LA GIARA, di Luigi Pirandello - pagina 5
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Perché, sissignori, gli s'erano affezionati, tutti e tre, come a qualche cosa che appartenesse a loro, ma proprio a loro soltanto e a nessun altro piú, e dalla quale misteriosamente traevano una soddisfazione, di cui, seppur la loro coscienza non sentiva il bisogno, avrebbero per tutta la vita avvertito la mancanza, quando fosse venuta loro a mancare.
Fillicò un giorno portò su alla grotta la moglie, che aveva un bimbo attaccato al petto e una ragazzetta per mano.
La ragazzetta recava al nonno una bella corona di pan buccellato.
Con che occhi erano rimaste a mirarlo, madre e figlia! Dovevano essere passati già parecchi mesi dalla cattura, e chi sa come s'era ridotto: la barba a cespugli sulle gote e sul mento; sudicio, strappato...
Ma rideva per far loro buona accoglienza, grato della visita e del regalo di quel buon pane buccellato.
Forse però era appunto il riso in quella sua faccia da svanito, che faceva tanto spavento alla buona donna e alla ragazzetta.
- No, carinella, vieni qua...
vieni qua...
Tieni, te ne do un pezzetto; mangia...
L'ha fatto mamma?
- Mamma...
- Brava! E fratellini, ne hai? Tre? Eh, povero Fillicò, già quattro figli...
Portameli, i maschietti: voglio conoscerli.
La settimana ventura, bravo.
Ma speriamo che non ci arrivi...
Ci arrivò.
Altro che! Lunga, proprio lunga volle Dio che fosse la punizione.
Per piú di altri due mesi la tirò!
Morí di domenica, una bella serata che lassú c'era ancora luce come se fosse giorno.
Fillicò aveva condotto i suoi ragazzi, a vedere il nonno, e anche Manuzza, i suoi.
Tra quei ragazzi morí, mentre scherzava con loro, come un ragazzino anche lui, mascherato con un fazzoletto rosso sui capelli lanosi.
I tre accorsero a raccoglierlo da terra, appena lo videro cadere all'improvviso, mentre rideva e faceva tanto ridere quei ragazzi.
Morto?
Scostarono i ragazzi; li fecero andar via con le donne.
E lo piansero, lo piansero, inginocchiati tutti e tre attorno al cadavere, e pregarono Dio per lui e anche per loro.
Poi lo seppellirono dentro la grotta.
Per tutta la vita, se a qualcuno per caso avveniva di ricordare davanti a loro il Guarnotta e la sua scomparsa misteriosa:
- Un santo! - dicevano.
- Oh! Andò certo diritto in paradiso con tutte le scarpe, quello!
Perché il purgatorio erano certi d'averglielo dato loro là, su la montagna.
GUARDANDO UNA STAMPA
Un viale scortato da giganteschi eucalipti.
A sinistra, un poggio con su in cima un ricovero notturno.
Due mendicanti che confabulano tra loro per quel viale, e che hanno lasciato un po' piú giú sulla spalletta una bisaccia e una stampella.
Un'alba di luna che si indovina dal giuoco delle ombre e delle luci.
È una vecchia stampa, ingenua e di maniera, che quasi commuove per il piacere manifesto che dovette provare l'ignoto incisore nel far preciso tutto ciò che ci poteva entrare: questa zana qua, per esempio, a piè del poggio, con l'acqua che vi scorre sotto la palancola; e là quella bisaccia e quella stampella sulla spalletta del viale; il cielo dietro il poggio con quel ricovero in cima; e il chiaror lieve e ampio che sfuma nella sera dalla città lontana.
S'immagina che debba arrivare il rombar sordo della vita cittadina, e che qua tra gli sterpi del poggio forse qualche grillo strida di tratto in tratto nel silenzio, e che se la romba lontana cessi per un istante, si debba anche udire il borboglío fresco sommesso dell'acqua che scorre per questa zana sotto la palancola e il tenue stormire di questi alti alberi foschi.
La luna che s'indovina e non si vede, quella bisaccia e quella stampella illuminate da essa, l'acqua della zana e questi eucalipti formano per conto loro un concerto a cui i due mendicanti restano estranei.
Certo, per fare da sentinelle alla miseria che va ogni notte a rintanarsi in quel ricovero su in cima al poggio, piú bella figura farebbero, lungo questo viale, alberetti gobbi, alberetti nani, dai tronchi ginocchiuti e pieni di giunture storpie e nodose, anziché questi eucalipti che pare si siano levati cosí alti per non vedere e non sentire.
Ma la pena che fa tutta questa puerile precisione di disegno è tanta che vien voglia di comunicare a tutte le cose qui rappresentate, a questi due mendicanti che confabulano tra loro appoggiati alla spalletta del viale, quella vita che l'ignoto incisore, pur con tutto lo studio e l'amore che ci mise, non riuscí a comunicare.
Oh Dio mio, un po' di vita, quanto può averne una vecchia stampa di maniera.
Vogliamo provarci?
Per cominciare, questi due mendicanti, uno mi pare che si potrebbe chiamare Alfreduccio e l'altro il Rosso.
La luna è certo che sale di là; da dietro gli alberi.
E piú volte, scoperti da essa, Alfreduccio e il Rosso si sono tratti piú su, nell'ombra, lasciando al posto di prima, sulla spalletta, la bisaccia e la stampella.
Parlano tra loro a bassa voce.
Il Rosso s'è tirati sulla fronte gli occhialacci affumicati e, parlando, fa girare per aria la corona del rosario e poi se la raccoglie attorno all'indice ritto.
- La corona, sí: santa! ma sgranane pure i chicchi quanto ti pare, se poi non ti dai ajuto da te!
E dice che tutti i signori con l'estate se ne sono andati in villeggiatura, chi qua chi là; per cui l'unica sarebbe d'andare in villeggiatura anche loro.
Alfreduccio però è titubante.
Non si fida del Rosso.
È cieco da tutt'e due gli occhi, con una barbetta di malato, pallido, gracile.
Insomma, civilino.
Palpa con le mani giro giro le tese del tubino che gli hanno regalato da poco, e ripete con voce piagnucolosa:
- Ma noi due soli?
- Noi due soli, - miagola il Rosso, rifacendogli il verso.
- Ti sto dicendo che bisogna andare da Marco domattina.
(Marco è un mendicante di mia conoscenza, a cui ho pensato subito, guardando questi due mendicanti della stampa.
Può stare benissimo in loro compagnia perché, se questi due sono disegno di maniera, quello, pur essendo vivo e vero, come ognuno può andare a vederlo e toccarlo seduto davanti la chiesa di San Giuseppe con una ciotolina di legno in mano, non è meno di maniera di loro, uguale del resto a tanti altri che fanno con arte e coscienza il mestiere di mendicanti.)
Ma Alfreduccio seguita a non fidarsi e domanda:
- E se Marco non vorrà venire?
- Verrà, se andrai a dirglielo tu.
È una bella pensata.
Tutto sta a sapergliela presentare, là, come se venisse in mente a te: "Marco, che stiamo piú a fare in città? Tutti i signori sono andati via in villeggiatura".
- Marco, che stiamo piú a fare in città? - prende a recitare sotto sotto Alfreduccio, come un ragazzo che voglia imparare la lezione.
Il Rosso si volta a guardarlo; stende una mano e gli stringe le gote col pollice e il medio, schiacciandogli contemporaneamente con l'indice la punta del naso.
- Bello! - gli grida.
- Mi fai il pappagallo?
Alfreduccio si lascia fare lo sfregio senza protestare.
E l'altro soggiunge:
- La carità, caro mio, chi te la fa? La gente allegra per levarti dai piedi.
Chi soffre, non te ne fa; non compatisce: pensa a sé.
Anche con una piccola sventura, crede alla sua e non vede la tua; e se lo vuoi fare capace, s'indispettisce e ti volta le spalle.
Là là, in villeggiatura.
Se Marco ti domandasse, come tu a me: "Ma noi due soli?" tu perché non ti fidi di me, lui perché non si fida di te; e tu allora glielo dici: "C'è anche il Rosso che ha tre piedi e sa le vie della campagna".
Benché lui, Marco, di' la verità, ci veda un po' meglio di te?
- Meglio di me? - dice Alfreduccio maravigliato, e ride come uno scemo.
- Se io non ci vedo niente!
- Eh via, Alfreduccio, tra compagni! Dimmi almeno che ci vedi poco!
- Ti dico niente: parola d'onore! E niente neanche Marco.
- Tanto meglio, allora! - conclude il Rosso.
- Vi guiderò io.
Ma bisognerebbe concertare qualche cosa.
Mi sono morte quelle tre cavie ch'erano la mia ricchezza.
Cerco da tanto tempo una bertuccia e non la trovo.
Se tu non fossi tanto stupido, potresti almeno fare le veci delle cavie.
Ho piú di trecento pianete stampate proprio bene, per militari, ragazze da marito, giovani spose, vedove e vecchie.
Tutto sta a sapere pescare giusto nelle caselline.
Potresti imparare a trovare a tasto, subito, nella casella ch'io t'indicherei con qualche malizia combinata tra noi.
Cieco come sei, farebbe effetto.
Ma sempre Marco ci vuole.
Tu, invece delle cavie; e Marco invece della bertuccia.
Poeta; lo sai com'è? si mette a predicare che perfino i cani, oh, gli s'acculano davanti a sentire; noi mungiamo i signori villeggianti e sorteggiamo le pianete ai paesanelli.
Piú di questo non possiamo fare.
Ti va?
- Eh, - sospira Alfreduccio, alzando le spalle.
- Se Marco volesse venire...
- Mi secchi, - sbadiglia il Rosso, e si gratta con tutt'e due le mani la testa arruffata.
- Ne riparleremo domani.
Intanto, guarda: va' a prendermi la stampella che ho lasciato laggiú.
- Dove? - domanda Alfreduccio senza voltarsi.
- Laggiú! Va' rasente alla spalletta, e cerca a tasto; cosí impari.
Guarda che c'è pure la bisaccia.
Alfreduccio si muove, a testa alta, una mano sulla spalletta.
Quand'è a un passo dalla stampella si ferma e domanda:
- Ancora?
- Ma costà, non vedi: ci sei! - gli grida il Rosso; poi scoppia a ridere; si dà una rincalcata al cappellaccio e, balzelloni, con quattro gambate lo raggiunge; gli prende la faccia tra le mani; gliela alza verso la luna e gli osserva da vicino gli occhi tumidi, orribili, sghignandogli sul muso:
- Tu ci vedi, cane!
Alfreduccio non si ribella: attende con la faccia volta alla luna che quello gli esamini ben bene gli occhi, poi domanda come un bambino:
- Ci vedo?
- Ma, sai? - dice allora il Rosso, lasciandolo, - dopo tutto, dovendo fare il cieco, è una fortuna.
Due giorni dopo, per tempo, eccoli con Marco per lo stradone polveroso, il Rosso in mezzo, Alfreduccio a sinistra, Marco a destra; l'uno a braccetto e l'altro reggendo un lembo della giacca del Rosso.
Marco, il Poeta, ha una dignitosa e serena aria da apostolo, col petto inondato da una solenne barba fluente, un po' brizzolata.
La sua cecità non è orribile come quella d'Alfreduccio.
Gli occhi gli si sono disseccati; le palpebre, murate.
E va come beandosi dell'aria che gli venta sulla bella faccia di cera.
Sa d'avere un dono prezioso, il dono della parola; e la vanità di farsi conoscere anche nei paesi vicini lo ha forse indotto ad accompagnarsi con quei due.
(Bisogna ch'io supponga cosí, perché i due mendicanti della stampa so di certo che Marco non se li farebbe compagni per nessun'altra ragione.)
Il Rosso è scaltro.
Per entrargli in grazia, a un certo punto gli domanda:
- Sei andato a scuola, tu Marco, da ragazzo?
Marco accenna di sí col capo.
- Anch'io, - vuol far sapere Alfreduccio.
- Fino alla terza elementare.
- Zitto tu, bestia! - gli dà sulla voce il Rosso.
- Ti vuoi mettere col nostro Marco che mi figuro deve sapere anche il latino?
Marco accenna di sí un'altra volta; poi stropiccia la fronte e dice con gravità:
- Latino, italiano, storia e geografia, storia naturale e matematica.
Arrivai fino alla terza del ginnasio.
- Uh, e quasi quasi allora ti potevi far prete!
- Sí, prete! Avrò avuto appena tredici anni quando ammalai d'occhi e mio padre mi levò dalle scuole per mandarmi dalla zia in città a curarmi.
- Già, perché tu nasci bene, lo so,
Gli scaltri però non sempre riescono a valersi a lungo della loro scaltrezza, tenendola nascosta; non resistono alla tentazione di scoprirla, specie quando li obblighi ad avvilirsi e colui su cui la esercitano si mostri soddisfatto del loro avvilimento.
- È vero, - soggiunge infatti il Rosso, - che tuo padre era scrivano in un botteghino del lotto e che si metteva in tasca, dice, le poste dei gonzi che andavano a giocare? Io non ci credo.
- Io, sí, - risponde secco secco Marco.
- Ah sí? Ma faceva bene, sai? Benone! Vedendo tutto quel danaro sprecato, povero galantuomo, lui n'avrà avuto bisogno.
Lo capisco.
Sicché dunque accecasti in città?
- Vuoi farmi parlare? - dice Marco.
- In città, sí.
Da quella mia zia, ch'era monaca di casa.
- Che t'insegnò la Bibbia, è vero?
- M'insegnò...
La leggeva; l'imparai.
- Sorella di tuo padre?
- Sí.
Me la ricordo appena.
Tirava certi calci!
- Calci?
- Stentava a leggere; s'arrabbiava...
- ...e tirava calci?
- Perché io le suggerivo le parole che lei stentava a leggere.
Non voleva.
Le voleva leggere da sé.
Ero già accecato.
Mi dicevano di no; che m'avrebbero fatto l'operazione, quando...
non so, dicevano che si doveva maturare.
E aspettavo.
Ma mi annojavo lí in casa della zia: volevo ritornare al mio paese, e piangevo.
Zia alla fine si seccò e mi disse che al paese non avevo piú nessuno, perché mio padre, perduto l'impiego, era partito per l'America.
Per l'America? E come? Mi avevano abbandonato là, solo, in casa della zia? Ma seppi poi che cosa significava quell'America.
L'altro mondo.
Me lo disse la serva, quando mi morí anche la zia.
Già due volte avevo cambiato casa, stando con lei e non sapevo dove mi fossi ridotto ad abitare.
Vedevo ancora come in sogno casa mia, e mi credevo vestito come quando mio padre m'accompagnava a scuola.
Ma la serva, due giorni dopo la morte di zia, mi prese per mano, mi fece scendere una scala che non finiva mai e mi condusse per istrada.
Lí si mise a dir forte, mica a me, certe parole che io in prima non compresi: "Fate la carità a questo povero orfanello cieco, abbandonato, solo al mondo!".
Mi voltai: "Ma che dici?".
E lei: "Zitto bello, di' con me, e stendi la manina, cosí".
La manina? Me la cacciai subito dietro come se avesse voluto farmi toccare il fuoco.
Alfreduccio, commosso, ha un brivido alla schiena che lo fa ridere:
- Allegri!
- Allegri, mannaggia Macometto! - gli fa eco il Rosso.
- Dopo tutto, la professione t'è andata sempre bene, no?
- Benone, figúrati! - esclama Marco.
- Ma sai che potevo entrare in un ospizio, io, dove avrei potuto imparare qualche arte o mestiere da guadagnare: sonare il violino o il flauto, per esempio? Quanto mi sarebbe piaciuto il flauto! Ma anche gli studii avrei potuto seguitare.
Quella invece mi sfruttò; mi tenne per piú di dieci anni con sé...
Quando ci penso!
- Non ci pensare piú! - gli consiglia il Rosso.
- Pensa piuttosto a svagarti in questi giorni, che ne hai bisogno.
Mi sembri un Cristo di cera.
Vedessi che bella giornata e che belle campagne!
- Ormai! - sospira Marco, scrollando le spalle.
- Del resto, non t'illudere, sai? Non c'è niente di niente, neanche per te.
- Come non c'è niente?
- Niente.
Gli occhi, caro mio! Qua siamo due ciechi e mezzo.
Metti che anche tu sii cieco tutto, e dove se ne va la tua bella giornata e la tua bella campagna?
Il Rosso si ferma un pezzetto a mirarlo, come per vedere se dica sul serio; poi scoppia a ridere,
- Oh, non ti sciupare! - gli dice.
- Con me non serve, sai? Aspetta a fare il poeta quando saremo in mezzo alla gente.
- Ignorante! - esclama Marco.
- Che c'entra il poeta? Fisica, caro mio.
- Fisica? Non ne mangio.
- Le cose, come sono, nessuno lo può sapere.
Cosí mi consolo io.
Tu dici qua.
Sí: ci sono tante cose perché tu le vedi; mentre io no.
Ma come sono, tu che le vedi, mica lo sai meglio di me.
E te lo spiego.
Che vedi là?
- Una croce, che ci ammazzarono padron Dodo, l'altro anno.
- Volta; lo so.
Di qua che vedi?
- Un pagliajo, con un pentolino in cima per cappello.
- E come ti pare? Giallo?
- Colore di paglia, direi.
- Di paglia, per te.
La paglia, poi, per conto suo, chi sa cos'è, chi sa com'è.
Sai dove sono i colori? Tu credi nelle cose? Che! Negli occhi sono.
E bada, finché vedono la luce.
Difatti, ne vedi tu colori di notte, stando al bujo? Sicché gli occhi, caro mio, vedono finto; con la luce.
- Aspetta, - dice il Rosso.
- Ora me li cavo.
Tanto, sono per finta.
- Ignorante! - ripete Marco.
- Non dico questo.
Tu vedi la cosa come i tuoi occhi te la fanno vedere.
Io la tocco e me la figuro, con le dita.
Dimmi un po', se pensi alla morte, che vedi anche tu? Nero piú nero di questo mio.
Davanti alla morte, ciechi tutti! ciechi tutti!
- E ora comincia la predica! - esclama il Rosso.
- Sta' zitto, che qua non c'è nessuno!
Cosí difatti è solito cominciare le sue prediche Marco, quelle almeno piú solenni e terribili.
"Ciechi tutti! ciechi tutti!" e leva le braccia, agitando le mani per aria, mentre la faccia, col volume di tutta quella gran barba nera, gli si sbianca di piú.
Un cieco che dica ciechi gli altri non è di tutti i giorni.
E fa furore.
Ora il Rosso apprezza queste doti di Marco perché sa che gli fruttano bene; ma si può essere certi che stima sciocchi tutti coloro che gli fanno la carità.
Vivendo per le campagne come un animale forastico, s'è formata anche lui una sua particolare filosofia, di cui, strada facendo, per non restare indietro a nessuno, vuol dare un saggio ai due compagni.
Li pianta lí in mezzo allo stradone dicendo loro d'aspettare un pochino, perché ha riflettuto che Sopri è molto lontana e non potrebbero arrivarci se non dopo il tocco.
- Ragionate tra voi dei colori che non ci sono.
Me li arrotolo e me li porto via con me sotto il braccio per cinque minuti.
Tanto, a voi non servono!
- E dove vai? - domanda Alfreduccio.
- Qua vicino.
Non temete, torno presto.
Penso per tutti.
Alfreduccio allunga una mano per toccare Marco e stringersi a lui; non tocca nulla perché Marco gli sta dietro; e allora chiama:
- Marco!
- Eh? - fa questi, protendendo anche lui una mano, nel vuoto.
Ma basta a confortarli la voce, sentendosi almeno vicini.
- Bell'aria!
- Allegri!
Traggono un sospiro di sollievo udendo il tonfo cupo della stampella del Rosso.
- Eccomi, zitti! - dice questi, ansimando e trascinandoli via per lo stradone.
- Andiamo! andiamo!
Marco, costernato, sentendosi strappare avanti con tanta furia, domanda:
- Perché?
E Alfreduccio, arrancando dietro, chiede anche lui:
- Perché?
- Zitti! - impone loro il Rosso di nuovo.
E finalmente, fermandosi a una svoltata dello stradone, acchiappa una mano d'Alfreduccio per fargli palpare qualcosa dentro la bisaccia.
- Gallina? - dice subito Alfreduccio.
Marco aggrotta le ciglia:
- L'hai rubata?
- No.
Presa, - risponde il Rosso tranquillamente.
Marco si ribella:
- Via subito a lasciarla dove l'hai rubata!
- Perché se la mangino i cani? È già morta!
- Non so niente! Buttala via! Se dobbiamo stare insieme, rubare niente! Te lo pongo per patto.
- Ma chi ruba? - dice il Rosso sghignazzando.
- Lo chiami rubare tu, questo? Sí, forse in città.
Ma qua siamo in campagna.
Caro mio! La volpe sí, se le vien fatto, si prende una gallina, e io uomo no? Allarga le idee, all'aria aperta!
- Non allargo niente! - ribatte Marco, pestando un piede.
- Me ne torno indietro, bada, a costo di rompermi l'osso del collo.
Coi ladri non fo lega!
E si strappa da Alfreduccio che s'è afferrato con una mano al suo braccio.
Il Rosso lo trattiene:
- Eh via, che furia! Vuol dire che non ne mangerai, tu che sei tanto dabbene! Ma se la paglia, scusa, è paglia per me, perché la volpe poi ti deve parer ladra? Sarà ladra per te che hai comprato la gallina.
Ma la volpe ha fame, caro mio; non è ladra.
Vede una gallina? Se la prende.
- E tu che sei, volpe? - gli domanda Marco.
- No, - risponde il Rosso.
- Ma essere uomo per te che vuol dire? Morire di fame?
- Lavorare! - gli urla Marco.
- Bravo, cane! E se non puoi?
- Faccio cosí!
E Marco stende una mano, in atto di chiedere l'elemosina.
Allora il Rosso, irresistibilmente:
- Puh!
Uno sputo su quella mano.
Partito proprio dal fondo dello stomaco.
Marco diventa furibondo:
- Porco! Schifoso! Vigliacco! A me, uno sputo? T'approfitti che sono cosí?
E con quella mano da cui pende filando lo sputo, levata in aria per schifo, e con l'altra armata del bastone, cerca il Rosso che lo scansa dando indietro e sghignazzando.
Alfreduccio, piú là, spaventato, si mette a gridare:
- Ajuto! ajuto!
Ma subito il Rosso gli è sopra e gli tura la bocca.
- Zitto, bestia! Ho fatto per ischerzo!
Marco pesta i piedi, si contorce dalla rabbia, curvo, e grida che vuol tornare indietro.
Tra le mani del Rosso Alfreduccio, come un annegato, gli lancia una voce:
- E io con te, Marco!
Allora il Rosso lo caccia a spintoni:
- E andate a rompervi il collo tutt'e due! Voglio vedervi! Andate, andate!
I due si raggiungono, si prendono per mano, e via di furia, tastando coi bastoni la polvere dello stradone.
Quella fretta arrabbiata di poveri impotenti che andando ballano dall'ira, provoca di nuovo le risa del Rosso che s'è fermato a guardarli., Se non che, a un certo punto, vedendo che alla svoltata seguitano a tirar via di lungo:
- Ferma! ferma, perdio! - si mette a gridare.
E correndo giunge appena in tempo a strapparli dal pericolo di precipitare giú nel burrone.
- Ecco, tieni, schiaffeggiami, - dice poi a Marco, lasciandosi prendere.
- Sono qua.
Marco, ancora rabbioso, gli afferra la camicia sul petto e gli grida in faccia, come in confidenza:
- Ringrazia Dio, carogna, che non ho nulla addosso! Ti ammazzerei!
- Vuoi il coltello? Tieni, ammazzami, - fa il Rosso, cacciandosi una mano in tasca per finta di cercarvi il coltello.
Ma scoppia a ridere di nuovo, scoprendo che Alfreduccio lo ha cavato di tasca per davvero, lui, sotto sotto.
- Bello! - gli grida, agguantandogli la mano.
- Ah, tu lo cacci per davvero? Bravo, rospo! E guarda com'è affilato! E fuori misura! Ma sai che potrei schiaffarti in catorbia come niente? Giú, lascialo, buttalo! Cosí...
E a terra anche tu!
- Per carità! per carità! - geme Alfreduccio, buttandoglisi davanti in ginocchio.
- Che gli fai? - urla Marco.
- Niente, - dice subito il Rosso, raccattando con una mano il coltello e afferrando con l'altra un orecchio ad Alfreduccio.
- Gli mozzo per segno quest'orecchio.
- No! - grida Alfreduccio con una strappata di testa e abbracciandogli le gambe, atterrito.
- Eh via, lasciami le gambe! Mi hai fatto ridere, - dice allora il Rosso.
- Alzati e andiamo: finiamola! Se no, a Sopri ci arriveremo per l'anno santo.
Andiamo, andiamo, E tieni qua il coltello, che ti può servire per il pane.
Io ho fatto per ischerzo, Marco.
Tu dici chiedere l'elemosina, come se questa non fosse anche la mia professione...
Ma scusa, quando sono per le campagne, che ho fame e nessuno mi vede; se vedo una gallina, scusa, mica posso andare a chiederle: "Fammi un ovetto, cocca bella, per carità!".
Non me lo fa.
E allora io me la prendo, me l'arrosto e me la mangio.
Tu dici che rubo; io dico che ho fame.
Qua siamo in campagna, caro mio.
Gli uccellini fanno cosí, i topi fanno cosí, le formiche fanno cosí...
Creaturine di Dio, innocenti.
Bisogna allargare le idee.
E sta' pur sicuro che non prendo per arricchire, ché allora sí sarei ladro svergognato: prendo per mangiare; e chi muore muore.
Sazio, non tocco neppure una mosca.
Prova ne sia, che ho una pulce adesso che mi sta a succhiare una gamba.
La lascio succhiare.
Quantunque, di' un po', ci può essere bestia piú stupida di questa pulce? Succhiare il sangue a me, il sangue mio che non può essere dolce, né puro, né nutritivo, e lasciare in pace le gambe dei signori!
Alfreduccio scoppia a ridere e fa ridere anche Marco che non ne ha nessuna voglia.
Il sangue gli s'è tutto rimescolato; si sente come un gran fuoco alla testa; stenta a respirare.
Il Rosso se n'accorge e si mette in apprensione.
- Bisogna che tu ti riposi un poco, - gli dice.
- Lascia fare a me.
Lassú all'ombra.
Ajuta, prima l'uno e poi l'altro, a montare sul ciglio dello stradone e li pone a sedere all'ombra d'un grande platano; siede anche lui e dice all'orecchio d'Alfreduccio:
- Ho paura che non regga al cammino.
- Ho paura anch'io, - fa Alfreduccio.
- Toccagli la mano.
Scotta.
Il Rosso ha uno scatto d'ira:
- E che vorresti fare?
- Mah! Io direi...
- Di tornare indietro? Bel negozio ho fatto io a mettermi con vojaltri due! Lascialo riposare; vedrai che gli passerà tutto.
Domando e dico che ci state a fare su la faccia della terra l'uno e l'altro! Neanche buoni a fare tre miglia a piedi! E ammazzatevi! Che vita è la vostra! Guarda che faccia, oh! Guarda che occhi! Fortuna che non ti vedi, caro mio!
Alfreduccio ascolta con un sorriso da scemo sulle labbra, appoggiato al tronco dell'albero.
- Ah tu ridi?
- Eh, - risponde Alfreduccio, - che vuoi che faccia?
- Ti vorrei mettere un fiore in bocca, - riprende il Rosso, - lavare, pettinare e vestire come un signore: poi condurti per le fiere: "Guardate, signori, che belle cose fa il buon Dio!".
Chiudi codesta bocca, mannaggia! o te la muro con un pugno di terra! Non te la posso vedere cosí aperta.
Alfreduccio chiude subito la bocca; e allora il Rosso ripiglia con altro tono:
- Se arriveremo a Sopri, vedrai che raccoglieremo bene.
Avendo poi qualche cosa da parte, non saremo forzati a trottar sempre.
Potremo prendercela anche comoda e far davvero la villeggiatura anche noi.
Sopri è un bel paese, sai? grande; e ci conosco parecchia gente, uomini e anche...
anche donne, sí.
Sghignazza e soggiunge:
- Donne, tu...
niente?
Alfreduccio gli mostra la faccia squallida, con la bocca di nuovo aperta a un ineffabile sorriso:
- Mai, - dice.
- E come hai fatto? Non ci hai mai pensato?
- Sí, sempre, anzi.
Ma...
- Capisco.
Ma i ciechi, sai (chiudi la bocca!), i ciechi con le donne oneste possono aver fortuna.
Guarda, scommetterei che Marco, bell'uomo, avrà avuto le sue avventure.
Perché la donna, capisci? tutto sta che possa farlo senza esser veduta.
Un cieco, che non può sapere né dire domani con chi sia stato, è proprio quello che ci vuole per lei.
E io so di tanti ciechi che sono ricercati e mandati a prendere fino a casa da certe vecchie...
Ah, ma non brutti come te, però.
Di', ti piacerebbe?
- Eh, - fa di nuovo Alfreduccio, stringendosi nelle spalle.
- Ebbene, a Sopri, se ci arriveremo, - promette il Rosso.
- Ma tu persuadi Marco a seguirci.
- Sí sí, non dubitare, - s'affretta a dire Alfreduccio, con tale impegno che il Rosso scoppia a ridere forte.
Alla risata Marco, che s'è steso tutto per terra e addormentato, si sveglia di soprassalto e domanda spaventato:
- Chi è?
Il Rosso allunga una mano; gli tocca la fronte, e fa una smusata.
- Stai lí, stai lí, - gli dice, - dormi tranquillo.
Poi, volgendosi ad Alfreduccio:
- Ha la febbre per davvero, oh! e forte.
Sai che faccio? Ti lascio qua di guardia e vado a vedere se mi riesce far cuocere in qualche posto la gallina.
So bene come sono i galantuomini: la gallina no, non se la mangerà perché l'ho rubata; ma inzupperà certo il pane nel brodo che ne caveremo.
Aspettami.
Torno presto.
E pensa intanto alle donne, tu; cosí starai allegro.
Alfreduccio riapre la bocca al suo riso da scemo.
Il Rosso, scendendo, si volta a guardarlo, per un'idea che gli balena: strappa uno dei papaveri che avvampano al sole, lí sul ciglio, e va a ficcarne il gambo amaro in bocca ad Alfreduccio che subito stolza, facendo boccacce e sputando.
- Sciocco, sta' fermo! È un fiore.
Apri la bocca.
Ti voglio lasciare cosí, come uno sposino.
Torna a sghignazzare, e se ne va.
Alfreduccio resta fermo un pezzo con quel papavero in bocca.
Ode dallo stradone ancora una risata del Rosso.
Poi, piú nulla.
- Marco!
Gli risponde un lamento.
- Ti senti molto male?
E Marco:
- Passa un carro.
Búttamici sopra.
- Un carro? - fa Alfreduccio, tendendo l'orecchio.
- No, sai.
Non passa nessun carro.
Vorresti tornare indietro? Appena verrà il Rosso, glielo diremo.
Siamo nelle sue mani.
Marco scuote la testa su la terra.
L'altro attende ancora un poco; poi, non sentendosi dire piú nulla, rimane zitto anche lui.
Tutt'intorno è un gran silenzio.
A un tratto Marco ha un sussulto e ritrae la mano dalla mano del compagno.
- Ch'è stato?
- Non so.
M'è passata qualche cosa su la faccia.
- Foglia?
- Non so.
Dormivo.
- Dormi, dormi.
Ti farà bene.
Una voce lontana, di donna che passa cantando.
Il vuoto s'allarga intorno ad Alfreduccio, di quanto è lontana quella voce.
Con tutta l'anima nell'orecchio, egli cerca d'avvicinarsi a quella voce.
Ma la voce tutt'a un tratto si spegne.
E Alfreduccio rimane in ansia, costernato, non potendo piú indovinare se quella donna si avvicini o si allontani.
Si rimette in bocca il fiore.
- Le donne...
(Forse è meglio finire qui.
Non val la pena stare ancora a far spreco di fantasia su questa vecchia stampa di maniera.)
LA PAURA DEL SONNO
I Florindi e i Lindori, dalle teste di creta dipinte di fresco, appesi in fila ad asciugare su uno dei cinque cordini di ferro tesi da una parete all'altra nella penombra della stanzaccia, che aveva sí due finestroni, ma piú con impannate che con vetri, chiamavano la moglie del fabbricante di burattini, la quale si era appisolata con l'ago sospeso in una mano che pian pianino le si abbassava in grembo, davanti a un gran canestro tutto pieno di berrettini, di brachette, di giubboncini variopinti.
- Parona bela!
E l'appisolata si scoteva di soprassalto; si stropicciava gli occhi; si rimetteva a cucire.
Uno - due - tre punti e, a poco a poco, di nuovo, ecco le palpebre socchiudersi e il capo pian pianino reclinarsi sul seno, come se volesse, un po' tardi veramente e con molto languore, dir di sí ai Florindi e ai Lindori: un sí che voleva dir no, perché le parrucchine, dormendo, non le faceva davvero quella buona signora Fana.
- Neh, signo'!, - chiamavano allora i Pulcinelli, dal secondo cordino.
L'appisolata tornava a scuotersi di soprassalto; si stropicciava gli occhi; si rimetteva a cucire.
Uno - due - tre punti...
ed ecco, di nuovo, le palpebre socchiudersi, il capo reclinarsi pian pianino, come se volesse dir di sí anche ai Pulcinelli.
Ma, ahimè, non faceva neanche le casacche e i berrettoncini la buona signora Fana, cosí.
E aspettavano pure tocchi e toghe, maglie e brachette e manti reali, su gli altri cordoncini di ferro, giudici, pagliaccetti, contadinotti e Carlimagni e Ferraú di Spagna: tutto, insomma, un popolo vario di burattini e marionette.
Saverio Càrzara, marito della signora Fana, per questa sua svariata e ingegnosa produzione s'era acquistato il nome e la fama di Mago delle fiere.
Realmente aveva la passione del suo mestiere, e tanto impegno, tanto studio e tanto amore poneva nel fabbricare le sue creaturine, quanto forse il Signore Iddio nel crear gli uomini non ne mise.
- Ah, quante cose storte hai tu fatte, Signore Iddio! - soleva infatti ripetere il Mago.
- Ci hai dato i denti, e a uno a uno ce li levi; la vista, e ce la levi; la forza, e ce la levi.
Ora guardami, Signore iddio, come m'hai ridotto! Di tante cose belle che ci hai date, nessuna dunque dobbiamo riportarne a te? Bel gusto, di qui a cent'anni, vedersi comparire davanti figure come la mia!
Egli, il Mago, ogni sera, vincendo lo stento con la pazienza, leggeva ogni sorta di libri: dai Reali di Francia alle commedie del Goldoni, per arricchirsi vieppiú la mente di nuove cognizioni utili al suo mestiere.
Gli era di conforto a quello studio un buon fiasco di vino.
E leggeva ad alta voce, magnificamente spropositando.
Spesso rileggeva tre e quattro volte di seguito lo stesso periodo, o per il gusto di ripeterselo, o per capirne meglio il senso.
Talvolta, nei punti piú drammatici e commoventi, a qualche frase d'effetto, chiudeva furiosamente il libro, balzava in piedi e ripeteva la frase ad altissima voce, accompagnandola con un largo ed energico gesto:
- E lo bollò con due palle in fronte!
Si raccoglieva, ci ripensava un po', e poi di nuovo:
- E lo bollò con due palle in fronte!
La moglie dormiva quietamente, seduta all'altro capo del tavolino, affagottata in un ampio scialle di lana.
Di tanto in tanto il suo ronfo crescente infastidiva il marito, il quale allora interrompeva la lettura per mettersi a fare con le labbra il verso con cui si chiamano i gatti.
La moglie si destava; ma, poco dopo, ripigliava a dormire.
Saverio Càrzara e la signora Fana (come ella si faceva chiamare: - Perché io veramente, di nascita e d'educazione, sono signora! -) erano da dodici anni uniti in matrimonio, e mai una lite, mai un malinteso avevano turbato la quiete laboriosa della loro casetta.
Da giovanotto, il Càrzara, sí, era stato un po' focoso, tanto che portava ancora i calzoni a campana a modo dei guappi: e forse avrebbe voluto pettinarsi ancora coi fiaccagote; ma i capelli, eh! gli erano caduti precocemente; avrebbe voluto fors'anche parlare con l'enfasi d'un tempo; ma la voce aveva adesso certi improvvisi ridicolissimi cangiamenti di tono, che don Saverio preferiva star zitto, e parlava solo quando non poteva farne a meno; e lo faceva ogni volta in fretta e arrossendo.
Al guasto dei capelli, all'infermità della voce s'era poi unita, a finir d'estinguere il giovanile fervore del Mago, l'indole placidissima della moglie.
Piccola di statura, stecchita, come di legno, la signora Fana pareva avesse lo spirito avvelenato di sonno: dormiva sempre, infusa come in un'aura spessa e greve di letargo; o si rintanava in un cupo, oscuro silenzio, rifuggendo in tutti i modi da ogni sensazione della vita.
Aveva accolto i primi impeti d'amore del marito come un lenzuolo bagnato un febbricitante.
E cosí gli ardori del Càrzara a poco a poco si erano raffreddati.
Attendeva ora assiduamente al lavoro, senza mai stancarsi.
Qualche volta, dimentico della infermità della voce, si provava a canticchiare, lavorando; smetteva però subito, non appena la dolorosa coscienza di quella ridicola infermità gli si ridestava; sbuffava, e continuava (come per ingannar se stesso) a modulare il motivo fischiando.
S'intratteneva qualche sera un po' di soverchio col fiasco del vino; ma la placida moglie ci passava sopra, purché egli la lasciasse dormire.
Questa del continuo sonno della moglie era una spina che di giorno in giorno si faceva piú pungente per il Mago.
I burattini, è vero, esposti ignudi su i cordini di ferro non erano capaci di soffrire il freddo o la vergogna; ma, andando a lungo di questo passo, don Saverio si vedeva minacciato d'avere tra breve tutte le stanze invase dalle sue creaturine ignude e supplicanti la signora Fana di fornir loro, alla fine, la tanto attesa opera dell'ago.
Senza contare che quattrini in casa non ne entravano davvero, seguitando cosí.
- Fana! - chiamava egli pertanto, dalla stanza attigua, in cui lavorava, e - Fana! - di lí a poco, se ella non rispondeva, e - Fana! Fana! - di mezz'ora in mezz'ora, per quanto era lunga la giornata.
Finché stanco, per farla breve, di quella continua sorveglianza, prese un giorno il partito di lasciar dormire in pace la moglie e di dare a cucir fuori i varii indumenti delle sue creaturine.
Era il meglio che potesse fare, perché la signora Fana, imbestiata nel sonno, infastidita dai continui richiami, cominciava a rispondere con poco garbo al marito.
- Questo sonno è la mia croce, - diceva il Mago agli amici, di cui ascoltava ora con compiacimento le commiserazioni, e in ispecie quelle della vicina, a cui aveva rimesso l'incarico della fornitura del vestiario per i suoi burattini.
Con gli occhi bassi questa vicina parlava sospirando al Càrzara del marito defunto, "buon uomo, ma pigro, sant'anima!".
- Per il sonno e per il caldo del letto, vedete, ci siamo ridotti in questo stato...
Lui, no, ormai: dorme in pace per sempre, poverino! ma io...
mi vedete! Perciò vi dico che nessuno può compatirvi piú di me...
E chi sa quanto e fino a qual punto avrebbe voluto davvero compatirlo, se il Mago col suo onesto contegno non avesse imposto fin da principio un limite alla vedova vicina.
- Badate se quel sonno non provenga da qualche malattia che cova! - gli suggeriva intanto qualche amico.
Il Mago si stizziva, scrollava le spalle.
- Non mi fate ridere! Mangia per due, dorme per quattro! Vorrei essere malato io, com'è malata lei!
Cosí, in quel tratto di via, non si parlava d'altro che del continuo sonno della signora Fana, passato quasi in proverbio.
Quand'ecco una mattina, poco prima di mezzogiorno, partire dalla casa del Càrzara grida e pianti disperati.
Tutto il vicinato e altra gente che si trovava a passare per via accorrono e trovano la signora Fana stesa immobile sul pavimento e il Mago che grida in ginocchio e piange davanti a lei:
- Fana! Fana! Fana mia! Non mi senti piú? Perdono! Fana mia...
Poi, alla vista di tanta gente, comincia a percuotersi le guance:
- Assassino! Assassino! L'ho ammazzata io! Non l'ho curata! Io che credevo...
- Coraggio, su! coraggio...
- gli ripetono attorno tante voci, nella confusione del momento.
- Coraggio! Avete ragione, poveretto!
E alcune braccia lo strappano dalla morta, lo sollevano, lo trascinano in un'altra stanza, sorreggendolo; mentr'egli, con l'escandescenza del primo dolore, interrotto da singhiozzi, narra com'è avvenuta la disgrazia:
- Su la seggiola, là...
Credevo che dormisse...
"Fana! Fana!", la chiamo...
- Ah Fana mia! Io t'ho ammazzata...
- La chiamavo...
Chi poteva supporre? - E lei, come poteva rispondermi? Morta, capite? Cosí, su la seggiola! Me le accosto per scuoterla, pian piano...
e lei...
oh Dio! me la vedo traboccare a testa giú, sotto gli occhi...
Morta! morta! Oh Fana mia!
Il Càrzara siede inconsolabile, tra un crocchio d'amici; mentre la signora Fana è sollevata da terra e messa a giacere sul letto, subito assiepato da curiosi che si sporgono a guardare di su le spalle dei piú vicini.
Ha gli occhi chiusi, la buona signora Fana, e pare che dorma placidamente; ma è fredda e pallida, come di cera.
E c'è chi vuol sentire quanto le pesi il braccio; chi le tasta la fronte, vincendo il ribrezzo, con paurosa curiosità; chi la rassetta addosso qualche piega della veste.
Il popolo delle marionette, appeso su i cordini di ferro, par che assista atterrito dall'alto a questa scena, con gli occhi immobili nell'ombra della camera.
I pulcinelli, senza berrettoncini, par che se li siano levati dal capo per rispetto verso la morta: i Florindi e i Lindori, senza parrucchine, pare che se le sieno strappate nella disperazione del dolore; soltanto i paladini di Francia, chiusi nelle loro armature di latta o di cartone indorato, ostentano un fiero disdegno per quell'umile morte non avvenuta in campo di battaglia; e i piccoli Pasquini, dalle folte sopracciglia dipinte e il codino arguto sulla nuca, conservano la smorfia furbesca del sorriso che scontorce loro la faccia, come se volessero dire: "Ma che! ma che! La padrona fa per burla!".
Intanto, chi va, chi corre per un medico? - Un medico? Perché? - Povera signora Fana! Morta senza conforti religiosi! Le torce! - Quattro torce! - Sí, ma...
il danaro? - Eccolo qua! - (una vicina lo appronta).
Si va per il medico.
- Ma è inutile! - Vestirla piuttosto! Bisogna vestirla! Dove saranno gli abiti? - Le vicine piú premurose girano per la casa in cerca dell'armadio; ficcano il naso da per tutto.
- Dov'è l'armadio? - E intanto a piè del letto c'è chi strappa le scarpe alla morta, mentre gli altri raccomandano: - Piano! Piano! - come se la piccola buona signora Fana si possa ancora far male.
Arriva il medico, osserva, tra quella confusione, la giacente; poi domanda ai vicini: - Perché m'avete chiamato? -.
Nessuno sa o attende a rispondergli, e il medico se ne va.
Allora le vicine fanno sgomberare la stanza, e poco dopo la signora Fana è vestita e coperta da un lenzuolo.
Il Mago, sorretto per le ascelle, viene condotto davanti al letto di morte.
La signora Fana su l'ampio letto è cosí esile e piccina, che s'indovina appena sotto il lenzuolo: due, tre lievi pieghe soltanto accusano il cadavere al lume giallognolo dei grandi ceri.
È già sopravvenuta la sera.
Tre vicine veglieranno la morta tutta la notte.
Quattro amici terranno in un'altra stanza compagnia al Mago.
- Ah, che spasimo qua...
- si lamenta questi a tarda notte.
- Nel cuore? Eh, poveretto!
- No.
- Don Saverio accenna alla guancia.
- Come se ci avessi un cane addentato.
- Scherzi del dolore...
- gli risponde uno degli amici.
E un altro gli propone, con esitanza:
- Per stordirlo, una fumatina...
Il terzo gli offre un sigaro.
- Ma che! No! - si schermisce il Mago, quasi offeso: - Fana è lí, morta; come faccio a fumare io qua?
Un quarto si stringe nelle spalle e osserva:
- Non vedo che male ci sarebbe, se non fumate per piacere...
E quell'altro gli offre di nuovo il sigaro (tentazione).
- Grazie, no...
se mai, la pipa...
- dice don Saverio, cavando, esitante, dalla tasca una vecchia pipa intartarita.
I quattro amici lo imitano.
- Come vi sentite adesso? - gli domanda uno, di lí a poco.
- Ma che! lo stesso...
- risponde il Mago.
- Arrabbio dal dolore.
- Forse, date ascolto a me, un goccetto di vino...
- suggerisce il primo, rattristato e premuroso.
E gli altri:
- Certo!
- Meglio!
- Stordisce di piú! La notte è cosí fredda!
- Ma vi pare che possa bere? - domanda mestamente don Saverio.
- Fana lí morta...
Se voi volete, senza cerimonie: di là ce ne dev'essere...
Uno degli amici si alza infreddolito e va a prendere il vino, seguendo le indicazioni del vedovo; non per sé, né per gli amici, ma per quel poveretto che ha mal di denti...
Una bottiglia e cinque bicchieri.
Man mano la conversazione s'avvia; triste.
Resta al Mago il rimorso di non aver dato ascolto a chi gli aveva espresso il dubbio non fosse quel sonno continuo della moglie il segno manifesto d'una malattia che le covava dentro.
Sí, cosí era: adesso, troppo tardi, egli ne aveva la prova nel fatto.
Ma intanto...
eh già, intanto bisognava pur farsi coraggio, rassegnarsi.
Nessuna colpa volontaria, in fin dei conti, da parte sua: aveva lasciato dormire la moglie per non infastidirla piú.
La moglie invece era malata, dormiva, poverina, quasi per prepararsi all'ultimo sonno! Che ne sapeva don Saverio? Un giorno o l'altro quella disgrazia doveva pure accadere! Non era piú vita, ormai! Meglio dunque presto che tardi, e per tante ragioni...
Cosí, a poco a poco, la bottiglia si votava, ma piano piano, senza glo glo.
E finalmente ruppe l'alba.
Ai quattro angoli del letto le torce si erano a metà consumate, non ostante la cura d'una vicina che pazientemente aveva nutrito d'ora in ora le fiammelle coi gocciolotti raccolti dai fusti, perché contava di portarsi via i resti di quelle torce, mentre le altre due compagne dormivano placidamente accanto al letto funebre.
Vennero su le prime ore del giorno i portantini col cataletto.
I morti, al tempo del Mago, non si spedivano belli e incassati all'altro mondo: usavano altri mezzi di spedizione: i cataletti.
Tutto il vicinato era già in attesa, per accompagnare la defunta fino all'uscita del paese.
Don Saverio volle legare lui stesso con le sue mani i polsi della moglie con un nastrino di seta gialla, come usava allora; poi, ajutato da un amico, tolse dal letto la morta per le spalle e l'adagiò sul cataletto, e le pose sul seno un Crocifisso; la baciò in fronte e la contemplò un tratto attraverso le lagrime che gli sgorgavano abbondanti dagli occhi gonfi e rossi.
Un sacerdote, labbreggiando con gli occhi socchiusi un'orazione, benedisse il cadavere, e finalmente i portantini s'introdussero tra le stanghe del cataletto, si disposero su gli omeri le cinghie, e via.
Il Mago ricadde in preda ai quattro amici della veglia.
Andava il mortorio silenzioso per le vie della cittaduzza, a quell'ora deserte.
Il freddo era intenso, e andavano gli uomini stretti nelle spalle e con le mani in tasca, guardando il fiato vaporare nell'aria rigida invece del fumo della pipa che non accendevano per rispetto alla morta; andavano le donne avvolte negli scialli neri di lana o nelle mantelline di panno, conversando tra loro a bassa voce; e borbottando orazioni, le vecchie.
Di tratto in tratto il mortorio s'arrestava, e i portantini si davano il cambio.
La via che conduceva al camposanto, situato in alto, in cima al colle che sovrasta la cittaduzza, svoltava bruscamente al cominciare dell'erta, fuori dell'abitato.
Proprio al gomito sorgeva un vecchio albero di fico dal tronco ginocchiuto e dai rami aspri e stravolti, coi quali sbarrava quasi il passaggio.
Quest'albero di fico, guardiano della via del cimitero, non era stato abbattuto, perché, rendendo cosí, coi suoi rami, difficile il transito ai morti, pareva ai vivi di buon augurio.
Giunto presso all'albero, già il codazzo del mortorio si sbandava, quand'ecco, a un tratto, avendo i portantini nel darsi un ultimo cambio lasciato impigliar le vesti della morta tra i rami del fico piú sporgenti, la signora Fana, solleticata alle gambe, alle mani, al volto, dalle foglie dell'albero, tra le grida d'orrore di tutta la gente, sorgere a sedere sul calaletto, coi polsi legati, cerea, sbalordita di trovarsi in quel luogo, all'aria aperta, tra tanto popolo che le urlava intorno raccapricciato.
Per volere di Dio o per mano del diavolo, la piccola signora Fana era risuscitata; e forse il merito spettava piú al diavolo, a giudicare almeno dalla prova che della sua resurrezione volle subito dare spezzando il nastro che le legava i polsi per scagliare contro la gente che la intronava il crocifisso trovatosi in grembo.
Scesa poi dal cataletto con le mani tra i capelli, fu circondata dalle amiche, dai curiosi che avevano seguito il mortorio.
In un baleno si sparse, volò la nuova della resurrezione, e gente accorreva da ogni parte, a vedere il miracolo.
- Miracolo! Miracolo!
E la piccola signora Fana non trovava parole da rispondere; stordita, oppressa, tempestata di domande, di cure, guardava in bocca la gente.
- Una sedia! Una sedia! - Non si reggeva in piedi? - I piedi? - Come si sentiva? - Aria! Aria! Largo! - I piedi? - Come! le facevano male i piedi?
- Sí...
ho le scarpe strette, che non mettevo piú da un anno...
- risponde la signora Fana, guardandosi i piedi, seduta.
I piú vicini ridono; le tolgono le scarpe.
- Voglio tornare a casa...
- riprende la signora Fana.
Sorge allora un contrasto tra la folla raccolta.
- Per carità! Non la fate andare subito a casa! - raccomandano alcuni.
- Subito! Subito! - tempestano altri.
- No! Preparate alla notizia il marito! Potrebbe impazzire!
- È giusto! È giusto! - si grida di qua; ma di là, sollevando in trionfo la sedia su cui la signora Fana sta seduta: - A casa! A casa!
- No! Prima in chiesa! A ringraziare Dio!
- A casa! A casa!
Da quel pandemonio, intanto, tre, quattro vicini di casa del Mago scappano di corsa per prepararlo al fausto avvenimento, prima che arrivi la processione che va gridando in delirio per le vie:
- Miracolo! Miracolo!
- Cose che avvengono...
- spiega invece sorridendo un medico mattiniero in una farmacia.
- Una sincope cessata a tempo, per fortuna!
Intanto i vicini accorsi a dare l'annunzio, pervenuti in casa di Càrzara, lo trovano tra i quattro amici della veglia, se non del tutto confortato, già quasi calmo.
Discorre dei suoi burattini e dell'arte sua, fumando e bevendo con gli altri, a sorsellini, senza aver l'aria di badare a quello che fa.
La mestizia, sí, è rimasta nella voce, poiché il discorso è partito dalla disgrazia della moglie che da molto tempo non lo ajutava piú nel suo lavoro; ma ne parla come se fosse morta da piú d'un anno.
Gli amici gli lodano le sue creaturine, e lui se ne compiace; ne ha presa anzi una a caso da un cordino, e la mostra ai quattro ammiratori.
- Guardate...
no, vi prego, guardate bene.
In coscienza, chi li lavora piú cosí? Questi non si rompono neanche se li sbattete su le corna del Tubba che osa dirsi mio rivale! È facile che un bambino, fattura di Dio, muoja; ma questi che faccio io campano cent'anni, parola d'onore! La ragione c'è: figli non ne ho avuti, mi capite? I miei figli sono stati sempre questi qua.
Ma la strana animazione che è nei volti dei sopravvenuti tutti ansanti, esultanti, sorprende il Mago e i quattro compagni.
- Una buona notizia, don Saverio!
- No, cioè...
sí...
una notizia che vi farà piacere...
- Che notizia?
- Ma...
ecco, dicono...
che tante volte...
sí, uno si inganna e che poi non è vero...
in certe malattie...
- Miracoli della Madonna, ecco! - esclama uno, con gli occhi spiritati, non sapendo piú contenersi.
- Che miracoli? che malattie? Parlate - fa il Mago alzandosi, inquieto.
Ma già comincia a farsi sentire dal fondo della via il clamore confuso della processione.
- Vostra moglie, sentite?
- Ebbene?...
Ebbene?...
- balbetta don Saverio impallidendo, poi, a un tratto, arrossendo.
- Non è morta? - domanda stupito uno dei quattro compagni.
- No, don Saverio, no! sentite? ve la por...
Oh Dio, don Saverio! Che avete?
Il Mago si abbandona sulla seggiola, privo di sensi.
- Aceto! Aceto! Fategli vento!
Il clamore della processione cresce, s'avvicina vie piú, diviene assordante.
La popolazione è già sotto la casa del Mago.
E invano i primi accorsi e due dei compagni si sbracciano a far cenni, a zittire dal balconcino: nessuno dà loro retta; e già la signora Fana, calata tra gli evviva dalle spalle dei portatori, si alza dalla seggiola, confusa, imbalordita dai mille rallegramenti che le piovono da tutte le parti.
- Zitti! Zitti, perdio! È svenuto! Lo fate impazzire!
La signora Fana, seguita da gran moltitudine di gente, sale la scala - la casa è inondata - don Saverio non rinviene.
- Saverio! Saverio! Saverio mio! - lo chiama la moglie, abbracciandolo.
- Adesso muore il marito! - esclama la gente qua e là.
Finalmente il Mago si rià.
Marito e moglie s'abbracciano piangendo dalla gioja, a lungo a lungo, tra i battimani e gli evviva di tutti.
Don Saverio non sa credere ancora ai suoi occhi.
- Ma come? È vero? È vero?
E tocca, stringe, torna ad abbracciare la moglie, piangendo.
- È vero? È vero?
Poi, come impazzito dalla gioja, si mette a trar salti da montone e con le mani scuote, agita, scompiglia su i cordini di ferro i burattini e le marionette, invitando gli altri a far lo stesso.
- Cosí! Cosí! facciamoli ballare! Su! su! Ballare! Balliamo tutti, perdio!
E mille braccia minuscole, mille gambette di legno si agitano scompostamente, con furia pazza, in pazzo tripudio, tra le risa e le grida della gente.
I piú ridicoli di tutti sono i piccoli Pasquini, con la faccia scontorta dalla smorfia furbesca: - "Lo dicevamo noi che la padrona faceva per burla!".
E danzano e dondolano allegramente.
A poco a poco, intanto, i curiosi sgombrano la casa: rimangono i piú intimi del vicinato: una dozzina di persone.
- A pranzo! a pranzo! Tutti quanti a pranzo con me! - propone il Mago.
E tiene una seconda festa di nozze.
Ma, terminata la festa:
- Badate adesso, don Saverio! - gli ricordano gli amici sottovoce, prima di partirsi.
- Badate che vostra moglie non si rimetta a dormire come per l'addietro...
Badate!
Da quella notte stessa, cominciò per il Mago una vita d'inferno.
Nulla di piú naturale che, di notte, santo Dio, la moglie dormisse.
Ma egli non poteva piú vederla dormire.
La toccava leggermente per sentire se non era fredda; si levava su un gomito per discernere al lume del lampadino da notte se la coperta sulla moglie si movesse al ritmo del respiro; e, non contento, accendeva la candela per meglio esaminarla, se non era troppo pallida...
Fredda non era, e respirava, sí; ma perché cosí piano e a lento? perché cosí placida?
- Fana...
Fana...
- chiamava allora a bassa voce, per non svegliarla di soprassalto.
- Ah...
chi è?...
che vuoi?
- Nulla...
sono io...
Ti senti male?
- No.
Perché? Dormivo...
- Bene...
dormi, allora, dormi!
- Ma perché mi hai svegliata? Come faccio adesso a riaddormentarmi?
Anche la signora Fana, ora, aveva paura del sonno; smaniava sul letto, con gli occhi sbarrati, angosciata dal terrore, come in attesa che qualcosa a un tratto dovesse mancarle dentro.
Ma le notti che era cosí smaniosa e non dormiva, il Mago era contentone e dormiva lui, invece, fino a tanto però che la moglie, trambasciata dall'insonnia e dalla paura, non lo svegliava a sua volta.
Cosí, a nessuno dei due recava riposo la notte.
Di giorno, poi, era un altro continuo tormento.
Non dormendo la notte, il sonno naturalmente li coglieva spesso durante la giornata.
Ma don Saverio lo scacciava per sorvegliare la moglie la quale minacciava d'addormentarsi, come prima, sulla seggiola.
Per divagarla, la intratteneva in discorsi sciocchi e senza nesso, poiché la costante costernazione gl'inaridiva la fantasia.
E pretendeva che la moglie stesse ad ascoltarlo!
- Figli miei, ajutatemi voi! - esclamava il Mago, rivolgendosi ai burattini.
Ne toglieva due dai cordini di ferro, e ne dava uno in mano alla moglie.
- Tieni, tu reggi questo...
- Per far che? - domandava sorpresa la signora Fana.
- Sta' a sentire: ti faccio sbellicare dalle risa.
- Oh Dio, Saverio! Ti pare che sia una ragazzina?
- No.
Ti rappresento una parte seria: della rotta di Roncisvalle...
Sta' a sentire.
E si metteva a declamare, a casaccio, ripetendo le parole del libro, come gli sovvenivano alla memoria, e a far gestire furiosamente la sua marionetta, mentre quella sorretta dalla signora Fana a poco a poco si piegava su le gambette, s'inginocchiava, come se, impaurita dagl'irosi gesti dell'altra, volesse chiederle misericordia.
- Fana! Perdio!
- Sí, parla...
parla: ti sento!
- Non mi senti! Cava il brando!
- Cavo...
cavo...
- Non cavi un corno! Stai dormendo!
- No...
Come no? - Giú una crollatina di capo! - La signora Fana dormiva.
Ah che disperazione per il Mago! Si sentiva stretto alla gola da una voglia rabbiosa di piangere, d'urlare.
E non lavorava piú: le schiere dei burattini e delle marionette s'assottigliavano di giorno in giorno, su i cordini di ferro, in ogni stanza della casa.
- Parona bela! - chiamavano i Florindi e i Lindori.
- Neh, signo'! - chiamavano i Pulcinelli.
Invano.
Alcuni di quei cordini parevano tesi ormai per le mosche che, con l'estate, ricominciavano ad abbondare.
E quella casa, tanto tranquilla un tempo, rimbombava adesso delle liti tra marito e moglie, a causa del sonno.
Il Mago rovesciava le sue bollenti collere su la mobilia, sconquassava seggiole e tavolini, rompeva contro le pareti tazze, vasetti, boccali.
Questo supplizio durò parecchi mesi.
Finalmente la morte ebbe pietà del povero Mago, e venne a togliersi, questa volta sul serio, la piccola signora Fana.
Un colpo apoplettico genuino, di pieno giorno, e mentr'ella non dormiva.
Quasi quasi, in principio, don Saverio non voleva prestarci fede.
Ma, accertata da un medico la morte, si mise a piangere e a strillare come la prima volta.
E volle vestir lui, con le sue mani, la morta; lui rimetterla sul cataletto e lui annodarle ancora una volta i polsi, mentre i singhiozzi gli rompevano il petto.
Però ai portantini, che già sollevavano il cataletto, non seppe tenersi dal dire, tra le lagrime:
- Ve la raccomando, poveretta! Fate piano.
Passando davanti all'albero di fico, state bene attenti.
Tenetevi al largo, quanto piú potete, per carità!
LA LEGA DISCIOLTA
Al caffè, dove Bòmbolo stava tutto il giorno, col berretto rosso da turco sul testone ricciuto, un pugno chiuso sul marmo del tavolino in atto d'impero, l'altra mano al fianco, una gamba qua, una gamba là, guardando tutti in giro, senza disprezzo ma con gravità accigliata, quasi per dire: "I conti qua, signori miei, lo sapete, bisogna farli con me", venivano uno dopo l'altro i proprietarii di terre non soltanto di Montelusa, ma anche dei paesi del circondario, anche il vecchio marchese don Nicolino Nigrelli (quello che andava sempre col pomo d'avorio della mazzettina d'ebano sulle labbra appuntite, come se sonasse il flauto), anche il barone don Mauro Ragona, anche il Tavella, tutti insomma, con tanto di cappello in mano.
- Don Zulí, una grazia...
E Bòmbolo, all'atto deferente, subito - bisogna dirlo - balzava in piedi, si cavava il berretto, s'impostava sull'attenti e con la testa alta e gli occhi bassi rispondeva:
- Ai comandi, Eccellenza.
Erano le solite lagnanze e le solite raccomandazioni.
Al Nigrelli erano spariti dalla costa quattro capi di bestiame; otto al Ragona dall'addiaccio; cinque al Tavella dalla stalla.
E uno veniva a dire che gli avevano legato all'albero il garzone che li badava; e un altro, che gli avevano finanche rubato la vacca appena figliata, lasciando il buccelluzzo che piangeva e sarebbe morto di fame senza dubbio.
In prima Bòmbolo, invariabilmente, per concedere una giusta soddisfazione all'oltraggio patito, esclamava:
- Ah, birbanti!
Poi, giungendo le mani e scotendole in aria:
- Ma, padroni miei, padroni miei...
Diciamo birbanti; in coscienza però, a voltar la pagina, quanto tirano al giorno questi birbanti? Tre "tarí" tirano! E che sono tre "tarí"? Oggi com'oggi, un uomo, un figlio di Dio che lavora, povera carne battezzata come Vossignoria, non come me, io sono turco - sissignore - turco...
eccolo qua - (e presentava il fez) - dicevamo, un uomo che butta sangue con la zappa in mano dalla punta dell'alba alla calata del sole, senza sedere mai, altro che per mandar giú a mezzogiorno un tozzo di pane con la saliva per companatico; un uomo che le torna all'opera masticando l'ultimo boccone, dico, padrone mio, pagarlo tre "tarí", in coscienza, non è peccato? Guardi don Cosimo Lopes! Dacché s'è messo a pagare gli uomini a tre lire al giorno, ha da lagnarsi piú di nulla? Nessuno piú s'attenta a levargli...
che dico? - (allungava due dita, si tirava dal capo con uno strappo netto un capello e lo mostrava) - è buono questo? neanche questo! Tre lire, signorino, tre lire sono giuste! Faccia come le dico io; e, se domani qualcuno le manca di rispetto, tanto a lei quanto alle bestie, venga a sputarmi in faccia: io sono qua.
In fine, cangiando aria e tono, concludeva: - Quanti capi ha detto? Quattro? Lasci fare a me.
Vado a sellare.
E fingeva di mettersi in cerca di quei capi di bestiame per le campagne, due o tre giorni, cavalcando anche di notte sotto la pioggia e sotto lo stellato.
Nessuno ci credeva, e nemmeno credeva lui che gli altri ci credessero.
Sicché, quando in capo ai tre giorni, si presentava in casa o del marchese Nigrelli o del Ragona o degli altri, e questi lo accoglievano con la solita esclamazione: - "Povero don Zulí, chi sa quanto avete penato!" - egli troncava con un gesto reciso della mano l'esclamazione, chiudeva gli occhi con gravità:
- Lasciamo andare! - diceva.
- Ho penato, ma li ho scovati.
E prima di tutto le do parte e consolazione che alle bestie hanno dato stalla e cura.
Dove stanno, stanno bene.
I "picciotti" non sono cattivi.
Cattivo è il bisogno.
E creda che se non fosse il bisogno, per il modo come sono pagati...
Basta, Pronti a restituire le bestie; però, al solito, Vossignoria m'intende...
Oh, trattando con Vossignoria, e con me di mezzo, senza né patti né condizioni: la sua buona grazia, quello che il cuore le detta.
E stia sicuro che stanotte, puntuali, verranno a riportarle su la costa le bestie, piú belle di prima.
Gli sarebbe sembrata una mancanza di rispetto, cosí a sé come al signore, accennare anche lontanamente al sospetto, che quei bravi "picciotti" potessero trovare la notte in agguato guardie e carabinieri.
Sapeva bene che, se il signore s'era rivolto a lui, era segno che stimava inutile il ricorrere alla forza pubblica per riavere le bestie.
Non le avrebbe riavute, di sicuro.
Nel riaverle cosí, mediante quel piccolo salasso di denari, con Bòmbolo di mezzo, ogni idea di tradimento doveva essere esclusa.
E Bòmbolo prendeva il denaro, cinquecento, mille, duemila lire, a seconda del numero delle bestie sequestrate, e questo denaro ogni settimana, il sabato sera, recava intatto ai contadini della Lega, che si raccoglievano in un fondaco su le alture di San Gerlando.
Qua si faceva la "giusta".
Cioè, a ogni contadino che durante la settimana aveva lavorato per tre "tarí" al giorno (lire 1,25) veniva secondo giustizia computata la giornata in ragione di tre lire, e gli era dato il rimanente.
Quelli che, non per colpa loro, avevano "seduto", cioè non avevano trovato lavoro, ricevevano sette lire, una per giorno; prima però venivano detratte, come per sacro impegno, le pensioncine settimanali assegnate alle famiglie di tre socii, Todisco, Principe e Barrera che, arrestati per caso di notte da una pattuglia in perlustrazione e condannati a tre anni di carcere, avevano saputo tacere; una parte della somma era poi destinata per gli sbruffi ai campieri e ai guardiani di bestiame che, d'intesa, si facevano legare e imbavagliare; il resto, se ne restava, era conservato come fondo di cassa.
Bòmbolo non toccava un centesimo, quel che si dice un centesimo.
Erano tutte infamie, tutte calunnie quelle che si spargevano sul conto suo a Montelusa.
Già egli non aveva bisogno di quel denaro.
Era stato tanti anni nel Levante, e vi aveva fatto fortuna.
N
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