LA MOSCA, di Luigi Pirandello - pagina 10
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Ma un giorno Marastella, vedendo uscire il padre beneficiale dalla chiesa, s'inginocchiò in mezzo alla piazzetta e, presagli una mano, cominciò a baciargliela perdutamente e poi a passarsela sui capelli, su tutta la faccia, fin sotto la gola, gemendo:
- Ah padre mio, mi levi questo fuoco, per carità! per carità, mi levi questo fuoco!
Il povero padre Fioríca, smarrito, sbalordito, chino sulla poverina, senza nemmeno tentare di ritirar la mano, le chiedeva:
- Che fuoco, Marastella, che fuoco, figliuola mia?
E forse non avrebbe ancora capito, se da tutte le casette attorno non fossero accorse le vicine a strappar da terra la scema con parole e atti cosí chiari, che il padre Fioríca, sbiancato, trasecolato, tremante, se n'era fuggito, facendosi la croce a due mani.
Questa volta sí, il diavolo s'era troppo scoperto.
Riconobbero tutti l'opera sua in quella pazzia di Marastella.
E allora egli ne pensò un'altra, che doveva costare al padre beneficiale Fioríca il piú gran dolore della sua vita.
La perdita di Guiduccio.
State a sentire.
Guiduccio era un ragazzo di nove anni, unico figliuolo maschio della piú cospicua famiglia della parrocchia: la famiglia Greli.
Il padre beneficiale Fioríca aveva in cuore da anni la spina di questa famiglia che si teneva lontana dalla santa chiesa, non già perché fosse veramente nemica della fede, ma perché lei, la chiesa, a giudizio del signor Greli (ch'era stato garibaldino, carabiniere genovese nella campagna del 1860 e ferito a un braccio nella battaglia di Milazzo) lei, la chiesa, s'ostinava a rimanere nemica della patria; ragion per cui un patriota come il signor Greli credeva di non potervi metter piede.
Ora, di politica il padre beneficiale Fioríca non s'era impicciato mai e non riusciva perciò a capacitarsi come l'amor di patria potesse esser cagione che la mamma e le sorelle maggiori di Guiduccio e Guiduccio stesso non venissero in chiesa almeno la domenica e le feste principali per la santa messa.
Non diceva confessarsi; non diceva comunicarsi.
La santa messa almeno, la domenica, Dio benedetto! E, tentato al solito dal diavolaccio che gli andava sempre avanti e dietro come l'ombra del suo stesso corpo, cercava d'entrar nelle grazie del signor Greli.
- Eccolo là che passa! Non fingere di non vederlo.
Salutalo, salutalo tu per primo: un bell'inchino, con dignitosa umiltà!
Il padre Fioríca ubbidiva subito al suggerimento del diavolo; s'inchinava sorridente; ma il signor Greli, accigliato, rispondeva appena appena, con brusca durezza, a quell'inchino e a quel sorriso.
E il diavolo, si sa, ne gongolava.
Ora, un pomeriggio d'estate, vigilia d'una festa solenne, il diavolo, sapendo che il signor Greli s'era ritirato a casa molto stanco del lavoro della mattinata e s'era messo a letto per ristorar le forze con qualche oretta di sonno, che fece? salí non visto con alcuni monellacci al campanile della chiesina di San Pietro e lí dàlli a sonare, dàlli a sonare tutte le campane, con una furia cosí dispettosa, che il signor Greli, il quale era d'indole focosa e facilmente si lasciava prendere dall'ira, a un certo punto, non potendone piú, saltò giú dal letto e, cosí come si trovava, in maniche di camicia e mutande, corse sú in terrazza armato di fucile e - sissignori - commise il sacrilegio di sparare contro le sante campane della chiesa.
Colpí, delle tre, quella di destra, la piú squillante: occhio di antico carabiniere genovese! Ma povera campanella! Sembrò una cagnolina che, colta a tradimento da un sasso, mentre faceva rumorosamente le feste al padrone, cangiasse d'un tratto l'abbaío festoso in acuti guaíti.
Tutti i parrocchiani, raccolti per la festa davanti alla chiesa, si levarono in tumulto, furibondi, contro il sacrilego.
E fu vera grazia di Dio, se al padre beneficiale Fioríca, accorso tutto sconvolto e coi paramenti sacri ancora in dosso, riuscí d'impedire con la sua autorità che la violenza dei suoi fedeli indignati prorompesse e s'abbattesse sulla casa del Greli.
Li arrestò a tempo, li placò, rendendosi mallevadore che il signor Greli avrebbe donato una campana nuova alla chiesa e che un'altra e piú solenne festa si sarebbe fatta per il battesimo di essa.
Allora, per la prima volta, Guiduccio Greli entrò nella chiesina di San Pietro.
Veramente il padre beneficiale Fioríca avrebbe desiderato che madrina della campana fosse la signora Greli, o almeno una delle figliuole, la maggiore che aveva circa diciott'anni.
Rimase però grato, poi, in cuor suo, al signor Greli di non aver voluto condiscendere a quel suo desiderio, vedendo il miracolo che il battesimo della campana operò nell'anima di quel fanciullo.
Fu forse per l'esaltazione della festa, o forse per la simpatia che gli testimoniarono tutti i fedeli della parrocchia; o piuttosto la voce ch'egli per primo trasse da quella campana benedetta, salito sú in cima al campanile, nel luminoso azzurro del cielo.
Il fatto è che da quel giorno in poi la voce di quella campana lo chiamò ogni mattina alla chiesa, per la prima messa.
Di nascosto, udendo quella voce, balzava dal letto e correva in cerca della vecchia serva di casa perché lo conducesse con sé.
- E se papà non volesse? - gli diceva la serva.
Ma Guiduccio insisteva, scosso da un brivido a ogni rintocco della campana che seguitava a chiamar sommessa nella notte.
E per l'angusta viuzza, ancora invasa dalle tenebre notturne, abbrividendo, si stringeva alla vecchia serva e, arrivato alla piazzetta della chiesa, alzava gli occhi al campanile, e allo sgomento misterioso che gliene veniva, non meno misterioso rispondeva il conforto che, appena entrato nella chiesa, gli veniva dai ceri placidi accesi sull'altare, nella frescura dell'ombra solenne insaporata d'incenso.
La prima volta che il padre beneficiale Fioríca, voltandosi dall'altare verso i fedeli, se lo vide davanti inginocchiato dinanzi alla balaustrata, con gli occhioni, tra i riccioli castani, ancora imbambolati, spalancati e lucenti quasi di follia divina, si sentí fendere le reni da un lungo brivido di tenerezza e dovette far violenza a se stesso per resistere alla tentazione di scendere dall'altare a carezzare quel volto d'angelo e quelle manine congiunte.
Finita la messa, fece segno alla vecchia di condurre il bimbo in sagrestia; e lí se lo prese in braccio, lo baciò in fronte e sui capelli, gli mostrò a uno a uno tutti gli arredi e i paramenti sacri, le pianete coi ricami e le brusche d'oro e i càmici e le stole, le mitrie, i manipoli, tutti odorosi d'incenso e di cera; lo persuase poi dolcemente a confessare alla mamma di esser venuto in chiesa, quella mattina, per il richiamo della sua campana santa, e a pregarla che gli concedesse di ritornarci.
Infine lo invitò - sempre col permesso della mamma - alla canonica, a vedere i fiori del giardinetto, le vignette colorate dei libri e i santini, e a sentire qualche suo raccontino.
Guiduccio andò ogni giorno alla canonica, avido dei racconti della storia sacra.
E il padre beneficiale Fioríca, vedendosi davanti spalancati e intenti quegli occhioni fervidi nel visetto pallido e ardito, tremava di commozione per la grazia che Dio gli concedeva di bearsi di quel meraviglioso fiorire della fede in quella candida anima infantile; e quando, sul piú bello di quei racconti, Guiduccio, non riuscendo piú a contenere l'interna esaltazione, gli buttava le braccia al collo e gli si stringeva al petto, fremente, ne provava tale gaudio e insieme tale sgomento, che si sentiva quasi schiantar l'anima, e piangendo e premendo le mani sulle terga del bimbo, esclamava:
- Oh figlio mio! E che vorrà Dio da te?
Ma sí! Il diavolo stava intanto in agguato dietro il seggiolone su cui il padre beneficiale Fioríca sedeva con Guiduccio sulle ginocchia; e il padre beneficiale Fioríca, al solito, non se n'accorgeva.
Avrebbe potuto notare, santo Dio, una cert'ombra che di tratto in tratto passava sul volto del fanciullo e gli faceva corrugare un po' le ciglia.
Quell'ombra, quel corrugamento di ciglia erano provocati dalla bonaria indulgenza con cui egli velava e assolveva certi fatti della storia sacra; bonaria indulgenza che turbava profondamente l'anima risentita del fanciullo già forse messa in diffidenza a casa e fors'anche derisa dal padre e dalle sorelle.
Ed ecco allora in che modo il diavolo trasse partito da questi e tant'altri piccoli segni che sfuggivano all'accorgimento del padre Fioríca.
Nel mese di maggio, dedicato alla Vergine, nella chiesetta di San Pietro, dopo la predica e la recita del rosario, dopo impartita la benedizione e cantate a coro al suono dell'organo le canzoncine in lode di Maria, si faceva il sorteggio tra i divoti d'una Madonnina di cera custodita in una campana di cristallo.
Donne e fanciulli, cantando le canzoncine in ginocchio, tenevano fissi gli occhi a quella Madonnina sull'altare, tra i ceri accesi e le rose offerte in gran profusione; e ciascuno desiderava ardentemente che quella Madonnina gli toccasse in sorte.
Tuttavia, non poche donne, ammirando il fervore con cui Guiduccio pregava davanti a tutti, avrebbero voluto che la Madonnina anziché a qualcuna di loro, sortisse a lui.
E piú di tutti, naturalmente, lo desiderava il padre beneficiale Fioríca.
Le polizzine della riffa costavano un soldo l'una.
Il sagrestano aveva l'incarico della vendita durante la settimana, e su ogni polizzina segnava il nome dell'acquirente.
Tutte le polizzine poi, la domenica, erano raccolte arrotolate in un'urna di cristallo; il padre beneficiale Fioríca vi affondava una mano, rimestava un po' tra il silenzio ansioso di tutti i fedeli inginocchiati, ne estraeva una, la mostrava, la svolgeva e, attraverso le lenti insellate sulla punta del naso, ne leggeva il nome.
La Madonnina era condotta in processione tra canti e suoni di tamburi alla casa del sorteggiato.
S'immaginava il padre Fioríca l'esultanza di Guiduccio, se dall'urna fosse sortito il suo nome, e vedendolo lí davanti all'altare inginocchiato, rimestando nell'urna avrebbe voluto che per un miracolo le sue dita indovinassero la polizzina che ne conteneva il nome.
E quasi quasi era scontento della generosità del fanciullo, il quale, potendo prendere dieci polizze con la mezza lira che ogni domenica gli dava la mamma, si contentava d'una sola per non avere alcun vantaggio sugli altri ragazzi a cui anzi lui stesso con gli altri nove soldi comperava le polizzine.
E chi sa che quella Madonnina, entrando con tanta festa in casa Greli, non avesse poi il potere di conciliare con la chiesa tutta la famiglia!
Cosí il diavolo tentava il padre beneficiale Fioríca.
Ma fece anche di piú.
Quando fu l'ultima domenica, venuto il momento solenne del sorteggio, appena lo vide salire all'altare ove accanto all'urna di cristallo stava la Madonnina di cera, zitto zitto gli si mise dietro le spalle e, sissignori, gli suggerí di leggere nella polizzina estratta il nome di Guiduccio Greli.
Allo scoppio d'esultanza di tutti i divoti, Guiduccio però, diventato in prima di bragia, si fece subito dopo pallido pallido, aggrottò le ciglia sugli occhioni intorbidati, cominciò a tremar tutto convulso, nascose il volto tra le braccia e, guizzando per divincolarsi dalla ressa delle donne che volevano baciarlo per congratularsi, scappò via dalla chiesa, via, via, e rifugiandosi in casa, si buttò tra le braccia della madre e proruppe in un pianto frenetico.
Poco dopo, udendo per la viuzza il rullo del tamburo e il coro dei divoti che gli portavano in casa la Madonnina, cominciò a pestare i piedi, a contorcersi tra le braccia della madre e delle sorelle e a gridare:
- Non è vero! Non è vero! Non la voglio! Mandatela via! Non è vero! Non la voglio!
Era accaduto questo: che dei dieci soldi che la mamma gli dava ogni domenica, nove Guiduccio li aveva già dati al solito ai ragazzi poveri della parrocchia perché fossero iscritti anche loro al sorteggio; nel recarsi alla sagrestia con l'ultimo soldino rimastogli per sé, era stato avvicinato da un ragazzetto tutto arruffato e scalzo, il quale, da tre settimane ammalato, non aveva potuto prender parte alla festa e al sorteggio delle Madonnine precedenti, e vedendo ora Guiduccio con quell'ultimo soldino in mano, gli aveva chiesto se non era per lui.
E Guiduccio gliel'aveva dato.
Troppe volte il signor Greli in casa, scherzando, aveva ammonito il figlio:
- Bada, Duccio! Ti vedo con la chierica! Duccio, bada: quel tuo prete ti vuole accalappiare!
E difatti, perché a lui quella Madonnina, se nessuna polizza recava il suo nome, quell'ultima domenica?
La signora Greli, per far cessare l'orgasmo del figlio, ordinò che subito la Madonnina fosse rimandata indietro, alla chiesa; e d'allora in poi il padre beneficiale Fioríca non vide piú Guiduccio Greli.
LA BERRETTA DI PADOVA
Berrette di Padova: belle berrette a lingua, di panno, a uso di quelle che si portano ancora in Sardegna, e che si portavano allora (cioè a dire nei primi cinquant'anni del secolo scorso) anche in Sicilia, non dalla gente di campagna che usava di quelle a calza di filo e con la nappina in punta, ma dai cittadini, anche mezzi signori; se è vera la storia che mi fu raccontata da un vecchio parente, il quale aveva conosciuto il berrettajo che le vendeva, zimbello di tutta Girgenti allora, perché dei tanti anni passati in quel commercio pare non avesse saputo ricavare altro guadagno che il nomignolo di Cirlinciò, che in Sicilia, per chi volesse saperlo, è il nome di un uccello sciocco.
Si chiamava veramente don Marcuccio La Vela, e aveva bottega sulla strada maestra, prima della discesa di San Francesco.
Don Marcuccio La Vela sapeva di quel suo nomignolo e se ne stizziva molto; ma per quanto poi si sforzasse di fare il cattivo e di mostrarsi corrivo a riavere il suo, non solo non gli veniva mai fatto, ma ogni volta alla fine era una giunta al danno perché, impietosendosi alle finte lagrime dei debitori maltrattati, per compensarli dei maltrattamenti, oltre la berretta ci perdeva qualche pezzo di dodici tarí porto sottomano.
S'era ormai radicata in tutti l'idea che non avesse in fondo ragione di lagnarsi di niente né d'adirarsi con nessuno; giacché, se da un canto era vero che gli uomini lo avevano sempre gabbato, era innegabile dall'altro che Dio, in compenso, lo aveva sempre ajutato.
Aveva difatti una cattiva moglie, indolente, malaticcia, sciupona, e se n'era presto liberato; un esercito di figliuoli, ed era riuscito in breve ad accasarli bene tutti quanti.
Ora provvedeva sí gratuitamente di berrette tutto il cresciuto parentado, ma poteva esser certo che esso, all'occorrenza, non lo avrebbe lasciato morir di fame.
Che voleva dunque di piú?
Le berrette intanto volavano da quella bottega come se avessero le ali.
Gliene portavano via figli, generi, nipoti, amici e conoscenti.
Per alcuni giorni egli s'ostinava a correre ora dietro a questo, ora dietro a quello, per riavere almeno, tra tante, il costo di una sola.
Niente! E giurava e spergiurava di non voler piú dare a credenza:
- Neanche a Gesú Cristo, se n'avesse bisogno!
Ma ci ricascava sempre.
Ora, alla fine, aveva deciso di chiuder bottega, non appena esaurita la poca mercanzia che gli restava, della quale non avrebbe dato via neppure un filo, se non gli fosse pagato avanti.
Ma ecco venire un giorno alla sua bottega un tal Lizio Gallo, ch'era suo compare.
Per le sue berrette Cirlinciò non temeva del compare.
Ben altro il Gallo, in grazia del comparàtico, pretendeva da lui.
Uomo sodo, denari voleva.
E già gli doveva una buona sommetta.
Ora dunque basta, eh?
- Che buon vento, compare?
Lizio Gallo aveva in vezzo passarsi e ripassarsi continuamente una mano su i radi e lunghi baffi spioventi e sotto quella mano, serio serio, con gli occhi bassi, sballarne di quelle, ma di quelle! Caro a tutti per il suo buon umore, non pure da Cirlinciò ch'era molto facile, ma dai piú scaltri mercanti del paese riusciva sempre a ottenere quanto gli bisognasse ed era indebitato fino agli occhi, e sempre abbruciato di denari.
Ma quel giorno si presentò con un'altr'aria.
- Male, compare! - sbuffò, lasciandosi cadere su una seggiola.
- Mi sento stanco, ecco, stanco e nauseato.
E col volto atteggiato di tedio e di disgusto, disse seguitando, che non gli reggeva piú l'animo a vivere cosí d'espedienti e ch'era troppo il supplizio che gli davano i raffacci aperti o le mute guardatacce dei suoi creditori.
Cirlinciò abbassò subito gli occhi e mise un sospiro.
- E pure voi sospirate, compare; vi vedo! - soggiunse il Gallo, tentennando il capo.
- Ma avete ragione! Non posso piú accostarmi a un amico, lo so.
Mi sfuggono tutti! E intanto, piú che per me, credetemi, soffro per gli altri, a cui debbo cagionare la pena della mia vista.
Ah, vi giuro che se non fosse per Giacomina mia moglie, a quest'ora...
- Che dite! - gli diede sulla voce Cirlinciò.
- E sapete che altro mi tiene? - riprese Lizio Gallo.
- Quel poderetto che mi recò in dote mia moglie, pur cosí gravato com'è d'ipoteche.
Ho speranza, compare, che debba essere la mia salvezza, per via di non so che scavi che ci vuol fare il Governo.
Dicono che là sotto ci sono le antichità di Camíco.
Uhm! Rottami...
Che saranno? Ma, se è vero questo, sono a cavallo.
E non dubitate, compare: prima di tutti, penserei a voi.
Già il Governatore m'ha fatto sapere che vuol parlare con me.
Dovrei andarci domattina.
Ma come ci vado?
- Perché? - domandò, stordito, Cirlinciò.
- Con questi stracci? Non mi vedete? Per l'abito, forse, potrei rimediare.
Mio cognato, che ha sú per giú la mia stessa statura, se n'è fatto uno nuovo da pochi giorni e me lo presterebbe.
Ma la berretta? Ha un testone cosí!
- Ah! Anche voi! - esclamò allora Cirlinciò spalancando tanto d'occhi.
- Come, anch'io? - disse con la faccia piú fresca del mondo il Gallo.
- Che son forse solito di andare per via a capo scoperto? Ora questa berretta, vedete? non ne vuol piú sapere.
- E venite da me? - riprese Cirlinciò, col volto avvampato di stizza.
- Scusatemi, compare: gnornò! non ve la do! non ve la posso dare!
- Ma io non dico dare.
Ve la pagherò.
- Avete i denari?
- Li avrò.
- Niente, allora! Quando li avrete.
- È la prima volta - gli fece notare, dolente e con calma, il Gallo - è la prima volta che vengo da voi per una padovana.
- Ma io ho giurato, lo sapete! Ho giurato! ho giurato!
- Lo so.
Ma vedete perché mi serve?
- Non sento ragione! Piuttosto, guardate, piuttosto vi do tre tarí e vi dico di andarvela a comprare in un'altra bottega.
Lizio Gallo sorrise mestamente, e disse:
- Caro compare, se voi mi date tre tarí, lo sapete, io me li mangio, e berretta non me ne compro.
Dunque, datemi la berretta.
- Dunque, né questa né quelli! - concluse Cirlinciò, duro.
Lizio Gallo si levò pian piano da sedere, sospirando:
- E va bene! Avete ragione.
Cerco la via per uscire da questi guaj e vedo che l'unica, per me, sarebbe di morire, lo so.
- Morire...
- masticò Cirlinciò.
- C'è bisogno di morire? Tanto, la berretta dovete levarvela in presenza del Governatore.
- Eh già! - esclamò il Gallo.
- Bella figura ci farei per istrada con l'abito nuovo e la berretta vecchia! Ma dite piuttosto che non volete darmela.
E si mosse per uscire.
Cirlinciò allora, al solito, pentito, lo acchiappò per un braccio e gli disse all'orecchio:
- Vi do tre giorni di tempo per il pagamento.
Ma non lo dite a nessuno! Fra tre giorni...
badate! sono capace di levarvela dal capo, per istrada, appena vi vedo passare.
Sono porco io, se mi ci metto!
Aprí lo scaffale e ne trasse una bellissima berretta di Padova.
Lizio Gallo se la provò.
Gli andava bene.
- Quanto mi pesa! - disse, scotendo il capo.
- Mi sentivo male, venendo qua; voi mi avete dato il colpo di grazia, compare!
E se ne andò.
Tutto poteva aspettarsi il povero Cirlinciò, tranne che Lizio Gallo, dopo due giorni, dovesse davvero morire!
Si mise a piangere come un vitello, dal rimorso, ripensando - ah! - alle ultime parole del compare - ah! - gli pareva di vederselo ancora lí, nella bottega, nell'atto di tentennare amaramente il capo - ah! - ah! - ah!
E corse alla casa del morto, per condolersi con la vedova donna Giacomina.
Per via, tanta gente pareva si divertisse a fermarlo:
- È morto Lizio Gallo, sapete?
- E non vedete che piango?
Tutti in paese ne facevano le lodi e ne commiseravano la fine immatura, pur sorridendo mestamente al ricordo delle sue tante baggianate.
I molti creditori chiudevano gli occhi, sospirando, e alzavano la mano per rimettergli il debito.
Cirlinciò trovò donna Giacomina inconsolabile.
Quattro torcetti ardevano agli angoli del letto, su cui il compare giaceva, coperto da un lenzuolo.
Piangendo, la vedova narrò al compare com'era avvenuta la disgrazia.
- A tradimento, - diceva.
- Ma già, volendola dire, da parecchio tempo, Lizio mio non pareva piú lui!
Cirlinciò piangendo annuiva e in prova narrò alla vedova l'ultima visita del compare alla bottega.
- Lo so! lo so! - gli disse donna Giacomina.
- Ah, quanto se ne afflisse, povero Lizio mio! Le vostre parole, compare, gli rimasero confitte nel cuore come tante spade!
Cirlinciò pareva una fontana.
- E piú mi piange il cuore, - seguitò la vedova, - che ora me lo vedrò portar via sul cataletto dei poveri, sotto uno straccio nero...
Cirlinciò allora, con impeto di commozione, si profferse per le spese d'una pompa funebre.
Ma donna Giacomina lo ringraziò; gli disse esser quella l'espressa volontà del marito, e che lei voleva rispettarla, e che anzi il marito non avrebbe neppur voluto l'accompagnamento funebre, e che infine aveva indicato la chiesa ove, da morto, voleva passare l'ultima notte, secondo l'uso: la chiesetta cioè di Santa Lucia, come la piú umile e la piú fuorimano, per chi se ne volesse andare quasi di nascosto, senza mortorio.
Cirlinciò insistette; ma alla fine si dovette arrendere alla volontà della vedova.
- Ma quanto all'accompagnamento - disse, licenziandosi, - siate pur certa che tutto il paese oggi sarà dietro al povero compare!
E non s'ingannò.
Ora, andando il mortorio per la strada che conduce alla chiesetta di Santa Lucia, avvenne a Cirlinciò, il quale si trovava proprio in testa dietro al cataletto che quattro portantini, due di qua, due di là, sorreggevano per le stanghe, di fissare gli occhi lagrimosi su quella sua fiammante berretta di Padova, che il morto teneva in capo e che spenzolava e dondolava fuori della testata del cataletto.
La berretta che il compare non gli aveva pagata.
Tentazione!
Cercò piú volte il povero Cirlinciò di distrarne lo sguardo; ma poco dopo gli occhi tornavano a guardarla, attirati da quel dondolío che seguiva il passo cadenzato dei portantini.
Avrebbe voluto consigliare a uno di questi di ripiegare sul capo al morto la berretta e porvi sopra la coltre per fermarla.
"Ma sí! Non ci mancherebbe altro, - rifletteva, poi, - che io, proprio io vi richiamassi l'attenzione della gente.
Già forse, vedendomi qua e guardando questa berretta, tutti ridono di me, sotto i baffi."
Morso da questo sospetto, lanciò due occhiatacce oblique ai vicini, sicuro di legger loro negli occhi il temuto dileggio; poi si rivolse con rabbioso rammarico alla berretta dondolante.
- Com'era bella! com'era fina! E ora, - peccato! - o sarebbe andata a finire sul capo a un becchino, o sottoterra, inutilmente, col compare.
Questi due casi, e maggiormente il primo ch'era il piú probabile, cominciarono a esagitarlo cosí, che, senza quasi volerlo, si diede a pensare se ci fosse modo di riavere quella berretta.
Lanciò di nuovo qualche occhiata intorno e s'accorse che molti, procedendo, seguivano quel dondolar cadenzato, che a lui cagionava tante smanie, anzi un vero supplizio.
Gli parve perfino che, prendendo quasi a materia il rumore dei passi dei portantini, quel dondolío ripetesse forte, a tutti, senza posa:
È stato - gabbato,
È stato - gabbato...
No, perdio, no! Anche a costo di passare l'intera nottata nascosto nella chiesetta di Santa Lucia, egli doveva, doveva riavere quella berretta ch'era sua! Tanto, che se ne faceva piú il compare, morto? Era nuova fiammante! ed egli avrebbe potuto rimetterla, senz'altro, dentro lo scaffale.
Poiché, perdio, non si trattava soltanto di mantenere un proposito deliberato, ma anche di non venir meno a un giuramento fatto, ecco, a un giuramento! a un giuramento!
Cosí, quando il mortorio giunse (ch'era già sera chiusa) alla chiesetta fuorimano dove lo scaccino aveva preparato i due cavalletti su cui il misero feretro doveva esser deposto, mentre la gente assisteva alla benedizione del cadavere, andò a nascondersi quatto quatto dietro un confessionale.
Come la chiesa fu sgombra, lo scaccino con la lanterna in mano si recò a chiudere il portone, poi entrò in sagrestia a prender l'olio per rifornire un lampadino votivo davanti a un altare.
Nel silenzio della chiesa, quei passi strascicati rintronarono cupamente.
Della solenne vacuità dell'interno sacro, nel bujo, Cirlinciò ebbe in prima tale sgomento, che fu lí lí per farsi avanti e pregare il sagrestano, che lo facesse andar via.
Ma riuscí a trattenersi.
Rifornito d'olio il lampadino, quegli si accostò pian piano al feretro; si chinò; poi, senza volerlo, volse in giro uno sguardo e, prima di ritirarsi nella sua cameruccia sopra la sagrestia a dormire, tolse pulitamente con due dita la berretta al morto, e se la filò zitto zitto.
Cirlinciò non se n'accorse.
Quando sentí chiudere e sprangare la porta della sagrestia, gli parve che la chiesa sprofondasse nel vuoto.
Poi, nella tenebra, si avvisò a mala pena quel lumicino davanti all'altare lontano; a poco a poco quel barlume si allargò, si diffuse, tenuissimo, intorno.
Gli occhi di Cirlinciò cominciarono a intravedere a stento, in confuso, qualche cosa.
E allora, cauto, trattenendo il fiato, si provò a uscire dal nascondiglio.
Ma, contemporaneamente, altri due che si erano nascosti nella chiesetta con lo stesso intento, s'avanzarono cheti e chinati come lui, e con le mani protese, verso il feretro, ciascuno senza accorgersi dell'altro.
A un tratto però tre gridi di terrore echeggiarono nella chiesetta buja.
Lizio Gallo, credendosi solo ormai, s'era levato a sedere sul cataletto, imprecando al sagrestano e tastandosi la testa nuda.
A quei tre gridi, urlò, anche lui, spaventato:
- Chi è là?
E, istintivamente, si ridistese sul cataletto, tirandosi di nuovo addosso la coltre.
- Compare...
- gemette una voce soffocata dall'angoscia.
- Chi è?
- Cirlinciò?
- Quanti siamo?
- Porco paese! - sbuffò allora Lizio Gallo buttando all'aria la coltre e levandosi in piedi.
- Per una berrettaccia di Padova! Quanti siete? Tre? Quattro? E voi, compare?
- Ma come! - balbettò Cirlinciò, appressandosi tutto tremante.
- Non siete morto?
- Morto? Vorrei esserlo, per non vedere la vostra spilorceria! - gli gridò il Gallo, indignato, sul muso.
- Come! non vi vergognate? Venire a spogliare un morto, come quel mascalzone del sagrestano! Ebbene, non la ho piú, vedete? se l'è presa! E dire che l'avevo promessa a uno dei portantini...
Non si può piú neanche da morti esser lasciati in pace, al giorno d'oggi, in questo porco paese! Speravo di farmi rimettere i debiti...
Ma sí! Quanti siete? tre, quattro, dieci, venti? Avreste la forza di tenere il segreto? No! E dunque facciamola finita!
Li piantò lí, allocchiti, intontiti come tre ceppi d'incudine, e andò a tempestare di calci e di pugni la porta della sagrestia.
- Ohé! ohé! Mascalzone! Sagrestano!
Questi accorse, poco dopo, in mutande e camicia, con la lanterna in mano, tutto stravolto.
Lizio Gallo lo agguantò per il petto.
- Va' a ripigliarmi subito la berretta, pezzo di ladro!
- Don Lizio! - gridò quello, e fu per cadere in deliquio.
Il Gallo lo sostenne in piedi, scrollandolo furiosamente.
- La berretta, ti dico, sporcaccione! E vieni ad aprirmi la porta.
Non faccio piú il morto.
LO SCALDINO
Quei lecci neri piantati in doppia fila intorno alla vasta piazza rettangolare, se d'estate per far ombra, d'inverno perché servivano? Per rovesciare addosso ai passanti, dopo la pioggia, l'acqua rimasta tra le fronde, a ogni scosserella di vento.
E anche per imporrire di piú il povero chiosco di Papa-re, servivano.
Ma senza questo male, del resto riparabile, ch'essi cagionavano d'inverno, sarebbero stati poi un bene, un refrigerio d'estate? No.
E dunque? Dunque l'uomo, se qualche cosa gli va bene, se la prende senza ringraziar nessuno, come se ci avesse diritto; poco poco, invece, che gli vada male, s'inquieta e strilla.
Bestia irritabile e irriconoscente, l'uomo.
Gli basterebbe, santo Dio, non passare sotto i lecci della piazza, quand'è piovuto da poco.
È vero però che, d'estate, Papa-re non poteva goder dell'ombra di quei lecci là, dentro il suo chiosco.
Non poteva goderne perché non vi stava mai durante il giorno, né d'estate né d'inverno.
Che cosa facesse di giorno e dove se ne stesse, era un mistero per tutti.
Tornava ogni volta da via San Lorenzo, e veniva da lontano e con la faccia scura.
Il chiosco era sempre chiuso, e Papa-re, quasi senza goderselo, ne pagava la tassa che grava su tutti i beni immobili.
Poteva parere un'irrisione considerar come "immobile" anche questo chiosco di Papa-re, che a momenti camminava da solo, dai tanti tarli che lo abitavano, in luogo del proprietario sempre assente.
Ma il fisco non bada ai tarli.
Anche se il chiosco si fosse messo a passeggiare da sé per la piazza e per le strade, avrebbe pagato sempre la tassa, come un qualunque altro bene immobile davvero.
Dietro il chiosco, un po' piú là, sorgeva un caffè posticcio, di legname, o - piú propriamente, con licenza del proprietario - una baracca dipinta con cotal pretensione di stil floreale, dove fino a tarda notte certe cosí dette canzonettiste, con l'accompagnamento d'un pianofortino scordato, dai tasti ingialliti come i denti d'un pover'uomo che digiuni per professione, strillavano...
ma no, che strillavano, poverette, se non avevano neanche fiato per dire: "Ho fame"?
Eppure, quel caffè-concerto era ogni sera pieno zeppo d'avventori che, con la gola strozzata dal fumo e dal puzzo del tabacco, si spassavano come a un carnevale alle smorfie sguajate e compassionevoli, ai lezii da scimmie tisiche, di quelle femmine disgraziate, le quali, non potendo la voce, mandavano le braccia e piú spesso le gambe ai sette cieli ("Benee! Bravaa! Biiis!"), e parteggiavano anche per questa o per quella, mettendo negli applausi e nelle disapprovazioni tanto calore e tanto accanimento, che piú volte la questura era dovuta intervenire a sedarne la violenza rissosa.
Per questi egregi avventori Papa-re stava, d'inverno, ogni notte fin dopo il tocco, a morirsi di freddo nel chiosco, pisolando, con la sua mercanzia davanti: sigari, candele steariche, scatole di fiammiferi, cerini per le scale, e i pochi giornali della sera, che gli restavano dal giro per le strade consuete.
Sul far della sera, veniva al chiosco e aspettava che una ragazzetta, sua nipotina, gli recasse un grosso scaldino di terracotta; lo prendeva per il manico e, col braccio teso, lo mandava un pezzo avanti e dietro per ravvivarne il fuoco; poi lo ricopriva con un po' di cenere che teneva in serbo nel chiosco e lo lasciava lí, a covare, senza neanche curarsi di chiudere a chiave lo sportello.
Non avrebbe potuto resistere al freddo della notte per tante ore, senza quello scaldino, Papa-re, vecchio com'era ormai e cadente.
Ah, senza un pajo di buone gambe, senza una voce squillante, come far piú il giornalajo? Ma non gli anni soltanto lo avevano debellato cosí, né soltanto le membra aveva imbecillite dall'età: anche l'anima, per le tante disgrazie, povero Papa-re.
Prima disgrazia, si sa, la scoronazione del Santo Padre; poi la morte della moglie; poi quella dell'unica figliuola; morte atroce, in un ospedale infame, dopo il disonore e la vergogna, dond'era venuta al mondo quella ragazzetta, per cui egli, ora, seguitava a vivere e a tribolare.
Se non avesse avuto quella povera innocente da mantenere...
L'immagine del destino che opprimeva e affogava, nella vecchiaja, Papa-re, si poteva intravedere in quel suo gran cappellaccio roccioso e sbertucciato, che, troppo largo di giro, gli sprofondava fin sotto la nuca e fin sopra gli occhi.
Chi gliel'aveva regalato? dove lo aveva ripescato? Quando, sott'esso, Papa-re fermo in mezzo alla piazza socchiudeva gli occhi, pareva dicesse: "Eccomi qua.
Vedete? Se voglio vivere, devo stare per forza sotto questo cappello qua, che mi pesa e mi toglie il respiro!"
Se voglio vivere! Ma non avrebbe voluto vivere per nientissimo affatto, lui: s'era tremendamente seccato; non guadagnava quasi piú nulla.
Prima, i giornali glieli davano a dozzine; ora il distributore gliene affidava sí e no poche copie, per carità, quelle che gli restavano dopo aver fornito tutti gli altri rivenditori che s'avventavano vociando per aver prima le loro dozzine e far piú presto la corsa.
Papa-re, per non farsi schiacciare tra la ressa, se ne stava indietro ad aspettare che anche le donne fossero provviste prima di lui; qualche malcreato, spesso, gli lasciava andare un lattone, e lui se lo pigliava in santa pace e si tirava da canto per non essere investito a mano a mano da quelli che, ottenute le copie, si scagliavano a testa bassa, con cieca furia, in tutte le direzioni.
Egli li vedeva scappar via come razzi, e sospirava, tentennando sulle povere gambe piegate.
- A te, Papa-re: sciala, due dozzine, stasera! C'è la rivoluzione in Russia.
Papa-re alzava le spalle, socchiudeva gli occhi, pigliava il suo pacco, e via dopo tutti gli altri, adoperandosi anche lui a correre con quelle gambe e forzando la voce chioccia a strillare:
- La Tribúuuna!
Poi, con altro tono:
- La rivoluzione in Russiaaa!
E infine, quasi tra sé:
- Importante stasera la Tribuna.
Manco male che due portinaj in via Volturno, uno in via Gaeta, un altro in via Palestro gli eran rimasti fedeli e lo aspettavano.
Le altre copie doveva venderle cosí, alla ventura, girando per tutto il quartiere del Macao.
Verso le dieci, stanco, affannato, andava a rintanarsi nel chiosco, ove aspettava, dormendo, che gli avventori uscissero dal caffè.
Ne aveva fino alla gola, di quel mestieraccio! Ma, quando si è vecchi, che rimedio c'è? Vuòtati pure il capo, non ne trovi nessuno.
Là, il muraglione del Pincio.
Vedendo, sul tramonto, apparire la nipotina quasi scalza, con la vesticciuola sbrendolata, e infagottata, povera creatura, in un vecchio scialle di lana che una vicina le aveva regalato, Papa-re si pentiva ogni volta anche della poca spesa di quel fuoco che pur gli era indispensabile.
Non gli restava piú altro di bene nella vita, che quella bambina e quello scaldino.
Vedendoli arrivare entrambi, sorrideva loro da lontano, stropicciandosi le mani.
Baciava in fronte la nipotina e si metteva ad agitar lo scaldino per ravvivarne la brace.
L'altra sera, intanto, o che avesse l'anima piú imbecillita del solito, o che si sentisse piú stanco, nel mandare avanti e dietro lo scaldino, tutt'a un tratto, ecco che gli sfugge di mano, e va a schizzar là, in mezzo alla piazza, in frantumi.
"Paf!" Una gran risata della gente, che si trovava a passare, accolse quel volo e quello scoppio, per la faccia che fece Papa-re nel vedersi scappar di mano il fido compagno delle sue fredde notti e per l'ingenuità della bimba che gli era corsa dietro, istintivamente, come se avesse voluto acchiapparlo per aria.
Nonno e nipotina si guardarono negli occhi, rimminchioniti.
Papa-re, ancora col braccio proteso, nell'atto di mandare avanti lo scaldino.
Eh, troppo avanti lo aveva mandato! E il carbone acceso, ecco, friggeva là, tra i cocci, in una pozza d'acqua piovana.
- Viva l'allegria! - diss'egli alla fine, riscotendosi e tentennando il capo.
- Ridete, ridete.
Starò allegro anch'io, stanotte.
Va', Nena mia, va'.
Alla fin fine, forse è meglio cosí.
E s'avviò per i giornali.
Quella sera, invece di venire a rintanarsi verso le dieci nel chiosco, prese un giro piú alla lontana per le vie del Macao.
Avrebbe trovato freddo il suo covo notturno, e piú freddo avrebbe sentito a star lí fermo, seduto.
Ma, alla fine, si stancò.
Prima d'entrare nel chiosco volle guardare il punto della piazza, ove lo scaldino era schizzato, come se gli potesse venire di là un po' di caldo.
Dal caffè posticcio venivano le stridule note del pianofortino e, a quando a quando, gli scrosci d'applausi e i fischi degli avventori.
Papa-re col bavero del pastrano logoro tirato fin sopra gli orecchi, le mani gronchie dal freddo, strette sul petto con le poche copie del giornale che gli erano rimaste, si fermò un pezzo a guardare dietro il vetro appannato della porta.
Si doveva star bene, lí dentro, con un poncino caldo in corpo.
Brrr! s'era rimessa la tramontana, che tagliava la faccia e sbiancava finanche il selciato della piazza.
Non c'era una nuvola in cielo e pareva che anche le stelle lassú tremassero tutte di freddo.
Papa-re guardò, sospirando, il chiosco nero sotto i lecci neri, si cacciò i giornali sotto l'ascella e s'appressò per sfilare la sola banda davanti.
- Papa-re - chiamò allora qualcuno, con voce rôca, dall'interno del chiosco.
Il vecchio giornalajo ebbe un sobbalzo e si sporse a guardare.
- Chi è là?
- Io, Rosalba.
E lo scaldino?
- Rosalba?
- Vignas.
Non ti ricordi piú? Rosalba Vignas.
- Ah, - fece Papa-re, che riteneva in confuso i nomi strambi di tutte le canzonettiste passate e presenti del caffè.
- E perché non te ne vai al caldo? Che stai a far lí?
- Aspettavo te.
Non entri?
- E che vuoi da me? Fatti vedere.
- Non voglio farmi vedere.
Sto qua accoccolata, sotto la tavoletta.
Entra.
Ci staremo bene.
Papa-re girò il chiosco, con la banda in mano, ed entrò, curvandosi, per lo sportello.
- Dove sei?
- Qua, - disse la donna.
Non si vedeva, nascosta com'era sotto la tavoletta su cui Papa-re posava i giornali, i sigari, le scatole di fiammiferi e le candele.
Stava seduta dove di solito il vecchio appoggiava i piedi, quando si metteva a sedere sul sediolino alto.
- E lo scaldino? - domandò quella di nuovo, da lí sotto.
- L'hai smesso?
- Sta' zitta, mi s'è rotto, oggi.
M'è scappato di mano, nel dimenarlo.
- Oh guarda! E ti muori di freddo? Ci contavo io, sullo scaldino.
Sú, siedi.
Ti riscaldo io, Papa-re.
- Tu? Che vuoi piú riscaldarmi, tu, ormai.
Sono vecchio, figlia.
Va', va'.
Che vuoi da me?
La donna scoppiò in una stridula risata e gli afferrò una gamba.
- Va', sta' quieta! - disse Papa-re, schermendosi.
- Che tanfo di zozza.
Hai bevuto?
- Un pochino.
Mettiti a sedere.
Vedrai che c'entriamo.
Sú, cosí...
monta sú.
Ora ti riscaldo le gambe.
O vuoi un altro scaldino? Eccotelo.
E gli posò sú le gambe come un involto, caldo, caldo.
- Che roba è? - domandò il vecchio.
- Mia figlia.
- Tua figlia? Ti sei portata appresso anche la bimba?
- M'hanno cacciata di casa, Papa-re.
Mi ha abbandonata.
- Chi?
- Lui, Cesare.
Sono in mezzo alla strada.
Con la pupa in braccio.
Papa-re scese dal seggiolino, si curvò nel bujo verso la donna accoccolata e le porse la bimba.
- Tieni qua, figlia, tieni qua, e vattene.
Ho i miei guaj; lasciami in pace!
- Fa freddo, - disse la donna con voce ancor piú rauca.
- Mi cacci via anche tu?
- Ti vorresti domiciliare qua dentro? - le domandò, aspro, Papa-re.
- Sei matta o ubbriaca davvero?
La donna non rispose, né si mosse.
Forse piangeva.
Come una sfumatura di suono, titillante, dal fondo di via Volturno s'intese nel silenzio una mandolinata, che s'avvicinava di punto in punto, ma che poi, a un tratto, tornò a perdersi man mano, smorendo, in lontananza.
- Lasciamelo aspettare qua, ti prego, - riprese, poco dopo, la donna, cupamente.
- Ma aspettare, chi? - domandò di nuovo Papa-re.
- Lui, te l'ho detto: Cesare.
È là, nel caffè.
L'ho veduto dalla vetrata.
- E tu va' a raggiungerlo, se sai che è là! Che vuoi da me?
- Non posso, con la pupa.
Mi ha abbandonata! È là con un'altra.
E sai con chi? Con Mignon, già! con la celebre Mign...
già, che comincerà a cantare domani sera.
La presenta lui, figúrati! Le ha fatto insegnare le canzonette dal maestro, a un tanto all'ora.
Sono venuta per dirgli due paroline, appena esce.
A lui e a lei.
Lasciami star qua.
Che male ti faccio? Ti tengo anzi piú caldo, Papa-re.
Fuori, con questo freddo, la povera creatura mia...
Tanto, ci vorrà poco: una mezz'oretta sí e no.
Via, sii buono, Papa-re! Rimettiti a sedere e riprenditi la bimba su le ginocchia.
Qua sotto non la posso tenere.
Starete piú caldi tutti e due.
Dorme, povera creatura, e non dà fastidio.
Papa-re si rimise a sedere e si riprese la bimba sulle ginocchia, borbottando:
- Oh guarda un po' che altro scaldino son venuto a trovare io qua, stanotte.
Ma che gli vuoi dire?
- Niente.
Due parole, - ripeté quella.
Tacquero per un buon pezzo.
Dalla prossima stazione giungeva il fischio lamentoso di qualche treno in arrivo o in partenza.
Passava per la vasta piazza deserta qualche cane randagio.
Laggiú, imbacuccate, due guardie notturne.
Nel silenzio, si sentivano perfino ronzare le lampade elettriche.
- Tu hai una nipotina, è vero, Papa-re? - domandò la donna, riscotendosi con un sospiro.
- Nena, sí.
- Senza mamma?
- Senza.
- Guarda la mia figliuola.
Non è bella?
Papa-re non rispose.
- Non è bella? - insistette la donna.
- Ora che ne sarà di lei, povera creatura mia? Ma cosí...
cosí non posso piú stare.
Qualcuno dovrà pure averne pietà.
Tu capisci che non trovo da lavorare, con lei in braccio.
Dove la lascio? E poi, sí! chi mi prende? Neanche per serva mi vogliono.
- Sta' zitta! - la interruppe il vecchio, scrollandosi convulso; e si mise a tossire.
Ricordava la figlia, che gli aveva lasciato cosí, sulle ginocchia, una creaturina come quella.
La strinse piano piano a sé, teneramente.
La carezza però non era per lei, era per la nipotina, ch'egli in quel punto ricordava cosí piccola, e quieta e buona come questa.
Venne dal caffè un piú forte scoppio d'applausi e di grida scomposte.
- Infame! - esclamò a denti stretti la donna.
- Se la spassa là, con quella brutta scimmia piú secca della morte.
Di', viene qua ogni sera al solito, è vero? a comprare il sigaro, appena esce.
- Non so, - disse Papa-re, alzando le spalle.
- Cesare, il Milanese, come non sai? Quel biondo, alto, grosso, con la barba spartita sul mento, sanguigno.
Ah, è bello! E lui lo sa, canaglia, e se n'approfitta.
Non ti ricordi che mi prese con sé, l'anno scorso?
- No, - le rispose il vecchio, seccato.
- Come vuoi che mi ricordi, se non ti lasci vedere?
La donna emise un ghigno, come un singulto, e disse cupamente:
- Non mi riconosceresti piú.
Sono quella che cantava i duettini con quello scimunito di Peppot.
Peppot, sai? Monte Bisbin? Sí, quello.
Ma non fa nulla, se non ti ricordi.
Non sono piú quella.
M'ha finita, mi ha distrutta, in un anno.
E sai? In principio, diceva anche che mi voleva sposare.
Roba da ridere, figúrati!
- Figúrati! - ripeté Papa-re, già mezzo appisolato.
- Non ci credetti mai, - seguitò la donna.
- Dicevo tra me: Purché mi tenga, ora.
E lo dicevo per via di codesta creatura che, non so come, forse perché mi presi troppo di lui, avevo concepito.
Dio mi volle castigare cosí.
Poi, che ne sapevo io? poi fu peggio.
Avere una figlia! pare niente! Gilda Boa...
ti ricordi di Gilda Boa? mi diceva: "Buttala!".
Come si butta? Lui, sí, la voleva buttare davvero.
Ebbe il coraggio di dirmi che non gli somigliava.
Ma guardala, Papa-re, se non è tutta lui! Ah, infame! Lo sa bene che è sua, che io non potevo farla con altri, perché per lui io...
non ci vedevo piú dagli occhi, tanto mi piaceva! E gli sono stata peggio d'una schiava, sai? M'ha bastonata, ed io zitta; m'ha lasciata morta di fame, ed io zitta.
Ci ho sofferto, ti giuro, non per me, ma per codesta creatura, a cui, digiuna, non potevo dar latte.
Ora, poi...
Seguitò cosí per un pezzo; ma Papa-re non la sentiva piú: stanco, confortato dal calore di quella piccina trovata lí in luogo del suo scaldino, s'era al suo solito addormentato.
Si destò di soprassalto, quando, aperta la vetrata del caffè, gli avventori cominciarono a uscire rumorosamente, mentre gli ultimi applausi risonavano nella sala.
Ma, ov'era la donna?
- Ohé! Che fai? - le domandò Papa-re, insonnolito.
Ella s'era cacciata carponi, ansimante, tra i piedi della sedia alta, su cui Papa-re stava seduto; aveva schiuso con una mano lo sportello; e rimaneva lí, come una belva, in agguato.
- Che fai? - ripeté Papa-re.
Una pistolettata rintronò in quel punto fuori del chiosco.
- Zitto, o arrestano anche te! - gridò la donna al vecchio, precipitandosi fuori e richiudendo di furia lo sportello.
Papa-re, atterrito dagli urli, dalle imprecazioni, dal tremendo scompiglio dietro il chiosco, si curvò sulla piccina che aveva dato un balzo allo sparo, e si restrinse tutto in sé, tremando.
Accorse di furia una vettura, che, poco dopo, scappò via di galoppo, verso l'ospedale di Sant'Antonio.
E un groviglio di gente furibonda passò vociando davanti al chiosco e si allontanò verso Piazza delle Terme.
Altra gente però era rimasta lí, sul posto, a commentare animatamente il fatto, e Papa-re, con gli orecchi tesi, non si moveva, temendo che la bimba mettesse qualche strillo.
Poco dopo, uno dei camerieri del caffè venne a comperare un sigaro al chiosco.
- Eh, Papa-re, hai visto che straccio di tragedia?
- Ho...
inteso...
- balbettò.
- E non ti sei mosso? - esclamò ridendo il cameriere.
- Sempre col tuo scaldino, eh?
- Col mio scaldino, già...
- disse Papa-re, curvo, aprendo la bocca sdentata a uno squallido sorriso.
LONTANO
I
Dopo aver cercato inutilmente dappertutto questo e quel capo di vestiario e avere imprecato: - Porco diavolo! - non si sa quante volte, tra sbuffi e grugniti e ogni sorta di gesti irosi, alla fine Pietro Mílio (o Don Paranza come lo chiamavano in paese) sentí il bisogno d'offrirsi uno sfogo andando a gridare alla parete che divideva la sua camera da quella della nipote Venerina:
- Dormi, sai! fino a mezzogiorno, cara.
Ti avverto però che oggi non c'è lo sciocco che piglia pesci per te.
E veramente quella mattina don Paranza non poteva andare alla pesca, come da tanti anni era solito.
Gli toccava invece (porco diavolo!) vestirsi di gala, o impuparsi secondo il suo modo di dire.
Già! perché era viceconsole, lui, di Svezia e Norvegia.
E Venerina, che dalla sera avanti sapeva del prossimo arrivo del nuovo piroscafo norvegese - ecco qua - non gli aveva preparato né la camicia inamidata, né la cravatta, né i bottoni, né la finanziera: nulla, insomma.
In due cassetti del canterano, in luogo delle camíce, aveva intravisto una fuga di spaventatissimi scarafaggi.
- Comodi! Comodi! Scusate del disturbo!
Nel terzo, una sola camicia, chi sa da quanto tempo inamidata, ingiallita.
Don Paranza l'aveva tratta fuori con due dita, cautamente, come se anche quella avesse temuto abitata dai prolifici animaletti dei due piani superiori; poi, osservando il collo, lo sparato e i polsini sfilacciati:
- Bravi! - aveva aggiunto.
- Avete messo barba?
E s'era dato a stropicciare sulle sfilàcciche un mozzicone di candela stearica.
Era chiaro che tutte le altre camíce (che non dovevano poi esser molte) stavano ad aspettare da mesi dentro la cesta della biancheria da mandare al bucato i vapori mercantili di Svezia e Norvegia.
Viceconsole della Scandinavia a Porto Empedocle, don Paranza faceva nello stesso tempo anche da interprete su i rari piroscafi che di là venivano a imbarcar zolfo.
A ogni vapore, una camicia inamidata: non piú di due o tre l'anno.
Per amido, poca spesa.
Certo non avrebbe potuto vivere con gli scarsi proventi di questa saltuaria professione, senza l'ajuto della pesca giornaliera e di una misera pensioncina di danneggiato politico.
Perché, sissignori, bestia non era soltanto da jeri - come egli stesso soleva dire: - bestione era sempre stato: aveva combattuto per questa cara patria, e s'era rovinato.
Cara-patria perciò era anche il nome con cui chiamava qualche volta la sua miserabile finanziera.
Venuto da Girgenti ad abitare alla Marina, come allora si chiamavano quelle quattro casucce sulla spiaggia, alle cui mura, spirando lo scirocco, venivano a rompersi furibondi i cavalloni, si ricordava di quando Porto Empedocle non aveva che quel piccolo molo, detto ora Molo Vecchio, e quella torre alta, fosca, quadrata, edificata forse per presidio dagli Aragonesi, al loro tempo, e dove si tenevano ai lavori forzati i galeotti: i soli galantuomini del paese, poveretti!
Allora sí Pietro Mílio faceva denari a palate! Di interpreti, per tutti i vapori mercantili che approdavano nel porto, non c'era altri che lui e quella pertica sbilenca di Agostino Di Nica, che gli veniva appresso, allora, come un cagnolino affamato per raccattar le briciole ch'egli lasciava cadere.
I capitani, di qualunque nazione fossero, dovevano contentarsi di quelle quattro parole di francese che scaraventava loro in faccia, imperterrito, con pretto accento siciliano: - mossiurre, sciosse, ecc.
- Ma la cara patria! la cara patria!
Una sola, veramente, era stata la bestialità di don Paranza: quella di aver avuto vent'anni, al Quarantotto.
Se ne avesse avuti dieci o cinquanta, non si sarebbe rovinato.
Colpa involontaria, dunque.
Nel bel meglio degli affari, compromesso nelle congiure politiche, aveva dovuto esulare a Malta.
La bestialità d'averne ancora trentadue al Sessanta era stata, si sa! conseguenza naturale della prima.
Già a Malta, a La Valletta, in quei dodici anni, s'era fatto un po' di largo, ajutato dagli altri fuorusciti.
Ma il Sessanta! Ci pensava e fremeva ancora.
A Milazzo, una palla in petto: e di quel regalo d'un soldato borbonico misericordioso non aveva saputo approfittare: - era rimasto vivo!
Tornato a Porto Empedocle, aveva trovato il paese cresciuto quasi per prodigio, a spese della vecchia Girgenti che, sdrajata su l'alto colle a circa quattro miglia dal mare, si rassegnava a morir di lenta morte, per la quarta o la quinta volta, guardando da una parte le rovine dell'antica Acragante, dall'altra il porto del nascente paese.
E al suo posto il Mílio aveva trovato tant'altri interpreti, uno piú dotto dell'altro, in concorrenza fra loro.
Agostino Di Nica, dopo la partenza di lui per l'esilio, rimasto solo, s'era fatto d'oro e aveva smesso di far l'interprete per darsi al commercio con un vaporetto di sua proprietà, che andava e veniva come una spola tra Porto Empedocle e le due vicine isolette di Lampedusa e di Pantelleria.
- Agostino, e la patria?
Il Di Nica, serio serio, picchiava con una mano su i dindi nel taschino del panciotto:
- Eccola qua!
Era rimasto però tal quale, bisognava dirlo, senza superbia.
Madre natura, nel farlo, non s'era dimenticata del naso.
Che naso! Una vela! In capo, quella stessa berrettina di tela, dalla visiera di cuojo; e a tutti coloro che gli domandavano perché, con tanti bei denari, non si concedesse il lusso di portare il cappello:
- Non per il cappello, signori miei, - rispondeva invariabilmente, - ma per le conseguenze del cappello.
Beato lui! - "A me, invece, - pensava don Paranza, - con tutta la mia miseria, mi tocca d'indossare la finanziera e d'impiccarmi in un colletto inamidato.
Sono viceconsole, io!"
Sí, e se qualche giorno non gli riusciva di pigliar pesci, correva il rischio d'andare a letto digiuno, lui e la nipote, quella povera orfana lasciatagli dal fratello, anche lui cosí sfortunato che appena sbarcato in America vi era morto di febbre gialla.
Ma don Paranza aveva in compenso le medaglie del Quarantotto e del Sessanta.
Con la canna della lenza in mano e gli occhi fissi al sughero galleggiante, assorto nei ricordi della sua lunga vita, gli avveniva spesso di tentennare amaramente il capo.
Guardava le due scogliere del nuovo porto, ora tese al mare come due lunghe braccia per accogliere in mezzo il piccolo Molo Vecchio, al quale, in grazia della banchina, era stato serbato l'onore di tener la sede della Capitaneria e la bianca torre del faro principale; guardava il paese che gli si stendeva davanti agli occhi, da quella torre detta il Rastiglio a piè del Molo fino alla stazione ferroviaria laggiú e gli pareva che, come su lui gli anni e i malanni, cosí fossero cresciute tutte quelle case là, quasi l'una su l'altra, fino ad arrampicarsi all'orlo dell'altipiano marnoso che incombeva sulla spiaggia col suo piccolo e bianco cimitero lassú, col mare davanti, e dietro la campagna.
La marna infocata, colpita dal sole cadente, splendeva bianchissima mentre il mare, d'un verde cupo, di vetro, presso la riva, s'indorava tutto nella vastità tremula dell'ampio orizzonte chiuso da Punta Bianca a levante, da Capo Rossello a ponente.
Quell'odore del mare tra le scogliere, l'odore del vento salmastro che certe mattine nel recarsi alla pesca lo investiva cosí forte da impedirgli il respiro o il passo facendogli garrire addosso la giacca e i calzoni, l'odore speciale che la polvere dello zolfo sparsa dappertutto dava al sudore degli uomini affaccendati, l'odore del catrame, l'odore dei salati, l'afrore che esalava sulla spiaggia dalla fermentazione di tutto quel pacciame d'alghe secche misto alla rena bagnata, tutti gli odori di quel paese cresciuto quasi con lui erano cosí pregni di ricordi per don Paranza che, non ostante la miseria della sua vita, era per lui un rammarico pensare che gli anni che facevano lui vecchio erano invece la prima infanzia del paese; tanto vero che il paese prendeva sempre piú, di giorno in giorno, vita coi giovani, e lui vecchio era lasciato indietro, da parte e non curato.
Ogni mattina, all'alba, dalla scalinata di Montoro, il grido tre volte ripetuto d'un banditore dalla voce formidabile chiamava tutti al lavoro sulla spiaggia:
- Uomini di mare, alla fatica!
Don Paranza li udiva dal letto, ogni alba, quei tre appelli e si levava anche lui, ma per andarsene alla pesca, brontolando.
Mentre si vestiva, sentiva giú stridere i carri carichi di zolfo, carri senza molle, ferrati, traballanti sul brecciale fradicio dello stradone polveroso popolato di magri asinelli bardati, che arrivavano a frotte, anch'essi con due pani di zolfo a contrappeso.
Scendendo alla spiaggia, vedeva le spigonare, dalla vela triangolare ammainata a metà su l'albero, in attesa del carico, oltre il braccio di levante, lungo la riva, sulla quale si allineava la maggior parte dei depositi di zolfo.
Sotto alle cataste s'impiantavano le stadere, sulle quali lo zolfo era pesato e quindi caricato sulle spalle degli uomini di mare protette da un sacco commesso alla fronte.
Scalzi, in calzoni di tela, gli uomini di mare recavano il carico alle spigonare, immergendosi nell'acqua fino all'anca, e le spigonare, appena cariche, sciolta la vela, andavano a scaricare lo zolfo nei vapori mercantili ancorati nel porto o fuori.
Cosí, fino al tramonto del sole, quando lo scirocco non impediva l'imbarco.
E lui? Lui lí, con la canna della lenza in mano.
E non di rado, scotendo rabbiosamente quella canna, gli avveniva di borbottare nella barba lanosa che contrastava col bruno della pelle cotta dal sole e con gli occhi verdastri e acquosi:
- Porco diavolo! Non m'hanno lasciato neanche pesci nel mare!
II
Seduta sul letto, coi capelli neri tutti arruffati e gli occhi gonfi dal sonno, Venerina non si risolveva ancora a uscire dalla sua cameretta, quando udí per la scala uno scalpiccío confuso tra ànsiti affannosi e la voce dello zio che gridava:
- Piano, piano! Eccoci arrivati.
Corse ad aprire la porta; s'arrestò sgomenta, stupita, esclamando:
- Oh Dio! Che è?
Davanti alla porta, per l'angusta scala, una specie di barella sorretta penosamente da un gruppo di marinaj ansanti, costernati.
Sotto un'ampia coperta d'albagio qualcuno stava a giacere su quella barella.
- Zio! Zio! - gridò Venerina.
Ma la voce dello zio le rispose dietro quel gruppo d'uomini che s'affannava a salire gli ultimi gradini.
- Niente; non ti spaventare! Ho fatto pesca anche stamattina! La grazia di Dio non ci abbandona.
Piano, piano, figliuoli: siamo arrivati.
Qua, entrate.
Ora lo adageremo sul mio letto.
Venerina vide accanto allo zio un giovine di statura gigantesca, straniero all'aspetto, biondo, e dal volto un po' affumicato, che reggeva sotto il braccio una cassetta; poi chinò gli occhi su la barella, che i marinaj, per riprender fiato, avevano deposta presso l'entrata, e domandò:
- Chi è? Che è avvenuto?
- Pesce di nuovo genere, non ti confondere! - le rispose don Pietro, promovendo il sorriso dei marinaj che s'asciugavano la fronte.
- Vera grazia di Dio! Sú, figliuoli: sbrighiamoci.
Di qua, sul mio letto.
E condusse i marinaj col triste carico nella sua camera ancora sossopra.
Lo straniero, scostando tutti, si chinò su la barella; ne tolse via cautamente la coperta, e sotto gli occhi di Venerina raccapricciata scoprí un povero infermo quasi ischeletrito, che sbarrava nello sgomento certi occhi enormi d'un cosí limpido azzurro, che parevano quasi di vetro, tra la squallida magrezza del volto su cui la barba era rispuntata; poi, con materna cura, lo sollevò come un bambino e lo pose a giacere sul letto.
- Via tutti, via tutti! - ordinò don Pietro.
- Lasciamoli soli, adesso.
Per voi, figliuoli, penserà il capitano dell'Hammerfest.
- E, richiuso l'uscio, aggiunse, rivolto alla nipote: - Vedi? Poi dici che non siamo fortunati.
Un vapore a ogni morte di papa; ma quell'uno che arriva, è la manna! Ringraziamo Dio.
- Ma chi è? Si può sapere che è avvenuto? - domandò di nuovo Venerina.
E don Paranza:
- Niente! Un marinajo malato di tifo, agli estremi.
Il capitano m'ha visto questa bella faccia di minchione e ha detto: "Guarda, voglio farti un regaluccio, brav'uomo".
Se quel poveraccio moriva in viaggio, finiva in bocca a un pesce-cane; invece è voluto arrivare fino a Porto Empedocle, perché sapeva che c'era Pietro Mílio, pesce-somaro.
Basta.
Andrò oggi stesso a Girgenti per trovargli posto all'ospedale.
Passo prima da tua zia donna Rosolina! Voglio sperare che mi farà la grazia di tenerti compagnia finché io non ritornerò da Girgenti.
Speriamo che, per questa sera, sia tutto finito.
Aspetta oh...
debbo dire...
Riaprí l'uscio e rivolse qualche frase in francese a quel giovane straniero, che chinò piú volte il capo in risposta; poi, uscendo, soggiunse alla nipote:
- Mi raccomando: te ne starai di là, in camera tua.
Vado e torno con tua zia.
Per istrada, alla gente che gli domandava notizie, seguitò a rispondere senza nemmeno voltarsi:
- Pesca, pesca: tricheco!
Forzando la consegna della serva, s'introdusse in casa di donna Rosolina.
La trovò in gonnella e camicia, con le magre braccia nude e un asciugamani su le spallucce ossute, che s'apparecchiava il latte di crusca per lavarsi la faccia.
- Maledizione! - strillò la zitellona cinquantaquattrenne, riparandosi d'un balzo dietro una cortina.
- Chi entra? Che modo!
- Ho gli occhi chiusi, ho gli occhi chiusi! - protestò Pietro Mílio.
- Non guardo le vostre bellezze!
- Subito, voltatevi! - ordinò donna Rosolina.
Don Pietro obbedí e, poco dopo, udí l'uscio della camera sbatacchiare furiosamente.
Attraverso quell'uscio, allora, egli le narrò ciò che gli era accaduto, pregandola di far presto.
Impossibile! Lei, donna Rosolina, uscir di casa a quell'ora? Impossibile! Caso eccezionale, sí.
Ma quel malato, era vecchio o giovane?
- Santo nome di Dio! - gemette don Pietro.
- Alla vostra età, dite sul serio? Né vecchio, né giovane: è moribondo.
Sbrigatevi!
Ah sí! prima che donna Rosolina si risolvesse a licenziarsi dalla propria immagine nello specchio, dovette passare piú di un'ora.
Si presentò alla fine tutta aggeggiata, come una bertuccia vestita, l'ampio scialle indiano con la frangia fino a terra, tenuto sul seno da un gran fermaglio d'oro smaltato con pendagli a lagrimoni, grossi orecchini agli orecchi, la fronte simmetricamente virgolata da certi mezzi riccetti unti non si sa di qual manteca, e tinte le guance e le labbra.
- Eccomi, eccomi...
E gli occhietti lupigni, guarniti di lunghissime ciglia, lappoleggiando, chiesero a don Pietro ammirazione e gratitudine per quell'abbigliamento straordinariamente sollecito.
(Ben altro un tempo quegli occhi avevano chiesto a don Pietro: ma questi, Pietro di nome, pietra di fatto.)
Trovarono Venerina su tutte le furie.
Quel giovine straniero s'era arrischiato a picchiare all'uscio della camera, dove ella s'era chiusa, e chi sa che cosa le aveva bestemmiato nella sua lingua; poi se n'era andato.
- Pazienza, pazienza fino a questa sera! - sbuffò don Paranza.
- Ora scappo a Girgenti.
Di', un po': lui, il malato, s'è sentito?
Tutti e tre entrarono pian pianino per vederlo.
Restarono, trattenendo il fiato, presso la soglia.
Pareva morto.
- Oh Dio! - gemette donna Rosolina.
- Io ho paura! Non ci resisto.
- Ve ne starete di là, tutt'e due, - disse don Pietro.
- Di tanto in tanto vi affaccerete qua all'uscio, per vedere come sta.
Tirasse almeno avanti ancora un pajo di giorni! Ma mi par proprio ch'accenni d'andarsene e non mi mancherebbe altro! Ah che bei guadagni, che bei guadagni mi dà la Norvegia! Basta: lasciatemi scappare.
Donna Rosolina lo acchiappò per un braccio.
- Dite un po': è turco o cristiano?
- Turco, turco: non si confessa! - rispose in fretta don Pietro.
- Mamma mia! Scomunicato! - esclamò la zitellona, segnandosi con una mano e tendendo l'altra per portarsi via Venerina fuori di quella camera.
- Sempre cosí! - sospirò poi, nella camera della nipote, alludendo a don Pietro che già se n'era andato.
- Sempre con la testa tra le nuvole! Ah, se avesse avuto giudizio...
E qui donna Rosolina, che toglieva ogni volta pretesto dalle continue disgrazie di don Paranza per parlare con mille reticenze e sospiri del suo mancato matrimonio, anche in quest'ultima volle vedere la mano di Dio, il castigo, il castigo d'una colpa remota di lui: quella di non aver preso lei in moglie.
Venerina pareva attentissima alle parole della zia; pensava invece, assorta, con un senso di pauroso smarrimento, a quell'infelice che moriva di là, solo, abbandonato, lontano dal suo paese, dove forse moglie e figliuoli lo aspettavano.
E a un certo punto propose alla zia d'andare a vedere come stesse.
Andarono strette l'una all'altra, in punta di piedi, e si fermarono poco oltre la soglia della camera, sporgendo il capo a guardare sul letto.
L'infermo teneva gli occhi chiusi: pareva un Cristo di cera, deposto dalla croce.
Dormiva o era morto? Si fecero un po' piú avanti; ma al lieve rumore, l'infermo schiuse gli occhi, quei grandi occhi celesti, attoniti.
Le due donne si strinsero vieppiú tra loro; poi, vedendogli sollevare una mano e far cenno di parlare, scapparono via con un grido, a richiudersi in cucina.
Sul tardi, sentendo il campanello della porta, corsero ad aprire; ma, invece di don Pietro, si videro davanti quel giovine straniero della mattina.
La zitellona corse ranca ranca a rintanarsi di nuovo; ma Venerina, coraggiosamente, lo accompagnò nella camera dell'infermo già quasi al bujo, accese una candela e la porse allo straniero, che la ringraziò chinando il capo con un mesto sorriso; poi stette a guardare, afflitta: vide che egli si chinava su quel letto e posava lieve una mano su la fronte dell'infermo, sentí che lo chiamava con dolcezza:
- Cleen...
Cleen.
Ma era il nome, quello, o una parola affettuosa?
L'infermo guardava negli occhi il compagno, come se non lo riconoscesse; e allora ella vide il corpo gigantesco di quel giovine marinajo sussultare, lo sentí piangere, curvo sul letto, e parlare angosciosamente, tra il pianto, in una lingua ignota.
Vennero anche a lei le lagrime agli occhi.
Poi lo straniero, voltandosi, le fece segno che voleva scrivere qualcosa.
Ella chinò il capo per significargli che aveva compreso e corse a prendergli l'occorrente.
Quando egli ebbe finito, le consegnò la lettera e una borsetta.
Venerina non comprese le parole ch'egli le disse, ma comprese bene dai gesti e dall'espressione del volto, che le raccomandava il povero compagno.
Lo vide poi chinarsi di nuovo sul letto a baciare piú volte in fronte l'infermo, poi andar via in fretta con un fazzoletto su la bocca per soffocare i singhiozzi irrompenti.
Donna Rosolina poco dopo, tutta impaurita, sporse il capo dall'uscio e vide Venerina che se ne stava seduta, lí, come se nulla fosse, assorta, e con gli occhi lagrimosi.
- Ps, ps! - la chiamò, e col gesto le disse: - che fai? sei matta?
Venerina le mostrò la lettera e la borsetta, che teneva ancora in mano e le accennò d'entrare.
Non c'era piú da aver paura.
Le narrò a bassa voce la scena commovente tra i due compagni, e la pregò che sedesse anche lei a vegliare quel poveretto che moriva abbandonato.
Nel silenzio della sera sopravvenuta sonò a un tratto, acuto, lungo, straziante, il fischio d'una sirena, come un grido umano.
Venerina guardò la zia, poi l'infermo sul letto, avvolto nell'ombra, e disse piano:
- Se ne vanno.
Lo salutano.
III
- Zio, come si dice bestia in francese?
Pietro Mílio, che stava a lavarsi in cucina, si voltò con la faccia grondante a guardare la nipote:
- Perché? Vorresti chiamarmi in francese? Si dice bête, figlia mia: bête bête! E dimmelo forte, sai!
Altro che bestia si meritava d'esser chiamato.
Da circa due mesi teneva in casa e cibava come un pollastro quel marinaio piovutogli dal cielo.
A Girgenti - manco a dirlo! - non aveva potuto trovargli posto all'ospedale.
Poteva buttarlo in mezzo alla strada? Aveva scritto al Console di Palermo - ma sí! - Il Console gli aveva risposto che desse ricetto e cura al marinajo dell'Hammerfest, fin tanto che esso non fosse guarito, o - nel caso che fosse morto - gli desse sepoltura per bene, che delle spese poi avrebbe avuto il rimborso.
Che genio, quel Console! Come se lui, Pietro Mílio, potesse anticipare spese e dare alloggio ai malati.
Come? dove? Per l'alloggio, sí: aveva ceduto all'infermo il suo letto, e lui a rompersi le ossa sul divanaccio sgangherato che gli cacciava tra le costole le molle sconnesse, cosí che ogni notte sognava di giacer lungo disteso sulle vette di una giogaja di monti.
Ma per la cura, poteva andare dal farmacista, dal droghiere, dal macellajo a prender roba a credito, dicendo che la Norvegia avrebbe poi pagato? - Lí, boghe e cefaletti, il giorno, e gronghi la sera, quando ne pescava; e se no, niente!
Eppure quel povero diavolo era riuscito a non morire! Doveva essere a prova di bomba, se non ci aveva potuto neanche il medico del paese, che aveva tanto buon cuore e tanta carità di prossimo da ammazzare almeno un concittadino al giorno.
Non diceva cosí, perché in fondo volesse male a quel povero straniero; no, ma - porco diavolo! - esclamava don Pietro - chi piú poveretto di me?
Manco male che, fra pochi giorni, si sarebbe liberato.
Il Norvegese, ch'egli chiamava L'arso (si chiamava Lars Cleen), era già entrato in convalescenza, e di lí a una, a due settimane al piú, si sarebbe potuto mettere in viaggio.
Ne era tempo, perché donna Rosolina non voleva piú saperne di far la guardia alla nipote: protestava d'esser nubile anche lei e che non le pareva ben fatto che due donne stessero a tener compagnia a quell'uomo ch'ella credeva veramente turco, e perciò fuori della grazia di Dio.
Già si era levato di letto, poteva muoversi e...
e...
non si sa mai!
Donna Rosolina non aggiungeva, in queste rimostranze a don Pietro, che il contegno di Venerina, verso il convalescente, da un pezzo non le garbava piú.
Il convalescente pareva uscito dalla malattia mortale quasi di nuovo bambino.
Il sorriso, lo sguardo degli occhi limpidi avevano proprio una espressione infantile.
Era ancora magrissimo; ma il volto gli s'era rasserenato, la pelle gli si ricoloriva leggermente; e gli rispuntavano piú biondi, lievi, aerei, i capelli che gli erano caduti durante la malattia.
Venerina, nel vederlo cosí timido, smarrito nella beatitudine di quel suo rinascere in un paese ignoto, tra gente estranea, provava per lui una tenerezza quasi materna.
Ma tutta la loro conversazione si riduceva, per Venerina che non intendeva il francese e tanto meno il norvegese, a una variazione di tono nel pronunziare il nome di lui, Cleen.
Cosí, se egli si ricusava, arricciando il naso, scotendo la testa, di prendere qualche medicina o qualche cibo, ella pronunziava quel Cleen con voce cupa, d'impero, aggrottando le ciglia su gli occhi fermi, severi, come per dire: "Obbedisci: non ammetto capricci!".
- Se poi egli, in uno scatto di gioconda tenerezza, vedendosela passar da presso, le tirava un po' la veste, col volto illuminato da un sorriso di gratitudine e di simpatia, Venerina strascicava quel Cleen in una esclamazione di stupore e di rimprovero, come se volesse dirgli: "Sei matto?".
Ma lo stupore era finto, il rimprovero dolce: espressi l'uno e l'altro per ammansare gli scrupoli di donna Rosolina che, assistendo a quelle scene, sarebbe diventata di centomila colori, se non avesse avuto sulle magre gote quella patina di rossetto.
Anche lei, Venerina, si sentiva quasi rinata.
Avvezza a star sempre sola, in quella casa povera e nuda, senza cure intime, senza affetti vivi, da un pezzo s'era abbandonata a un'uggia invincibile, a un tedio smanioso: il cuore le si era come isterilito, e la sterilità del sentimento si disfaceva in lei nella pigrizia piú accidiosa.
Lei stessa, ora, non avrebbe saputo spiegarsi perché le andasse tanto di sfaccendare per casa, lietamente, di levarsi per tempo e d'acconciarsi.
- Miracoli! Miracoli! - esclamava don Paranza, rincasando la sera, con gli attrezzi da pesca, tutto fragrante di mare.
Trovava ogni cosa in ordine: la tavola apparecchiata, pronta la cena.
- Miracoli!
Entrava nella camera dell'infermo, fregandosi le mani:
- Bon suarre, mossiur Cleen, bon suarre!
- Buona sera, - rispondeva in italiano il convalescente, sorridendo, staccando e quasi incidendo con la pronunzia le due parole.
- Come come? - esclamava allora don Pietro stupito, guardando Venerina che rideva, e poi donna Rosolina che stava seria, seduta, intozzata su di sé, con le labbra strette e le palpebre gravi, semichiuse.
A poco a poco Venerina era riuscita a insegnare allo straniero qualche frase italiana e un po' di nomenclatura elementare, con un mezzo semplicissimo.
Gl'indicava un oggetto nella camera e lo costringeva a ripeterne piú e piú volte il nome, finché non lo pronunziasse correttamente: - bicchiere, letto, seggiola, finestra...
- E che risate quando egli sbagliava, risate che diventavano fragorose se s'accorgeva che la zia zitellona, legnosa nella sua pudibonda severità, per non cedere al contagio del riso si torturava le labbra, massime quando l'infermo accompagnava con gesti comicissimi quelle parole staccate, telegrafando cosí a segni le parti sostanziali del discorso che gli mancavano.
Ma presto egli poté anche dire: aprire, chiudere finestra, prendere bicchiere, e anche voglio andare letto.
Se non che, imparato quel voglio, cominciò a farne frequentissimo uso, e l'impegno che metteva nel superare lo stento della pronunzia, dava un piú reciso tono di comando alla parola.
Venerina ne rideva, ma pensò d'attenuare quel tono insegnando all'infermo di premettere ogni volta a quel voglio un prego.
Prego, sí, ma poiché egli non riusciva a pronunziare correttamente questa nuova parola, quando voleva qualche cosa, aspettava che Venerina si voltasse a guardarlo, e allora congiungeva le mani in segno di preghiera e quindi spiccicava piú che mai imperioso e reciso il suo voglio.
La premessa di quel segno di preghiera era assolutamente necessaria ogni qual volta egli voleva presso di sé lo stipetto che il compagno gli aveva portato dal piroscafo, il giorno in cui ne era sceso moribondo.
Venerina glielo porgeva ogni volta di malanimo e senza il garbo consueto.
Quella cassetta rappresentava per lui la patria lontana: c'erano tutti i suoi ricordi e tante lettere e alcuni ritratti.
Guardandolo obliquamente, mentr'egli rileggeva qualcuna di quelle lettere, o se ne stava astratto, con gli occhi invagati, Venerina lo vedeva quasi sotto un altro aspetto, come se fosse avvolto in un'altra aria che lo allontanasse da lei all'improvviso, e notava tante particolarità della diversa natura di lui, non mai prima notate.
Quella cassetta, in cui egli frugava con tanta insistenza, le richiamava davanti agli occhi l'immagine di quell'altro marinajo che lo aveva sollevato dalla barella come un bambino per deporlo sul letto, lí, e poi se n'era andato, piangendo.
Ed ella si era presa tanta cura di quell'abbandonato! Chi era egli? Donde veniva? Quali ricordi custodiva con tanto amore in quella cassetta? Venerina scrollava a un tratto le spalle con un moto di dispetto, dicendo a se stessa: - Che me n'importa? - e lo lasciava lí solo nella camera, a pascersi di quei suoi segreti ricordi, e si tirava con sé la zia, che la seguiva stordita di quella risoluzione repentina:
- Che facciamo?
- Nulla.
Ce n'andiamo!
Venerina ricadeva d'un tratto, in quei momenti, nel suo tedio neghittoso, inasprito da una sorda stizza o aggravato da una pena d'indefiniti desiderii: la casa le appariva vuota di nuovo, vuota la vita, e sbuffava: non voleva far nulla, piú nulla!
IV
Lars Cleen, appena solo, si sentiva come caduto in un altro mondo, piú luminoso, di cui non conosceva che tre abitanti soli e una casa, anzi una camera.
Non si rendeva ragione di quei dispettucci di Venerina.
Non si rendeva ragione di nulla.
Tendeva l'orecchio ai rumori della via, si sforzava d'intendere; ma nessuna sensazione della vita di fuori riusciva a destare in lui un'immagine precisa.
La campana...
sí, ma egli vedeva col pensiero una chiesa del suo remoto paese! Un fischio di sirena, ed egli vedeva l'Hammerfest perduto nei mari lontani.
E com'era restato una sera, nel silenzio, alla vista della luna, nel vano della finestra! Era pure, era pure la stessa luna ch'egli tante volte in patria, per mare, aveva veduta; ma gli era parso che lí, in quel paese ignoto, ella parlasse ai tetti di quelle case, al campanile di quella chiesa, quasi un altro linguaggio di luce, e l'aveva guardata a lungo, con un senso di sgomento angoscioso, sentendo piú acuta che mai la pena dell'abbandono, il proprio isolamento.
Viveva nel vago, nell'indefinito, come in una sfera vaporosa di sogni.
Un giorno, finalmente, s'accorse che sul coperchio della cassetta erano scritte col gesso tre parole: - bet! bet! bet! - cosí.
Domandò col gesto a Venerina che cosa volessero significare, e Venerina, pronta:
- Tu, bet!
Lars Cleen restò a guardarla con gli occhi chiari ridenti e smarriti.
Non comprendeva, o meglio non sapeva credere che...
No, no - e con le mani le fece segno che avesse pietà di lui che tra poco doveva partire.
Venerina scrollò le spalle e lo salutò con la mano.
- Buon viaggio!
- No, no, - fece di nuovo il Cleen col capo, e la chiamò a sé col gesto: aprí la cassetta e ne trasse una veduta fotografica di Trondhjem.
Vi si vedeva, tra gli alberi, la maestosa cattedrale marmorea sovrastante tutti gli altri edifici, col camposanto prossimo, ove i fedeli superstiti si recano ogni sabato a ornare di fiori le tombe dei loro morti.
Ella non riuscí a comprendere perché le mostrasse quella veduta.
- Ma mère, ici, - s'affannava a dirle il Cleen, indicandole col dito il cimitero, lí, all'ombra del magnifico tempio.
Anche lui, come don Pietro, non era molto padrone della lingua francese, che del resto non serviva affatto con Venerina.
Trasse allora dalla cassetta un'altra fotografia: il ritratto d'una giovine.
Subito Venerina vi fissò gli occhi, impallidendo.
Ma il Cleen si pose accanto al volto il ritratto, per farle vedere che quella giovine gli somigliava.
- Ma soeur, - aggiunse.
Questa volta Venerina comprese e s'ilarò tutta.
Se poi quella sorella fosse fidanzata o già moglie del giovane marinajo che aveva recato la cassetta, Venerina non si curò piú che tanto d'indovinare.
Le bastò sapere che L'arso era celibe.
Sí: ma non doveva ripartire fra pochi giorni? Era già in grado di uscir di casa e di recarsi a piedi, sul tramonto, al Molo Vecchio.
Una frotta di monellacci scalzi, stracciati, alcuni ignudi nati, abbrustiti dal sole, seguiva ogni volta Lars Cleen in quelle sue passeggiate: lo spiavano, scambiandosi ad alta voce osservazioni e commenti che presto si mutavano in lazzi.
Egli, stordito, abbagliato nell'aria che grillava di luce, si voltava ora verso l'uno ora verso l'altro, sorridendo; talora gli toccava di minacciare col bastone i piú insolenti; poi sedeva sul muricciuolo della banchina a guardare i bastimenti ormeggiati e il mare infiammato dal riflesso delle nuvole vespertine.
La gente si fermava a osservarlo, mentre egli se ne stava in quell'atteggiamento, tra smarrito ed estatico: lo guardava, come si guarda una gru o una cicogna stanca e sperduta, discesa dall'alto dei cieli.
Il berretto di pelo, il pallore del volto e l'estrema biondezza della barba e dei capelli attiravano specialmente la curiosità.
Egli alla fine se ne stancava e piano piano rincasava, triste.
Dalla lettera lasciatagli dal compagno, insieme col denaro, sapeva che l'Hammerfest dopo il viaggio in America, sarebbe ritornato a Porto Empedocle, fra sei mesi.
Ne erano trascorsi già tre.
Volentieri si sarebbe rimbarcato sul suo piroscafo di ritorno, volentieri si sarebbe riunito ai compagni; ma come trattenersi tre altri mesi, cosí, senza piú alcuna ragione, nella casa che l'ospitava? Il Mílio aveva già scritto al console in Palermo per fargli ottenere gratuitamente il rimpatrio.
Che fare? partire o attendere? - Decise di consigliarsi col Mílio stesso, una di quelle sere, al ritorno dalla pesca dei gronghi.
Venerina assistette, dopo cena, a quel dialogo che voleva essere in francese tra lo zio e lo straniero.
Dialogo? Si sarebbe detto diverbio piuttosto, a giudicare dalla violenza dei gesti ripetuti con esasperazione dall'uno e dall'altro.
Venerina, sospesa, costernata, a un certo punto, nel vedersi additata rabbiosamente dallo zio, diventò di bragia.
Eh che! Parlavano dunque di lei? a quel modo? Vergogna, ansia, dispetto le fecero a un tratto tale impeto dentro, che appena il Cleen si ritirò, saltò sú a domandare allo zio:
- Che c'entro io? Che avete detto di me?
- Di te? Niente, - rispose don Pietro, rosso e sbuffante, dopo quella terribile fatica.
- Non è vero! Avete parlato di me.
Ho capito benissimo.
E tu ti sei arrabbiato!
Don Pietro non si raccapezzava ancora.
- Che t'ha detto? Che t'ha inventato? - incalzò Venerina, tutta accesa.
- Vuole andarsene? E tu lascialo andare! Non me n'importa nulla, sai, proprio nulla.
Don Paranza restò a guardare ancora un pezzo la nipote, stordito, con la bocca aperta.
- Sei matta? O io...
All'improvviso si diede a girare per la stanza come se cercasse la via per scappare e, agitando per aria le manacce spalmate:
- Che asino! - gridò.
- Che imbecille! Oh somarone! A settantotto anni! Mamma mia! Mamma mia!
Si voltò di scatto a guardare Venerina, mettendosi le mani tra i capelli.
- Dimmi un po', per questo m'hai domandato...
per dirlo a lui in francese, ch'ero bestia?
- No, non per te...
Che hai capito?
Di nuovo don Pietro, con la testa tra le mani, si mise ad andare in qua e in là per la stanza.
- Bestione, somarone, e dico poco! Ma quella bertuccia di tua zia che ha fatto qui? ha dormito? Porco diavolo! E tu? e questo pezzo di...
Aspetta, aspetta che te l'aggiusto io, ora stesso!
E in cosí dire si lanciò verso l'uscio della camera, dove s'era chiuso il Cleen.
Venerina gli si parò subito davanti.
- No! Che fai, zio? Ti giuro che egli non sa nulla! Ti giuro che tra me e lui non c'è stato mai nulla! Non hai inteso che se ne vuole andare?
Don Pietro restò come sospeso.
Non capiva piú nulla!
- Chi? lui? Se ne vuole andare? Chi te l'ha detto? Ma al contrario! al contrario! Non se ne vuole andare! M'hai preso per bestia sul serio? Io, io te lo caccio via però, ora stesso!
Venerina lo trattenne di nuovo, scoppiando questa volta in singhiozzi e buttandoglisi sul petto.
Don Paranza sentí mancarsi le gambe.
Con la mano rimasta libera accennò il segno della croce.
- In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, - sospirò.
- Vieni qua, vieni qua, figlia mia! Andiamocene nella tua camera e ragioniamo con calma.
Ci perdo la testa!
La trasse con sé nell'altra camera, la fece sedere, le porse il fazzoletto perché si asciugasse gli occhi e cominciò a interrogarla paternamente.
Frattanto Lars Cleen, che aveva udito dalla sua camera il diverbio tra lo zio e la nipote senza comprenderne nulla, apriva pian piano l'uscio e sporgeva il capo a guardare, col lume in mano, nella saletta buja.
Che era avvenuto? Intese solo i singhiozzi di Venerina, di là, e se ne turbò profondamente.
Perché quella lite? E perché piangeva ella cosí? Il Mílio gli aveva detto che non era possibile che egli stesse nella casa piú oltre: non c'era posto per lui; e poi quella vecchia matta della zia s'era stancata; e la nipote non poteva restar sola con un estraneo in casa.
Difficoltà, ch'egli non riusciva a penetrare.
Mah! tant'altre cose, da che usciva di casa, gli sembravano strane in quel paese.
Bisognava partire, senz'aspettare il piroscafo: questo era certo.
E avrebbe perduto il posto di nostromo.
Partire! Piangeva per questo la sua giovane amica infermiera?
Fino a notte avanzata Lars Cleen stette lí, seduto sul letto, a pensare, a fantasticare.
Gli pareva di vedere la sorella lontana; la vedeva.
Ah, lei sola al mondo gli voleva bene ormai.
E anche quest'altra fanciulla qua, possibile?
- Questa? E tu vorresti?
Chi sa! Ogni qual volta ritornava in patria, la sorella gli ripeteva che volentieri avrebbe preferito di non rivederlo mai piú, mai piú in vita, se egli, in uno di quei suoi viaggi lontani, si fosse innamorato di una buona ragazza e la avesse sposata.
Tanto strazio le dava il vederlo cosí, svogliato della vita e rimesso, anzi abbandonato alla discrezione della sorte, esposto a tutte le vicende, pronto alle piú rischiose, senz'alcun ritegno d'affetto per sé, come quella volta che, traversando l'Oceano in tempesta, s'era buttato dall'Hammerfest per salvare un compagno! Sí, era vero; e senza alcun merito; perché la sua vita, per lui, non aveva piú prezzo.
Ma lí, ora? possibile? Questo paesello di mare, in Sicilia, cosí lontano lontano, era dunque la meta segnata dalla sorte alla sua vita? era egli giunto, senz'alcun sospetto, al suo destino? Per questo s'era ammalato fino a toccare la soglia della morte? per riprendere lí la via d'una nuova esistenza? Chi sa!
- E tu gli vuoi bene? - concludeva intanto di là don Pietro, dopo avere strappato a Venerina, che non riusciva a quietarsi, le scarse, incerte notizie che ella aveva dello straniero e la confessione di quegli ingenui passatempi, donde era nato quell'amore fino a quel punto sospeso in aria, come un uccello sulle ali.
Venerina s'era nascosto il volto con le mani.
- Gli vuoi bene? - ripeté don Pietro.
- Ci vuol tanto a dir di sí?
- Io non lo so, - rispose Venerina, tra due singhiozzi.
- E invece lo so io! - borbottò don Paranza, levandosi.
- Va', va' a letto ora, e procura di dormire.
Domani, se mai...
Ma guarda un po' che nuova professione mi tocca adesso d'esercitare!
E, scotendo il capo lanoso, andò a buttarsi sul divanaccio sgangherato.
Rimasta sola, Venerina, tutta infocata in volto, con gli occhi sfavillanti, sorrise; poi si nascose di nuovo il volto con le mani; se lo tenne stretto, stretto, cosí, e andò a buttarsi sul letto, vestita.
Non lo sapeva davvero, se lo amava.
Ma, intanto, baciava e stringeva il guanciale del lettuccio.
Stordita da quella scena imprevista, a cui s'era lasciata tirare, per un malinteso, dal suo amor proprio ferito, non riusciva ancor bene a veder chiaro in sé, in ciò che era avvenuto.
Un senso scottante di vergogna le impediva di rallegrarsi di quella spiegazione con lo zio, forse desiderata inconsciamente dal suo cuore, dopo tanti mesi di sospensione su un pensiero, su un sentimento, che non riuscivano quasi a posarsi sulla realtà, ad affermarsi in qualche modo.
Ora aveva detto di sí allo zio, e certo avrebbe sentito un gran dolore, se il Cleen se ne fosse andato; sentiva orrore del tedio mortale in cui sarebbe ricaduta, sola sola, nella casa vuota e silenziosa; era perciò contenta che lo zio fosse ora con lei, di là, a pensare, a escogitare il modo di vincere, se fosse possibile, tutte le difficoltà che avevano fino allora tenuto sospeso il suo sentimento.
Ma si potevano vincere quelle difficoltà? Il Cleen, pur lí presente, le pareva tanto, tanto lontano: parlava una lingua ch'ella non intendeva; aveva nel cuore, negli occhi, un mondo remoto, ch'ella non indovinava neppure.
Come fermarlo lí? Era possibile? E poteva egli aver l'intenzione di fermarsi, per lei, tutta la vita, fuori di quel suo mondo? Voleva, sí, restare; ma fino all'arrivo del piroscafo dall'America.
Intanto, certo, in patria nessun affetto vivo lo attirava; perché, altrimenti, scampato per miracolo dalla morte, avrebbe pensato subito a rimpatriare.
Se voleva aspettare, era segno che anche lui doveva sentire...
chi sa! forse lo stesso affetto per lei, cosí sospeso e come smarrito nell'incertezza della sorte.
Fra altri pensieri si dibatteva don Pietro sul divanaccio che strideva con tutte le molle sconnesse.
Le molle stridevano e don Paranza sbuffava:
- Pazzi! Pazzi! Come hanno fatto a intendersi, se l'uno non sa una parola della lingua dell'altra? Eppure, sissignori, si sono intesi! Miracoli della pazzia! Si amano, si amano, senza pensare che i cefali, le boghe, i gronghi dello zio bestione non possono dal mare assumersi la responsabilità e l'incarico di fare le spese del matrimonio e di mantenere una nuova famiglia.
Meno male, che io...
Ma sí! Se padron Di Nica vorrà saperne! Domani, domani si vedrà...
Dormiamo!
Faceva affaroni, col suo vaporetto, Agostino Di Nica.
Tanto che aveva pensato di allargare il suo commercio fino a Tunisi e Malta e, a tale scopo, aveva ordinato all'Arsenale di Palermo la costruzione di un altro vaporetto, un po' piú grande, che potesse servire anche al trasporto dei passeggeri.
- Forse, - seguitava a pensare don Pietro, - un uomo come L'arso potrà servirgli.
Conosce il francese meglio di me e l'inglese benone.
Lupo di mare, poi.
O come interprete, o come marinajo, purché me lo imbarchi e gli dia da vivere e da mantenere onestamente la famiglia...
Intanto Venerina gli insegnerà a parlare da cristiano.
Pare che faccia miracoli, lei, con la sua scuola.
Non posso lasciarli piú soli.
Domani me lo porto con me da padron Di Nica e, se la proposta è accettata, egli aspetterà, se vuole, ma venendosene con me ogni giorno alla pesca; se non è accettata, bisogna che parta subito subito, senza remissione.
Intanto, dormiamo.
Ma che dormire! Pareva che le punte delle molle sconnesse fossero diventate piú irte quella notte, compenetrate delle difficoltà, fra cui don Paranza si dibatteva.
V
Da circa quindici giorni Lars Cleen seguiva mattina e sera il Mílio alla pesca: usciva di casa con lui, vi ritornava con lui.
Padron Di Nica, con molti se, con molti ma, aveva accettato la proposta presentatagli dal Mílio come una vera fortuna per lui (e le conseguenze?).
Il vaporetto nuovo sarebbe stato pronto fra un mese al piú, e lui, il Cleen, vi si sarebbe imbarcato in qualità di interprete - a prova, per il primo mese.
Venerina aveva fatto intender bene allo zio che il Cleen non s'era ancora spiegato con lei chiaramente, e gli aveva perciò raccomandato di comportarsi con la massima delicatezza, tirandolo prima con ogni circospezione a parlare, a spiegarsi.
Il povero don Paranza, sbuffando piú che mai, nel cresciuto impiccio, si era recato dapprima solo dal Di Nica e, ottenuto il posto, era ritornato a casa a offrirlo al Cleen, soggiungendogli nel suo barbaro francese che, se voleva restare, come gliene aveva espresso il desiderio, se voleva trattenersi fino al ritorno dell'Hammerfest, doveva essere a questo patto: che lavorasse; il posto, ecco, glielo aveva procurato lui: quando poi il piroscafo sarebbe arrivato dall'America, ne avrebbe avuti due, di posti; e allora, a sua scelta: o questo o quello, quale gli sarebbe convenuto di piú.
Intanto, nell'attesa, bisognava che andasse con lui ogni giorno alla pesca.
Alla proposta, il Cleen era rimasto perplesso.
Gli era apparso chiaro che la scena di quella sera tra zio e nipote era avvenuta proprio per la sua prossima partenza, e che era stato lui perciò la cagione del pianto della sua cara infermiera.
Accettare, dunque, e compromettersi sarebbe stato tutt'uno.
Ma come rifiutare quel benefizio, dopo le tante cure e le premure affettuose di lei? quel benefizio offerto in quel modo, che non lo legava ancora per nulla, che lo lasciava libero di scegliere, libero di mostrarsi, o no, grato di quanto gli era stato fatto?
Ora, ogni mattina, levandosi dal divanaccio con le ossa indolenzite, don Pietro si esortava cosí:
- Coraggio, don Paranza! alla doppia pesca!
E preparava gli attrezzi: le due canne con le lenze, una per sé, l'altra per L'arso, i barattoli dell'esca, gli ami di ricambio: ecco, sí, per i pesci era ben munito; ma dove trovare l'occorrente per l'altra pesca: quella al marito per la nipote? chi glielo dava l'amo per tirarlo a parlare?
Si fermava in mezzo alla stanza, con le labbra strette, gli occhi sbarrati; poi scoteva in aria le mani ed esclamava:
- L'amo francese!
Eh già! Perché gli toccava per giunta di muovergliene il discorso in francese, quando non avrebbe saputo dirglielo neppure in siciliano.
- Monsiurre, ma nièsse...
E poi? Poteva spiattellargli chiaro e tondo che quella scioccona s'era innamorata o incapricciata di lui?
Dalla Norvegia o dal console di Palermo avrebbe avuto il rimborso delle spese, probabilmente; ma di quest'altro guajo qui chi lo avrebbe ricompensato?
- Lui, lui stesso, porco diavolo! M'ha attizzato il fuoco in casa? Si scotti, si bruci!
Quell'aria da mammalucco, da innocente piovuto dal cielo, gliel'avrebbe fatta smettere lui.
E lí, su la scogliera del porto, mentre riforniva gli ami di nuova esca, si voltava a guardare L'arso, che se ne stava seduto su un masso poco discosto, diritto su la vita, con gli occhi chiari fissi al sughero della lenza che galleggiava su l'aspro azzurro dell'acqua luccicante d'aguzzi tremolii.
- Ohé, Mossiur Cleen, ohé!
Guardare, sí, lo guardava; ma lo vedeva poi davvero quel sughero? Pareva allocchito.
Il Cleen, all'esclamazione, si riscoteva come da un sogno, e gli sorrideva; poi tirava pian piano dall'acqua la lenza, credendo che il Mílio lo avesse richiamato per questo, e riforniva anche lui gli ami chi sa da quanto tempo disarmati.
Ah, cosí, la pesca andava benone! Anch'egli, don Paranza, pensando, escogitando il modo e la maniera d'entrare a parlargli di quella faccenda cosí difficile e delicata, si lasciava intanto mangiar l'esca dai pesci: si distraeva, non vedeva piú il sughero, non vedeva piú il mare, e solo rientrava in sé, quando l'acqua tra gli scogli vicini dava un piú forte risucchio.
Stizzito, tirava allora la lenza, e gli veniva la tentazione di sbatterla in faccia a quell'ingrato.
Ma piú ira gli suscitava l'esclamazione che il Cleen aveva imparata da lui e ripeteva spesso, sorridendo, nel sollevare a sua volta la canna.
- Porco diavolo!
Don Paranza, dimenticandosi in quei momenti di parlargli in francese, prorompeva:
- Ma porco diavolo lo dico sul serio, io! Tu ridi, minchione! Che te n'importa?
No, no, cosí non poteva durare: non conchiudeva nulla, non solo, ma si guastava anche il fegato.
- Se la sbrighino loro, se vogliono!
E lo disse una di quelle sere alla nipote, rincasando dalla pesca.
Non s'aspettava che Venerina dovesse accogliere l'irosa dichiarazione della insipienza di lui con uno scoppio di risa, tutta rossa e raggiante in viso.
- Povero zio!
- Ridi?
- Ma sí!
- Fatto?
Venerina si nascose il volto con le mani, accennando piú volte di sí col capo, vivacemente.
Don Paranza, pur contento in cuor suo, alleggerito da quel peso quando meno se l'aspettava, montò su le furie.
- Come! E non me ne dici niente? E mi tieni lí per tanti giorni alla tortura? E lui, anche lui, muto come un pesce!
Venerina sollevò la faccia dalle mani:
- Non t'ha saputo dir nulla, neanche oggi?
- Pesce, ti dico! Baccalà! - gridò don Paranza al colmo della stizza.
- Ho il fegato grosso cosí, dalla bile di tutti questi giorni!
- Si sarà vergognato - disse Venerina, cercando di scusarlo.
- Vergognato! Un uomo! - esclamò don Pietro.
- Ha fatto ridere alle mie spalle tutti i pesci del mare, ha fatto ridere! Dov'è? Chiamalo; fammelo dire questa sera stessa: non basta che l'abbia detto a te!
- Ma senza codesti occhiacci, - gli raccomandò Venerina, sorridendo.
Don Paranza si placò, scosse il testone lanoso e borbottò nella barba:
- Sono proprio...
già tu lo sai, meglio di me.
Di' un po', come hai fatto, senza francese?
Venerina arrossí, sollevò appena le spalle, e i neri occhioni le sfavillarono.
- Cosí, - disse, con ingenua malizia.
- E quando?
- Oggi stesso, quando siete tornati a mezzogiorno, dopo il desinare.
Egli mi prese una mano...
io...
- Basta, basta! - brontolò don Paranza, che in vita sua non aveva mai fatto all'amore.
- È pronta la cena? Ora gli parlo io.
Venerina gli si raccomandò di nuovo con gli occhi, e scappò via.
Don Pietro entrò nella camera del Cleen.
Questi se ne stava con la fronte appoggiata ai vetri del balcone, a guardar fuori; ma non vedeva nulla.
La piazzetta lí davanti, a quell'ora, era deserta e buja.
I lampioncini a petrolio quella sera riposavano, perché della illuminazione del borgo era incaricata la luna.
Sentendo aprir l'uscio, il Cleen si voltò di scatto.
Chi sa a che cosa stava pensando.
Don Paranza si piantò in mezzo alla camera con le gambe aperte, tentennando il capo: avrebbe voluto fargli un predicozzo da vecchio zio brontolone; ma sentí subito la difficoltà d'un discorso in francese consentaneo all'aria burbera a cui già aveva composta la faccia e l'atteggiamento preso.
Frenò a stento un solennissimo sbuffo d'impazienza e cominciò:
- Mossiur Cleen, ma nièsse m'a dit...
Il Cleen, sorrise, timido, smarrito, e chinò leggermente il capo piú volte.
- Oui? - riprese don Paranza.
- E va bene!
Tese gl'indici delle mani e li accostò ripetutamente l'uno all'altro, per significare: "Marito e moglie, uniti..."
- Vous et ma nièsse...
mariage...
oui?
- Si vous voulez, - rispose il Cleen aprendo le mani, come se non fosse ben certo del consenso.
- Oh, per me! - scappò a don Pietro.
Si riprese subito.
- Très-heureux, mossiur Cleen, très-heureux.
C'est fait! Donnez-moi la main...
Si strinsero la mano.
E cosí il matrimonio fu concluso.
Ma il Cleen rimase stordito.
Sorrideva, sí, d'un timido sorriso, nell'impaccio della strana situazione in cui s'era cacciato senza una volontà ben definita.
Gli piaceva, sí, quella bruna siciliana, cosí vivace, con quegli occhi di sole; le era gratissimo dell'amorosa assistenza: le doveva la vita, sí...
ma, sua moglie, davvero? già concluso?
- Maintenant, - riprese don Paranza, nel suo francese, - je vous prie, mossiur Cleen: cherchez, cherchez d'apprendre notre langue...
je vous prie...
Venerina venne a picchiare all'uscio con le nocche delle dita.
- A cena!
Quella prima sera, a tavola, provarono tutti e tre un grandissimo imbarazzo.
Il Cleen pareva caduto dalle nuvole; Venerina, col volto in fiamme, confusa, non riusciva a guardare né il fidanzato né lo zio.
Gli occhi le si intorbidivano, incontrando quelli del Cleen e s'abbassavano subito.
Sorrideva, per rispondere al sorriso di lui non meno impacciato, ma volentieri sarebbe scappata a chiudersi sola sola in camera, a buttarsi sul letto, per piangere...
Sí.
Senza saper perché.
"Se non è pazzia questa, non c'è piú pazzi al mondo!" pensava tra sé dal canto suo don Paranza, aggrondato, tra le spine anche lui, ingozzando a stento la magra cena.
Ma poi, prima il Cleen, con qualche ritegno, lo pregò di tradurre per Venerina un pensiero gentile che egli non avrebbe saputo manifestarle; quindi Venerina, timida e accesa, lo pregò di ringraziarlo e di dirgli...
- Che cosa? - domandò don Paranza, sbarrando tanto d'occhi.
E poiché, dopo quel primo scambio di frasi, la conversazione tra i due fidanzati avrebbe voluto continuare attraverso a lui, egli battendo le pugna su la tavola:
- Oh insomma! - esclamò.
- Che figura ci faccio io? Ingegnatevi tra voi.
Si alzò, fra le risa dei due giovani, e andò a fumarsi la pipa sul divanaccio, brontolando il suo porco diavolo nel barbone lanoso.
VI
Il vaporetto del Di Nica compiva, l'ultima notte di maggio, il suo terzo viaggio da Tunisi.
Fra un'ora, verso l'alba, il vaporetto sarebbe approdato al Molo Vecchio.
A bordo dormivano tutti, tranne il timoniere a poppa e il secondo di guardia sul ponte di comando.
Il Cleen aveva lasciato la sua cuccetta, e da un pezzo, sul cassero, se ne stava a mirare la luna declinante di tra le griselle del sartiame, che vibrava tutto alle scosse cadenzate della macchina.
Provava un senso d'opprimente angustia, lí, su quel guscio di noce, in quel mare chiuso, e anche...
sí, anche la luna gli pareva piú piccola, come se egli la guardasse dalla lontananza di quel suo esilio, mentr'ella appariva grande là, su l'oceano, di tra le sartie dell'Hammerfest donde qualcuno dei suoi compagni forse in quel punto la guardava.
Lí egli con tutto il cuore era vicino.
Chi era di guardia, a quell'ora, su l'Hammerfest? Chiudeva gli occhi e li rivedeva a uno a uno, i suoi compagni: li vedeva salire dai boccaporti; vedeva, vedeva col pensiero il suo piroscafo, come se egli proprio vi fosse; bianco di salsedine, maestoso e tutto sonante.
Udiva lo squillo della campana di bordo; respirava l'odore particolare della sua antica cuccetta; vi si chiudeva a pensare, a fantasticare.
Poi riapriva gli occhi, e allora, non già quello che aveva veduto ricordando e fantasticando gli sembrava un sogno, ma quel mare lí, quel cielo, quel vaporetto, e la sua presente vita.
E una tristezza profonda lo invadeva, uno smanioso avvilimento.
I suoi nuovi compagni non lo amavano, non lo comprendevano, né volevano comprenderlo; lo deridevano per il suo modo di pronunziare quelle poche parole d'italiano che già era riuscito a imparare; e lui, per non far peggio, doveva costringere la sua stizza segreta a sorridere di quel volgare e stupido dileggio.
Mah! Pazienza L'avrebbero smesso, col tempo.
A poco a poco, egli, con l'uso continuo e l'ajuto di Venerina, avrebbe imparato a parlare correttamente.
Ormai, era detto: lí, in quel borgo, lí, su quel guscio e per quel mare, tutta la vita.
Incerto come si sentiva ancora, nella nuova esistenza, non riusciva a immaginare nulla di preciso per l'avvenire.
Può crescere l'albero nell'aria, se ancora scarse e non ben ferme ha le radici nella terra? Ma questo era certo, che lí ormai e per sempre la sorte lo aveva trapiantato.
L'Hammerfest, che doveva ritornare dall'America tra sei mesi, non era piú ritornato.
La sorella, a cui egli aveva scritto per darle notizia della sua malattia mortale e annunziarle il fidanzamento, gli aveva risposto da Trondhjem con una lunga lettera piena d'angoscia e di lieta meraviglia, e annunziato che l'Hammerfest a New York aveva ricevuto un contr'ordine ed era stato noleggiato per un viaggio nell'India, come le aveva scritto il marito.
Chi sa, dunque, se egli lo avrebbe piú riveduto.
E la sorella?
Si alzò, per sottrarsi all'oppressione di quei pensieri.
Aggiornava.
Le stelle erano morte nel cielo crepuscolare; la luna smoriva a poco a poco.
Ecco laggiú, ancora accesa, la lanterna verde del Molo.
Don Paranza e Venerina aspettavano l'arrivo del vaporetto, dalla banchina.
Nei due giorni che il Cleen stava a Porto Empedocle, don Pietro non si recava alla pesca; gli toccava di far la guardia ai fidanzati, poiché quella scimunita di donna Rosolina non s'era voluta prestare neanche a questo: prima perché nubile (e il suo pudore si sarebbe scottato al fuoco dell'amore di quei due), poi perché quel forestiere le incuteva soggezione.
- Avete paura che vi mangi? - le gridava don Paranza.
- Siete un mucchio d'ossa, volete capirlo?
Non voleva capirlo, donna Rosolina.
E non s'era voluta disfare di nulla, in quella occasione, neppur d'un anellino, fra tanti che ne aveva, per dimostrare in qualche modo il suo compiacimento alla nipote..
- Poi, poi, - diceva.
Giacché pure, per forza, un giorno o l'altro, Venerina sarebbe stata l'erede di tutto quanto ella possedeva: della casa, del poderetto lassú, sotto il Monte Cioccafa, degli ori e della mobilia e anche di quelle otto coperte di lana che ella aveva intrecciate con le sue proprie mani, nella speranza non ancora svanita di schiacciarvi sotto un povero marito.
Don Paranza era indignato di quella tirchieria; ma non voleva che Venerina mancasse di rispetto alla zia.
- È sorella di tua madre! Io poi me ne debbo andare prima di lei, per legge di natura, e da me non hai nulla da sperare.
Lei ti resterà, e bisogna che te la tenga cara.
Le farai fare un po' di corte da tuo marito, e vedrai che gioverà.
Del resto, per quel poco che il Signore può badare a uno sciocco come me, stai sicura che ci ajuterà.
Erano venuti, infatti, dal consolato della Norvegia quei pochi quattrinucci per il mantenimento prestato al Cleen.
Aveva potuto cosí comperare alcuni modesti mobili, i piú indispensabili, per metter sú, alla meglio, la casa degli sposi.
Erano anche arrivate da Trondhjem le carte del Cleen.
Venerina era cosí lieta e impaziente, quella mattina, di mostrare al fidanzato la loro nuova casetta già messa in ordine! Ma, poco dopo, quando il vaporetto finalmente si fu ormeggiato nel Molo e il Cleen poté scenderne, quella sua gioja fu improvvisamente turbata dalla stizza, udendo il saluto che gli altri marinaj rivolgevano, quasi miagolando, al suo fidanzato:
- Bon cion! Bon cion!
- Brutti imbecilli! - disse tra i denti, voltandosi a fulminarli con gli occhi.
Il Cleen sorrideva, e Venerina si stizzí allora maggiormente.
- Ma non sei buono da rompere il grugno a qualcuno, di' un po'? Ti lasci canzonare cosí, sorridendo, da questi mascalzoni?
- Eh via! - disse don Paranza.
- Non vedi che scherzano, tra compagni?
- E io non voglio! - rimbeccò Venerina, accesa di sdegno.
- Scherzino tra loro, e non stupidamente, con un forestiere che non può loro rispondere per le rime.
Si sentiva, quasi quasi, messa in berlina anche lei.
Il Cleen la guardava, e quegli sguardi fieri gli parevano vampate di passione per lui: gli piaceva quello sdegno; ma ogni qualvolta gli veniva di manifestarle ciò che sentiva o di confidarle qualcosa, gli pareva d'urtare contro un muro, e taceva e sorrideva, senza intendere che quella bontà sorridente, in certi casi, non poteva piacere a Venerina.
Era colpa sua, intanto, se gli altri erano maleducati? se egli ancora non poteva uscire per le strade, che subito una frotta di monellacci non lo attorniasse? Minacciava, e faceva peggio: quelli si sbandavano con grida e lazzi e rumori sguajati.
Venerina n'era furibonda.
- Storpiane qualcuno! Da' una buona lezione! È possibile che tu debba diventare lo zimbello del paese?
- Bei consigli! - sbuffava don Pietro.
- Invece di raccomandargli la prudenza!
- Con questi cani? Il bastone ci vuole, il bastone!
- Smetteranno, smetteranno, sta' quieta, appena L'arso avrà imparato.
- Lars! - gridava Venerina, infuriandosi ora anche contro lo zio che chiamava a quel modo il fidanzato, come tutto il paese.
- Ma se è lo stesso! - sospirava, seccato, don Pietro, alzando le spalle.
- Càmbiati codesto nome! - ripigliava Venerina, esasperata, rivolta al Cleen.
- Bel piacere sentirsi chiamare la moglie de L'arso!
- E non ti chiamano adesso la nipote di Don Paranza? che male c'è? Lui L'arso, e io, Paranza.
Allegramente!
Non rideva piú, ora, Venerina nell'insegnare al fidanzato la propria lingua: certe bili anzi ci pigliava!
- Vedi? - gli diceva.
- Si sa che ti burlano, se dici cosí! chiaro, chiaro! Ci vuol tanto, Maria Santissima?
Il povero Cleen - che poteva fare? - sorrideva, mansueto, e si provava a pronunziar meglio.
Ma poi, dopo due giorni, doveva ripartire; e di quelle lezioni, cosí spesso interrotte, non riusciva a profittare quanto Venerina avrebbe desiderato.
- Sei come l'uovo, caro mio!
Questi dispettucci parevano puerili a don Pietro, condannato a far la guardia, e se ne infastidiva.
La sua presenza intanto impacciava peggio il Cleen, che non arrivava ancora a comprendere perché ci fosse bisogno di lui: non era egli il fidanzato di Venerina? non poteva uscir solo con lei a passeggiare lassú, su l'altipiano, in campagna? Lo aveva proposto un giorno; ma dalla stessa Venerina si era sentito domandare:
- Sei pazzo?
- Perché?
- Qua i fidanzati non si lasciano soli, neppure per un momento.
- Ci vuole il lampione! - sbuffava don Pietro.
E il Cleen s'avviliva di tutte queste costrizioni, che gli ammiserivano lo spirito e lo intontivano.
Cominciava a sentire una sorda irritazione, un segreto rodío, nel vedersi trattato, in quel paese, e considerato quasi come uno stupido, e temeva di istupidirsi davvero.
VII
Ma che non fosse stupido, lo sapeva bene padron Di Nica, dal modo con cui gli disimpegnava le commissioni e gli affari con quei ladri agenti di Tunisi e di Malta.
Non voleva dirlo - al solito - non per negare il merito e la lode, ma per le conseguenze della lode, ecco.
Credette tuttavia di dimostrargli largamente quanto fosse contento di lui con l'accordargli dieci giorni di licenza, nell'occasione del matrimonio.
- Pochi, dieci giorni? Ma bastano, caro mio! - disse a don Pietro che se ne mostrava malcontento.
- Vedrai, in dieci giorni, che bel figliuolo maschio ti mettono sú! Potrei al massimo concedere che, rimbarcandosi, si porti la sposa a Tunisi e a Malta; per un viaggetto di nozze.
È giovane serio: mi fido.
Ma non potrei di piú.
Spiritò alla proposta di don Pietro di far da testimonio nelle nozze.
- Non per quel buon giovine, capirai; ma se, Dio liberi, mi ci provassi una volta, non farei piú altro in vita mia.
Niente, niente, caro Pietro! Manderò alla sposa un regaluccio, in considerazione della nostra antica amicizia, ma non lo dire a nessuno: mi raccomando!
Dal canto suo, la zia donna Rosolina si strizzò, si strizzò in petto il buon cuore che Dio le aveva dato e venne fuori con un altro regaluccio a Venerina: un pajo d'orecchini a pendaglio, del mille e cinque.
Faceva però la finezza di offrire agli sposi, per quei dieci giorni di luna di miele, la sua campagna sotto il Monte Cioccafa.
- Purché, la mobilia, mi raccomando!
Camminavano sole quelle quattro seggiole sgangherate, a chiamarle col frullo delle dita, dai tanti tarli che le popolavano! E il tanfo di rinchiuso in quella decrepita stamberga, perduta tra gli alberi lassú, era insopportabile.
Subito Venerina, arrivata in carrozza con lo sposo, e i due zii, dopo la celebrazione del matrimonio, corse a spalancare tutti i balconi e le finestre.
- Le tende! I cortinaggi! - strillava donna Rosolina, provandosi a correr dietro l'impetuosa nipote.
- Lasci che prendano un po' d'aria! Guardi guardi come respirano! Ah che delizia!
- Sí, ma, con la luce, perdono il colore.
- Non sono di broccato, zia!
Quell'oretta passata lassú con gli sposi fu un vero supplizio per donna Rosolina.
Soffrí nel veder toccare questo o quell'oggetto, come se si fosse sentita strappare quei mezzi ricci unti di tintura che le virgolavano la fronte; soffrí nel vedere entrare coi pesanti scarponi ferrati la famiglia del garzone per porgere gli omaggi agli sposini.
Stava quel garzone a guardia del podere e abitava con la famiglia nel cortile acciottolato della villa, con la cisterna in mezzo, in una stanzaccia buja: casa e stalla insieme.
Perplesso, se avesse fatto bene o male, recava in dono un paniere di frutta fresche.
Lars Cleen contemplava stupito quegli esseri umani che gli parevano d'un altro mondo, vestiti a quel modo, cosí anneriti dal sole.
Gli parevano siffattamente strani e diversi da lui, che si meravigliava poi nel veder loro battere le pàlpebre, com'egli le batteva, e muovere le labbra, com'egli le moveva.
Ma che dicevano?
Sorridendo, la moglie del garzone annunziava che uno dei cinque figliuoli, il secondo, aveva le febbri da due mesi e se ne stava lí, su lo strame, come un morticino.
- Non si riconosce piú, figlio mio!
Sorrideva, non perché non ne sentisse pena, ma per non mostrare la propria afflizione mentre i padroni erano in festa.
- Verrò a vederlo, - le promise Venerina.
- Nonsí! Che dice, Voscenza? - esclamò angustiata la contadina.
- Ci lasci stare, noi poveretti.
Voscenza, goda.
Che bello sposo! Ci crede che non ho il coraggio di guardarlo?
- E me? - domandò don Paranza.
- Non sono bello io? E sono pure sposo, oh! di donna Rosolina.
Due coppie!
- Zitto là! - gridò questa, sentendosi tutta rimescolare.
- Non voglio che si dicano neppure per ischerzo, certe cose!
Venerina rideva come una matta.
- Sul serio! sul serio! - protestava don Pietro.
E insistette tanto su quel brutto scherzo, per far festa alla nipote, che la zitellona non volle tornarsene sola con lui, in carrozza, al paese.
Ordinò al garzone che montasse in cassetta, accanto al cocchiere.
- Le male lingue...
non si sa mai! con un mattaccio come voi.
- Ah, cara donna Rosolina! che ne volete piú di me, ormai? non posso farvi piú nulla io! - le disse don Pietro in carrozza, di ritorno, scotendo la testa e soffiando per il naso un gran sospiro, come se si sgonfiasse di tutta quell'allegria dimostrata alla nipote.
- Vorrei aver fatto felice quella povera figliuola!
Gli pareva di aver raggiunto ormai lo scopo della sua lunga, travagliata, scombinata esistenza.
Che gli restava piú da fare ormai? mettersi a disposizione della morte, con la coscienza tranquilla, sí, ma angosciata.
Altri quattro giorni di noja...
e poi, lí.
La carrozza passava vicino al camposanto, aereo su l'altipiano che rosseggiava nei fuochi del tramonto.
- Lí, e che ho concluso?
Donna Rosolina, accanto a lui, con le labbra appuntite e gli occhi fissi, acuti, si sforzava d'immaginare che cosa facessero in quel momento gli sposi, rimasti soli, e dominava le smanie da cui si sentiva prendere e che si traducevano in acre stizza contro quell'omaccio, ormai vecchio, che le stava a fianco.
Si voltò a guardarlo, lo vide con gli occhi chiusi: credette che dormisse.
- Sú, sú, a momenti siamo arrivati.
Don Pietro riaprí gli occhi rossi di pianto contenuto, e brontolò:
- Lo so, sposina.
Penso ai gronghi di questa sera.
Chi me li cucina?
VIII
Superato il primo impaccio, vivissimo, della improvvisa intrinsechezza piú che ogni altra intima, con un uomo che le pareva ancora quasi piovuto dal cielo, Venerina prese a proteggere e a condurre per mano, come un bambino, il marito incantato dagli spettacoli che gli offriva la campagna, quella natura per lui cosí strana e quasi violenta.
Si fermava a contemplare a lungo certi tronchi enormi, stravolti, d'olivi, pieni di groppi, di sproni, di giunture storpie, nodose, e non rifiniva d'esclamare:
- Il sole! il sole! - come se in quei tronchi vedesse viva, impressa, tutta quella cocente rabbia solare, da cui si sentiva stordito e quasi ubriacato.
Lo vedeva da per tutto, il sole, e specialmente negli occhi e nelle labbra ardenti e succhiose di Venerina, che rideva di quelle sue meraviglie e lo trascinava via, per mostrargli altre cose che le parevano piú degne d'esser vedute: la grotta del Cioccafa, per esempio.
Ma egli si arrestava, quando ella se l'aspettava meno, davanti a certe cose per lei cosí comuni.
- Ebbene, fichi d'India.
Che stai a guardare?
Proprio un fanciullo le pareva, e gli scoppiava a ridere