LA MADRE AMOROSA, di Carlo Goldoni - pagina 8
...
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ERM.
Lasciate vedere quel gioiello.
NOT.
Eccolo.
ERM.
Via, gli daremo ottocento ducati...
NOT.
No, devono esser mille, e si pagherà il dieci per cento.
ERM.
Per un anno?
NOT.
Per un anno.
ERM.
E terminato l'anno?
NOT.
E terminato l'anno...
ERM.
Se non paga?
NOT.
Che vuol dire?
ERM.
Perduto il gioiello.
NOT.
Questo poi...
ERM.
Ecco la gioja.
NOT.
Andiamo a contare i mille ducati.
ERM.
Andiamo; che per gli amici non so dire che cosa io non facessi.
(parte)
NOT.
(Tu li scorticheresti, se potessi farlo).
(da sé, e parte)
SCENA OTTAVA
Il conte OTTAVIO, poi BRIGHELLA.
OTT.
Se donna Lucrezia ha procurato l'introduzione nel ritiro per la nipote, questa dunque non si marita più con Florindo.
Di ciò sono bastantemente assicurato da chi dirige la casa, in cui deve chiudersi la fanciulla.
Donna Aurelia dovrebbe essere di ciò contenta, e sollevata dal grave peso della figliuola, pensar dovrebbe a se stessa, ed accettare per se medesima la mia mano, ch'ella con un eccesso di amore indurmi vorrebbe ad offerire alla sua figliuola.
BRIGH.
Signor, appunto de ela andava in traccia.
OTT.
Che volete da me?
BRIGH.
Ho da darghe un viglietto della patrona.
Eccolo qua.
OTT.
Che mai vorrà da me donna Aurelia? Quasi me lo figuro.
Parmi sentire ch'ella mi offerisca le di lei nozze.
Leggiamo.
(legge piano)
BRIGH.
(Son pur stufo de ste ambassade, de sti viglietti.
No vedo l'ora che la se marida.
Le vedove le me fa compassion; le consoleria tutte, se podesse, e anca la mia patrona).
(da sé)
OTT.
(Come? Persiste donna Aurelia a volermi sposo della figliuola? Non è contenta ch'ella vada in ritiro? Non le basta che troncate sieno le nozze del signor Florindo?) (da sé, e seguita a leggere)
BRIGH.
(El me par agità.
Cossa mai vol dir? La patrona vorrà fursi far la ritrosa: ma le donne le xe cussì, le dise de no quando che le ghe n'ha più voggia).
(da sé)
OTT.
(Grande amore ch'ella ha per la sua figliuola! Scrive con una tenerezza che fa stupire.
Non so che risolvere).
(da sé)
BRIGH.
(El batte la luna).
(da sé)
OTT.
Vanne da donna Aurelia, dille che sarò da lei a momenti.
BRIGH.
La sarà servida.
Caro signor, la la consola la mia povera patrona, che la lo merita.
OTT.
Procurerò di farlo; ma ella è nemica di se medesima.
BRIGH.
No la creda tutto, signor; se la ghe par un pochetto sostenuda, la lo farà per provar se vussioria ghe vol ben.
OTT.
(Chi sa ch'ella non lo faccia per questo?) (da sé)
BRIGH.
La vegna presto, la la vegna a consolar.
Per sugar le lagreme delle vedue, ghe vol un poco de caloretto matrimonial.
(parte)
SCENA NONA
Il conte OTTAVIO, poi PANTALONE.
OTT.
Torniamo a leggere questo foglio; veggasi se, sotto il pretesto d'amor materno, si ascondesse una segreta avversione agli affetti miei.
Ma no, donna Aurelia di mentire non è capace.
Ella è adorabile e perché mai vuol privarmi del suo cuore e della sua mano? Vada nel ritiro donna Laurina, e veggendola fuor di pericolo, pensi alla propria pace ed alla mia onesta consolazione.
PANT.
Sior conte, ghe son umilissimo servitor.
OTT.
Caro signor Pantalone, voi che siete meritamente stimato ed ascoltato da donna Aurelia, ditele voi che non si lasci trasportare con eccedenza dall'amor di madre; che pensi alla figliuola, ma non abbandoni se stessa.
PANT.
Ghe l'ho dito, sior conte, e ghel tornerò a dir; e spero che le cosse le anderà ben.
La saverà che mi son stà quello che ho fatto sospender le nozze de siora Laurina co sior Florindo.
OTT.
In ciò avete fatto un'opera buona, e dalla vostra buona condotta spero ottenere le nozze di donna Aurelia.
PANT.
No la dubita gnente.
Faremo tutto.
Quel caro sior Florindo el dava da intender delle panchiane.
Fortuna che me xe stà cesso un credito contra de elo de mille ducati, e no podendomeli pagar, el s'ha scoverto in fazza de tutti per spiantà, per rovinà, per fallìo.
OTT.
Opportuna occasione per disingannare don Ermanno e donna Lucrezia.
PANT.
Figurarse! Quei avari, co i ha sentio sta cossa, no i ha volesto altro.
OTT.
Ora donna Aurelia sarà per questa parte contenta.
PANT.
La xe contentissima.
SCENA DECIMA
FLORINDO e detti.
FLOR.
Signor Pantalone, ho piacere di avervi ritrovato.
PANT.
Caro sior Florindo, la compatissa se son vegnù in una cattiva occasion...
FLOR.
Sopra di ciò parleremo poi.
Per ora mi preme soltanto soddisfare il mio debito, pagarvi i mille ducati, e far conoscere ch'io non sono un fallito.
PANT.
La me vol pagar i mille ducati?
FLOR.
Sì signore.
Eccoli in questa borsa in tant'oro.
PANT.
La me farà grazia.
Son qua a riceverli.
FLOR.
Questo non è luogo opportuno.
PANT.
Dove vorla che andemo?
FLOR.
Andiamo da don Ermanno e da donna Lucrezia.
OTT.
(Costui si vuole introdurre di bel nuovo).
(da sé)
PANT.
Perché mo vorla che andemo là? No ghe xe tanti lioghi?
FLOR.
Colà dovete venire, se li volete.
Nell'atto di pagare un mio debito, intendo di rimettere il mio decoro pregiudicato.
PANT.
Ghe dirò che li ho avudi, ghe lo prometto.
FLOR.
Non signore.
Colà porto i mille ducati.
O venite a riceverli, o li darò a don Ermanno.
PANT.
No so cossa dir.
Co la vol cussì, vegnirò là a riceverli.
FLOR.
Venite, signore: può essere che serviate di testimonio per le mie nozze.
PANT.
De le so nozze? Con chi?
FLOR.
Con donna Laurina.
PANT.
Co donna Laurina?
FLOR.
Sì, a dispetto vostro, a dispetto di donna Aurelia, e di quel signore che torvo mi guarda, ma non potrà mettermi in soggezione.
(parte)
PANT.
Ala sentio? (al conte Ottavio)
OTT.
Ho inteso, e giuro al cielo, non son chi sono, se non fo pentire quel temerario.
PANT.
Caro sior conte, ghe vol politica.
No se scaldemo.
OTT.
Voi che consiglio mi sapreste dare?
PANT.
La lassa che vaga a tor sti mille ducati, e po la discorreremo.
OTT.
Ma se frattanto...
PANT.
La vaga da donna Aurelia.
Vegnirò anca mi.
(Me preme sti mille ducati.
La camisa me tocca più del zippon).
(da sé, e parte)
OTT.
Eccomi nuovamente nel laberinto.
Se costui torna a mettersi in credito degli avari, si rinnova il pericolo di donna Laurina, si destano nuovamente le smanie di donna Aurelia.
Che sarà mai? Vadasi a ritrovare la dama.
Sul fatto, conoscendo il male, vi si porrà il rimedio.
Amore, ti prendi giuoco di me, ma io saprò trionfare di te medesimo, e saprò sacrificare ad un punto d'onore le mie passioni, e la vita ancora.
(parte)
SCENA UNDICESIMA
DON ERMANNO e DONNA LUCREZIA.
LUCR.
Voi avete fatto malissimo a dar fuori questi mille ducati; e vi dico assolutamente, che senza di me non voglio che si disponga del danaro della mia eredità.
ERM.
Io l'ho fatto per far bene, e son sicuro che ho fatto un buon negozio.
Sono cento ducati guadagnati in un anno, sicuri, sicurissimi, col pegno in mano.
LUCR.
Chi sa che nel gioiello vi sia il valore, e che in cambio di guadagnare cento ducati, non se ne perdano tre o quattrocento?
ERM.
Oh, di gioje me n'intendo.
Così non lo riscuotessero, che sarei sicuro di venderlo molto più.
LUCR.
Si sa chi l'abbia impegnato?
ERM.
Non si sa, ma poco importa.
LUCR.
E se fosse un figlio di famiglia? E se fosse roba rubata?
ERM.
Voi siete troppo sofistica e sospettosa.
Chi ha tanti riguardi, consorte mia, non arriva a far quattrini.
Il marinaio che sempre ha paura delle burrasche, non tenta la sua fortuna nel mare; e l'uomo che ha sempre paura di perdere, non arrischia di guadagnare.
LUCR.
Io ho piacere di vedere il mio danaro in casa.
ERM.
Ed io ho piacere d'impiegarlo con profitto, e con profitto aumentarlo.
LUCR.
È una consolazione vederlo tutti i giorni, numerarlo e accarezzarlo.
ERM.
Perché siete una donna avara.
LUCR.
Siete più avaro voi, che l'arrischiate per accrescerlo.
SCENA DODICESIMA
TRACCAGNINO e detti.
TRACC.
Sior patron.
ERM.
Che cosa vuoi?
TRACC.
El sior Florindo ghe vorria parlar.
LUCR.
Digli che non ci siamo.
ERM.
Sì non ci siamo.
TRACC.
El sa che i gh'è.
LUCR.
Chi gliel'ha detto che ci siamo?
TRACC.
Mi no saverave.
ERM.
Ci giuoco io, che gliel'averai detto tu.
TRACC.
Mi no gh'ho dito gnente, signor.
ERM.
Ma dunque come lo sa?
TRACC.
L'è vegnù, l'ha dito: di' a don Ermanno che mi preme parlare con lui.
LUCR.
E tu che cosa hai risposto?
TRACC.
La servo subito.
Ghe lo vago a dir.
ERM.
Lo vedi, ignorantaccio.
Rispondendo così, gli hai detto che ci siamo.
LUCR.
Orsù, digli che non possiamo.
ERM.
Non possiamo.
LUCR.
E che vada via.
TRACC.
Che el vada via lu col negozio?..
LUCR.
Che negozio?
TRACC.
Quel negozio ch'el gh'ha con lu?
LUCR.
Io non ti capisco.
TRACC.
El gh'ha un negozio...
un sacchetto pien de monede.
ERM.
Pieno di monete? D'oro, o d'argento?
LUCR.
Come lo sai che sia pieno di monete?
TRACC.
Ho sentì ch'el lo sbatteva sulla tavola.
E ho conossudo che le giera monede.
LUCR.
Che sia?...
(verso don Ermanno)
ERM.
Chi sa?
LUCR.
Digli che venga.
ERM.
Sì, sì, digli che venga.
TRACC.
L'ho dito mi, che el gh'ha un de quei negozi che fa dir de sì.
(partendo)
LUCR.
Che avesse portato i denari della contraddote?
ERM.
Se li avesse portati, bisognerebbe accomodarla.
LUCR.
Ehi, Traccagnino.
TRACC.
Signora.
LUCR.
Trova Laurina, e dille che subito subito venga qui.
Dille che vi è il signor Florindo, e che vi sono delle altre cose per lei.
TRACC.
Sì, sì, ghe dirò de sior Florindo e de quel negozio.
La vegnirà.
(parte)
SCENA TREDICESIMA
DONNA LUCREZIA, DON ERMANNO, poi FLORINDO e PANTALONE.
LUCR.
Io l'ho sempre detto che Florindo è un giovane che ha del suo.
ERM.
Ma i mille ducati di debito?
LUCR.
Dei debiti ne hanno tutti.
Bisogna vedere la cosa com'è.
FLOR.
Venite qui, signore, se volete che ci aggiustiamo.
(verso Pantalone)
PANT.
Son qua, dove che la vol.
LUCR.
Che cosa comanda il signor Pantalone?
PANT.
Son qua per sto sior.
El me vol strascinar per forza.
FLOR.
Signori miei, giacché il signor Pantalone con una mia firma ha avuto l'ardire in presenza vostra di farmi quasi perdere la riputazione, son qui a soddisfarlo, e voglio parimenti in presenza vostra contargli i mille ducati che ho in questa borsa, per dire a lui che così non si tratta co' galantuomini, per dire a voi che così non si giudica sulle apparenze, sulle imposture, sulle calunnie.
Sono un uomo di onore.
Danari a me non ne mancano.
Questi sono mille ducati, e questa è una cedola di ventimila scudi per costituire la contraddote a donna Laurina, la quale da voi mi è stata promessa e deve essere ad ogni costo mia sposa.
ERM.
Dice bene il signor Florindo.
Noi gliel'abbiamo promessa, e non abbiamo da mancar di parola.
LUCR.
Quei mille ducati potrebbe darli a conto della contraddote.
Il signor Pantalone può aspettare.
PANT.
No, patrona; el m'ha fatto vegnir qua per averli, e li ho d'aver mi.
FLOR.
Certamente questi si devono al signor Pantalone.
LUCR.
Ecco Laurina.
FLOR.
Ecco la mia sposa.
PANT.
Incontremoli, se la se contenta.
(a Florindo)
FLOR.
Or ora; permettetemi che supplisca al mio dovere con lei.
PANT.
(Ho sempre paura che el vento me li porta via).
(da sé)
SCENA QUATTORDICESIMA
DONNA LAURINA e detti.
LUCR.
Venite qui, Laurina mia, e sappiate ch'io vi amo più di quello v'immaginate.
Ho veduto che con pena vi ridurreste a chiudervi nel ritiro.
Osservate che vostra madre vi lusinga, e niente conclude; onde io, senza perdere tempo in vano, ho risolto adesso subito di maritarvi.
LAUR.
Che siate benedetta.
Con chi?
LUCR.
Ecco qui, col signor Florindo.
LAUR.
Con lui?
FLOR.
Con me, cara Laurina, che per eccesso di amore oltre il sacrifizio del cuore, vi offro quello di ventimila scudi.
ERM.
Che vagliono più di ventimila cuori.
LUCR.
Che dite? Siete voi contenta?
LAUR.
E mia madre?
LUCR.
Vostra madre ha di molte parole e pochissimi fatti.
Lo sposo eccolo qui.
LAUR.
Lo vedo io.
ERM.
E così?
LAUR.
Non so che dire.
LUCR.
Lo prenderete?
LAUR.
Lo prenderò.
FLOR.
Mi consolate, cara Laurina.
LAUR.
Ma se mia madre lo sa?
LUCR.
Presto, datele la mano.
ERM.
Vediamo un poco la contraddote.
Ci vorrebbe il notaro.
PANT.
Intanto, che la me conta i mille ducati.
FLOR.
Abbiate un poco di sofferenza.
Sono qui, sono vostri.
PANT.
I xe mii, ma no se dise quattro, se no i xe nel sacco.
SCENA ULTIMA
DONNA AURELIA e il conte OTTAVIO; e detti.
AUR.
Signori miei, compatitemi se vengo ad importunarvi.
Questa è l'ultima volta che in queste camere mi vedrete.
Compatitemi, signora cognata, non mi vedrete mai più.
LUCR.
Potevate anche fare a meno di venirci ora.
AUR.
Ora ci sono venuta per dar piacere a voi, per dar piacere a mia figlia.
LUCR.
Siete voi contenta ch'ella si faccia la sposa?
AUR.
Sì, contentissima.
Laurina, vi ricordate voi che cosa mi avete detto due ore sono?
LAUR.
Sì signora, me ne ricordo; ma la signora zia poco dopo mi ha detto dell'altre cose più belle.
AUR.
Che cosa vi ha ella detto?
LAUR.
Signora zia, mostratele quel foglio che avete fatto vedere a me.
LUCR.
Sì, volentieri, eccolo qui.
Osservate: o donna Laurina si sposi in questo momento, o in questo momento si risolva di chiudersi in un ritiro per tutto il tempo della sua vita.
LAUR.
Una bagattella! Che dite, signora madre?
AUR.
No, figlia, non temete.
Voi a chiudervi non andrete.
Udite, conte Ottavio: ecco perché la povera mia Laurina con tanto precipizio, senza di me, senza l'assenso mio, stava sul punto di dar la mano al signor Florindo.
Per altro mi ha ella promesso di ricevere da me lo sposo, e non è capace di disgustarmi.
ERM.
Lo sposo è qui.
Ella tanto lo può ricevere dalle vostre mani, quanto dalle nostre; anzi sono tanto vicini, che non hanno bisogno né di voi, né di me.
AUR.
Laurina, accostatevi.
LAUR.
Perché, signora?
AUR.
Perché voglio che dalle mie mani riceviate lo sposo.
LAUR.
Eccomi ai vostri comandi.
(si accosta a donna Aurelia)
FLOR.
Anch'io, signora, poiché volete onorarmi...
(si accosta a donna Aurelia)
AUR.
Non v'incomodate, signore.
Mia figlia ha da ricevere da me lo sposo.
Gliel'ho promesso, gliel'ho trovato, ed eccolo nel conte Ottavio.
FLOR.
Come?
LUCR.
Che impertinenza è questa?
ERM.
Signore, avvertite che mia nipote non ha un soldo di dote.
(al conte Ottavio)
AUR.
Non è convenevole che un cavaliere di qualità sposi una dama senza la convenevole dote.
LUCR.
Lasciate dunque che la sposi il signor Florindo, il quale non solo la pretende, ma le fa egli la contraddote.
AUR.
No; vi è il suo rimedio.
Se l'avarizia della zia nega alla nipote la dote, sarà impegno del di lei sposo il conseguirla col tempo.
Frattanto, perché ella non resti indotata, perché non sembri una perdita la contraddote ideale che promettevale il signor Florindo, tenete Laurina mia: eccovi una donazione della mia dote colla quale intendo di costituire la vostra.
(dà un foglio a Laurina)
FLOR.
Signora donna Lucrezia, signor don Ermanno, fatemi mantener la parola.
LUCR.
Sì signore, io gli ho promesso, e voglio che si sostenga l'impegno mio.
ERM.
La contraddote ha da venire nelle nostre mani.
PANT.
Intanto co sti negozi, patroni cari, mi perdo el tempo e no fazzo gnente.
La me daga i bezzi.
(a Florindo)
FLOR.
Aspettate: i vostri danari sono qui.
PANT.
Sono qui, sono qui.
In quella borsa ghe pol esser anca dei sassi.
FLOR.
Che impertinenza è la vostra? Sono un galantuomo; ed a confusione vostra, ecco, osservate se sono sassi.
(versa i denari sopra una tavola)
ERM.
Che vedo? questi sono i danari che ho dato io sopra un gioiello: conosco le monete.
Ecco le doppie, ecco i gigliati, li conosco.
Oh, ecco la moneta che vale dieci zecchini.
FLOR.
(Oimè! che cosa ho fatto! Il notaro non mi ha avvisato da chi gli sia stato dato il danaro).
(da sé)
ERM.
Ora capisco, signor Florindo, in che consistono le vostre ricchezze: un gioiello impegnato.
Moglie mia, non è da fidarsi.
PANT.
Mi intanto torrò suso i mille ducati.
FLOR.
Lasciateli lì; e giacché la sfortuna mia mi vuole precipitato, prendeteli voi, e rendetemi la mia gioja.
(a don Ermanno)
LUCR.
Sì, prendiamo i nostri danari.
(li prende)
PANT.
E mi, sior don Ermanno, ve sequestro in te le man quella zoggia per el mio pagamento.
ERM.
Ha ragione, e non la darò se non lo pagate.
FLOR.
Oh giorno per me fatale! Ma che dico io d'un tal giorno? Sono anni che mi rovino, che mi precipito.
Amici, compatitemi.
La confusione mi toglie quasi il respiro.
(parte)
PANT.
Sior don Ermanno, se semo intesi.
ERM.
Il gioiello sta qui per voi.
AUR.
Povera figlia, vedi se tua madre ti ama, se ella prevedeva la tua rovina, e se a ragione si affaticava per impedirla.
LAUR.
Mi vien da piangere in verità.
LUCR.
L'abbiamo scoperto a tempo.
ERM.
Manco male: fortuna, ti ringrazio.
AUR.
Figlia, siete contenta dello sposo che vi ho procurato?
LAUR.
Lo sarei, se il signor conte mi amasse.
AUR.
Innamoratelo colla bontà, se desiderate ch'ei vi ami.
LAUR.
Eh signora...
AUR.
Dite, parlate.
LAUR.
Egli è avvezzo ad amare la madre, durerà fatica ad amar la figliuola.
AUR.
Donna Lucrezia, dov'è quell'accettazione del ritiro preparato per mia figliuola?
LUCR.
Eccola.
(le dà il foglio)
LAUR.
Ehi, non ci voglio andare.
AUR.
No figlia, non dubitate.
Il ritiro non è per voi.
Siete assai giovinetta, dovete figurar nel gran mondo.
Io vi sono stata abbastanza.
Godetevi quello sposo che doveva esser mio, godetevi tutti i beni che erano miei; godete quello stato che l'amor di madre vi ha procurato, ed io domani anderò nel ritiro a sacrificarmi per sempre.
LAUR.
Ah no, signora madre.
OTT.
No, donna Aurelia.
ERM.
Sì, sì; lasciate che vada.
Spenderà meno, e viverà meglio.
LUCR.
Laurina, siate obbediente a vostra madre, prendete quello sposo ch'ella vi dà.
Signor conte, anch'io vi do mia nipote, ed alla mia morte tutto il mio sarà vostro.
Ma finché vivo, non mi tormentate perciò.
OTT.
No donna Lucrezia, non dubitate.
Io non do la mano a donna Laurina, che per compassione di donna Aurelia.
LAUR.
E a me non mi vorrete bene?
OTT.
Sì, vi amerò come parto adorabile del di lei sangue.
AUR.
Deh, cari, se voi m'amate, compite l'opera sugli occhi miei.
Porgetevi in mia presenza la mano.
LAUR.
Per me son pronta.
OTT.
Eccola, accompagnata dal cuore.
LAUR.
Amerete voi una sposa, a cui date la mano per complimento?
OTT.
Amerete voi uno sposo, che vi si offre sul punto istesso che volevate dar la mano ad un altro?
AUR.
Sì, vi amerete ambidue.
Rispondo io in luogo vostro, e sono certa che vi amerete.
Laurina non amava Florindo, ma desiderava uno sposo.
L'ha ottenuto, è contenta, e tanto più si consola, quanto conosce indegno di lei quell'impostore svergognato.
Voi, conte, avete amato virtuosamente la madre, e la virtude istessa v'insegnerà ad amare la figlia.
Sì, amerete voi quella figlia che amo più di me medesima, per cui ho sacrificato uno sposo adorabile, uno stato felice, la mia libertà ed i miei beni medesimi; contenta e lieta soltanto, che vane non siano riuscite a pro della diletta mia figlia le cure più diligenti d'una Madre Amorosa.
Fine della Commedia.
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