LA MADRE AMOROSA, di Carlo Goldoni - pagina 5
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AUR.
E in così poco tempo avete concepito per lui un così grande affetto?
LAUR.
Eppure, signora, io l'amo teneramente.
AUR.
No, Laurina, voi non l'amate.
LAUR.
Volete voi saperlo meglio di me?
AUR.
Sì, lo conosco meglio di voi, e lo voglio far rilevare a voi stessa.
LAUR.
In che maniera?
AUR.
Voi abborrite la soggezione, siete annoiata della casa paterna, bramate di figurar nel gran mondo, bramate avere uno sposo al fianco.
Florindo è il primo che vi si offre; ecco l'origine, ed ecco il fine del vostro amore.
LAUR.
(Tutto il sangue mi si rivolta).
(da sé)
AUR.
Laurina, voi arrossite.
LAUR.
Io, signora? V'ingannate.
AUR.
Che vi pare di questo mio vaticinio?
LAUR.
Se desidero maritarmi, non fo torto a nessuno.
AUR.
Fate torto alla vostra nascita col desiderare Florindo.
LAUR.
Eccoci al punto.
Voi non volete ch'io mi mariti.
AUR.
No, anzi desidero maritarvi.
LAUR.
Ma come? Non la capisco.
AUR.
Vi troverò io uno sposo.
LAUR.
Perché volete affaticarvi a ritrovarmi uno sposo, se l'ho bello e trovato?
AUR.
Quante volte ve l'ho da ripetere? Florindo non è per voi.
(alterata)
LAUR.
Ecco qui il bell'amore! Mi grida, mi mortifica.
AUR.
Via, se amate veramente Florindo, io medesima ve lo concedo in isposo.
LAUR.
Dite davvero?
AUR.
Sì, ma voglio assicurarmi che veramente lo amiate.
LAUR.
E come?
AUR.
Ascoltatemi.
Florindo è un uomo vile, nato di genitori plebei, sollevati a qualche comodo dalla fortuna.
LAUR.
Per questo...
AUR.
Ascoltatemi.
Suo padre lo lasciò ricco, ma in pochi anni ha egli consumata l'eredità in crapule, in dissolutezze, in giuoco, in donne.
LAUR.
Non credo...
AUR.
Lasciatemi terminare.
Egli è pieno di debiti, e se vi sposa, e la zia vi dà la dote, o in pochi dì egli la consuma, o vi conduce a parte delle di lui miserie, a piangere seco il tristo effetto d'un amore imprudente.
LAUR.
Signora, avete ancor terminato?
AUR.
Vengo alla conclusione.
So che voi non vorrete credere per vera la descrizione fattavi del vostro amato Florindo, ma figuratevi per un momento ch'ei fosse tale, quale ve l'ho dipinto; lo prendereste voi per marito?
LAUR.
Se tale ei fosse...
certamente...
non lo prenderei.
AUR.
Lode al cielo, voi non lo amate.
(s'alza) Se lo amaste davvero, l'amore vi farebbe essere più pazza ancora che voi non siete.
Ecco avverato quanto vi dissi, eccovi il vostro cuore scoperto.
Voi non amate Florindo, ma in lui bramate uno sposo.
Ma questo sposo che voi bramate, non amereste riceverlo dalle mani di vostra madre?
LAUR.
Se voi me lo aveste proposto, non lo avrei ricusato.
AUR.
E se ora vel proponessi, sareste in grado di ricusarlo?
LAUR.
Il mio dovere sarebbe, ch'io mi rassegnassi al volere della mia genitrice.
AUR.
Lo conoscete dunque questo dovere.
LAUR.
Sì, signora: non sono mai stata disobbediente.
AUR.
Se siete ragionevole, se conoscete il vostro dovere, principiate ora ad usarlo.
LAUR.
Ma come, signora?
AUR.
Licenziate Florindo.
LAUR.
Licenziar Florindo? Vi vorrebbe una ragione per farlo.
AUR.
La ragione più forte per voi sia il comando di vostra madre.
LAUR.
Ciò non potrà difendermi dai rimproveri di Florindo e dagl'insulti della zia.
Vi vorrebbe qualche cosa di più.
AUR.
Che cosa vi suggerirebbe la vostra prudenza?
LAUR.
Per esempio...
un altro partito migliore di questo.
AUR.
Sì, vi ho inteso.
Voi volete marito.
L'avrete, ve lo prometto.
LAUR.
Fin che io non l'abbia, sarò sempre molestata dal signor Florindo.
AUR.
Sarà mia cura far ch'ei desista d'importunarvi.
LAUR.
Signora, vi prego non far rumori.
Si staccherà a poco a poco.
Finalmente, s'egli mi ama...
AUR.
Basta così.
Tocca a me a regolarvi.
(alterata)
LAUR.
Ah, lo vedo.
Voi mi volete oppressa, mortificata, delusa.
AUR.
No, cara, vi amo quanto l'anima mia.
Bramo la vostra quiete, la vostra pace, la vostra sola fortuna.
Ma io conosco i mezzi per conseguirla.
Siete stanca di viver meco? Pazienza.
Anderete a vivere con uno sposo ma per quanto egli vi ami, l'amor coniugale non potrà mai eguagliarsi all'amor materno, e nelle occasioni di qualche angustia non troverete già nel marito la tenerezza, il conforto, che vi somministra una madre.
V'annoia forse la soggezione, e bramosa di libertà vi lusingate ottenerla col matrimonio? Oh figlia, quanto è più duro il legame degli sponsali di quello della filiale rassegnazione.
Quanto più duri e meno ragionevoli esser sogliono i comandi di un marito indiscreto...
Ma non vo' proseguire a discreditarvi uno stato al quale voi aspirate, perché non crediate ch'io voglia tiranneggiare l'arbitrio vostro.
Accompagnatevi pure, che il cielo vi benedica.
Ma fatelo da vostra pari.
Soffrirò perdere la vostra amabile compagnia, ma non soffrirò la perdita del decoro vostro.
Lasciate uno sposo ch'è indegno di voi, ed attendetene un altro che vi convenga.
Io stessa vi prometto, Laurina, di procurarvelo, e vado in questo momento ad operare per voi.
Sì cara, per voi che siete l'anima mia, per voi che amo più della mia vita medesima.
E se queste viscere vi hanno data la vita, saprei ancora, salvo il decoro vostro, per voi andare incontro alla morte.
(parte)
LAUR.
In verità, che mi ha intenerita.
Mi ha cavate le lacrime dal cuore.
Povera madre! può essere più buona più amorosa? Mi ha promesso ella stessa di trovarmi lo sposo; e son sicura che lo ritroverà.
Florindo mi piace, gli voglio bene: ma se è poi tale, come me lo ha dipinto la mia genitrice, non merita ch'io lo ami, non merita ch'io lo sposi.
SCENA SECONDA
DONNA LUCREZIA e detta.
LUCR.
C'è qui la signora cognata?
LAUR.
Non signora, non ci è.
LUCR.
Voleva fargli vedere una certa carta.
LAUR.
Che carta, signora?
LUCR.
Una carta che avete da vedere anche voi.
LAUR.
Dunque, se non ci è mia madre, posso vederla intanto io.
LUCR.
Sì, signora, eccola qui.
Questa è l'accettazione della vostra persona in un ritiro.
LAUR.
Io in un ritiro?
LUCR.
Voi in un ritiro, quando avanti sera non diate la mano al signor Florindo.
LAUR.
Perdonatemi, signora zia, in un ritiro non ci anderò.
LUCR.
In casa più non vi voglio.
LAUR.
Mi mariterò.
LUCR.
Sì, col signor Florindo.
LAUR.
E se non mi mariterò con lui, mia madre me ne troverà un altro.
LUCR.
Fidatevi di vostra madre, e lo vedrete.
LAUR.
Ella me l'ha promesso.
LUCR.
Se avesse voglia di darvi marito, non impedirebbe che prendeste questo.
LAUR.
Dice ch'è nato vile.
LUCR.
Che importa il nascere? Le azioni si osservano.
Tratta da cavaliere, è generoso e splendido, né si fa star da nessuno.
LAUR.
Dice ch'è discolo, e pieno di vizi.
LUCR.
Non è vero.
Io lo conosco.
Non ve lo avrei proposto.
E poi, se ha qualche vizietto, bisogna compatire la gioventù.
Col matrimonio si assoderà, e voi starete da principessa.
LAUR.
Ma se mia madre dice che ha consumato ogni cosa, che presto presto sarà miserabile!
LUCR.
Oh spropositi! Da ciò si vede che vostra madre v'inganna.
È ricco, ricchissimo: e poi, se vi fa ventimila scudi di contraddote!
LAUR.
Son confusa...
Non so che mi dire.
LUCR.
Vostra madre pensa solo a se stessa.
Quel caro conte Ottavio le fa fare tutto a suo modo.
LAUR.
Certo; parlano sempre fra di loro segretamente, e mi guardano, e non vogliono ch'io senta.
LUCR.
Vedete? Consigliano insieme, e vi rovinano.
Basta, io non voglio altro impazzire.
Oggi si ha da decidere: o sposa di Florindo, o in un ritiro per tutto il tempo della vita vostra.
(parte)
LAUR.
Io in un ritiro? Piuttosto sposar Florindo.
Sì, sposarlo piuttosto, se fosse anche come me lo ha dipinto mia madre.
Dica ella ciò che sa dire: avanti sera io mi sposerò con Florindo.
Ma può essere ch'ella ne trovi un altro...
Eh, non è così facile.
Mi lusingherà: passerà il tempo.
Florindo si stancherà, e mia zia mi vuol chiudere fra quattro mura.
Ho da risolvere.
Sì, venga il signor Florindo, ed io gli do immediatamente la mano.
(parte)
SCENA TERZA
Altra camera.
DONNA AURELIA ed il conte OTTAVIO.
OTT.
Sì, donna Aurelia, ho motivo di consolarmi.
AUR.
Direte più che mia figlia è di cattivo temperamento?
OTT.
No certamente.
La lodo anzi, e l'ammiro.
Merita bene la di lei rassegnazione, che voi cerchiate di soddisfarla.
AUR.
Lo farò, se la sorte seconderà i miei disegni.
OTT.
Poss'io sapere che cosa ella desideri?
AUR.
A voi non nascondo cosa alcuna della mia famiglia.
Ella vuole un marito.
OTT.
L'averà: non è in istato di disperarlo.
AUR.
Per farle staccar dal cuore Florindo, sarebbe necessario che avessi in pronto uno sposo da sostituire a quell'altro.
OTT.
Avete forse patteggiato con lei sul ravvedimento di questo suo sconsigliato amore?
AUR.
No, conte.
Mia figlia sa il suo dovere.
Ella ha rinunziato all'amor di Florindo per compiacere sua madre.
OTT.
Sia ringraziato il cielo, mi consolate davvero.
AUR.
Conte, lo troveremo noi uno sposo per Laurina?
OTT.
Veramente vuole il decoro, che per parte d'una figlia nobile e ricca non si vada a mendicare i partiti.
AUR.
Mia figlia è sfortunata; e quantunque il padre le abbia lasciata una ricca dote, sino che vive la di lei zia, non può sperare di averla senza una lite.
OTT.
Donna Laurina è giovine.
Verrà il suo tempo; non abbia fretta.
AUR.
Ma intanto...
OTT.
Intanto, donna Aurelia, pensate meglio a voi stessa.
AUR.
E come?
OTT.
Prima che passino gli anni verdi dell'età vostra, accompagnatevi ad uno sposo che vi ama.
AUR.
Conte, mi amate voi veramente?
OTT.
Sì, vi amo colla tenerezza maggiore.
Son anni che vivo adoratore del vostro merito, ma la stima che ho di voi fatta, non ha mai oltraggiata quella perfetta amicizia, che mi legava allo sposo vostro.
Ho ricusati vari partiti di accasamento, non ritrovando oggetto che quanto voi mi piacesse: ed ora che siete libera, che posso amarvi senza rimorsi al cuore, vi svelo la fiamma, e vi domando pietà.
AUR.
Un cavaliere che per tanti anni mi ha conservato amore senza mercede, sarebbe ora disposto a continuare ad amarmi senza speranza?
OTT.
Sarei lo stesso di prima, se lo stato vostro di vedovanza non mi lusingasse di conseguirvi.
AUR.
E se io avessi costantemente proposto di non passare alle seconde nozze, mi abbandonereste voi colla vostra amicizia?
OTT.
No certamente.
Ma cercherei dissuadervi da un proposito strano, che mal conviene per tanti titoli alla vostra situazione presente.
AUR.
Conte, ho fissato: non voglio più maritarmi.
OTT.
Voi lo direte, perché mi odiate.
AUR.
No certamente.
Vi stimo, e dirò ancora, vi amo.
Se dovessi unirmi con altro sposo, giuro sull'onor mio, altri che il conte Ottavio non scieglierei.
Ma torno a dirvi: ho fissato, non voglio più maritarmi.
OTT.
Pazienza, lo sventurato son io.
AUR.
Vi allontanerete per questo dalla mia casa?
OTT.
Ci verrò, signora, se voi me ne darete la permissione.
AUR.
Una lunga pratica potrebbe rendersi di osservazione.
OTT.
Capisco.
Voi mi licenziate per sempre.
AUR.
Anzi vi desidero sempre meco.
Non ho altri che voi cui possa confidare il mio cuore.
Se voi mi abbandonate, caro conte, chi mi darà consiglio, chi mi conforterà nelle mie sventure?
OTT.
Signora, il vostro ragionamento è sì vario, ch'io non arrivo a capirlo.
AUR.
Se il vostro amore per me fosse cotanto forte, cotanto virtuoso, quanto voi lo vantate, ve lo farei capire ben tosto.
OTT.
Se dubitate della fortezza dell'amor mio, ponetelo alla prova, e ne rileverete gli effetti.
AUR.
Conte, badate bene come voi v'impegnate.
OTT.
Son cavaliere, non son capace mancare alla mia parola.
AUR.
Voglio che voi mi amiate, senza speranza di conseguirmi.
OTT.
Sì, giuro di farlo.
AUR.
Voglio che non vi allontaniate dalla mia casa, e senza dar motivo di mormorare,
OTT.
Insegnatemi a farlo.
AUR.
Sposatevi a Laurina mia figlia.
OTT.
Signora, ci penserò.
AUR.
No, voi avete a risolvere.
OTT.
L'affare merita qualche riflesso.
AUR.
Tutti i vostri riflessi io li ho prevenuti.
Voi siete unico di casa vostra, siete nobile, siete ricco; siete in età da non differire l'accasamento per aver successione, e questa ve la potete promettere più dalla figlia, che dalla madre.
Laurina brama uno sposo; ho promesso di darglielo io stessa, e quanto più presto la lego altrui, tanto più facilmente da Florindo la sciolgo, e voi siete l'unico mezzo che mi può dare la pace.
Fatelo, se voi mi amate, fatelo per pietà di questa donna infelice che dite di aver amata, che or protestate di amare.
Ma se mai questo medesimo amore vi consigliasse colla speranza di farmi vostra, giuro in faccia di voi, giuro a tutti i numi del cielo, di non istringere, finché io viva, ad altro sposo la mano.
Disperando di farmi vostra, avete cuore di abbandonarmi? Se il vostro amore è sincero, voi non potete farlo.
Se della nostra amicizia si mormorasse con discapito del mio decoro, avreste animo di soffrirlo? Se il vostro amore è discreto, voi mi risponderete che no.
Che altro mezzo vi resta adunque per dimostrarmi l'affetto vostro, e portar questo al grado eroico della virtù, che dar la mano a mia figlia? Fatelo, conte, fatelo, se voi mi amate, e se per farlo vi resta qualche delicato riguardo di non confondere gli sguardi fra la madre e la figlia, sappiate che ho provveduto a tutto, che sono dama, che amo teneramente mia figlia: ma soprattutto amo ed apprezzo il decoro mio, il decoro vostro, e quello della vostra illustre famiglia.
OTT.
Donna Aurelia, il vostro ragionamento comprende infinite cose.
Non siate tiranna meco, pretendendo che tutte in una volta le abbia a considerare.
Datemi almeno poche ore di tempo.
AUR.
Sì, la vostra domanda non può essere più discreta.
Vi lascio in libertà di pensare; ma quando avrete pensato venite alle mie stanze coll'ultima vostra determinazione, e se fia l'amor vostro di quella tempra che lo vantate, lo conoscerò dagli effetti.
(parte)
SCENA QUARTA
Il conte OTTAVIO, poi BRIGHELLA.
OTT.
Ah donna Aurelia, voi mi ponete in un gran cimento.
Dovrò sposar la figlia, perché amo la madre? Ma se la madre ha giurato di non volermi! E bene, non potrò vivere senza di lei? Sì, ma se da me dipende la di lei pace, sono un ingrato se non procuro di assicurargliela, anche a costo della mia vita medesima.
Finalmente donna Laurina è sua figlia, e godrò in lei una porzione di quel cuore...
Eh, lusinghe vane, altro è il cuore della madre, altro è il cuor della figlia.
Numi, consigliatemi voi.
BRIGH.
Signor conte.
OTT.
Che c'è?
BRIGH.
No la va a le nozze?
OTT.
Che nozze?
BRIGH.
No la sa gnente?
OTT.
Io non so di che parli.
BRIGH.
Donna Lugrezia e don Ermanno i fa cosse stupende per le nozze de so nevoda.
OTT.
Di donna Laurina? Con chi?
BRIGH.
No la sa, che la sposa el sior Florindo?
OTT.
No, Brighella, tutto è disciolto.
BRIGH.
La perdoni.
I è là un'altra volta in camera siora donna Laurina, sior Florindo, el nodaro, i testimoni, e se fa el contratto.
OTT.
Brighella, dici davvero?
BRIGH.
L'è cussì da galantomo.
OTT.
Oh cielo! E donna Aurelia che dice?
BRIGH.
No la se vede.
Credo che né anche la lo sappia.
OTT.
Avvisiamola presto.
BRIGH.
Vorla che la trova? che ghe lo diga?
OTT.
Sì, cercala tu, la cercherò ancor io.
Ma no, fermati.
(Se segue il matrimonio di donna Laurina, allora esco io dall'impegno).
(da sé) Andiamo.
(a Brighella)
BRIGH.
L'è meio; fora dei strepiti.
OTT.
Ma la povera donna Aurelia? Averò cuore di abbandonarla? Posso impedire che sia tradita, e non lo farò? Son cavaliere, son uno che l'ama.
Brighella, cercala, avvisala.
Povera dama! Non si abbandoni, che non lo merita la sua bontà.
(parte)
BRIGH.
Sto povero signor l'è cotto.
Lo compatisso, e tanto lo compatisso, che faria de tutto per renderlo consolà.
Gran cossa l'è sto amor! Chi nol prova, nol crede.
Mi l'ho provà pur troppo, e lo so.
Ho scomenzà da ragazzo, e co l'andar dei anni ho cambià el modo, ma non ho cambià la natura.
Dai diese sina ai disdotto ho fatto l'amor co fa i colombini, zirando intorno alla colombina, ruzando pian pianin sotto ose, e dandoghe qualche volta una beccadina innocente.
Dai disdotto sina ai vintiquattro ho fatto l'amor co fa i gatti, a forza de sgraffoni e de morsegotti.
De vintiquattro me son maridà, e ho fatto come i cavai da posta.
Una corsa de un'ora, e una repossada de un zorno.
Adesso me tocca a far co fa i cani: una nasadina, e tirar de longo.
(parte)
SCENA QUINTA
Camera di donna Lucrezia.
DON ERMANNO e TRACCAGNINO.
ERM.
Non voglio che dicano ch'io e donna Lucrezia siamo avari.
Vuò dar fondo alla casa, e si sguazzi.
Facciamo un poco d'illuminazione.
Tu metterai queste due candele sulle lumiere, (a Traccagnino) e queste altre due sui candelieri.
TRACC.
De cossa eli sti moccoli de candele, che i è cussì negri?
ERM.
Sono di cera.
Sono candele che hanno servito allo sposalizio del povero mio cognato.
TRACC.
El li pol lassar in testamento fin a la quarta generazion.
(va a metterli sulle lumiere) I oio da accender sti mòccoli?
ERM.
Signor no.
È ancora presto.
Si farà l'illuminazione quando compariranno gli sposi, quando il contratto sarà sottoscritto.
TRACC.
Lo sottoscriverali adesso el contratto?
ERM.
Ora, in questo momento.
Frattanto che il notaro scrive, voglio preparare qualche cosa per le nozze.
Voglio fare quello che non ho più fatto.
TRACC.
Bravo! Che el se fazza onor, sior patron.
ERM.
Prendi questo mezzo paolo, e va a comprare dei confetti.
TRACC.
Nol vol che i ghe fazza mal.
ERM.
Eccoti un altro mezzo paolo.
Va a prendere un fiaschetto di vino dolce.
TRACC.
Oh, el vin l'è da persone ordinarie.
ERM.
Che cosa ci vorrebbe?
TRACC.
Della cioccolata.
ERM.
Costa troppo.
TRACC.
Qualche acqua fresca.
ERM.
Oh sì.
Prepara quattro o sei caraffe di acqua fresca del nostro pozzo.
Il rinfresco sarà civile, e non farà male a nessuno.
TRACC.
Acqua de pozzo? Questo l'è el rinfresco che usa anca i aseni, sior patron.
ERM.
Vorrei spendere un altro mezzo paolo, e non so in che.
TRACC.
Mi, sior, ve lo farò spender ben.
ERM.
In che cosa?
TRACC.
In t'un brazzo e mezzo de corda.
ERM.
Da che fare?
TRACC.
Da impiccar un avaro.
ERM.
Chi è questo avaro? (con collera)
TRACC.
Eh, gnente.
Uno che conosso mi.
ERM.
Zitto, che rumore è questo?
TRACC.
In quella camera i cria.
ERM.
Sento una voce...
TRACC.
Questa l'è la patrona.
No vôi strepiti.
(parte)
ERM.
Anderò io a vedere.
(s'avvia verso la camera)
SCENA SESTA
DONNA LUCREZIA, poi DONNA LAURINA dalla camera di fondo; e detto.
LUCR.
Venite meco, e lasciatela dire.
LAUR.
Ah, signora zia, difendetemi.
ERM.
Che cosa c'è?
LAUR.
Mia madre grida, minaccia.
ERM.
Nelle nostre camere non ci verrà.
LUCR.
Non dovrebbe ardir di venirci; eppure ci sarebbe venuta, se non la tratteneva il signor Pantalone de' Bisognosi.
SCENA SETTIMA
FLORINDO dalla stessa camera, e detti.
FLOR.
Giuro al cielo, non soffrirò tali insulti.
ERM.
Che cosa è stato?
FLOR.
Vostra cognata non ha prudenza.
LUCR.
Eh, l'aggiusterò io.
ERM.
L'aggiusteremo noi.
SCENA OTTAVA
Il NOTARO dalla stessa camera, e detti.
NOT.
Signori, mi vogliono far fare la figura del babbuino?
LUCR.
Con chi l'avete?
NOT.
Mi mandano a chiamare per la seconda volta, e nuovamente sono cacciato via.
(parte)
LUCR.
Animo dunque, si termini di stipulare il contratto.
Si costituisca la contraddote, e gli sposi si diano immediatamente la mano.
FLOR.
Via, signora donna Laurina, porgetemi la destra.
LAUR.
Eccola, signore.
SCENA NONA
PANTALONE e detti.
PANT.
Con grazia, se pol vegnir?
ERM.
Che cosa volete voi a quest'ora?
PANT.
Vegniva per dir una parola a sior Florindo.
FLOR.
Che volete da me, signore?
PANT.
Ghe dirò: un certo mio debitor m'ha da dar mille ducati napolitani; non avendo bezzi, el me esebisce un pagherò fatto da ela; e mi, prima de accettar, vôi sentir cossa che la dise.
FLOR.
Ora non è tempo: discorreremo domani.
LUCR.
Ha debiti il signor Florindo? (a Pantalone)
ERM.
Se ha dei debiti, non fa per noi.
PANT.
Sentì come che xe concepida sta obligazion.
Pagherò io sottoscritto, a chi presenterà il presente viglietto, ducati mille napolitani, subito che avrò sposata la signora donna Laurina, e conseguita la di lei dote.
LUCR.
Sposata donna Laurina?
ERM.
E conseguita la di lei dote?
FLOR.
Eh, ch'io non so nulla.
PANT.
Questo xe so carattere.
(a don Ermanno)
ERM.
Sì, lo conosco.
Altro che la contraddote!
PANT.
Séntela, siora donna Lugrezia? El spera de remetterse co la contraddote de siora donna Laurina, e quando el l'averà sposada, el ghe moverà per averla una lite spaventosa.
ERM.
Lite? Non vogliamo liti.
LUCR.
Venite con me, Laurina.
FLOR.
Signora mia, questa è una sopraffazione.
Mille ducati di debito per me è un niente.
Li pagherò avanti sera.
I miei beni si sanno, la contraddote non può mancare.
LUCR.
Benissimo, credo tutto: ma questa è la conclusione.
Qui la sposa, e qui la contraddote.
Quella a me, questa a voi; altrimenti, se la contraddote è fondata sull'aria, il matrimonio va a terra.
Andate innanzi, Laurina.
LAUR.
Sì, signora...
LUCR.
Andate là, vi dico.
LAUR.
(Ora è il tempo ch'io mi raccomandi a mia madre).
(da sé)
FLOR.
Partite senza mirarmi nemmeno? (a donna Laurina)
LAUR.
Parto mortificata.
(Mia madre mi consolerà).
(da sé, e parte)
FLOR.
Signora donna Lucrezia, non mi trattate così.
Sappiate...
LUCR.
Compatitemi, ne parleremo.
(Senza la contraddote, non si ha Laurina da maritare).
(da sé, e parte)
FLOR.
Così mi lascia? Signor don Ermanno, che dite voi?
ERM.
Dico così, signore, che questa sera ne parleremo.
(parte)
SCENA DECIMA
FLORINDO e PANTALONE
FLOR.
Mi piantano? mi deridono? Giuro al cielo! Voi, signor Pantalone, mi renderete conto di tale insulto.
PANT.
Xe mezz'ora che aspetto che la se volta a parlar con mi.
FLOR.
Eccomi, che pretendereste di dire?
PANT.
Che la se contenta de pagar sta polizza de mille ducati.
FLOR.
La pagherò.
PANT.
Quando?
FLOR.
Quando mi parerà.
PANT.
La la pagherà sala quando? Quando el giudice l'obligherà.
FLOR.
A me il giudice?
PANT.
Se ghe piase.
FLOR.
Caro signor Pantalone, sapete chi sono.
PANT.
E ela sa chi son mi.
FLOR.
Trattiamo da galantuomini, da buoni amici.
PANT.
Son qua; volentiera, parlemo pur.
FLOR.
Favorite di venir meco.
PANT.
Vegno dove la vol.
FLOR.
(Conviene ch'io l'accomodi ad ogni patto.
Da questo può dipendere la mia pace e la mia fortuna).
(parte)
SCENA UNDICESIMA
PANTALONE solo.
PANT.
Anca sta volta son arrivà a tempo per sospender ste nozze.
Se no giera mi, la povera donna Aurelia fava qualche sproposito.
Vederemo dove che l'anderà a fenir.
Florindo xe al basso, el farà dei sforzi, ma nol farà gnente.
Mi son qua per la verità, per la giustizia, per la rason, e per ste cosse me farave anca taggiar a tocchi, se bisognasse.
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Camera di donna Aurelia.
DONNA AURELIA sola.
AUR.
A me un insulto di questa sorte? Rapirmi una figliuola ch'io amo più di me stessa? Strapparmela dal seno, e con essa strapparmi il cuore? Misera me! Ecco il bel frutto ch'io raccolgo dalle mie sollecitudini per allevarla.
Ah Laurina ingrata, e sarà vero che tu cooperi a maltrattarmi, a deridermi, a mortificarmi? Tu stessa, scordata dell'amor mio, porgerai la tua mano a mio dispetto a Florindo? Te ne pentirai, ingrata, sì, te ne pentirai.
Piangerai un giorno amaramente senza rimedio, maledirai la tua debolezza, e ti sovverrà della giustizia che ti faceva tua madre.
Sì, te ne pentirai.
Ma che mi gioverà il tuo pentimento? Egli mi accrescerà il rammarico, la mortificazione, il cordoglio.
L'amor mio non ha da attendere la ricompensa dal tuo pentimento, l'ha da pretendere dalla tua obbedienza; e se questa non può ottenersi dalla tua gratitudine, s'ha da procurare dalla mia autorità, dal tuo rispetto, anche a costo di una giusta rigorosa violenza.
Ricorrerò ai tribunali, farò valere le mie ragioni, e se donna Lucrezia persisterà a pretendere...
Ecco Laurina mia.
Oh cieli! Qual motivo me la guida ora dinanzi agli occhi? Come ho io da riceverla? Con amore, o con isdegno? Armarmi dovrei di rigore, di minaccie, ma sono una madre amante: nel vederla m'intenerisco, e posso appena trattenere il pianto negli occhi.
SCENA SECONDA
DONNA LAURINA e detta.
LAUR.
Signora, se mi permettete...
AUR.
Avanzatevi.
Che volete voi dirmi?
LAUR.
Vorrei domandarvi perdono.
AUR.
Di che?
AUR.
Di un dispiacere ch'io vi ho dato.
AUR.
Oh Dio! Laurina mia, hai tu dato la mano a Florindo?
LAUR.
Non signora, ma era in punto di dargliela.
AUR.
Respiro.
Che mai t'induceva a procurare la tua rovina e la mia morte?
LAUR.
Le parole, le lusinghe, le importunità di mia zia.
AUR.
E che ti ha trattenuto sul momento di farlo?
LAUR.
L'amore ed il rispetto che ho per la mia genitrice.
AUR.
Oimè! posso crederlo?
LAUR.
Se voi non lo credete, mi fate piangere.
AUR.
No, non piangere, figliuola mia, consolami, e dimmi come il cielo ti ha illuminata.
LAUR.
Non sono poi sconoscente come voi vi pensate,
AUR.
Ma ti eri lasciata condurre sino a quel passo.
LAUR.
Vi domando perdono.
AUR.
Ti eri scordata allora della tua cara madre.
LAUR.
Voi volete ch'io pianga: vi contenterò.
AUR.
No, cara, rasserenati.
Tu sei l'anima mia.
A Florindo penserai in avvenire?
LAUR.
Non ci penserò più.
AUR.
Ciò basta per consolarmi.
Tutti mi scordo i dispiaceri avuti finora; e ti amerò sempre più, e sarai sempre la mia adorata figliuola.
LAUR.
Lo so che mi volete bene.
AUR.
Ti amo quanto l'anima mia.
LAUR.
Tant'è vero che voi mi volete bene, che mi avete anche promesso di maritarmi.
AUR.
Sì, è vero, e ti mariterò.
LAUR.
E mi avete promesso anche di farlo presto.
AUR.
Tu dici di amarmi, e non vedi l'ora d'allontanarti da me.
LAUR.
Quando sarò maritata, verrò ogni giorno a vedervi.
AUR.
Ma perché tanta sollecitudine per accasarti?
LAUR.
Per liberarmi dalle persecuzioni del signor Florindo.
AUR.
Egli non ardirà importunarti...
LAUR.
E per liberarmi da quelle della signora zia.
AUR.
Io son tua madre; io posso di te disporre.
LAUR.
Fate dunque valere la vostra autorità.
Disponete di me, e maritatemi.
AUR.
Lo farò.
LAUR.
Ma quando?
AUR.
Lo farò, quando l'opportunità mi consiglierà ch'io lo faccia.
LAUR.
Ecco qui; io sarò sempre in agitazione.
AUR.
Perché?
AUR.
Perché, se la zia mi tormenta, son di cuor tenero, mi lascio facilmente condurre, e non so quello che possa di me succedere.
AUR.
Bell'amore che tu hai per me!
LAUR.
Se non vi amassi, non parlerei così, signora.
AUR.
Laurina, non ti so intendere.
LAUR.
(Non lo capisce ch'io voglio marito?) (da sé)
AUR.
Ti replico, che penserò a maritarti.
LAUR.
(Non intende che l'indugiare m'infastidisce?) (da sé)
AUR.
Tu parli da te stessa.
Che pensi, Laurina mia?
LAUR.
Penso che mia zia mi ha detto delle cose tante; non vorrei ch'ella mi obbligasse.
AUR.
No, non ti obbligherà.
Parlerò io per te.
Son tua madre, solleciterò le tue nozze, lo sposo lo ritroverò quanto prima.
LAUR.
Davvero?
AUR.
E spero d'averlo anche trovato.
LAUR.
Davvero? (ridendo)
AUR.
Tu ridi, eh?
LAUR.
Mi consolo, vedendo che mi volete bene davvero.
AUR.
Eh, figliuola, l'amor mio tu non lo conosci.
Vedrai che cosa farò per te.
LAUR.
Cara la mia signora madre.
Or ora mi fate piangere dall'allegrezza.
AUR.
(Gioventù sconsigliata, tu piangi e ridi, ed il perché non lo sai).
(da sé)
SCENA TERZA
DONNA LUCREZIA e dette.
LUCR.
Scusi la signora cognata, se vengo nelle sue camere.
AUR.
Io non ho mai negato né a voi, signora, né a chi che sia ne' miei appartamenti l'ingresso.
LUCR.
So che siete gentile, e se poc'anzi vi è stato dato qualche dispiacere nel quarto mio, scusate l'amore che tanto io che don Ermanno professiamo alla vostra figliuola.
AUR.
Voi l'amate poco, signora cognata, se pensate di maritarla col signor Florindo.
LUCR.
Consolatevi, che queste nozze non si faranno più.
AUR.
Me ne ha assicurato Laurina ancora.
LAUR.
Sì, signora, le ho detto tutto, e sopra ciò non occorre discorrer altro.
LUCR.
Bisognerà discorrere per quel che deve avvenire.
AUR.
Certamente, questa è una cosa alla quale si ha da pensare seriamente.
LUCR.
Una giovane da marito non istà bene in casa.
LAUR.
Mia madre ha già pensato di collocarmi.
LUCR.
Come? Quando? Con chi?
LAUR.
Sentite, signora madre, la signora zia domanda come e quando.
LUCR.
E con chi?
LAUR.
Con chi non importa tanto.
Preme il come e il quando.
AUR.
Lo sposo si ritroverà.
Ci penserò io, e si ritroverà quanto prima.
LAUR.
Avete sentito? Ci giuoco io, che lo ritrova prima che passino due o tre giorni.
(a donna Lucrezia)
LUCR.
Ma per la dote, come si farà?
AUR.
La dote sua è nelle vostre mani.
Voi solleciterete a farlene l'assegnamento.
LAUR.
Signora zia...
LUCR.
L'eredità di mio fratello è confusa, piena di debiti e di litigi.
Non può sperarsi lo scorporo di una tal dote per qualche anno.
LAUR.
Ah, io non aspetto.
AUR.
Vi contenterete di mostrare lo stato dell'eredità, e poscia ne parleremo.
LAUR.
Questa è una cosa che non si finirà così presto.
LUCR.
Dice bene Laurina.
Intanto si ha da pensare a collocarla.
AUR.
Bene, pensiamoci.
LAUR.
Intanto mi mariterò...
LUCR.
No, intanto anderete in un ritiro.
LAUR.
In un ritiro?
AUR.
Mia figliuola è custodita da me.
LAUR.
Sì signora, ho mia madre che mi custodisce.
LUCR.
Io sono l'erede di mio fratello, io sono la tutrice della ragazza; voglio ch'ella vada in ritiro, e voi non lo dovete e non lo potete impedire.
LAUR.
Signora madre...
(raccomandandosi)
LUCR.
(Se va in ritiro, può essere che non esca più).
(da sé)
LAUR.
Signora madre...
(come sopra)
AUR.
Ne parleremo, signora cognata.
LUCR.
Pensateci, e risolviamo.
Se Florindo l'avesse presa, non ci sarebbero state difficoltà.
AUR.
Laurina non lo avrebbe preso giammai.
LUCR.
Perché?
AUR.
Per non disgustare sua madre.
LAUR.
Certo non la disgusterei per tutto l'oro del mondo.
Ella non vuole ch'io vada in ritiro, e non ci anderò.
LUCR.
Mi fate ridere, donna Aurelia.
Non ha sposato il signor Florindo, perché si è scoperto aver egli dei debiti, aver ipotecati i suoi beni, e non essere in grado di assegnarle la contraddote; per altro ella era sul punto di dargli francamente la mano.
AUR.
Senti, Laurina?
LAUR.
Non è vero, signora.
LUCR.
Non è vero? Audace, non è vero? Siete una sfacciatella.
L'amor della madre vi rende ardita a tal segno, e la sua troppa condescendenza vi farebbe divenir peggio ancora.
Ci metterò io rimedio.
Domani, o per amore, o per forza, vi anderete a chiudere nel ritiro.
(parte)
SCENA QUARTA
DONNA AURELIA e DONNA LAURINA
LAUR.
Signora madre...
(raccomandandosi)
AUR.
Eh, signora figliuola! Voi siete d'un bel carattere, per quel che vedo.
LAUR.
Via, non mi fate piangere...
AUR.
Meritereste che vi facessi piangere amaramente.
Ma vi amo troppo.
Però l'amor mio non mi renderà cieca a tal segno di compiacervi soverchiamente.
Se meno vi amassi, non penserei alla vostra fortuna.
Procurerò di farla, ancorché non la meritiate: e se da voi non posso sperare quella mercede che all'affetto mio si conviene, appagherò me stessa nel procurarvi un bene, a costo di sacrificar me medesima a quel tenero amore che a voi mi lega.
Cara figlia, tu mi sei poco grata; ma io ti sarò sempre amorosa.
(parte)
LAVR.
Mi ha un poco mortificata; ma finalmente mi ha consolata.
Se mi vuol bene davvero mi mariterà.
Questa è una cosa ch'io desidero, e non so perché.
Se la desidero tanto, deve essere un bene, e se questo bene l'apprezzo, ancorché poco io lo conosca, possedendolo sarò contenta, conoscendolo sarò felice e posseduto ch'io l'abbia, mi averò almeno levata una violentissima curiosità.
(parte)
SCENA QUINTA
Strada.
FLORINDO solo.
FLOR.
Ah! Pantalone mi ha rovinato.
Sul momento di stabilire la mia fortuna, l'ha egli precipitata.
Perduta ho una sposa amabile, un'eredità doviziosa, e quel ch'è peggio, la riputazione medesima.
Mille ducati ch'io doveva a quel mercante, ceduti da lui a quell'ardito di Pantalone, mi pongono in rovina, in discredito, in disperazione.
Se io non riparo a questo, non mi rimetto mai più.
Come mai potrebbe rimediarvisi?
SCENA SESTA
Il NOTARO e detto.
NOT.
Riverisco il signor Florindo.
FLOR.
Ah signor notaro, altri che voi non mi potrebbe aiutare.
NOT.
Con lei, signore, sono assai sfortunato.
Due volte sono stato in un giorno chiamato e licenziato senza conclusione veruna.
FLOR.
Avete sentita la sfacciataggine di Pantalone?
NOT.
Certo poteva lasciar di venire in quella occasione.
Per altro poi è cessionario di mille ducati.
FLOR.
Questi mille ducati mi converrà pagarli.
NOT.
Certamente, la riputazione lo vuole.
FLOR.
Ma vi sono alcune piccole difficoltà.
NOT.
E quali sono queste difficoltà?
FLOR.
La prima si è, che non ho denari.
NOT.
Basta questa: non occorre trovarne altre.
FLOR.
Ma voi, signor notaro, potreste bene aiutarmi.
NOT.
Io potrei trovarvi i mille ducati, e di più ancora, se aveste il modo di assicurarli.
FLOR.
Dei beni ne ho, come sapete.
NOT.
Sì signore, e so anche che la maggior parte l'avete già ipotecata.
FLOR.
Mille ducati son certo che li troverei con qualche giorno di tempo, ma oggi mi premerebbe averli, oggi li vorrei, per riparare il discapito dell'onor mio, e per riprendere caldo caldo il contratto con donna Laurina.
NOT.
Son qui per servirvi in tutto quello che sia possibile.
FLOR.
Io ho ancora un gioiello, ch'era di mia madre: vendute molte altre gioje, serbai questo per regalarlo alla sposa.
Nel caso in cui sono, vorrei servirmene.
Non vorrei venderlo, ma vorrei impegnarlo: il suo valore è di quattrocento zecchini.
Mille ducati si avrebbero a ritrovare.
NOT.
Quando il gioiello abbia l'intrinseco suo valore, non diffido di ritrovarli.
Ma sapete in tali occasioni quello che si scapita.
FLOR.
Lo so benissimo, e vi vorrà pazienza.
Ecco qui il gioiello, che appunto me l'ho messo in tasca per tale effetto.
Osservatelo.
NOT.
Io di gioje non me n'intendo.
FLOR.
Fatelo vedere, e trovatemi sollecitamente chi dia il denaro.
NOT.
Le gioje si stimano ora più, ora meno.
FLOR.
Mille ducati li ho trovati ancora, e se non fosse morto un amico mio, che mi assisteva in tali negozi, sarei sicuro di ritrovarli in mezz'ora.
NOT.
Farò il possibile per servirvi.
Ma circa l'interesse, come ho da regolarmi?
FLOR.
Mi rimetto in voi.
Al sei per cento, se si può; e, quando occorra, anche l'otto, ed anche il dieci.
NOT.
E il dodici, se farà bisogno.
FLOR.
Che si trovino ad ogni costo.
NOT.
Procurerò di servirvi.
Questo veramente non è l'uffizio mio, ma in atto di amicizia lo farò volentieri.
FLOR.
Vi sarò obbligato.
Sollecitate, vi prego.
Vado per un affare e vi aspetto al caffè.
NOT.
Ma per riscuoterlo poi?
FLOR.
Ci penseremo.
Colla dote di donna Laurina rimedieremo a moltissime piaghe.
NOT.
Ma se la dote non gliela vogliono dare?
FLOR.
Amico, quando sarà mia moglie, la dote gliela daranno.
Ella è erede di suo padre.
La zia si lusinga, ed io le accordo tutto per ora, ma a suo tempo so quello che dovrò fare.
Ve lo confido, perché so che mi volete bene.
A rivederci; vi aspetto.
(parte)
SCENA SETTIMA
Il NOTARO, poi DON ERMANNO
NOT.
Dice benissimo.
La figliuola è l'erede, ma per avere la sua eredità, o dovrà aspettare la morte della zia, o dovrà incontrare un'acerrima lite, e non avendo denari per sostenerla, non so come gli riuscirà.
ERM.
Oh signor notaro, che dite di quel caro signor Florindo? Ha dei debiti, è mezzo fallito.
NOT.
Eppure mi pare impossibile.
So che suo padre lo ha lasciato assai ricco.
ERM.
Sì, è vero, ma ha mangiato ogni cosa.
NOT.
Come potete di ciò assicurarvi?
ERM.
Non avete inteso che ha mille ducati di debito, de' quali è creditore il signor Pantalone?
NOT.
Mille ducati di debito non è gran cosa per lui.
Chi sa come sia la faccenda? Li pagherà, e non sarà altro.
ERM.
Lo dite voi, che li pagherà; ma mille ducati non sono mille soldi.
NOT.
A proposito di mille ducati, vi ho da parlare, signor don Ermanno.
ERM.
Che cosa avete a dirmi?
NOT.
Viè un galantuomo che avrebbe per l'appunto bisogno di mille ducati.
Se voi vi sentiste di darglieli, sarebbe un buon negozietto.
ERM.
Chi è questi che li vorrebbe?
NOT.
Non vuol essere conosciuto.
ERM.
Non sarebbe già il signor Florindo?
NOT.
Oh pensate! È uno di fuori, che è venuto apposta in Napoli per questo affare.
ERM.
E come li vorrebbe questi denari?
NOT.
Li vorrebbe sopra questo gioiello.
ERM.
Vediamolo.
(si mette gli occhiali) Lo vuol vendere per mille ducati?
NOT.
Caro signor don Ermanno, voi so che di gioje ve ne intendete: vi pare che lo volesse vendere per mille ducati?
ERM.
Che dunque intenderebbe di fare?
NOT.
Intenderebbe di dare il sei per cento.
ERM.
Tenete il vostro gioiello.
NOT.
Via, anche l'otto.
ERM.
Non ho denari, amico.
NOT.
E quando non si potesse fare a meno, darebbe anche il dieci per cento.
ERM.
Lasciate vedere quel gioiello.
NOT.
Eccolo.
ERM.
Via, gli daremo ottocento ducati...
NOT.
No, devono esser mille, e si pagherà il dieci per cento.
ERM.
Per un anno?
NOT.
Per un anno.
ERM.
E terminato l'anno?
NOT.
E terminato l'anno...
ERM.
Se non paga?
NOT.
Che vuol dire?
ERM.
Perduto il gioiello.
NOT.
Questo poi...
ERM.
Ecco la gioja.
NOT.
Andiamo a contare i mille ducati.
ERM.
Andiamo; che per gli amici non so dire che cosa io non facessi.
(parte)
NOT.
(Tu li scorticheresti, se potessi farlo).
(da sé, e parte)
SCENA OTTAVA
Il conte OTTAVIO, poi BRIGHELLA.
OTT.
Se donna Lucrezia ha procurato l'introduzione nel ritiro per la nipote, questa dunque non si marita più con Florindo.
Di ciò sono bastantemente assicurato da chi dirige la casa, in cui deve chiudersi la fanciulla.
Donna Aurelia dovrebbe essere di ciò contenta, e sollevata dal grave peso della figliuola, pensar dovrebbe a se stessa, ed accettare per se medesima la mia mano, ch'ella con un eccesso di amore indurmi vorrebbe ad offerire alla sua figliuola.
BRIGH.
Signor, appunto de ela andava in traccia.
OTT.
Che volete da me?
BRIGH.
Ho da darghe un viglietto della patrona.
Eccolo qua.
OTT.
Che mai vorrà da me donna Aurelia? Quasi me lo figuro.
Parmi sentire ch'ella mi offerisca le di lei nozze.
Leggiamo.
(legge piano)
BRIGH.
(Son pur stufo de ste ambassade, de sti viglietti.
No vedo l'ora che la se marida.
Le vedove le me fa compassion; le consoleria tutte, se podesse, e anca la mia patrona).
(da sé)
OTT.
(Come? Persiste donna Aurelia a volermi sposo della figliuola? Non è contenta ch'ella vada in ritiro? Non le basta che troncate sieno le nozze del signor Florindo?) (da sé, e seguita a leggere)
BRIGH.
(El me par agità.
Cossa mai vol dir? La patrona vorrà fursi far la ritrosa: ma le donne le xe cussì, le dise de no quando che le ghe n'ha più voggia).
(da sé)
OTT.
(Grande amore ch'ella ha per la sua figliuola! Scrive con una tenerezza che fa stupire.
Non so che risolvere).
(da sé)
BRIGH.
(El batte la luna).
(da sé)
OTT.
Vanne da donna Aurelia, dille che sarò da lei a momenti.
BRIGH.
La sarà servida.
Caro signor, la la consola la mia povera patrona, che la lo merita.
OTT.
Procurerò di farlo; ma ella è nemica di se medesima.
BRIGH.
No la creda tutto, signor; se la ghe par un pochetto sostenuda, la lo farà per provar se vussioria ghe vol ben.
OTT.
(Chi sa ch'ella non lo faccia per questo?) (da sé)
BRIGH.
La vegna presto, la la vegna a consolar.
Per sugar le lagreme delle vedue, ghe vol un poco de caloretto matrimonial.
(parte)
SCENA NONA
Il conte OTTAVIO, poi PANTALONE.
OTT.
Torniamo a leggere questo foglio; veggasi se, sotto il pretesto d'amor materno, si ascondesse una segreta avversione agli affetti miei.
Ma no, donna Aurelia di mentire non è capace.
Ella è adorabile e perché mai vuol privarmi del suo cuore e della sua mano? Vada nel ritiro donna Laurina, e veggendola fuor di pericolo, pensi alla propria pace ed alla mia onesta consolazione.
PANT.
Sior conte, ghe son umilissimo servitor.
OTT.
Caro signor Pantalone, voi che siete meritamente stimato ed ascoltato da donna Aurelia, ditele voi che non si lasci trasportare con eccedenza dall'amor di madre; che pensi alla figliuola, ma non abbandoni se stessa.
PANT.
Ghe l'ho dito, sior conte, e ghel tornerò a dir; e spero che le cosse le anderà ben.
La saverà che mi son stà quello che ho fatto sospender le nozze de siora Laurina co sior Florindo.
OTT.
In ciò avete fatto un'opera buona, e dalla vostra buona condotta spero ottenere le nozze di donna Aurelia.
PANT.
No la dubita gnente.
Faremo tutto.
Quel caro sior Florindo el dava da intender delle panchiane.
Fortuna che me xe stà cesso un credito contra de elo de mille ducati, e no podendomeli pagar, el s'ha scoverto in fazza de tutti per spiantà, per rovinà, per fallìo.
OTT.
Opportuna occasione per disingannare don Ermanno e donna Lucrezia.
PANT.
Figurarse! Quei avari, co i ha sentio sta cossa, no i ha volesto altro.
OTT.
Ora donna Aurelia sarà per questa parte contenta.
PANT.
La xe contentissima.
SCENA DECIMA
FLORINDO e detti.
FLOR.
Signor Pantalone, ho piacere di avervi ritrovato.
PANT.
Caro sior Florindo, la compatissa se son vegnù in una cattiva occasion...
FLOR.
Sopra di ciò parleremo poi.
Per ora mi preme soltanto soddisfare il mio debito, pagarvi i mille ducati, e far conoscere ch'io non sono un fallito.
PANT.
La me vol pagar i mille ducati?
FLOR.
Sì signore.
Eccoli in questa borsa in tant'oro.
PANT.
La me farà grazia.
Son qua a riceverli.
FLOR.
Questo non è luogo opportuno.
PANT.
Dove vorla che andemo?
FLOR.
Andiamo da don Ermanno e da donna Lucrezia.
OTT.
(Costui si vuole introdurre di bel nuovo).
(da sé)
PANT.
Perché mo vorla che andemo là? No ghe xe tanti lioghi?
FLOR.
Colà dovete venire, se li volete.
Nell'atto di pagare un mio debito, intendo di rimettere il mio decoro pregiudicato.
PANT.
Ghe dirò che li ho avudi, ghe lo prometto.
FLOR.
Non signore.
Colà porto i mille ducati.
O venite a riceverli, o li darò a don Ermanno.
PANT.
No so cossa dir.
Co la vol cussì, vegnirò là a riceverli.
FLOR.
Venite, signore: può essere che serviate di testimonio per le mie nozze.
PANT.
De le so nozze? Con chi?
FLOR.
Con donna Laurina.
PANT.
Co donna Laurina?
FLOR.
Sì, a dispetto vostro, a dispetto di donna Aurelia, e di quel signore che torvo mi guarda, ma non potrà mettermi in soggezione.
(parte)
PANT.
Ala sentio? (al conte Ottavio)
OTT.
Ho inteso, e giuro al cielo, non son chi sono, se non fo pentire quel temerario.
PANT.
Caro sior conte, ghe vol politica.
No se scaldemo.
OTT.
Voi che consiglio mi sapreste dare?
PANT.
La lassa che vaga a tor sti mille ducati, e po la discorreremo.
OTT.
Ma se frattanto...
PANT.
La vaga da donna Aurelia.
Vegnirò anca mi.
(Me preme sti mille ducati.
La camisa me tocca più del zippon).
(da sé, e parte)
OTT.
Eccomi nuovamente nel laberinto.
Se costui torna a mettersi in credito degli avari, si rinnova il pericolo di donna Laurina, si destano nuovamente le smanie di donna Aurelia.
Che sarà mai? Vadasi a ritrovare la dama.
Sul fatto, conoscendo il male, vi si porrà il rimedio.
Amore, ti prendi giuoco di me, ma io saprò trionfare di te medesimo, e saprò sacrificare ad un punto d'onore le mie passioni, e la vita ancora.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
DON ERMANNO e DONNA LUCREZIA.
LUCR.
Voi avete fatto malissimo a dar fuori questi mille ducati; e vi dico assolutamente, che senza di me non voglio che si disponga del danaro della mia eredità.
ERM.
Io l'ho fatto per far bene, e son sicuro che ho fatto un buon negozio.
Sono cento ducati guadagnati in un anno, sicuri, sicurissimi, col pegno in mano.
LUCR.
Chi sa che nel gioiello vi sia il valore, e che in cambio di guadagnare cento ducati, non se ne perdano tre o quattrocento?
ERM.
Oh, di gioje me n'intendo.
Così non lo riscuotessero, che sarei sicuro di venderlo molto più.
LUCR.
Si sa chi l'abbia impegnato?
ERM.
Non si sa, ma poco importa.
LUCR.
E se fosse un figlio di famiglia? E se fosse roba rubata?
ERM.
Voi siete troppo sofistica e sospettosa.
Chi ha tanti riguardi, consorte mia, non arriva a far quattrini.
Il marinaio che sempre ha paura delle burrasche, non tenta la sua fortuna nel mare; e l'uomo che ha sempre paura di perdere, non arrischia di guadagnare.
LUCR.
Io ho piacere di vedere il mio danaro in casa.
ERM.
Ed io ho piacere d'impiegarlo con profitto, e con profitto aumentarlo.
LUCR.
È una consolazione vederlo tutti i giorni, numerarlo e accarezzarlo.
ERM.
Perché siete una donna avara.
LUCR.
Siete più avaro voi, che l'arrischiate per accrescerlo.
SCENA DODICESIMA
TRACCAGNINO e detti.
TRACC.
Sior patron.
ERM.
Che cosa vuoi?
TRACC.
El sior Florindo ghe vorria parlar.
LUCR.
Digli che non ci siamo.
ERM.
Sì non ci siamo.
TRACC.
El sa che i gh'è.
LUCR.
Chi gliel'ha detto che ci siamo?
TRACC.
Mi no saverave.
ERM.
Ci giuoco io, che gliel'averai detto tu.
TRACC.
Mi no gh'ho dito gnente, signor.
ERM.
Ma dunque come lo sa?
TRACC.
L'è vegnù, l'ha dito: di' a don Ermanno che mi preme parlare con lui.
LUCR.
E tu che cosa hai risposto?
TRACC.
La servo subito.
Ghe lo vago a dir.
ERM.
Lo vedi, ignorantaccio.
Rispondendo così, gli hai detto che ci siamo.
LUCR.
Orsù, digli che non possiamo.
ERM.
Non possiamo.
LUCR.
E che vada via.
TRACC.
Che el vada via lu col negozio?..
LUCR.
Che negozio?
TRACC.
Quel negozio ch'el gh'ha con lu?
LUCR.
Io non ti capisco.
TRACC.
El gh'ha un negozio...
un sacchetto pien de monede.
ERM.
Pieno di monete? D'oro, o d'argento?
LUCR.
Come lo sai che sia pieno di monete?
TRACC.
Ho sentì ch'el lo sbatteva sulla tavola.
E ho conossudo che le giera monede.
LUCR.
Che sia?...
(verso don Ermanno)
ERM.
Chi sa?
LUCR.
Digli che venga.
ERM.
Sì, sì, digli che venga.
TRACC.
L'ho dito mi, che el gh'ha un de quei negozi che fa dir de sì.
(partendo)
LUCR.
Che avesse portato i denari della contraddote?
ERM.
Se li avesse portati, bisognerebbe accomodarla.
LUCR.
Ehi, Traccagnino.
TRACC.
Signora.
LUCR.
Trova Laurina, e dille che subito subito venga qui.
Dille che vi è il signor Florindo, e che vi sono delle altre cose per lei.
TRACC.
Sì, sì, ghe dirò de sior Florindo e de quel negozio.
La vegnirà.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
DONNA LUCREZIA, DON ERMANNO, poi FLORINDO e PANTALONE.
LUCR.
Io l'ho sempre detto che Florindo è un giovane che ha del suo.
ERM.
Ma i mille ducati di debito?
LUCR.
Dei debiti ne hanno tutti.
Bisogna vedere la cosa com'è.
FLOR.
Venite qui, signore, se volete che ci aggiustiamo.
(verso Pantalone)
PANT.
Son qua, dove che la vol.
LUCR.
Che cosa comanda il signor Pantalone?
PANT.
Son qua per sto sior.
El me vol strascinar per forza.
FLOR.
Signori miei, giacché il signor Pantalone con una mia firma ha avuto l'ardire in presenza vostra di farmi quasi perdere la riputazione, son qui a soddisfarlo, e voglio parimenti in presenza vostra contargli i mille ducati che ho in questa borsa, per dire a lui che così non si tratta co' galantuomini, per dire a voi che così non si giudica sulle apparenze, sulle imposture, sulle calunnie.
Sono un uomo di onore.
Danari a me non ne mancano.
Questi sono mille ducati, e questa è una cedola di ventimila scudi per costituire la contraddote a donna Laurina, la quale da voi mi è stata promessa e deve essere ad ogni costo mia sposa.
ERM.
Dice bene il signor Florindo.
Noi gliel'abbiamo promessa, e non abbiamo da mancar di parola.
LUCR.
Quei mille ducati potrebbe darli a conto della contraddote.
Il signor Pantalone può aspettare.
PANT.
No, patrona; el m'ha fatto vegnir qua per averli, e li ho d'aver mi.
FLOR.
Certamente questi si devono al signor Pantalone.
LUCR.
Ecco Laurina.
FLOR.
Ecco la mia sposa.
PANT.
Incontremoli, se la se contenta.
(a Florindo)
FLOR.
Or ora; permettetemi che supplisca al mio dovere con lei.
PANT.
(Ho sempre paura che el vento me li porta via).
(da sé)
SCENA QUATTORDICESIMA
DONNA LAURINA e detti.
LUCR.
Venite qui, Laurina mia, e sappiate ch'io vi amo più di quello v'immaginate.
Ho veduto che con pena vi ridurreste a chiudervi nel ritiro.
Osservate che vostra madre vi lusinga, e niente conclude; onde io, senza perdere tempo in vano, ho risolto adesso subito di maritarvi.
LAUR.
Che siate benedetta.
Con chi?
LUCR.
Ecco qui, col signor Florindo.
LAUR.
Con lui?
FLOR.
Con me, cara Laurina, che per eccesso di amore oltre il sacrifizio del cuore, vi offro quello di ventimila scudi.
ERM.
Che vagliono più di ventimila cuori.
LUCR.
Che dite? Siete voi contenta?
LAUR.
E mia madre?
LUCR.
Vostra madre ha di molte parole e pochissimi fatti.
Lo sposo eccolo qui.
LAUR.
Lo vedo io.
ERM.
E così?
LAUR.
Non so che dire.
LUCR.
Lo prenderete?
LAUR.
Lo prenderò.
FLOR.
Mi consolate, cara Laurina.
LAUR.
Ma se mia madre lo sa?
LUCR.
Presto, datele la mano.
ERM.
Vediamo un poco la contraddote.
Ci vorrebbe il notaro.
PANT.
Intanto, che la me conta i mille ducati.
FLOR.
Abbiate un poco di sofferenza.
Sono qui, sono vostri.
PANT.
I xe mii, ma no se dise quattro, se no i xe nel sacco.
SCENA ULTIMA
DONNA AURELIA e il conte OTTAVIO; e detti.
AUR.
Signori miei, compatitemi se vengo ad importunarvi.
Questa è l'ultima volta che in queste camere mi vedrete.
Compatitemi, signora cognata, non mi vedrete mai più.
LUCR.
Potevate anche fare a meno di venirci ora.
AUR.
Ora ci sono venuta per dar piacere a voi, per dar piacere a mia figlia.
LUCR.
Siete voi contenta ch'ella si faccia la sposa?
AUR.
Sì, contentissima.
Laurina, vi ricordate voi che cosa mi avete detto due ore sono?
LAUR.
Sì signora, me ne ricordo; ma la signora zia poco dopo mi ha detto dell'altre cose più belle.
AUR.
Che cosa vi ha ella detto?
LAUR.
Signora zia, mostratele quel foglio che avete fatto vedere a me.
LUCR.
Sì, volentieri, eccolo qui.
Osservate: o donna Laurina si sposi in questo momento, o in questo momento si risolva di chiudersi in un ritiro per tutto il tempo della sua vita.
LAUR.
Una bagattella! Che dite, signora madre?
AUR.
No, figlia, non temete.
Voi a chiudervi non andrete.
Udite, conte Ottavio: ecco perché la povera mia Laurina con tanto precipizio, senza di me, senza l'assenso mio, stava sul punto di dar la mano al signor Florindo.
Per altro mi ha ella promesso di ricevere da me lo sposo, e non è capace di disgustarmi.
ERM.
Lo sposo è qui.
Ella tanto lo può ricevere dalle vostre mani, quanto dalle nostre; anzi sono tanto vicini, che non hanno bisogno né di voi, né di me.
AUR.
Laurina, accostatevi.
LAUR.
Perché, signora?
AUR.
Perché voglio che dalle mie mani riceviate lo sposo.
LAUR.
Eccomi ai vostri comandi.
(si accosta a donna Aurelia)
FLOR.
Anch'io, signora, poiché volete onorarmi...
(si accosta a donna Aurelia)
AUR.
Non v'incomodate, signore.
Mia figlia ha da ricevere da me lo sposo.
Gliel'ho promesso, gliel'ho trovato, ed eccolo nel conte Ottavio.
FLOR.
Come?
LUCR.
Che impertinenza è questa?
ERM.
Signore, avvertite che mia nipote non ha un soldo di dote.
(al conte Ottavio)
AUR.
Non è convenevole che un cavaliere di qualità sposi una dama senza la convenevole dote.
LUCR.
Lasciate dunque che la sposi il signor Florindo, il quale non solo la pretende, ma le fa egli la contraddote.
AUR.
No; vi è il suo rimedio.
Se l'avarizia della zia nega alla nipote la dote, sarà impegno del di lei sposo il conseguirla col tempo.
Frattanto, perché ella non resti indotata, perché non sembri una perdita la contraddote ideale che promettevale il signor Florindo, tenete Laurina mia: eccovi una donazione della mia dote colla quale intendo di costituire la vostra.
(dà un foglio a Laurina)
FLOR.
Signora donna Lucrezia, signor don Ermanno, fatemi mantener la parola.
LUCR.
Sì signore, io gli ho promesso, e voglio che si sostenga l'impegno mio.
ERM.
La contraddote ha da venire nelle nostre mani.
PANT.
Intanto co sti negozi, patroni cari, mi perdo el tempo e no fazzo gnente.
La me daga i bezzi.
(a Florindo)
FLOR.
Aspettate: i vostri danari sono qui.
PANT.
Sono qui, sono qui.
In quella borsa ghe pol esser anca dei sassi.
FLOR.
Che impertinenza è la vostra? Sono un galantuomo; ed a confusione vostra, ecco, osservate se sono sassi.
(versa i denari sopra una tavola)
ERM.
Che vedo? questi sono i danari che ho dato io sopra un gioiello: conosco le monete.
Ecco le doppie, ecco i gigliati, li conosco.
Oh, ecco la moneta che vale dieci zecchini.
FLOR.
(Oimè! che cosa ho fatto! Il notaro non mi ha avvisato da chi gli sia stato dato il danaro).
(da sé)
ERM.
Ora capisco, signor Florindo, in che consistono le vostre ricchezze: un gioiello impegnato.
Moglie mia, non è da fidarsi.
PANT.
Mi intanto torrò suso i mille ducati.
FLOR.
Lasciateli lì; e giacché la sfortuna mia mi vuole precipitato, prendeteli voi, e rendetemi la mia gioja.
(a don Ermanno)
LUCR.
Sì, prendiamo i nostri danari.
(li prende)
PANT.
E mi, sior don Ermanno, ve sequestro in te le man quella zoggia per el mio pagamento.
ERM.
Ha ragione, e non la darò se non lo pagate.
FLOR.
Oh giorno per me fatale! Ma che dico io d'un tal giorno? Sono anni che mi rovino, che mi precipito.
Amici, compatitemi.
La confusione mi toglie quasi il respiro.
(parte)
PANT.
Sior don Ermanno, se semo intesi.
ERM.
Il gioiello sta qui per voi.
AUR.
Povera figlia, vedi se tua madre ti ama, se ella prevedeva la tua rovina, e se a ragione si affaticava per impedirla.
LAUR.
Mi vien da piangere in verità.
LUCR.
L'abbiamo scoperto a tempo.
ERM.
Manco male: fortuna, ti ringrazio.
AUR.
Figlia, siete contenta dello sposo che vi ho procurato?
LAUR.
Lo sarei, se il signor conte mi amasse.
AUR.
Innamoratelo colla bontà, se desiderate ch'ei vi ami.
LAUR.
Eh signora...
AUR.
Dite, parlate.
LAUR.
Egli è avvezzo ad amare la madre, durerà fatica ad amar la figliuola.
AUR.
Donna Lucrezia, dov'è quell'accettazione del ritiro preparato per mia figliuola?
LUCR.
Eccola.
(le dà il foglio)
LAUR.
Ehi, non ci voglio andare.
AUR.
No figlia, non dubitate.
Il ritiro non è per voi.
Siete assai giovinetta, dovete figurar nel gran mondo.
Io vi sono stata abbastanza.
Godetevi quello sposo che doveva esser mio, godetevi tutti i beni che erano miei; godete quello stato che l'amor di madre vi ha procurato, ed io domani anderò nel ritiro a sacrificarmi per sempre.
LAUR.
Ah no, signora madre.
OTT.
No, donna Aurelia.
ERM.
Sì, sì; lasciate che vada.
Spenderà meno, e viverà meglio.
LUCR.
Laurina, siate obbediente a vostra madre, prendete quello sposo ch'ella vi dà.
Signor conte, anch'io vi do mia nipote, ed alla mia morte tutto il mio sarà vostro.
Ma finché vivo, non mi tormentate perciò.
OTT.
No donna Lucrezia, non dubitate.
Io non do la mano a donna Laurina, che per compassione di donna Aurelia.
LAUR.
E a me non mi vorrete bene?
OTT.
Sì, vi amerò come parto adorabile del di lei sangue.
AUR.
Deh, cari, se voi m'amate, compite l'opera sugli occhi miei.
Porgetevi in mia presenza la mano.
LAUR.
Per me son pronta.
OTT.
Eccola, accompagnata dal cuore.
LAUR.
Amerete voi una sposa, a cui date la mano per complimento?
OTT.
Amerete voi uno sposo, che vi si offre sul punto istesso che volevate dar la mano ad un altro?
AUR.
Sì, vi amerete ambidue.
Rispondo io in luogo vostro, e sono certa che vi amerete.
Laurina non amava Florindo, ma desiderava uno sposo.
L'ha ottenuto, è contenta, e tanto più si consola, quanto conosce indegno di lei quell'impostore svergognato.
Voi, conte, avete amato virtuosamente la madre, e la virtude istessa v'insegnerà ad amare la figlia.
Sì, amerete voi quella figlia che amo più di me medesima, per cui ho sacrificato uno sposo adorabile, uno stato felice, la mia libertà ed i miei beni medesimi; contenta e lieta soltanto, che vane non siano riuscite a pro della diletta mia figlia le cure più diligenti d'una Madre Amorosa.
Fine della Commedia.
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