LA MOSCA, di Luigi Pirandello - pagina 6
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E per un miserabilissimo centesimo si sarebbe ormai avuta la stessa luce che si aveva a quattro o cinque centesimi col vile petrolio, a otto o dieci con l'ambiziosa elettricità, a quindici o venti col pacifico olio.
E il Lusol non richiedeva né costruzioni di officine, né impianti, né canalizzazioni.
Non aveva egli dunque ragione di sogghignare?
O fosse per la tempesta suscitata nella poca aria della sala dalle deliranti acclamazioni e dai battimani del pubblico, o fosse per mancanza d'alimento, essendosi la seduta già protratta oltre ogni previsione, il fatto è che, alla fine del discorso dello Zagardi, i lumi si abbassarono di tanto, che si era quasi al bujo quando sorse per ultimo a parlare il Colacci, il vecchio gigantesco dalla pinguedine floscia.
Ma ecco: prima un usciere e poi un altro e poi un terzo entrarono come fantasmi nell'aula, reggendo ciascuno una candela stearica.
L'aspettazione nel pubblico era intensa; indimenticabile la scena che offriva quella tetra sala affollata, nella semioscurità, con quelle tre candele accese presso il vecchio gigantesco che con ampii gesti e voce tonante magnificava la Scienza, feconda madre di luce inestinguibile, produttrice inesauribile di sempre nuove energie e di piú splendida vita.
Dopo le scoperte mirabili di cui avevano parlato l'Ansatti e lo Zagardi, era piú possibile sostenere l'impianto idro-termo-elettrico proposto dalla Giunta? Che figura avrebbe fatto il paese di Milocca illuminato soltanto a luce elettrica? Questo era il tempo delle grandi scoperte, e ogni Amministrazione che avesse veramente a cuore il decoro del paese e il bene dei cittadini, doveva stare in guardia dalle sorprese continue della Scienza.
Il consigliere Colacci, pertanto, sicuro d'interpretare i voti del buon popolo milocchese e di tutti i colleghi consiglieri, proponeva la sospensiva sul progetto della Giunta, in vista dei nuovi studii e delle nuove scoperte che avrebbero finalmente dato la luce al paese di Milocca.
- Hai capito? - mi domandò Tucci, uscendo poco dopo nelle tenebre dello spiazzo sterposo innanzi al Municipio.
- E cosí per l'acqua, e cosí per le strade, e cosí per tutto.
Da una ventina d'anni il Colacci si alza a ogni fine di seduta per inneggiare alla Scienza, per inneggiare alla luce, mentre i lumi si spengono, e propone la sospensiva su ogni progetto, in vista di nuovi studii e di nuove scoperte.
Cosí noi siamo salvi, amico mio! Tu puoi star sicuro che la Scienza, a Milocca, non entrerà mai.
Hai una scatola di fiammiferi? Cavala fuori e fatti lume da te.
LE MEDAGLIE
Sciaramè, quella mattina, s'aggirava per la sua cameretta come una mosca senza capo.
Piú d'una volta Rorò, la figliastra, s'era fatta all'uscio, a domandargli:
- Che cerca?
E lui, dissimulando subito il turbamento, frenando la smania, le aveva risposto, dapprima, con una faccetta morbida, ingenua:
- Il bastone, cerco.
E Rorò:
- Ma lí, non vede? All'angolo del canterano.
Ed era entrata a prenderglielo.
Poco dopo, a una nuova domanda di Rorò, aveva ancora trovato modo di dirle che gli bisognava un...
sí, un fazzoletto pulito.
E lo aveva avuto; ma ecco, non si risolveva ancora ad andarsene.
La verità era questa: che Sciaramè, quella mattina, cercava il coraggio di dire una certa cosa alla figliastra; e non lo trovava.
Non lo trovava, perché aveva di lei la stessa suggezione che aveva già avuto della moglie, morta da circa sette anni.
Di crepacuore, sosteneva Rorò, per la imbecillità di lui.
Perché Carlandrea Sciaramè, agiato un tempo, aveva perduto a un certo punto il dominio dei venti e delle piogge, e dopo una serie di mal'annate, aveva dovuto vendere il poderetto e poi la casa e, a sessantotto anni, adattarsi a fare il sensale d'agrumi.
Prima li vendeva lui, gli agrumi, ch'erano il maggior prodotto del podere (li vendeva per modo di dire: se li lasciava rubare, portar via per una manciata di soldi dai sensali ladri); ora avrebbe dovuto farla lui la parte del ladro, e figurarsi come ci riusciva!
Già, non gliela lasciavano nemmeno mettere in prova.
Una volta tanto, qualche affaruccio, per pagargli la sensería, come carità.
E per guadagnarsela, quella sensería, doveva correre, povero vecchio, un'intera giornata, infermiccio com'era, gracile, malato di cuore, con quei piedi gonfi, imbarcati in certe scarpacce di panno sforacchiate.
Quand'era al vespro, rincasava, disfatto e cadente, con due lirette in mano, sí e no.
La gente però credeva che di tutte le pene che gli toccava patire si rifacesse poi nelle grandi giornate del calendario patriottico, nelle ricorrenze delle feste nazionali, allorché con la camicia rossa scolorita, il fazzoletto al collo, il cappello a cono sprofondato fin su la nuca, recava in trionfo le sue medaglie garibaldine del Sessanta.
Sette medaglie!
Eppure, arrancando in fila coi commilitoni nel corteo, dietro la bandiera del sodalizio dei Reduci, Sciaramè sembrava un povero cane sperduto.
Spesso levava un braccio, il sinistro, e con la mano tremicchiante o si stirava sotto il mento la floscia giogaja o tentava di pinzarsi i peluzzi ispidi sul labbro rientrato; e insomma pareva facesse di tutto per nascondere cosí, sotto quel braccio levato, le medaglie, dando a ogni modo a vedere che non gli piaceva farne pompa.
Molti, vedendolo passare, gli gridavano:
- Viva la patria, Sciaramè!
E lui sorrideva, abbassando gli occhietti calvi, quasi mortificato, e rispondeva piano, come a se stesso:
- Viva...
viva...
La Società dei Reduci Garibaldini aveva sede nella stanza a pianterreno dell'unica casupola rimasta a Sciaramè di tutte le sue proprietà.
Egli abitava sú, con la figliastra, in due camerette, a cui si accedeva per una scaletta da quella stanza terrena.
Su la porta era una tabella, ove a grosse lettere rosse era scritto:
REDUCI GARIBALDINI.
Dalla finestra di Rorò s'allungava graziosamente su quella tabella una rappa vagabonda di gelsomini.
Nella stanza, un tavolone coperto da un tappeto verde, per la presidenza e il consiglio; un altro, piú piccolo, per i giornali e le riviste; una scansia rustica a tre palchetti, polverosa, piena di libri in gran parte intonsi; alle pareti, un gran ritratto oleografico di Garibaldi; uno, di minor dimensione, di Mazzini, uno, ancor piú piccolo, di Carlo Cattaneo; e poi una stampa commemorativa della Morte dell'Eroe dei Due Mondi, fra nastri, lumi e bandiere.
Rorò, ogni giorno, rassettate le due camerette di sopra, indossata una ormai famosa camicetta rossa fiammante, scendeva in quella stanza a terreno e sedeva presso la porta a conversare con le vicine, lavorando all'uncinetto.
Era una bella ragazza, bruna e florida, e la chiamavano la Garibaldina.
Ora Sciaramè, quel giorno, doveva dire appunto alla figliastra di non scendere piú in quella stanza, sede della Società, e di rimanersene invece a lavorare sú, nella sua cameretta, perché Amilcare Bellone, presidente dei Reduci, s'era lamentato con lui, non propriamente di quest'abitudine di Rorò, ch'era infine la padrona di casa, ma perché, con la scusa di venire a leggere i giornali, vi entrava quasi ogni mattina un giovinastro, un tal Rosolino La Rosa, il quale, per essere andato in Grecia insieme con tre altri giovanotti del paese, il Betti, il Gàsperi e il Marcolini, a combattere nientemeno contro la Turchia, si credeva garibaldino anche lui.
Il La Rosa, ricco e fannullone, era orgoglioso di questa sua impresa giovanile; se n'era fatta quasi una fissazione, e non sapeva piú parlar d'altro.
Uno de' suoi tre compagni, il Gàsperi, era stato ferito leggermente a Domokòs; ed egli se ne vantava quasi la ferita fosse invece toccata a lui.
Era anche un bel giovane, Rosolino La Rosa: alto, smilzo, con una lunga barba quadra, biondo-rossastra, e un pajo di baffoni in sú, che, a stirarli bene, avrebbe potuto annodarseli come niente dietro la nuca.
Ci voleva poco a capire che non veniva nella sede dei Reduci per leggere i giornali e le riviste, ma per farsi vedere lí come uno di casa tra i garibaldini, e anche per fare un po' all'amore con Rorò dalla camicetta rossa.
Sciaramè lo aveva capito anche lui; ma sapeva pure che Rorò era molto accorta e che il giovanotto era ricco e sventato.
Poteva egli, in coscienza, troncare la probabilità d'un matrimonio vantaggioso per la figliastra? Egli era vecchio e povero; tra breve, dunque, come sarebbe rimasta quella ragazza, se non riusciva a procurarsi un marito? Poi, non era veramente suo padre e non aveva perciò tanta autorità su lei da proibirle di fare una cosa, in cui non solo riteneva che non ci fosse nulla di male, ma da cui anzi prevedeva che potesse derivarle un gran bene.
D'altro canto, però, Amilcare Bellone non aveva torto, neanche lui.
Questi erano affari di famiglia, in cui la Società dei Reduci non aveva che vedere.
Già nella via si sparlava di quell'intrighetto del La Rosa e di Rorò, a cui pareva tenesse mano la Società; e il Bellone, ch'era di questa e del suo buon nome giustamente geloso, non poteva permetterlo.
Che fare intanto? Come muoverne il discorso a Rorò? Era da piú di un'ora tra le spine il povero Sciaramè, quando Rorò stessa venne a offrirgliene il modo.
Già acconciata con la sua camicetta rossa fiammante, entrò nella camera del patrigno, spazientita:
- Insomma, esce o non esce questa mattina? Non mi ha fatto neanche rassettare la camera! Me ne scendo giú.
- Aspetta, Rorò, senti, - cominciò allora Sciaramè, facendosi coraggio.
- Volevo dirti proprio questo.
- Che?
- Che tu, ecco, sí...
dico, non potresti, dico, non ti piacerebbe lavorare quassú, in camera tua, piuttosto che giú?
- E perché?
- Ma, ecco, perché giú, sai? i...
i socii...
Rorò aggrottò subito le ciglia.
- Novità? Scusi, si sono messi forse a pagarle la pigione, i signori Reduci?
Sciaramè fece un sorrisino scemo, come se Rorò avesse detto una bella spiritosaggine.
- Già, - disse.
- È vero, non...
non pagano la pigione.
- E che vogliono dunque? - incalzò, fiera, Rorò.
- Che pretendono? Dettar legge, per giunta, in casa nostra?
- No: che c'entra! - si provò a replicare Sciaramè.
- Sai che fui io, che volli io offrir loro...
- La sera, - concesse, per tagliar corto Rorò.
- La sera, padronissimi! giacché lei ebbe la felicissima idea d'ospitarli qua.
E so io quel che mi ci vuole ogni notte a prender sonno, con tutte le loro chiacchiere e le canzonacce che cantano, ubriachi! Ma basta.
Ora pretenderebbero che io...?
- Non per te, - cercò d'interromperla Sciaramè, - non per te, propriamente, figliuola mia...
- Ho capito! - disse, infoscandosi, Rorò.
- Avevo capito anche prima che lei si mettesse a parlare.
Ma risponda ai signori Reduci cosí: che si facciano gli affari loro, ché ai miei ci bado io; se questo loro non accomoda, se ne vadano, che mi faranno un grandissimo piacere.
Io ricevo in casa mia chi mi pare e piace.
Devo renderne conto soltanto a lei.
Dica un po': forse lei non si fida piú di me?
- Io sí, io sí, figliuola mia!
- E dunque, basta cosí! Non ho altro da dirle.
E Rorò, piú rossa in volto della sua camicetta, voltò le spalle e se ne scese giú, con un diavolo per capello.
Sciaramè diede un'ingollatina, poi rimase in mezzo alla camera a stirarsi il labbro e a battere le pàlpebre, stizzito, non sapeva bene se contro se stesso o contro Rorò o contro i Reduci.
Ma qualche cosa bisognava infine che facesse.
Intanto, questa: uscir fuori.
Un po' d'aria! All'aria aperta, chi sa! qualche idea gli sarebbe venuta.
E scese la scaletta, con una mano appoggiata al muro e l'altra al bastoncino che mandava innanzi; poi giú un piede gonfio e poi l'altro, soffiando per le nari, a ogni scalino, la pena e lo stento; attraversò la stanza terrena e uscí senza dir nulla a Rorò, che già parlava con una vicina e non si voltò neppure a guardarlo.
Ah che sollievo sarebbe stato per lui se questa benedetta figliuola si fosse maritata, magari con qualche altro giovine, se non proprio col La Rosa! Col La Rosa, veramente - a pensarci bene - gli sembrava difficile: punto primo, perché Rorò era povera; poi, perché la chiamavano la Garibaldina, e i signori La Rosa, invece, per il figliuolo sventato cercavano una ragazza assennata, senza fumi patriottici.
Non che Rorò ne avesse: non ne aveva mai avuti; ma s'era fatta pur troppo questa fama, e forse ora se n'avvaleva, come d'una ragna a cui nessuno poteva dire che lei avesse posto mano, per farvi cascare quel farfallino del La Rosa.
- Magari! - sospirava tra sé e sé Sciaramé, pensando che, veramente, pareva già avviluppato bene il farfallino.
Via, come andare a guastar quella ragna proprio adesso, per far piacere ai signori Reduci che non pagavano neppure la pigione? E in che consisteva, alla fin fine, tutto il male per Amilcare Bellone? Nel fatto che il La Rosa aveva portato in Grecia la camicia rossa.
Dispetto e gelosia! La camicia rossa addosso a quel giovanotto pareva a quel benedett'uomo un vero e proprio sacrilegio, e lo faceva infuriare come un toro.
Se a leggere i giornali, là dai Reduci, fosse venuto qualche altro giovanotto, certo non se ne sarebbe curato.
Cosí pensando, Sciaramè pervenne alla piazza principale del paese e andò a sedere, com'era solito, davanti a uno dei tavolini del Caffè, disposti sul marciapiede.
Lí seduto, ogni giorno, aspettava che qualcuno lo chiamasse per qualche commissione: aspettando, mangiato dalle mosche e dalla noja, s'addormentava.
Non prendeva mai nulla, in quel Caffè, neanche un bicchier d'acqua con lo schizzo di fumetto; ma il padrone lo sopportava perché spesso gli avventori si spassavano con lui forzandolo a parlare e di Calatafimi e dell'entrata di Garibaldi a Palermo e di Milazzo e del Volturno.
Sciaramè ne parlava con accorata tristezza, tentennando il capo e socchiudendo gli occhietti calvi.
Ricordava gli episodii pietosi, i morti, i feriti, senz'alcuna esaltazione e senza mai vantarsi.
Sicché, alla fine, quelli che lo avevano spinto a parlare per goderselo, restavano afflitti, invece, a considerare come l'antico fervore di quel vecchietto fosse caduto e si fosse spento nella miseria dei tristi anni sopravvissuti.
Vedendolo, quella mattina, piú oppresso del solito, uno degli avventori gli gridò:
- E sú, coraggio, Sciaramè! Tra pochi giorni sarà la festa dello Statuto.
Faremo prendere un po' d'aria alla vecchia camicia rossa!
Sciaramè fece scattare in aria una mano, in un gesto che voleva dire che aveva altro per il capo.
Stava per posare il mento su le mani appoggiate al pomo del bastoncino, quando si sentí chiamare rabbiosamente da Amilcare Bellone sopravvenuto come una bufera.
Sobbalzò e si levò in piedi, sotto lo sguardo iroso del Presidente della Società dei Reduci.
- Gliel'ho detto, sai? a Rorò.
Gliel'ho detto questa mattina - premise, per ammansarlo, accostandoglisi.
Ma il Bellone lo afferrò per un braccio, lo tirò a sé e, mettendogli un pugno sotto il naso, gli gridò:
- Ma se è là!
- Chi?
- Il La Rosa!
- Là?
- Sí, e adesso te lo accomodo io.
Te lo caccio via io, a pedate!
- Per carità! - scongiurò Sciarame.
- Non facciamo scandali! Lascia andar me.
Ti prometto che non ci metterà piú piede.
Credevo che bastasse averlo detto a Rorò...
Ci andrò io, lascia fare!
Il Bellone sghignò; poi, senza lasciargli il braccio, gli domandò:
- Vuoi sapere che cosa sei?
Sciaramè sorrise amaramente, stringendosi nelle spalle.
- Mammalucco? - disse.
- E te ne accorgi adesso? Lo so da tanto tempo, io, bello mio.
E s'avviò, curvo, scotendo il capo, appoggiato al bastoncino.
Quando Rorò, che se ne stava seduta presso la porta, scorse il patrigno da lontano, fece segno a Rosolino La Rosa di scostarsi e di sedere al tavolino dei giornali.
Il La Rosa con una gambata fu a posto; aprí sottosopra una rivista, e s'immerse nella lettura.
E Rorò:
- Cosí presto? - domandò al patrigno, col piú bel musino duro della terra.
- Che le è accaduto?
Sciaramè guardò prima il La Rosa che se ne stava coi gomiti sul piano del tavolino e la testa tra le mani, poi disse alla figliastra:
- Ti avevo pregata di startene sú.
- E io le ho risposto che a casa mia...
- cominciò Rorò; ma Sciaramè la interruppe, minaccioso, alzando il bastoncino e indicandole la scaletta in fondo:
- Sú, e basta! Debbo dire una parolina qua al signor La Rosa.
- A me? - fece questi, come se cascasse dalle nuvole, voltandosi e mostrando la bella barba quadra e i baffoni in sú.
Si levò in piedi, quant'era lungo, e s'accostò a Sciaramè che restò, di fronte a lui, piccino piccino.
- State, state seduto, prego, caro don Rosolino.
Vi volevo dire, ecco...
Va' sú tu, Rorò!
Rosolino La Rosa si spezzò in due per inchinarsi a Rorò, che già s'avviava per la scaletta, borbottando, rabbiosa.
Sciaramè aspettò che la figliastra fosse sú; si volse con un fare umile e sorridente al La Rosa e cominciò:
- Voi siete, lo so, un buon giovine, caro don Rosolino mio.
Rosolino La Rosa tornò a spezzarsi in due:
- Grazie di cuore!
- No, è la verità - riprese Sciaramè.
- E io, per conto mio, mi sento onorato...
- Grazie di cuore!
- Ma no, è la verità, vi dico.
Onoratissimo, caro don Rosolino, che veniate qua per...
per leggere i giornali.
Però, ecco, io qua sono padrone e non sono padrone.
Voi vedete: questa è la sede della Società dei Reduci; e io, che sono padrone e non sono padrone, ho verso i miei compagni, verso i socii, una...
una certa responsabilità, ecco.
- Ma io...
- si provò a interrompere Rosolino La Rosa.
- Lo so, voi siete un buon giovine - soggiunse subito Sciaramè, protendendo le mani, - venite qua per leggere i giornali; non disturbate nessuno.
Questi giornali, però, ecco...
questi giornali, caro don Rosolino mio, non sono miei.
Fossero miei...
ma tutti, figuratevi! Non essendo socio...
- Alto là! - esclamò a questo punto il La Rosa, protendendo lui, adesso, le mani, e accigliandosi.
- Vi aspettavo qua: che mi diceste questo.
Non sono socio? Benissimo.
Rispondete ora a me: in Grecia, io, ci sono stato, sí o no?
- Ma sicuro che ci siete stato! Chi può metterlo in dubbio?
- Benissimo! E la camicia rossa, l'ho portata, sí o no?
- Ma sicuro! - ripeté Sciarame.
- Dunque, sono andato, ho combattuto, sono ritornato.
Ho prove io, badate, Sciaramè, prove, prove, documenti che parlano chiaro.
E allora, sentiamo un po': secondo voi, che cosa sono io?
- Ma un bravo giovinotto siete, un buon figliuolo, non ve l'ho detto?
- Grazie tante! - squittí Rosolino La Rosa.
- Non voglio saper questo.
Secondo voi, sono o non sono garibaldino?
- Siete garibaldino? Ma sí, perché no? - rispose, imbalordito, Sciaramè, non sapendo dove il La Rosa volesse andar a parare.
- E reduce? - incalzò questi allora.
- Sono anche reduce, perché non sono morto e sono ritornato.
Va bene? Ora i signori veterani non permettono che io venga qua a leggere i giornali perché non sono socio, è vero? L'avete detto voi stesso.
Ebbene: vado or ora a trovare i miei tre compagni reduci di Domokòs, e tutt'e quattro d'accordo, questa sera stessa, presenteremo una domanda d'ammissione alla Società.
- Come? come? - fece Sciaramè, sgranando gli occhi.
- Voi socio qua?
- E perché no? - domandò Rosolino La Rosa, aggrottando piú fieramente le ciglia.
-Non ne saremmo forse degni, secondo voi?
- Ma sí, non dico...
per me, figuratevi! tanto onore e tanto piacere! - esclamò Sciaramè.
- Ma gli altri, dico, i...
miei compagni...
- Voglio vederli! - concluse minacciosamente il La Rosa.
- Io so che ho diritto di far parte di questa Società piú di qualche altro; e, all'occorrenza, Sciaramè, potrei dimostrarlo.
Avete capito?
Cosí dicendo, Rosolino La Rosa prese con due dita il bavero della giacca di Sciaramè e gli diede una scrollatina; poi, guardandolo negli occhi, aggiunse:
- A questa, sera, Sciaramè, siamo intesi?
Il povero Sciaramè rimase in mezzo alla stanza, sbalordito, a grattarsi la nuca.
Erano rimasti a far parte della Società dei Reduci poco piú d'una dozzina di veterani, nessuno dei quali era nativo del paese.
Amilcare Bellone, il presidente, era lombardo, di Brescia; il Nardi e il Navetta romagnoli, e tutti insomma di varie regioni d'Italia, venuti in Sicilia chi per il commercio degli agrumi e chi per quello dello zolfo.
La Società era sorta, tanti e tanti anni fa, d'improvviso una sera per iniziativa del Bellone.
Si doveva festeggiare a Palermo il centenario dei Vespri Siciliani.
Alla notizia che Garibaldi sarebbe venuto in Sicilia per quella festa memorabile, s'erano raccolti nel Caffè i pochi garibaldini residenti in paese, con l'intento di recarsi insieme a Palermo a rivedere per l'ultima volta il loro Duce glorioso.
La proposta del Bellone, di fondare lí per lí un sodalizio di Reduci che potesse figurare con una bandiera propria nel gran corteo ch'era nel programma di quelle feste, era stata accolta con fervore.
Alcuni avventori del Caffè avevano allora indicato al Bellone Carlandrea Sciaramè, che se ne stava al solito appisolato in un cantuccio discosto, e gli avevano detto ch'era anche lui un veterano garibaldino, il vecchio patriota del paese; e il Bellone, acceso dal ricordo dei giovanili entusiasmi e un po' anche dal vino, gli s'era senz'altro accostato: - Ehi, commilitone! Picciotto! Picciotto! - Lo aveva scosso dal sonno e chiamato, tra gli evviva, a far parte del nascente sodalizio.
Costretto a bere, a quell'ora insolita, tropp'oltre la sua sete, Carlandrea Sciaramè s'era lasciata scappare a sua volta la proposta che, per il momento, la nuova Società avrebbe potuto aver sede nella stanza a terreno nel suo casalino.
I Reduci avevano subito accettato; poi, dimenticandosi che Sciaramè aveva profferto quella stanza precariamente, erano rimasti lí per sempre, senza pagar la pigione.
Sciaramè però, dando gratis la stanza, aveva il vantaggio di non pagare le tre lirette al mese che pagavano gli altri per l'abbonamento ai giornali, per l'illuminazione, ecc.
ecc.
Del resto, per lui, il disturbo era, se mai, la sera soltanto, quando i socii si riunivano a bere qualche fiasco di vino, a giocare qualche partitina a briscola, a leggere i giornali e a chiacchierar di politica.
Nessuno supponeva che il povero Sciaramè, tra la figliastra e il Bellone, fosse come tra l'incudine e il martello.
Il presidente bresciano non ammetteva repliche: impetuoso e urlone, s'avventava contro chiunque ardisse contraddirlo.
- I ragazzini! oh! i ragazzini! - cominciò a strillare quella sera, dopo aver letta la domanda del La Rosa e compagnia, ballando dalla bile e agitando la carta sotto il naso dei socii e sghignazzando, con tutto il faccione affocato.
- I ragazzini, signori, i ragazzini! Eccoli qua! Le nuove camicie rosse, a tre lire il metro, di ultima fabbrica, signori miei, incignate in Grecia, linde, pulite e senza una macchia! Sedete, sedete; siamo qua tutti; apro la seduta: senza formalità, senz'ordine del giorno, le liquideremo subito subito, con una botta di penna! Sedete, sedete.
Ma i socii, tranne Sciaramè, gli s'erano stretti attorno per vedere quella carta, come se non volessero crederci e lo affollavano di domande, segnatamente il grasso e sdentato romagnolo, Navetta, ch'era un po' sordo e aveva una gamba di legno, una specie di stanga, su cui il calzone sventolava e che, andando, dava certi cupi tonfi che incutevano ribrezzo.
Il Bellone si liberò della ressa con una bracciata, andò a prender posto al tavolino della presidenza, sonò il campanello e si mise a leggere la domanda dei giovani con mille smorfie e giocolamenti degli occhi, del naso e delle labbra, che suscitavano a mano a mano piú sguajate le risa degli ascoltatori.
Il solo Sciaramè se ne stava serio serio ad ascoltare, col mento appoggiato al pomo del bastoncino e gli occhi fissi al lume a petrolio.
Terminata la lettura, il presidente assunse un'aria grave e dignitosa.
Sciaramè lo frastornò, alzandosi.
- A posto! A sedere! - gli gridò Bellone.
- Il lume fila - osservò timidamente Sciaramè.
- E tu lascialo filare! Signori, io ritengo oziosa, io ritengo umiliante per noi qualsiasi discussione su un argomento cosí ridicolo.
(Benissimo!) Tutti d'accordo, con una botta di penna, respingeremo questa incredibile, questa inqualificabile...
questa non so come dire! (Scoppio d'applausi).
Ma il Nardi, l'altro romagnolo, volle parlare e disse che stimava necessario e imprescindibile dichiarare una volta per sempre che per garibaldini dovevano considerarsi quelli soltanto che avevano seguito Garibaldi (Bene! Bravo! Benissimo!), il vero, il solo, Giuseppe Garibaldi (Applausi fragorosi, ovazioni), Giuseppe Garibaldi, e basta.
- E basta, sí, e basta!
- E aggiungiamo! - sorse allora a dire, pum, il Navetta, - aggiungiamo, o signori, che la...
la, come si chiama? la sciagurata guerra della Grecia contro la...
la, come si chiama? la Turchia, non può, non deve assolutamente esser presa sul serio, per la...
sicuro, la, come si chiama? la pessima figura fatta da quella nazione che...
che...
- Senza che! - gridò, seccato, il Bellone, sorgendo in piedi.
- Basta dire soltanto: "da quella nazione degenere!".
- Bravissimo! Del genere! del genere! Non ci vuol altro! - approvarono tutti.
A questo punto Sciaramè sollevò il mento dal bastoncino e alzò una mano.
- Permettete? - chiese con aria umile.
I socii si voltarono a guardarlo, accigliati, e il Bellone lo squadrò, fosco.
- Tu? Che hai da dire, tu?
Il povero Sciaramè si smarrí, inghiottí, protese un'altra volta la mano.
- Ecco...
Vorrei farvi osservare che...
alla fin fine...
questi...
questi quattro giovanotti...
- Buffoncelli! - scattò il Bellone.
- Si chiamano buffoncelli e basta.
Ne prenderesti forse le difese?
- No! - rispose subito Sciaramè.
- No, ma, ecco, vorrei farvi osservare, come dicevo, che...
alla fin fine, hanno...
hanno combattuto, ecco, questi quattro giovanotti, sono stati al fuoco, sí...
si sono dimostrati bravi, coraggiosi..., uno anzi fu ferito...
che volete di piú? Dovevano per forza lasciarci la pelle, Dio liberi? Se Lui, Garibaldi, non ci fu, perché non poteva esserci - sfido! era morto...
- c'è stato il figlio però, che ha diritto, mi sembra, di portarla, la camicia rossa, e di farla portare perciò a tutti coloro che lo seguirono in Grecia, ecco.
E dunque...
Fino a questo punto Sciaramè poté parlare meravigliato lui stesso che lo lasciassero dire, ma pur timoroso e a mano a mano vieppiú costernato del silenzio con cui erano accolte sue parole.
Non sentiva in quel silenzio il consenso, sentiva anzi che con esso i compagni quasi lo sfidavano a proseguire per veder dove arrivasse la sua dabbenaggine o la sua sfrontatezza, oppure per assaltarlo a qualche parola non ben misurata; e perciò cercava di rendere a mano a mano piú umile l'espressione del volto e della voce.
Ma ormai non sapeva piú che altro aggiungere; gli pareva d'aver detto abbastanza, d'aver difeso del suo meglio quei giovanotti.
E intanto quelli seguitavano a tacere, lo sfidavano a parlare ancora.
Che dire? Aggiunse:
- E dunque mi pare...
- Che ti pare? - proruppe allora, furibondo, il Bellone, andandogli davanti, a petto.
- Un corno! un corno! - gridarono gli altri, alzandosi anch' essi.
E se lo misero in mezzo e presero a parlare concitatamente tutti insieme e chi lo tirava di qua e chi di là per dimostrargli che sosteneva una causa indegna e che se ne doveva vergognare.
Vergognare, perché difendeva quattro mascalzoni scioperati! - O che le epopee, le vere epopee come la garibaldina, potevano avere aggiunte, appendici? Di ridicolo, di ridicolo s'era coperta la Grecia!
Il povero Sciaramè non poteva rispondere a tutti, sopraffatto, investito.
Colse a volo quel che diceva il Nardi e gli gridò:
- L'impresa non fu nazionale? Ma Garibaldi, scusate, Garibaldi combatté forse soltanto per l'indipendenza nostra? Combatté anche in America, anche in Francia combatté, Cavaliere dell'Umanità! Che c'entra!
- Ti vuoi star zitto, Sciaramè? - tuonò a questo punto il Bellone, dando un gran pugno su la tavola presidenziale.
- Non bestemmiare! Non far confronti oltraggiosi! Oseresti paragonare l'epopea garibaldina con la pagliacciata della Grecia? Vergógnati! Vergógnati, perché so bene io la ragione della tua difesa di questi quattro buffoni.
Ma noi, sappi, prendendo stasera questa decisione, faremo un gran bene anche a te; ti libereremo da un moscone che insidia all'onore della tua casa; e tu devi votare con noi, intendi? La domanda deve essere respinta all'unanimità, perdio! Vota con noi! vota con noi!
- Permettete almeno che io mi astenga...
- scongiurò Sciaramè, a mani giunte.
- No! Con noi! con noi! - gridarono, inflessibili, i socii, irritatissimi.
E tanto fecero e tanto dissero, che costrinsero il povero Sciaramè a votar di no, con loro.
Due giorni dopo, sul giornaletto locale, comparve questa protesta del Gàsperi, il ferito di Domokòs.
GARIBALDINI VECCHI E NUOVI
Riceviamo e pubblichiamo:
Egregio Signor Direttore,
a nome mio e de' miei compagni, La Rosa, Betti e Marcolini, Le comunico la deliberazione votata ad unanimità dal Sodalizio dei Reduci Garibaldini, in seguito alla nostra domanda d'ammissione.
Siamo stati respinti, signor Direttore!
La nostra camicia rossa, per i signori veterani del Sodalizio, non è autentica.
Proprio cosí! E sa perché? perché, non essendo ancor nati o essendo ancora in fasce, quando Giuseppe Garibaldi - il vero, il solo - come dice la deliberazione - si mosse a combattere per la liberazione della Patria, noi poveretti non potemmo naturalmente con le nostre balie e con le nostre mamme seguir Lui, allora, e abbiamo avuto il torto di seguire invece il Figlio (che pare, a giudizio dei sullodati veterani, non sia Garibaldi anche lui) nell'Ellade sacra.
Ci si fa una colpa, infatti, del triste e umiliante esito della guerra greco-turca, come se noi a Domokòs non avessimo combattuto e vinto, lasciando sul campo di battaglia l'eroico Fratti e altri generosi.
Ora capirà, egregio signor Direttore, che noi non possiamo difendere, come vorremmo, il Duce nostro, la nobile idealità che ci spinse ad accorrere all'appello, i nostri compagni d'arme caduti e i superstiti, dall'indegna offesa contenuta nell'inqualificabile deliberazione dei nostri Reduci: non possiamo, perché ci troviamo di fronte a vecchi evidentemente rimbecilliti.
La parola può parere in prima un po' dura, ma non parrà piú tale quando si consideri che questi signori hanno respinto noi dal sodalizio senza pensare che intanto ne fa parte qualcuno, il quale non solo non è mai stato garibaldino, non solo non ha mai preso parte ad alcun fatto d'armi, ma osa per giunta d'indossare una camicia rossa e di fregiarsi il petto di ben sette medaglie che non gli appartengono, perché furono di suo fratello morto eroicamente a Digione.
Detto questo, mi sembra superfluo aggiungere altri commenti alla deliberazione.
Mi dichiaro pronto a dimostrare coi documenti alla mano quanto asserisco.
Se vi sarò costretto, smaschererò anche pubblicamente questo falso garibaldino, che ha pure avuto il coraggio di votare con gli altri contro la nostra ammissione.
Intanto, pregandola, signor Direttore, di pubblicare integralmente nel suo periodico questa mia protesta, ho l'onore di dirmi
Suo dev.mo
ALESSANDRO GÀSPERI
Era noto anche a noi da un pezzo che della Società dei Reduci Garibaldini faceva parte un messer tale che non è punto reduce come non fu mai garibaldino.
Non ne avevamo mai fatto parola, per carità di patria, né ce ne saremmo mai occupati, se ora l'atto inconsulto della suddetta Società non avesse giustamente provocato la protesta del signor Gàsperi e degli altri giovani valorosi che combatterono in Grecia.
Riteniamo che la Società dei Reduci, per dare almeno una qualche soddisfazione a questi giovani e provvedere al suo decoro, dovrebbe adesso affrettarsi ad espellere quel socio per ogni riguardo immeritevole di farne parte.
(N.
d.
R.)
Amilcare Bellone, col giornaletto in mano - mentre tutto il paese commentava meravigliato la protesta del Gàsperi - si precipitò, furente, nella sede della Società e, imbattutosi in Carlandrea Sciaramè, che s'avviava triste e ignaro al Caffè della piazza, lo prese per il petto e lo buttò a sedere su una seggiola, schiaffandogli con l'altra mano in faccia il giornale.
- Hai letto? Leggi qua!
- No...
Che...
che è stato? - balbettò Sciaramè, soprappreso con tanta violenza.
- Leggi! leggi - gli gridò di nuovo il Bellone, serrando le pugna, per frenare la rabbia; e si mise a far le volte del leone per la stanza.
Il povero Sciaramè cercò con le mani mal ferme le lenti; se le pose sulla punta del naso; ma non sapeva che cosa dovesse leggere in quel giornale.
Il Bellone gli s'appressò; glielo strappò di mano e, apertolo, gl'indicò nella seconda pagina la protesta.
- Qua! qua! Leggi qua!
- Ah, - fece, dolente, Sciaramè, dopo aver letto il titolo e la firma.
- Non ve l'avevo detto io?
- Va' avanti! Va' avanti! - gli urlò il Bellone; e riprese a passeggiare.
Sciaramè si mise a leggere, zitto zitto.
A un certo punto, aggrottò le ciglia; poi le spianò, sbarrando gli occhi e spalancando la bocca.
Il giornale fu per cadergli di mano.
Lo riprese, lo accostò di piú agli occhi, come se la vista gli si fosse a un tratto annebbiata.
Il Bellone s'era fermato a guardarlo con occhi fulminanti, le braccia conserte, e attendeva, fremente, una protesta, una smentita, una spiegazione.
- Che ne dici? Alza il capo! Guardami!
Sciaramè, con faccia cadaverica, restringendo le palpebre attorno agli occhi smorti, scosse lentamente la testa, in segno negativo, senza poter parlare; posò sul tavolino il giornale e si recò una mano sul cuore.
- Aspetta...
- poi disse, piú col gesto che con la voce.
Si provò a inghiottire; ma la lingua gli s'era d'un tratto insugherita.
Non tirava piú fiato.
- Io...
- prese quindi a balbettare, ansimando, - io ci...
ci fui io...
a...
a Calatafimi...
a...
a Palermo...
poi a Milazzo...
e in...
in Calabria a...
a Melito...
poi sú, sú fino a...
a Napoli...
e poi al Volturno...
- Ma come ci fosti? Le prove! Le prove! I documenti! Come ci fosti?
- Aspetta...
Io...
con...
con Stefanuccio...
Avevo il somarello...
- Che dici? Che farnetichi? Le medaglie di chi sono? Tue o di tuo fratello? Parla! Questo voglio sapere!
- Sono...
Lasciami dire...
A Marsala...
stavamo lí, al Sessanta, io e Stefanuccio, il mio fratellino...
Gli avevo fatto da padre...
a Stefanuccio...
Aveva appena quindici anni, capisci? Mi scappò di casa, quando...
quando sbarcarono i Mille...
per seguir Lui, Garibaldi, coi volontarii...
Torno a casa; non lo trovo...
Allora presi a nolo un somarello...
Lo raggiunsi prima a Calatafimi, per riportarmelo a casa...
A quindici anni, ragazzino, che poteva fare, cuore mio?...
Ma lui mi minacciò che si sarebbe fatto saltar la...
la testa, dice, con quel vecchio fucile piú alto di lui che gli avevano dato...
se io lo costringevo a tornare indietro...
la testa...
E allora, persuaso dagli altri volontarii, lasciai in libertà il somarello...
che poi mi toccò ripagare...
e...
e m'accompagnai con loro.
- Volontario anche tu? E combattesti?
- Non...
non avevo...
non avevo fucile...
- E avevi invece paura?
- No, no...
Piuttosto morire che lasciarlo!
- Seguisti dunque tuo fratello?
- Sí, sempre!
E Sciaramè ebbe come un brivido lungo la schiena, e si strinse piú forte il petto con la mano, curvandosi vie piú.
- Ma le medaglie? La camicia rossa? - riprese il Bellone, scrollandolo furiosamente, - di chi sono? Tue o di tuo fratello? Rispondi!
Sciaramè aprí le braccia, senza ardire di levare il capo; poi disse:
- Siccome Stefanuccio non...
non se le poté godere...
- Te le sei portate a spasso tu! - compí la frase il Bellone.
- Oh miserabile impostore! E hai osato di gabbare cosí la nostra buona fede? Meriteresti ch'io ti sputassi in faccia; meriteresti ch'io...
Ma mi fai pietà! Tu uscirai ora stesso dal sodalizio! Fuori! Fuori!
- Mi cacciate di casa mia?
- Ce n'andremo via noi, ora stesso! Fa' schiodare subito la tabella dalla porta! Ma come, ma come non mi passò mai per la mente il sospetto che, per essere cosí stupido, bisognava che costui Garibaldi non lo avesse mai veduto nemmeno da lontano!
- Io? - esclamò Sciaramè con un balzo.
- Non lo vidi? io? Ah, se lo vidi! E gli baciai anche le mani! A Piazza Pretorio, gliele baciai, a Palermo, dove s'era accampato! Le mani!
- Zitto, svergognato! Non voglio piú sentirti! Non voglio piú vederti! Fai schiodare la tabella e guaj a te se osi piú gabellarti da garibaldino!
E il Bellone s'avviò di furia verso la porta.
Prima d'uscire, si voltò a gridargli di nuovo:
- Svergognato!
Rimasto solo, Sciaramè provò a levarsi in piedi; ma le gambe non lo reggevano piú; il cuore malato gli tempestava in petto.
Aggrappandosi con le mani al tavolino, alla sedia, alla parete, si trascinò sú.
Rorò, nel vederselo comparire davanti in quello stato, gettò un grido; ma egli le fece segno di tacere; poi le indicò il cassettone nella camera e le domandò quasi strozzato:
- Tu...
le carte di là...
al La Rosa?
- Le carte? Che carte? - disse Rorò, accorrendo a sostenerlo, tutta sconvolta.
- Le mie...
i documenti di...
di mio fratello...
- balbettò Sciaramè appressandosi al cassettone.
- Apri...
Fammi vedere...
Rorò aprí il cassetto.
Sciaramè cacciò una mano con le dita artigliate sul fascetto dei documenti logori, ingialliti, legati con lo spago; e, rivolto alla figliastra con gli occhi spenti, le domandò:
- Li...
li hai mostrati tu...
al La Rosa?
Rorò non poté in prima rispondere; poi, sconcertata e sgomenta, disse:
- Mi aveva chiesto di vederli...
Che male ho fatto?
Sciaramè le si abbandonò fra le braccia, assalito da un impeto di singhiozzi.
Rorò lo trascinò fino alla seggiola accanto al letto e lo fece sedere, chiamandolo, spaventata:
- Papà! papà! Perché? Che male ho fatto? Perché piange? che le è avvenuto?
- Va'...
va'...
lasciami! - disse, rantolando, Sciaramè.
- E io che li ho difesi...
io solo...
Ingrati!...
Io ci fui! Lo accompagnai...
Quindici anni aveva...
E il somarello...
alle prime schioppettate...
Le gambe, le gambe...
Per due, patii...
E a Milazzo...
dietro quel tralcio di vite...
un toffo di terra, qua sul labbro...
Rorò lo guardava, angosciata e sbalordita, sentendolo sparlare cosí.
- Papà...
papà...
che dice?
Ma Sciaramè, con gli occhi senza sguardo, sbarrati, una mano sul cuore, il volto scontraffatto, non la sentiva piú.
Vedeva, lontano, nel tempo.
Lo aveva seguito davvero, quel suo fratellino minore, a cui aveva fatto da padre; lo aveva raggiunto davvero, con l'asinello, prima di Calatafimi, e scongiurato a mani giunte di tornarsene indietro, a casa, in groppa all'asinello, per carità, se non voleva farlo morire dal terrore di saperlo esposto alla morte, ancora cosí ragazzo! Via! Via! Ma il fratellino non aveva voluto saperne, e allora anche lui, a poco a poco, fra gli altri volontarii, s'era acceso d'entusiasmo ed era andato.
Poi, però, alle prime schioppettate...
No, no, non aveva desiderato di riavere il somarello abbandonato, perché, quantunque la paura fosse stata piú forte di lui, non sarebbe mai scappato, sapendo che il suo fratellino, là, era intanto nella mischia e che forse in quel punto, ecco, gliel'uccidevano.
Avrebbe voluto anzi correre, buttarsi nella mischia anche lui e anche lui farsi uccidere, se avesse trovato morto Stefanuccio.
Ma le gambe, le gambe! Che può fare un povero uomo quando non sia piú padrone delle proprie gambe? Per due, davvero, aveva patito, patito in modo da non potersi dire, durante la battaglia e dopo.
Ah, dopo, fors'anche piú! quando, sul campo di battaglia, aveva cercato tra i morti e i feriti il fratellino suo.
Ma che gioja, poi nel rivederlo, sano e salvo! E cosí lo aveva seguito anche a Palermo, fino a Gibilrossa, dove lo aveva aspettato, piú morto che vivo, parecchi giorni: un'eternità! A Palermo, Stefanuccio, per il coraggio dimostrato, era stato ascritto alla legione dei Carabinieri genovesi, che doveva poi essere decimata nella battaglia campale di Milazzo.
Era stato un vero miracolo, se in quella giornata non era morto anche lui, Sciaramè.
Acquattato in una vigna, sentiva di tratto in tratto, qua e là, certi tonfi strani tra i pampini; ma non gli passava neanche per la mente che potessero esser palle, quando, proprio lí, sul tralcio dietro al quale stava nascosto...
Ah, quel sibilo terribile, prima del tonfo! Carponi, con le reni aperte dai brividi, aveva tentato di allontanarsi; ma invano; ed era rimasto lí, tra il grandinare delle palle, atterrito, basito, vedendo la morte con gli occhi, a ogni tonfo.
Li conosceva dunque davvero tutti gli orrori della guerra; tutto ciò che narrava, lo aveva veduto, sentito, provato; c'era stato insomma davvero, alla guerra, quantunque non vi avesse preso parte attiva.
Ritornato in Sicilia, dopo la donazione di Garibaldi a Re Vittorio del regno delle Due Sicilie, egli era stato accolto come un eroe insieme col fratellino Stefano.
Medaglie, lui, però, non ne aveva avute: le aveva avute Stefanuccio; ma erano come di tutt'e due.
Del resto, lui non s'era mai vantato di nulla: spinto a parlare, aveva sempre detto quel tanto che aveva veduto.
E non avrebbe mai pensato di entrare a far parte della Società, se quella maledetta sera lí non ve lo avessero quasi costretto, cacciato in mezzo per forza.
Dell'onore che gli avevano fatto e di cui egli alla fin fine non si sentiva proprio immeritevole, giacché per la patria aveva pure patito e non poco, s'era sdebitato ospitando gratis per tanti anni la Società.
Aveva indossato, sí, la camicia rossa del fratello e si era fregiato il petto di medaglie non propriamente sue; ma, fatto il primo passo, come tirarsi piú indietro? Non aveva potuto farne a meno, e s'era segretamente scusato pensando che avrebbe cosí rappresentato il suo povero fratellino in quelle feste nazionali, il suo povero Stefanuccio morto a Digione, lui che se le era ben guadagnate, quelle medaglie, e non se le era poi potute godere, nelle belle feste della patria.
Ecco qua tutto il suo torto.
Erano venuti i nuovi garibaldini, avevano litigato coi vecchi, e lui c'era andato di mezzo, lui che li aveva difesi, solo contro tutti.
Ah, ingrati! Lo avevano ucciso.
Rorò, vedendogli la faccia come di terra e gli occhi infossati e stravolti, si mise a chiamare ajuto dalla finestra.
Accorsero, costernati, ansanti, alcuni del vicinato.
- Che è? che è?
Restarono, alla vista di Sciaramè, là sulla seggiola, rantolante.
Due, piú animosi, lo presero per le ascelle e per i piedi e fecero per adagiarlo sul lettuccio.
Ma non lo avevano ancora messo a giacere, che...
- Oh! Che?
- Guardate!
- Morto?
Rorò rimase allibita, con gli occhi sbarrati, a mirarlo.
Guardò i vicini accorsi; balbettò:
- Morto? Oh Dio! Dio! Morto?
E si buttò sul cadavere, poi, in ginocchio, a piè del letto, con la faccia nascosta, le mani protese:
- Perdono, papà mio! Perdono!
I vicini non sapevano che pensare.
Perdono? Perché? Che era accaduto? Ma Rorò parlava di certe carte, di certi documenti...
che ne sapeva lei? Fu strappata dal letto e trascinata nell'altra camera.
Alcuni corsero a chiamare il Bellone, altri rimasero a vegliare il morto.
Quando il presidente della Società dei Reduci, col Navetta, il Nardi e gli altri socii, sopravvenne, fosco e combattuto, Carlandrea Sciaramè sul suo lettuccio era parato con la camicia rossa e le sette medaglie sul petto.
I vicini, vestendo il povero vecchio, avevano creduto bene di fargli indossare per l'ultima volta l'abito delle sue feste.
Non gli apparteneva? Ma ai morti non si sogliono passare, sulle lapidi, tante bugie, peggiori di questa? Là, le medaglie! Tutt'e sette sul cuore!
Pum, pum, pum, il Navetta, con la sua gamba di legno, gli s'accostò, aggrondato; lo mirò un pezzo; poi si voltò ai compagni e disse, cupo:
- Gli si levano?
Il Bellone, che s'era ritratto con gli altri in fondo alla camera, presso la finestra, a confabulare, lo chiamò a sé con la mano, si strinse nelle spalle e confermò il pensiero di quei vicini, brontolando:
- Lascia.
Ora è morto.
Gli fecero un bellissimo funerale.
LA MADONNINA
Una scatola di giocattoli, di quelle con gli alberetti incoronati di trucioli e col dischetto di legno incollato sotto al tronco perché si reggano in piedi, e le casette a dadi e la chiesina col campanile e ogni cosa: ecco, immaginate una di queste scatole, data in mano al Bambino Gesú, e che il Bambino Gesú si fosse divertito a costruire al padre beneficiale Fioríca quella sua parrocchietta cosí; la chiesina modesta, dedicata a San Pietro, di fronte; e di qua, la canonica con tre finestrette riparate da tendine di mussola inamidate che, intravedendosi di là dai vetri, lasciavano indovinare il candore e la quiete delle stanze piene di silenzio e di sole; il giardinetto accanto, col pergolato e i nespoli del Giappone e il melagrano e gli aranci e i limoni; poi, tutt'intorno, le casette umili dei suoi parrocchiani, divise da vicoli e vicoletti, con tanti colombi che svolazzavano da gronda a gronda; e tanti conigli che, rasenti ai muri, spiavano raccolti e tremanti, e gallinelle ingorde e rissose e porchetti sempre un po' angustiati, si sa, e quasi irritati dalla soverchia grassezza.
In un mondo cosí fatto, poteva mai figurarsi il padre beneficiale Fioríca che il diavolo vi potesse entrare da qualche parte?
E il diavolo invece vi entrava a suo piacere, ogni qual volta gliene veniva il desiderio, di soppiatto e facilissimamente, sicuro d'essere scambiato per un buon uomo o una buona donna, o anche spesso per un innocuo oggetto qualsiasi.
Anzi si può dire che il padre beneficiale Fioríca stava tutto il santo giorno in compagnia del diavolo, e non se n'accorgeva.
Non se ne poteva accorgere anche perché, bisogna aggiungere, neppure il diavolo con lui sapeva esser cattivo: si spassava soltanto a farlo cadere in piccole tentazioni che, al piú al piú, scoperte, non gli cagionavano altro danno che un po' di beffe da parte dei suoi fedeli parrocchiani e dei colleghi e superiori.
Una volta, per dirne una, questo maledettissimo diavolo indusse una vecchia dama della parrocchia, andata a Roma per le feste giubilari, a portare di là al padre beneficiale Fioríca una bella tabacchiera d'osso con l'immagine del Santo Padre dipinta a smalto sul coperchio.
Ebbene, si crederebbe? Vi s'allogò dentro, non ostante la custodia di quell'immagine e per piú d'un mese, ai vespri, mentre il padre beneficiale Fioríca faceva alla buona un sermoncino ai divoti prima della benedizione, di là dentro la tabacchiera si mise a tentarlo:
- Sú, un pizzichetto, sú! Facciamola vedere la bella tabacchiera...
Per soddisfazione della dama che te l'ha regalata e che sta a guardarti...
Un pizzichetto!
E dàlli, e dàlli, con tanta insistenza, che alla fine il padre beneficiale Fioríca, il quale non aveva mai preso tabacco e aveva cominciato a prenderlo molto timidamente dal giorno che aveva avuto quel regalo, ecco che doveva cedere a cavar di tasca la tabacchiera e il grosso fazzoletto di cotone a fiorami.
Conseguenza: il sermoncino interrotto da un'infilata di almeno quaranta sternuti e arrabbiate e strepitose soffiate di naso, che facevano ridere tutta la chiesina.
Ma la peggio di tutte fu quando questo diavolo maledetto s'insinuò nel cuore d'una certa Marastella, ch'era una poverina svanita di cervello, bambina di trent'anni, bellissima e cara a tutto il vicinato che rideva dell'inverosimile credulità di lei tutta sempre sospesa a una perpetua ansiosa maraviglia.
S'insinuò, dunque, nel cuore di questa Marastella e la fece innamorare coram populo del padre beneficiale Fioríca che aveva già circa sessant'anni e i capelli bianchi come la neve.
La poverina, vedendolo in chiesa, o sull'altare durante l'ufficio divino, o sul pulpito durante la predica, non rifiniva piú d'esclamare, piangendo a goccioloni grossi cosí dalla tenerezza e picchiandosi il petto con tutte e due le mani:
- Ah Maria, com'è bello! Bocca di miele! Occhi di sole! Cuore mio, come parla e come guarda!
Sarebbe stato uno scandalo, se tutti, conoscendo la santa illibatezza del padre beneficiale e l'innocenza della povera scema, non ne avessero riso.
Ma un giorno Marastella, vedendo uscire il padre beneficiale dalla chiesa, s'inginocchiò in mezzo alla piazzetta e, presagli una mano, cominciò a baciargliela perdutamente e poi a passarsela sui capelli, su tutta la faccia, fin sotto la gola, gemendo:
- Ah padre mio, mi levi questo fuoco, per carità! per carità, mi levi questo fuoco!
Il povero padre Fioríca, smarrito, sbalordito, chino sulla poverina, senza nemmeno tentare di ritirar la mano, le chiedeva:
- Che fuoco, Marastella, che fuoco, figliuola mia?
E forse non avrebbe ancora capito, se da tutte le casette attorno non fossero accorse le vicine a strappar da terra la scema con parole e atti cosí chiari, che il padre Fioríca, sbiancato, trasecolato, tremante, se n'era fuggito, facendosi la croce a due mani.
Questa volta sí, il diavolo s'era troppo scoperto.
Riconobbero tutti l'opera sua in quella pazzia di Marastella.
E allora egli ne pensò un'altra, che doveva costare al padre beneficiale Fioríca il piú gran dolore della sua vita.
La perdita di Guiduccio.
State a sentire.
Guiduccio era un ragazzo di nove anni, unico figliuolo maschio della piú cospicua famiglia della parrocchia: la famiglia Greli.
Il padre beneficiale Fioríca aveva in cuore da anni la spina di questa famiglia che si teneva lontana dalla santa chiesa, non già perché fosse veramente nemica della fede, ma perché lei, la chiesa, a giudizio del signor Greli (ch'era stato garibaldino, carabiniere genovese nella campagna del 1860 e ferito a un braccio nella battaglia di Milazzo) lei, la chiesa, s'ostinava a rimanere nemica della patria; ragion per cui un patriota come il signor Greli credeva di non potervi metter piede.
Ora, di politica il padre beneficiale Fioríca non s'era impicciato mai e non riusciva perciò a capacitarsi come l'amor di patria potesse esser cagione che la mamma e le sorelle maggiori di Guiduccio e Guiduccio stesso non venissero in chiesa almeno la domenica e le feste principali per la santa messa.
Non diceva confessarsi; non diceva comunicarsi.
La santa messa almeno, la domenica, Dio benedetto! E, tentato al solito dal diavolaccio che gli andava sempre avanti e dietro come l'ombra del suo stesso corpo, cercava d'entrar nelle grazie del signor Greli.
- Eccolo là che passa! Non fingere di non vederlo.
Salutalo, salutalo tu per primo: un bell'inchino, con dignitosa umiltà!
Il padre Fioríca ubbidiva subito al suggerimento del diavolo; s'inchinava sorridente; ma il signor Greli, accigliato, rispondeva appena appena, con brusca durezza, a quell'inchino e a quel sorriso.
E il diavolo, si sa, ne gongolava.
Ora, un pomeriggio d'estate, vigilia d'una festa solenne, il diavolo, sapendo che il signor Greli s'era ritirato a casa molto stanco del lavoro della mattinata e s'era messo a letto per ristorar le forze con qualche oretta di sonno, che fece? salí non visto con alcuni monellacci al campanile della chiesina di San Pietro e lí dàlli a sonare, dàlli a sonare tutte le campane, con una furia cosí dispettosa, che il signor Greli, il quale era d'indole focosa e facilmente si lasciava prendere dall'ira, a un certo punto, non potendone piú, saltò giú dal letto e, cosí come si trovava, in maniche di camicia e mutande, corse sú in terrazza armato di fucile e - sissignori - commise il sacrilegio di sparare contro le sante campane della chiesa.
Colpí, delle tre, quella di destra, la piú squillante: occhio di antico carabiniere genovese! Ma povera campanella! Sembrò una cagnolina che, colta a tradimento da un sasso, mentre faceva rumorosamente le feste al padrone, cangiasse d'un tratto l'abbaío festoso in acuti guaíti.
Tutti i parrocchiani, raccolti per la festa davanti alla chiesa, si levarono in tumulto, furibondi, contro il sacrilego.
E fu vera grazia di Dio, se al padre beneficiale Fioríca, accorso tutto sconvolto e coi paramenti sacri ancora in dosso, riuscí d'impedire con la sua autorità che la violenza dei suoi fedeli indignati prorompesse e s'abbattesse sulla casa del Greli.
Li arrestò a tempo, li placò, rendendosi mallevadore che il signor Greli avrebbe donato una campana nuova alla chiesa e che un'altra e piú solenne festa si sarebbe fatta per il battesimo di essa.
Allora, per la prima volta, Guiduccio Greli entrò nella chiesina di San Pietro.
Veramente il padre beneficiale Fioríca avrebbe desiderato che madrina della campana fosse la signora Greli, o almeno una delle figliuole, la maggiore che aveva circa diciott'anni.
Rimase però grato, poi, in cuor suo, al signor Greli di non aver voluto condiscendere a quel suo desiderio, vedendo il miracolo che il battesimo della campana operò nell'anima di quel fanciullo.
Fu forse per l'esaltazione della festa, o forse per la simpatia che gli testimoniarono tutti i fedeli della parrocchia; o piuttosto la voce ch'egli per primo trasse da quella campana benedetta, salito sú in cima al campanile, nel luminoso azzurro del cielo.
Il fatto è che da quel giorno in poi la voce di quella campana lo chiamò ogni mattina alla chiesa, per la prima messa.
Di nascosto, udendo quella voce, balzava dal letto e correva in cerca della vecchia serva di casa perché lo conducesse con sé.
- E se papà non volesse? - gli diceva la serva.
Ma Guiduccio insisteva, scosso da un brivido a ogni rintocco della campana che seguitava a chiamar sommessa nella notte.
E per l'angusta viuzza, ancora invasa dalle tenebre notturne, abbrividendo, si stringeva alla vecchia serva e, arrivato alla piazzetta della chiesa, alzava gli occhi al campanile, e allo sgomento misterioso che gliene veniva, non meno misterioso rispondeva il conforto che, appena entrato nella chiesa, gli veniva dai ceri placidi accesi sull'altare, nella frescura dell'ombra solenne insaporata d'incenso.
La prima volta che il padre beneficiale Fioríca, voltandosi dall'altare verso i fedeli, se lo vide davanti inginocchiato dinanzi alla balaustrata, con gli occhioni, tra i riccioli castani, ancora imbambolati, spalancati e lucenti quasi di follia divina, si sentí fendere le reni da un lungo brivido di tenerezza e dovette far violenza a se stesso per resistere alla tentazione di scendere dall'altare a carezzare quel volto d'angelo e quelle manine congiunte.
Finita la messa, fece segno alla vecchia di condurre il bimbo in sagrestia; e lí se lo prese in braccio, lo baciò in fronte e sui capelli, gli mostrò a uno a uno tutti gli arredi e i paramenti sacri, le pianete coi ricami e le brusche d'oro e i càmici e le stole, le mitrie, i manipoli, tutti odorosi d'incenso e di cera; lo persuase poi dolcemente a confessare alla mamma di esser venuto in chiesa, quella mattina, per il richiamo della sua campana santa, e a pregarla che gli concedesse di ritornarci.
Infine lo invitò - sempre col permesso della mamma - alla canonica, a vedere i fiori del giardinetto, le vignette colorate dei libri e i santini, e a sentire qualche suo raccontino.
Guiduccio andò ogni giorno alla canonica, avido dei racconti della storia sacra.
E il padre beneficiale Fioríca, vedendosi davanti spalancati e intenti quegli occhioni fervidi nel visetto pallido e ardito, tremava di commozione per la grazia che Dio gli concedeva di bearsi di quel meraviglioso fiorire della fede in quella candida anima infantile; e quando, sul piú bello di quei racconti, Guiduccio, non riuscendo piú a contenere l'interna esaltazione, gli buttava le braccia al collo e gli si stringeva al petto, fremente, ne provava tale gaudio e insieme tale sgomento, che si sentiva quasi schiantar l'anima, e piangendo e premendo le mani sulle terga del bimbo, esclamava:
- Oh figlio mio! E che vorrà Dio da te?
Ma sí! Il diavolo stava intanto in agguato dietro il seggiolone su cui il padre beneficiale Fioríca sedeva con Guiduccio sulle ginocchia; e il padre beneficiale Fioríca, al solito, non se n'accorgeva.
Avrebbe potuto notare, santo Dio, una cert'ombra che di tratto in tratto passava sul volto del fanciullo e gli faceva corrugare un po' le ciglia.
Quell'ombra, quel corrugamento di ciglia erano provocati dalla bonaria indulgenza con cui egli velava e assolveva certi fatti della storia sacra; bonaria indulgenza che turbava profondamente l'anima risentita del fanciullo già forse messa in diffidenza a casa e fors'anche derisa dal padre e dalle sorelle.
Ed ecco allora in che modo il diavolo trasse partito da questi e tant'altri piccoli segni che sfuggivano all'accorgimento del padre Fioríca.
Nel mese di maggio, dedicato alla Vergine, nella chiesetta di San Pietro, dopo la predica e la recita del rosario, dopo impartita la benedizione e cantate a coro al suono dell'organo le canzoncine in lode di Maria, si faceva il sorteggio tra i divoti d'una Madonnina di cera custodita in una campana di cristallo.
Donne e fanciulli, cantando le canzoncine in ginocchio, tenevano fissi gli occhi a quella Madonnina sull'altare, tra i ceri accesi e le rose offerte in gran profusione; e ciascuno desiderava ardentemente che quella Madonnina gli toccasse in sorte.
Tuttavia, non poche donne, ammirando il fervore con cui Guiduccio pregava davanti a tutti, avrebbero voluto che la Madonnina anziché a qualcuna di loro, sortisse a lui.
E piú di tutti, naturalmente, lo desiderava il padre beneficiale Fioríca.
Le polizzine della riffa costavano un soldo l'una.
Il sagrestano aveva l'incarico della vendita durante la settimana, e su ogni polizzina segnava il nome dell'acquirente.
Tutte le polizzine poi, la domenica, erano raccolte arrotolate in un'urna di cristallo; il padre beneficiale Fioríca vi affondava una mano, rimestava un po' tra il silenzio ansioso di tutti i fedeli inginocchiati, ne estraeva una, la mostrava, la svolgeva e, attraverso le lenti insellate sulla punta del naso, ne leggeva il nome.
La Madonnina era condotta in processione tra canti e suoni di tamburi alla casa del sorteggiato.
S'immaginava il padre Fioríca l'esultanza di Guiduccio, se dall'urna fosse sortito il suo nome, e vedendolo lí davanti all'altare inginocchiato, rimestando nell'urna avrebbe voluto che per un miracolo le sue dita indovinassero la polizzina che ne conteneva il nome.
E quasi quasi era scontento della generosità del fanciullo, il quale, potendo prendere dieci polizze con la mezza lira che ogni domenica gli dava la mamma, si contentava d'una sola per non avere alcun vantaggio sugli altri ragazzi a cui anzi lui stesso con gli altri nove soldi comperava le polizzine.
E chi sa che quella Madonnina, entrando con tanta festa in casa Greli, non avesse poi il potere di conciliare con la chiesa tutta la famiglia!
Cosí il diavolo tentava il padre beneficiale Fioríca.
Ma fece anche di piú.
Quando fu l'ultima domenica, venuto il momento solenne del sorteggio, appena lo vide salire all'altare ove accanto all'urna di cristallo stava la Madonnina di cera, zitto zitto gli si mise dietro le spalle e, sissignori, gli suggerí di leggere nella polizzina estratta il nome di Guiduccio Greli.
Allo scoppio d'esultanza di tutti i divoti, Guiduccio però, diventato in prima di bragia, si fece subito dopo pallido pallido, aggrottò le ciglia sugli occhioni intorbidati, cominciò a tremar tutto convulso, nascose il volto tra le braccia e, guizzando per divincolarsi dalla ressa delle donne che volevano baciarlo per congratularsi, scappò via dalla chiesa, via, via, e rifugiandosi in casa, si buttò tra le braccia della madre e proruppe in un pianto frenetico.
Poco dopo, udendo per la viuzza il rullo del tamburo e il coro dei divoti che gli portavano in casa la Madonnina, cominciò a pestare i piedi, a contorcersi tra le braccia della madre e delle sorelle e a gridare:
- Non è vero! Non è vero! Non la voglio! Mandatela via! Non è vero! Non la voglio!
Era accaduto questo: che dei dieci soldi che la mamma gli dava ogni domenica, nove Guiduccio li aveva già dati al solito ai ragazzi poveri della parrocchia perché fossero iscritti anche loro al sorteggio; nel recarsi alla sagrestia con l'ultimo soldino rimastogli per sé, era stato avvicinato da un ragazzetto tutto arruffato e scalzo, il quale, da tre settimane ammalato, non aveva potuto prender parte alla festa e al sorteggio delle Madonnine precedenti, e vedendo ora Guiduccio con quell'ultimo soldino in mano, gli aveva chiesto se non era per lui.
E Guiduccio gliel'aveva dato.
Troppe volte il signor Greli in casa, scherzando, aveva ammonito il figlio:
- Bada, Duccio! Ti vedo con la chierica! Duccio, bada: quel tuo prete ti vuole accalappiare!
E difatti, perché a lui quella Madonnina, se nessuna polizza recava il suo nome, quell'ultima domenica?
La signora Greli, per far cessare l'orgasmo del figlio, ordinò che subito la Madonnina fosse rimandata indietro, alla chiesa; e d'allora in poi il padre beneficiale Fioríca non vide piú Guiduccio Greli.
LA BERRETTA DI PADOVA
Berrette di Padova: belle berrette a lingua, di panno, a uso di quelle che si portano ancora in Sardegna, e che si portavano allora (cioè a dire nei primi cinquant'anni del secolo scorso) anche in Sicilia, non dalla gente di campagna che usava di quelle a calza di filo e con la nappina in punta, ma dai cittadini, anche mezzi signori; se è vera la storia che mi fu raccontata da un vecchio parente, il quale aveva conosciuto il berrettajo che le vendeva, zimbello di tutta Girgenti allora, perché dei tanti anni passati in quel commercio pare non avesse saputo ricavare altro guadagno che il nomignolo di Cirlinciò, che in Sicilia, per chi volesse saperlo, è il nome di un uccello sciocco.
Si chiamava veramente don Marcuccio La Vela, e aveva bottega sulla strada maestra, prima della discesa di San Francesco.
Don Marcuccio La Vela sapeva di quel suo nomignolo e se ne stizziva molto; ma per quanto poi si sforzasse di fare il cattivo e di mostrarsi corrivo a riavere il suo, non solo non gli veniva mai fatto, ma ogni volta alla fine era una giunta al danno perché, impietosendosi alle finte lagrime dei debitori maltrattati, per compensarli dei maltrattamenti, oltre la berretta ci perdeva qualche pezzo di dodici tarí porto sottomano.
S'era ormai radicata in tutti l'idea che non avesse in fondo ragione di lagnarsi di niente né d'adirarsi con nessuno; giacché, se da un canto era vero che gli uomini lo avevano sempre gabbato, era innegabile dall'altro che Dio, in compenso, lo aveva sempre ajutato.
Aveva difatti una cattiva moglie, indolente, malaticcia, sciupona, e se n'era presto liberato; un esercito di figliuoli, ed era riuscito in breve ad accasarli bene tutti quanti.
Ora provvedeva sí gratuitamente di berrette tutto il cresciuto parentado, ma poteva esser certo che esso, all'occorrenza, non lo avrebbe lasciato morir di fame.
Che voleva dunque di piú?
Le berrette intanto volavano da quella bottega come se avessero le ali.
Gliene portavano via figli, generi, nipoti, amici e conoscenti.
Per alcuni giorni egli s'ostinava a correre ora dietro a questo, ora dietro a quello, per riavere almeno, tra tante, il costo di una sola.
Niente! E giurava e spergiurava di non voler piú dare a credenza:
- Neanche a Gesú Cristo, se n'avesse bisogno!
Ma ci ricascava sempre.
Ora, alla fine, aveva deciso di chiuder bottega, non appena esaurita la poca mercanzia che gli restava, della quale non avrebbe dato via neppure un filo, se non gli fosse pagato avanti.
Ma ecco venire un giorno alla sua bottega un tal Lizio Gallo, ch'era suo compare.
Per le sue berrette Cirlinciò non temeva del compare.
Ben altro il Gallo, in grazia del comparàtico, pretendeva da lui.
Uomo sodo, denari voleva.
E già gli doveva una buona sommetta.
Ora dunque basta, eh?
- Che buon vento, compare?
Lizio Gallo aveva in vezzo passarsi e ripassarsi continuamente una mano su i radi e lunghi baffi spioventi e sotto quella mano, serio serio, con gli occhi bassi, sballarne di quelle, ma di quelle! Caro a tutti per il suo buon umore, non pure da Cirlinciò ch'era molto facile, ma dai piú scaltri mercanti del paese riusciva sempre a ottenere quanto gli bisognasse ed era indebitato fino agli occhi, e sempre abbruciato di denari.
Ma quel giorno si presentò con un'altr'aria.
- Male, compare! - sbuffò, lasciandosi cadere su una seggiola.
- Mi sento stanco, ecco, stanco e nauseato.
E col volto atteggiato di tedio e di disgusto, disse seguitando, che non gli reggeva piú l'animo a vivere cosí d'espedienti e ch'era troppo il supplizio che gli davano i raffacci aperti o le mute guardatacce dei suoi creditori.
Cirlinciò abbassò subito gli occhi e mise un sospiro.
- E pure voi sospirate, compare; vi vedo! - soggiunse il Gallo, tentennando il capo.
- Ma avete ragione! Non posso piú accostarmi a un amico, lo so.
Mi sfuggono tutti! E intanto, piú che per me, credetemi, soffro per gli altri, a cui debbo cagionare la pena della mia vista.
Ah, vi giuro che se non fosse per Giacomina mia moglie, a quest'ora...
- Che dite! - gli diede sulla voce Cirlinciò.
- E sapete che altro mi tiene? - riprese Lizio Gallo.
- Quel poderetto che mi recò in dote mia moglie, pur cosí gravato com'è d'ipoteche.
Ho speranza, compare, che debba essere la mia salvezza, per via di non so che scavi che ci vuol fare il Governo.
Dicono che là sotto ci sono le antichità di Camíco.
Uhm! Rottami...
Che saranno? Ma, se è vero questo, sono a cavallo.
E non dubitate, compare: prima di tutti, penserei a voi.
Già il Governatore m'ha fatto sapere che vuol parlare con me.
Dovrei andarci domattina.
Ma come ci vado?
- Perché? - domandò, stordito, Cirlinciò.
- Con questi stracci? Non mi vedete? Per l'abito, forse, potrei rimediare.
Mio cognato, che ha sú per giú la mia stessa statura, se n'è fatto uno nuovo da pochi giorni e me lo presterebbe.
Ma la berretta? Ha un testone cosí!
- Ah! Anche voi! - esclamò allora Cirlinciò spalancando tanto d'occhi.
- Come, anch'io? - disse con la faccia piú fresca del mondo il Gallo.
- Che son forse solito di andare per via a capo scoperto? Ora questa berretta, vedete? non ne vuol piú sapere.
- E venite da me? - riprese Cirlinciò, col volto avvampato di stizza.
- Scusatemi, compare: gnornò! non ve la do! non ve la posso dare!
- Ma io non dico dare.
Ve la pagherò.
- Avete i denari?
- Li avrò.
- Niente, allora! Quando li avrete.
- È la prima volta - gli fece notare, dolente e con calma, il Gallo - è la prima volta che vengo da voi per una padovana.
- Ma io ho giurato, lo sapete! Ho giurato! ho giurato!
- Lo so.
Ma vedete perché mi serve?
- Non sento ragione! Piuttosto, guardate, piuttosto vi do tre tarí e vi dico di andarvela a comprare in un'altra bottega.
Lizio Gallo sorrise mestamente, e disse:
- Caro compare, se voi mi date tre tarí, lo sapete, io me li mangio, e berretta non me ne compro.
Dunque, datemi la berretta.
- Dunque, né questa né quelli! - concluse Cirlinciò, duro.
Lizio Gallo si levò pian piano da sedere, sospirando:
- E va bene! Avete ragione.
Cerco la via per uscire da questi guaj e vedo che l'unica, per me, sarebbe di morire, lo so.
- Morire...
- masticò Cirlinciò.
- C'è bisogno di morire? Tanto, la berretta dovete levarvela in presenza del Governatore.
- Eh già! - esclamò il Gallo.
- Bella figura ci farei per istrada con l'abito nuovo e la berretta vecchia! Ma dite piuttosto che non volete darmela.
E si mosse per uscire.
Cirlinciò allora, al solito, pentito, lo acchiappò per un braccio e gli disse all'orecchio:
- Vi do tre giorni di tempo per il pagamento.
Ma non lo dite a nessuno! Fra tre giorni...
badate! sono capace di levarvela dal capo, per istrada, appena vi vedo passare.
Sono porco io, se mi ci metto!
Aprí lo scaffale e ne trasse una bellissima berretta di Padova.
Lizio Gallo se la provò.
Gli andava bene.
- Quanto mi pesa! - disse, scotendo il capo.
- Mi sentivo male, venendo qua; voi mi avete dato il colpo di grazia, compare!
E se ne andò.
Tutto poteva aspettarsi il povero Cirlinciò, tranne che Lizio Gallo, dopo due giorni, dovesse davvero morire!
Si mise a piangere come un vitello, dal rimorso, ripensando - ah! - alle ultime parole del compare - ah! - gli pareva di vederselo ancora lí, nella bottega, nell'atto di tentennare amaramente il capo - ah! - ah! - ah!
E corse alla casa del morto, per condolersi con la vedova donna Giacomina.
Per via, tanta gente pareva si divertisse a fermarlo:
- È morto Lizio Gallo, sapete?
- E non vedete che piango?
Tutti in paese ne facevano le lodi e ne commiseravano la fine immatura, pur sorridendo mestamente al ricordo delle sue tante baggianate.
I molti creditori chiudevano gli occhi, sospirando, e alzavano la mano per rimettergli il debito.
Cirlinciò trovò donna Giacomina inconsolabile.
Quattro torcetti ardevano agli angoli del letto, su cui il compare giaceva, coperto da un lenzuolo.
Piangendo, la vedova narrò al compare com'era avvenuta la disgrazia.
- A tradimento, - diceva.
- Ma già, volendola dire, da parecchio tempo, Lizio mio non pareva piú lui!
Cirlinciò piangendo annuiva e in prova narrò alla vedova l'ultima visita del compare alla bottega.
- Lo so! lo so! - gli disse donna Giacomina.
- Ah, quanto se ne afflisse, povero Lizio mio! Le vostre parole, compare, gli rimasero confitte nel cuore come tante spade!
Cirlinciò pareva una fontana.
- E piú mi piange il cuore, - seguitò la vedova, - che ora me lo vedrò portar via sul cataletto dei poveri, sotto uno straccio nero...
Cirlinciò allora, con impeto di commozione, si profferse per le spese d'una pompa funebre.
Ma donna Giacomina lo ringraziò; gli disse esser quella l'espressa volontà del marito, e che lei voleva rispettarla, e che anzi il marito non avrebbe neppur voluto l'accompagnamento funebre, e che infine aveva indicato la chiesa ove, da morto, voleva passare l'ultima notte, secondo l'uso: la chiesetta cioè di Santa Lucia, come la piú umile e la piú fuorimano, per chi se ne volesse andare quasi di nascosto, senza mortorio.
Cirlinciò insistette; ma alla fine si dovette arrendere alla volontà della vedova.
- Ma quanto all'accompagnamento - disse, licenziandosi, - siate pur certa che tutto il paese oggi sarà dietro al povero compare!
E non s'ingannò.
Ora, andando il mortorio per la strada che conduce alla chiesetta di Santa Lucia, avvenne a Cirlinciò, il quale si trovava proprio in testa dietro al cataletto che quattro portantini, due di qua, due di là, sorreggevano per le stanghe, di fissare gli occhi lagrimosi su quella sua fiammante berretta di Padova, che il morto teneva in capo e che spenzolava e dondolava fuori della testata del cataletto.
La berretta che il compare non gli aveva pagata.
Tentazione!
Cercò piú volte il povero Cirlinciò di distrarne lo sguardo; ma poco dopo gli occhi tornavano a guardarla, attirati da quel dondolío che seguiva il passo cadenzato dei portantini.
Avrebbe voluto consigliare a uno di questi di ripiegare sul capo al morto la berretta e porvi sopra la coltre per fermarla.
"Ma sí! Non ci mancherebbe altro, - rifletteva, poi, - che io, proprio io vi richiamassi l'attenzione della gente.
Già forse, vedendomi qua e guardando questa berretta, tutti ridono di me, sotto i baffi."
Morso da questo sospetto, lanciò due occhiatacce oblique ai vicini, sicuro di legger loro negli occhi il temuto dileggio; poi si rivolse con rabbioso rammarico alla berretta dondolante.
- Com'era bella! com'era fina! E ora, - peccato! - o sarebbe andata a finire sul capo a un becchino, o sottoterra, inutilmente, col compare.
Questi due casi, e maggiormente il primo ch'era il piú probabile, cominciarono a esagitarlo cosí, che, senza quasi volerlo, si diede a pensare se ci fosse modo di riavere quella berretta.
Lanciò di nuovo qualche occhiata intorno e s'accorse che molti, procedendo, seguivano quel dondolar cadenzato, che a lui cagionava tante smanie, anzi un vero supplizio.
Gli parve perfino che, prendendo quasi a materia il rumore dei passi dei portantini, quel dondolío ripetesse forte, a tutti, senza posa:
È stato - gabbato,
È stato - gabbato...
No, perdio, no! Anche a costo di passare l'intera nottata nascosto nella chiesetta di Santa Lucia, egli doveva, doveva riavere quella berretta ch'era sua! Tanto, che se ne faceva piú il compare, morto? Era nuova fiammante! ed egli avrebbe potuto rimetterla, senz'altro, dentro lo scaffale.
Poiché, perdio, non si trattava soltanto di mantenere un proposito deliberato, ma anche di non venir meno a un giuramento fatto, ecco, a un giuramento! a un giuramento!
Cosí, quando il mortorio giunse (ch'era già sera chiusa) alla chiesetta fuorimano dove lo scaccino aveva preparato i due cavalletti su cui il misero feretro doveva esser deposto, mentre la gente assisteva alla b
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