LA GIARA, di Luigi Pirandello - pagina 27
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- No! Tu no! - gli gridò, convulsa, rabbiosamente, la vedova, riavendosi a un tratto dal pianto.
- Tu, no!
E si soffiò il naso, rabbiosamente.
- Per...
perché? - barbugliò il Gàttica-Mei.
- Poi; a casa, - scattò di nuovo la Zorzi.
Quegli allora si strinse nelle spalle, si provò ad aggiungere:
- Mi pareva...
non so...
Guardando ancora una volta l'epigrafe, fermò gli occhi su quel "fida compagna" che...
sí, certamente...
ma, santo Dio! frase ovvia, consacrata ormai dall'uso...
Si diceva "fida compagna", come "vaso capace", "parca mensa"...
Non ci aveva proprio fatto caso, ecco.
Balbettò:
- Forse...
capisco...
ma...
- Ho detto, a casa, - ripeté per la terza volta la Zorzi.
- Ma, del resto, poiché ci teneva tanto...
anche lui, povero Momo, ci teneva, a questo capolavoro qua...
faccio notare: due colonnine, due lampade...
perché? Una bastava.
- Una? come? eh! - fece il Gàttica-Mei, stupito aprendo le mani, con un sorriso vano.
- La simmetria, è vero? - domandò agra la Zorzi.
- Ma, senza figli, senz'altri parenti: finché uno è in piedi, può venire ad accendere all'altro la candela.
Chi la accenderà a me, quella, poi? E, di là, a te?
- Già...
- riconobbe, un po' scosso e smarrito, il Gàttica-Mei, portandosi istintivamente le mani alla nuca per rialzarsi dietro gli orecchi le due ali di capelli, con un gesto che gli era solito, ogni qual volta perdeva ma per poco la padronanza di sé (veramente, con la Zorzi, gli avveniva piuttosto di frequente).
- Però, ecco, - si riprese: - Faccio notare anch'io: allora...
e non sia mai, veh: allora tutt'e due le lampade, qua e là, resteranno spente e...
La simmetria era salva.
Ma la vedova Zorzi non volle darsi per vinta.
- E con ciò? Una, intanto, quella, resterà sempre lí, nuova, intatta, non accesa mai, inutile.
Dunque, se ne poteva fare a meno, e una bastava.
- Lo stesso è da me, - disse il Gàttica-Mei.
- E, - aggiunse piú a bassa voce e abbassando anche gli occhi, - dovremmo morire tutt'e due insieme, Chiara...
- Tu verresti ad accendermi qua la candela, o io a te di là, è vero? - domandò con piú acredine la Zorzi.
- Grazie, caro, grazie! Ma questa è la discussione che faremo a casa.
E con un gesto della mano, quasi allontanandolo, lo mandò a deporre il mazzo di fiori su la tomba della moglie.
Ella, col capo inclinato su l'indice della mano destra teso all'angolo della bocca, rimase a mirare in silenzio la lapide del marito, mentre una rosa mezzo sfogliata accanto alla colonnina, tentennando appena sul gambo a un soffio di vento, pareva crollasse il capo amaramente per conto del buon Momolo Zorzi lí sottoterra.
Ma non s'era mica impuntata per la menzogna di quella frase convenzionale, la vedova Zorzi, come il Gàttica-Mei aveva ingenuamente supposto.
Sapeva, sapeva bene, ella, che nei cimiteri le epigrafi non sono fatte per l'onore dei morti, che se lo mangiano i vermi; ma solamente per la vanità dei vivi.
Non già, dunque, per l'inutile offesa al marito morto s'era ella indignata, ma per l'offesa che quell'epigrafe conteneva per lei viva.
Che intenzioni aveva il signor Gàttica-Mei? Con chi credeva d'aver da fare? S'era immaginato, dettando quell'epigrafe, che, lei viva e lui vivo, dovessero restar vincolati, schiavi dello stupido ordine, della stupida simmetria di quei due letti a due, là, fatti per la morte? che la menzogna, la quale...
sí, poteva avere un certo valor decorativo per la morte, dovesse ancora sussistere e imporsi da quelle due lapidi alla vita? Ma per chi la prendeva, dunque, il signor avvocato Gàttica-Mei? Supponeva che ella, per quell'"aspetta in pace lo sposo" della gentilizia di lui e per quell'"in attesa che la fida compagna, ecc." della gentilizia del marito, dovesse graziosamente prestarsi a rimanere ancora la sua comoda amante, per andarsene poi da "fida compagna" a giacere, anzi "a dormire" accanto allo sposo, e lui accanto alla "moglie esemplare"?
Eh, no! eh, no, caro signor avvocato!
Le menzogne inutili stavano bene lí, incise sui morti.
Qua, nella vita, no.
Qua le utili si era costretti a usare, o a subir le necessarie.
E lei, donna onesta, ne aveva (Dio sa con che pena!) subita una per tre anni, vivendo il marito.
Ora basta! Perché avrebbe dovuto subirla ancora, questa menzogna, finita la necessità con la morte dello Zorzi? per il vincolo di quelle tombe stupide? vincolo, ch'egli, ponendo subito le mani avanti, con la nuova epigrafe, s'era affrettato a ribadire?
Eh, no! eh, no, caro signor avvocato! Menzogna inutile, ormai, quella "fida compagna".
Donna onesta, lei, per necessità aveva potuto ingannare il marito, da vivo; avrebbe voluto il signor avvocato che seguitasse a ingannarlo anche da morto, ora, senza un perché, o per il solo fatto ridicolo, che esistevano là quelle due tombe gemelle? Eh via! Da vivo, va bene, ella non aveva potuto farne a meno; ma da morto, no, non voleva piú ingannare il marito.
La sua onestà, la sua dignità, il suo decoro non glielo consentivano.
Libero il signor avvocato già da tre anni: libera anche lei, adesso; o ciascuno per sé, onestamente; o uniti, onestamente, innanzi alla legge e innanzi all'altare.
La discussione fu lunga e aspra.
L'avvocato Gàttica-Mei confessò in prima candidamente che nulla, proprio nulla di quanto ella aveva sospettato con maligno animo gli era passato per il capo nel dettar quell'epigrafe.
Se per poco ella fosse entrata nello spirito di quella sua concezione di tombe per coniugi senza prole, avrebbe compreso che quelle epigrafi là venivano da sé, naturalmente, come conseguenze inevitabili.
Ridicola quella concezione? Oh, questo poi no; questo poi no...
- Ridicola, ridicola, ridicola, - raffermò tre volte con focosa stizza la vedova Zorzi.
- Ma pensa, lí, quella tua moglie esemplare che ti aspetta in pace...
Non mi far dire ciò che non vorrei! So bene io, e tu meglio di me, quel che passasti con lei...
- E che c'entra questo?
- Lasciami dire! Quando mai ti comprese, povera Margherita! Se ti afflisse sempre! E non venivi forse a sfogarti qua, con Momo e con me?
- Sí...
ma...
- Lasciami dire! E perché t'amai io? io che, a mia volta, non mi sentivo compresa dal povero Momo? Ah, Dio, nulla piú dell'ingiustizia fa ribellare...
Ma tu volesti rimaner fedele fino all'ultimo a Margherita, e dettasti quella bell'epigrafe.
T'ammirai allora; sí; ti ammirai tanto piú, quanto piú stimavo tua moglie indegna della tua fedeltà.
Poi...
sí, è inutile, è inutile parlarne...
non seppi dirti di no.
Ma non avrei dovuto farlo, io! come non lo facesti tu, finché visse tua moglie.
Avrei dovuto aspettare anch'io che Momo morisse.
Cosí, io sola sono venuta meno a' miei doveri! Anche tu, sí...
ma verso l'amico: sposo, fosti fedele! E questo, vedi, ora che tua moglie e mio marito se ne sono andati, e tu sei restato, solo, qua, di fronte a me, questo mi pesa piú di tutto.
E perciò parlo! Sono una donna onesta, io, come tua moglie; onesta come te, come mio marito! E voglio essere tua moglie, capisci? o niente! Ah, sei fanatico tu della bella concezione? Ma immagina me, ora, stesa lí accanto a mio marito, "fida compagna"...
È buffo! atrocemente buffo! Chi sa, e anche chi non sa niente, vedendo lí quelle due gentilizie, - "Oh," dirà, "ma guardate, ma ammirate qua, che pace tra questi coniugi!" - Sfido, morti! Caricatura, caricatura, caricatura.
E il porro peloso, animato dal tic, rimase a fremerle per piú di cinque minuti sul mento, irritatissimo.
Il Gàttica-Mei restò proprio ferito fino all'anima da questa lunga intemerata; ma piú della derisione.
Serio e posato, non poteva ammettere neppure, che si scherzasse con lui o d'una cosa sua; come non aveva potuto ammettere, viva la moglie, il tradimento.
La pretesa della Zorzi di farsi sposare gli guastava tutto.
Lasciamo andare quelle due tombe che aspettavano là; ma il nuovo ordinamento della sua vita da vedovo, a cui già da tre anni s'era acconciato cosí bene! Perché un nuovo rivolgimento, adesso, nella sua vita? Senza ragione, via, proprio senza ragione.
Avrebbe capito gli scrupoli, il dolore, il rimorso di lei, finché era vivo il povero Zorzi; ma ora perché? Se ci fosse stato il divorzio, un matrimonio prima, sí, per riparare all'inganno che si faceva a un uomo, a quel furto d'onore, a quei sotterfugi, ch'eran pur tanto saporiti però; ma ora perché? ora che non si ingannava piú nessuno, e - liberi entrambi, vedovi, d'una certa età - non dovevano piú dar conto a nessuno, se seguitavano quella loro tranquilla relazione? Il decoro? Ma anzi adesso non c'era piú nulla di male...
Voleva ella riparare cosí il male passato? Il povero Momolo non c'era piú! Di fronte a se stessa? E perché? Qual male da riparare di fronte a se stessa o a lui? È male l'amore? E poi...
oh Dio, sí, perché non pensarci? voleva anche perdere l'assegnamento, circa centosessanta lire al mese di pensione lasciatale dal marito? Un vero peccato!
In tutti i modi l'avvocato Gàttica-Mei cercò di dimostrarle ch'era proprio una picca, una stoltezza, un'intestatura deplorevole, una pazzia!
Ma la vedova Zorzi fu irremovibile.
- O moglie, o niente.
Invano, sperando che col tempo quella fissazione le passasse, egli le disse ch'era inutile e anche crudele mostrarsi con lui adesso cosí dura, poiché la legge prescriveva che prima di nove mesi non si poteva contrarre un nuovo matrimonio; e che, se mai, ne avrebbero riparlato allora.
No, no, e no: - o moglie, o niente.
E tenne duro per otto mesi la vedova Zorzi.
Egli, stanco di pregarla ogni giorno, storcendosi le mani, pover'uomo, alla fine si licenziò.
Passò una settimana, ne passarono due, tre; passò un mese e piú, senza che si facesse rivedere.
E ormai da quattro giorni ella, in grande orgasmo, metteva in deliberazione se cercare di farsi incontrare per istrada, come per caso, o se scrivergli, o se andare senz'altro ad affrontarlo in casa, quando il domestico di lui venne ad annunziarle, che il suo padrone era gravemente ammalato, di polmonite, e che la scongiurava d'una visita.
Ella accorse, straziata dal rimorso per la sua durezza, causa forse di qualche disordine nella vita di lui e, per conseguenza, di quella malattia; accorse funestata dai piú neri presentimenti.
E difatti lo trovò sprofondato nel letto, rantolante, strozzato, quasi con la morte in bocca: irriconoscibile.
Dimenticò ogni riguardo sociale, e gli si pose accanto, notte e giorno, a lottare con la morte, senza un momento di requie.
Al settimo giorno, quand'egli fu dichiarato dai medici fuor di pericolo, la Zorzi, stremata di forze, dopo tante notti perdute, pianse, pianse di gioja, chinando il capo su la sponda del letto; ed egli allora, per primo, carezzandole amorosamente i capelli, le disse che subito, appena rimesso, la avrebbe fatta sua moglie.
Ma, lasciato il letto, dové prima di tutto imparar di nuovo a camminare, il Gàttica-Mei.
Non si reggeva piú in piedi.
Lui, un tempo cosí solidamente e rigidamente impostato, ora curvo, tremicchiante, pareva proprio l'ombra di se stesso.
E i polmoni...
eh, i polmoni...
Che tosse! A ogni nuovo accesso, ansimante, soffocato, si picchiava il petto con le mani e diceva a lei, che lo guardava oppressa:
- Andato...
andato...
Migliorò un poco durante l'estate.
Volle uscir di casa, esporsi un po' all'aria, prima in carrozza, poi a piedi, sorretto da lei e col bastone.
Finalmente, riacquistate alquanto le forze, volle ch'ella s'affrettasse a preparar l'occorrente per le nozze.
- Guarirò, vedrai...
Mi sento meglio, molto meglio.
Era rimasta intatta a lui, qua, la casa maritale: solo dalla camera aveva tolto il letto a due, o meglio, aveva staccato e fatto portar via quello de' due lettini gemelli d'ottone, su cui aveva dormito la moglie.
Ma anch'ella, la Zorzi, aveva di là la sua casa maritale in pieno assetto.
Ora, sposando, quale delle due case avrebbero ritenuta? Ella non avrebbe voluto contrariar l'infermo, che conosceva metodico e schiavo delle abitudini; ma proprio non se la sentiva di viver lí, nella casa di lui, da moglie: tutto lí parlava di Margherita; ed ella non poteva aprire un cassetto senza provare uno strano ritegno, una costernazione indefinibile, quasi che tutti gli oggetti custodissero gelosi i ricordi di quella, ond'erano animati.
Ma anch'egli, certo si sarebbe sentito estraneo fra gli oggetti della casa di lei.
Prendere un'altra casa, una casa nuova, con nuova mobilia, e vendere la vecchia delle due case? Questo sarebbe stato il meglio...
E a questo, senza dubbio, ella avrebbe indotto l'amico, se egli fosse stato sano, quello di prima...
Adesso bisognava rassegnarsi e contentarlo, mutando il meno possibile.
Il letto a due, intanto, quello sí, doveva esser nuovo.
Poi, dismessa la casa del primo marito, ella avrebbe fatto trasportar qui i suoi mobili piú cari; si sarebbe fatta una scelta tra quelli in migliore stato delle due case, e il superfluo scartato sarebbe stato venduto.
Cosí fecero: e sposarono.
Come se la cerimonia nuziale fosse di buon augurio, per circa tre mesi, fino a metà dell'autunno, egli stette quasi bene: colorito, forse un po' troppo, e senza tosse.
Ma ricadde coi primi freddi; e allora comprese che era finita per lui.
Lungo tutto l'inverno, che passò miseramente tra il letto e la poltrona, assaporando la morte che gli stava sopra, fu tormentato fino all'ultimo da un pensiero, che gli si presentava come un problema insolubile: il pensiero di quelle due tombe gemelle, nel Pincetto, lassú al Verano.
Dove lo avrebbe fatto seppellire, ora, sua moglie?
E s'impossessò di lui, tra il lento cociore della febbre e le smanie angosciose del male, una stizza sorda e profonda, che di punto in punto si esasperava vieppiú, contro di lei, che aveva voluto a ogni costo quel matrimonio inutile, stolto e sciagurato.
Sapeva che stolta per la moglie era stata invece l'idea di costruire quelle due tombe a quel modo; ma egli non voleva riconoscerlo.
Del resto, discussione oziosa, questa, adesso, che non avrebbe avuto altro effetto che acuirgli la stizza.
La questione era un'altra.
Marito di lei, ora, poteva egli andare a giacer lassú accanto alla prima moglie? e domani lei, divenuta moglie d'un altro, accanto al primo marito?
Si tenne finché poté, e all'ultimo glielo volle domandare.
- Ma che vai pensando adesso! - gli gridò ella, senza lasciarlo finire.
- Bisogna invece pensarci a tempo, - brontolò egli, cupo, lanciandole di traverso sguardi odiosi.
- Io voglio saperlo, ecco! voglio saperlo!
- Ma sei pazzo? - tornò a gridargli lei.
- Tu guarirai, guarirai...
Attendi a guarire!
Egli, convulso, si provò a levarsi dal seggiolone:
- Io non arrivo a finire il mese! Come farai? come farai?
- Ma si vedrà poi, Antonio, per carità! per carità! - proruppe ella, e si mise a piangere.
Il Gàttica-Mei, vedendola piangere, si stette zitto per un pezzo; poi riprese a borbottare, guardandosi le unghie livide:
- Poi...
sí...
lo vedrà lei, poi...
Tante spese...
tante cure...
Tutto per aria...
tutto scombinato...
Perché poi?...
Poteva ogni cosa restar disposta come era...
tanto bene...
Alludeva all'epigrafe conservata là nel cassetto della scrivania, all'epigrafe che quattr'anni addietro egli aveva preparata per sé, quella con l'ADDÌ (puntini in fila) DELL'ANNO (puntini in fila) RAGGIUNSE LA SPOSA.
Nella furia delle disposizioni da dare per i funerali, la trovò difatti, pochi giorni dopo, rimestando in quel cassetto, la moglie due volte vedova.
La lesse, la rilesse, poi la buttò via, sdegnata, pestando un piede.
Là, accanto alla prima moglie? Ah, no, no davvero, no, no e no! Egli era stato adesso suo marito, e lei non poteva affatto tollerare che andasse a giacere a fianco di quell'altra.
Ma dove, allora?
Dove? Lí, nella sepoltura dello Zorzi.
Tutti e due insieme, i mariti: l'uno e l'altro per lei sola.
Cosí "la fida compagna", di cui il buon Momolo Zorzi stava "in attesa" che venisse "a dormirgli accanto", fu l'avvocato Gàttica-Mei.
E ancora, nella nicchia dell'altro letto a due, Margherita, la moglie esemplare
ASPETTA IN PACE
LO SPOSO
Ci verrà lei, ci verrà lei, la doppia vedova, qui, invece, il piú tardi possibile.
Intanto, lí, le lampade delle colonnine sono accese tutt'e due; e qui, tutt'e due spente.
In questo, almeno, la simmetria era salva e il Gàttica-Mei poteva esserne contento.
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