LA MOGLIE SAGGIA, di Carlo Goldoni - pagina 3
...
.
Ma...
Che cosa passa?
LEL.
Eh! niente.
Galanterie.
FLOR.
Parliamo d'altro.
ROS.
Voi mi mettete in agitazione.
LEL.
Niente, madama, niente.
Leggete il vostro libro, e lasciate fare.
(con allegria)
ROS.
E sempre peggio.
LEL.
Contessina, beviamo questa bottiglia?
FLOR.
Eh! Non ci vuol favorire...
Non siamo degni.
ROS.
(Son piena di sospetti).
(da sé) Aspettate, signori miei.
Corallina.
(chiama)
SCENA DODICESIMA
CORALLINA e detti.
COR.
Signora?
ROS.
Porta una bottiglia di Canarie e dei bicchierini.
COR.
Sì, signora.
(Scrocconi!) (da sé, parte)
ROS.
Favorite.
Raccontatemi qualche cosa.
LEL.
Il Conte non è ancora venuto a casa?
ROS.
No certamente.
LEL.
Ah? Sarà ancora lì.
(a Florindo)
FLOR.
Buon pro gli faccia.
ROS.
Ma che credete voi ch'egli faccia?
LEL.
Niente; leggerà un libro come fate voi.
FLOR.
Oh, non pensate che vi sia male!
ROS.
Così credo.
Che male vi può essere fra un cavaliere ammogliato ed una dama onorata?
LEL.
Voi che vi dilettate di leggere, saprete qualche cosa.
FLOR.
Io certamente, in massima, non vi saprei rispondere.
SCENA TREDICESIMA
CORALLINA col vino e bicchieri, e detti.
COR.
Ecco serviti questi cavalieri.
(con ironia)
LEL.
Oh! brava ragazza.
FLOR.
Avete il tirabusson? (a Lelio)
LEL.
Sì, lo porto sempre addosso.
COR.
Ognuno porta i ferri del suo mestiere.
LEL.
Come sarebbe a dire?
COR.
Eh, dico per servir dama.
(con ironia)
LEL.
Spiritosa davvero.
ROS.
Corallina, ritirati.
COR.
Vado, vado.
(Dare a questa gente il vin di Canarie, è come dare i confetti ai porci).
(da sé, parte)
LEL.
Amico, tenete.
Viva la nostra Contessina.
FLOR.
Viva; prego il cielo che la renda un poco più contenta.
ROS.
Obbligatissima alle vostre grazie.
LEL.
Ehi amico, vi ricordate a cena di quegli scherzetti?
FLOR.
Sì.
E di quelle occhiate furtive? (bevendo)
LEL.
Cose da crepar da ridere.
(bevendo)
ROS.
Parlate ora di mio marito?
LEL.
E poi, tutto in un tempo, tanto di grugno.
FLOR.
Tuoni, lampi, saette.
LEL.
Avete veduto mordersi le labbra?
FLOR.
Sì, e ho anche sentito bestemmiare fra' denti.
ROS.
(Assolutamente parlano di mio marito).
(da sé)
LEL.
Oh che vino! Oh che vino!
FLOR.
Non ho bevuto il meglio.
LEL.
Da capo.
(torna a empire i bicchierini)
ROS.
Cari signori, vi supplico, per carità, se sapete qualche cosa di positivo, avvisatemi, perché mi possa regolare.
Non temete ch'io parli.
Son donna, ma so tacere.
LEL.
Eh, non sono poi cose da farne stato.
(bevendo)
FLOR.
Un poco di parzialità.
(bevendo)
LEL.
Vi è della intrinsichezza, ma indifferente.
(bevendo)
FLOR.
Amicizia.
(bevendo)
LEL.
Amor platonico.
(bevendo)
FLOR.
Oh, oh, amor platonico! (ride e beve)
ROS.
Ma parlatemi chiaro.
LEL.
Chiarissimo.
SCENA QUATTORDICESIMA
CORALLINA e detti.
COR.
Signora, è il vostro signor padre, che gli preme dirvi una parola.
ROS.
Perché non viene?
COR.
Lo sapete; quando vi è gente; non viene volentieri.
LEL.
Signora, vi leveremo l'incomodo.
FLOR.
Che prezioso Canarie!
ROS.
E volete lasciarmi piena di curiosità?
LEL.
Eh, state quieta.
Leggete il vostro libro, e non pensate più in là.
FLOR.
Già è tutt'uno.
Felice voi, che siete docile e virtuosa.
LEL.
Domani sarò a riverirvi.
Parleremo, discorreremo.
FLOR.
Sentirete, sentirete.
Felicissima notte!
ROS.
Serva loro.
LEL.
Riposi bene.
O che Canarie! Madama.
(s'inchina e parte)
FLOR.
Madama.
(parte)
ROS.
Fa che venga mio padre.
COR.
Li conoscete quei signorini?
ROS.
Perché mi dici questo?
COR.
Perché, se non li conoscete, vi dirò in due parole chi sono: scrocconi, adulatori, maldicenti e cicisbei affamati.
(parte)
ROS.
Dubito che costei dica il vero.
Non credo capace mio marito d'indegni affetti; né la marchesa Beatrice può essere capace di alimentare un sì tristo fuoco.
SCENA QUINDICESIMA
PANTALONE e detta.
ROS.
Oh signor padre, a quest'ora?
PANT.
Sì ben, cara fia, me giera sta dito che gieri sola, e son vegnù a farve un poco de compagnia.
ROS.
Bravissimo, vi ringrazio di cuore.
PANT.
Cossa fava qua quei do martuffi?
ROS.
Sono venuti pieni di allegria, ed hanno voluto bevere una bottiglia.
PANT.
Za i xe della bona lega.
Cara fia, no i pratichè.
ROS.
Io li tratto in una maniera che non li obbligherà a frequentarmi.
PANT.
E vostro mario(2) dove xelo?
ROS.
Mah! (sospirando)
PANT.
El sarà al logo solito.
ROS.
Sì, ha cenato colla Marchesa.
PANT.
L'ha cenà? Come lo saveu?
ROS.
Me l'hanno detto quei due signori.
Sono stati a cena ancor essi.
PANT.
I ha cenà anca lori? Lori i xe vegnui via, e vostro mario xe restà là? Ho inteso.
ROS.
E per questo, che cosa pensate voi?
PANT.
Gnente.
I zogherà a picchetto.
(ironicamente)
ROS.
Caro signor padre, non mi affliggete, non mi accrescete i sospetti.
PANT.
Ah pazienza!
ROS.
Io ho bisogno di chi mi consoli, non di chi pianga.
PANT.
Povera desfortunada!
ROS.
Sapete ch'io mi sono maritata per obbedirvi.
PANT.
Ah, pur troppo xe vero.
Questo xe el mio rimorso.
Questo xe el mio dolor.
Veder una fia(3) sacrificada per amor mio.
M'arrecordo, fia mia, sì m'arrecordo che con modestia ti m'ha fatto cognosser la poca inclinazion che ti gh'avevi per sto partio.
Me son anca mi lassà acciecar dall'ambizion, credendo che el farte contessa bastasse per far la toa e la mia felicità.
Me son lusingà che col tempo te podesse piaser el mario, e ho credesto che dovesse in elo durar quella tenerezza che el mostrava allora per ti.
O poveretto mi! Ho pensà mal; adesso me ne accorzo, che ho pensà mal.
Doveva prevéder che un signor grando, innamorà de una putta de grado inferior, l'ama fintanto che nol pensa alla so condizion e nol ghe pensa, se no quando l'è sazio dell'amor, e co l'è sazio, el cognosse el sproposito, e el se pente d'averlo fatto, e l'odia chi ghe l'ha fatto far.
Povera putta! Povera Rosaura! Ti xe sacrificada per causa mia.
Mi ho fatto el mal, e ti ti soffri la penitenza, ma se ti vedessi el mio cuor, ti vederessi che el mio dolor xe tanto più grando del too, quanto xe più grando d'ogni altro amor quello del pare, che supera tutti i amori del mondo.
ROS.
Non mi fate piangere, per carità.
PANT.
Rosaura, vien qua, fia mia, e ascolteme, e resolvi.
Son ancora to pare.
El vincolo del matrimonio no destruze quello della natura.
To mario te pol comandar, ma to pare te pol conseggiar; e se el mario te tratta con crudeltà, no ti mancherà al to dover buttandote in brazzo d'un pare, che te aiuterà con amor.
Vien con mi, fia mia, vien a star con mi, e no te dubitar, e non aver paura de gnente.
Anderemo a Roma, dove che gh'ho casa e negozio.
Se là el sior Conte ne vorrà tettar de mazo(4), anderemo a Venezia.
Anca là gh'ho casa, parenti e capitali.
Fin che vivo, ti starà con mi.
Co sarò morto, ti sarà parona de tutto.
Ti viverà civilmente, e ti sarà una regina.
ROS.
Ah signor padre, prima di consigliarmi ad una simile risoluzione, pensateci meglio.
Avete confessato voi stesso aver errato nel darmi lo sposo: nello staccarmi da lui, badate di non far peggio.
PANT.
No, fia mia, no fazzo mal a far sta resoluzion, a levarte dalle man d'una bestia indomita, che tratta con ti, come se ti fussi una so nemiga.
ROS.
Io sono stata sempre rassegnata e obbediente ai vostri voleri.
Non ho mai opposto ragioni ai vostri comandi.
Ma ora permettetemi che vi dica ciò che mi detta il mio cuore e la presente mia condizione.
Io son moglie del conte Ottavio, ed ho acquistato quel grado di nobiltà che ha saputo innamorare voi stesso.
Questa nobiltà deve essere un bene assai grande, se voi siete stato sollecito in procurarmelo, e avete arrischiato tutto per questa sola ragione.
Io per altro considero un bene maggiore nell'acquistata nobiltà, che forse voi non considerate.
Se il cielo mi concederà dei figliuoli, saranno nobili veramente, ed io averò la consolazione di averli dati alla luce, e voi giubilerete mirando in essi il maggior frutto delle vostre premure.
Dovrei dunque perder io questo bene, farlo perdere ai miei figliuoli, per il solo motivo di non soffrire? Ditemi, signor padre, chi è al mondo che qualche male non soffra? Figuratevi i disagi della povertà, i dolori dell'infermità.
Il cielo che mi libera da tai travagli, mi vuol mortificare col poco amore di mio marito.
Pazienza! Sarà segno che io non merito di essere amata.
Segno che il cielo mi vuol oppressa per questa strada, forse perché non m'insuperbisca soverchiamente della mia fortuna; ed io mi credo in debito di ringraziare i numi per il ben che mi fanno, e non irritarli, ricusando l'amaro delle mie pene, con cui temprar vogliono il dolce delle mie e delle vostre consolazioni.
PANT.
Cara fia, ti me fa pianzer, e no te so cossa responder.
SCENA SEDICESIMA
OTTAVIO e detti.
OTT.
Schiavo suo.
(a Pantalone, con serietà)
PANT.
Patron mio.
ROS.
Oh consorte, ben venuto.
(ilare)
OTT.
Comanda qualche cosa? (a Pantalone)
PANT.
Gnente, patron, fava compagnia a mia fia, perché no la stasse sola.
OTT.
Perché non andate a letto? (a Rosaura)
ROS.
Aspettavo voi.
OTT.
Ve l'ho detto cento volte.
Io non voglio soggezione.
Andate a letto.
(a Rosaura)
ROS.
Ma se ho piacere d'aspettarvi.
OTT.
Eh, seccature.
(con disprezzo)
PANT.
Ma, caro sior Conte, la vede; povera putta, la ghe vol ben.
OTT.
Non voglio ragazzate.
PANT.
Le finezze che se fa mario e muggier, no le xe ragazzade.
ROS.
Via, mio marito so come è fatto.
Non vuol carezze.
È uomo serio.
Vuol bene a sua moglie, ma non lo dice.
Non è così, signor Conte?
OTT.
Signora mia, favorisca d'andare a letto.
ROS.
Voi non venite?
OTT.
Verrò, quando vorrò.
PANT.
(El me fa una rabbia, che lo scanneria).
(da sé)
OTT.
Ehi.
(chiama)
SCENA DICIASSETTESIMA
BRIGHELLA e detti.
BRIGH.
Signor.
OTT.
Da scrivere.
BRIGH.
La servo.
(E a letto mai!) (da sé, parte)
ROS.
Caro signor Conte, è tardi; scriverete domani.
OTT.
Non mi rompete la testa.
PANT.
(Oh che bestia!) (Brighella ritorna con tavolino da scrivere)
ROS.
Dunque anderò a letto.
Marito, v'aspetto.
Non dormo, se non venite.
(vezzosa)
OTT.
Brighella.
BRIGH.
Signor.
OTT.
Preparami il letto nella stanza terrena.
(Brighella parte)
ROS.
Volete che vada nell'appartamento terreno? Anderò.
OTT.
Voi andate nella vostra camera.
Voglio dormir solo.
PANT.
(Oh siestu maledetto!) (da sé)
ROS.
Solo!
OTT.
Signora sì.
(scrivendo)
PANT.
(Povera creatura! Tolè, anca dormir sola).
(da sé)
ROS.
Ma perché questa novità?
OTT.
Andate.
(come sopra)
ROS.
Avete male?
OTT.
Ho il diavolo che vi porti.
Andate via.
PANT.
Ma questa, sior Conte, no xe la maniera...
(alterato)
OTT.
Come c'entrate voi?
PANT.
La xe mia fia.
ROS.
Zitto.
Vado a letto.
(a Pantalone)
OTT.
In casa mia comando io.
PANT.
E mi no posso véder a strapazzar el mio sangue.
OTT.
Oh! un gran sangue!
PANT.
Onorato, civil e senza macchie.
ROS.
Zitto, per amor del cielo.
Marito, vado nella mia camera.
Signor padre, andate a casa.
OTT.
Maledetto quando vi ho conosciuto! (a Pantalone)
PANT.
Sia pur maledetto, co son vegnù in sto paese.
OTT.
Tant'è.
La vostra figliuola io non la posso più vedere.
PANT.
E mi la torrò su, e la menerò via.
OTT.
Sì, prendetela.
Andate, andate con vostro padre andate.
(la spinge, dopo essersi alzato)
PANT.
Vien, vien, fia mia, andemo.
ROS.
Eh via, quietatevi, non facciamo scene.
OTT.
Andate, andate.
(come sopra)
ROS.
Son vostra moglie.
OTT.
Pur troppo, per mia disgrazia.
ROS.
Non dicevate così una volta.
OTT.
Pazzo, pazzo ch'io sono stato!
ROS.
Ma! Vi ha illuminato la Marchesina.
OTT.
Giuro al cielo! (alza la mano)
PANT.
Olà, patron, se alza le man? (si frappone)
OTT.
Andate via di qui, vecchio insensato.
PANT.
Andemo via.
(a Rosaura)
ROS.
Ah signor conte...
OTT.
Andate, andate.
ROS.
No, marito mio...
OTT.
Sì, andate, non mi seccate.
V'odio, v'aborrisco, non vi posso vedere.
(parte)
ROS.
Pazienza! (piange)
PANT.
Andemo, fia mia.
ROS.
No, signor padre, lasciatemi andar a letto.
PANT.
Ti te ne pentirà.
ROS.
Il cielo mi assisterà.
PANT.
No ti vedi? El xe un basilisco.
ROS.
Si ravvederà.
PANT.
El te bastonerà.
ROS.
Non lo ha ancora fatto.
PANT.
El lo farà.
ROS.
Se lo farà...
Basta: è cavaliere, non lo farà.
PANT.
Oh ghe ne xe dei altri, che petuffa(5) le muggier.
ROS.
Signor padre, lasciatemi andare a letto.
PANT.
Va là, fia mia, el ciel te benediga.
Pénseghe ben, no te lassar strapazzar.
Torna da to pare, torna dal to caro pare, che te vol tanto ben.
(piangendo parte)
ROS.
Sì, vi tornerò, quando non potrò fare a meno.
Vo' resistere fin ch'io posso; prima di abbandonare un marito convien pensarvi moltissimo.
L'onestà, il decoro, sempre discapita; ed è assai meglio soffrire le domestiche dispiacenze, di quello sia esporsi alle dicerie, alle critiche, alle derisioni del mondo.
(parte)
SCENA DICIOTTESIMA
Altra camera con porta in prospetto, lume sul tavolino.
BRIGHELLA passeggiando.
BRIGH.
Me pareria che fosse ora d'andar a letto.
Tolì, a st'ora el padron scrive, e mi stago qua a gòder el fresco.
Ho un sonno che casco, ma se m'addormento, povero mi.
Se el me chiama, e che no sia pronto a responder, el me magna vivo.
Oh, ecco qua mia muier! Cossa diavolo fala in quella camera? Ghe zogo che la vien a gridar.
Sempre la brontola de qualcossa.
Oh, la staria pur ben a servir la siora Beatrice! Ma mi son troppo bon, son troppo minchion.
Bisogneria qualche volta che imparasse dal padron a tegnir bassa la muier.
No digo strapazzarla come el fa lu, ma mortificarla; e mi ghe n'averia ben rason.
La padrona l'è un agnellin, e Corallina l'è...
Eccola qua, se la me sentisse, povero mi! Ma non l'anderà sempre cussì; un dì o l'altro me metterò i mustacchi; imparerò dal padron.
SCENA DICIANNOVESIMA
CORALLINA e detto.
COR.
E così, questa sera non si viene a letto?
BRIGH.
Signora no.
(con sussiego)
COR.
Oh bella risposta! Signora no!
BRIGH.
Signora no.
(passeggiando)
COR.
(Costui ha qualche cosa per il capo).
(da sé) Il padrone è a letto?
BRIGH.
Signora no.
(come sopra)
COR.
Si potrebbe dirlo con un poco più di buona grazia.
(Brighella prende il tabacco, e non risponde) (Che diavolo ha costui questa sera? Dubito che sia briaco).
(da sé) Avete cenato?
BRIGH.
Signora sì.
(come sopra)
COR.
Dove?
BRIGH.
Non lo so.
COR.
Non lo so? A me si dice non lo so?
BRIGH.
Oh bella! Siora sì.
A vu se dise, non lo so.
COR.
(Oh, è briaco senz'altro; non mi ha mai risposto così).
(da sé)
BRIGH.
(Voio un poco principiar a parlar da omo).
(da sé)
COR.
Si può sapere, perché non me lo volete dire?
BRIGH.
No conto i fatti del me padron.
COR.
Me li avete detti tante altre volte.
BRIGH.
Ho fatto mal, e no i dirò più.
COR.
Sì, non li direte più, perché siete d'accordo, perché siete un briccone, un discolo come lui; gli farete il mezzano; la Marchesina avrà qualche cameriera.
Il padrone colla padrona, il servitore colla serva.
Ma se me n'accorgo, giuro al cielo, se me n'accorgo, povero voi, povero voi!
BRIGH.
(Adess el saria el tempo de principiar).
(da sé)
COR.
Non lo so! Non conto i fatti del padron! Pezzo di asino.
BRIGH.
A mi?
COR.
A voi.
BRIGH.
Porteme respetto, sa, pettegola impertinente.
COR.
A me pettegola? Ah infame! Ah maledetto! A me pettegola?
BRIGH.
Zitto, che el padron no senta.
COR.
Sei briaco? Sei pazzo? Sei fuori di cervello? Mai più mi hai detto tanto.
Ma se avrai più ardire di dirmi una mezza parola, te ne accorgerai.
BRIGH.
Cossa farala, patrona, cossa farala?
COR.
Come? Minacce? A me? Temerario! A me? (forte)
BRIGH.
Zitto, che el padron no senta.
COR.
Ci verrai in camera, ci verrai a letto.
BRIGH.
E così? Cossa sarà?
COR.
Te n'accorgerai.
BRIGH.
(Oh diavolo! Custia l'è una bestia, capace de scannarme in letto).
(da sé)
COR.
A me pettegola?
BRIGH.
Oh via mo, no l'è una gran cossa!
COR.
Bestiaccia! A me impertinente?
BRIGH.
Le son cosse che se dise tra marì e muier.
COR.
A me rimproveri, minacce, strapazzi?
BRIGH.
Ma zitto, che el padron sente.
COR.
Non me n'importa.
Sei un briccone, m'hai strapazzata, e mi voglio sfogare.
Ma niente, niente, a letto!
BRIGH.
A letto?
COR.
Sì, t'aspetto.
BRIGH.
Eh via.
COR.
Che via? Perdermi il rispetto? Strapazzarmi! Dirmi pettegola? insolente?
SCENA VENTESIMA
Il conte OTTAVIO di dentro nelle camere, e detti.
OTT.
Brighella.
(lo chiama, e non sente)
BRIGH.
Via, tasi.
COR.
A una donna della mia sorta, pettegola, insolente?
BRIGH.
Mo tasi.
OTT.
Brighella.
(chiama di dentro)
COR.
Non te la perdono più.
BRIGH.
(Sia maledetto quando ho parlà).
(da sé)
COR.
Pettegola? impertinente? a me? Asino! asinaccio! (Il conte Ottavio in veste da camera apre l'uscio di fondo ed esce)
BRIGH.
L'è qua el padron.
(a Corallina)
COR.
Dirmi impertinente? Dirmi pettegola? Strapazzarmi? Che novità? Che temerità? A letto! A letto briccone! insolente! temerario! A letto.
(parte)
BRIGH.
Stago fresco.
OTT.
Chiamo, chiamo, e non rispondi.
BRIGH.
La compatissa, lustrissimo, no l'ho sentido.
OTT.
Ti romperò le braccia, sai: asino! Quando chiamo, voglio essere sentito.
Se non risponderai quando chiamo, ti taglierò le orecchie.
BRIGH.
Lustrissimo, ghe domando perdon.
Quella maledettissima de mia muier l'è vegnuda a tormentarme anca qua.
OTT.
Che cosa voleva? Che cosa faceva?
BRIGH.
Al so solito: gridar e strapazzarme.
OTT.
E non la bastoni?
BRIGH.
La vede ben...
OTT.
Pezzo d'asino.
Dagli, bastonala.
BRIGH.
Ma bastonar la muier!
OTT.
Un uomo ordinario, un servitore lo fa.
Così lo potessimo fare anche noi.
BRIGH.
Se alzo le man, la me coppa.
OTT.
Tieni questo biglietto, e domattina per tempo portalo alla marchesa Beatrice; aspetta ch'ella si levi, e daglielo in proprie mani.
BRIGH.
La sarà servida.
OTT.
Avverti ch'ella si leva presto.
BRIGH.
Anderò a bonora.
Za debotto l'è l'alba.
OTT.
Va a riposare un poco, e fra due ore al più trovati dalla Marchesa.
BRIGH.
No la vol che la serva?
OTT.
No, non voglio altro.
Va a letto.
BRIGH.
Eh non importa, dormirò qua su una carega.
OTT.
Ma perché non a letto? Per dire ch'io ti faccio fare una vita da bestia?
BRIGH.
Ghe dirò, lustrissimo...
Ho gridà con me muier...
OTT.
Sì, fai bene a mortificarla.
Il maggior dispetto che si possa fare alla moglie, è quello di non andar con essa a dormire.
(va in camera, e chiude)
BRIGH.
Mi son l'omo più intrigà de sto mondo.
Se vado a letto, l'è mal, se no vado, pol esser pezzo; no so quala far.
SCENA VENTUNESIMA
ROSAURA e BRIGHELLA
ROS.
Ehi, Brighella.
(sottovoce)
BRIGH.
Lustrissima.
ROS.
Di' piano.
È a letto il padrone?
BRIGH.
L'è andà in camera giusto adesso.
ROS.
Oh, che non mi vedesse!
BRIGH.
No gh'è pericolo: perché el letto l'è dentro in quell'altra stanza.
L'aspetta.
(va a vedere dal buco della chiave) L'ha serrà, no se vede più el lume.
ROS.
Ha detto niente di me?
BRIGH.
Gnente.
ROS.
(Pazienza!) (da sé) Dove siete stati iera sera?
BRIGH.
Dalla signora marchesa Beatrice.
ROS.
Ha cenato mio marito?
BRIGH.
Signora sì.
I ha cenà, i è stadi allegri.
Gh'era el signor Lelio e il signor Florindo; ma védela? I è andadi via presto lori, e l'è restà el padron colla signora Marchesa; capissela?
ROS.
Bene.
Avranno giuocato.
BRIGH.
Eh signora...
altro che zogar!...
Basta...
ROS.
Via, voi altri sempre pensate al male.
Vergogna! Un cavaliere con una dama, impegnato nel giuoco, non deve piantarla.
BRIGH.
Mi no so se i zoga, o cossa che i fazza, ma se la volesse saver quel che passa tra de lori, mi gh'averia la maniera.
ROS.
Come?
BRIGH.
El padron za un poco el m'ha dà sto biglietto da portar domattina a bonora alla signora Marchesa; el bollin l'è ancora fresco; se la volesse, la se poderia soddisfar.
ROS.
(Costui mi tenta).
(da sé)
BRIGH.
So che fazzo una mala azion verso el me padron; ma gh'ho tanta compassion del so stato, lustrissima padrona, che me faria impiccar per vederla quieta e contenta.
ROS.
Ti ringrazio dell'amor tuo, ma non acconsento che tu tradisca il padrone.
Fa il tuo dovere.
Obbedisci chi ti dà il pane.
Siccome giudico onesta l'amicizia di mio marito colla Marchesa, non ho curiosità di vedere il loro carteggio.
BRIGH.
E pur, signora...
ROS.
Vattene.
Pensa meglio a te stesso, e impara a non formar giudizi del tuo padrone.
BRIGH.
Basta...
la perdoni...
(No ghe digo più gnente.
Vado...
Ma dove? In letto per sta notte mia muier no me cucca(6)).
(da sé, parte)
ROS.
Sarebbe stata imprudenza aprir quel biglietto.
Avrei accreditati i sospetti del servitore; gli avrei dato cattivo esempio, e avrei forse trovati dei nuovi motivi di rattristarmi.
Bastami essere assicurata che l'amicizia continua, e si rende più frequente e impegnata.
Studierò qualche via ragionevole e onesta per rimediarvi.
Farò tutto il possibile, prima di distaccarmi da mio marito.
Amo la sua riputazione egualmente come la mia.
Il cielo mi assisterà.
Il cielo non abbandona chi in lui sinceramente confida.
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Camera della marchesa Beatrice.
ARLECCHINO
ARL.
Son curios de saver cossa diavol aveva sta notte la me padrona.
La trava sospiri, che la pareva un mantese.
Mi no cred che l'abbia mai dormido, perché me son sveià tre volte, e sempre l'ho sentida a smaniar.
La s'è levada dal letto verde come un cogumero, ma da qua una mezz'oretta la vegnirà fora del camerin bianca e rossa come una rosa.
SCENA SECONDA
BRIGHELLA e detto.
BRIGH.
Paesan, ho trovà la porta averta, e mi son vegnudo innanzi.
ARL.
Ti ha fatto ben.
Subito che son levà, averzo la porta, perché tra visite e ambassade, se no la fusse averta, ghe vorria un battaor al zorno.
BRIGH.
Anca mi gh'ho un'ambassada da far alla vostra padrona.
ARL.
A bonora, per el fresco.
BRIGH.
El me padron m'ha dà sta lettera da portarghe.
ARL.
Magnemio gnente su sto negozio?
BRIGH.
Gnente affatto.
Ti sa che al mio padron no ghe casca gnente.
ARL.
Prego el cielo che ghe casca qualcossa.
BRIGH.
Cossa mo?
ARL.
La testa.
BRIGH.
Perché tanto mal?
ARL.
Perché el fa deventar matta la me patrona.
BRIGH.
L'è la to padrona, che fa deventar matto el me padron.
ARL.
Via, giustemola; concludemo che i è matti tutti do.
BRIGH.
Bravo, ti m'ha dà gusto da galantomo.
Quando bevemio un altro boccaletto de quel vin de iersera?
ARL.
A casa ti ghe ne beverà quanto che ti vuol.
BRIGH.
Oibò; no ghe n'avemo nu de quel vin.
ARL.
E sì alla me patrona ghe l'ha mandà el to patron.
BRIGH.
Sì, el meggio a ela, e a casa se beve el vin mezzo guasto.
ARL.
No fazzo per dir, perché mi no son de quei servitori che parla; ma el gh'ha mandà un fornimento de merli sulla giusta(7).
BRIGH.
E la mia padrona, poverazza, l'è tanto che la ghe n'ha bisogno, che l'ho sentida mi a pregarlo che el ghe li compra; e inveze de darli alla muier, el li porta qua...
Le son de quelle cosse, che me faria dir...
Ma dei padroni no vôi mormorar.
ARL.
Ti fa ben, veh.
Anca mi vedo e taso.
L'altro zorno la me patrona l'ha perso vinti zecchini, e el to patron ghe li ha imprestadi; ma no gh'è dubbio che mi diga gnente.
BRIGH.
Come mi, che so che el padron ha impegnà le zoggie della muggier, senza che ela lo sappia, e nol diria a nissun, se i me dasse la corda.
ARL.
Oh, la secretezza l'è una bella cossa!
BRIGH.
El nostro mazor capital l'è la fedeltà.
ARL.
E cussì, vot darghe la lettera alla patrona?
BRIGH.
Ridi, che l'è da rider; no me recordava più della lettera.
ARL.
Anca mi, quando son coi amici, me scordo tutto.
Dame la lettera, che ghe la porterò.
BRIGH.
No; bisogna che ghe la daga mi in proprie man.
ARL.
At paura che mi?...
BRIGH.
No, caro paesan.
El me padron vol cussì.
ARL.
Anderò a veder se se pol, ma ho paura.
BRIGH.
Perché?
ARL.
Perché l'è drio adesso a menar la man.
BRIGH.
A scriver fursi? A metter el negro sul bianco?
ARL.
No; a metter el bianco su negro.
(fa cenno che si belletta, e parte)
SCENA TERZA
BRIGHELLA, poi ARLECCHINO
BRIGH.
Ma! L'è cussì; le donne le ha sta bella felicità che se le son brutte, le se fa belle.
No so cossa dir; le compatisso; anca a mi me piaseria una bella donna, bella naturalmente; ma se avesse da scieglier tra una brutta natural e una bella depenta, torria sempre una bellezza artifizial, più tosto che una bruttezza che stomega.
ARL.
L'è qua che la vien.
BRIGH.
Gh'at dito che gh'ho la lettera?
ARL.
Siguro.
E se non era per la lettera, no la vegniva.
BRIGH.
L'è la calamita, che tira.
ARL.
Ma l'è una gran calamita rabbiosa; i grida sempre.
BRIGH.
Eh, qualche volta po i farà pase.
SCENA QUARTA
La marchesa BEATRICE e detti.
BEAT.
Va a preparare la cioccolata.
(ad Arlecchino)
ARL.
(Anca questa l'ha mandada el to patron).
(piano a Brighella, e parte)
BEAT.
Sei tu, che mi devi dare una lettera?
BRIGH.
Illustrissima sì: eccola.
BEAT.
Chi la manda?
BRIGH.
El me padron.
BEAT.
E ha dormito bene?
BRIGH.
Ho paura de no.
BEAT.
Perché?
BRIGH.
L'ha smanià tutta notte.
BEAT.
Come lo sai? Tu dormi lontano dalla sua camera.
BRIGH.
Sta notte l'ha dormido da basso, e mi me son buttà su un canapè cussì vestido in t'una camera vesina, che sentiva tutto.
BEAT.
Ha dormito in altro letto? Perché questa novità?
BRIGH.
Perché l'ha volsudo dormir solo.
BEAT.
Non ha dormito con sua moglie? Contami, contami, dimmi perché.
BRIGH.
Mi no so gnente; ma credo che i abbia un poco gridà.
BEAT.
(Rosaura è insoffribile, lo tormenta sempre.
Non lo lascia mai stare).
(da sé)
BRIGH.
Gh'era el padre della padrona, i se son taccadi de parole...
Basta, el padron l'ha dormido solo.
BEAT.
(Ho piacere; fa bene a mortificarla).
(da sé) Sai perché abbiano gridato?
BRIGH.
Oh, mi no so gnente...
e po anca se lo savesse...
BEAT.
A me lo potresti dire.
BRIGH.
Ah! un servitor no par bon...
BEAT.
Già, se non me lo dici tu, me lo dice il Conte.
Egli mi narra ogni cosa.
BRIGH.
Lu l'è padron de dirlo, ma mi...
BEAT.
Se me lo dici, ti fai merito, ed io posso farti del bene.
BRIGH.
Ghe dirò, lustrissima, per quel poco che ho possudo capir, me par che tanto el padre, che la fiola, i se lamentasse...
BEAT.
Di che?
BRIGH.
Della condotta del padron, delle amicizie, delle conversazion...
Che soia mi?
BEAT.
Forse perché egli pratica in casa mia?
BRIGH.
Me par...
me par...
BEAT.
Hai sentito nominarmi?
BRIGH.
Me par de sì.
BEAT.
Sì sì, lo so; quella temeraria parla male di me.
Giuro al cielo, me la pagherà.
Vanne, vanne...
BRIGH.
Per amor del cielo, lustrissima...
BEAT.
Va via, ti dico.
BRIGH.
(Tolè, ho squaquarà no volendo; subito che se mette la livrea, se pia sto vizio de squaquarar).
(da sé, parte)
BEAT.
Colei non si ricorda più della sua nascita.
Pretende che il Conte stia ad adorarla.
Non è poco ch'egli l'abbia sposata.
Sentiamo che cosa scrive il caro signor Conte.
Si è partito da me con una bella grazia! M'immagino che mi chiederà scusa.
(apre e legge)
Signora Marchesa gentilissima,
Il gentilissima è scritto con un altro inchiostro, ve l'ha aggiunto dopo.
Sono partito dalla vostra...
casa.
Questa parola cassata che cosa diavolo diceva? Ma...
la...
det...
ta.
Sì, sì, aveva scritto dalla vostra maladetta casa.
Era ancor sulle furie; poi gli sarà passata.
Ieri sera son partito dalla vostra casa arrabbiato come un cane.
Suo danno grida sempre.
Quando penso all'alta stima che ho di voi, parmi impossibile che voi siate meco così crudele.
Dice crudele di sopra, ma sotto che cosa diceva? Be...
sti...
a...
le.
Oh maladetto! Diceva bestiale.
Io bestiale? Sei tu un ammalaccio.
Andiamo avanti.
Sfogo la mia passione in questo foglio, e l'ho quasi sfogata alle spalle di mia moglie.
Sì? L'ho caro.
Un giorno o l'altro gliele dà certo.
Ah, se mi potessi sfogar con voi.
Con me? Che ti venga la rabbia! Come? Se foste un uomo, vi vorrei sfidare alla spada.
Pazzo! E perché son donna, a che cosa mi sfiderai? Mi avete dette le grandi ingiurie.
O di grazia, l'avrò stroppiato! Dite avere della propensione per me, ma siete una...
una...
una...
Diavolo, è cassato in modo che non capisco.
Questo pare un b, e questo un u, e questo assolutamente è un g.
Indegno! Finisce con un a, la penultima è un d.
Vorrà dire bugiarda.
A me bugiarda? Ma l'ha cassato, e dice: Siete una spietata.
Si è pentito, vo' perdonargli la collera, e mostrare di non aver intese le cassature.
Verrò domani a vedervi, a pregarvi.
Anche qui un'altra cassatura; tiriamo innanzi: ed ora mi consolo nello scrivervi, nel mandarvi...
Bestia! nel mandarmi? ...
i miei sentimenti.
Ah, nel mandarvi i miei sentimenti: dopo il mandarvi evvi un punto, che non vi doveva essere; e frattanto sono, poi vi ha aggiunto, con tutto il rispetto, vostro servitore obbligato.
Il conte Ottavio.
Serva sua divotissima.
Oh che bella lettera, da mettere in una commedia! Oh che bel pazzo! Oh che belle scene!
SCENA QUINTA
SERVITORE e detta; poi LELIO e FLORINDO
SERV.
Signora, il signor Lelio ed il signor Florindo vorrebbero riverirla.
BEAT.
Passino.
(Servitore parte) Vorrei poter rispondere a questa lettera.
LEL.
Servo della signora Marchesa.
FLOR.
Ben levata la signora Marchesa.
BEAT.
Serva di lor signori.
Presto, da sedere.
(Servitore porta le sedie) Avete bevuto la cioccolata?
LEL.
No signora, siamo venuti a berla da voi.
FLOR.
Sappiamo che ne avete della perfetta.
BEAT.
Subito: tre cioccolate.
Ma di quella del cassettino.
(al Servitore)
LEL.
E bada bene, non fallare.
(al Servitore)
FLOR.
È con vainiglia? (a Beatrice)
BEAT.
Sì, con vainiglia.
(al Servitore)
FLOR.
Avverti, di quella con la vainiglia.
(al Servitore)
SERV.
(Non dubiti, che gli farò spender bene il suo denaro).
(da sé, parte)
BEAT.
Ieri sera siete partiti presto.
LEL.
Avevamo un certo impegnetto.
FLOR.
Già Lelio non può tacere.
BEAT.
Ditemi, ditemi, dove siete stati?
LEL.
Da una che conoscete ancor voi.
BEAT.
E chi è?
FLOR.
Una vostra amica.
BEAT.
Ma ditemi chi ella è.
FLOR.
La contessina Rosaura.
BEAT.
Contessina delle zucche! E dite che è mia amica?
FLOR.
Mi pare di sì.
BEAT.
Vada al diavolo.
Non mi degno di quelle amicizie.
LEL.
Basta; siamo stati un poco da lei.
BEAT.
A che fare a quell'ora?
LEL.
A bere una bottiglia di Canarie.
BEAT.
Avete fatto bene, perché in casa mia avete bevuto male.
LEL.
Oh scusatemi! Non per questo.
FLOR.
Via, l'avete fatta.
(a Lelio)
LEL.
Vi dirò, eravamo invitati.
BEAT.
Da chi?
LEL.
Da lei, non è vero? (a Florindo)
FLOR.
Sì, da lei.
BEAT.
Maledetta! Fa la bacchettona, e poi fa gl'inviti quando non vi è suo marito.
Se il Conte lo sa...
FLOR.
Di grazia, non glielo dite.
LEL.
No, per amor del cielo.
BEAT.
No, no, non parlo.
(Ma lo saprà).
(de sé; Servitore con tre cioccolate, le dispensa, e parte)
BEAT.
E che discorsi avete fatti da quella scimunita?
LEL.
Oh! belli.
(bevendo)
FLOR.
Bellissimi! (bevendo)
BEAT.
Ha parlato di me?
LEL.
Non mi ricordo.
Ah, Florindo, vi ricordate voi?
FLOR.
Ho poca memoria.
(ridendo)
BEAT.
Già quell'impertinente l'ha sempre meco.
LEL.
Che dite, Florindo, di questa cioccolata?
FLOR.
Preziosa.
BEAT.
Vorrei saper che cosa ha detto.
LEL.
Cose che non hanno verun fondamento.
FLOR.
Parla da pazza.
LEL.
Avete sentito quando io le ho detto: Signora, parlate bene? (a Florindo)
FLOR.
Io sono stato in procinto di dirle delle belle cose.
BEAT.
Parlava dunque di me con poco rispetto?
FLOR.
Io non dico che parlasse di voi.
LEL.
Noi non mettiamo del male.
BEAT.
Orsù, voi altri non volete per prudenza, ma io capisco bastantemente, che quella temeraria ha sparlato di me.
(Servitore esce di nuovo)
SERV.
Signora, è qui la signora contessa Rosaura, che vorrebbe riverirla.
(prende le chicchere)
BEAT.
Non la voglio riverire.
(s'alza)
LEL.
(Quest'incontro vuol essere un imbroglio per noi).
(a Florindo)
FLOR.
(Al ripiego).
Fate dire che non siete in casa.
(a Beatrice)
BEAT.
No.
Dille che passi.
(Servitore via) Vo' vedere che cosa pretende da me, e con qual ardire mi comparisce dinanzi.
LEL.
Amico, leviamo l'incomodo alla signora Marchesa.
FLOR.
Sì, lasciamola in libertà.
BEAT.
Anzi vi prego di restare.
LEL.
Signora, permettetemi.
FLOR.
Torneremo.
BEAT.
Se partite, mi disgustate.
Due cavalieri, come voi siete, non mi daran questo dispiacere.
Desidero che siate testimoni di questa visita, e del mio ricevimento.
LEL.
(Siamo in un bell'impegno).
(da sé) Signora, per obbedirvi resterò.
Ma vi prego d'una grazia, non fate scene colla signora Rosaura.
Se le dite qualche cosa in nostra presenza, crederà che noi vi abbiamo riportato, e ci porrete in qualche brutto impegno.
FLOR.
Eh, la Marchesina è una dama prudente.
LEL.
E poi in casa vostra che cosa le volete dire?
FLOR.
Bisogna riflettere che anche il Conte se ne dorrebbe.
Finalmente è sua moglie.
BEAT.
Basta; sentirò come parla, e mi regolerò sul fatto.
SCENA SESTA
La contessa ROSAURA e detti.
ROS.
Serva della signora Marchesa.
BEAT.
Riverisco la signora Contessa.
(con i denti stretti)
LEL.
Signora Contessa.
(s'inchina a Rosaura)
FLOR.
Signora Contessa.
(s'inchina a Rosaura)
ROS.
Serva loro.
BEAT.
Ehi, da sedere.
Accomodatevi.
(siedono, e il Servitore parte) Volete la cioccolata? (a Rosaura)
ROS.
Obbligatissima.
L'ho bevuta.
BEAT.
Che prodigio è questo, che voi venghiate a favorirmi?
ROS.
Signora Marchesa, sono venuta ad incomodarvi, perché ho bisogno di voi.
BEAT.
Che cosa posso fare per compiacervi? (con simulazione) (Mi aspetto qualche bella scena).
(da sé)
ROS.
Sentite: con licenza di lor signori.
(alli due, poi s'accosta all'orecchio di Beatrice) (Desidero parlarvi da sola a sola).
BEAT.
Ma perché? Non potete parlare alla presenza di questi due cavalieri? (a Rosaura)
ROS.
(L'affare è delicato, bramo esser sola, altrimenti non parlo).
(a Beatrice)
LEL.
Amico.
(fa cenno a Florindo di partire, e Florindo accenna di sì)
BEAT.
(Basta, aspetteremo che se ne vadano).
(a Rosaura) (Son curiosa di sentire che cosa sa dirmi).
(da sé)
LEL.
Signora Contessa, ha riposato bene?
ROS.
Benissimo.
LEL.
Che buon Canarie!
ROS.
È vostra bontà.
FLOR.
Il vino di Canarie della contessa Rosaura e la cioccolata della marchesa Beatrice sono due cose preziose.
BEAT.
Ma pare che la bottiglia riesca migliore, quando si vuota mormorando.
ROS.
Così si dice della cioccolata.
LEL.
Signora Marchesa, vi supplico, permettetemi ch'io me ne vada.
Ho un affare di premura.
(s'alza)
FLOR.
Anch'io devo andar coll'amico.
BEAT.
Non so che dire, fate ciò che vi aggrada.
(Ho curiosità di sentir Rosaura).
(da sé)
LEL.
Servo di lor signore.
FLOR.
Mi umilio a lor signore.
ROS.
Serva.
BEAT.
Serva.
LEL.
(Andiamo, andiamo, e lasciamole taroccar fra di loro).
(a Florindo)
FLOR.
(Così non entreremo in alcun impegno).
(partono)
SCENA SETTIMA
La marchesa BEATRICE e la contessa ROSAURA, poi il SERVITORE
BEAT.
(Se mi perderà il rispetto, se ne pentirà).
(da sé)
ROS.
(M'aiuti il cielo, mi dia valor la prudenza).
(da sé)
BEAT.
Ebbene, che volete voi dirmi?
ROS.
Cara signora Marchesa, io sono la più afflitta donna di questo mondo.
Vengo da voi per consiglio, per aiuto, per protezione.
BEAT.
In quel ch'io posso, vi servirò.
ROS.
Voi che siete una dama saggia e virtuosa, compatirete il mio stato.
A mio padre istesso fatta non ho la confidenza che son per farvi, e nell'aprirvi il mio cuore, comprenderete la stima ch'io di voi faccio, e della vostra virtù.
BEAT.
(Costei mi adula).
(da sé)
ROS.
Sarete ben persuasa, che non si dia in questo mondo un bene maggiore, oltre la domestica pace; cosicché, se dar si potesse vera felicità sulla terra, credo certamente che la pace, la tranquillità, la contentezza dell'animo sarebbe il sommo bene che si sospira.
Io questa felicità l'ho perduta.
Io sono in una perpetua guerra con mio marito.
Guerra per altro, che da lui si promuove al mio povero cuore, il quale altro non cerca che compiacerlo.
Il conte Ottavio, che mi amò un tempo colla maggior tenerezza, che faticò per avermi, che mi fu per un anno il più tenero, il più amabile sposo, ora non mi guarda, non parla, fugge l'occasion di vedermi, divide il letto, e mi tratta come s'io fossi la sua più fiera nemica.
(piange)
BEAT.
Compatisco il vostro stato.
Ma per qual motivo venite da me a fare una simile lamentazione?
ROS.
Oh Dio! Compatitemi.
Vengo da voi, ed eccone la ragione.
So che mio marito frequenta la vostra conversazione.
So che voi avete la bontà di soffrirlo, e convien dire che siate buona davvero, se tollerar sapete il suo difficile temperamento.
Siccome fa egli stima di voi, so che vi ascolterà con rispetto.
Vi supplico pertanto, quanto so e quanto posso, vi supplico colle lagrime agli occhi, spremute dal più casto, dal più sincero amor coniugale, parlategli voi per me.
Ditegli che un cavaliere onorato non dee maltrattare la moglie onesta; che il sacro vincolo del matrimonio dee escludere ogni altro affetto; che la carità, l'umanità, la coscienza, le leggi del cielo, quelle della natura insegnano amar chi ama, comandano amar chi si deve, minacciano i traditori, gl'ingrati.
Ditegli...
...
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