LA MADRE AMOROSA, di Carlo Goldoni - pagina 2
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Una delle ragioni che l'ha ritardata al pubblico è degna di una Commedia per se medesima.
Quella che doveva fare la parte di Madre principiò a disputare degli anni con quella che doveva rappresentare la Figlia, ed io ho dovuto far delle mutazioni nella Commedia, ridendo sempre, come voglio credere che farà ciascheduno che leggerà questo foglio.
La Commedia presente è breve, fondata sopra di un buon carattere, un poco raro al mondo, ma che merita di essere imitato.
Non è molto ridicola, fondandosi la condotta sulla passione, la quale dovrebbe essere interessante per le Madri amorose e per le Figliuole di poco spirito: mostrando alle prime, quanto possa sagrificare l'amor materno; ed alle seconde, quanto s'ingannino quelle che sperano trovar nel mondo miglior affetto di quel di madre.
La semplicità maliziosetta di questa Figlia insegna ai Genitori aprir bene gli occhi sopra i loro Figliuoli, e sopra la servitù, e su tutti quelli che frequentano le loro case; e don Ermanno e la di lui Moglie sono il ritratto di quelli che antepongono l'interesse alla giustizia, i quali all'ultimo non possono che rimanere ingannati.
Se nell'Italia nostra è un difetto la semplicità dell'argomento e della condotta, questa Commedia non può piacere; ma siccome non sarebbe discara al Teatro Francese, così spero che gl'intendenti di cotal genere di Commedie sapranno un poco più compatirla, di quello abbia fatto il Pubblico nel vederla rappresentare.
PERSONAGGI
Donna AURELIA dama vedova
Donna LAURINA di lei figliuola
Il conte OTTAVIO
Donna LUCREZIA cognata di donna Aurelia
Don ERMANNO marito di donna Lucrezia
FLORINDO giovine figliuolo di finanziere
PANTALONE de' BISOGNOSI mercante veneziano
BRIGHELLA servitore di don Ermanno
TRACCAGNINO servitore di donna Aurelia
Un NOTARO
La Scena si rappresenta in casa di don Ermanno.
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
Camera di donna Aurelia.
DONNA AURELIA e PANTALONE.
PANT.
La supplico de benigno perdon, se vegno a darghe el presente incomodo.
L'affar xe de premura; e el zelo della mia servitù me conduse a sta ora importuna a incomodar vusustrissima.
AUR.
Caro signor Pantalone, in ogni tempo vi vedo assai volentieri.
La vostra buona amicizia mi ha sempre giovato, e non sarà che profittevole per me l'incomodo che ora vi siete preso.
PANT.
Vegno a scovrirghe un certo manizo, che ho penetrà za un'ora, acciò colla so prudenza la gh'abbia tempo de remediarghe.
AUR.
Sempre disgrazie.
M'aiuti il cielo.
PANT.
La sappia che siora donna Lugrezia, so cugnada, ha dà parola a sior Florindo Aretusi de darghe per muggier siora donna Laurina.
AUR.
Come! mia figlia in isposa a quel discolo, a quel villano?
PANT.
Certo che la sarave precipitada per tutti i versi; ma siora donna Lugrezia, che xe restada erede de tutto, e che ha da dar la dota a sta putta, no la vardaria de precipitarla, per darghe manco che sia pussibile.
AUR.
Povero mio marito! se fosse vivo!
PANT.
Se el fusse vivo, no ghe saria sto pericolo.
Lu el gh'aveva massime da cavalier; e se l'avesse podesto, prima de morir, far testamento, l'averia provisto el so sangue.
No l'averave lassà la so unica fia alla descrizion de una sorella avara, che volendo tutto per ela, no gh'ha riguardo a sagrificar una creatura innocente all'idolo maledetto dell'interesse.
AUR.
Ma non le riuscirà sì facilmente di farlo.
Laurina è mia figlia, né mi farà quest'insulto di collocarla senza l'assenso mio.
PANT.
So cugnada saria capace de farlo, e la gh'ha un mario avaro più de ela che la conseggia.
AUR.
Lo sposo sa che ci sono.
Non ardirà sottoscrivere senza di me.
PANT.
Cossa vorla che sappia un omo ordenario che ha trovà i bezzi fatti da so pare, e che per rason dei so bezzi nol stima nissun? Nol sa la creanza, e nol la vol imparar.
AUR.
Quel ch'è peggio, è un discolo, un dissoluto, giocatore, insolente.
Povera mia figliuola! Sin che avrò vita, non acconsentirò certamente alla sua rovina.
PANT.
Per mi, signora, no ghe vedo altro remedio che quello de far che la putta tegna duro, e che la diga de no.
AUR.
Spero ch'ella non si allontanerà dal consiglio mio.
Sa quanto io l'amo: l'amo più di me stessa, e morirei di dolore, se la vedessi fra le braccia d'uno che non la merita.
PANT.
Me par de sentir zente.
AUR.
Favoritemi guardar chi è.
PANT.
La servo.
(va destramente a guardare alla porta)
AUR.
Cognata indiscreta, tu non me la farai vedere.
PANT.
Sala chi xe?
AUR.
Chi mai, signore?
PANT.
Una persona, che so che no ghe despiase.
AUR.
Mia figlia forse?
PANT.
Eh giusto! no ghe piase altri che so fia?
AUR.
Io non vi capisco.
PANT.
Xe sior conte Ottavio.
AUR.
Signor Pantalone, voi siete qualche volta bizzarro.
PANT.
Cara zentildonna, de mi no la gh'ha d'aver suggizion.
Son vecchio, son servitor antigo de casa, son omo de sto mondo.
Ho provà le passion in mi, e le so compatir in ti altri.
Una vedua zovene e viva come ela xe giusto che la se torna a maridar.
Sior conte Ottavio xe un cavalier ricco, nobile, e d'una età giusto a proposito per una che ha fatto qualche campagna sotto le bandiere d'amor.
Siora donna Aurelia, l'ascolta un omo sincero, un amigo de cuor.
La pensa al ben de so fia, ma no la trascura el proprio interesse.
La procura de collocar ben la so putta; ma la procura anca ela de andar via de sta casa de matti, perché la pase e la quiete el xe el mazor tesoro del mondo; e la natura insegna amar i propri fioli, xe vero, ma prima de tutto la insegna amar nu medesimi, e procurar la nostra umana pussibile felicità.
(parte)
SCENA SECONDA
DONNA AURELIA sola.
AUR.
Chi non ha avuto figliuoli, non può paragonare l'amor di questi con altro amore.
Quello delle madri principalmente è il più tenero, il più interessante, poiché aggiungendosi all'affezione del sangue la memoria de gli stenti, dei pericoli, dell'educazione, si radica sempre più nel cuor materno l'affetto, e lo rende preferibile al proprio bene ed alla propria vita medesima.
Amo il conte Ottavio, egli è vero, ma prima di determinarmi a queste seconde nozze...
Eccolo ch'egli viene.
SCENA TERZA
Il conte OTTAVIO e detta.
OTT.
Madama, scusate s'io vengo ad importunarvi.
AUR.
Mi fate onore qualunque volta vi compiacete di favorirmi.
OTT.
Un affar di premura mi rese più sollecito a riverirvi.
Sappiate che donna Lucrezia vostra cognata...
AUR.
Vuol maritar mia figlia, non è egli vero?
OTT.
Sì, con Florindo Aretusi.
Pare a voi che un tal matrimonio onori la vostra casa?
AUR.
Pria che ciò segua, mi farò intendere.
OTT.
Avvertite che non sarete a tempo.
AUR.
Come non sarò a tempo? Chi è di là?
SCENA QUARTA
TRACCAGNINO e detti.
TRACC.
Signora.
AUR.
Chiamatemi la mia figliuola.
TRACC.
L'è in camera de so siora zia.
AUR.
Che subito venga qui.
TRACC.
Ghel dirò, signora.
Ma ho paura che subito no la vegnirà.
AUR.
Perché dici tu che la non verrà?
TRACC.
La fa una certa cossa...
e no la vegnirà, se no la l'ha fenida.
AUR.
Che cosa fa in camera di sua zia?
TRACC.
Zitto, che vussioria no l'ha da saver.
AUR.
Come! non l'ho da sapere? Che discorso è il tuo?
OTT.
Signora mia, quanto volete giocare che vostra figlia sottoscrive il contratto? (a donna Aurelia)
AUR.
Senza di me? Traccagnino, che fa Laurina?
TRACC.
Par proprio che sior conte el gh'abbia dell'astrologo.
AUR.
Scrive mia figlia? scrive?
TRACC.
Za un poco la gh'aveva la penna in man.
No so cossa che adesso la fazza.
AUR.
Presto, dille che venga qui.
TRACC.
E se no la volesse vegnir?
AUR.
Verrò io colà; e si pentirà ella di sua disobbedienza e farò che si penta quell'incivile di mia cognata.
TRACC.
Oh, siora patrona, quella l'è la causa de tutto.
AUR.
Laurina non vorrà disgustar sua madre.
Sa quanto io l'amo.
Dille che venga qui, che non mi obblighi a qualche scena.
TRACC.
Ghe lo dirò, ma..,
AUR.
Che ma? che ma?
TRACC.
Cara siora patrona, levar el sposo de man a una putta, l'è l'istesso che levar una brisiola de bocca al gatto.
(parte)
SCENA QUINTA
DONNA AURELIA e il conte OTTAVIO.
AUR.
Se non viene subito, anderò io, e mi sentiranno.
OTT.
Non mi fa specie, signora, che vostra cognata cerchi di maritare la nipote ad uno che non ha bisogno di dote; ma resto bensì scandalizzato di vostra figlia, che con sì poco di prudenza consenta a farlo senza l'assenso vostro.
AUR.
Povera figlia! sa il cielo che cosa le hanno dato ad intendere.
Ella crederà certamente ch'io sia contenta.
OTT.
Eh, perdonatemi.
Vi volea poco ad assicurarsi del piacer vostro.
AUR.
L'avranno colta su due piedi all'improvviso.
OTT.
Voi la difendete, perché l'amate.
Io la credo molto più maliziosa.
AUR.
No, conte, non lo credete.
Mia figlia è una fanciulla prudente.
OTT.
Non tanto quanto voi vi pensate.
Ella ama Florindo.
AUR.
Non può essere.
Se ciò fosse, lo avrebbe detto a sua madre.
OTT.
Lo avrebbe detto, se fosse una figlia savia...
AUR.
Orsù, non dite mal di mia figlia, se fate conto di me.
OTT.
Spiacemi...
Non posso tollerare...
AUR.
Che cosa?
OTT.
Che voi amiate un'ingrata.
AUR.
Laurina ingrata? Non è vero.
OTT.
Lo vedrete...
AUR.
Conte, basta così.
Laurina è l'anima mia.
OTT.
Spiacemi vedere che voi gettate l'affetto vostro...
AUR.
Basta così.
Cessate d'inquietarmi, vi dico.
OTT.
Taccio per obbedirvi.
AUR.
Non viene ancora questa fanciulla?
OTT.
Verrà quando avrà sottoscritto, questa obbediente figliuola.
AUR.
Anderò io, per liberarmi dalla pena che voi mi date.
(in atto di partire)
OTT.
Signora, compatitemi.
Parlo così, perché vi amo.
AUR.
Non ama la madre, chi non sa rispettare la figlia.
OTT.
Perdonatemi...
AUR.
Mutate stile, se non volete ch'io vi perda affatto la stima.
Apprezzo la vostra amicizia; dirò anche di più: conosco ed amo i meriti vostri; ma chi parla mal di mia figlia, sarà sempre mio capitale nemico.
(parte)
SCENA SESTA
Il conte OTTAVIO solo.
OTT.
Povera donna Aurelia! Ella è trasformata troppo nella figliuola, e non conosce i di lei difetti, e non la crede un'ingrata.
Possibile che questo amore di natura giunga cotanto ad acciecare le madri? No, la natura non è mendace, non è adulatrice di se medesima.
Questo amore soverchio che hanno le madri per i parti loro è prodotto da due diverse cagioni: dalla tenerezza del cuore e dall'assuefazion dell'amore.
Le grazie che crescono di giorno in giorno nei teneri bambinelli, vanno radicando l'affetto nell'animo di chiunque si fa piacere nell'educarli; quindi avviene che l'uomo amerà più talora un figlio non suo, allevato sotto gli propri occhi, di quello faccia un vero parto delle sue viscere, o sconosciuto, o da sé lontano.
Povera donna Aurelia! mi fa pietà.
Per cagione di questa sua ingrata figlia, soffre gl'insulti di sua cognata e sacrifica i più bei giorni dell'età sua.
Io l'amo sinceramente, e non la posso adulare.
Eppure, chi vuole delle donne la grazia, conviene necessariamente adularle: poche essendo quelle che, conoscendo il pregiudizio delle loro passioni, cerchino il disinganno ed amino la verità.
(parte)
SCENA SETTIMA
Camera di donna Lucrezia
DONNA LAURINA, DONNA LUCREZIA, DON ERMANNO, FLORINDO, BRIGHELLA,
TRACCAGNINO ed un NOTARO.
NOT.
La scrittura è terminata.
Comandano ch'io la legga?
LUCR.
Sì, leggetela.
NOT.
Vi vorrebbero due testimoni.
ERM.
Ecco qui due galantuomini: Traccagnino, nostro servitore, e Brighella, servitor dello sposo.
NOT.
Ma...
perdonino; in un contratto di nozze fra persone di qualità, pare che non convenga servirsi di due servitori per testimoni.
ERM.
Chi volete voi che si vada cercando? Si hanno a fare le cose fra di noi privatamente.
Se si chiamano testimoni di merito, pretendono rinfreschi, caffè, cioccolata: tutte cose gettate via.
Se si ha da spendere un mezzo ducato, è meglio lo abbia il notaro che ha fatta la sua fatica.
NOT.
Signore, pretenderebbe di darmi mezzo ducato per un contratto di nozze?
LUCR.
Che cosa vorreste di più? Guadagnare in un'ora mezzo ducato, vi par poco?
FLOR.
Via, via, signor notaro, avrete da far con me.
NOT.
Benissimo; non dico altro.
ERM.
Figliuolo, non gettate via il vostro denaro.
Vostro padre lo ha guadagnato a sudori di sangue.
(a Florindo)
LAUR.
Signor zio, non perdiamo tempo.
Mia madre mi ha mandato a chiamare.
Or ora me l'aspetto qui.
LUCR.
Nelle mie camere non ci verrà.
ERM.
Signore, leggete.
NOT.
Ehi, venite qui.
Servirete per testimoni.
Voi, come avete nome? (a Brighella)
BRIGH.
Brighella Cavicchio, quondam Bertoldo.
NOT.
Di che paese?
BRIGH.
Bergamasco.
(il Notaro scrive)
NOT.
Voi, come vi chiamate? (a Traccagnino)
TRACC.
Mi no so mai d'averme chiamà da mia posta.
NOT.
Siete un bell'ignorante.
TRACC.
No digo per lodarme, ma l'è la verità.
NOT.
Signore, con costui non faremo niente.
(a don Ermanno)
ERM.
Via, dagli il tuo nome, il tuo cognome e la patria.
TRACC.
El nome e el cognome m'inzegnerò de darghelo, ma la patria no ghe la posso dar.
NOT.
No? perché?
TRACC.
Perché Bergamo l'è troppo lontan, e po no l'è roba mia.
NOT.
Oh che pazienza!
ERM.
Vi vuol tanto a dirgli che ti chiami Traccagnino Battocchio?
TRACC.
No ghe vol gnente.
NOT.
Via, via, basta così.
Traccagnino Battocchio.
Quondam? (scrive)
TRACC.
Signor?
NOT.
Tuo padre è vivo, o morto?
TRACC.
No lo so in verità.
NOT.
Non sai se tuo padre sia vivo o morto?
TRACC.
No lo so da galantomo.
NOT.
Come ha nome tuo padre?
TRACC.
Se digo che no so.
NOT.
Non sai nemmeno di chi tu sii figlio?
TRACC.
No lo so da servitor.
NOT.
Di che età sei partito dal tuo paese?
TRACC.
Sarà tre anni che manco.
BRIGH.
Eh via, caro paesan.
To padre l'ho conossudo mi.
No èrelo missier Pasqual?
TRACC.
Tutti credeva che fosse fiol de missier Pasqual; ma mia madre, che era la bocca della verità, qualche volta la diseva de no.
ERM.
Via, via, signor notaro, scriva figlio di messer Pasquale.
NOT.
Ma, signor Ermanno, questo non è un testimonio a proposito.
TRACC.
Caro sior nodaro, perché no mettì el vostro nome che gh'avì proprio fazza de testimonio?
NOT.
Costui è un impertinente; e giuro al cielo...
LAUR.
Ecco mia madre.
(con timore parte)
LUCR.
Fermatevi.
(a donna Laurina che parte) Che cosa vuole nelle mie camere?
SCENA OTTAVA
DONNA AURELIA e detti.
AUR.
Con licenza di lor signori.
(i servitori si ritirano)
LUCR.
Riverisco la signora cognata.
AUR.
Che cosa si fa di bello, signori miei?
ERM.
Noi non veniamo a vedere quello che fate voi nelle vostre camere.
AUR.
Non sarei venuta nelle vostre, se non vi fosse stata mia figlia.
LUCR.
Vostra figlia è custodita bene dalla sorella del di lei padre.
ERM.
E da me, che sono di sua zia il marito.
AUR.
Benissimo, vi ringrazio entrambi dell'amore che avete per la mia figliuola.
Ed il signor Florindo entra anch'egli nel numero de' suoi custodi?
FLOR.
Sì signora, e giustamente, s'ella deve esser mia consorte.
AUR.
Io non c'entro per nulla?
FLOR.
Perdonatemi.
La signora donna Lucrezia mi ha detto...
LUCR.
Sì signora, io gli ho detto che tocca a me a maritar mia nipote, stando nelle mie mani la di lei dote.
AUR.
Va benissimo; né io mi opporrei, se un tal matrimonio le convenisse.
FLOR.
Come, signora? Pare a voi che le mie nozze la disonorino?
AUR.
Signor Florindo, non credo di farvi un'ingiuria, se dico esservi dalla vostra casa alla nostra una troppo grande distanza.
ERM.
Che distanza? Egli è ricco più che non siamo noi.
AUR.
Laurina ha ventimila scudi di dote.
LUCR.
V'ingannate, signora cognata, questa dote non vi può essere.
Tutta l'eredità di mio fratello non ascende ad una tal somma.
AUR.
Questa è la dote che suo padre destinata le aveva.
LUCR.
Poteva prometterne anche centomila, che sarebbe stato lo stesso.
Mio fratello non sapeva quello che si facesse.
AUR.
Eh, signori miei, queste favole non si raccontano a me.
La dote di Laurina vi ha da essere, e so dov'è fondata.
Ma voi...
Sì, lo dirò, voi per una soverchia avarizia...
FLOR.
Signora, vi supplico di acchetarvi.
La cosa si può facilmente accomodare.
Volete che la vostra figliuola abbia ventimila scudi di dote? Li averà.
Signor notaro, scrivete.
Io le faccio ventimila scudi di contraddote.
AUR.
Non vi è bisogno, signore...
LUCR.
Come non vi è bisogno? Scrivete, signor notaro.
Il signor Florindo le fa ventimila scudi di contraddote.
AUR.
Non v'è bisogno, vi dico.
Ella è dotata dal padre; e quando non lo fosse, io colla mia propria dote potrei provvederla bastantemente.
LUCR.
E voi provvedetela.
ERM.
Via, provvedetela voi.
AUR.
Lo farò, quando le si offerirà un partito che le convenga.
FLOR.
Io dunque non sono degno di averla.
AUR.
No, siete ancor troppo giovane.
LUCR.
L'offerta ch'ei le fa di ventimila scudi di contraddote, è una proposizione da uomo di garbo, da uomo vecchio, che merita d'essere approvata e lodata da chi che sia.
AUR.
Sapete che cosa meriterebbe approvazione e lode? Se il signor Florindo desistesse dal giuoco, dalle crapule, dalla sua prodigalità sregolata; e con i ventimila scudi ch'egli ardisce offerire ad una dama di qualità, farebbe meglio pagare i debiti e le mercedi agli operari.
(Florindo smania)
ERM.
Che debiti? Suo padre gli ha lasciato mezzo milione.
AUR.
Gli avanzi de' finanzieri arrivano poche volte alla terza generazione.
FLOR.
Signora, non vi rispondo, perché siete la madre della mia sposa.
Sì, donna Laurina sarà mia sposa; donna Lucrezia e don Ermanno a me l'hanno promessa, e giuro al cielo, mi farò mantenere la parola.
(parte)
ERM.
Fermatevi...
LUCR.
Sì, ve la manterremo.
AUR.
Signora cognata, dovreste aver più prudenza.
LUCR.
Voi dovreste avere un poco più di giudizio.
AUR.
E voi, signor notaro...
NOT.
Io, illustrissima, sono stato chiamato.
Fo il mio mestiere.
AUR.
Io son sua madre, e vi dico che un tal contratto non si ha da fare senza di me.
NOT.
Per me, si aggiustino fra loro.
Il contratto è lesto, se occorre; basta che mi avvisino, ch'io verrò a stipularlo.
(parte)
SCENA NONA
DONNA AURELIA, DONNA LUCREZIA e DON ERMANNO.
AUR.
Possibile, signora cognata, che non abbiate a cuore il decoro della nostra famiglia?
LUCR.
Voi fondate il decoro nella vanità, ed io lo fondo nella sostanza, nei comodi e nel denaro.
AUR.
Sì veramente la casa si mantiene con un grande splendore.
ERM.
Voi altre donne siete incontentabili.
Vi par poco, eh, spendere in una casa mezzo filippo il giorno?
AUR.
In cinque persone veramente è troppo.
ERM.
L'entrate non rendono tanto, ci rimettiamo ogni anno del nostro.
AUR.
Dite che ogni anno avanzate delle migliaia di scudi.
LUCR.
Non è vero, non sapete che cosa vi dite.
AUR.
Portatemi rispetto, signora.
LUCR.
Fareste meglio andarvene da questa casa.
AUR.
Vi anderò; ma verrà meco mia figlia.
LUCR.
Vostra figlia è in casa sua, e non vi deve uscire che collocata.
AUR.
Povera Laurina! voi la volete tradire.
LUCR.
Come tradirla? Laurina è sangue mio, perché è sangue di mio fratello.
L'amo come una mia figliuola e la marito con uno che la farà star bene, che la farà viver bene.
AUR.
Con Florindo voi non la mariterete assolutamente.
LUCR.
Sì, la mariterò a vostro dispetto.
AUR.
Mi farò intendere, mi farò far giustizia.
LUCR.
Se non si sposerà col signor Florindo, la caccerò in un ritiro.
AUR.
Siete una barbara.
LUCR.
Siete una pazza.
AUR.
Portatemi rispetto, vi dico: sono una dama.
LUCR.
Ed io sono la padrona di questa casa.
ERM.
Sì signora, donna Lucrezia ed io siamo quei che comandano.
AUR.
Povero mio consorte! Non aveva egli le massime che avete voi.
LUCR.
Se non vi sappiamo dare nel genio, prendete la vostra dote, e andate a stare con chi volete.
AUR.
Se non ci fosse mia figliuola, non ci sarei stata un'ora.
LUCR.
La vostra figliuola vi ha veramente una grande obbligazione.
Voi l'avete rovinata.
AUR.
Io? come?
LUCR.
Non le avete insegnato altro che a farsi i ricci, ed a vestirsi con attillatura.
AUR.
Ad una dama non conviene andare come una serva.
LUCR.
Che dama? Le dame che non hanno denari, diventano presto pedine.
AUR.
In casa degli avari sempre si piange.
LUCR.
Signora cognata, voi mi farete perdere la pazienza.
AUR.
Siete gente incivile.
LUCR.
Siete superba, vana, insoffribile.
AUR.
Se avessi in Napoli i miei parenti, non parlereste così.
ERM.
I vostri parenti non ci farebbero punto paura.
AUR.
Rendetemi conto dei frutti della dote di mia figliuola.
LUCR.
Ho tanto di testa.
Non mi stordite di più.
AUR.
E se non lo farete di buona voglia...
LUCR.
Andate via, signora cognata.
AUR.
Troverò chi ve lo farà fare per forza.
ERM.
La cosa va un poco lunga.
AUR.
Rispondetemi a tuono.
LUCR.
Vi risponderò un'altra volta.
(parte)
ERM.
Sì signora, un'altra volta.
(parte)
SCENA DECIMA
DONNA AURELIA sola.
AUR.
Questa campana non la vogliono sentire.
Gente sordida, avara: so io quel che farò.
Povera la mia figliuola! vorrebbero assassinarla, ma finché io viva, non riuscirà loro certamente di farlo.
Ma ella, che sempre è stata obbediente alla madre, come ora poteva indursi ad un tal passo senza da me dipendere? Nol credo ch'ella vi consentisse.
L'averanno tentata i zii scaltri, avari, ingannatori; ma non sarebbe stato possibile che Laurina avesse fatto un sì gran torto a sua madre che l'ama: ad una madre amorosa, che darebbe per lei quel sangue da cui è stata con tanta pena e con tanto amore nutrita.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
Antisala.
FLORINDO e DONNA LAURINA.
FLOR.
Cara Laurina mia, a decidere tocca a voi.
LAUR.
Se stesse a me, vi darei la mano immediatamente.
FLOR.
Potete darmela, se volete.
LAUR.
Il mondo poi che direbbe?
FLOR.
Direbbe il mondo che avete obbedito un comando di vostra zia.
LAUR.
Questa ragione non mi dispiace.
FLOR.
Animo dunque...
LAUR.
Oh diamine! mia madre è qui?
FLOR.
Tornerà ad insultarmi...
Cara Laurina, costanza, fedeltà, coraggio.
Torno alle camere di vostra zia.
(parte)
SCENA DODICESIMA
DONNA AURELIA e LAURINA.
AUR.
Temerario! cotanto ardisce? E voi, che facevate qui con Florindo?
LAUR.
Niente, signora.
AUR.
Così obbedite ai comandi di vostra madre?
LAUR.
È passato per accidente.
AUR.
E nelle camere di vostra zia per qual ragione vi siete andata?
LAUR.
Perché mi ha mandata a chiamare.
AUR.
Che cosa voleva da voi?
LAUR.
Non so niente, signora.
AUR.
Parlate, dico: che cosa volevano?
LAUR.
Non l'avete sentito da voi medesima?
AUR.
Sfacciatella! Sì, ho inteso.
E senza di me si va a trattare di matrimonio?
LAUR.
Finalmente...
è mia zia.
AUR.
Sì, una zia che cerca di rovinarvi.
LAUR.
Volendo darmi marito, mi pare ch'ella non mi rovini.
AUR.
Non sapete che nei matrimoni si richiede l'egualità?
LAUR.
Circa all'età, non vi è gran differenza.
AUR.
Fate la sciocca, eh? Non è quella degli anni l'egualità che richiedesi nel matrimonio, ma quella della nascita, del carattere, del costume.
LAUR.
Cara signora madre, conosco tante ragazze, che per voler troppo, sono invecchiate così.
AUR.
E per questo, che cosa vorreste dire?
LAUR.
Gli anni passano anche per me, e se perdo questa occasione...
AUR.
No, cara, siete ancor giovinetta: vi è tempo, e poi questa non è occasione opportuna per voi.
LAUR.
Ma nessuno me ne propone un'altra.
AUR.
Vi sareste maritata a quest'ora, se vostra zia non temesse sborsare la dote.
LAUR.
Ma se trovasi uno che mi sposa senza la dote, perché non si ha d'accettare?
AUR.
Perché non è vostro pari.
LAUR.
A me poco importa, signora madre.
AUR.
Se non importa a voi, importa a me.
LAUR.
Ah! se mi volete bene...
AUR.
Oh Dio! ti amo anche troppo.
Se non ti amassi tanto, non sacrificherei la mia quiete per te.
LAUR.
Cara signora madre, se voi mi amate, concedetemi il signor Florindo.
AUR.
No, questo non sarà mai.
LAUR.
No? Pazienza.
(vuol partire)
AUR.
Dove andate?
LAUR.
Vado via, signora.
AUR.
Avvertite: senza mio ordine non andate più nelle camere di vostra zia.
LAUR.
Eh sì, in verità facevo conto di andarvi adesso.
AUR.
A far che, signora?
LAUR.
Così...
a ritrovarla.
AUR.
Presto, andate nella vostra camera.
LAUR.
Morirò; sarete contenta.
AUR.
Oh Dio! A me questo? A me, che sai che ti amo quanto l'anima mia?
LAUR.
No, che non mi amate.
Se mi amaste, non neghereste di consolarmi.
AUR.
Ma Florindo, cara, non è per te.
LAUR.
L'amo; non posso vivere senza di lui, e lo voglio.
AUR.
Lo voglio? A tua madre hai coraggio di dire lo voglio?
LAUR.
Sì, ammazzatemi, trucidatemi, vi torno a dire lo voglio.
(parte)
AUR.
Come? Così parla a sua madre? Oh Dio! Questo ho da soffrir da colei che amo tanto? Da quella ch'è l'unico mio bene? l'unica mia consolazione? Misera Aurelia! infelice amor mio! (resta piangendo)
SCENA TREDICES
...
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