincerai dal risponderne tu, intanto!
- Io?
- Tu, tu per il primo, caro! tu che da tant'anni vai seminando le ricevute delle tasse mensili senza riscuoterne l'importo! Pezzo d'imbecille, sono tutti morosi questi firmatarii qua, tutti...
Cardilli, Voceri, Spagna, Falletri, Romeggi...
Toh! uno solo no! Concetto Sbardi...
O dove sei andato a pescarlo costui? Non sta in Abruzzo? Quello che scrive idega! È a Roma? Ah, è venuto qua? E ti sei rivolto a lui?
Investito cosí, il povero vecchio s'era provato piú volte a interromperlo, con le mani protese, battendo continuamente le palpebre su gli occhietti acquosi.
Pareva cascato dalle nuvole! Non sapeva nulla di nulla, proprio...
Se la prendeva con lui?
All'improvviso sorse in mezzo, tra i due, Tudina, che ormai non pareva piú lei.
Gonfia, scarduffata, imbruttita, si levò davanti a Camposoldani come l'immagine viva dell'infamia commessa, del laido delitto di cui s'era macchiato.
Che c'entrava il patrigno in quell'istanza? Che interesse poteva avere a metter su i socii contro di lui?
- E allora? - fece Camposoldani.
Come, donde era venuta fuori quell'istanza? a chi era saltato quel grillo? Per qual ragione, cosí tutt'a un tratto? Gente che non pagava piú, gente che non s'era fatta piú viva da tanto tempo...
Grattandosi nervosamente la bella barba nera spartita sul mento.
Camposoldani s'immerse a considerare di nuovo quell'istanza che, dalla prima firma, poteva argomentarsi scritta tutta di pugno dal Pascotti stesso; lesse, rilesse piú volte quella filza di nomi; alla fine levò il volto sorridente verso Geremia.
- Pascotti? - domandò quasi a se stesso.
E di nuovo si mise a considerare le firme.
Una sola gli dava ombra: quella dello Sbardi abruzzese.
Aveva sempre pagato, costui, puntualissimamente.
Come si trovava lí con quegli altri a schiera? Gli faceva l'effetto d'un lupo tra un branco di pecore.
Sí, era lui il nemico; lui, senza dubbio...
Era venuto a Roma, era andato a trovare il Pascotti già vicepresidente, e tutti e due...
Che volevano da lui? I conti? Padronissimi.
Ma se lo Sbardi era andato a trovare Pascotti per eleggerlo comandante supremo della battaglia, era segno che, per lo meno, non sapeva parlare.
E se mancava a lui il coraggio dell'accusa, il coraggio piú difficile, lo avrebbe avuto il rotondo Pascotti? Via! Lo faceva ridere Pascotti.
Di nuovo Camposoldani levò il volto sorridente verso Geremia.
- I conti...
- disse.
- I...
i conti? - balbettò il vecchio.
- Da me?
Camposoldani lo guatò, come se quella ingenua domanda che i socii volessero i conti da lui Geremia, gli avesse fatto balenare qualche idea.
- Da te...
da me....
vedremo - disse.
E si ritirò nella sua cameretta.
Piú tardi Geremia fu mandato in giro a distribuire gli inviti all'adunanza per la sera del giorno successivo.
Era come intronato e pareva che le gambe gli si fossero stroncate sotto.
Camposoldani rimase tutto il giorno all'Associazione a preparare la difesa.
Aveva avuto la debolezza di pagare alcuni debiti che lo opprimevano; e questa sottrazione si poteva mascherare benissimo col viaggio che diceva d'aver fatto in Germania per studiare l'organismo dei Circoli di Cultura, fiorentissimi, come tutti sapevano, in quel paese.
Poi c'erano le spese per la sede sociale, arredo, pigione; le spese per la pubblicazione del Bollettino; lo stipendio di Geremia...
che altro? ah, le spese di viaggio per le inaugurazioni...
spese che, venuto meno quasi del tutto l'introito delle rate mensili dei socii, avevano naturalmente assottigliato il fondo della tombola telegrafica.
Tutto sommato però, quanto restava?
Camposoldani tirò la somma.
Pur largheggiando nelle spese, pure arrotondando piú volte le cifre, la somma totale era ben lungi dal mettersi d'accordo col magro residuo effettivo.
Perdersi, no: non era uomo da perdersi cosí facilmente, massime di fronte a quei venticinque firmatarii con un Pascotti per capitano.
Ma i conti, no, ecco! i conti doveva trovar modo di non presentarli.
Se poi, proprio proprio vi fosse stato costretto...
un lampo, uno dei suoi soliti lampi geniali doveva salvarlo...
Che lampo?
Ci pensò tutta la notte Camposoldani e il giorno appresso.
Poche ore prima dell'adunanza, si vide all'improvviso comparire davanti Geremia, piú che mai come una larva, che un soffio sospingesse: entrò parlando, al suo solito, sottovoce, con un tremolio piú accentuato del capo e delle mani, e con l'ombra, l'ombra appena del consueto risolino mesto e ragionevole su le labbra.
- L'I...
l'Italia...
che...
ta-tanti sacrifizii...
tanti eroismi...
l'Italia che...
Vittorio...
Cavour...
chi sa che...
che cosa credevano...
dovesse diventare...
ecco qua...
donnaccia da trivio...
vergogna...
figli bastardi...
il di-disonore...
si sa!...
fratelli contro fratelli...
la...
la pa...
la palla d'Aspromonte...
bollati d'infamia...
patria di ladri...
per forza!...
madre di...
di figlie sgualdrine...
per forza!...
L'I...
l'Italia...
l'Italia...
E bisbigliate queste parole, se n'andò.
Camposoldani rimase sbalordito; non trovò la voce per richiamarlo indietro, per saper che cosa volesse dire.
Che niente niente Geremia aveva protestato in quel modo contro la seduzione e la gravidanza della figliastra?
Alla seduta, oltre ai venticinque firmatarii, intervennero appena una dozzina di socii, che non avevano mai posto piede nella sala dell'Associazione.
Dei sei consiglieri della sede centrale di Roma, nessuno volle presentarsi.
Per lettera, chi dichiarò che, secondo lo statuto sociale, si riteneva già da un pezzo scaduto dalla carica; chi, dimesso anche da socio per non aver piú pagato; chi fece finanche le meraviglie che l'Associazione fosse tuttora in vita.
Alla tavola della Presidenza si presentò solo, a testa alta, Bonaventura Camposoldani.
Piú a testa alta di lui e con cipiglio piú sdegnoso del suo, si ergeva però dietro la tavola della Presidenza qualche altro: Dante Alighieri su la colonnina di gesso abbronzato.
Dante Alighieri pareva che sentisse piú puzza che mai.
Era evidentissimo che prima di intervenire alla seduta, quei trentasette socii avevano concertato fra loro un piano di battaglia.
Si leggeva chiaramente negli occhi dei piú stupidi, alcuni intozzati, su di sé, altri spavaldi, altri sdegnosi, col labbro in fuori e le palpebre basse attraverso le quali guardavano le sedie, le tende, la tavola della Presidenza e lo stesso Dante Alighieri, come per compassione.
Pascotti prese posto in prima fila, nel mezzo; Concetto Sbardi, invece, in fondo, appartato.
Era un ometto tozzo, ispido, aggrondato, che teneva continuamente una mano spalmata sul mento e si raschiava con le unghie adunche le guance rase, stridenti.
Molti si voltavano a guardarlo, ed egli, seccato, s'insaccava di piú nelle spalle.
Ma se c'era Pascotti! Perché non guardavano Pascotti? Che stupidi!
Camposoldani, un po' pallido, con occhi gravi, ma pur con un sorrisino ironico appena percettibile sotto i baffi, prima di aprir la seduta, chiamò con un cenno della mano Geremia, che s'era seduto, trepidante, presso l'uscio, e gli diede un foglio di carta perché gl'intervenuti vi apponessero la firma di presenza.
Quando riebbe il foglio firmato, sonò il campanello e disse pacatamente:
- Signori, l'adunanza era indetta per le ore 20: sono già circa le 21.
Da questa nota di presenza risulta che non siamo in numero.
I soci iscritti nella sede di Roma sono novantasei...
- Domando la parola! - esclamò Pascotti.
- Prego, professore, - seguitò Camposoldani.
- Indovino ciò che ella vorrebbe dire: di questi novantasei socii molti debbono ritenersi dimissionarii, perché da un pezzo...
- Domando la parola! - insisté Pascotti.
- L'avrà; ma prima mi lasci dire! - replicò con fermo accento Camposoldani.
- Io sono qui anche per far rispettare lo statuto sociale: e dico loro innanzi tutto che avrei potuto benissimo non tener conto della loro istanza, perché tutti i venticinque firmatarii, tranne uno, come del resto la maggioranza dei socii inscritti a questa sede, avrei potuto considerare come dimissionarii.
- No! no! no! - gridarono a questo punto parecchi insieme.
E Pascotti, per la terza volta:
- Domando la parola! Dimissionarii perché, signor Presidente? Io già - siamo in un circolo di cultura - mi perdoni - non userei mai codesta parola entrata purtroppo nell'uso, e non nostra! Ma diciam pure dimissionarii, poiché di ben altro qua, che di parole piú o meno pure, questa sera, dovremo discutere.
Dimissionarii perché, domando io, signor Presidente?
- Ecco! - lo interruppe Camposoldani, accennando Geremia in fondo alla sala.
- Lo domandi laggiú al nostro esattore, egregio signor Pascotti.
Tutti si voltarono a guardare: due o tre esclamarono:
- E chi l'ha mai veduto?
- Non dicano cosí! - esclamò allora Camposoldani, dando un pugno su la tavola.
- Lo hanno veduto benissimo, Lor Signori, per due o tre mesi, puntuale! E non solo lo hanno veduto, ma egli ha lasciato nelle loro case la ricevuta della tassa, fidandosi che, forse impediti per il momento, Lor Signori sarebbero poi venuti a pagarne l'importo qua, nella sede sociale aperta tutto il giorno, a loro disposizione.
Nessuno s'è mai fatto vedere! Io sono stato qua a lavorare, qua a mantener vivo il fuoco dell'Associazione, di cui loro questa sera, senza averne il diritto, vengono a domandarmi conto.
Sí, o Signori, senza averne il diritto.
Perché, delle due l'una: o non debbono ritenersi dimissionarii tutti coloro che non sono in regola coi pagamenti, e allora - c'è poco da dire - qui manca il numero legale, ed io non potrei aprir la seduta; o debbono ritenersi dimissionarii, e allora anche tutti voi, o Signori, tranne uno, non avete piú veste di socii e potete andar via.
Ma no, no, no, Signori miei - s'affrettò a soggiungere Camposoldani.
- Vedete bene che io ho accolto la vostra istanza, felicissimo di vedervi qua, finalmente! in pochi, va bene; ma con la speranza che da questa sera in poi, dietro l'esempio vostro, la nostra Associazione si risvegli a quella vita feconda, ch'era nei miei voti nel fondarla.
Ma figuratevi se poteva mai passarmi per la mente di non accogliere la vostra domanda! Io sono qua, sono stato sempre qua a lavorare per tutti, a tenere una continua, attiva corrispondenza con le nostre sezioni, ad attendere alla pubblicazione del nostro Bollettino, che si diffonde anche all'estero! Voi vi siete finalmente risolti a venire, a partecipare alla vita della nostra Associazione? Ma, figuratevi, figuratevi se io, stanco come sono, non vi apro le braccia e non vi benedico.
Non si aspettava applausi Camposoldani, dopo questa volata.
Ottenne però l'effetto voluto.
Tutti apparvero lí per lí sconcertati; e di nuovo molti si voltarono a guardar l'unico che non si dovesse sentire fuor di posto e ammesso per indulgenza.
Concetto Sbardi, questa volta, si scrollò tutto rabbiosamente e si alzò come per andar via; contemporaneamente quattro o cinque si levarono e accorsero a trattenerlo, mentre gli altri gridavano:
- Parli Sbardi! Parli Sbardi!
- Parli Pascotti, perdio - urlò lo Sbardi, divincolandosi.
- Lasciatemi andare! o parla Pascotti, o io me ne vado!
- Ecco, parlo io - disse allora Pascotti, alzandosi un po' impacciato.
- Col permesso dell'egregio signor Presidente.
- No! no! Parli Sbardi! Parli Sbardi!
- Parlo io...
- Sbardi! Sbardi!
Camposoldani sonò, sogghignando, il campanello: - Signori miei, vi prego...
Che cos'è?
- Parlo io, - tuonò Pascotti.
- Domando la parola!...
- Parli...
Parli...
- ...
soltanto per dire, - seguitò il professor Agesilao Pascotti, levando un braccio maestosamente, - soltanto per dire che nella condizione in cui mi ha messo e ci ha messo il signor presidente, o amici miei, quantunque acceso di candida e, vorrei dire, apostolica condiscendenza, con la sua pregiudiziale, io stimo e faccio notare all'egregio collega Sbardi che il mio discorso non avrebbe piú quell'efficacia che dovrebbe avere, che sarebbe giusto che avesse, secondo l'intendimento nostro e la nostra intesa.
- Benissimo!
- Aspettate! Ragion per cui, io prego, io prego caldamente, a nome di tutti i colleghi qui presenti, e, lasciatemelo supporre, a nome anche di tutti i socii del Sodalizio nostro sparsi per le terre d'ltalia.
- (Benissimo!) - Aspettate! - Prego, dicevo, il professor Concetto Sbardi perché voglia far violenza alla sua natural ritrosia, alla sua...
un po' troppo ribelle modestia, e che parli lui, che porti qua lui, con la rigidezza severa che gli è solita, le sante ragioni che ci hanno spinto, o Signori, a domandare questa solenne adunanza!
Scoppiarono applausi e nuove grida: - Parli Sbardi! Viva Sbardi!
- Signor Sbardi, - disse allora Camposoldani con aria di sfida.
- Via! faccia contenti i suoi amici! Sono curioso anch'io di sentire quel che lei ha da dire, quel che aveva divisato d'esprimere con la parola adorna ed eloquente del professor Pascotti.
Concetto Sbardi diede una bracciata a coloro che gli s'erano fatti intorno e si fece innanzi per parlare.
Pareva un bufalo parato per scagliarsi, a testa bassa.
Afferrò con una mano la spalliera della seggiola che gli stava davanti, rimase con l'altra sul mento a raschiarsi la guancia, poi cominciò:
- Agesilao...
Agesilao Pascotti e tutti voi, Signori, avete torto a tirarmi per forza a parlare.
Vi avevo detto...
vi avevo pregato che non so parlare.
Io non possiedo come il signor Camposoldani, come Pascotti, il...
il come si chiama...
sí, insomma, la parola...
La guardaroba, volevo dire, signori, la guardaroba dell'eloquenza.
Alcuni applaudirono alla frase per rianimare l'oratore, altri scoppiarono a ridere.
- Sissignori, - riprese Concetto Sbardi.
- Io la chiamo cosí...
La guardaroba dell'eloquenza...
Avete un pensieruzzo tisico? E tisico sempre vi resterà, se non avete la guardaroba dell'eloquenza.
Ma se avete la guardaroba dell'eloquenza, il pensieruzzo tisico vi uscirà dalla bocca imbottito di tanta stoppa di frasi, che, parrà un gigante, un Ercole parrà, con la clava e la pelle del legone...
Avete un'ideguccia sporca? fatela entrare nella guardaroba dell'eloquenza e l'oratore, Camposoldani, Pascotti, che farà? ve la farà uscire con la faccia lavata, pettinata, attillata, con certi pennacchi di parole, tutta appuntata di virgole e punt'e virgole, che l'ideguccia sporca non si riconoscerà piú neanche lei stessa...
Signori, io non possiedo la guardaroba dell'eloquenza; voi mi forzate a parlare; io non ho nemmanco uno straccio, nemmanco un cencio, per vestire le mie ideghe: e se parlo, qua stasera, ho pagura che mi scappi dalla bocca...
non so che cosa...
ma qualche cosa che al signor Camposoldani, il quale mi sfida anche lui, non farebbe piacere...
insomma, ve lo dico, ho pagura che mi scappi dalla bocca...
mi scappi dalla bocca...
- E se lo lasci scappare! - esclamò Camposoldani, pallidissimo, dando un altro pugno su la tavola.
- Parli! dica! siamo qua per parlare e per sentire!
Concetto Sbardi allora levò il capo, si tolse la mano dal mento, e gridò:
- Signor Camposoldani, il ladro nudo!
Successe un pandemonio! Scattarono tutti in piedi; primo fra tutti Camposoldani: un balzo da tigre; brandí la seggiola, si scagliò contro lo Sbardi.
Molti lo trattennero, altri afferrarono lo Sbardi; tutti gridavano in grande orgasmo tra le seggiole rovesciate.
Pascotti montò su la tavola della presidenza.
- Signori! signori! È deplorevole! Vi prego, signori! Ascoltatemi! C'è un malinteso, perdio! Ragioniamo! Signori...
signori...
Nessuno gli dava ascolto.
- Signori! che vergogna! Ci guarda Dante Alighieri!
Camposoldani, disarmato della seggiola, sconvolto, ansimante, trattenuto per le braccia, cessò alla fine di divincolarsi e disse a quelli che cercavano di calmarlo:
- Basta...
basta...
Son calmo...
Lasciatemi.
Signori, ai vostri posti.
Sono il presidente.
Andò alla tavola, tutti rimasero in piedi, e in piedi egli parlò:
- Non posso stasera, perché veramente non mi aspettavo una siffatta aggressione.
Domani! Ho il modo - semplice - dignitoso - degno di me - di ricacciare in gola a un incosciente l'offesa che ha creduto di scagliarmi.
Venite domani sera, signori, voi e tutti gli altri: renderò conto di tutto, minutamente, coi documenti alla mano.
La seduta è tolta.
Sonò il campanello, e tutti uscirono in silenzio dalla sala.
Dopo mezzanotte, Bonaventura Camposoldani, uscito a prendere un po' d'aria per riconnettere le idee scompigliate e disporsi, con la calma, ad aver quel lampo geniale che doveva salvarlo, rientrando nella sede dell'Associazione, restò meravigliato su la soglia della sala.
Geremia ancora col lume acceso, stava seduto davanti alla tavola della presidenza, col capo appoggiato sul tappeto verde di essa.
Camposoldani pensò che il povero vecchio aveva forse voluto aspettarlo, dopo quella seduta tempestosa, e s'era addormentato lí.
Attraverso l'uscio della cameretta s'udiva il ronfo cadenzato di Tudina.
Bonaventura Camposoldani s'accostò alla tavola per scuotere il vecchio e mandarlo a dormire: ma presso la testa abbandonata, di cui il lume lasciava vedere il roseo della cute di tra la rada canizie, scorse una lettera chiusa e allibí.
Il lampo geniale, lo aveva avuto lui, Geremia Bencivenni.
- L'I...
l'Italia...
vergogna...
figli bastardi...
Ma se la figliastra aveva già compreso che l'Italia era fatta male, e che a tutti gli onesti e i modesti che avevano concorso a farla non restava altro che servire ai ladri, che bisogno c'era piú di lui?
Nella busta, due lettere.
In una si accusava di essersi approfittato indegnamente della cieca fiducia che il signor Presidente dell'Associazione, suo benefattore, aveva riposto in lui per tanti anni, e d'aver sottratto quasi tutti i fondi della tombola telegrafica.
Diceva di averli in gran parte buttati nei botteghini del lotto, e chiedeva perdono al Presidente e a tutti i socii.
Nell'altra, scritta per il solo Bonaventura Camposoldani, diceva testualmente cosí:
"Nella guardaroba dell'eloquenza vesti della mia camicia rossa di garibaldino il tuo furto, o ladro nudo! Mi accuso, mi uccido per salvarti, e ti do la stoffa per un magnifico discorso.
In compenso ti chiedo solamente di rendere l'onore alla mia povera figliuola!".
PALLOTTOLINE!
Ventotto agosto.
Benone! Pochi giorni ancora: meno che un mese.
Benone!
E riponeva da parte il fogliolino del calendario insieme con gli altri precedenti, perché ottimo per...
- Ssss!
- Che c'è di male?
- Bada, vien gente,
- Zitta lí, zitta lí.
Non ci sono; o, se mai: Il professore studia! di' cosí, di' cosí, mi raccomando.
Chiudeva subito l'uscio; poi, trac! accostava la persiana.
Oh, e ora...
Eccolo là: segnale a pagina 124.
L'universo è finito o infinito? Questione antica.
È certo che a noi riesce assolutamente impossibile...
- Ufff! ufff! ufff! - tre volte di seguito, sempre allo stesso posto: lí, nel mezzo della fronte, ronzando.
Ah, ma anche per le mosche, se Dio voleva, erano gli ultimi giorni di baldoria, come per gli "insetti umani" che, a piedi o su somarelli, s'inerpicavano fin lassú, a circa mille metri sul livello del mare.
E per vedere che cosa infine? I laghi d'Albano e di Nemi: un paio d'occhiali insellato su quel gran naso con la punta all'insú, ch'è il Monte Cavo.
Già cominciavano infatti a spesseggiare i giorni di nebbia: quella nebbia umida e densa che toglie lo spettacolo incantevole dei due laghi gemelli ora vaporosi ora morbidi come azzurri veli di seta: occhi, piú che occhiali, tra le folte ciglia dei boschi di ippocastani; occhi della pianura laziale, in cui, come serpente lucido enorme, il Tevere, dall'oscuro grembo di Roma, visibile appena là in fondo, si svolge, ricomparendo qua e là nelle ampie volute, fino al mare visibile appena laggiú.
Ma nel mentre Jacopo Maraventano si fregava lieto le mani, tappato là, in quel camerino dell'Osservatorio Metereologico, al piano superiore dell'antico convento, situato con l'attigua chiesetta su la cima del monte; alla nebbia invadente imprecava all'incontro l'oste velletrano, che aveva avuto la cattiva ispirazione di ridurre a miseri camerini d'albergo le povere cellette dei frati cacciati via da quel loro alpestre romitorio, e tavole e tavolini aveva disposti per gli avventori su la spianata dietro al convento, dalla parte di levante, sotto un enorme faggio secolare.
- Asino! Ci ho piacere! Piacerone!
Quell'alta vetta di monte, di cui egli con la famigliuola pativa per tutto l'inverno i rigori crudissimi, la desolazione della neve, l'esiliante assedio della nebbia, la furia dei venti doveva con la bella stagione diventare per gli altri a un tratto luogo di delizia!
- Ecco la nebbia, asino! Ben ti stia! Piacere, piacerone!
Non la pensavano però come lui la moglie e la figlia Didina, già su i vent'anni, e neanche Franceschino, che pure era nato e cresciuto lassú.
Per loro l'estate era una benedizione, e la sospiravano ardentemente in segreto tutto l'inverno.
Potevano almeno sentire in quei mesi un po' di vita attorno e veder gente e scambiare qualche parola; e Didina, chi sa! poteva anche dar nell'occhio a qualche giovanotto, tra i tanti che salivano a visitare l'Osservatorio, ai quali la buona signora Guendalina, bruna, magra, ossuta, col volto bruciato dai rigori invernali, non mancava di ripetere, invece del marito, come poteva (cioè sempre con le stesse parole e gli stessi gesti), la spiegazione dei pochi strumenti per le osservazioni meteorologiche.
Dopo la spiegazione presentava ai visitatori un registro, perché v