LA GIARA, di Luigi Pirandello - pagina 24
...
.
fratelli contro fratelli...
la...
la pa...
la palla d'Aspromonte...
bollati d'infamia...
patria di ladri...
per forza!...
madre di...
di figlie sgualdrine...
per forza!...
L'I...
l'Italia...
l'Italia...
E bisbigliate queste parole, se n'andò.
Camposoldani rimase sbalordito; non trovò la voce per richiamarlo indietro, per saper che cosa volesse dire.
Che niente niente Geremia aveva protestato in quel modo contro la seduzione e la gravidanza della figliastra?
Alla seduta, oltre ai venticinque firmatarii, intervennero appena una dozzina di socii, che non avevano mai posto piede nella sala dell'Associazione.
Dei sei consiglieri della sede centrale di Roma, nessuno volle presentarsi.
Per lettera, chi dichiarò che, secondo lo statuto sociale, si riteneva già da un pezzo scaduto dalla carica; chi, dimesso anche da socio per non aver piú pagato; chi fece finanche le meraviglie che l'Associazione fosse tuttora in vita.
Alla tavola della Presidenza si presentò solo, a testa alta, Bonaventura Camposoldani.
Piú a testa alta di lui e con cipiglio piú sdegnoso del suo, si ergeva però dietro la tavola della Presidenza qualche altro: Dante Alighieri su la colonnina di gesso abbronzato.
Dante Alighieri pareva che sentisse piú puzza che mai.
Era evidentissimo che prima di intervenire alla seduta, quei trentasette socii avevano concertato fra loro un piano di battaglia.
Si leggeva chiaramente negli occhi dei piú stupidi, alcuni intozzati, su di sé, altri spavaldi, altri sdegnosi, col labbro in fuori e le palpebre basse attraverso le quali guardavano le sedie, le tende, la tavola della Presidenza e lo stesso Dante Alighieri, come per compassione.
Pascotti prese posto in prima fila, nel mezzo; Concetto Sbardi, invece, in fondo, appartato.
Era un ometto tozzo, ispido, aggrondato, che teneva continuamente una mano spalmata sul mento e si raschiava con le unghie adunche le guance rase, stridenti.
Molti si voltavano a guardarlo, ed egli, seccato, s'insaccava di piú nelle spalle.
Ma se c'era Pascotti! Perché non guardavano Pascotti? Che stupidi!
Camposoldani, un po' pallido, con occhi gravi, ma pur con un sorrisino ironico appena percettibile sotto i baffi, prima di aprir la seduta, chiamò con un cenno della mano Geremia, che s'era seduto, trepidante, presso l'uscio, e gli diede un foglio di carta perché gl'intervenuti vi apponessero la firma di presenza.
Quando riebbe il foglio firmato, sonò il campanello e disse pacatamente:
- Signori, l'adunanza era indetta per le ore 20: sono già circa le 21.
Da questa nota di presenza risulta che non siamo in numero.
I soci iscritti nella sede di Roma sono novantasei...
- Domando la parola! - esclamò Pascotti.
- Prego, professore, - seguitò Camposoldani.
- Indovino ciò che ella vorrebbe dire: di questi novantasei socii molti debbono ritenersi dimissionarii, perché da un pezzo...
- Domando la parola! - insisté Pascotti.
- L'avrà; ma prima mi lasci dire! - replicò con fermo accento Camposoldani.
- Io sono qui anche per far rispettare lo statuto sociale: e dico loro innanzi tutto che avrei potuto benissimo non tener conto della loro istanza, perché tutti i venticinque firmatarii, tranne uno, come del resto la maggioranza dei socii inscritti a questa sede, avrei potuto considerare come dimissionarii.
- No! no! no! - gridarono a questo punto parecchi insieme.
E Pascotti, per la terza volta:
- Domando la parola! Dimissionarii perché, signor Presidente? Io già - siamo in un circolo di cultura - mi perdoni - non userei mai codesta parola entrata purtroppo nell'uso, e non nostra! Ma diciam pure dimissionarii, poiché di ben altro qua, che di parole piú o meno pure, questa sera, dovremo discutere.
Dimissionarii perché, domando io, signor Presidente?
- Ecco! - lo interruppe Camposoldani, accennando Geremia in fondo alla sala.
- Lo domandi laggiú al nostro esattore, egregio signor Pascotti.
Tutti si voltarono a guardare: due o tre esclamarono:
- E chi l'ha mai veduto?
- Non dicano cosí! - esclamò allora Camposoldani, dando un pugno su la tavola.
- Lo hanno veduto benissimo, Lor Signori, per due o tre mesi, puntuale! E non solo lo hanno veduto, ma egli ha lasciato nelle loro case la ricevuta della tassa, fidandosi che, forse impediti per il momento, Lor Signori sarebbero poi venuti a pagarne l'importo qua, nella sede sociale aperta tutto il giorno, a loro disposizione.
Nessuno s'è mai fatto vedere! Io sono stato qua a lavorare, qua a mantener vivo il fuoco dell'Associazione, di cui loro questa sera, senza averne il diritto, vengono a domandarmi conto.
Sí, o Signori, senza averne il diritto.
Perché, delle due l'una: o non debbono ritenersi dimissionarii tutti coloro che non sono in regola coi pagamenti, e allora - c'è poco da dire - qui manca il numero legale, ed io non potrei aprir la seduta; o debbono ritenersi dimissionarii, e allora anche tutti voi, o Signori, tranne uno, non avete piú veste di socii e potete andar via.
Ma no, no, no, Signori miei - s'affrettò a soggiungere Camposoldani.
- Vedete bene che io ho accolto la vostra istanza, felicissimo di vedervi qua, finalmente! in pochi, va bene; ma con la speranza che da questa sera in poi, dietro l'esempio vostro, la nostra Associazione si risvegli a quella vita feconda, ch'era nei miei voti nel fondarla.
Ma figuratevi se poteva mai passarmi per la mente di non accogliere la vostra domanda! Io sono qua, sono stato sempre qua a lavorare per tutti, a tenere una continua, attiva corrispondenza con le nostre sezioni, ad attendere alla pubblicazione del nostro Bollettino, che si diffonde anche all'estero! Voi vi siete finalmente risolti a venire, a partecipare alla vita della nostra Associazione? Ma, figuratevi, figuratevi se io, stanco come sono, non vi apro le braccia e non vi benedico.
Non si aspettava applausi Camposoldani, dopo questa volata.
Ottenne però l'effetto voluto.
Tutti apparvero lí per lí sconcertati; e di nuovo molti si voltarono a guardar l'unico che non si dovesse sentire fuor di posto e ammesso per indulgenza.
Concetto Sbardi, questa volta, si scrollò tutto rabbiosamente e si alzò come per andar via; contemporaneamente quattro o cinque si levarono e accorsero a trattenerlo, mentre gli altri gridavano:
- Parli Sbardi! Parli Sbardi!
- Parli Pascotti, perdio - urlò lo Sbardi, divincolandosi.
- Lasciatemi andare! o parla Pascotti, o io me ne vado!
- Ecco, parlo io - disse allora Pascotti, alzandosi un po' impacciato.
- Col permesso dell'egregio signor Presidente.
- No! no! Parli Sbardi! Parli Sbardi!
- Parlo io...
- Sbardi! Sbardi!
Camposoldani sonò, sogghignando, il campanello: - Signori miei, vi prego...
Che cos'è?
- Parlo io, - tuonò Pascotti.
- Domando la parola!...
- Parli...
Parli...
- ...
soltanto per dire, - seguitò il professor Agesilao Pascotti, levando un braccio maestosamente, - soltanto per dire che nella condizione in cui mi ha messo e ci ha messo il signor presidente, o amici miei, quantunque acceso di candida e, vorrei dire, apostolica condiscendenza, con la sua pregiudiziale, io stimo e faccio notare all'egregio collega Sbardi che il mio discorso non avrebbe piú quell'efficacia che dovrebbe avere, che sarebbe giusto che avesse, secondo l'intendimento nostro e la nostra intesa.
- Benissimo!
- Aspettate! Ragion per cui, io prego, io prego caldamente, a nome di tutti i colleghi qui presenti, e, lasciatemelo supporre, a nome anche di tutti i socii del Sodalizio nostro sparsi per le terre d'ltalia.
- (Benissimo!) - Aspettate! - Prego, dicevo, il professor Concetto Sbardi perché voglia far violenza alla sua natural ritrosia, alla sua...
un po' troppo ribelle modestia, e che parli lui, che porti qua lui, con la rigidezza severa che gli è solita, le sante ragioni che ci hanno spinto, o Signori, a domandare questa solenne adunanza!
Scoppiarono applausi e nuove grida: - Parli Sbardi! Viva Sbardi!
- Signor Sbardi, - disse allora Camposoldani con aria di sfida.
- Via! faccia contenti i suoi amici! Sono curioso anch'io di sentire quel che lei ha da dire, quel che aveva divisato d'esprimere con la parola adorna ed eloquente del professor Pascotti.
Concetto Sbardi diede una bracciata a coloro che gli s'erano fatti intorno e si fece innanzi per parlare.
Pareva un bufalo parato per scagliarsi, a testa bassa.
Afferrò con una mano la spalliera della seggiola che gli stava davanti, rimase con l'altra sul mento a raschiarsi la guancia, poi cominciò:
- Agesilao...
Agesilao Pascotti e tutti voi, Signori, avete torto a tirarmi per forza a parlare.
Vi avevo detto...
vi avevo pregato che non so parlare.
Io non possiedo come il signor Camposoldani, come Pascotti, il...
il come si chiama...
sí, insomma, la parola...
La guardaroba, volevo dire, signori, la guardaroba dell'eloquenza.
Alcuni applaudirono alla frase per rianimare l'oratore, altri scoppiarono a ridere.
- Sissignori, - riprese Concetto Sbardi.
- Io la chiamo cosí...
La guardaroba dell'eloquenza...
Avete un pensieruzzo tisico? E tisico sempre vi resterà, se non avete la guardaroba dell'eloquenza.
Ma se avete la guardaroba dell'eloquenza, il pensieruzzo tisico vi uscirà dalla bocca imbottito di tanta stoppa di frasi, che, parrà un gigante, un Ercole parrà, con la clava e la pelle del legone...
Avete un'ideguccia sporca? fatela entrare nella guardaroba dell'eloquenza e l'oratore, Camposoldani, Pascotti, che farà? ve la farà uscire con la faccia lavata, pettinata, attillata, con certi pennacchi di parole, tutta appuntata di virgole e punt'e virgole, che l'ideguccia sporca non si riconoscerà piú neanche lei stessa...
Signori, io non possiedo la guardaroba dell'eloquenza; voi mi forzate a parlare; io non ho nemmanco uno straccio, nemmanco un cencio, per vestire le mie ideghe: e se parlo, qua stasera, ho pagura che mi scappi dalla bocca...
non so che cosa...
ma qualche cosa che al signor Camposoldani, il quale mi sfida anche lui, non farebbe piacere...
insomma, ve lo dico, ho pagura che mi scappi dalla bocca...
mi scappi dalla bocca...
- E se lo lasci scappare! - esclamò Camposoldani, pallidissimo, dando un altro pugno su la tavola.
- Parli! dica! siamo qua per parlare e per sentire!
Concetto Sbardi allora levò il capo, si tolse la mano dal mento, e gridò:
- Signor Camposoldani, il ladro nudo!
Successe un pandemonio! Scattarono tutti in piedi; primo fra tutti Camposoldani: un balzo da tigre; brandí la seggiola, si scagliò contro lo Sbardi.
Molti lo trattennero, altri afferrarono lo Sbardi; tutti gridavano in grande orgasmo tra le seggiole rovesciate.
Pascotti montò su la tavola della presidenza.
- Signori! signori! È deplorevole! Vi prego, signori! Ascoltatemi! C'è un malinteso, perdio! Ragioniamo! Signori...
signori...
Nessuno gli dava ascolto.
- Signori! che vergogna! Ci guarda Dante Alighieri!
Camposoldani, disarmato della seggiola, sconvolto, ansimante, trattenuto per le braccia, cessò alla fine di divincolarsi e disse a quelli che cercavano di calmarlo:
- Basta...
basta...
Son calmo...
Lasciatemi.
Signori, ai vostri posti.
Sono il presidente.
Andò alla tavola, tutti rimasero in piedi, e in piedi egli parlò:
- Non posso stasera, perché veramente non mi aspettavo una siffatta aggressione.
Domani! Ho il modo - semplice - dignitoso - degno di me - di ricacciare in gola a un incosciente l'offesa che ha creduto di scagliarmi.
Venite domani sera, signori, voi e tutti gli altri: renderò conto di tutto, minutamente, coi documenti alla mano.
La seduta è tolta.
Sonò il campanello, e tutti uscirono in silenzio dalla sala.
Dopo mezzanotte, Bonaventura Camposoldani, uscito a prendere un po' d'aria per riconnettere le idee scompigliate e disporsi, con la calma, ad aver quel lampo geniale che doveva salvarlo, rientrando nella sede dell'Associazione, restò meravigliato su la soglia della sala.
Geremia ancora col lume acceso, stava seduto davanti alla tavola della presidenza, col capo appoggiato sul tappeto verde di essa.
Camposoldani pensò che il povero vecchio aveva forse voluto aspettarlo, dopo quella seduta tempestosa, e s'era addormentato lí.
Attraverso l'uscio della cameretta s'udiva il ronfo cadenzato di Tudina.
Bonaventura Camposoldani s'accostò alla tavola per scuotere il vecchio e mandarlo a dormire: ma presso la testa abbandonata, di cui il lume lasciava vedere il roseo della cute di tra la rada canizie, scorse una lettera chiusa e allibí.
Il lampo geniale, lo aveva avuto lui, Geremia Bencivenni.
- L'I...
l'Italia...
vergogna...
figli bastardi...
Ma se la figliastra aveva già compreso che l'Italia era fatta male, e che a tutti gli onesti e i modesti che avevano concorso a farla non restava altro che servire ai ladri, che bisogno c'era piú di lui?
Nella busta, due lettere.
In una si accusava di essersi approfittato indegnamente della cieca fiducia che il signor Presidente dell'Associazione, suo benefattore, aveva riposto in lui per tanti anni, e d'aver sottratto quasi tutti i fondi della tombola telegrafica.
Diceva di averli in gran parte buttati nei botteghini del lotto, e chiedeva perdono al Presidente e a tutti i socii.
Nell'altra, scritta per il solo Bonaventura Camposoldani, diceva testualmente cosí:
"Nella guardaroba dell'eloquenza vesti della mia camicia rossa di garibaldino il tuo furto, o ladro nudo! Mi accuso, mi uccido per salvarti, e ti do la stoffa per un magnifico discorso.
In compenso ti chiedo solamente di rendere l'onore alla mia povera figliuola!".
PALLOTTOLINE!
Ventotto agosto.
Benone! Pochi giorni ancora: meno che un mese.
Benone!
E riponeva da parte il fogliolino del calendario insieme con gli altri precedenti, perché ottimo per...
- Ssss!
- Che c'è di male?
- Bada, vien gente,
- Zitta lí, zitta lí.
Non ci sono; o, se mai: Il professore studia! di' cosí, di' cosí, mi raccomando.
Chiudeva subito l'uscio; poi, trac! accostava la persiana.
Oh, e ora...
Eccolo là: segnale a pagina 124.
L'universo è finito o infinito? Questione antica.
È certo che a noi riesce assolutamente impossibile...
- Ufff! ufff! ufff! - tre volte di seguito, sempre allo stesso posto: lí, nel mezzo della fronte, ronzando.
Ah, ma anche per le mosche, se Dio voleva, erano gli ultimi giorni di baldoria, come per gli "insetti umani" che, a piedi o su somarelli, s'inerpicavano fin lassú, a circa mille metri sul livello del mare.
E per vedere che cosa infine? I laghi d'Albano e di Nemi: un paio d'occhiali insellato su quel gran naso con la punta all'insú, ch'è il Monte Cavo.
Già cominciavano infatti a spesseggiare i giorni di nebbia: quella nebbia umida e densa che toglie lo spettacolo incantevole dei due laghi gemelli ora vaporosi ora morbidi come azzurri veli di seta: occhi, piú che occhiali, tra le folte ciglia dei boschi di ippocastani; occhi della pianura laziale, in cui, come serpente lucido enorme, il Tevere, dall'oscuro grembo di Roma, visibile appena là in fondo, si svolge, ricomparendo qua e là nelle ampie volute, fino al mare visibile appena laggiú.
Ma nel mentre Jacopo Maraventano si fregava lieto le mani, tappato là, in quel camerino dell'Osservatorio Metereologico, al piano superiore dell'antico convento, situato con l'attigua chiesetta su la cima del monte; alla nebbia invadente imprecava all'incontro l'oste velletrano, che aveva avuto la cattiva ispirazione di ridurre a miseri camerini d'albergo le povere cellette dei frati cacciati via da quel loro alpestre romitorio, e tavole e tavolini aveva disposti per gli avventori su la spianata dietro al convento, dalla parte di levante, sotto un enorme faggio secolare.
- Asino! Ci ho piacere! Piacerone!
Quell'alta vetta di monte, di cui egli con la famigliuola pativa per tutto l'inverno i rigori crudissimi, la desolazione della neve, l'esiliante assedio della nebbia, la furia dei venti doveva con la bella stagione diventare per gli altri a un tratto luogo di delizia!
- Ecco la nebbia, asino! Ben ti stia! Piacere, piacerone!
Non la pensavano però come lui la moglie e la figlia Didina, già su i vent'anni, e neanche Franceschino, che pure era nato e cresciuto lassú.
Per loro l'estate era una benedizione, e la sospiravano ardentemente in segreto tutto l'inverno.
Potevano almeno sentire in quei mesi un po' di vita attorno e veder gente e scambiare qualche parola; e Didina, chi sa! poteva anche dar nell'occhio a qualche giovanotto, tra i tanti che salivano a visitare l'Osservatorio, ai quali la buona signora Guendalina, bruna, magra, ossuta, col volto bruciato dai rigori invernali, non mancava di ripetere, invece del marito, come poteva (cioè sempre con le stesse parole e gli stessi gesti), la spiegazione dei pochi strumenti per le osservazioni meteorologiche.
Dopo la spiegazione presentava ai visitatori un registro, perché vi apponessero la firma e, accanto, qualche pensiero.
Lasciava andar certi sospironi la povera Didina rileggendo in quel registro, nelle serate d'inverno lassú, quei pensieri in margine e talvolta qualche poesiola: quella, per esempio, indirizzata proprio a lei (All'edelweiss di Monte Cavo).
Ah, il giovane poeta che l'aveva scritta chi sa dov'era ormai, se pensava piú a lei, se sarebbe ritornato la ventura estate!
La signora Guendalina tentava, ma timida, d'indurre il marito rinchiuso a farsi vedere dai visitatori.
Non foss'altro, per dovere d'ospitalità, diceva.
Ma Didina, ogni qualvolta la madre si provava a muovere questo discorso, le dava sotto sotto gomitate: poi, a quattr'occhi, le faceva notare che, se il babbo non si persuadeva prima a farsi tagliare quell'aspra selva di capelli riccioluti e quel barbone mostruoso, arruffato che gli aveva invaso le guance fin sotto gli occhi, era meglio che non si lasciasse vedere.
La madre ne conveniva, sospirando; e alla domanda dei visitatori:
- Il professore dov'è?
- Il professore studia, - rispondeva con gli occhi bassi, invariabilmente.
Studiava davvero il Maraventano, o almeno stava immerso tutto il giorno nella lettura di certi libracci che trattavano d'astronomia, unico suo pascolo.
La lettura però andava a rilento, poiché egli si lasciava distrarre dalla fantasia, rapire da ogni frase per le infinite plaghe dello spazio, da cui non sapeva poi ridiscendere piú, come la moglie avrebbe desiderato.
Ma ridiscendere perché? Per mostrare lí alla gente che veniva a frastornarlo, a seccarlo, e da cui una cosí sterminata distanza lo allontanava, come agisse un pluviometro o un anemometro, per far vedere i sismografi o i barometri? Eh via! Un giorno gli sapeva un anno, che quella processione di seccatori terminasse.
Per fortuna, dei pochi matti che avevano preso alloggio nel sedicente albergo, uno solo resisteva ancora alle incalzanti minacce del tempo.
Già l'autunno si ridestava con certi sbuffi che scotevano là sulla cima la grave e stanca immobilità dei grandi alberi esausti; e quando quegli sbuffi non avevano alcun impeto contro le povere foglie moribonde, erano fitti ribocchi di nebbia, che si ergevano a onde, impigliandosi pigri tra i rami attediati, in basso stagnando sui laghi; o fumigavano qua e là dai boschi sottoposti, che pareva ardessero a lento, senza fiamma, senza crepito.
Sembrava certi giorni che tutta l'aria si fosse raddensata in un fumo bianchiccio, umido, accecante: e allora la vetta del monte restava come esiliata dal mondo, e dalla spianata non si sarebbe potuto scorgere neanche a un passo il convento.
E tuttavia quell'ultimo matto resisteva lí.
Jacopo Maraventano non tardò a intenderne la ragione.
Una sera, dalla sua finestretta, per entro a quella nebbia fittissima, udí, o gli parve, certi bisbigli, che non potevano esser presi per gli acuti stridii che sogliono lanciare nell'aria i pipistrelli, o gli scojattoli su per i rami degli alberi.
Zitto zitto, quatto quatto, scese su la spianata.
Né egli discerneva tra la nebbia gl'innamorati, né questi tra loro si discernevano.
Dall'alto sospirava una voce:
- Cadrà tanta neve...
tanta neve...
- Dev'esser bello, - rispondeva dalla spianata l'altra voce.
- Bello sarebbe per me, se tu rimanessi qua; ma per te no, caro.
Si muore di freddo, sai?
- Povero amore! Ma ora io debbo partire.
Ti giuro però che tornerò tra poco.
- Non tornerai, ne sono certa.
Io resterò per te, nel tuo cuore, il ricordo di un'estate in montagna...
La voce dalla spianata voleva protestare; ma Jacopo Maraventano tossí forte, e subito corse con le mani avanti, come un cieco, in direzione del convento, per tagliar la via al giovanotto che se la svignava radendo il muro.
Venne proprio a cadergli tra le braccia.
All'inciampone, indietreggiò, balbettando:
- Oh, scusi...
Buo...
buona sera, professore.
- Buona sera.
Lei va a far le valige, non è vero?
- Sí...
sissignore...
Conto di partire domattina.
- Fa bene.
Buon viaggio! Quassú non tira piú buon'aria.
E neanche il babbo si riesce piú a scorgere...
- Come dice?
- Non dico a lei, dico a mia figlia.
È vero, Didina, che con questa nebbia non scorgi piú neanche il babbo tuo?
Ma Didina era già scappata in lagrime a rifugiarsi presso la mamma.
Con la partenza di quel giovanotto parve davvero che l'inverno si stabilisse finalmente lassú.
L'oste chiuse l'albergo e, borbottando imprecazioni, se ne discese a Velletri.
Su la vetta ormai si udiva solo il vento parlare con gli alberi antichi.
Jacopo Maraventano restava assoluto padrone della solitudine, libero in mezzo alla nebbia, signore dei venti, piccolo su quell'alta punta nevosa al cospetto del cielo che da ogni parte lo abbracciava e nel quale d'ora in poi poteva tornare a immergersi, a naufragare, non piú infastidito o distratto.
Assistendo, come gli pareva d'assistere con la fantasia, nel fondo dello spazio, alla prodigiosa attività, al lavoro incessante della materia eterna, alla preparazione e formazione di nuovi soli nel grembo delle nebulose, al germogliare dei mondi dall'etere infinito: che cosa diventava per lui questa molecola solare, chiamata Terra, addirittura invisibile fuori del sistema planetario, cioè di questo punto microscopico dello spazio cosmico? Che cosa diventavano questi polviscoli infinitesimali chiamati uomini; che cosa, le vicende della vita, i casi giornalieri, le afflizioni e le miserie particolari, le generali calamità?
E di questo suo disprezzo, non che della Terra, ma di tutto il sistema solare, e della stima che si era ridotto a far delle cose umane, considerandole da tanta altezza, avrebbe voluto far partecipi moglie e figliuola, che si lamentavano di continuo ora per il freddo ora per la solitudine, traendo da ogni piccola infelicità argomento di lagni e sospiri.
E le sere d'inverno, lassú, mentre Didina e la madre, infreddolite, se ne stavano raccolte in cucina e lui, senza neppure saperlo, sventolava davanti al fornello per far bollire la pentola, parlava loro delle meraviglie del cielo, spiegava la sua filosofia.
- Punto di partenza: ogni stella un mondo a sé.
Un mondo, care mie, non crediate, piú o meno simile al nostro; vale a dire: un sole accompagnato da pianeti e da satelliti che gli rotano intorno, come i pianeti e i satelliti del nostro sistema attorno al sole nostro, il quale, sapete che cos'è? Vi faccio ridere: nient'altro che una stella di media grandezza della Via Lattea.
Ne volete un'idea? Trasportate nello spazio il nostro mondo - questo cosí detto sistema solare - a una distanza uguale...
non dico molto - a poche migliaja di volte il suo diametro, cioè, alla distanza delle stelle piú vicine.
Orbene, il nostro gran sole sapete a che cosa sarebbe ridotto rispetto a noi? Alle proporzioni d'un puntino luminoso, alle proporzioni di una stella di quinta o sesta grandezza: non sarebbe piú, insomma, che una stellina in mezzo alle altre stelle.
- Scusa, - interloquiva Didina, che insieme con la madre, non sapendo che fare, gli prestava ascolto, d'inverno.
- Hai detto rispetto a noi.
Ma, trasportando il sole, la terra non dovrà pure, per conseguenza...
- No, asinella! - la interrompeva il padre.
- La terra lasciala qua.
È un'ipotesi, per farti capace.
Didina alzava le spalle: non si capacitava.
- Che c'entra! Il sole è sempre il sole.
- E che cos'è? - le gridava allora il padre sdegnatissimo.
- Ma lo sai che se Sirio sputa, il sole ti si spegne, come una candela di sego? Sappilo: - pah! si spegne.
- Jacopo, - diceva placidamente la signora Guendalina.
- Se non ci metti altro carbone, ti si spegne pure il fuoco e l'acqua ti bolle per l'anno santo.
Egli allora scoperchiava la pentola, guardava dentro, poi rispondeva alla moglie:
- No, comincia a muoversi.
Faccio vento, lo vedi.
Ma veniamo ai nostri grandi pianeti.
Care mie, alla distanza che vi ho detto, s'involerebbero addirittura al nostro sguardo, tutti, meno, forse, Giove...
forse! Ma non crediate che potreste scorgerlo a occhio nudo! Forse con qualche telescopio di prim'ordine; e non lo so di certo.
Pallottoline, care mie, pallottoline! Quanto a noi, alla nostra Terra, non se ne sospetterebbe nemmeno l'esistenza.
E volete far sparire anche il sole? Basta, col beneplacito di Didina, senz'altro, là! retrospingerlo alla distanza delle stelle di prima grandezza.
C'è? Non c'è? Uhm! Sparito.
Il vento cacciava dentro la stanza, attraverso la gola del camino, un mugolío continuo, opprimente.
Nei brevi intervalli tra una fase e l'altra del Maraventano pareva che il silenzio sprofondasse pauroso nella tenebra.
Si udivano allora gemere gli alberi tormentati della vetta, e se questi alberi tacevano per un istante e si udiva invece da piú lontano il frascheggiare confuso dei boschi sottoposti, lassú pareva si stesse sospesi tra le nuvole, come in un pallone.
Ma se poi dal fornello scoppiava una favilla, le due donne sentivano il conforto di quella stanza familiare, illuminata, intepidita dal fuoco; e la immobilità delle stoviglie appese alle pareti e della povera e scarsa suppellettile rassettava il loro animo conturbato dal vento e dal panico della notte in quella orrenda solitudine alpestre.
Il Maraventano, sopra le regioni del vento, sopra le nuvole piú alte, era rimasto intanto con la ventola da cucina in mano nella remotissima plaga dello spazio, dove un momento innanzi aveva lanciato, come un giocoliere i suoi globetti di vetro, tutto il sistema planetario, e scrollava il capo, con le ciglia aggrottate, gli occhi socchiusi e gli angoli della bocca contratti sdegnosamente in giú.
A un tratto esplodeva tra il barbone abbatuffolato, come se ripiombasse su la terra, lí, in cucina:
- Bah!
E con la ventola faceva un largo gesto indeterminato.
Poi riprendeva, con gli occhi immobili e invagati:
- Pensare...
pensare che la stella Alfa della costellazione del Centauro, vale a dire la stella piú vicina a questo nostro cece, alias il signor pianetino Terra, dista da noi trentatré miliardi e quattrocento milioni di chilometri! Pensare che la luce, la quale, se non lo sapete, cammina con la piccolissima velocità di circa duecento novantotto mila e cinquecento chilometri al minuto secondo (dico secondo), non può giungere a noi da quel mondo prossimo che dopo tre anni e cinque mesi - l'età cioè del nostro buon Franceschino che sta a sfruconarsi il naso col dito, e non mi piace...
Pensare che la Capra dista da noi seicentosessantatré miliardi di chilometri, e che la sua luce, prima d'arrivare a noi, con quel po' po' di velocità che v'ho detto, ci mette settant'anni e qualche mese, e, se si tien conto dei calcoli di certi astronomi, la luce emessa da alcuni remoti ammassi ci mette cinque milioni d'anni, come mi fate ridere, asini! L'uomo, questo verme che c'è e non c'è, l'uomo che, quando crede di ragionare, è per me il piú stupido fra tutte le trecentomila specie animali che popolano il globo terraqueo, l'uomo ha il coraggio di dire: "Io ho inventato la ferrovia!".
E che cos'è la ferrovia? Non te la comparo con la velocità della luce, perché ti farei impazzire; ma in confronto allo stesso moto di questo cece Terra che cos'è? Ventinove chilometri, a buon conto, ogni minuto secondo; hai dunque inventato il lumacone, la tartaruga, la bestia che sei! E questo medesimo animale uomo pretende di dare un dio, il suo Dio a tutto l'Universo!
Qui il Maraventano e la moglie si guastavano.
- Jacopo! - pregava la signora Guendalina.
- Non bestemmiare.
Fallo almeno per pietà di noi due povere donne esposte quassú...
- Hai paura? - le gridava il marito.
- Temi che Dio, perché io bestemmio, come tu dici, ti mandi un fulmine? C'è il parafulmine, sciocca.
Vedi dond'è nato il vostro Dio? Da codesta paura.
Ma sul serio potete credere, pretendere che un'idea o un sentimento nati in questo niente pieno di paura che si chiama uomo debba essere il Dio, debba essere quello che ha formato l'Universo infinito?
Le due donne si turavano gli orecchi, chiudevano gli occhi; allora il Maraventano scaraventava per terra la ventola, e gridando con le braccia per aria:
- Asine! asine! - andava a chiudersi nella sua stanzetta e, per quella sera, addio cena.
Simili scene avvenivano assai di frequente, poiché né Didina né la moglie volevano adattarsi alla filosofia di lui, specialmente quando avevano bisogno di qualche cosa.
- Diviene, - diceva loro il Maraventano - dal non sapere filare un ragionamento semplicissimo; dal non volere guardare in su un momentino.
Oh Alfa del Centauro! oh Sirio, oh Capella! sapete perché piange Didina? Piange perché non ha una veste nuova d'inverno da farsi ammirare in chiesa, le domeniche, a Rocca di Papa.
Roba da ridere!
- Roba da ridere; ma io mi muojo dal freddo, - rispondeva tra le lagrime Didina.
E il Maraventano:
- Senti freddo, perché non ragioni!
Non a parole soltanto dimostrava egli il disprezzo in cui teneva la terra e tutte le cose della vita.
Soffriva di mal di denti, e talvolta la guancia per la furia del dolore gli si gonfiava sotto il barbone come un'anca di padre abate: ebbene, senz'altro, retrospingeva nello spazio il sistema planetario: spariva il sole, spariva la terra, tutto diventava niente, e con gli occhi chiusi, fermo nella considerazione di questo niente, a poco a poco addormentava il suo tormento.
- Un dente cariato, che duole nella bocca di un astronomo...
Roba da ridere.
Sia d'estate, sia d'inverno, fosse nuvolo o sereno, si recava a piedi, dalla cima del monte, fino a Roma.
Avrebbe potuto spedire per posta da Rocca di Papa il bollettino meteorologico all'ufficio centrale; ma a Roma lo attendeva il maggior godimento della sua vita.
Vi si tratteneva ogni volta una notte, e per grazia particolare dei Direttore del Collegio Romano la passava beatamente tutta intera al telescopio.
La moglie, nel vederlo partire, tentava d'indurlo a servirsi della vettura da Rocca di Papa a Frascati o, almeno, della ferrovia da Frascati a Roma:
- Prenderai un'insolazione!
- Il sole, mia cara, ti serva: non è neanche buono da regolare gli orologi! - le rispondeva il Maraventano.
E il suo orologio, infatti, sul cui quadrante aveva scritto con inchiostro rosso: Solis mendaces arguit horas, non era regolato col tempo solare.
La distanza? Ma su la terra per lui non ci erano distanze.
Congiungeva ad anello l'indice e il pollice d'una mano e diceva alla moglie sghignazzando:
- Ma se la Terra è tanta...
DUE LETTI A DUE
Nella prima visita alla tomba del marito, la vedova Zorzi, in fittissime gramaglie, fu accompagnata dall'avvocato Gàttica-Mei, vecchio amico del defunto, vedovo anch'egli da tre anni.
Le lenti cerchiate d'oro, con un laccetto pur d'oro che, passando sopra l'orecchio, gli scendeva su la spalla e s'appuntava sotto il bavero della "redingote" irreprensibile; la gran bazza rasa con cura e lucente; i capelli forse troppo neri, ricciuti, divisi dalla scriminatura fino alla nuca e allargati poi a ventaglio dietro gli orecchi; le spalle alte, la rigidità del collo, davano al contegno dell'avvocato Gàttica-Mei quella gravità austera e solenne, appropriata al luttuoso momento, e lo facevano apparire come impalato nel cordoglio.
Scese per primo dalla tranvia di San Lorenzo e, impostandosi quasi militarmente, alzò una mano per ajutare la vedova Zorzi a smontare.
Recavano entrambi, l'una per il marito, l'altro per la moglie, due grossi mazzi di fiori.
Ma la Zorzi, oltre il mazzo, nello smontare, doveva reggere la veste e, impedita dal lungo crespo vedovile che le nascondeva il volto, non vedeva dove mettere i piedi, non vedeva la mano guantata di nero che l'avvocato le porgeva e di cui ella, del resto, non avrebbe potuto valersi.
Per poco non gli traboccò addosso, giú tutta in un fascio.
- Stupido! Non vedevi? Con le mani impicciate...
- fischiò allora tra i denti, furiosa, la Zorzi, sotto il lunghissimo velo.
- Se ti porgevo la mano...
- si scusò egli, mortificato, senza guardarla.
- non hai visto tu!
- Zitto.
Basta.
Per dove?
- Ecco, di qua...
E ricomposti, diritti e duri, ciascuno col suo mazzo di fiori in mano, si diressero verso il Pincetto.
Là, tre anni addietro, il Gàttica-Mei aveva fatto costruire per la moglie e per sé una gentilizia a due nicchie, una accanto all'altra, chiuse da due belle lapidi un po' rialzate da capo, con due colonnine che reggevano ciascuna una lampada; il tutto cinto da fiori e da una roccia di lava artificiale.
Il povero Zorzi, amico suo e della defunta, l'aveva tanto ammirata, questa gentilizia, l'anno avanti, nella ricorrenza della festa dei morti!
- Uh, bella! Pare un letto a due! Bella! bella!
E quasi presago della prossima fine, aveva voluto farne costruire un'altra tal quale, subito subito, per sé e per la moglie, poco discosto.
Un letto a due, precisamente! E difatti il Gàttica-Mei, uomo in tutto preciso, aveva allogato la moglie defunta nella nicchietta a sinistra, perché egli poi, a suo tempo, giacendo, avesse potuto darle la destra, proprio come nel letto matrimoniale.
Su la lapide aveva fatto incidere quest'epigrafe, anch'essa tanto lodata dallo Zorzi, buon'anima, per la semplicità commovente:
QVI
MARGHERlTA GÀTTICA-MEI
MOGLIE ESEMPLARE
MANCATA AI VIVI ADDÌ XV MAG MCMII
ASPETTA IN PACE
LO SPOSO
Per sé il Gàttica-Mei aveva poi preparato un'altra epigrafe, che un giorno avrebbe figurato bellamente su la lapide accanto, degno complemento della prima.
Diceva infatti questa epigrafe, che l'avvocato Anton Maria Gàttica-Mei, non già, al solito, QUI GIACE oppure MORÌ ecc., ecc.; ma ADDÌ (puntini in fila) DELL'ANNO (puntini in fila) RAGGIUNSE LA SPOSA.
E quasi quasi, nel comporre l'epigrafe, avrebbe voluto saper la data precisa della sua morte per compier bene l'iscrizione e lasciare tutto in perfetto ordine.
Ma data - ecco - data quella concezione di tombe per coniugi senza prole, le epigrafi, necessariamente, per non rompere l'armonia dell'insieme, dovevano rispondersi cosí.
Assuntosi, com'era suo dovere, il triste incarico di provvedere ai funerali, al trasporto, al seppellimento del suo povero amico Zorzi, il Gàttica-Mei aveva trovato per l'epigrafe di lui una variante, una variante che, perbacconaccio! a pensarci prima...
Ma già, avviene sempre cosí: col tempo, con la riflessione, tutto si perfeziona...
Quell'"aspetta in pace lo sposo" dell'epigrafe della moglie gli sembrava adesso troppo freddo, troppo semplice, troppo asciutto, in confronto con Gerolamo Zorzi che, nella nicchia a destra della sua gentilizia, giaceva
IN ATTESA CHE LA FIDA COMPAGNA
VENGA A DORMIRGLI ACCANTO
Come sonava meglio! Come riempiva bene l'orecchio!
Non gli pareva l'ora d'arrivare a quella gentilizia per riceverne la lode, che in coscienza credeva di meritarsi, dalla vedova Zorzi.
Ma questa, dopo aver recitato in ginocchio una preghiera e aver deposto il mazzo di fiori a piè della lapide, rialzatosi il lungo velo e letta l'epigrafe, si voltò a guardarlo, pallida, accigliata, severa, ed ebbe un fremito nel mento, dove spiccava nero un grosso porro peloso, animato da un tic, che le si soleva destare nei momenti di piú fiera irritazione.
- Mi pare che...
che vada bene...
no? - osò domandare egli, perplesso, afflitto, intimidito.
- Poi, a casa, - rispose con due scatti secchi la Zorzi.
- Non possiamo mica discutere qua, ora.
E riguardò la tomba, e scrollò lievemente il capo, a lungo, e infine si recò a gli occhi il fazzoletto listato di nero.
Pianse veramente; si scosse tutta anzi per un impeto violento di singhiozzi a stento soffocati.
Allora anche il Gàttica-Mei cavò fuori con due dita da un polsino la pezzuola profumata, poi si tolse con l'altra mano le lenti, e s'asciugò pian pianino, a piú riprese, prima un occhio e poi l'altro.
- No! Tu no! - gli gridò, convulsa, rabbiosamente, la vedova, riavendosi a un tratto dal pianto.
- Tu, no!
E si soffiò il naso, rabbiosamente.
- Per...
perché? - barbugliò il Gàttica-Mei.
- Poi; a casa, - scattò di nuovo la Zorzi.
Quegli allora si strinse nelle spalle, si provò ad aggiungere:
- Mi pareva...
non so...
Guardando ancora una volta l'epigrafe, fermò gli occhi su quel "fida compagna" che...
sí, certamente...
ma, santo Dio! frase ovvia, consacrata ormai dall'uso...
Si diceva "fida compagna", come "vaso capace", "parca mensa"...
Non ci aveva proprio fatto caso, ecco.
Balbettò:
- Forse...
capisco...
ma...
- Ho detto, a casa, - ripeté per la terza volta la Zorzi.
- Ma, del resto, poiché ci teneva tanto...
anche lui, povero Momo, ci teneva, a questo capolavoro qua...
faccio notare: due colonnine, due lampade...
perché? Una bastava.
- Una? come? eh! - fece il Gàttica-Mei, stupito aprendo le mani, con un sorriso vano.
- La simmetria, è vero? - domandò agra la Zorzi.
- Ma, senza figli, senz'altri parenti: finché uno è in piedi, può venire ad accendere all'altro la candela.
Chi la accenderà a me, quella, poi? E, di là, a te?
- Già...
- riconobbe, un po' scosso e smarrito, il Gàttica-Mei, portandosi istintivamente le mani alla nuca per rialzarsi dietro gli orecchi le due ali di capelli, con un gesto che gli era solito, ogni qual volta perdeva ma per poco la padronanza di sé (veramente, con la Zorzi, gli avveniva piuttosto di frequente).
- Però, ecco, - si riprese: - Faccio notare anch'io: allora...
e non sia mai, veh: allora tutt'e due le lampade, qua e là, resteranno spente e...
La simmetria era salva.
Ma la vedova Zorzi non volle darsi per vinta.
- E con ciò? Una, intanto, quella, resterà sempre lí, nuova, intatta, non accesa mai, inutile.
Dunque, se ne poteva fare a meno, e una bastava.
- Lo stesso è da me, - disse il Gàttica-Mei.
- E, - aggiunse piú a bassa voce e abbassando anche gli occhi, - dovremmo morire tutt'e due insieme, Chiara...
- Tu verresti ad accendermi qua la candela, o io a te di là, è vero? - domandò con piú acredine la Zorzi.
- Grazie, caro, grazie! Ma questa è la discussione che faremo a casa.
E con un gesto della mano, quasi allontanandolo, lo mandò a deporre il mazzo di fiori su la tomba della moglie.
Ella, col capo inclinato su l'indice della mano destra teso all'angolo della bocca, rimase a mirare in silenzio la lapide del marito, mentre una rosa mezzo sfogliata accanto alla colonnina, tentennando appena sul gambo a un soffio di vento, pareva crollasse il capo amaramente per conto del buon Momolo Zorzi lí sottoterra.
Ma non s'era mica impuntata per la menzogna di quella frase convenzionale, la vedova Zorzi, come il Gàttica-Mei aveva ingenuamente supposto.
Sapeva, sapeva bene, ella, che nei cimiteri le epigrafi non sono fatte per l'onore dei morti, che se lo mangiano i vermi; ma solamente per la vanità dei vivi.
Non già, dunque, per l'inutile offesa al marito morto s'era ella indignata, ma per l'offesa che quell'epigrafe conteneva per lei viva.
Che intenzioni aveva il signor Gàttica-Mei? Con chi credeva d'aver da fare? S'era immaginato, dettando quell'epigrafe, che, lei viva e lui vivo, dovessero restar vincolati, schiavi dello stupido ordine, della stupida simmetria di quei due letti a due, là, fatti per la morte? che la menzogna, la quale...
sí, poteva avere un certo valor decorativo per la morte, dovesse ancora sussistere e imporsi da quelle due lapidi alla vita? Ma per chi la prendeva, dunque, il signor avvocato Gàttica-Mei? Supponeva che ella, per quell'"aspetta in pace lo sposo" della gentilizia di lui e per quell'"in attesa che la fida compagna, ecc." della gentilizia del marito, dovesse graziosamente prestarsi a rimanere ancora la sua comoda amante, per andarsene poi da "fida compagna" a giacere, anzi "a dormire" accanto allo sposo, e lui accanto alla "moglie esemplare"?
Eh, no! eh, no, caro signor avvocato!
Le menzogne inutili stavano bene lí, incise sui morti.
Qua, nella vita, no.
Qua le utili si era costretti a usare, o a subir le necessarie.
E lei, donna onesta, ne aveva (Dio sa con che pena!) subita una per tre anni, vivendo il marito.
Ora basta! Perché avrebbe dovuto subirla ancora, questa menzogna, finita la necessità con la morte dello Zorzi? per il vincolo di quelle tombe stupide? vincolo, ch'egli, ponendo subito le mani avanti, con la nuova epigrafe, s'era affrettato a ribadire?
Eh, no! eh, no, caro signor avvocato! Menzogna inutile, ormai, quella "fida compagna".
Donna onesta, lei, per necessità aveva potuto ingannare il marito, da vivo; avrebbe voluto il signor avvocato che seguitasse a ingannarlo anche da morto, ora, senza un perché, o per il solo fatto ridicolo, che esistevano là quelle due tombe gemelle? Eh via! Da vivo, va bene, ella non aveva potuto farne a meno; ma da morto, no, non voleva piú ingannare il marito.
La sua onestà, la sua dignità, il suo decoro non glielo consentivano.
Libero il signor avvocato già da tre anni: libera anche lei, adesso; o ciascuno per sé, onestamente; o uniti, onestamente, innanzi alla legge e innanzi all'altare.
La discussione fu lunga e aspra.
L'avvocato Gàttica-Mei confessò in prima candidamente che nulla, proprio nulla di quanto ella aveva sospettato con maligno animo gli era passato per il capo nel dettar quell'epigrafe.
Se per poco ella fosse entrata nello spirito di quella sua concezione di tombe per coniugi senza prole, avrebbe compreso che quelle epigrafi là venivano da sé, naturalmente, come conseguenze inevitabili.
Ridicola quella concezione? Oh, questo poi no; questo poi no...
- Ridicola, ridicola, ridicola, - raffermò tre volte con focosa stizza la vedova Zorzi.
- Ma pensa, lí, quella tua moglie esemplare che ti aspetta in pace...
Non mi far dire ciò che non vorrei! So bene io, e tu meglio di me, quel che passasti con lei...
- E che c'entra questo?
- Lasciami dire! Quando mai ti comprese, povera Margherita! Se ti afflisse sempre! E non venivi forse a sfogarti qua, con Momo e con me?
- Sí...
ma...
- Lasciami dire! E perché t'amai io? io che, a mia volta, non mi sentivo compresa dal povero Momo? Ah, Dio, nulla piú dell'ingiustizia fa ribellare...
Ma tu volesti rimaner fedele fino all'ultimo a Margherita, e dettasti quella bell'epigrafe.
T'ammirai allora; sí; ti ammirai tanto piú, quanto piú stimavo tua moglie indegna della tua fedeltà.
Poi...
sí, è inutile, è inutile parlarne...
non seppi dirti di no.
Ma non avrei dovuto farlo, io! come non lo facesti tu, finché visse tua moglie.
Avrei dovuto aspettare anch'io che Momo morisse.
Cosí, io sola sono venuta meno a' miei doveri! Anche tu, sí...
ma verso l'amico: sposo, fosti fedele! E questo, vedi, ora che tua moglie e mio marito se ne sono andati, e tu sei restato, solo, qua, di fronte a me, questo mi pesa piú di tutto.
E perciò parlo! Sono una donna onesta, io, come tua moglie; onesta come te, come mio marito! E voglio essere tua moglie, capisci? o niente! Ah, sei fanatico tu della bella concezione? Ma immagina me, ora, stesa lí accanto a mio marito, "fida compagna"...
È buffo! atrocemente buffo! Chi sa, e anche chi non sa niente, vedendo lí quelle due gentilizie, - "Oh," dirà, "ma guardate, ma ammirate qua, che pace tra questi coniugi!" - Sfido, morti! Caricatura, caricatura, caricatura.
E il porro peloso, animato dal tic, rimase a fremerle per piú di cinque minuti sul mento, irritatissimo.
Il Gàttica-Mei restò proprio ferito fino all'anima da questa lunga intemerata; ma piú della derisione.
Serio e posato, non poteva ammettere neppure, che si scherzasse con lui o d'una cosa sua; come non aveva potuto ammettere, viva la moglie, il tradimento.
La pretesa della Zorzi di farsi sposare gli guastava tutto.
Lasciamo andare quelle due tombe che aspettavano là; ma il nuovo ordinamento della sua vita da vedovo, a cui già da tre anni s'era acconciato cosí bene! Perché un nuovo rivolgimento, adesso, nella sua vita? Senza ragione, via, proprio senza ragione.
Avrebbe capito gli scrupoli, il dolore, il rimorso di lei, finché era vivo il povero Zorzi; ma ora perché? Se ci fosse stato il divorzio, un matrimonio prima, sí, per riparare all'inganno che si faceva a un uomo, a quel furto d'onore, a quei sotterfugi, ch'eran pur tanto saporiti però; ma ora perché? ora che non si ingannava piú nessuno, e - liberi entrambi, vedovi, d'una certa età - non dovevano piú dar conto a nessuno, se seguitavano quella loro tranquilla relazione? Il decoro? Ma anzi adesso non c'era piú nulla di male...
Voleva ella riparare cosí il male passato? Il povero Momolo non c'era piú! Di fronte a se stessa? E perché? Qual male da riparare di fronte a se stessa o a lui? È male l'amore? E poi...
oh Dio, sí, perché non pensarci? voleva anche perdere l'assegnamento, circa centosessanta lire al mese di pensione lasciatale dal marito? Un vero peccato!
In tutti i modi l'avvocato Gàttica-Mei cercò di dimostrarle ch'era proprio una picca, una stoltezza, un'intestatura deplorevole, una pazzia!
Ma la vedova Zorzi fu irremovibile.
- O moglie, o niente.
Invano, sperando che col tempo quella fissazione le passasse, egli le disse ch'era inutile e anche crudele mostrarsi con lui adesso cosí dura, poiché la legge prescriveva che prima di nove mesi non si poteva contrarre un nuovo matrimonio; e che, se mai, ne avrebbero riparlato allora.
No, no, e no: - o moglie, o niente.
E tenne duro per otto mesi la vedova Zorzi.
Egli, stanco di pregarla ogni giorno, storcendosi le mani, pover'uomo, alla fine si licenziò.
Passò una settimana, ne passarono due, tre; passò un mese e piú, senza che si facesse rivedere.
E ormai da quattro giorni ella, in grande orgasmo, metteva in deliberazione se cercare di farsi incontrare per istrada, come per caso, o se scrivergli, o se andare senz'altro ad affrontarlo in casa, quando il domestico di lui venne ad annunziarle, che il suo padrone era gravemente ammalato, di polmonite, e che la scongiurava d'una visita.
Ella accorse, straziata dal rimorso per la sua durezza, causa forse di qualche disordine nella vita di lui e, per conseguenza, di quella malattia; accorse funestata dai piú neri presentimenti.
E difatti lo trovò sprofondato nel letto, rantolante, strozzato, quasi con la morte in bocca: irriconoscibile.
Dimenticò ogni riguardo sociale, e gli si pose accanto, notte e giorno, a lottare con la morte, senza un momento di requie.
Al settimo giorno, quand'egli fu dichiarato dai medici fuor di pericolo, la Zorzi, stremata di forze, dopo tante notti perdute, pianse, pianse di gioja, chinando il capo su la sponda del letto; ed egli allora, per primo, carezzandole amorosamente i capelli, le disse che subito, appena rimesso, la avrebbe fatta sua moglie.
Ma, lasciato il letto, dové prima di tutto imparar di nuovo a camminare, il Gàttica-Mei.
Non si reggeva piú in piedi.
Lui, un tempo cosí solidamente e rigidamente impostato, ora curvo, tremicchiante, pareva proprio l'ombra di se stesso.
E i polmoni...
eh, i polmoni...
Che tosse! A ogni nuovo accesso, ansimante, soffocato, si picchiava il petto con le mani e diceva a lei, che lo guardava oppressa:
- Andato...
andato...
Migliorò un poco durante l'estate.
Volle uscir di casa, esporsi un po' all'aria, prima in carrozza, poi a piedi, sorretto da lei e col bastone.
Finalmente, riacquistate alquanto le forze, volle ch'ella s'affrettasse a preparar l'occorrente per le nozze.
- Guarirò, vedrai...
Mi sento meglio, molto meglio.
Era rimasta intatta a lui, qua, la casa maritale: solo dalla camera aveva tolto il letto a due, o meglio, aveva staccato e fatto portar via quello de' due lettini gemelli d'ottone, su cui aveva dormito la moglie.
Ma anch'ella, la Zorzi, aveva di là la sua casa maritale in pieno assetto.
Ora, sposando, quale delle due case avrebbero ritenuta? Ella non avrebbe voluto contrariar l'infermo, che conosceva metodico e schiavo delle abitudini; ma proprio non se la sentiva di viver lí, nella casa di lui, da moglie: tutto lí parlava di Margherita; ed ella non poteva aprire un cassetto senza provare uno strano ritegno, una costernazione indefinibile, quasi che tutti gli oggetti custodissero gelosi i ricordi di quella, ond'erano animati.
Ma anch'egli, certo si sarebbe sentito estraneo fra gli oggetti della casa di lei.
Prendere un'altra casa, una casa nuova, con nuova mobilia, e vendere la vecchia delle due case? Questo sarebbe stato il meglio...
E a questo, senza dubbio, ella avrebbe indotto l'amico, se egli fosse stato sano, quello di prima...
Adesso bisognava rassegnarsi e contentarlo, mutando il meno possibile.
Il letto a due, intanto, quello sí, doveva esser nuovo.
Poi, dismessa la casa del primo marito, ella avrebbe fatto trasportar qui i suoi mobili piú cari; si sarebbe fatta una scelta tra quelli in migliore stato delle due case, e il superfluo scartato sarebbe stato venduto.
Cosí fecero: e sposarono.
Come se la cerimonia nuziale fosse di buon augurio, per circa tre mesi, fino a metà dell'autunno, egli stette quasi bene: colorito, forse un po' troppo, e senza tosse.
Ma ricadde coi primi freddi; e allora comprese che era finita per lui.
Lungo tutto l'inverno, che passò miseramente tra il letto e la poltrona, assaporando la morte che gli stava sopra, fu tormentato fino all'ultimo da un pensiero, che gli si presentava come un problema insolubile: il pensiero di quelle due tombe gemelle, nel Pincetto, lassú al Verano.
Dove lo avrebbe fatto seppellire, ora, sua moglie?
E s'impossessò di lui, tra il lento cociore della febbre e le smanie angosciose del male, una stizza sorda e profonda, che di punto in punto si esasperava vieppiú, contro di lei, che aveva voluto a ogni costo quel matrimonio inutile, stolto e sciagurato.
Sapeva che stolta per la moglie era stata invece l'idea di costruire quelle due tombe a quel modo; ma egli non voleva riconoscerlo.
Del resto, discussione oziosa, questa, adesso, che non avrebbe avuto altro effetto che acuirgli la stizza.
La questione era un'altra.
Marito di lei, ora, poteva egli andare a giacer lassú accanto alla prima moglie? e domani lei, divenuta moglie d'un altro, accanto al primo marito?
Si tenne finché poté, e all'ultimo glielo volle domandare.
- Ma che vai pensando adesso! - gli gridò ella, senza lasciarlo finire.
- Bisogna invece pensarci a tempo, - brontolò egli, cupo, lanciandole di traverso sguardi odiosi.
- Io voglio saperlo, ecco! voglio saperlo!
- Ma sei pazzo? - tornò a gridargli lei.
- Tu guarirai, guarirai...
Attendi a guarire!
Egli, convulso, si provò a levarsi dal seggiolone:
- Io non arrivo a finire il mese! Come farai? come farai?
- Ma si vedrà poi, Antonio, per carità! per carità! - proruppe ella, e si mise a piangere.
Il Gàttica-Mei, vedendola piangere, si stette zitto per un pezzo; poi riprese a borbottare, guardandosi le unghie livide:
- Poi...
sí...
lo vedrà lei, poi...
Tante spese...
tante cure...
Tutto per aria...
tutto scombinato...
Perché poi?...
Poteva ogni cosa restar disposta come era...
tanto bene...
Alludeva all'epigrafe conservata là nel cassetto della scrivania, all'epigrafe che quattr'anni addietro egli aveva preparata per sé, quella con l'ADDÌ (puntini in fila) DELL'ANNO (puntini in fila) RAGGIUNSE LA SPOSA.
Nella furia delle disposizioni da dare per i funerali, la trovò difatti, pochi giorni dopo, rimestando in quel cassetto, la moglie due volte vedova.
La lesse, la rilesse, poi la buttò via, sdegnata, pestando un piede.
Là, accanto alla prima moglie? Ah, no, no davvero, no, no e no! Egli era stato adesso suo marito, e lei non poteva affatto tollerare che andasse a giacere a fianco di quell'altra.
Ma dove, allora?
Dove? Lí, nella sepoltura dello Zorzi.
Tutti e due insieme, i mariti: l'uno e l'altro per lei sola.
Cosí "la fida compagna", di cui il buon Momolo Zorzi stava "in attesa" che venisse "a dormirgli accanto", fu l'avvocato Gàttica-Mei.
E ancora, nella nicchia dell'altro letto a due, Margherita, la moglie esemplare
ASPETTA IN PACE
LO SPOSO
Ci verrà lei, ci verrà lei, la doppia vedova, qui, invece, il piú tardi possibile.
Intanto, lí, le lampade delle colonnine sono accese tutt'e due; e qui, tutt'e due spente.
In questo, almeno, la simmetria era salva e il Gàttica-Mei poteva esserne contento.
...
[Pagina successiva]