LA MOSCA, di Luigi Pirandello - pagina 4
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Aveva preso a suo rischio e ventura certi terreni paludosi che ammorbavano quel paese, e ne aveva fatto i campi piú ubertosi di tutto il circondario: un paradiso!
Non mi faceva grazia nelle sue lettere di nessuno dei tanti palpiti che quella bonifica gli era costata e di nessuno dei tanti mezzi escogitati, dei tanti guaj che gli erano diluviati, di nessuna delle tante lotte sostenute, lui solo contro Milocca tutta: lotte rusticane e lotte civili.
Per invogliarmi forse maggiormente, nell'ultima lettera mi diceva tra l'altro che aveva preso in moglie una saggia massaja, massaja in tutto: otto figliuoli in otto anni di matrimonio (due a un parto), e un nono per via; che aveva anche la suocera in casa, bravissima donna che gli voleva un mondo di bene, e anche il suocero in casa, perla d'uomo, dotto latinista e mio sviscerato ammiratore.
Sicuro.
Perché la mia fama di scrittore era volata fino a Milocca, dacché in un giornale s'era letto non so che articolo che parlava di me e d'un mio libro, dove c'era un uomo che moriva due volte.
Leggendo quell'articolo di giornale, l'amico Tucci s'era ricordato d'un tratto che noi eravamo stati compagni di scuola tant'anni, al Liceo e all'Università, e aveva parlato entusiasticamente del mio straordinario ingegno a suo suocero, il quale subito s'era fatto venire il libro di cui quel giornale parlava.
Ebbene, confesso che proprio quest'ultima notizia fu quella che mi vinse.
Non càpita facilmente agli scrittori italiani la fortuna di veder la faccia dabbene d'uno dei tre o quattro acquirenti di qualche loro libro benavventurato.
Presi il treno e partii per Milocca.
Otto ore buone di ferrovia e cinque di vettura.
Ma piano, con questa vettura! Cent'anni fa, non dico, sarà anche stata non molto vecchia; forse qualche molla, cent'anni fa, doveva averla ancora, anche se tre o quattro razzi delle ruote davanti e cinque o sei di quelle di dietro erano di già attorti di spago cosí come si vedevano adesso.
Cuscini, non ne parliamo! Là, su la tavola nuda; e bisognava sedere in punta in punta, per cansare il rischio che la carne rimanesse presa in qualche fessura, giacché il legno, correndo, sganasciava tutto.
Ma piano, con questo correre! Doveva dirlo la bestia.
E quella bestia lí non diceva nulla: s'ajutava perfino col muso a camminare.
Sí, centomila volte sí, scambio dei piedi, voleva metterci le froge per terra, come ce le metteva, povera decrepita rozza, tanto gli zoccoli sferrati le facevano male.
E quel boja di vetturino intanto aveva il coraggio di dire che bisognava saperla guidare, lasciarla andare col suo verso, perché ombrava, ombrava e, a frustarla, ritta gli si levava come una lepre, certe volte, quella bestiaccia lí.
E che strada! Non posso dire d'averla proprio veduta bene tutta quanta, perché in certi precipizii vidi piuttosto la morte con gli occhi.
Ma c'erano poi le pettate che me la lasciavano ammirare per tutta un'eternità, tra i cigolii del legno e il soffiar di quella rozza sfiancata, che accorava.
Da quanti mai secoli non era stata piú riattata quella strada?
- Il pan delle vetture è il brecciale, - mi spiegò il vetturino.
- Se lo mangiano con le ruote.
Quando manchi il brecciale, si mangiano la strada.
E se l'erano mangiata bene oh, quella strada! Certi solchi che, a infilarli, non dico, ci s'andava meglio che in un binario, da non muoversene piú però, badiamo! ma, a cascarci dentro per uno spaglio della bestia, si ribaltava com'è vero Dio ed era grazia cavarne sano l'osso del collo.
- Ma perché le lasciano cosí senza pane le vetture a Milocca? - domandai.
- Perché? Perché c'è il progetto, - mi rispose il vetturino.
- Il...?
- Progetto, sissignore.
Anzi, tanti progetti, ci sono.
C'è chi vuol portare la via ferrata fino a Milocca, e chi dice il tram e chi l'automobile.
Insomma si studia, ecco, per poi riparare come faccia meglio al caso.
- E intanto?
- Intanto io mi privo di comperare un altro legno e un'altra bestia, perché, capirà, se mettono il treno o il tram o l'automobile, posso fischiare.
Arrivai a Milocca a sera chiusa.
Non vidi nulla, perché secondo il calendario doveva esserci la luna, quella sera; la luna non c'era; i lampioni a petrolio non erano stati accesi; e dunque non ci si vedeva neanche a tirar moccoli.
Villa Tucci era a circa mezz'ora dal paese.
Ma, o che la rozza veramente non ne potesse piú o che avesse fiutato la rimessa lí vicina, come diceva sacrando il vetturino, il fatto è che non volle piú andare avanti nemmeno d'un passo.
E non seppi darle torto, io.
Dopo cinque ore di compagnia, m'ero quasi quasi medesimato con quella bestia: non avrei voluto piú andare avanti neanch'io.
Pensavo:
- Chi sa, dopo tant'anni, come ritroverò Merigo Tucci! Già me lo ricordo cosí in nebbia.
Chi sa come si sarà abbrutito a furia di batter la testa contro le dure, stupide realtà quotidiane d'una meschina vita provinciale! Da compagno di scuola, egli mi ammirava; ma ora vuol essere ammirato lui da me, perché - buttati via i libri - s'è arricchito; mentr'io, là! potrò farmi giulebbare dal suocero dotto latinista, il quale, figuriamoci! mi farà scontare a sudore di sangue le tre lirette spese per il mio libro.
E otto marmocchi poi, e la suocera, Dio immortale, e la nuora buona massaja.
E questo paese che Tucci mi ha decantato ricchissimo e che intanto si fa trovare al bujo, dopo quella stradaccia lí e questo legnetto qua per accogliere gli ospiti.
Dove son venuto a cacciarmi?
Mentre mi pascevo comodamente di queste dolci riflessioni, la rozza, piantata lí su i quattro stinchi, si pasceva a sua volta d'una tempesta di frustate, imperturbabilmente.
Alla fine il vetturino, stanco morto di quella sua gran fatica, disperato e furibondo, mi propose di andare a piedi.
- È qui vicino.
La valigia gliela porto io.
- E andiamo, sú! Sgranchiremo le gambe, - dissi io, smontando.
- Ma la via è buona, almeno? Con questo bujo...
- Lei non tema.
Andrò io avanti; lei mi terrà dietro, piano piano, con giudizio.
Fortuna ch'era bujo! Quel ch'occhio non vede, cuore non crede.
Quando però il giorno dopo vidi quell'altra strada lí, restai basito, non tanto perché c'ero passato, quanto per il pensiero che se Dio misericordioso aveva permesso che non ci lasciassi la pelle, chi sa a quali terribili prove vuol dire che m'ha predestinato.
Fu cosí forte l'impressione che mi fece quella strada e poi l'aspetto di quel paese - squallido, nudo, in desolato abbandono, come dopo un saccheggio o un orrendo cataclisma; senza vie, senz'acqua, senza luce - che la villa dell'amico mio e l'accoglienza ch'egli mi fece con tutti i suoi e l'ammirazione del suocero e via dicendo mi parvero rose, a confronto.
- Ma come! - dissi al Tucci.
- Questo è il paese ricco e felice, tra i piú ricchi e felici del mondo?
E Tucci, socchiudendo gli occhi:
- Questo.
E te ne accorgerai.
Mi venne di prenderlo a schiaffi.
Perché non s'era mica incretinito quel pezzo d'omaccione là; pareva anzi che l'ingegno naturale, con l'alacrità e l'esperienza della vita, nelle dure lotte contro la terra e gli uomini, gli si fosse ingagliardito e acceso; e gli sfolgorava dagli occhi ridenti, da cui io, sciupato e immalinconito dalle vane brighe della città, roso dalle artificiose assidue cure intellettuali, mi sentivo commiserato e deriso a un tempo.
Ma se, ad onta delle mie previsioni, dovevo riconoscer lui, Merigo Tucci, degno veramente d'ammirazione, quel paesettaccio no e poi no, perdio! Ricco? felice?
- Mi canzoni? - gli gridai.
- Non avete neanche acqua per bere e per lavarvi la faccia, case da abitare, strade per camminare, luce la sera per vedere dove andate a rompervi il collo, e siete ricchi e felici? Va' là, ho capito, sai.
La solita retorica! La ricchezza e la felicità nella beata ignoranza, è vero? Vuoi dirmi questo?
- No, al contrario, - mi rispose Merigo Tucci, con un sorriso, opponendo studiatamente alla mia stizza altrettanta calma.
- Nella scienza, caro mio! La felicità nostra è fondata nella scienza piú occhialuta che abbia mai soccorso la povera, industre umanità.
Oh sí, staremmo freschi veramente, se fossero ignoranti i nostri amministratori! Tu m'insegni.
Che salvaguardia può esser piú l'ignoranza in tempi come i nostri? Promettimi che non mi domanderai piú nulla fino a questa sera.
Ti farò assistere a una seduta del nostro Consiglio comunale.
Appunto questa sera si discuterà una questione di capitalissima importanza: l'illuminazione del paese.
Tu avrai dalle cose stesse che vedrai e sentirai la dimostrazione piú chiara e piú convincente di quanto ti ho detto.
Intanto, la ricchezza nostra è nelle meravigliose cascate di Chiarenza che ti farò vedere, e nelle terre che sono, grazie a Dio, cosí fertili, che ci dàn tre raccolti all'anno.
Ora vedrai; vieni con me.
Passò tutto; mi sobbarcai a tutto; mi sorbii come decottini a digiuno tutti gli spassi e le distrazioni della giornata, col pensiero fisso alla dimostrazione che dovevo avere quella sera al Municipio della ricchezza e della felicità di Milocca.
Tucci, ad esempio, mi fece visitare palmo per palmo i suoi campi? Gli sorrisi.
Mi fece una nuova e piú diffusa spiegazione della sua grande impresa lí su i luoghi? Gli sorrisi.
E davvero l'impeto delle correnti aveva sgrottato tutte le terre e a lui era toccato asciugare e rialzar le campagne, corredandole della belletta, del grassume prezioso? Sí? davvero? Oh che piacere! Gli sorrisi.
Ma far la roba è niente: a governarla ti voglio! E dunque gli ulivi si governano ogni tre anni con tre o quattro corbelli di sugo sostanzioso, pecorino? Sí? davvero? Oh che piacere! E gli sorrisi anche quando in cantina, con un'aria da Carlomagno, mi mostrò quattro lunghe andane di botti, e anche lí mi spiegò come valga piú saper governare il tino che la botte e com'egli facesse piú colorito il vino e come gli accrescesse forza e corpo mescolandovi certe qualità d'uve scelte, spicciolate, ammostate da sé, senza mai erbe, mai foglie di sambuco o di tiglio, mai tannino o gesso o catrame.
E sorrisi anche quando, piú morto che vivo, rientrai in villa e mi vidi venire incontro la tribú dei marmocchi in processione, i quali, mostrandomi rotti i giocattoli che avevo loro donati la sera avanti, mi domandavano con un lungo, strascicato lamento, uno dopo l'altro, tra lagrime senza fine:
- Peeerché queeesto m'hai portaaato?
- Peeerché queeesto m'hai portaaato?
Carini! carini! carini!
E sorrisi anche al suocero, mio ammiratore, il quale - sissignori - era cieco, cieco da circa dieci anni e del mio libro non conosceva che qualche paginetta che il genero gli aveva potuto leggere di sera, dopo cena.
Voleva egli ora che glielo leggessi io, il mio libro? Ma subito! E fu una vera fortuna per lui, che non potesse vedere il mio sorriso, e tutti quelli che gli porsi poi, ogni qualvolta il brav'uomo, ch'era straordinariamente erudito, m'interrompeva nella lettura (oh, quasi a ogni rigo!) per domandarmi con buona grazia se non credessi per avventura che avrei fatto meglio a usare un'altra parola invece di quella che avevo usata, o un'altra frase, o un altro costrutto, perché Daniello Bartoli, sicuro, Daniello Bartoli...
Finalmente arrivò la sera! Ero vivo ancora, non avrei saputo dir come, ma vivo, e potevo avere la famosa dimostrazione che Tucci mi aveva promesso.
Andammo insieme al Municipio, per la seduta del Consiglio comunale.
Era, come la maestra e donna di tutte le case del paese, la piú squallida e la piú scura: una catapecchia grave in uno spiazzo sterposo, con in mezzo un fosco cisternone abbandonato.
Vi si saliva per una scalaccia buja, intanfata d'umido, stenebrata a malapena da due tisici lumini filanti, di quelli con le spere di latta, appiccati al muro quasi per far vedere come ornati di stucco, no, per dir la verità, non ce ne fossero, ma gromme di muffa, sí, e tante!
Saliva con noi una moltitudine di gente, attirata dalla discussione di gran momento che doveva svolgersi quella sera; saliva con un contegno, anzi con un cipiglio che doveva per forza meravigliare uno come me, abituato a non vedere mai prendere sul serio le sedute d'un Consiglio comunale.
La meraviglia mi era poi accresciuta, dall'aria, dall'aspetto di quella gente, che non mi pareva affatto cosí sciocca da doversi con tanta facilità contentare d'esser trattata com'era, cioè a modo di cani, dal Municipio.
Tucci fermò per la scala un tozzo omacciotto aggrondato, barbuto, rossigno, che, evidentemente, non voleva esser distratto dai pensieri che lo gonfiavano.
- Zagardi, ti presento l'amico mio...
E disse il mio nome.
Quegli si voltò di mala grazia e rispose appena, con un grugnito, alla presentazione.
Poi mi domandò a bruciapelo:
- Scusi, com'è illuminata la sua città?
- A luce elettrica, - risposi.
E lui, cupo:
- La compiango.
Sentirà stasera.
Scusi, ho fretta.
E via, a balzi, per il resto della scala.
- Sentirai, - mi ripeté Tucci, stringendomi il braccio.
- È formidabile! Eloquenza mordace, irruente.
Sentirai!
- E intanto ha il coraggio di compiangermi?
- Avrà le sue ragioni.
Sú, sú, affrettiamoci, o non troveremo piú posto.
La mastra sala, la Sala del Consiglio, rischiarata da altri lumini a cui quelli della scala avevano ben poco da invidiare, pareva un'aula di pretura delle piú sudice e polverose.
I banchi dei consiglieri e le poltrone di cuojo erano della piú venerabile antichità; ma, a considerarli bene nelle loro relazioni con quelli che tra poco avrebbero preso posto in essi e che ora passeggiavano per la sala, assorti, taciturni, ispidi come tanti cocomerelli selvatici pronti a schizzare a un minimo urto il loro sugo purgativo, pareva che non per gli anni si fossero logorati cosí, ma per la cura cupamente austera del pubblico bene, per i pensieri roditori che in loro, naturalmente, erano divenuti tarli.
Tucci mi mostrò e mi nominò a dito i consiglieri piú autorevoli: l'Ansatti, tra i giovani, rivale dello Zagardi, tozzo e barbuto anche lui, ma bruno; il Colacci, vecchio gigantesco, calvo, sbarbato, dalla pinguedine floscia; il Maganza, bell'uomo, militarmente impostato, che guardava tutti con rigidezza sdegnosa.
Ma ecco, ecco il sindaco in ritardo.
Quello? Sí, Anselmo Placci.
Tondo, biondo, rubicondo: quel sindaco stonava.
- Non stona, vedrai, - mi disse Tucci.
- È il sindaco che ci vuole.
Nessuno lo salutava; solo il Colacci gigantesco gli s'accostò per battergli forte la mano su la spalla.
Egli sorrise, corse a prender posto sul suo seggio, asciugandosi il sudore, e sonò il campanello, mentre il capo-usciere gli porgeva la nota dei consiglieri presenti.
Non mancava nessuno.
Il segretario, senza aspettar l'ordine, aveva preso a leggere il verbale della seduta precedente, che doveva essere redatto con la piú scrupolosa diligenza, perché i consiglieri che lo ascoltavano accigliati approvavano di tratto in tratto col capo, e infine non trovarono nulla da ridire.
Prestai ascolto anch'io a quel verbale, volgendomi ogni tanto, smarrito e sgomento, a guardare l'amico Tucci.
A proposito delle strade di Milocca, si parlava come niente di Londra, di Parigi, di Berlino, di New York, di Chicago, in quel verbale, e saltavan fuori nomi d'illustri scienziati d'ogni nazione e calcoli complicatissimi e astrusissime disquisizioni, per cui i capelli del magro, pallido segretario mi pareva si ritraessero verso la nuca, man mano ch'egli leggeva, e che la fronte gli crescesse mostruosamente.
Intanto due o tre uscieri, zitti zitti, in punta di piedi, recavano a questo e a quel banco pile enormi di libri e grossi incartamenti.
- Nessuno ha da fare osservazioni al verbale? - domandò alla fine il sindaco, stropicciandosi le mani paffutelle e guardando in giro.
- Allora s'intende approvato.
L'ordine del giorno reca: - Discussione del Progetto presentato dalla Giunta per un impianto idro-termo-elettrico nel Comune di Milocca.
- Signori Consiglieri! Voi conoscete già questo progetto e avete avuto tutto il tempo d'esaminarlo e di studiarlo in ogni sua parte.
Prima di aprire la discussione, consentite che io, anche a nome dei colleghi della Giunta, dichiari che noi abbiamo fatto di tutto per risolvere nel minor tempo e nel modo che ci è sembrato piú conveniente, sia per il decoro e per il vantaggio del paese, sia rispetto alle condizioni economiche del nostro Comune, il gravissimo problema dell'illuminazione.
Aspettiamo dunque fiduciosi e sereni il vostro giudizio, che sarà equo certamente; e vi promettiamo fin d'ora, che accoglieremo ben volentieri tutti quei consigli, tutte quelle modificazioni che a voi piacerà di proporre, ispirandovi come noi al bene e alla prosperità del nostro paese.
Nessun segno d'approvazione.
E si levò prima a parlare il consigliere Maganza, quello dall'impostatura militaresca.
Premise che sarebbe stato brevissimo, al solito suo.
Tanto piú che per distruggere e atterrare quel fantastico edificio di cartapesta (sic), ch'era il progetto della Giunta, poche parole sarebbero bastate.
Poche parole e qualche cifra.
E punto per punto il consigliere Maganza si mise a criticare il progetto, con straordinaria lucidità d'idee e parola acuta, incisiva: il complesso dei lavori e delle spese; la sanzione che si doveva dare per l'acquisto della concessione dell'acqua di Chiarenza; i rischi gravissimi a cui sarebbe andato incontro il Municipio: il rischio della costruzione e il rischio dell'esercizio; l'insufficienza della somma preventivata, che saltava agli occhi di tutti coloro che avevano fatto impianti meccanici e sapevano come fosse impossibile contener le spese nei limiti dei preventivi, specialmente quando questi preventivi erano fatti sopra progetti di massima e con l'evidente proposito di fare apparir piccola la spesa; il carattere impegnativo che aveva l'offerta dell'accollatario, fermi restando i dati su i quali l'offerta medesima era fondata; dati che per forza il Consiglio avrebbe dovuto alterare con varianti e aggiunte ai lavori idraulici, con varianti e aggiunte agl'impianti meccanici; e ciò oltre a tutti i casi imprevisti e imprevedibili, di forza maggiore, e a tutte le accidentalità, incagli, intoppi, che certamente non sarebbero mancati.
Come poi fare appunti particolareggiati senza avere a disposizione i disegni d'esecuzione e i dati necessarii? Eppure due enormi lacune apparivano già evidentissime nel progetto: nessuna somma per le spese generali, mentre ognuno comprendeva che non si potevano eseguire lavori cosí grandiosi, cosí estesi, cosí varii e delicati, senza gravi spese di direzione e di sorveglianza e spese legali e amministrative; e l'altra lacuna ben piú vasta e profonda: la riserva termica che in principio la Giunta sosteneva non necessaria e che poi finalmente ammetteva.
E qui il consigliere Maganza, con l'ajuto dei libri che gli avevano recati gli uscieri, si sprofondò in una intricatissima, minuziosa confutazione scientifica, parlando della forza dei torrenti e delle cascate e di prese e di canali e di condotte forzate e di macchinarii e di condotte elettriche e delle relazioni da stabilire tra riserva termica e forza idraulica, oltre la riserva degli accumulatori; citando la Società Edison di Milano e l'Alta Italia di Torino e ciò che per simili impianti s'era fatto a Vienna, a Pietroburgo, a Berlino.
Eran passate circa due ore e il brevissimo discorso non accennava ancora di finire.
Il pubblico stipato pendeva dalle labbra dell'oratore, per nulla oppresso da tanta copia d'irta, spaventevole erudizione.
Io quasi non tiravo piú fiato; eppure lo stupore mi teneva lí, con gli occhi sbarrati e a bocca aperta.
Ma, alla fine, il Maganza, mentre il pubblico s'agitava, non già per sollievo, anzi per viva ammirazione, concluse cosí:
- La dura esperienza in altre città, o signori, ha purtroppo dimostrato che gl'impianti idro-termo-elettrici sono della massima difficoltà e serbano dolorosissime sorprese.
Nessuno può far miracoli, e tanto meno, su la base d'un cosí fatto progetto, potrà farne il Municipio di Milocca!
Scoppiarono frenetici applausi e il consigliere Ansatti si precipitò dal suo banco ad abbracciare e baciare il Maganza; poi, rivolto al pubblico e ritornando man mano al suo posto, prese a gridare tutto infocato, con violenti gesti:
- Si osa proporre, o signori, oggi, oggi, come se noi ci trovassimo dieci o venti anni addietro, al tempo di Galileo Ferraris, si osa proporre un impianto idro-termo-elettrico a Milocca! Ah come mi metterei a ridere, se potesse parermi uno scherzo! Ma coi denari dei contribuenti, o signori della Giunta, non è lecito scherzare, ed io non rido, io m'infiammo anzi di sdegno! Un impianto idro-termo-elettrico a Milocca, quando già spunta su l'orizzonte scientifico la gloria consacrata di Pictet? Non vi farò il torto di credere, o signori, che voi ignoriate chi sia l'illustre professor Pictet, colui che con un processo di produzione economica dell'ossigeno industriale prepara una memoranda rivoluzione nel mondo della scienza, della tecnica e dell'industria, una rivoluzione che sconvolgerà tutto il macchinismo della vita moderna, sostituendo questo nuovo elemento di luce e di calore a tutti quelli, di potenza molto minore, che finora sono in uso!
E con questo tono e con crescente fuoco, il consigliere Ansatti spiegò al pubblico attonito e affascinato la scoperta del Pictet, e come col sistema da lui inventato le fiamme delle reticelle Auer sarebbero arrivate alle altissime temperature di tre mila gradi, aumentando di ben venti volte la loro luminosità; e come la luce cosí ottenuta sarebbe stata, a differenza di tutte le altre, molto simile a quella solare; e che se poi, al posto del gas, si fosse messa un'altra miscela derivante da un trattamento del carbon fossile col vapore acqueo e l'ossigeno industriale, il potere calorifico sarebbe aumentato di altre sei volte!
Mentr'egli spiegava questi prodigi, il consigliere Zagardi, suo rivale, quello che mi aveva compianto per la scala, sogghignava sotto sotto.
L'Ansatti se ne accorse e gli gridò:
- C'è poco da sogghignare, collega Zagardi! Dico e sostengo di altre sei volte! Ci ho qui i libri; te lo dimostrerò!
E glielo dimostrò, difatti; e alla fine, balzando da quella terribile dimostrazione piú vivo e piú infocato di prima, concluse, rivolto alla Giunta:
- Ora in quali condizioni, o ciechi amministratori, in quali condizioni d'inferiorità si troverebbero il Municipio e il paese di Milocca, coi loro miserabili 1000 cavalli di forza elettrica, quando questo enorme rivolgimento sarà nell'industria e nella vita un fatto compiuto?
- Scusami, - diss'io piano all'amico Tucci, mentre gli applausi scrosciavano nella sala con tale impeto che il tetto pareva ne dovesse subissare, - levami un dubbio: non è intanto al bujo il paese di Milocca?
Ma Tucci non volle rispondermi:
- Zitto! Zitto! Ecco che parla Zagardi! Sta' a sentire!
Il tozzo omacciotto barbuto s'era infatti levato, col sogghigno ancora su le labbra, torcendosi sul mento, con gesto dispettoso, il rosso pelo ricciuto.
- Ho sogghignato, - disse, - e sogghigno, collega Ansatti, nel vederti cosí tutto fiammante d'ossigeno industriale, paladino caloroso del professor Pictet! Ho sogghignato e sogghigno, collega Ansatti, non tanto di sdegno quanto di dolore, nel vedere come tu, cosí accorto, tu, giovane e vigile bracco della scienza, ti sia fermato alla nuova scoperta di quel professor francese e, abbagliato dalla luce venti volte cresciuta delle reticelle Auer, non abbia veduto un piú recente sistema d'illuminazione che il Municipio di Parigi va sperimentando per farne poi l'applicazione generale nella ville lumière.
Io dico il Lusol, collega Ansatti, e non iscioglierò inni in gloria della nuova scoperta, perché non con gl'inni si fanno le rivoluzioni nel campo della scienza, della tecnica e dell'industria, ma con calcoli riposati e rigorosi.
E qui lo Zagardi, non smettendo mai di tormentarsi sul mento la barbetta rossigna, piano piano, col suo fare mordace e dispettoso, parlò della semplicità meravigliosa delle lampade a lusol, nelle quali il calore di combustione dello stoppino e la capillarità bastavano a determinare senz'alcun meccanismo l'ascesa del liquido illuminante, la sua vaporizzazione e la sua mescolanza alla forte proporzione d'aria che rendeva la fiamma piú viva e sfavillante di quella ottenuta con qualunque altro sistema.
E per un miserabilissimo centesimo si sarebbe ormai avuta la stessa luce che si aveva a quattro o cinque centesimi col vile petrolio, a otto o dieci con l'ambiziosa elettricità, a quindici o venti col pacifico olio.
E il Lusol non richiedeva né costruzioni di officine, né impianti, né canalizzazioni.
Non aveva egli dunque ragione di sogghignare?
O fosse per la tempesta suscitata nella poca aria della sala dalle deliranti acclamazioni e dai battimani del pubblico, o fosse per mancanza d'alimento, essendosi la seduta già protratta oltre ogni previsione, il fatto è che, alla fine del discorso dello Zagardi, i lumi si abbassarono di tanto, che si era quasi al bujo quando sorse per ultimo a parlare il Colacci, il vecchio gigantesco dalla pinguedine floscia.
Ma ecco: prima un usciere e poi un altro e poi un terzo entrarono come fantasmi nell'aula, reggendo ciascuno una candela stearica.
L'aspettazione nel pubblico era intensa; indimenticabile la scena che offriva quella tetra sala affollata, nella semioscurità, con quelle tre candele accese presso il vecchio gigantesco che con ampii gesti e voce tonante magnificava la Scienza, feconda madre di luce inestinguibile, produttrice inesauribile di sempre nuove energie e di piú splendida vita.
Dopo le scoperte mirabili di cui avevano parlato l'Ansatti e lo Zagardi, era piú possibile sostenere l'impianto idro-termo-elettrico proposto dalla Giunta? Che figura avrebbe fatto il paese di Milocca illuminato soltanto a luce elettrica? Questo era il tempo delle grandi scoperte, e ogni Amministrazione che avesse veramente a cuore il decoro del paese e il bene dei cittadini, doveva stare in guardia dalle sorprese continue della Scienza.
Il consigliere Colacci, pertanto, sicuro d'interpretare i voti del buon popolo milocchese e di tutti i colleghi consiglieri, proponeva la sospensiva sul progetto della Giunta, in vista dei nuovi studii e delle nuove scoperte che avrebbero finalmente dato la luce al paese di Milocca.
- Hai capito? - mi domandò Tucci, uscendo poco dopo nelle tenebre dello spiazzo sterposo innanzi al Municipio.
- E cosí per l'acqua, e cosí per le strade, e cosí per tutto.
Da una ventina d'anni il Colacci si alza a ogni fine di seduta per inneggiare alla Scienza, per inneggiare alla luce, mentre i lumi si spengono, e propone la sospensiva su ogni progetto, in vista di nuovi studii e di nuove scoperte.
Cosí noi siamo salvi, amico mio! Tu puoi star sicuro che la Scienza, a Milocca, non entrerà mai.
Hai una scatola di fiammiferi? Cavala fuori e fatti lume da te.
LE MEDAGLIE
Sciaramè, quella mattina, s'aggirava per la sua cameretta come una mosca senza capo.
Piú d'una volta Rorò, la figliastra, s'era fatta all'uscio, a domandargli:
- Che cerca?
E lui, dissimulando subito il turbamento, frenando la smania, le aveva risposto, dapprima, con una faccetta morbida, ingenua:
- Il bastone, cerco.
E Rorò:
- Ma lí, non vede? All'angolo del canterano.
Ed era entrata a prenderglielo.
Poco dopo, a una nuova domanda di Rorò, aveva ancora trovato modo di dirle che gli bisognava un...
sí, un fazzoletto pulito.
E lo aveva avuto; ma ecco, non si risolveva ancora ad andarsene.
La verità era questa: che Sciaramè, quella mattina, cercava il coraggio di dire una certa cosa alla figliastra; e non lo trovava.
Non lo trovava, perché aveva di lei la stessa suggezione che aveva già avuto della moglie, morta da circa sette anni.
Di crepacuore, sosteneva Rorò, per la imbecillità di lui.
Perché Carlandrea Sciaramè, agiato un tempo, aveva perduto a un certo punto il dominio dei venti e delle piogge, e dopo una serie di mal'annate, aveva dovuto vendere il poderetto e poi la casa e, a sessantotto anni, adattarsi a fare il sensale d'agrumi.
Prima li vendeva lui, gli agrumi, ch'erano il maggior prodotto del podere (li vendeva per modo di dire: se li lasciava rubare, portar via per una manciata di soldi dai sensali ladri); ora avrebbe dovuto farla lui la parte del ladro, e figurarsi come ci riusciva!
Già, non gliela lasciavano nemmeno mettere in prova.
Una volta tanto, qualche affaruccio, per pagargli la sensería, come carità.
E per guadagnarsela, quella sensería, doveva correre, povero vecchio, un'intera giornata, infermiccio com'era, gracile, malato di cuore, con quei piedi gonfi, imbarcati in certe scarpacce di panno sforacchiate.
Quand'era al vespro, rincasava, disfatto e cadente, con due lirette in mano, sí e no.
La gente però credeva che di tutte le pene che gli toccava patire si rifacesse poi nelle grandi giornate del calendario patriottico, nelle ricorrenze delle feste nazionali, allorché con la camicia rossa scolorita, il fazzoletto al collo, il cappello a cono sprofondato fin su la nuca, recava in trionfo le sue medaglie garibaldine del Sessanta.
Sette medaglie!
Eppure, arrancando in fila coi commilitoni nel corteo, dietro la bandiera del sodalizio dei Reduci, Sciaramè sembrava un povero cane sperduto.
Spesso levava un braccio, il sinistro, e con la mano tremicchiante o si stirava sotto il mento la floscia giogaja o tentava di pinzarsi i peluzzi ispidi sul labbro rientrato; e insomma pareva facesse di tutto per nascondere cosí, sotto quel braccio levato, le medaglie, dando a ogni modo a vedere che non gli piaceva farne pompa.
Molti, vedendolo passare, gli gridavano:
- Viva la patria, Sciaramè!
E lui sorrideva, abbassando gli occhietti calvi, quasi mortificato, e rispondeva piano, come a se stesso:
- Viva...
viva...
La Società dei Reduci Garibaldini aveva sede nella stanza a pianterreno dell'unica casupola rimasta a Sciaramè di tutte le sue proprietà.
Egli abitava sú, con la figliastra, in due camerette, a cui si accedeva per una scaletta da quella stanza terrena.
Su la porta era una tabella, ove a grosse lettere rosse era scritto:
REDUCI GARIBALDINI.
Dalla finestra di Rorò s'allungava graziosamente su quella tabella una rappa vagabonda di gelsomini.
Nella stanza, un tavolone coperto da un tappeto verde, per la presidenza e il consiglio; un altro, piú piccolo, per i giornali e le riviste; una scansia rustica a tre palchetti, polverosa, piena di libri in gran parte intonsi; alle pareti, un gran ritratto oleografico di Garibaldi; uno, di minor dimensione, di Mazzini, uno, ancor piú piccolo, di Carlo Cattaneo; e poi una stampa commemorativa della Morte dell'Eroe dei Due Mondi, fra nastri, lumi e bandiere.
Rorò, ogni giorno, rassettate le due camerette di sopra, indossata una ormai famosa camicetta rossa fiammante, scendeva in quella stanza a terreno e sedeva presso la porta a conversare con le vicine, lavorando all'uncinetto.
Era una bella ragazza, bruna e florida, e la chiamavano la Garibaldina.
Ora Sciaramè, quel giorno, doveva dire appunto alla figliastra di non scendere piú in quella stanza, sede della Società, e di rimanersene invece a lavorare sú, nella sua cameretta, perché Amilcare Bellone, presidente dei Reduci, s'era lamentato con lui, non propriamente di quest'abitudine di Rorò, ch'era infine la padrona di casa, ma perché, con la scusa di venire a leggere i giornali, vi entrava quasi ogni mattina un giovinastro, un tal Rosolino La Rosa, il quale, per essere andato in Grecia insieme con tre altri giovanotti del paese, il Betti, il Gàsperi e il Marcolini, a combattere nientemeno contro la Turchia, si credeva garibaldino anche lui.
Il La Rosa, ricco e fannullone, era orgoglioso di questa sua impresa giovanile; se n'era fatta quasi una fissazione, e non sapeva piú parlar d'altro.
Uno de' suoi tre compagni, il Gàsperi, era stato ferito leggermente a Domokòs; ed egli se ne vantava quasi la ferita fosse invece toccata a lui.
Era anche un bel giovane, Rosolino La Rosa: alto, smilzo, con una lunga barba quadra, biondo-rossastra, e un pajo di baffoni in sú, che, a stirarli bene, avrebbe potuto annodarseli come niente dietro la nuca.
Ci voleva poco a capire che non veniva nella sede dei Reduci per leggere i giornali e le riviste, ma per farsi vedere lí come uno di casa tra i garibaldini, e anche per fare un po' all'amore con Rorò dalla camicetta rossa.
Sciaramè lo aveva capito anche lui; ma sapeva pure che Rorò era molto accorta e che il giovanotto era ricco e sventato.
Poteva egli, in coscienza, troncare la probabilità d'un matrimonio vantaggioso per la figliastra? Egli era vecchio e povero; tra breve, dunque, come sarebbe rimasta quella ragazza, se non riusciva a procurarsi un marito? Poi, non era veramente suo padre e non aveva perciò tanta autorità su lei da proibirle di fare una cosa, in cui non solo riteneva che non ci fosse nulla di male, ma da cui anzi prevedeva che potesse derivarle un gran bene.
D'altro canto, però, Amilcare Bellone non aveva torto, neanche lui.
Questi erano affari di famiglia, in cui la Società dei Reduci non aveva che vedere.
Già nella via si sparlava di quell'intrighetto del La Rosa e di Rorò, a cui pareva tenesse mano la Società; e il Bellone, ch'era di questa e del suo buon nome giustamente geloso, non poteva permetterlo.
Che fare intanto? Come muoverne il discorso a Rorò? Era da piú di un'ora tra le spine il povero Sciaramè, quando Rorò stessa venne a offrirgliene il modo.
Già acconciata con la sua camicetta rossa fiammante, entrò nella camera del patrigno, spazientita:
- Insomma, esce o non esce questa mattina? Non mi ha fatto neanche rassettare la camera! Me ne scendo giú.
- Aspetta, Rorò, senti, - cominciò allora Sciaramè, facendosi coraggio.
- Volevo dirti proprio questo.
- Che?
- Che tu, ecco, sí...
dico, non potresti, dico, non ti piacerebbe lavorare quassú, in camera tua, piuttosto che giú?
- E perché?
- Ma, ecco, perché giú, sai? i...
i socii...
Rorò aggrottò subito le ciglia.
- Novità? Scusi, si sono messi forse a pagarle la pigione, i signori Reduci?
Sciaramè fece un sorrisino scemo, come se Rorò avesse detto una bella spiritosaggine.
- Già, - disse.
- È vero, non...
non pagano la pigione.
- E che vogliono dunque? - incalzò, fiera, Rorò.
- Che pretendono? Dettar legge, per giunta, in casa nostra?
- No: che c'entra! - si provò a replicare Sciaramè.
- Sai che fui io, che volli io offrir loro...
- La sera, - concesse, per tagliar corto Rorò.
- La sera, padronissimi! giacché lei ebbe la felicissima idea d'ospitarli qua.
E so io quel che mi ci vuole ogni notte a prender sonno, con tutte le loro chiacchiere e le canzonacce che cantano, ubriachi! Ma basta.
Ora pretenderebbero che io...?
- Non per te, - cercò d'interromperla Sciaramè, - non per te, propriamente, figliuola mia...
- Ho capito! - disse, infoscandosi, Rorò.
- Avevo capito anche prima che lei si mettesse a parlare.
Ma risponda ai signori Reduci cosí: che si facciano gli affari loro, ché ai miei ci bado io; se questo loro non accomoda, se ne vadano, che mi faranno un grandissimo piacere.
Io ricevo in casa mia chi mi pare e piace.
Devo renderne conto soltanto a lei.
Dica un po': forse lei non si fida piú di me?
- Io sí, io sí, figliuola mia!
- E dunque, basta cosí! Non ho altro da dirle.
E Rorò, piú rossa in volto della sua camicetta, voltò le spalle e se ne scese giú, con un diavolo per capello.
Sciaramè diede un'ingollatina, poi rimase in mezzo alla camera a stirarsi il labbro e a battere le pàlpebre, stizzito, non sapeva bene se contro se stesso o contro Rorò o contro i Reduci.
Ma qualche cosa bisognava infine che facesse.
Intanto, questa: uscir fuori.
Un po' d'aria! All'aria aperta, chi sa! qualche idea gli sarebbe venuta.
E scese la scaletta, con una mano appoggiata al muro e l'altra al bastoncino che mandava innanzi; poi giú un piede gonfio e poi l'altro, soffiando per le nari, a ogni scalino, la pena e lo stento; attraversò la stanza terrena e uscí senza dir nulla a Rorò, che già parlava con una vicina e non si voltò neppure a guardarlo.
Ah che sollievo sarebbe stato per lui se questa benedetta figliuola si fosse maritata, magari con qualche altro giovine, se non proprio col La Rosa! Col La Rosa, veramente - a pensarci bene - gli sembrava difficile: punto primo, perché Rorò era povera; poi, perché la chiamavano la Garibaldina, e i signori La Rosa, invece, per il figliuolo sventato cercavano una ragazza assennata, senza fumi patriottici.
Non che Rorò ne avesse: non ne aveva mai avuti; ma s'era fatta pur troppo questa fama, e forse ora se n'avvaleva, come d'una ragna a cui nessuno poteva dire che lei avesse posto mano, per farvi cascare quel farfallino del La Rosa.
- Magari! - sospirava tra sé e sé Sciaramé, pensando che, veramente, pareva già avviluppato bene il farfallino.
Via, come andare a guastar quella ragna proprio adesso, per far piacere ai signori Reduci che non pagavano neppure la pigione? E in che consisteva, alla fin fine, tutto il male per Amilcare Bellone? Nel fatto che il La Rosa aveva portato in Grecia la camicia rossa.
Dispetto e gelosia! La camicia rossa addosso a quel giovanotto pareva a quel benedett'uomo un vero e proprio sacrilegio, e lo faceva infuriare come un toro.
Se a leggere i giornali, là dai Reduci, fosse venuto qualche altro giovanotto, certo non se ne sarebbe curato.
Cosí pensando, Sciaramè pervenne alla piazza principale del paese e andò a sedere, com'era solito, davanti a uno dei tavolini del Caffè, disposti sul marciapiede.
Lí seduto, ogni giorno, aspettava che qualcuno lo chiamasse per qualche commissione: aspettando, mangiato dalle mosche e dalla noja, s'addormentava.
Non prendeva mai nulla, in quel Caffè, neanche un bicchier d'acqua con lo schizzo di fumetto; ma il padrone lo sopportava perché spesso gli avventori si spassavano con lui forzandolo a parlare e di Calatafimi e dell'entrata di Garibaldi a Palermo e di Milazzo e del Volturno.
Sciaramè ne parlava con accorata tristezza, tentennando il capo e socchiudendo gli occhietti calvi.
Ricordava gli episodii pietosi, i morti, i feriti, senz'alcuna esaltazione e senza mai vantarsi.
Sicché, alla fine, quelli che lo avevano spinto a parlare per goderselo, restavano afflitti, invece, a considerare come l'antico fervore di quel vecchietto fosse caduto e si fosse spento nella miseria dei tristi anni sopravvissuti.
Vedendolo, quella mattina, piú oppresso del solito, uno degli avventori gli gridò:
- E sú, coraggio, Sciaramè! Tra pochi giorni sarà la festa dello Statuto.
Faremo prendere un po' d'aria alla vecchia camicia rossa!
Sciaramè fece scattare in aria una mano, in un gesto che voleva dire che aveva altro per il capo.
Stava per posare il mento su le mani appoggiate al pomo del bastoncino, quando si sentí chiamare rabbiosamente da Amilcare Bellone sopravvenuto come una bufera.
Sobbalzò e si levò in piedi, sotto lo sguardo iroso del Presidente della Società dei Reduci.
- Gliel'ho detto, sai? a Rorò.
Gliel'ho detto questa mattina - premise, per ammansarlo, accostandoglisi.
Ma il Bellone lo afferrò per un braccio, lo tirò a sé e, mettendogli un pugno sotto il naso, gli gridò:
- Ma se è là!
- Chi?
- Il La Rosa!
- Là?
- Sí, e adesso te lo accomodo io.
Te lo caccio via io, a pedate!
- Per carità! - scongiurò Sciarame.
- Non facciamo scandali! Lascia andar me.
Ti prometto che non ci metterà piú piede.
Credevo che bastasse averlo detto a Rorò...
Ci andrò io, lascia fare!
Il Bellone sghignò; poi, senza lasciargli il braccio, gli domandò:
- Vuoi sapere che cosa sei?
Sciaramè sorrise amaramente, stringendosi nelle spalle.
- Mammalucco? - disse.
- E te ne accorgi adesso? Lo so da tanto tempo, io, bello mio.
E s'avviò, curvo, scotendo il capo, appoggiato al bastoncino.
Quando Rorò, che se ne stava seduta presso la porta, scorse il patrigno da lontano, fece segno a Rosolino La Rosa di scostarsi e di sedere al tavolino dei giornali.
Il La Rosa con una gambata fu a posto; aprí sottosopra una rivista, e s'immerse nella lettura.
E Rorò:
- Cosí presto? - domandò al patrigno, col piú bel musino duro della terra.
- Che le è accaduto?
Sciaramè guardò prima il La Rosa che se ne stava coi gomiti sul piano del tavolino e la testa tra le mani, poi disse alla figliastra:
- Ti avevo pregata di startene sú.
- E io le ho risposto che a casa mia...
- cominciò Rorò; ma Sciaramè la interruppe, minaccioso, alzando il bastoncino e indicandole la scaletta in fondo:
- Sú, e basta! Debbo dire una parolina qua al signor La Rosa.
- A me? - fece questi, come se cascasse dalle nuvole, voltandosi e mostrando la bella barba quadra e i baffoni in sú.
Si levò in piedi, quant'era lungo, e s'accostò a Sciaramè che restò, di fronte a lui, piccino piccino.
- State, state seduto, prego, caro don Rosolino.
Vi volevo dire, ecco...
Va' sú tu, Rorò!
Rosolino La Rosa si spezzò in due per inchinarsi a Rorò, che già s'avviava per la scaletta, borbottando, rabbiosa.
Sciaramè aspettò che la figliastra fosse sú; si volse con un fare umile e sorridente al La Rosa e cominciò:
- Voi siete, lo so, un buon giovine, caro don Rosolino mio.
Rosolino La Rosa tornò a spezzarsi in due:
- Grazie di cuore!
- No, è la verità - riprese Sciaramè.
- E io, per conto mio, mi sento onorato...
- Grazie di cuore!
- Ma no, è la verità, vi dico.
Onoratissimo, caro don Rosolino, che veniate qua per...
per leggere i giornali.
Però, ecco, io qua sono padrone e non sono padrone.
Voi vedete: questa è la sede della Società dei Reduci; e io, che sono padrone e non sono padrone, ho verso i miei compagni, verso i socii, una...
una certa responsabilità, ecco.
- Ma io...
- si provò a interrompere Rosolino La Rosa.
- Lo so, voi siete un buon giovine - soggiunse subito Sciaramè, protendendo le mani, - venite qua per leggere i giornali; non disturbate nessuno.
Questi giornali, però, ecco...
questi giornali, caro don Rosolino mio, non sono miei.
Fossero miei...
ma tutti, figuratevi! Non essendo socio...
- Alto là! - esclamò a questo punto il La Rosa, protendendo lui, adesso, le mani, e accigliandosi.
- Vi aspettavo qua: che mi diceste questo.
Non sono socio? Benissimo.
Rispondete ora a me: in Grecia, io, ci sono stato, sí o no?
- Ma sicuro che ci siete stato! Chi può metterlo in dubbio?
- Benissimo! E la camicia rossa, l'ho portata, sí o no?
- Ma sicuro! - ripeté Sciarame.
- Dunque, sono andato, ho combattuto, sono ritornato.
Ho prove io, badate, Sciaramè, prove, prove, documenti che parlano chiaro.
E allora, sentiamo un po': secondo voi, che cosa sono io?
- Ma un bravo giovinotto siete, un buon figliuolo, non ve l'ho detto?
- Grazie tante! - squittí Rosolino La Rosa.
- Non voglio saper questo.
Secondo voi, sono o non sono garibaldino?
- Siete garibaldino? Ma sí, perché no? - rispose, imbalordito, Sciaramè, non sapendo dove il La Rosa volesse andar a parare.
- E reduce? - incalzò questi allora.
- Sono anche reduce, perché non sono morto e sono ritornato.
Va bene? Ora i signori veterani non permettono che io venga qua a leggere i giornali perché non sono socio, è vero? L'avete detto voi stesso.
Ebbene: vado or ora a trovare i miei tre compagni reduci di Domokòs, e tutt'e quattro d'accordo, questa sera stessa, presenteremo una domanda d'ammissione alla Società.
- Come? come? - fece Sciaramè, sgranando gli occhi.
- Voi socio qua?
- E perché no? - domandò Rosolino La Rosa, aggrottando piú fieramente le ciglia.
-Non ne saremmo forse degni, secondo voi?
- Ma sí, non dico...
per me, figuratevi! tanto onore e tanto piacere! - esclamò Sciaramè.
- Ma gli altri, dico, i...
miei compagni...
- Voglio vederli! - concluse minacciosamente il La Rosa.
- Io so che ho diritto di far parte di questa Società piú di qualche altro; e, all'occorrenza, Sciaramè, potrei dimostrarlo.
Avete capito?
Cosí dicendo, Rosolino La Rosa prese con due dita il bavero della giacca di Sciaramè e gli diede una scrollatina; poi, guardandolo negli occhi, aggiunse:
- A questa, sera, Sciaramè, siamo intesi?
Il povero Sciaramè rimase in mezzo alla stanza, sbalordito, a grattarsi la nuca.
Erano rimasti a far parte della Società dei Reduci poco piú d'una dozzina di veterani, nessuno dei quali era nativo del paese.
Amilcare Bellone, il presidente, era lombardo, di Brescia; il Nardi e il Navetta romagnoli, e tutti insomma di varie regioni d'Italia, venuti in Sicilia chi per il commercio degli agrumi e chi per quello dello zolfo.
La Società era sorta, tanti e tanti anni fa, d'improvviso una sera per iniziativa del Bellone.
Si doveva festeggiare a Palermo il centenario dei Vespri Siciliani.
Alla notizia che Garibaldi sarebbe venuto in Sicilia per quella festa memorabile, s'erano raccolti nel Caffè i pochi garibaldini residenti in paese, con l'intento di recarsi insieme a Palermo a rivedere per l'ultima volta il loro Duce glorioso.
La proposta del Bellone, di fondare lí per lí un sodalizio di Reduci che potesse figurare con una bandiera propria nel gran corteo ch'era nel programma di quelle feste, era stata accolta con fervore.
Alcuni avventori del Caffè avevano allora indicato al Bellone Carlandrea Sciaramè, che se ne stava al solito appisolato in un cantuccio discosto, e gli avevano detto ch'era anche lui un veterano garibaldino, il vecchio patriota del paese; e il Bellone, acceso dal ricordo dei giovanili entusiasmi e un po' anche dal vino, gli s'era senz'altro accostato: - Ehi, commilitone! Picciotto! Picciotto! - Lo aveva scosso dal sonno e chiamato, tra gli evviva, a far parte del nascente sodalizio.
Costretto a bere, a quell'ora insolita, tropp'oltre la sua sete, Carlandrea Sciaramè s'era lasciata scappare a sua volta la proposta che, per il momento, la nuova Società avrebbe potuto aver sede nella stanza a terreno nel suo casalino.
I Reduci avevano subito accettato; poi, dimenticandosi che Sciaramè aveva profferto quella stanza precariamente, erano rimasti lí per sempre, senza pagar la pigione.
Sciaramè però, dando gratis la stanza, aveva il vantaggio di non pagare le tre lirette al mese che pagavano gli altri per l'abbonamento ai giornali, per l'illuminazione, ecc.
ecc.
Del resto, per lui, il disturbo era, se mai, la sera soltanto, quando i socii si riunivano a bere qualche fiasco di vino, a giocare qualche partitina a briscola, a leggere i giornali e a chiacchierar di politica.
Nessuno supponeva che il povero Sciaramè, tra la figliastra e il Bellone, fosse come tra l'incudine e il martello.
Il presidente bresciano non ammetteva repliche: impetuoso e urlone, s'avventava contro chiunque ardisse contraddirlo.
- I ragazzini! oh! i ragazzini! - cominciò a strillare quella sera, dopo aver letta la domanda del La Rosa e compagnia, ballando dalla bile e agitando la carta sotto il naso dei socii e sghignazzando, con tutto il faccione affocato.
- I ragazzini, signori, i ragazzini! Eccoli qua! Le nuove camicie rosse, a tre lire il metro, di ultima fabbrica, signori miei, incignate in Grecia, linde, pulite e senza una macchia! Sedete, sedete; siamo qua tutti; apro la seduta: senza formalità, senz'ordine del giorno, le liquideremo subito subito, con una botta di penna! Sedete, sedete.
Ma i socii, tranne Sciaramè, gli s'erano stretti attorno per vedere quella carta, come se non volessero crederci e lo affollavano di domande, segnatamente il grasso e sdentato romagnolo, Navetta, ch'era un po' sordo e aveva una gamba di legno, una specie di stanga, su cui il calzone sventolava e che, andando, dava certi cupi tonfi che incutevano ribrezzo.
Il Bellone si liberò della ressa con una bracciata, andò a prender posto al tavolino della presidenza, sonò il campanello e si mise a leggere la domanda dei giovani con mille smorfie e giocolamenti degli occhi, del naso e delle labbra, che suscitavano a mano a mano piú sguajate le risa degli ascoltatori.
Il solo Sciaramè se ne stava serio serio ad ascoltare, col mento appoggiato al pomo del bastoncino e gli occhi fissi al lume a petrolio.
Terminata la lettura, il presidente assunse un'aria grave e dignitosa.
Sciaramè lo frastornò, alzandosi.
- A posto! A sedere! - gli gridò Bellone.
- Il lume fila - osservò timidamente Sciaramè.
- E tu lascialo filare! Signori, io ritengo oziosa, io ritengo umiliante per noi qualsiasi discussione su un argomento cosí ridicolo.
(Benissimo!) Tutti d'accordo, con una botta di penna, respingeremo questa incredibile, questa inqualificabile...
questa non so come dire! (Scoppio d'applausi).
Ma il Nardi, l'altro romagnolo, volle parlare e disse che stimava necessario e imprescindibile dichiarare una volta per s
...
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