LA MOGLIE SAGGIA, di Carlo Goldoni - pagina 2
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L'ha fatto per amore, e adesso che n'è sazio, conosce che ha fatto male.
BRIGH.
El doveva pensarghe avanti.
Finalmente sior Pantalon l'è un marcante ricco e civil.
ARL.
El to patron l'ha fatto mal a no sposar la me padrona.
(a Brighella)
BRIGH.
Perché?
ARL.
Perché i è rabbiosi tutti do, e s'avarìa visto una nova razza de rospi.
BRIGH.
E la mia padrona l'è tanto bona e paziente.
PIST.
Il mio padrone, il signor Florindo, lo conosci? (a Brighella)
BRIGH.
Oh se lo conosso.
PIST.
Oh, quello è una buona limosina: si caccia per tutto, vuol saper tutto, e poi nelle botteghe conta tutto, e fa commedia di tutti.
FAL.
Ed il mio padrone mangia e beve da questo e da quello, e fa l'adulatore.
PIST.
Tale e qual come il mio, fa l'amico a tutti, e poi li sbeffa.
FAL.
Il mio è una razza bella e buona.
BRIGH.
El mio l'è un diavol, nol se pol sopportar.
ARL.
E la me padrona? Maledetta! L'è insatanassada.
BRIGH.
Orsù, bevemo.
Alla estirpazion dei padroni cattivi.
ARL.
Alla conservazion dei salari.
PIST.
Alla salute della libertà.
(tutti bevono)
SCENA SECONDA
LELIO, FLORINDO da una camera, e detti.
LEL.
Faloppa.
FLOR.
Pistone.
(Tutti s'alzano.
Faloppa e Pistone vanno ad accendere le lanterne)
FLOR.
Andiamo.
ARL.
Comandela torzo(1)?
LEL.
Non importa.
ARL.
Servitor umilissimo.
(Manco fadiga, e più sanità).
(da sé, parte con Brighella)
LEL.
Che vi pare di questa cena?
FLOR.
Per essere stata improvvisa, non vi è male.
LEL.
Tutta roba cattiva.
FLOR.
La Marchesa spende, ma è mal servita.
LEL.
Non vi era salvaggiume.
FLOR.
E quella zuppa? Pareva nell'acqua.
LEL.
Non mi è dispiaciuto quel pasticcio.
FLOR.
Sì, me ne sono accorto; l'avete mangiato mezzo.
LEL.
E voi il resto.
FLOR.
Noi ci siamo portati bene; mentre gli amanti rabbiosi taroccavano.
LEL.
Che pazzo è quel conte Ottavio!
FLOR.
E la Marchesa non è più savia di lui.
LEL.
Fanno impazzire quella povera contessa Rosaura.
FLOR.
Suo danno, non doveva sposare un cavaliere.
LEL.
Io giuoco ch'ella se ne sta lavorando, mentre il marito si diverte.
FLOR.
Andiamola a ritrovare?
LEL.
Sì, andiamo.
So che il conte Ottavio ha del prezioso vin di Canarie.
FLOR.
Con questi pazzi è il più bel divertimento del mondo.
LEL.
E chi vuol godere, bisogna secondarli.
FLOR.
Oh! sempre.
Ecco i nostri servitori col lume.
Andiamo.
SCENA TERZA
FALOPPA e PISTONE colle lanterne, e detti.
FLOR.
Dalla contessa Rosaura.
(a Pistone)
LEL.
Sì, dalla Contessa.
(a Faloppa)
FLOR.
Già il conte Ottavio non partirà di qui così presto.
LEL.
Avete veduto con che cera brusca ci guardava? Volea restar solo.
FLOR.
E noi andiamo a tener compagnia a sua moglie.
LEL.
Oh, s'ella non fosse così scrupolosa!
FLOR.
Eh! Chi sa?
LEL.
Bravo: sempre sperare.
FLOR.
Sperare, ma non ispendere.
LEL.
Oh caro! Andiamo.
(tutti partono)
SCENA QUARTA
ARLECCHINO e BRIGHELLA
ARL.
Caro camerada, za che i è andai via, deme una man a desparecchiar.
BRIGH.
Sì, volentiera.
Aspetta, sto vin no vôi che el vada de mal.
(beve)
ARL.
Presto, presto, vien zente; portemo via tutto.
(portano via la tavola)
SCENA QUINTA
OTTAVIO e detti.
OTT.
Brighella?
BRIGH.
Signor.
OTT.
Accendi.
BRIGH.
La servo.
(parte)
OTT.
Sia maladetto il punto ch'io venni in questa casa.
SCENA SESTA
BEATRICE dalla camera e detti.
BEAT.
Arlecchino?
ARL.
Signora.
BEAT.
Il lume.
Voglio andare a letto.
ARL.
Gnora sì.
(parte)
OTT.
Si va a letto presto questa sera.
BEAT.
Che cosa volete ch'io faccia, sola come una bestia?
OTT.
Io vi lascio sola, per non vedervi andare sulle furie.
BEAT.
Non andrei sulle furie, se voi non vi alteraste per niente.
OTT.
Ma certe cose non le posso soffrire.
BEAT.
Né io certe altre.
OTT.
Che ora abbiamo? (guarda l'orologio) Quattr'ore.
BEAT.
Il mio da camera non fa che tre ore e mezza.
OTT.
Sarà così, il mio va presto.
SCENA SETTIMA
BRIGHELLA con lanternone, ARLECCHINO con lume, e detti.
BRIGH.
Son qua, signor.
OTT.
Vattene, è ancora presto.
(a Brighella)
BRIGH.
Che smorza?
OTT.
Sì.
BRIGH.
Recipe, un'altra bozza de vin.
(smorza e parte)
ARL.
Comandela? (a Beatrice)
BEAT.
No, no, vattene, ti chiamerò.
ARL.
Pazienza.
A revéderve all'alba.
(parte)
OTT.
Sapete pure quanta stima ho per voi.
BEAT.
Se aveste della stima per me, non mi fareste arrabbiare.
OTT.
Ma se non volete ascoltarmi.
BEAT.
Se dite cose che non si possono tollerare.
OTT.
Dunque io sono un pazzo.
(alterato)
BEAT.
Ecco lì, subito si altera.
Con voi non si può parlare.
Siete una bestia.
OTT.
Sì, sono una bestia.
Brighella.
(chiama)
BRIGH.
Signor.
OTT.
Accendi subito.
BRIGH.
(Fumo in camin).
(da sé, parte)
BEAT.
Cose, cose, che se avessi due teste, me ne taglierei una.
OTT.
Dico cose che non si possono soffrire.
BEAT.
Eh, andate al diavolo.
Arlecchino.
(chiama)
OTT.
Brighella.
(chiama)
SCENA OTTAVA
BRIGHELLA col lume, ARLECCHINO senza, e detti.
BEAT.
Presto, il lume.
(ad Arlecchino)
OTT.
Andiamo.
(a Brighella, camminando per andarsene)
ARL.
(Mar in borrasca).
(da sé, parte)
BEAT.
Bella creanza! (ad Ottavio)
OTT.
Chi non sa che cosa si dica, non sa nemmeno cosa si faccia.
BEAT.
Che signor delicato! Bisogna pesar le parole.
OTT.
E con lei bisogna misurar i termini.
BEAT.
Bel cavaliere! Si picca con una dama.
OTT.
Ma sempre, sempre...
BEAT.
Eh via, che siete volubile.
OTT.
O voi, o io.
ARL.
Son qua.
(col lume)
BEAT.
Io non fo quelle scene che fate voi.
OTT.
Signora mia, perdonatemi; voi non mi conoscete.
BEAT.
Oh, oh, se vi vedeste voi nello specchio.
OTT.
Ah maladetta la mia collera!
BEAT.
Anch'io sono un poco calda di temperamento, ma voi mi superate assai.
OTT.
Sapete perché sono rabbioso, impaziente? Ve lo dirò io...
Va via.
(a Brighella)
BRIGH.
Che smorza?
OTT.
Sì.
Va via.
BRIGH.
(Manco mal, finirò la bozza!).
(da sé, parte)
BEAT.
Via, parlate.
Va via.
(ad Arlecchino)
ARL.
No la vol?...
BEAT.
Va via, asinaccio.
ARL.
(Oh che maniera soave!) (da sé, parte)
OTT.
Sapete perché son rabbioso? Perché vi amo.
BEAT.
Vostro danno: non dovevate sposare colei.
OTT.
L'ho sposata, e non vi è più rimedio.
BEAT.
Sapete pure quel che vi ho detto prima che la sposaste.
OTT.
Ero cieco.
BEAT.
Chi vi aveva accecato?
OTT.
Non so.
Un fanatico amore.
BEAT.
Vostro danno, torno a dirvi; godetevela.
OTT.
Ah Marchesa, pietà.
BEAT.
Che pietà? Che cosa volete da me? (alterata)
OTT.
Via, via, non mi mangiate.
BEAT.
Son una donna onorata.
OTT.
Non mi mangiate, vi dico.
(alterato)
BEAT.
Ecco lì, subito alza la voce.
OTT.
E voi niente.
BEAT.
Io sono in casa mia, posso dir quel che voglio.
OTT.
Ed io...
ed io...
me n'andrò.
BEAT.
Andate.
OTT.
Sia maladetto.
BEAT.
Maladetto voi.
OTT.
Brighella.
(chiama)
BEAT.
Arlecchino (chiama)
SCENA NONA
BRIGHELLA, ARLECCHINO e detti.
BRIGH.
La comandi.
ARL.
Son qua.
OTT.
Andiamo via.
(a Brighella)
BEAT.
A letto.
(ad Arlecchino)
BRIGH.
Vólela che impizza?
OTT.
No.
Andiamo.
Schiavo suo.
(parte con Brighella)
BEAT.
A rotta di collo.
ARL.
Vólela el lume?
BEAT.
Voglio il diavolo che ti porti.
(parte)
ARL.
Oh maladetta! (parte)
SCENA DECIMA
Camera della contessa Rosaura con lumi.
La contessa ROSAURA con un libro in mano, poi CORALLINA
ROS.
Ah! pazienza.
(siede, e legge)
COR.
Signora padrona, avete sentite le ore?
ROS.
Sì, le ho sentite.
COR.
Quattr'ore, e il padrone non si vede.
ROS.
Non è tardi, verrà.
COR.
Sì, sì, verrà.
Volete andare a cena?
ROS.
No, aspettiamolo.
COR.
Eh, il signor Conte avrà cenato.
ROS.
Dove?
COR.
Oh bella! Dalla signora Marchesa.
ROS.
Credi tu che ci vada frequentemente dalla marchesa Beatrice?
COR.
Io credo che vi sia a tutte le ore.
ROS.
Come lo puoi tu credere?
COR.
Domandatelo a Brighella mio marito, e lo saprete.
ROS.
Ah pazienza! (si mette a leggere)
COR.
Eh signora padrona, siete troppo buona.
ROS.
Ma che vorresti tu ch'io facessi?
COR.
Dite l'animo vostro.
ROS.
Il Conte va in collera per niente, lo sai pure.
COR.
E per questo avete paura?
ROS.
Quando va in bestia, mi fa tremare.
COR.
Oh, s'egli avesse a fare con me, non mi lascerei metter i piedi sul collo.
S'egli alzasse la voce tre tuoni, ed io sei.
S'egli alzasse le mani, ed io più alte di lui.
Brighella mio marito fa a mio modo, e di me ha qualche soggezione; per altro starebbe fresco.
Oh, s'egli avesse un'amicizia fissa, come il signor padrone, la vorressimo veder bella.
ROS.
Orsù, bada a te, e lasciami leggere.
COR.
Leggete, non parlo più.
Compatitemi, signora padrona, parlo per amore, e non so quel ch'io mi dica.
ROS.
Se mi vuoi bene, non mi parlare di certe cose.
COR.
È stato picchiato.
ROS.
Va a vedere chi è.
COR.
Subito.
(Così le vorrebbero le mogli gli uomini vagabondi.
Essi a spasso, e la moglie a casa).
(da sé, parte)
ROS.
Ma! In due anni ch'io sono moglie del Conte, non ho mai avuto un giorno di bene.
Mio padre ha voluto sagrificarmi.
Pazienza.
(Corallina ritorna)
COR.
Signora, il signor Lelio ed il signor Florindo vorrebbero riverirvi.
ROS.
Questa non è ora di visite.
Di' loro che non vi è mio marito.
COR.
Lo sanno che non vi è.
Dicono che hanno qualche cosa da dirvi.
ROS.
Oimè! Non vorrei che fosse accaduta qualche disgrazia a mio marito.
Fa che passino.
COR.
(Tant'è: e più che il marito la maltratta, più gli vuol bene).
(da sé, parte)
ROS.
Una visita a quest'ora non dovrebbe essere senza motivo.
Mi trema il cuore.
SCENA UNDICESIMA
LELIO, FLORINDO e ROSAURA
LEL.
Servo, signora Contessa.
(allegro)
FLOR.
Riverisco la signora Contessa.
(allegro)
ROS.
Serva di lor signori.
(Sono allegri, non vi saranno disgrazie).
(da sé)
LEL.
Povera damina! Sempre sola.
FLOR.
Ecco la sua conversazione, i libri.
ROS.
Certamente, mi diverto moltissimo con i libri.
LEL.
Eh, lasciate di conversare coi morti.
FLOR.
Coi vivi, signora Contessa, coi vivi.
ROS.
Questa, per dir vero, è più ora da leggere, che da far la conversazione.
LEL.
Amico, la signora Contessa ci dà il congedo.
FLOR.
Noi non siamo venuti per disturbarvi.
ROS.
M'immagino che qualche cosa di straordinario vi avrà qui condotti.
LEL.
Per dir vero, siamo qui venuti per un motivo stravagante.
ROS.
Lo volevo dire.
Vi è qualche novità?
LEL.
Eh, novità...
Amico, ditelo voi, io non ho coraggio.
FLOR.
Compatitemi, parlate voi.
Io non voglio essere il primo.
ROS.
.
(Oimè! Mi mettono in apprensione).
(da sé)
LEL.
Sappiate, signora mia...
Da galantuomo, non lo dico.
FLOR.
Nemmen io certamente.
ROS.
Via, signori, parlate.
È accaduta qualche disgrazia?
LEL.
Oh, signora no.
Siamo venuti a bere una bottiglia di Canarie, sapendo che ne avete del perfetto.
FLOR.
Io non avevo coraggio di dirlo.
LEL.
Ecco, per causa vostra son divenuto rosso.
ROS.
Mi avete fatto tremare.
Ma non andate a cena?
LEL.
Eh, abbiamo cenato.
FLOR.
Se sapeste dove!
LEL.
Se sapeste con chi!
ROS.
Via, ora che mi avete posta in curiosità, parlate.
FLOR.
Abbiamo cenato con la marchesa Beatrice.
LEL.
Se sapeste chi vi era a cena!
ROS.
Già me l'immagino: mio marito.
LEL.
Basta, non so niente.
Non voglio metter male.
FLOR.
Povera damina! E voi qui a leggere un libro.
ROS.
Questo libro val più della vostra cena.
LEL.
Se provaste anche voi a godere un poco di mondo, non direste così.
FLOR.
Che caro conte Ottavio! Una sposa di questa sorta, lasciarla qui con un libro in mano.
ROS.
Signori miei, i gusti sono diversi.
Vi prego lasciarmi nel mio sistema.
LEL.
Oh sì.
Non distolghiamo la Contessina dal piacer dei suoi libri.
È una bellissima cosa veder una dama a leggere.
FLOR.
Sì, in verità.
Io godo quando ne vedo qualcheduna.
ROS.
Sono forse poche le donne che sanno?
FLOR.
Saranno moltissime, ma io non le conosco.
ROS.
Perché di quelle non andrete in traccia.
LEL.
Bravissima.
Ah Florindo, ti ha trattato da ignorante.
Gran Contessina! Siete la nostra delizia, siete la nostra gioia, la nostra consolazione.
FLOR.
Poh! Andarsi a perdere colla marchesa Beatrice.
LEL.
Ah! Che dite? Vi è paragone fra questa e quella?
ROS.
Vi supplico, in grazia; in faccia mia non dite mal di nessuno.
LEL.
Io non dico male d'alcuno.
Ma non potete impedirmi di dir bene di voi.
FLOR.
Se siete adorabile, non volete che si dica bene?
ROS.
Io non merito le vostre lodi.
LEL.
E se mi vien male a pensare quel che passa fra una certa persona e la marchesa Beatrice, non volete compatirmi?
ROS.
Ma...
Che cosa passa?
LEL.
Eh! niente.
Galanterie.
FLOR.
Parliamo d'altro.
ROS.
Voi mi mettete in agitazione.
LEL.
Niente, madama, niente.
Leggete il vostro libro, e lasciate fare.
(con allegria)
ROS.
E sempre peggio.
LEL.
Contessina, beviamo questa bottiglia?
FLOR.
Eh! Non ci vuol favorire...
Non siamo degni.
ROS.
(Son piena di sospetti).
(da sé) Aspettate, signori miei.
Corallina.
(chiama)
SCENA DODICESIMA
CORALLINA e detti.
COR.
Signora?
ROS.
Porta una bottiglia di Canarie e dei bicchierini.
COR.
Sì, signora.
(Scrocconi!) (da sé, parte)
ROS.
Favorite.
Raccontatemi qualche cosa.
LEL.
Il Conte non è ancora venuto a casa?
ROS.
No certamente.
LEL.
Ah? Sarà ancora lì.
(a Florindo)
FLOR.
Buon pro gli faccia.
ROS.
Ma che credete voi ch'egli faccia?
LEL.
Niente; leggerà un libro come fate voi.
FLOR.
Oh, non pensate che vi sia male!
ROS.
Così credo.
Che male vi può essere fra un cavaliere ammogliato ed una dama onorata?
LEL.
Voi che vi dilettate di leggere, saprete qualche cosa.
FLOR.
Io certamente, in massima, non vi saprei rispondere.
SCENA TREDICESIMA
CORALLINA col vino e bicchieri, e detti.
COR.
Ecco serviti questi cavalieri.
(con ironia)
LEL.
Oh! brava ragazza.
FLOR.
Avete il tirabusson? (a Lelio)
LEL.
Sì, lo porto sempre addosso.
COR.
Ognuno porta i ferri del suo mestiere.
LEL.
Come sarebbe a dire?
COR.
Eh, dico per servir dama.
(con ironia)
LEL.
Spiritosa davvero.
ROS.
Corallina, ritirati.
COR.
Vado, vado.
(Dare a questa gente il vin di Canarie, è come dare i confetti ai porci).
(da sé, parte)
LEL.
Amico, tenete.
Viva la nostra Contessina.
FLOR.
Viva; prego il cielo che la renda un poco più contenta.
ROS.
Obbligatissima alle vostre grazie.
LEL.
Ehi amico, vi ricordate a cena di quegli scherzetti?
FLOR.
Sì.
E di quelle occhiate furtive? (bevendo)
LEL.
Cose da crepar da ridere.
(bevendo)
ROS.
Parlate ora di mio marito?
LEL.
E poi, tutto in un tempo, tanto di grugno.
FLOR.
Tuoni, lampi, saette.
LEL.
Avete veduto mordersi le labbra?
FLOR.
Sì, e ho anche sentito bestemmiare fra' denti.
ROS.
(Assolutamente parlano di mio marito).
(da sé)
LEL.
Oh che vino! Oh che vino!
FLOR.
Non ho bevuto il meglio.
LEL.
Da capo.
(torna a empire i bicchierini)
ROS.
Cari signori, vi supplico, per carità, se sapete qualche cosa di positivo, avvisatemi, perché mi possa regolare.
Non temete ch'io parli.
Son donna, ma so tacere.
LEL.
Eh, non sono poi cose da farne stato.
(bevendo)
FLOR.
Un poco di parzialità.
(bevendo)
LEL.
Vi è della intrinsichezza, ma indifferente.
(bevendo)
FLOR.
Amicizia.
(bevendo)
LEL.
Amor platonico.
(bevendo)
FLOR.
Oh, oh, amor platonico! (ride e beve)
ROS.
Ma parlatemi chiaro.
LEL.
Chiarissimo.
SCENA QUATTORDICESIMA
CORALLINA e detti.
COR.
Signora, è il vostro signor padre, che gli preme dirvi una parola.
ROS.
Perché non viene?
COR.
Lo sapete; quando vi è gente; non viene volentieri.
LEL.
Signora, vi leveremo l'incomodo.
FLOR.
Che prezioso Canarie!
ROS.
E volete lasciarmi piena di curiosità?
LEL.
Eh, state quieta.
Leggete il vostro libro, e non pensate più in là.
FLOR.
Già è tutt'uno.
Felice voi, che siete docile e virtuosa.
LEL.
Domani sarò a riverirvi.
Parleremo, discorreremo.
FLOR.
Sentirete, sentirete.
Felicissima notte!
ROS.
Serva loro.
LEL.
Riposi bene.
O che Canarie! Madama.
(s'inchina e parte)
FLOR.
Madama.
(parte)
ROS.
Fa che venga mio padre.
COR.
Li conoscete quei signorini?
ROS.
Perché mi dici questo?
COR.
Perché, se non li conoscete, vi dirò in due parole chi sono: scrocconi, adulatori, maldicenti e cicisbei affamati.
(parte)
ROS.
Dubito che costei dica il vero.
Non credo capace mio marito d'indegni affetti; né la marchesa Beatrice può essere capace di alimentare un sì tristo fuoco.
SCENA QUINDICESIMA
PANTALONE e detta.
ROS.
Oh signor padre, a quest'ora?
PANT.
Sì ben, cara fia, me giera sta dito che gieri sola, e son vegnù a farve un poco de compagnia.
ROS.
Bravissimo, vi ringrazio di cuore.
PANT.
Cossa fava qua quei do martuffi?
ROS.
Sono venuti pieni di allegria, ed hanno voluto bevere una bottiglia.
PANT.
Za i xe della bona lega.
Cara fia, no i pratichè.
ROS.
Io li tratto in una maniera che non li obbligherà a frequentarmi.
PANT.
E vostro mario(2) dove xelo?
ROS.
Mah! (sospirando)
PANT.
El sarà al logo solito.
ROS.
Sì, ha cenato colla Marchesa.
PANT.
L'ha cenà? Come lo saveu?
ROS.
Me l'hanno detto quei due signori.
Sono stati a cena ancor essi.
PANT.
I ha cenà anca lori? Lori i xe vegnui via, e vostro mario xe restà là? Ho inteso.
ROS.
E per questo, che cosa pensate voi?
PANT.
Gnente.
I zogherà a picchetto.
(ironicamente)
ROS.
Caro signor padre, non mi affliggete, non mi accrescete i sospetti.
PANT.
Ah pazienza!
ROS.
Io ho bisogno di chi mi consoli, non di chi pianga.
PANT.
Povera desfortunada!
ROS.
Sapete ch'io mi sono maritata per obbedirvi.
PANT.
Ah, pur troppo xe vero.
Questo xe el mio rimorso.
Questo xe el mio dolor.
Veder una fia(3) sacrificada per amor mio.
M'arrecordo, fia mia, sì m'arrecordo che con modestia ti m'ha fatto cognosser la poca inclinazion che ti gh'avevi per sto partio.
Me son anca mi lassà acciecar dall'ambizion, credendo che el farte contessa bastasse per far la toa e la mia felicità.
Me son lusingà che col tempo te podesse piaser el mario, e ho credesto che dovesse in elo durar quella tenerezza che el mostrava allora per ti.
O poveretto mi! Ho pensà mal; adesso me ne accorzo, che ho pensà mal.
Doveva prevéder che un signor grando, innamorà de una putta de grado inferior, l'ama fintanto che nol pensa alla so condizion e nol ghe pensa, se no quando l'è sazio dell'amor, e co l'è sazio, el cognosse el sproposito, e el se pente d'averlo fatto, e l'odia chi ghe l'ha fatto far.
Povera putta! Povera Rosaura! Ti xe sacrificada per causa mia.
Mi ho fatto el mal, e ti ti soffri la penitenza, ma se ti vedessi el mio cuor, ti vederessi che el mio dolor xe tanto più grando del too, quanto xe più grando d'ogni altro amor quello del pare, che supera tutti i amori del mondo.
ROS.
Non mi fate piangere, per carità.
PANT.
Rosaura, vien qua, fia mia, e ascolteme, e resolvi.
Son ancora to pare.
El vincolo del matrimonio no destruze quello della natura.
To mario te pol comandar, ma to pare te pol conseggiar; e se el mario te tratta con crudeltà, no ti mancherà al to dover buttandote in brazzo d'un pare, che te aiuterà con amor.
Vien con mi, fia mia, vien a star con mi, e no te dubitar, e non aver paura de gnente.
Anderemo a Roma, dove che gh'ho casa e negozio.
Se là el sior Conte ne vorrà tettar de mazo(4), anderemo a Venezia.
Anca là gh'ho casa, parenti e capitali.
Fin che vivo, ti starà con mi.
Co sarò morto, ti sarà parona de tutto.
Ti viverà civilmente, e ti sarà una regina.
ROS.
Ah signor padre, prima di consigliarmi ad una simile risoluzione, pensateci meglio.
Avete confessato voi stesso aver errato nel darmi lo sposo: nello staccarmi da lui, badate di non far peggio.
PANT.
No, fia mia, no fazzo mal a far sta resoluzion, a levarte dalle man d'una bestia indomita, che tratta con ti, come se ti fussi una so nemiga.
ROS.
Io sono stata sempre rassegnata e obbediente ai vostri voleri.
Non ho mai opposto ragioni ai vostri comandi.
Ma ora permettetemi che vi dica ciò che mi detta il mio cuore e la presente mia condizione.
Io son moglie del conte Ottavio, ed ho acquistato quel grado di nobiltà che ha saputo innamorare voi stesso.
Questa nobiltà deve essere un bene assai grande, se voi siete stato sollecito in procurarmelo, e avete arrischiato tutto per questa sola ragione.
Io per altro considero un bene maggiore nell'acquistata nobiltà, che forse voi non considerate.
Se il cielo mi concederà dei figliuoli, saranno nobili veramente, ed io averò la consolazione di averli dati alla luce, e voi giubilerete mirando in essi il maggior frutto delle vostre premure.
Dovrei dunque perder io questo bene, farlo perdere ai miei figliuoli, per il solo motivo di non soffrire? Ditemi, signor padre, chi è al mondo che qualche male non soffra? Figuratevi i disagi della povertà, i dolori dell'infermità.
Il cielo che mi libera da tai travagli, mi vuol mortificare col poco amore di mio marito.
Pazienza! Sarà segno che io non merito di essere amata.
Segno che il cielo mi vuol oppressa per questa strada, forse perché non m'insuperbisca soverchiamente della mia fortuna; ed io mi credo in debito di ringraziare i numi per il ben che mi fanno, e non irritarli, ricusando l'amaro delle mie pene, con cui temprar vogliono il dolce delle mie e delle vostre consolazioni.
PANT.
Cara fia, ti me fa pianzer, e no te so cossa responder.
SCENA SEDICESIMA
OTTAVIO e detti.
OTT.
Schiavo suo.
(a Pantalone, con serietà)
PANT.
Patron mio.
ROS.
Oh consorte, ben venuto.
(ilare)
OTT.
Comanda qualche cosa? (a Pantalone)
PANT.
Gnente, patron, fava compagnia a mia fia, perché no la stasse sola.
OTT.
Perché non andate a letto? (a Rosaura)
ROS.
Aspettavo voi.
OTT.
Ve l'ho detto cento volte.
Io non voglio soggezione.
Andate a letto.
(a Rosaura)
ROS.
Ma se ho piacere d'aspettarvi.
OTT.
Eh, seccature.
(con disprezzo)
PANT.
Ma, caro sior Conte, la vede; povera putta, la ghe vol ben.
OTT.
Non voglio ragazzate.
PANT.
Le finezze che se fa mario e muggier, no le xe ragazzade.
ROS.
Via, mio marito so come è fatto.
Non vuol carezze.
È uomo serio.
Vuol bene a sua moglie, ma non lo dice.
Non è così, signor Conte?
OTT.
Signora mia, favorisca d'andare a letto.
ROS.
Voi non venite?
OTT.
Verrò, quando vorrò.
PANT.
(El me fa una rabbia, che lo scanneria).
(da sé)
OTT.
Ehi.
(chiama)
SCENA DICIASSETTESIMA
BRIGHELLA e detti.
BRIGH.
Signor.
OTT.
Da scrivere.
BRIGH.
La servo.
(E a letto mai!) (da sé, parte)
ROS.
Caro signor Conte, è tardi; scriverete domani.
OTT.
Non mi rompete la testa.
PANT.
(Oh che bestia!) (Brighella ritorna con tavolino da scrivere)
ROS.
Dunque anderò a letto.
Marito, v'aspetto.
Non dormo, se non venite.
(vezzosa)
OTT.
Brighella.
BRIGH.
Signor.
OTT.
Preparami il letto nella stanza terrena.
(Brighella parte)
ROS.
Volete che vada nell'appartamento terreno? Anderò.
OTT.
Voi andate nella vostra camera.
Voglio dormir solo.
PANT.
(Oh siestu maledetto!) (da sé)
ROS.
Solo!
OTT.
Signora sì.
(scrivendo)
PANT.
(Povera creatura! Tolè, anca dormir sola).
(da sé)
ROS.
Ma perché questa novità?
OTT.
Andate.
(come sopra)
ROS.
Avete male?
OTT.
Ho il diavolo che vi porti.
Andate via.
PANT.
Ma questa, sior Conte, no xe la maniera...
(alterato)
OTT.
Come c'entrate voi?
PANT.
La xe mia fia.
ROS.
Zitto.
Vado a letto.
(a Pantalone)
OTT.
In casa mia comando io.
PANT.
E mi no posso véder a strapazzar el mio sangue.
OTT.
Oh! un gran sangue!
PANT.
Onorato, civil e senza macchie.
ROS.
Zitto, per amor del cielo.
Marito, vado nella mia camera.
Signor padre, andate a casa.
OTT.
Maledetto quando vi ho conosciuto! (a Pantalone)
PANT.
Sia pur maledetto, co son vegnù in sto paese.
OTT.
Tant'è.
La vostra figliuola io non la posso più vedere.
PANT.
E mi la torrò su, e la menerò via.
OTT.
Sì, prendetela.
Andate, andate con vostro padre andate.
(la spinge, dopo essersi alzato)
PANT.
Vien, vien, fia mia, andemo.
ROS.
Eh via, quietatevi, non facciamo scene.
OTT.
Andate, andate.
(come sopra)
ROS.
Son vostra moglie.
OTT.
Pur troppo, per mia disgrazia.
ROS.
Non dicevate così una volta.
OTT.
Pazzo, pazzo ch'io sono stato!
ROS.
Ma! Vi ha illuminato la Marchesina.
OTT.
Giuro al cielo! (alza la mano)
PANT.
Olà, patron, se alza le man? (si frappone)
OTT.
Andate via di qui, vecchio insensato.
PANT.
Andemo via.
(a Rosaura)
ROS.
Ah signor conte...
OTT.
Andate, andate.
ROS.
No, marito mio...
OTT.
Sì, andate, non mi seccate.
V'odio, v'aborrisco, non vi posso vedere.
(parte)
ROS.
Pazienza! (piange)
PANT.
Andemo, fia mia.
ROS.
No, signor padre, lasciatemi andar a letto.
PANT.
Ti te ne pentirà.
ROS.
Il cielo mi assisterà.
PANT.
No ti vedi? El xe un basilisco.
ROS.
Si ravvederà.
PANT.
El te bastonerà.
ROS.
Non lo ha ancora fatto.
PANT.
El lo farà.
ROS.
Se lo farà...
Basta: è cavaliere, non lo farà.
PANT.
Oh ghe ne xe dei altri, che petuffa(5) le muggier.
ROS.
Signor padre, lasciatemi andare a letto.
PANT.
Va là, fia mia, el ciel te benediga.
Pén
...
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