LA GIARA, di Luigi Pirandello - pagina 6
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Lo capisco.
Sicché dunque accecasti in città?
- Vuoi farmi parlare? - dice Marco.
- In città, sí.
Da quella mia zia, ch'era monaca di casa.
- Che t'insegnò la Bibbia, è vero?
- M'insegnò...
La leggeva; l'imparai.
- Sorella di tuo padre?
- Sí.
Me la ricordo appena.
Tirava certi calci!
- Calci?
- Stentava a leggere; s'arrabbiava...
- ...e tirava calci?
- Perché io le suggerivo le parole che lei stentava a leggere.
Non voleva.
Le voleva leggere da sé.
Ero già accecato.
Mi dicevano di no; che m'avrebbero fatto l'operazione, quando...
non so, dicevano che si doveva maturare.
E aspettavo.
Ma mi annojavo lí in casa della zia: volevo ritornare al mio paese, e piangevo.
Zia alla fine si seccò e mi disse che al paese non avevo piú nessuno, perché mio padre, perduto l'impiego, era partito per l'America.
Per l'America? E come? Mi avevano abbandonato là, solo, in casa della zia? Ma seppi poi che cosa significava quell'America.
L'altro mondo.
Me lo disse la serva, quando mi morí anche la zia.
Già due volte avevo cambiato casa, stando con lei e non sapevo dove mi fossi ridotto ad abitare.
Vedevo ancora come in sogno casa mia, e mi credevo vestito come quando mio padre m'accompagnava a scuola.
Ma la serva, due giorni dopo la morte di zia, mi prese per mano, mi fece scendere una scala che non finiva mai e mi condusse per istrada.
Lí si mise a dir forte, mica a me, certe parole che io in prima non compresi: "Fate la carità a questo povero orfanello cieco, abbandonato, solo al mondo!".
Mi voltai: "Ma che dici?".
E lei: "Zitto bello, di' con me, e stendi la manina, cosí".
La manina? Me la cacciai subito dietro come se avesse voluto farmi toccare il fuoco.
Alfreduccio, commosso, ha un brivido alla schiena che lo fa ridere:
- Allegri!
- Allegri, mannaggia Macometto! - gli fa eco il Rosso.
- Dopo tutto, la professione t'è andata sempre bene, no?
- Benone, figúrati! - esclama Marco.
- Ma sai che potevo entrare in un ospizio, io, dove avrei potuto imparare qualche arte o mestiere da guadagnare: sonare il violino o il flauto, per esempio? Quanto mi sarebbe piaciuto il flauto! Ma anche gli studii avrei potuto seguitare.
Quella invece mi sfruttò; mi tenne per piú di dieci anni con sé...
Quando ci penso!
- Non ci pensare piú! - gli consiglia il Rosso.
- Pensa piuttosto a svagarti in questi giorni, che ne hai bisogno.
Mi sembri un Cristo di cera.
Vedessi che bella giornata e che belle campagne!
- Ormai! - sospira Marco, scrollando le spalle.
- Del resto, non t'illudere, sai? Non c'è niente di niente, neanche per te.
- Come non c'è niente?
- Niente.
Gli occhi, caro mio! Qua siamo due ciechi e mezzo.
Metti che anche tu sii cieco tutto, e dove se ne va la tua bella giornata e la tua bella campagna?
Il Rosso si ferma un pezzetto a mirarlo, come per vedere se dica sul serio; poi scoppia a ridere,
- Oh, non ti sciupare! - gli dice.
- Con me non serve, sai? Aspetta a fare il poeta quando saremo in mezzo alla gente.
- Ignorante! - esclama Marco.
- Che c'entra il poeta? Fisica, caro mio.
- Fisica? Non ne mangio.
- Le cose, come sono, nessuno lo può sapere.
Cosí mi consolo io.
Tu dici qua.
Sí: ci sono tante cose perché tu le vedi; mentre io no.
Ma come sono, tu che le vedi, mica lo sai meglio di me.
E te lo spiego.
Che vedi là?
- Una croce, che ci ammazzarono padron Dodo, l'altro anno.
- Volta; lo so.
Di qua che vedi?
- Un pagliajo, con un pentolino in cima per cappello.
- E come ti pare? Giallo?
- Colore di paglia, direi.
- Di paglia, per te.
La paglia, poi, per conto suo, chi sa cos'è, chi sa com'è.
Sai dove sono i colori? Tu credi nelle cose? Che! Negli occhi sono.
E bada, finché vedono la luce.
Difatti, ne vedi tu colori di notte, stando al bujo? Sicché gli occhi, caro mio, vedono finto; con la luce.
- Aspetta, - dice il Rosso.
- Ora me li cavo.
Tanto, sono per finta.
- Ignorante! - ripete Marco.
- Non dico questo.
Tu vedi la cosa come i tuoi occhi te la fanno vedere.
Io la tocco e me la figuro, con le dita.
Dimmi un po', se pensi alla morte, che vedi anche tu? Nero piú nero di questo mio.
Davanti alla morte, ciechi tutti! ciechi tutti!
- E ora comincia la predica! - esclama il Rosso.
- Sta' zitto, che qua non c'è nessuno!
Cosí difatti è solito cominciare le sue prediche Marco, quelle almeno piú solenni e terribili.
"Ciechi tutti! ciechi tutti!" e leva le braccia, agitando le mani per aria, mentre la faccia, col volume di tutta quella gran barba nera, gli si sbianca di piú.
Un cieco che dica ciechi gli altri non è di tutti i giorni.
E fa furore.
Ora il Rosso apprezza queste doti di Marco perché sa che gli fruttano bene; ma si può essere certi che stima sciocchi tutti coloro che gli fanno la carità.
Vivendo per le campagne come un animale forastico, s'è formata anche lui una sua particolare filosofia, di cui, strada facendo, per non restare indietro a nessuno, vuol dare un saggio ai due compagni.
Li pianta lí in mezzo allo stradone dicendo loro d'aspettare un pochino, perché ha riflettuto che Sopri è molto lontana e non potrebbero arrivarci se non dopo il tocco.
- Ragionate tra voi dei colori che non ci sono.
Me li arrotolo e me li porto via con me sotto il braccio per cinque minuti.
Tanto, a voi non servono!
- E dove vai? - domanda Alfreduccio.
- Qua vicino.
Non temete, torno presto.
Penso per tutti.
Alfreduccio allunga una mano per toccare Marco e stringersi a lui; non tocca nulla perché Marco gli sta dietro; e allora chiama:
- Marco!
- Eh? - fa questi, protendendo anche lui una mano, nel vuoto.
Ma basta a confortarli la voce, sentendosi almeno vicini.
- Bell'aria!
- Allegri!
Traggono un sospiro di sollievo udendo il tonfo cupo della stampella del Rosso.
- Eccomi, zitti! - dice questi, ansimando e trascinandoli via per lo stradone.
- Andiamo! andiamo!
Marco, costernato, sentendosi strappare avanti con tanta furia, domanda:
- Perché?
E Alfreduccio, arrancando dietro, chiede anche lui:
- Perché?
- Zitti! - impone loro il Rosso di nuovo.
E finalmente, fermandosi a una svoltata dello stradone, acchiappa una mano d'Alfreduccio per fargli palpare qualcosa dentro la bisaccia.
- Gallina? - dice subito Alfreduccio.
Marco aggrotta le ciglia:
- L'hai rubata?
- No.
Presa, - risponde il Rosso tranquillamente.
Marco si ribella:
- Via subito a lasciarla dove l'hai rubata!
- Perché se la mangino i cani? È già morta!
- Non so niente! Buttala via! Se dobbiamo stare insieme, rubare niente! Te lo pongo per patto.
- Ma chi ruba? - dice il Rosso sghignazzando.
- Lo chiami rubare tu, questo? Sí, forse in città.
Ma qua siamo in campagna.
Caro mio! La volpe sí, se le vien fatto, si prende una gallina, e io uomo no? Allarga le idee, all'aria aperta!
- Non allargo niente! - ribatte Marco, pestando un piede.
- Me ne torno indietro, bada, a costo di rompermi l'osso del collo.
Coi ladri non fo lega!
E si strappa da Alfreduccio che s'è afferrato con una mano al suo braccio.
Il Rosso lo trattiene:
- Eh via, che furia! Vuol dire che non ne mangerai, tu che sei tanto dabbene! Ma se la paglia, scusa, è paglia per me, perché la volpe poi ti deve parer ladra? Sarà ladra per te che hai comprato la gallina.
Ma la volpe ha fame, caro mio; non è ladra.
Vede una gallina? Se la prende.
- E tu che sei, volpe? - gli domanda Marco.
- No, - risponde il Rosso.
- Ma essere uomo per te che vuol dire? Morire di fame?
- Lavorare! - gli urla Marco.
- Bravo, cane! E se non puoi?
- Faccio cosí!
E Marco stende una mano, in atto di chiedere l'elemosina.
Allora il Rosso, irresistibilmente:
- Puh!
Uno sputo su quella mano.
Partito proprio dal fondo dello stomaco.
Marco diventa furibondo:
- Porco! Schifoso! Vigliacco! A me, uno sputo? T'approfitti che sono cosí?
E con quella mano da cui pende filando lo sputo, levata in aria per schifo, e con l'altra armata del bastone, cerca il Rosso che lo scansa dando indietro e sghignazzando.
Alfreduccio, piú là, spaventato, si mette a gridare:
- Ajuto! ajuto!
Ma subito il Rosso gli è sopra e gli tura la bocca.
- Zitto, bestia! Ho fatto per ischerzo!
Marco pesta i piedi, si contorce dalla rabbia, curvo, e grida che vuol tornare indietro.
Tra le mani del Rosso Alfreduccio, come un annegato, gli lancia una voce:
- E io con te, Marco!
Allora il Rosso lo caccia a spintoni:
- E andate a rompervi il collo tutt'e due! Voglio vedervi! Andate, andate!
I due si raggiungono, si prendono per mano, e via di furia, tastando coi bastoni la polvere dello stradone.
Quella fretta arrabbiata di poveri impotenti che andando ballano dall'ira, provoca di nuovo le risa del Rosso che s'è fermato a guardarli., Se non che, a un certo punto, vedendo che alla svoltata seguitano a tirar via di lungo:
- Ferma! ferma, perdio! - si mette a gridare.
E correndo giunge appena in tempo a strapparli dal pericolo di precipitare giú nel burrone.
- Ecco, tieni, schiaffeggiami, - dice poi a Marco, lasciandosi prendere.
- Sono qua.
Marco, ancora rabbioso, gli afferra la camicia sul petto e gli grida in faccia, come in confidenza:
- Ringrazia Dio, carogna, che non ho nulla addosso! Ti ammazzerei!
- Vuoi il coltello? Tieni, ammazzami, - fa il Rosso, cacciandosi una mano in tasca per finta di cercarvi il coltello.
Ma scoppia a ridere di nuovo, scoprendo che Alfreduccio lo ha cavato di tasca per davvero, lui, sotto sotto.
- Bello! - gli grida, agguantandogli la mano.
- Ah, tu lo cacci per davvero? Bravo, rospo! E guarda com'è affilato! E fuori misura! Ma sai che potrei schiaffarti in catorbia come niente? Giú, lascialo, buttalo! Cosí...
E a terra anche tu!
- Per carità! per carità! - geme Alfreduccio, buttandoglisi davanti in ginocchio.
- Che gli fai? - urla Marco.
- Niente, - dice subito il Rosso, raccattando con una mano il coltello e afferrando con l'altra un orecchio ad Alfreduccio.
- Gli mozzo per segno quest'orecchio.
- No! - grida Alfreduccio con una strappata di testa e abbracciandogli le gambe, atterrito.
- Eh via, lasciami le gambe! Mi hai fatto ridere, - dice allora il Rosso.
- Alzati e andiamo: finiamola! Se no, a Sopri ci arriveremo per l'anno santo.
Andiamo, andiamo, E tieni qua il coltello, che ti può servire per il pane.
Io ho fatto per ischerzo, Marco.
Tu dici chiedere l'elemosina, come se questa non fosse anche la mia professione...
Ma scusa, quando sono per le campagne, che ho fame e nessuno mi vede; se vedo una gallina, scusa, mica posso andare a chiederle: "Fammi un ovetto, cocca bella, per carità!".
Non me lo fa.
E allora io me la prendo, me l'arrosto e me la mangio.
Tu dici che rubo; io dico che ho fame.
Qua siamo in campagna, caro mio.
Gli uccellini fanno cosí, i topi fanno cosí, le formiche fanno cosí...
Creaturine di Dio, innocenti.
Bisogna allargare le idee.
E sta' pur sicuro che non prendo per arricchire, ché allora sí sarei ladro svergognato: prendo per mangiare; e chi muore muore.
Sazio, non tocco neppure una mosca.
Prova ne sia, che ho una pulce adesso che mi sta a succhiare una gamba.
La lascio succhiare.
Quantunque, di' un po', ci può essere bestia piú stupida di questa pulce? Succhiare il sangue a me, il sangue mio che non può essere dolce, né puro, né nutritivo, e lasciare in pace le gambe dei signori!
Alfreduccio scoppia a ridere e fa ridere anche Marco che non ne ha nessuna voglia.
Il sangue gli s'è tutto rimescolato; si sente come un gran fuoco alla testa; stenta a respirare.
Il Rosso se n'accorge e si mette in apprensione.
- Bisogna che tu ti riposi un poco, - gli dice.
- Lascia fare a me.
Lassú all'ombra.
Ajuta, prima l'uno e poi l'altro, a montare sul ciglio dello stradone e li pone a sedere all'ombra d'un grande platano; siede anche lui e dice all'orecchio d'Alfreduccio:
- Ho paura che non regga al cammino.
- Ho paura anch'io, - fa Alfreduccio.
- Toccagli la mano.
Scotta.
Il Rosso ha uno scatto d'ira:
- E che vorresti fare?
- Mah! Io direi...
- Di tornare indietro? Bel negozio ho fatto io a mettermi con vojaltri due! Lascialo riposare; vedrai che gli passerà tutto.
Domando e dico che ci state a fare su la faccia della terra l'uno e l'altro! Neanche buoni a fare tre miglia a piedi! E ammazzatevi! Che vita è la vostra! Guarda che faccia, oh! Guarda che occhi! Fortuna che non ti vedi, caro mio!
Alfreduccio ascolta con un sorriso da scemo sulle labbra, appoggiato al tronco dell'albero.
- Ah tu ridi?
- Eh, - risponde Alfreduccio, - che vuoi che faccia?
- Ti vorrei mettere un fiore in bocca, - riprende il Rosso, - lavare, pettinare e vestire come un signore: poi condurti per le fiere: "Guardate, signori, che belle cose fa il buon Dio!".
Chiudi codesta bocca, mannaggia! o te la muro con un pugno di terra! Non te la posso vedere cosí aperta.
Alfreduccio chiude subito la bocca; e allora il Rosso ripiglia con altro tono:
- Se arriveremo a Sopri, vedrai che raccoglieremo bene.
Avendo poi qualche cosa da parte, non saremo forzati a trottar sempre.
Potremo prendercela anche comoda e far davvero la villeggiatura anche noi.
Sopri è un bel paese, sai? grande; e ci conosco parecchia gente, uomini e anche...
anche donne, sí.
Sghignazza e soggiunge:
- Donne, tu...
niente?
Alfreduccio gli mostra la faccia squallida, con la bocca di nuovo aperta a un ineffabile sorriso:
- Mai, - dice.
- E come hai fatto? Non ci hai mai pensato?
- Sí, sempre, anzi.
Ma...
- Capisco.
Ma i ciechi, sai (chiudi la bocca!), i ciechi con le donne oneste possono aver fortuna.
Guarda, scommetterei che Marco, bell'uomo, avrà avuto le sue avventure.
Perché la donna, capisci? tutto sta che possa farlo senza esser veduta.
Un cieco, che non può sapere né dire domani con chi sia stato, è proprio quello che ci vuole per lei.
E io so di tanti ciechi che sono ricercati e mandati a prendere fino a casa da certe vecchie...
Ah, ma non brutti come te, però.
Di', ti piacerebbe?
- Eh, - fa di nuovo Alfreduccio, stringendosi nelle spalle.
- Ebbene, a Sopri, se ci arriveremo, - promette il Rosso.
- Ma tu persuadi Marco a seguirci.
- Sí sí, non dubitare, - s'affretta a dire Alfreduccio, con tale impegno che il Rosso scoppia a ridere forte.
Alla risata Marco, che s'è steso tutto per terra e addormentato, si sveglia di soprassalto e domanda spaventato:
- Chi è?
Il Rosso allunga una mano; gli tocca la fronte, e fa una smusata.
- Stai lí, stai lí, - gli dice, - dormi tranquillo.
Poi, volgendosi ad Alfreduccio:
- Ha la febbre per davvero, oh! e forte.
Sai che faccio? Ti lascio qua di guardia e vado a vedere se mi riesce far cuocere in qualche posto la gallina.
So bene come sono i galantuomini: la gallina no, non se la mangerà perché l'ho rubata; ma inzupperà certo il pane nel brodo che ne caveremo.
Aspettami.
Torno presto.
E pensa intanto alle donne, tu; cosí starai allegro.
Alfreduccio riapre la bocca al suo riso da scemo.
Il Rosso, scendendo, si volta a guardarlo, per un'idea che gli balena: strappa uno dei papaveri che avvampano al sole, lí sul ciglio, e va a ficcarne il gambo amaro in bocca ad Alfreduccio che subito stolza, facendo boccacce e sputando.
- Sciocco, sta' fermo! È un fiore.
Apri la bocca.
Ti voglio lasciare cosí, come uno sposino.
Torna a sghignazzare, e se ne va.
Alfreduccio resta fermo un pezzo con quel papavero in bocca.
Ode dallo stradone ancora una risata del Rosso.
Poi, piú nulla.
- Marco!
Gli risponde un lamento.
- Ti senti molto male?
E Marco:
- Passa un carro.
Búttamici sopra.
- Un carro? - fa Alfreduccio, tendendo l'orecchio.
- No, sai.
Non passa nessun carro.
Vorresti tornare indietro? Appena verrà il Rosso, glielo diremo.
Siamo nelle sue mani.
Marco scuote la testa su la terra.
L'altro attende ancora un poco; poi, non sentendosi dire piú nulla, rimane zitto anche lui.
Tutt'intorno è un gran silenzio.
A un tratto Marco ha un sussulto e ritrae la mano dalla mano del compagno.
- Ch'è stato?
- Non so.
M'è passata qualche cosa su la faccia.
- Foglia?
- Non so.
Dormivo.
- Dormi, dormi.
Ti farà bene.
Una voce lontana, di donna che passa cantando.
Il vuoto s'allarga intorno ad Alfreduccio, di quanto è lontana quella voce.
Con tutta l'anima nell'orecchio, egli cerca d'avvicinarsi a quella voce.
Ma la voce tutt'a un tratto si spegne.
E Alfreduccio rimane in ansia, costernato, non potendo piú indovinare se quella donna si avvicini o si allontani.
Si rimette in bocca il fiore.
- Le donne...
(Forse è meglio finire qui.
Non val la pena stare ancora a far spreco di fantasia su questa vecchia stampa di maniera.)
LA PAURA DEL SONNO
I Florindi e i Lindori, dalle teste di creta dipinte di fresco, appesi in fila ad asciugare su uno dei cinque cordini di ferro tesi da una parete all'altra nella penombra della stanzaccia, che aveva sí due finestroni, ma piú con impannate che con vetri, chiamavano la moglie del fabbricante di burattini, la quale si era appisolata con l'ago sospeso in una mano che pian pianino le si abbassava in grembo, davanti a un gran canestro tutto pieno di berrettini, di brachette, di giubboncini variopinti.
- Parona bela!
E l'appisolata si scoteva di soprassalto; si stropicciava gli occhi; si rimetteva a cucire.
Uno - due - tre punti e, a poco a poco, di nuovo, ecco le palpebre socchiudersi e il capo pian pianino reclinarsi sul seno, come se volesse, un po' tardi veramente e con molto languore, dir di sí ai Florindi e ai Lindori: un sí che voleva dir no, perché le parrucchine, dormendo, non le faceva davvero quella buona signora Fana.
- Neh, signo'!, - chiamavano allora i Pulcinelli, dal secondo cordino.
L'appisolata tornava a scuotersi di soprassalto; si stropicciava gli occhi; si rimetteva a cucire.
Uno - due - tre punti...
ed ecco, di nuovo, le palpebre socchiudersi, il capo reclinarsi pian pianino, come se volesse dir di sí anche ai Pulcinelli.
Ma, ahimè, non faceva neanche le casacche e i berrettoncini la buona signora Fana, cosí.
E aspettavano pure tocchi e toghe, maglie e brachette e manti reali, su gli altri cordoncini di ferro, giudici, pagliaccetti, contadinotti e Carlimagni e Ferraú di Spagna: tutto, insomma, un popolo vario di burattini e marionette.
Saverio Càrzara, marito della signora Fana, per questa sua svariata e ingegnosa produzione s'era acquistato il nome e la fama di Mago delle fiere.
Realmente aveva la passione del suo mestiere, e tanto impegno, tanto studio e tanto amore poneva nel fabbricare le sue creaturine, quanto forse il Signore Iddio nel crear gli uomini non ne mise.
- Ah, quante cose storte hai tu fatte, Signore Iddio! - soleva infatti ripetere il Mago.
- Ci hai dato i denti, e a uno a uno ce li levi; la vista, e ce la levi; la forza, e ce la levi.
Ora guardami, Signore iddio, come m'hai ridotto! Di tante cose belle che ci hai date, nessuna dunque dobbiamo riportarne a te? Bel gusto, di qui a cent'anni, vedersi comparire davanti figure come la mia!
Egli, il Mago, ogni sera, vincendo lo stento con la pazienza, leggeva ogni sorta di libri: dai Reali di Francia alle commedie del Goldoni, per arricchirsi vieppiú la mente di nuove cognizioni utili al suo mestiere.
Gli era di conforto a quello studio un buon fiasco di vino.
E leggeva ad alta voce, magnificamente spropositando.
Spesso rileggeva tre e quattro volte di seguito lo stesso periodo, o per il gusto di ripeterselo, o per capirne meglio il senso.
Talvolta, nei punti piú drammatici e commoventi, a qualche frase d'effetto, chiudeva furiosamente il libro, balzava in piedi e ripeteva la frase ad altissima voce, accompagnandola con un largo ed energico gesto:
- E lo bollò con due palle in fronte!
Si raccoglieva, ci ripensava un po', e poi di nuovo:
- E lo bollò con due palle in fronte!
La moglie dormiva quietamente, seduta all'altro capo del tavolino, affagottata in un ampio scialle di lana.
Di tanto in tanto il suo ronfo crescente infastidiva il marito, il quale allora interrompeva la lettura per mettersi a fare con le labbra il verso con cui si chiamano i gatti.
La moglie si destava; ma, poco dopo, ripigliava a dormire.
Saverio Càrzara e la signora Fana (come ella si faceva chiamare: - Perché io veramente, di nascita e d'educazione, sono signora! -) erano da dodici anni uniti in matrimonio, e mai una lite, mai un malinteso avevano turbato la quiete laboriosa della loro casetta.
Da giovanotto, il Càrzara, sí, era stato un po' focoso, tanto che portava ancora i calzoni a campana a modo dei guappi: e forse avrebbe voluto pettinarsi ancora coi fiaccagote; ma i capelli, eh! gli erano caduti precocemente; avrebbe voluto fors'anche parlare con l'enfasi d'un tempo; ma la voce aveva adesso certi improvvisi ridicolissimi cangiamenti di tono, che don Saverio preferiva star zitto, e parlava solo quando non poteva farne a meno; e lo faceva ogni volta in fretta e arrossendo.
Al guasto dei capelli, all'infermità della voce s'era poi unita, a finir d'estinguere il giovanile fervore del Mago, l'indole placidissima della moglie.
Piccola di statura, stecchita, come di legno, la signora Fana pareva avesse lo spirito avvelenato di sonno: dormiva sempre, infusa come in un'aura spessa e greve di letargo; o si rintanava in un cupo, oscuro silenzio, rifuggendo in tutti i modi da ogni sensazione della vita.
Aveva accolto i primi impeti d'amore del marito come un lenzuolo bagnato un febbricitante.
E cosí gli ardori del Càrzara a poco a poco si erano raffreddati.
Attendeva ora assiduamente al lavoro, senza mai stancarsi.
Qualche volta, dimentico della infermità della voce, si provava a canticchiare, lavorando; smetteva però subito, non appena la dolorosa coscienza di quella ridicola infermità gli si ridestava; sbuffava, e continuava (come per ingannar se stesso) a modulare il motivo fischiando.
S'intratteneva qualche sera un po' di soverchio col fiasco del vino; ma la placida moglie ci passava sopra, purché egli la lasciasse dormire.
Questa del continuo sonno della moglie era una spina che di giorno in giorno si faceva piú pungente per il Mago.
I burattini, è vero, esposti ignudi su i cordini di ferro non erano capaci di soffrire il freddo o la vergogna; ma, andando a lungo di questo passo, don Saverio si vedeva minacciato d'avere tra breve tutte le stanze invase dalle sue creaturine ignude e supplicanti la signora Fana di fornir loro, alla fine, la tanto attesa opera dell'ago.
Senza contare che quattrini in casa non ne entravano davvero, seguitando cosí.
- Fana! - chiamava egli pertanto, dalla stanza attigua, in cui lavorava, e - Fana! - di lí a poco, se ella non rispondeva, e - Fana! Fana! - di mezz'ora in mezz'ora, per quanto era lunga la giornata.
Finché stanco, per farla breve, di quella continua sorveglianza, prese un giorno il partito di lasciar dormire in pace la moglie e di dare a cucir fuori i varii indumenti delle sue creaturine.
Era il meglio che potesse fare, perché la signora Fana, imbestiata nel sonno, infastidita dai continui richiami, cominciava a rispondere con poco garbo al marito.
- Questo sonno è la mia croce, - diceva il Mago agli amici, di cui ascoltava ora con compiacimento le commiserazioni, e in ispecie quelle della vicina, a cui aveva rimesso l'incarico della fornitura del vestiario per i suoi burattini.
Con gli occhi bassi questa vicina parlava sospirando al Càrzara del marito defunto, "buon uomo, ma pigro, sant'anima!".
- Per il sonno e per il caldo del letto, vedete, ci siamo ridotti in questo stato...
Lui, no, ormai: dorme in pace per sempre, poverino! ma io...
mi vedete! Perciò vi dico che nessuno può compatirvi piú di me...
E chi sa quanto e fino a qual punto avrebbe voluto davvero compatirlo, se il Mago col suo onesto contegno non avesse imposto fin da principio un limite alla vedova vicina.
- Badate se quel sonno non provenga da qualche malattia che cova! - gli suggeriva intanto qualche amico.
Il Mago si stizziva, scrollava le spalle.
- Non mi fate ridere! Mangia per due, dorme per quattro! Vorrei essere malato io, com'è malata lei!
Cosí, in quel tratto di via, non si parlava d'altro che del continuo sonno della signora Fana, passato quasi in proverbio.
Quand'ecco una mattina, poco prima di mezzogiorno, partire dalla casa del Càrzara grida e pianti disperati.
Tutto il vicinato e altra gente che si trovava a passare per via accorrono e trovano la signora Fana stesa immobile sul pavimento e il Mago che grida in ginocchio e piange davanti a lei:
- Fana! Fana! Fana mia! Non mi senti piú? Perdono! Fana mia...
Poi, alla vista di tanta gente, comincia a percuotersi le guance:
- Assassino! Assassino! L'ho ammazzata io! Non l'ho curata! Io che credevo...
- Coraggio, su! coraggio...
- gli ripetono attorno tante voci, nella confusione del momento.
- Coraggio! Avete ragione, poveretto!
E alcune braccia lo strappano dalla morta, lo sollevano, lo trascinano in un'altra stanza, sorreggendolo; mentr'egli, con l'escandescenza del primo dolore, interrotto da singhiozzi, narra com'è avvenuta la disgrazia:
- Su la seggiola, là...
Credevo che dormisse...
"Fana! Fana!", la chiamo...
- Ah Fana mia! Io t'ho ammazzata...
- La chiamavo...
Chi poteva supporre? - E lei, come poteva rispondermi? Morta, capite? Cosí, su la seggiola! Me le accosto per scuoterla, pian piano...
e lei...
oh Dio! me la vedo traboccare a testa giú, sotto gli occhi...
Morta! morta! Oh Fana mia!
Il Càrzara siede inconsolabile, tra un crocchio d'amici; mentre la signora Fana è sollevata da terra e messa a giacere sul letto, subito assiepato da curiosi che si sporgono a guardare di su le spalle dei piú vicini.
Ha gli occhi chiusi, la buona signora Fana, e pare che dorma placidamente; ma è fredda e pallida, come di cera.
E c'è chi vuol sentire quanto le pesi il braccio; chi le tasta la fronte, vincendo il ribrezzo, con paurosa curiosità; chi la rassetta addosso qualche piega della veste.
Il popolo delle marionette, appeso su i cordini di ferro, par che assista atterrito dall'alto a questa scena, con gli occhi immobili nell'ombra della camera.
I pulcinelli, senza berrettoncini, par che se li siano levati dal capo per rispetto verso la morta: i Florindi e i Lindori, senza parrucchine, pare che se le sieno strappate nella disperazione del dolore; soltanto i paladini di Francia, chiusi nelle loro armature di latta o di cartone indorato, ostentano un fiero disdegno per quell'umile morte non avvenuta in campo di battaglia; e i piccoli Pasquini, dalle folte sopracciglia dipinte e il codino arguto sulla nuca, conservano la smorfia furbesca del sorriso che scontorce loro la faccia, come se volessero dire: "Ma che! ma che! La padrona fa per burla!".
Intanto, chi va, chi corre per un medico? - Un medico? Perché? - Povera signora Fana! Morta senza conforti religiosi! Le torce! - Quattro torce! - Sí, ma...
il danaro? - Eccolo qua! - (una vicina lo appronta).
Si va per il medico.
- Ma è inutile! - Vestirla piuttosto! Bisogna vestirla! Dove saranno gli abiti? - Le vicine piú premurose girano per la casa in cerca dell'armadio; ficcano il naso da per tutto.
- Dov'è l'armadio? - E intanto a piè del letto c'è chi strappa le scarpe alla morta, mentre gli altri raccomandano: - Piano! Piano! - come se la piccola buona signora Fana si possa ancora far male.
Arriva il medico, osserva, tra quella confusione, la giacente; poi domanda ai vicini: - Perché m'avete chiamato? -.
Nessuno sa o attende a rispondergli, e il medico se ne va.
Allora le vicine fanno sgomberare la stanza, e poco dopo la signora Fana è vestita e coperta da un lenzuolo.
Il Mago, sorretto per le ascelle, viene condotto davanti al letto di morte.
La signora Fana su l'ampio letto è cosí esile e piccina, che s'indovina appena sotto il lenzuolo: due, tre lievi pieghe soltanto accusano il cadavere al lume giallognolo dei grandi ceri.
È già sopravvenuta la sera.
Tre vicine veglieranno la morta tutta la notte.
Quattro amici terranno in un'altra stanza compagnia al Mago.
- Ah, che spasimo qua...
- si lamenta questi a tarda notte.
- Nel cuore? Eh, poveretto!
- No.
- Don Saverio accenna alla guancia.
- Come se ci avessi un cane addentato.
- Scherzi del dolore...
- gli risponde uno degli amici.
E un altro gli propone, con esitanza:
- Per stordirlo, una fumatina...
Il terzo gli offre un sigaro.
- Ma che! No! - si schermisce il Mago, quasi offeso: - Fana è lí, morta; come faccio a fumare io qua?
Un quarto si stringe nelle spalle e osserva:
- Non vedo che male ci sarebbe, se non fumate per piacere...
E quell'altro gli offre di nuovo il sigaro (tentazione).
- Grazie, no...
se mai, la pipa...
- dice don Saverio, cavando, esitante, dalla tasca una vecchia pipa intartarita.
I quattro amici lo imitano.
- Come vi sentite adesso? - gli domanda uno, di lí a poco.
- Ma che! lo stesso...
- risponde il Mago.
- Arrabbio dal dolore.
- Forse, date ascolto a me, un goccetto di vino...
- suggerisce il primo, rattristato e premuroso.
E gli altri:
- Certo!
- Meglio!
- Stordisce di piú! La notte è cosí fredda!
- Ma vi pare che possa bere? - domanda mestamente don Saverio.
- Fana lí morta...
Se voi volete, senza cerimonie: di là ce ne dev'essere...
Uno degli amici si alza infreddolito e va a prendere il vino, seguendo le indicazioni del vedovo; non per sé, né per gli amici, ma per quel poveretto che ha mal di denti...
Una bottiglia e cinque bicchieri.
Man mano la conversazione s'avvia; triste.
Resta al Mago il rimorso di non aver dato ascolto a chi gli aveva espresso il dubbio non fosse quel sonno continuo della moglie il segno manifesto d'una malattia che le covava dentro.
Sí, cosí era: adesso, troppo tardi, egli ne aveva la prova nel fatto.
Ma intanto...
eh già, intanto bisognava pur farsi coraggio, rassegnarsi.
Nessuna colpa volontaria, in fin dei conti, da parte sua: aveva lasciato dormire la moglie per non infastidirla piú.
La moglie invece era malata, dormiva, poverina, quasi per prepararsi all'ultimo sonno! Che ne sapeva don Saverio? Un giorno o l'altro quella disgrazia doveva pure accadere! Non era piú vita, ormai! Meglio dunque presto che tardi, e per tante ragioni...
Cosí, a poco a poco, la bottiglia si votava, ma piano piano, senza glo glo.
E finalmente ruppe l'alba.
Ai quattro angoli del letto le torce si erano a metà consumate, non ostante la cura d'una vicina che pazientemente aveva nutrito d'ora in ora le fiammelle coi gocciolotti raccolti dai fusti, perché contava di portarsi via i resti di quelle torce, mentre le altre due compagne dormivano placidamente accanto al letto funebre.
Vennero su le prime ore del giorno i portantini col cataletto.
I morti, al tempo del Mago, non si spedivano belli e incassati all'altro mondo: usavano altri mezzi di spedizione: i cataletti.
Tutto il vicinato era già in attesa, per accompagnare la defunta fino all'uscita del paese.
Don Saverio volle legare lui stesso con le sue mani i polsi della moglie con un nastrino di seta gialla, come usava allora; poi, ajutato da un amico, tolse dal letto la morta per le spalle e l'adagiò sul cataletto, e le pose sul seno un Crocifisso; la baciò in fronte e la contemplò un tratto attraverso le lagrime che gli sgorgavano abbondanti dagli occhi gonfi e rossi.
Un sacerdote, labbreggiando con gli occhi socchiusi un'orazione, benedisse il cadavere, e finalmente i portantini s'introdussero tra le stanghe del cataletto, si disposero su gli omeri le cinghie, e via.
Il Mago ricadde in preda ai quattro amici della veglia.
Andava il mortorio silenzioso per le vie della cittaduzza, a quell'ora deserte.
Il freddo era intenso, e andavano gli uomini stretti nelle spalle e con le mani in tasca, guardando il fiato vaporare nell'aria rigida invece del fumo della pipa che non accendevano per rispetto alla morta; andavano le donne avvolte negli scialli neri di lana o nelle mantelline di panno, conversando tra loro a bassa voce; e borbottando orazioni, le vecchie.
Di tratto in tratto il mortorio s'arrestava, e i portantini si davano il cambio.
La via che conduceva al camposanto, situato in alto, in cima al colle che sovrasta la cittaduzza, svoltava bruscamente al cominciare dell'erta, fuori dell'abitato.
Proprio al gomito sorgeva un vecchio albero di fico dal tronco ginocchiuto e dai rami aspri e stravolti, coi quali sbarrava quasi il passaggio.
Quest'albero di fico, guardiano della via del cimitero, non era stato abbattuto, perché, rendendo cosí, coi suoi rami, difficile il transito ai morti, pareva ai vivi di buon augurio.
Giunto presso all'albero, già il codazzo del mortorio si sbandava, quand'ecco, a un tratto, avendo i portantini nel darsi un ultimo cambio lasciato impigliar le vesti della morta tra i rami del fico piú sporgenti, la signora Fana, solleticata alle gambe, alle mani, al volto, dalle foglie dell'albero, tra le grida d'orrore di tutta la gente, sorgere a sedere sul calaletto, coi polsi legati, cerea, sbalordita di trovarsi in quel luogo, all'aria aperta, tra tanto popolo che le urlava intorno raccapricciato.
Per volere di Dio o per mano del diavolo, la piccola signora Fana era risuscitata; e forse il merito spettava piú al diavolo, a giudicare almeno dalla prova che della sua resurrezione volle subito dare spezzando il nastro che le legava i polsi per scagliare contro la gente che la intronava il crocifisso trovatosi in grembo.
Scesa poi dal cataletto con le mani tra i capelli, fu circondata dalle amiche, dai curiosi che avevano seguito il mortorio.
In un baleno si sparse, volò la nuova della resurrezione, e gente accorreva da ogni parte, a vedere il miracolo.
- Miracolo! Miracolo!
E la piccola signora Fana non trovava parole da rispondere; stordita, oppressa, tempestata di domande, di cure, guardava in bocca la gente.
- Una sedia! Una sedia! - Non si reggeva in piedi? - I piedi? - Come si sentiva? - Aria! Aria! Largo! - I piedi? - Come! le facevano male i piedi?
- Sí...
ho le scarpe strette, che non mettevo piú da un anno...
- risponde la signora Fana, guardandosi i piedi, seduta.
I piú vicini ridono; le tolgono le scarpe.
- Voglio tornare a casa...
- riprende la signora Fana.
Sorge allora un contrasto tra la folla raccolta.
- Per carità! Non la fate andare subito a casa! - raccomandano alcuni.
- Subito! Subito! - tempestano altri.
- No! Preparate alla notizia il marito! Potrebbe impazzire!
- È giusto! È giusto! - si grida di qua; ma di là, sollevando in trionfo la sedia su cui la signora Fana sta seduta: - A casa! A casa!
- No! Prima in chiesa! A ringraziare Dio!
- A casa! A casa!
Da quel pandemonio, intanto, tre, quattro vicini di casa del Mago scappano di corsa per prepararlo al fausto avvenimento, prima che arrivi la processione che va gridando in delirio per le vie:
- Miracolo! Miracolo!
- Cose che avvengono...
- spiega invece sorridendo un medico mattiniero in una farmacia.
- Una sincope cessata a tempo, per fortuna!
Intanto i vicini accorsi a dare l'annunzio, pervenuti in casa di Càrzara, lo trovano tra i quattro amici della veglia, se non del tutto confortato, già quasi calmo.
Discorre dei suoi burattini e dell'arte sua, fumando e bevendo con gli altri, a sorsellini, senza aver l'aria di badare a quello che fa.
La mestizia, sí, è rimasta nella voce, poiché il discorso è partito dalla disgrazia della moglie che da molto tempo non lo ajutava piú nel suo lavoro; ma ne parla come se fosse morta da piú d'un anno.
Gli amici gli lodano le sue creaturine, e lui se ne compiace; ne ha presa anzi una a caso da un cordino, e la mostra ai quattro ammiratori.
- Guardate...
no, vi prego, guardate bene.
In coscienza, chi li lavora piú cosí? Questi non si rompono neanche se li sbattete su le corna del Tubba che osa dirsi mio rivale! È facile che un bambino, fattura di Dio, muoja; ma questi che faccio io campano cent'anni, parola d'onore! La ragione c'è: figli non ne ho avuti, mi capite? I miei figli sono stati sempre questi qua.
Ma la strana animazione che è nei volti dei sopravvenuti tutti ansanti, esultanti, sorprende il Mago e i quattro compagni.
- Una buona notizia, don Saverio!
- No, cioè...
sí...
una notizia che vi farà piacere...
- Che notizia?
- Ma...
ecco, dicono...
che tante volte...
sí, uno si inganna e che poi non è vero...
in certe malattie...
- Miracoli della Madonna, ecco! - esclama uno, con gli occhi spiritati, non sapendo piú contenersi.
- Che miracoli? che malattie? Parlate - fa il Mago alzandosi, inquieto.
Ma già comincia a farsi sentire dal fondo della via il clamore confuso della processione.
- Vostra moglie, sentite?
- Ebbene?...
Ebbene?...
- balbetta don Saverio impallidendo, poi, a un tratto, arrossendo.
- Non è morta? - domanda stupito uno dei quattro compagni.
- No, don Saverio, no! sentite? ve la por...
Oh Dio, don Saverio! Che avete?
Il Mago si abbandona sulla seggiola, privo di sensi.
- Aceto! Aceto! Fategli vento!
Il clamore della processione cresce, s'avvicina vie piú, diviene assordante.
La popolazione è già sotto la casa del Mago.
E invano i primi accorsi e due dei compagni si sbracciano a far cenni, a zittire dal balconcino: nessuno dà loro retta; e già la signora Fana, calata tra gli evviva dalle spalle dei portatori, si alza dalla seggiola, confusa, imbalordita dai mille rallegramenti che le piovono da tutte le parti.
- Zitti! Zitti, perdio! È svenuto! Lo fate impazzire!
La signora Fana, seguita da gran moltitudine di gente, sale la scala - la casa è inondata - don Saverio non rinviene.
- Saverio! Saverio! Saverio mio! - lo chiama la moglie, abbracciandolo.
- Adesso muore il marito! - esclama la gente qua e là.
Finalmente il Mago si rià.
Marito e moglie s'abbracciano piangendo dalla gioja, a lungo a lungo, tra i battimani e gli evviva di tutti.
Don Saverio non sa credere ancora ai suoi occhi.
- Ma come? È vero? È vero?
E tocca, stringe, torna ad abbracciare la moglie, piangendo.
- È vero? È vero?
Poi, come impazzito dalla gioja, si mette a trar salti da montone e con le mani scuote, agita, scompiglia su i cordini di ferro i burattini e le marionette, invitando gli altri a far lo stesso.
- Cosí! Cosí! facciamoli ballare! Su! su! Ballare! Balliamo tutti, perdio!
E mille braccia minuscole, mille gambette di legno si agitano scompostamente, con furia pazza, in pazzo tripudio, tra le risa e le grida della gente.
I piú ridicoli di tutti sono i piccoli Pasquini, con la faccia scontorta dalla smorfia furbesca: - "Lo dicevamo noi che la padrona faceva per burla!".
E danzano e dondolano allegramente.
A poco a poco, intanto, i curiosi sgombrano la casa: rimangono i piú intimi del vicinato: una dozzina di persone.
- A pranzo! a pranzo! Tutti quanti a pranzo con me! - propone il Mago.
E tiene una seconda festa di nozze.
Ma, terminata la festa:
- Badate adesso, don Saverio! - gli ricordano gli amici sottovoce, prima di partirsi.
- Badate che vostra moglie non si rimetta a dormire come per l'addietro...
Badate!
Da quella notte stessa, cominciò per il Mago una vita d'inferno.
Nulla di piú naturale che, di notte, santo Dio, la moglie dormisse.
Ma egli non poteva piú vederla dormire.
La toccava leggermente per sentire se non era fredda; si levava su un gomito per discernere al lume del lampadino da notte se la coperta sulla moglie si movesse al ritmo del respiro; e, non contento, accendeva la candela per meglio esaminarla, se non era troppo pallida...
Fredda non era, e respirava, sí; ma perché cosí piano e a lento? perché cosí placida?
- Fana...
Fana...
- chiamava allora a bassa voce, per non svegliarla di soprassalto.
- Ah...
chi è?...
che vuoi?
- Nulla...
sono io...
Ti senti male?
- No.
Perché? Dormivo...
- Bene...
dormi, allora, dormi!
- Ma perché mi hai svegliata? Come faccio adesso a riaddormentarmi?
Anche la signora Fana, ora, aveva paura del sonno; smaniava sul letto, con gli occhi sbarrati, angosciata dal terrore, come in attesa che qualcosa a un tratto dovesse mancarle dentro.
Ma le notti che era cosí smaniosa e non dormiva, il Mago era contentone e dormiva lui, invece, fino a tanto però che la moglie, trambasciata dall'insonnia e dalla paura, non lo svegliava a sua volta.
Cosí, a nessuno dei due recava riposo la notte.
Di giorno, poi, era un altro continuo tormento.
Non dormendo la notte, il sonno naturalmente li coglieva spesso durante la giornata.
Ma don Saverio lo scacciava per sorvegliare la moglie la quale minacciava d'addormentarsi, come prima, sulla seggiola.
Per divagarla, la intratteneva in discorsi sciocchi e senza nesso, poiché la costante costernazione gl'inaridiva la fantasia.
E pretendeva che la moglie stesse ad ascoltarlo!
- Figli miei, ajutatemi voi! - esclamava il Mago, rivolgendosi ai burattini.
Ne toglieva due dai cordini di ferro, e ne dava uno in mano alla moglie.
- Tieni, tu reggi questo...
- Per far che? - domandava sorpresa la signora Fana.
- Sta' a sentire: ti faccio sbellicare dalle risa.
- Oh Dio, Saverio! Ti pare che sia una ragazzina?
- No.
Ti rappresento una parte seria: della rotta di Roncisvalle...
Sta' a sentire.
E si metteva a declamare, a casaccio, ripetendo le parole del libro, come gli sovvenivano alla memoria, e a far gestire furiosamente la sua marionetta, mentre quella sorretta dalla signora Fana a poco a poco si piegava su le gambette, s'inginocchiava, come se, impaurita dagl'irosi gesti dell'altra, volesse chiederle misericordia.
- Fana! Perdio!
- Sí, parla...
parla: ti sento!
- Non mi senti! Cava il brando!
- Cavo...
cavo...
- Non cavi un corno! Stai dormendo!
- No...
Come no? - Giú una crollatina di capo! - La signora Fana dormiva.
Ah che disperazione per il Mago! Si sentiva stretto alla gola da una voglia rabbiosa di piangere, d'urlare.
E non lavorava piú: le schiere dei burattini e delle marionette s'assottigliavano di giorno in giorno, su i cordini di ferro, in ogni stanza della casa.
- Parona bela! - chiamavano i Florindi e i Lindori.
- Neh, signo'! - chiamavano i Pulcinelli.
Invano.
Alcuni di quei cordini parevano tesi ormai per le mosche che, con l'estate, ricominciavano ad abbondare.
E quella casa, tanto tranquilla un tempo, rimbombava adesso delle liti tra marito e moglie, a causa del sonno.
Il Mago rovesciava le sue bollenti collere su la mobilia, sconquassava seggiole e tavolini, rompeva contro le pareti tazze, vasetti, boccali.
Questo supplizio durò parecchi mesi.
Finalmente la morte ebbe pietà del povero Mago, e venne a togliersi, questa volta sul serio, la piccola signora Fana.
Un colpo apoplettico genuino, di pieno giorno, e mentr'ella non dormiva.
Quasi quasi, in principio, don Saverio non voleva prestarci fede.
Ma, accertata da un medico la morte, si mise a piangere e a strillare come la prima volta.
E volle vestir lui, con le sue mani, la morta; lui rimetterla sul cataletto e lui annodarle ancora una volta i polsi, mentre i singhiozzi gli rompevano il petto.
Però ai portantini, che già sollevavano il cataletto, non seppe tenersi dal dire, tra le lagrime:
- Ve la raccomando, poveretta! Fate piano.
Passando davanti all'albero di fico, state bene attenti.
Tenetevi al largo, quanto piú potete, per carità!
LA LEGA DISCIOLTA
Al caffè, dove Bòmbolo stava tutto il giorno, col berretto rosso da turco sul testone ricciuto, un pugno chiuso sul marmo del tavolino in atto d'impero, l'altra mano al fianco, una gamba qua, una gamba là, guardando tutti in giro, senza disprezzo ma con gravità accigliata, quasi per dire: "I conti qua, signori miei, lo sapete, bisogna farli con me", venivano uno dopo l'altro i proprietarii di terre non soltanto di Montelusa, ma anche dei paesi del circondario, anche il vecchio marchese don Nicolino Nigrelli (quello che andava sempre col pomo d'avorio della mazzettina d'ebano sulle labbra appuntite, come se sonasse il flauto), anche il barone don Mauro Ragona, anche il Tavella, tutti insomma, con tanto di cappello in mano.
- Don Zulí, una grazia...
E Bòmbolo, all'atto deferente, subito - bisogna dirlo - balzava in piedi, si cavava il berretto, s'impostava sull'attenti e con la testa alta e gli occhi bassi rispondeva:
- Ai comandi, Eccellenza.
Erano le solite lagnanze e le solite raccomandazioni.
Al Nigrelli erano spariti dalla costa quattro capi di bestiame; otto al Ragona dall'addiaccio; cinque al Tavella dalla stalla.
E uno veniva a dire che gli avevano legato all'albero il garzone che li badava; e un altro, che gli avevano finanche rubato la vacca appena figliata, lasciando il buccelluzzo che piangeva e sarebbe morto di fame senza dubbio.
In prima Bòmbolo, invariabilmente, per concedere una giusta soddisfazione all'oltraggio patito, esclamava:
- Ah, birbanti!
Poi, giungendo le mani e scotendole in aria:
- Ma, padroni miei, padroni miei...
Diciamo birbanti; in coscienza però, a voltar la pagina, quanto tirano al giorno questi birbanti? Tre "tarí" tirano! E che sono tre "tarí"? Oggi com'oggi, un uomo, un figlio di Dio che lavora, povera carne battezzata come Vossignoria, non come me, io sono turco - sissignore - turco...
eccolo qua - (e presentava il fez) - dicevamo, un uomo che butta sangue con la zappa in mano dalla punta dell'alba alla calata del sole, senza sedere mai, altro che per mandar giú a mezzogiorno un tozzo di pane con la saliva per companatico; un uomo che le torna all'opera masticando l'ultimo boccone, dico, padrone mio, pagarlo tre "tarí", in coscienza, non è peccato? Guardi don Cosimo Lopes! Dacché s'è messo a pagare gli uomini a tre lire al giorno, ha da lagnarsi piú di nulla? Nessuno piú s'attenta a levargli...
che dico? - (allungava due dita, si tirava dal capo con uno strappo netto un capello e lo mostrava) - è buono questo? neanche questo! Tre lire, signorino, tre lire sono giuste! Faccia come le dico io; e, se domani qualcuno le manca di rispetto, tanto a lei quanto alle bestie, venga a sputarmi in faccia: io sono qua.
In fine, cangiando aria e tono, concludeva: - Quanti capi ha detto? Quattro? Lasci fare a me.
Vado a sellare.
E fingeva di mettersi in cerca di quei capi di bestiame per le campagne, due o tre giorni, cavalcando anche di notte sotto la pioggia e sotto lo stellato.
Nessuno ci credeva, e nemmeno credeva lui che gli altri ci credessero.
Sicché, quando in capo ai tre giorni, si presentava in casa o del marchese Nigrelli o del Ragona o degli altri, e questi lo accoglievano con la solita esclamazione: - "Povero don Zulí, chi sa quanto avete penato!" - egli troncava con un gesto reciso della mano l'esclamazione, chiudeva gli occhi con gravità:
- Lasciamo andare! - diceva.
- Ho penato, ma li ho scovati.
E prima di tutto le do parte e consolazione che alle bestie hanno dato stalla e cura.
Dove stanno, stanno bene.
I "picciotti" non sono cattivi.
Cattivo è il bisogno.
E creda che se non fosse il bisogno, per il modo come sono pagati...
Basta, Pronti a restituire le bestie; però, al solito, Vossignoria m'intende...
Oh, trattando con Vossignoria, e con me di mezzo, senza né patti né condizioni: la sua buona grazia, quello che il cuore le detta.
E stia sicuro che stanotte, puntuali, verranno a riportarle su la costa le bestie, piú belle di prima.
Gli sarebbe sembrata una mancanza di rispetto, cosí a sé come al signore, accennare anche lontanamente al sospetto, che quei bravi "picciotti" potessero trovare la notte in agguato guardie e carabinieri.
Sapeva bene che, se il signore s'era rivolto a lui, era segno che stimava inutile il ricorrere alla forza pubblica per riavere le bestie.
Non le avrebbe riavute, di sicuro.
Nel riaverle cosí, mediante quel piccolo salasso di denari, con Bòmbolo di mezzo, ogni idea di tradimento doveva essere esclusa.
E Bòmbolo prendeva il denaro, cinquecento, mille, duemila lire, a seconda del numero delle bestie sequestrate, e questo denaro ogni settimana, il sabato sera, recava intatto ai contadini della Lega, che si raccoglievano in un fondaco su le alture di San Gerlando.
Qua si faceva la "giusta".
Cioè, a ogni contadino che durante la settimana aveva lavorato per tre "tarí" al giorno (lire 1,25) veniva secondo giustizia computata la giornata in ragione di tre lire, e gli era dato il rimanente.
Quelli che, non per colpa loro, avevano "seduto", cioè non avevano trovato lavoro, ricevevano sette lire, una per giorno; prima però venivano detratte, come per sacro impegno, le pensioncine settimanali assegnate alle famiglie di tre socii, Todisco, Principe e Barrera che, arrestati per caso di notte da una pattuglia in perlustrazione e condannati a tre anni di carcere, avevano saputo tacere; una parte della somma era poi destinata per gli sbruffi ai campieri e ai guardiani di bestiame che, d'intesa, si facevano legare e imbavagliare; il resto, se ne restava, era conservato come fondo di cassa.
Bòmbolo non toccava un centesimo, quel che si dice un centesimo.
Erano tutte infamie, tutte calunnie quelle che si spargevano sul conto suo a Montelusa.
Già egli non aveva bisogno di quel denaro.
Era stato tanti anni nel Levante, e vi aveva fatto fortuna.
Non si sapeva dove, precisamente, né come, ma nel Levante aveva fatto fortuna, certo; e non sarebbe andato appresso a quei pochi quattrinucci rimediati a quel modo.
Lo dicevano chiaramente quel suo berretto rosso e l'aria del volto e il sapore dei suoi discorsi e quello speciale odore che esalava da tutta la persona, un odor quasi esotico, di spezie levantine, forse per certi sacchettini di cuojo e bossoletti di legno che teneva addosso, o forse per il fumo del suo tabacco turco, di contrabbando, che gli veniva dalle navi che approdavano nel vicino porto di mare, e con le quali egli era in segreti commerci, almeno a detta di molti, che per ore e ore certe mattine lo vedevano con quel fiammante cupolino in capo guardare, come all'aspetto, sospirando, l'indaco del mare lontano, se da Punta Bianca vi brillasse una vela...
Aveva poi sposato una dei Dimíno, ch'erano notoriamente tra i piú ricchi massari del circondario, massari buoni, di quelli all'antica, che avevano terre che ci si camminava a giornate senza vederne la fine; e zi' Lisciànnaru Dimíno e sua moglie, quantunque la loro figliola dopo appena quattr'anni di matrimonio fosse morta, gli volevano ancora tanto bene, che si sarebbero levata la camicia per lui.
Tutte calunnie.
Egli era un apostolo.
Egli lavorava per la giustizia.
La soddisfazione morale che gli veniva dal rispetto, dall'amore, dalla gratitudine dei contadini che lo consideravano come il loro re, gli bastava.
E tutti in un pugno li teneva.
L'esperienza gli aveva insegnato che, a raccoglierli apertamente in un fascio perché resistessero con giusta pretesa all'avarizia prepotente dei padroni, il fascio, con una scusa o con un'altra, sarebbe stato sciolto e i caporioni mandati a domicilio coatto.
Con la bella giustizia che si amministrava in Sicilia! Non se ne fidavano neanche i signori! Là, là nel fondaco di San Gerlando, amministrava lui, la giustizia, quella vera; in quel modo, ch'era l'unico.
I signori proprietarii di terre volevano ostinarsi a pagar tre "tarí" la giornata d'un uomo? Ebbene, quel che non davano per amore, lo avrebbero dato per forza.
Pacificamente, ohè.
Senza né sangue né violenze.
E col dovuto rispetto alle bestie.
Aveva un cartolare, Bòmbolo, ch'era come un decimario di comune, dove, accanto a ogni nome erano segnati i beni e i luoghi e il novero delle bestie grosse e delle minute.
Lo apriva, chiamava a consulto i piú fidati, e stabiliva con essi quali tra i signori dovessero per quella settimana "pagar la tassa", quali tra i contadini fossero piú designati, o per pratica dei luoghi o per amicizia coi guardiani o perché d'animo piú sicuro, al sequestro delle bestie.
E raccomandava prudenza e discrezione.
- Il poco non fa male!
Questa era una delle sue massime favorite.
Diventava terribile, ma proprio col sangue agli occhi e la bava alla bocca, quando s'accorgeva o veniva a sapere che qualcuno della Lega "voleva far la carogna", cioè non lavorare.
Lo investiva, lo abbrancava per il petto, gli metteva le unghie nel viso, lo scrollava cosí furiosamente, che gli faceva cader dal capo il berretto e venir fuori la camicia dai pantaloni.
- Cima di birbante! - gli urlava in faccia.
- Chi sono io? per chi mi vuoi far conoscere? per chi mi prendi tu dunque? per un protettore di ladri e di vagabondi? Qua sangue s'ha da buttare, carogna! sangue, sudori di sangue! qua tutti con le ossa rotte dalla fatica dovete presentarvi il sabato sera! O questo diventa un covo di malfattori e di briganti! Io ti mangio la faccia, se tu non lavori; sotto i piedi ti pesto! Il lavoro è la legge! Col lavoro soltanto acquistate il diritto di prendere per le corna una bestia dalla stalla altrui e di gridare in faccia al padrone: "Questa me la tengo, se non mi paghi com'è debito di coscienza i miei sudori di sangue!".
Faceva paura, in quei momenti.
Tutti, muti come ombre, stavano ad ascoltarlo nel fondaco nero, mirando la fiamma filante del moccolo di candela ritto tra la colatura su la tavola sudicia come una roccia di cacio.
E dopo la fiera invettiva si sentiva l'ansito del suo torace poderoso, a cui pareva rispondessero, dalla tenebra frigida d'una grotta, che vaneggiava in fondo, i cupi tonfi cadenzati delle gocce d'una cert'acqua amara, renosiccia, piombanti entro una conca viscida, dove alle volte qualche ranocchia quacquarava.
Se qualcuno ardiva di levare gli occhi, vedeva in quei momenti, dopo la sfuriata, un luccicore di lagrime, di lagrime vere negli occhi di Bòmbolo.
Era vanto supremo per lui la testimonianza che gli stessi proprietarii di terre rendevano unanimi, che mai come in quei tempi i contadini s'erano dimostrati sottomessi al lavoro e obbedienti.
Solo da questo riconoscimento poteva venir purificata, santificata l'opera ch'egli metteva per loro.
Orbene, in quei momenti, vedeva ignominiosamente compromessa la giustizia che, sul serio, con santità, sentiva d'amministrare; compromesso il suo apostolato, il suo onore, per quell'uno che poteva infamar tutti.
Sentiva enorme, allora, il peso della sua responsabilità, e ribrezzo per l'opera sua, e sdegno e dolore, perché gli pareva che i contadini non gli fossero grati abbastanza di quanto aveva loro ottenuto, di quel salario di tre lire che, batti oggi, batti domani, era riuscito a strappare all'avarizia dei padroni.
Per lui erano sacri, e sacri voleva che fossero tutti i socii della Lega, quelli che si erano arresi alla sua costante predicazione, concedendo il giusto salario.
Se talvolta mancava il danaro e, cercando e ricercando nel cartolare, non si trovava chi, al solito, per quella settimana dovesse "pagar la tassa", qualcuno tra i consiglieri accennava timidamente a uno di quelli; Bòmbolo si voltava a fulminarlo con gli occhi, bianco d'ira e fremente.
Quelli non si dovevano toccare!
Ma, allora?
- Allora, - scattava Bòmbolo, buttando all'aria il cartolare, - allora, piuttosto, salassiamo mio suocero!
E a due o tre contadini era assegnato il compito di recarsi la notte alle terre di Luna, presso la marina, per sequestrare sei o sette bestie grosse a zio Lisciànnaru Dimíno, che pure tra i primi s'era messo a pagare gli uomini a tre lire al giorno.
Poteva bastar questo a turare la bocca ai calunniatori.
Salassando il suocero, Bòmbolo rubava a se stesso, perché l'unico erede dei Dimíno sarebbe stato un giorno il suo figliuolo.
Ma piuttosto rubare a se stesso, al suo figliuolo, che far offesa alla giustizia.
E che strazio ogni qual volta il vecchio suocero, che vestiva ancora all'antica, con le brache a mezza gamba, la berretta nera a calza con la nappina in punta e gli orecchini in forma di catenaccetti agli orecchi, veniva a trovarlo, appoggiato al lungo bastone, dalle terre di Luna, e gli diceva:
- Ma come, Zulí? cosí ti rispettano i tuoi? e che sei tu allora? broccolo sei?
- Mi sputi in faccia, - rispondeva Bòmbolo, succiando, con gli occhi chiusi, il fiele di quel giusto rimbrotto.
- Mi sputi in faccia, che posso dirle?
Gli pareva ormai mill'anni che uscissero dal carcere quei tre socii, Todisco, Principe e Barrera, per sciogliere finalmente quella Lega, ch'era divenuta un incubo per lui.
Fu una gran festa, il giorno di quella scarcerazione, nel fondaco su a San Gerlando: si bevve e si danzò; poi Bòmbolo, raggiante, tenne il discorso di chiusura, e ricordò le imprese e cantò la vittoria, ch'era il premio per quei tre che avevano sofferto il carcere: il premio piú degno, quello di trovare mutate le condizioni, onestamente retribuito il lavoro; e disse in fine che egli ora, assolto il compito, si sarebbe ritirato in pace e contento; e fece ridere tutti annunziando che quel giorno stesso avrebbe mandato il suo berretto rosso da turco al suocero, che non aveva saputo mai vederglielo in capo di buon occhio.
Deponeva con quel berretto la sovranità, e dichiarava sciolta la Lega.
Non passarono neppure quindici giorni che, dimenandosi al solito di qua e di là, col pomo d'avorio della mazzettina d'ebano su le labbra appuntite, si presentò al caffè il vecchio marchese don Nicolino Nigrelli:
- Don Zulí, una grazia...
Bòmbolo diventò dapprima piú bianco del marmo del tavolino e fissò con occhi cosí terribilmente spalancati il povero marchese, che questi ne tremò di paura e, traendosi indietro, cadde a sedere su una seggiola, mentre l'altro gli si levava sopra furente, ruggendo tra i denti:
- Ancora?
Quasi basito, eppur tentando un sorrisetto a fior di labbra, il marchese gli mostrò quattro dita della sua manina tremicchiante e gli disse:
- 'Gnorsí.
Quattro.
Al solito.
Che c'è di nuovo?
Per tutta risposta Bòmbolo si strappò dal capo il cappelluccio nuovo a pan di zucchero, se lo portò alla bocca e lo stracciò coi denti.
Si mosse, tutto in preda a un fremito convulso, tra i tavolini, rovesciando le seggiole, poi si voltò verso il marchese ancora lí seduto in mezzo agli avventori sbalorditi, e gli gridò:
- Non dia un centesimo, per la Madonna! Non s'arrischi a dare un centesimo! Ci penso io!
Ma potevano sul serio quei tre, Todisco, Principe e Barrera, contentarsi di quel tal "premio degno" decantato da Bòmbolo nell'ultima riunione della Lega? Se Bòmbolo stesso, negli ultimi tempi, aveva permesso che fosse salassato il proprio suocero, il quale pure tra i primi aveva accordato il salario di tre lire ai contadini, non potevano essi, per la giustizia, seguitare a salassar gli altri proprietarii?
Quando, alla sera, Bòmbolo, che li aveva cercati invano tutto il giorno da per tutto, li trovò su le alture di San Gerlando, e saltò loro addosso come un tigre, essi si lasciarono percuotere, strappare, mordere, malmenare, e anzi dissero che se egli li voleva uccidere, era padrone, non avrebbero mosso un dito per difendersi, tanto era il rispetto, tanta la gratitudine che avevano per lui.
Li avrebbe uccisi però a torto.
Essi non sapevano nulla di nulla.
Innocenti come l'acqua.
Lega? che Lega? Non c'era piú Lega! Non la aveva egli disciolta? Ah, minacciava di denunziarli? Perché, per il passato? E allora, tutti dentro, e lui per il primo, come capo! Per quel nuovo sequestro al marchese Nigrelli? Ma se non ne sapevano nulla! Avrebbero potuto tutt'al piú chiederne ai "picciotti"; mettersi in cerca per le campagne; già! come lui un tempo, per due e tre giorni, cavalcando anche di notte sotto la pioggia e sotto lo stellato.
Sentendoli parlare cosí, Bòmbolo si mangiava le mani dalla rabbia.
Disse che dava loro tre giorni di tempo.
Se in capo a tre giorni, senza il compenso neppure di un centesimo, i quattro capi di bestiame non erano restituiti al marchese Nigrelli...
- che avrebbe fatto? Ancora non lo sapeva!
Ma che poteva ormai fare Bòmbolo? Gli stessi proprietarii di terre, il marchese Nigrelli, il Ragona, il Tavella, tutti gli altri, lo persuasero ch'egli non poteva piú far nulla.
Che c'entrava lui? quando mai c'era entrato? non era stata sempre disinteressata l'opera messa da lui? E dunque, che c'era adesso di nuovo? Perché non voleva piú mettere l'opera sua? Rivolgersi alla forza pubblica? Ma sarebbe stato inutile! Che non si sapeva? Non avrebbero ottenuto né la restituzione delle bestie, né l'arresto dei colpevoli.
Sperare poi che questi avrebbero ricondotto alle stalle le bestie, cosí, per amore, senz'averne nulla, via, era da ingenui.
Loro stessi, i padroni, glielo dicevano.
Una cosellina bisognava pur darla.
Sí, al solito...
oh, senza né patti né condizioni, essendoci lui, Bòmbolo, di mezzo!
E dal tono con cui gli dicevano queste cose Bòmbolo capiva che quelli ritenevano una commedia, adesso, il suo sdegno, come una commedia avevano prima ritenuta la sua pietà per i contadini.
Si sfogò per alcuni giorni a predicare che, almeno, si fossero rimessi a pagarli tre tarí al giorno, tre tarí, tre tarí, per dare a lui una soddisfazione.
Non li meritavano, parola d'onore! neppure quei tre tarí meritavano, ladri svergognati! figli di cane! pezzi da galera! No? Ah, dunque volevano proprio che gli schiattasse nel fegato la vescichetta del fiele?
- Via! puh! paese di carogne!
E mandò dai nonni alle terre di Luna il suo figliuolo, facendo dire al suocero che rivoleva subito subito il suo berretto rosso.
Turco, di nuovo turco voleva farsi!
E due giorni dopo, raccolte le sue robe, scese al porto di mare e si rimbarcò su un brigantino greco per il Levante.
LA MORTA E LA VIVA
La tartana, che padron Nino Mo dal nome della prima moglie aveva chiamata "Filippa", entrava nel piccolo molo di Porto Empedocle tra il fiammeggiar d'uno di quei magnifici tramonti del Mediterraneo che fanno tremolare e palpitare l'infinita distesa delle acque come in un delirio di luci e di colori.
Razzano i vetri delle case variopinte; brilla la marna dell'altipiano a cui il grosso borgo è addossato; risplende come oro lo zolfo accatastato su la lunga spiaggia; e solo contrasta l'ombra dell'antico castello a mare, quadrato e fosco, in capo al molo.
Virando per imboccare la via tra le due scogliere che, quasi braccia protettrici, chiudono in mezzo il piccolo Molo Vecchio, sede della capitaneria, la ciurma s'era accorta che tutta la banchina, dal castello alla bianca torretta del faro, era gremita di popolo, che gridava e agitava in aria berretti e fazzoletti.
Né padron Nino né alcuno della ciurma poteva mai supporre che tutto quel popolo fosse adunato lí per l'arrivo della "Filippa", quantunque proprio a loro paressero rivolti le grida e quel continuo furioso sventolio di fazzoletti e di berretti.
Supposero che qualche flottiglia di torpediniere si fosse ormeggiata nel piccolo molo e che ora stesse per levar le ancore salutata festosamente dalla popolazione, per cui era una gran novità la vista d'una regia nave da guerra.
Padron Nino Mo per prudenza diede ordine s'allentasse subito la vela, si calasse anzi addirittura, in attesa della barca che doveva rimorchiare la "Filippa" all'ormeggio nel molo.
Calata la vela, mentre la tartana non piú spinta seguitava a filare lentamente, rompendo appena le acque che, lí chiuse entro le due scogliere, parevano d'un lago di madreperla, i tre mozzi, incuriositi, s'arrampicarono come scojattoli uno alle sartie, uno all'albero fino al calcese, uno all'antenna.
Ed ecco, a gran furia di remi, la barca che doveva rimorchiarli, seguita da tant'altri calchi neri, che per poco non affondavano dalla troppa gente che vi era salita e che vi stava in piedi, gridando e accennando scompostamente con le braccia.
Dunque proprio per loro? tanto popolo? tutto quel fermento? e perché? Forse una falsa notizia di naufragio?
E la ciurma si tendeva dalla prua, curiosa, ansiosa verso quelle barche accorrenti, per cogliere il senso di quelle grida.
Ma distintamente si coglieva soltanto il nome della tartana:
- "Filippa! Filippa!".
Padron Nino Mo se ne stava in disparte, lui solo senza curiosità, col berretto di pelo calcato fin su gli occhi, dei quali teneva sempre chiuso il manco.
Quando lo apriva, era strabo.
A un certo punto si tolse di bocca la pipetta di radica, sputò e, passandosi il dorso della mano sugl'ispidi peli dei baffetti di rame e della rada barbetta a punta, si voltò brusco al mozzo che s'era arrampicato sulle sartie, gli gridò che scendesse e andasse a poppa a sonare la campanella dell'"Angelus".
Aveva navigato tutta la vita, profondamente compreso dell'infinita potenza di Dio, da rispettare sempre, in tutte le vicende, con imperturbabile rassegnazione; e non poteva soffrire lo schiamazzo degli uomini.
Al suono della campanella di bordo si tolse la berretta e scoprí la pelle bianchissima del cranio velata d'una peluria rossigna vaporosa, quasi di un'ombra di capelli.
Si segnò e stava per mettersi a recitare la preghiera, allorché la ciurma gli si precipitò addosso con visi furia risa gridi da matti:
- Zi' Ní! Zi' Ní! la gnà Filippa! vostra moglie! la gnà Filippa! viva! è tornata!
Padron Nino restò dapprima come perduto tra quelli che cosí lo assaltavano e cercò, spaventato, negli occhi degli altri quasi l'assicurazione che poteva credere a quella notizia senza impazzire.
Il volto gli si scompose passando in un attimo dallo stupore all'incredulità, dall'angoscia rabbiosa alla gioja.
Poi, feroce, quasi di fronte a una sopraffazione, scostò tutti, ne abbrancò uno per il petto e lo squassò con violenza, gridando: - Che dite? che dite? -.
E con le braccia levate, quasi volesse parare una minaccia, s'avventò alla prua verso quelli delle barche che lo accolsero con un turbine di grida e pressanti inviti delle braccia; si trasse indietro, non reggendo alla conferma della nuova (o alla voglia di precipitarsi giú?) e si volse di nuovo verso la ciurma come per chiedere soccorso o essere trattenuto.
Viva? come, viva? tornata? da dove? quando? Non potendo parlare, indicava la paratia, che ne tirassero subito l'alzaja, sí sí; e come il canapo fu preso a calare per il rimorchio, gridò: - Reggete! - lo afferrò con le due mani, scavalcò, e come una scimmia a forza di braccia scese lungo l'alzaja, si buttò tra i rimorchiatori che lo aspettavano con le braccia protese.
La ciurma della tartana restò delusa, in orgasmo, vedendo allontanare la barca con padron Nino e, per non perdere lo spettacolo, cominciò a gridare come indemoniata a quelli dell'altre barchette accorse, perché raccogliessero il canapo e rimorchiassero loro almeno la tartana al molo.
Nessuno si voltò a dar retta a quelle grida.
Tutti i calchi arrancarono dietro la barca del rimorchio, ove in gran confusione padron Nino Mo veniva intanto ragguagliato su quel miracoloso ritorno della moglie rediviva, che tre anni addietro, nel recarsi a Tunisi a visitare la madre moribonda, tutti ritenevano fosse perita nel naufragio del vaporetto insieme con gli altri passeggeri; - e invece, no, no, non era perita - un giorno e una notte era stata in acqua - affidata a una tavola - poi salvata, raccolta da un piroscafo russo che si recava in America - ma pazza - dal terrore - e due anni e otto mesi era stata pazza in America - a New York, in un manicomio - poi guarita aveva ottenuto il rimpatrio dal Consolato, e da tre giorni era in paese, arrivata da Genova.
Padron Nino Mo, a queste notizie che gli grandinavano da tutte le parti, stordito, batteva di continuo le palpebre su i piccoli occhi strabi; a tratti la palpebra manca gli restava chiusa, come tirata; e tutto il volto gli fremeva, convulso, quasi pinzato da spilli.
Il grido di uno dei calchi e le risa sguajate da cui questo grido fu accolto: - "Due mogli, zi' Ní, allegramente!" - lo riscossero dallo sbalordimento e gli fecero guardare con rabbioso dispetto tutti quegli uomini, vermucci di terra ch'egli ogni volta vedeva sparire come niente, appena s'allontanava un po' dalle coste nelle immensità del mare e del cielo: eccoli là, accorsi in folla al suo arrivo, assiepati là, impazienti e vociferanti nel molo, per godersi lo spettacolo d'un uomo che veniva a trovare a terra due mogli; spettacolo tanto piú da ridere per essi, quanto piú grave e doloroso era per lui l'impaccio.
Perché quelle due mogli erano tra loro sorelle, due sorelle inseparabili, anzi tra loro quasi madre e figlia, avendo sempre la maggiore, Filippa, fatto da madre a Rosa, che anche lui, sposando, aveva dovuto accogliere in casa come una figliola; finché, scomparsa Filippa, dovendo seguitare a vivere insieme con lei e considerando che nessun'altra donna avrebbe potuto far meglio da madre al piccino che quella gli aveva lasciato ancor quasi in fasce, l'aveva sposata, onestamente.
E ora? e ora? Filippa era venuta a trovare Rosa maritata con lui e incinta, incinta da quattro mesi! Ah, sí, c'era da ridere veramente: un uomo, cosí, tra due mogli, tra due sorelle, tra due madri.
Eccole, eccole là su la banchina! ecco Filippa! eccola là! viva! con un braccio gli fa cenni, come per dargli coraggio; con l'altro, si regge sul petto Rosa, la povera incinta che trema tutta e piange e si strugge dalla pena e dalla vergogna, tra gli urli, le risa, i battimani, lo sventolio dei berretti di tutta quella folla in attesa.
Padron Nino Mo si scrollò tutto, rabbiosamente; desiderò che la barca sprofondasse e gli sparisse dagli occhi quello spettacolo crudele; pensò per un momento di saltare addosso ai rematori e costringerli a remare indietro, per ritornare alla tartana, per fuggirsene via lontano, lontano, per sempre; ma sentí in pari tempo di non poter ribellarsi a quella violenza orrenda che lo trascinava, degli uomini e del caso; avvertí come uno scoppio interno, un intronamento, per cui le orecchie presero a rombargli e gli s'offuscò la vista.
Si ritrovò, poco dopo, tra le braccia sul petto della moglie rediviva, che lo superava di tutta la testa, donnone ossuto, dalla faccia nera e fiera, maschile nei gesti, nella voce, nel passo.
Ma quand'essa, scioltolo dall'abbraccio, lí, davanti a tutto il popolo acclamante, lo spinse ad abbracciare anche Rosa, quella poveretta che apriva come due laghi di lagrime i grandi occhi chiari nel viso diafano, egli, alla vista di tanto squallore, di tanta disperazione, di tanta vergogna, si ribellò, si chinò con un singhiozzo nella gola a tôrsi in braccio il bambino di tre anni e s'avviò di furia, gridando:
- A casa! A casa!
Le due donne lo seguirono, e tutto il popolo si mosse dietro, avanti, intorno, schiamazzando, Filippa con un braccio su le spalle di Rosa, la teneva come sotto l'ala, la sorreggeva, la proteggeva, e si voltava a tener testa ai lazzi, ai motteggi, ai commenti della folla, e di tratto in tratto si chinava verso la sorella e le gridava:
- Non piangere, scioccona! Il pianto ti fa male! Su, su, dritta, buona! Che piangi? Se Dio ha voluto cosí...
C'è rimedio a tutto! Su, zitta! A tutto, a tutto c'è rimedio! Dio ci ajuterà...
Lo gridava anche alla folla, e soggiungeva, rivolta a questo e a quello:
- Non abbiate paura! né scandalo, né guerra, né invidia, né gelosia! Quello che Dio vorrà! Siamo gente di Dio.
Giunti al Castello, che già le fiamme del crepuscolo s'erano offuscate e il cielo, prima di porpora, era divenuto quasi fumolento, molti della folla si sbandarono, imboccarono la larga strada del borgo già coi fanali accesi; ma i piú vollero accompagnarli fino a casa, dietro al Castello, alle "Balàte", dove quella strada svolta e s'allunga ancora con poche casupole di marinai su un'altra insenatura di spiaggia morta.
Qua tutti s'arrestarono davanti all'uscio di padron Nino Mo ad aspettare che cosa quei tre, ora, decidessero di fare.
Quasi fosse un problema, quello, da risolvere cosí, su due piedi!
La casa era a terreno e prendeva luce soltanto dalla porta.
Tutta quella folla di curiosi, assiepata lí davanti, addensava l'ombra già cupa e toglieva il respiro.
Ma né padron Nino Mo, né la moglie gravida avevano fiato di ribellarsi: l'oppressione di quella folla era per essi l'oppressione stessa delle anime loro, lí presente e tangibile; e non pensavano che, almeno quella, si potesse rimuovere.
Ci pensò Filippa, dopo avere acceso il lume sulla tavola già apparecchiata in mezzo alla stanza per la cena: si fece alla porta, gridò:
- Signori miei, ancora? che volete? Avete veduto, avete riso; non vi basta? Lasciateci pensare adesso agli affari nostri! Casa, ne avete?
Cosí investita, la gente si ritrasse parte di qua, parte di là dalla porta, lanciando gli ultimi lazzi; ma pur molti rimasero a spiare da lontano, nell'ombra della spiaggia.
La curiosità era tanto piú viva, in quanto che a tutti eran noti l'onestà fino allo scrupolo, il timore di Dio, gli esemplari costumi di padron Nino Mo e di quelle due sorelle.
Ed ecco, ne davano una prova quella sera stessa, lasciando aperta per tutta la notte la porta della loro casupola.
Nell'ombra di quella triste spiaggia morta, che protendeva qua e là nell'acqua stracca, crassa, quasi oleosa, certi gruppi di scogli neri, corrosi dalle maree, certi lastroni viscidi, algosi, ritti, abbattuti, tra cui qualche rara ondata si cacciava sbattendo, rimbalzando e subito s'ingorgava con profondi risucchi, per tutta la notte da quella porta si projettò il giallo riverbero del lume.
E quelli che s'attardarono a spiare dall'ombra, passa
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