LA RALLEGRATA, di Luigi Pirandello - pagina 18
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Pochi giorni dopo, com'era da aspettarsi, arrivò a entrambi la risposta di Melina.
Poche righe, quasi indecifrabili che, impedendo la commozione per il modo ridicolo con cui l'ambascia e la disperazione erano espresse, produssero uno strano effetto di rabbia negli animi dei due giovani.
La poverina scongiurava che tutti e due insieme andassero a trovarla, ripetendo ch'era pronta a fare quel che essi volevano.
- Vedi? Per causa tua!
Tutti e due si trovarono sulle labbra le stesse parole; Carlino per l'ostinazione di Tito a non cedere; Tito per quella di Carlino a non andare.
Ma né l'uno né l'altro poterono proferirle.
Si guardarono.
Ciascuno lesse negli occhi dell'altro la sfida a parlare.
Ma lessero anche chiaramente l'odio, che adesso li univa, in luogo dell'antica amicizia; e subito compresero che non potevano e non dovevano piú parlare su quell'argomento.
Quell'odio comandava loro non solo di non far prorompere la rabbia, ond'erano divorati, ma anzi d'indurir ciascuno il proprio proposito in una livida freddezza.
Dovevano rimanere insieme, per forza.
- Le si scrive di nuovo, che stia tranquilla, - fischiò tra i denti Carlino.
Tito si voltò appena a guardarlo, con le ciglia alzate:
- Ma sí, puoi dirglielo: tranquillissima!
IV
Ora, ogni sera, uscendo dal Ministero, non andavano piú insieme, come prima, a passeggio, o in qualche caffè.
Si salutavano freddamente, e uno prendeva di qua, l'altro di là.
Si riunivano a cena; ma spesso, non arrivando alla trattoria alla stess'ora e non trovando posto da sedere accanto, l'uno cenava a un tavolino e l'altro a un altro.
Ma meglio cosí.
Tito s'accorse, che aveva provato sempre vergogna, senza dirselo, del troppo appetito che Carlino dimostrava, mangiando.
Anche dopo cena, ciascuno s'avviava per suo conto a passar fuori le due o tre ore prima d'andare a letto.
S'incupivano sempre piú, covando in quella solitudine il rancore.
Ma l'uno non voleva dare a vedere all'altro la macerazione che aveva da quella catena non trascinata piú di conserva per una stessa via, ma tirata, strappata di qua e di là dispettosamente, in quella finzione di libertà, che volevano darsi.
Sapevano che la catena, pur tirata e strappata cosí, non poteva e non doveva spezzarsi; ma lo facevano apposta, per farsi piú male, quanto piú male potevano.
Forse, in questa macerazione, cercavano di stordir la pena cocente e il rimorso per la donna, che seguitava invano a chiedere conforto e pietà.
Già da un pezzo ella si era arresa a ciò che credeva la loro volontà.
Ma no: erano essi, ora, a volere assolutamente che ella si tenesse il figliuolo! E perché allora avrebbero sofferto tanto, e tanto la avrebbero fatta soffrire? Tornare indietro come prima, non era piú possibile, ormai.
E dunque, no, no: ella doveva tenersi il figliuolo.
Nessuna discussione piú su questo punto.
Uniti com'erano dallo stesso sentimento, che non poteva piú in alcun modo svolgersi in un'azione comune d'amore, non potevano ammettere che esso, ora, venisse a mancare; volevano che durasse per svolgersi invece, cosí, necessariamente, in un'azione di reciproco odio.
E tanto quest'odio li accecava, che nessuno dei due per il momento pensava, che cosa avrebbero fatto domani di fronte a quel figliuolo, che non avrebbero potuto entrambi amare insieme.
Esso doveva vivere: non potendo né per l'uno né per l'altro esclusivamente, sarebbe vissuto per la madre, ai loro costi, cosí, senza che nessuno de' due neppur lo vedesse.
E difatti, nessuno de' due, quantunque entrambi se ne sentissero struggere dalla voglia, cedette all'invito di Melina, di correre a vedere il bambino appena nato.
Inesperti della vita, non si figuravano neppur lontanamente tra quali atroci difficoltà si fosse dibattuta quella poveretta, cosí sola, abbandonata, nel mettere al mondo quel bambino.
Ne ebbero la rivelazione terribile, alcuni giorni dopo, quando una vecchia, vicina di casa della poveretta, venne a chiamarli, perché accorressero subito al letto di lei, che moriva.
Accorsero e restarono allibiti davanti a quel letto, da cui uno scheletro vestito di pelle, con la bocca enorme, arida, che scopriva già orribilmente tutti i denti, con enormi occhi, i cui globi parevan già appesiti e induriti dalla morte, voleva loro far festa.
Quella, Melina?
No, no...
là, - diceva la poveretta, indicando la culla: che l'avrebbero ritrovata là, la Melina che conoscevano, cercando là, in quella culla, e tutt'intorno, nelle cose preparate per il suo bimbo, e nelle quali si era distrutta, o piuttosto, trasfusa.
Qua sul letto, ormai, ella non c'era piú: non c'eran piú che i resti di lei, miseri, irriconoscibili; appena un filo d'anima trattenuto a forza, per riveder loro un'ultima volta.
Tutta l'anima sua, tutta la sua vita, tutto il suo amore, erano in quella culla, e là, là, nei cassetti del canterano, ov'era il corredino del bimbo, pieno di merletti, di nastri e di ricami, tutto preparato da lei, con le sue mani.
- Anche...
anche cifrato, sí, di rosso...
Tutto...
capo per capo...
Capo per capo volle che la vecchia vicina lo mostrasse loro: le cuffiette, ecco...
ecco le cuffiette, sí...
quella coi fiocchi rossi...
no, quell'altra, quell'altra...
e i bavaglini, e le camicine, e la vestina lunga, ricamata, del battesimo, col trasparente di seta rossa...
rossa, sí, perché era maschio, maschio il suo Nillí...
e...
S'abbandonò a un tratto; crollò sul letto, riversa.
Nell'accensione di quella festa, forse insperata, si consumò subito quell'ultimo filo d'anima trattenuto a forza per loro.
Atterriti da quel traboccare improvviso sul letto, i due accorsero, per sollevarla.
Morta.
Si guardarono.
L'uno cacciò nell'anima dell'altro, fino in fondo, con quello sguardo, la lama d'un odio inestinguibile.
Fu un attimo.
Il rimorso, per ora, li sbigottiva.
Avrebbero avuto tempo di dilaniarsi, tutta la vita.
Per ora, qua, bisognava provvedere ancora d'accordo: provvedere alla vittima, provvedere al bambino.
Non potevano piangere, l'uno di fronte all'altro.
Sentivano che, se per poco, nell'orgasmo, avessero ceduto al sentimento, l'uno al suono del pianto dell'altro sarebbe diventato feroce, l'uno si sarebbe avventato alla gola dell'altro per soffocarlo, quel pianto.
Non dovevano piangere! Tremavano tutti e due; non potevano piú guardarsi.
Sentivano che rimaner cosí, a guardare con gli occhi bassi la morta, non potevano; ma come muoversi? Come parlar tra loro? Come assegnarsi le parti? Chi de' due doveva pensare alla morta, pei funerali? Chi de' due, al bambino, per una balia?
Il bambino!
Era là, nella culla.
Di chi era? Morta la madre, esso restava a tutti e due.
Ma come? Sentivano che nessuno dei due poteva piú accostarsi a quella culla.
Se l'uno avesse fatto un passo verso di essa, l'altro sarebbe corso a strapparlo indietro.
Come fare? Che fare?
Lo avevano intravisto appena, là, tra i veli, roseo, placido nel sonno.
La vecchia vicina disse:
- Quanto penò! E mai un lamento dalle sue labbra! Ah, povera creatura! Non gliela doveva negare Dio questa consolazione del figlio, dopo tutto quello che penò per lui.
Povera, povera creatura! E ora? Per me, se vogliono...
eccomi qua...
Si tolse lei l'incarico d'attendere al cadavere, insieme con altre vicine.
Quanto al bimbo...
- all'ospizio, no, è vero? - ebbene, conosceva lei una balia, una contadina d'Alatri, venuta a sgravarsi all'ospedale di San Giovanni: era uscita da parecchi giorni; il figlietto le era morto, e quella sera stessa sarebbe ripartita per Alatri: buona, ottima giovine; maritata, sí; il marito le era partito da pochi mesi per l'America; sana, forte; il figlietto le era morto per disgrazia, nel parto, non già per malattia.
Del resto, potevano farla visitare da un medico; ma non ce n'era bisogno.
Già il bimbo, per altro, da due giorni s'era attaccato a lei, poiché la povera mamma non avrebbe potuto allevarlo, ridotta in quello stato.
I due lasciarono parlar sempre la vecchia, approvando col capo ogni proposta, dopo essersi guardati un attimo con la coda dell'occhio, aggrondati.
Migliore occasione di quella non poteva darsi.
E meglio, sí, meglio che il bimbo andasse lontano, affidato alla balia.
Sarebbero andati a vederlo, ad Alatri, un mese l'uno e un mese l'altro, giacché insieme non potevano.
- No! no! - gridarono a un tempo alla vecchia, impedendo che lo mostrasse loro.
S'accordarono con lei circa alle disposizioni da prendere per il trasporto del cadavere e il seppellimento.
La vecchia fece un conto approssimativo; essi lasciarono il denaro, e uscirono insieme, senza parlare.
Tre giorni dopo, allorché il bimbo fu partito con la balia per Alatri con tutto il corredo preparato dalla povera Melina, si divisero per sempre.
V
Fu, nei primi tempi, una distrazione quella gita d'un giorno, un mese sí e un mese no, ad Alatri.
Partivano la sera del sabato; ritornavano la mattina del lunedí.
Andavano come per obbligo a visitare il bambino.
Questo, quasi non esistendo ancora per sé, non esisteva neppure propriamente per loro, se non cosí, come un obbligo; ma non gravoso: prendevano, infine, una boccata d'aria; facevano, benché soli, una scampagnata: dall'alto dell'acropoli, su le maestose mura ciclopiche, si scopriva una vista meravigliosa.
E quella visita mensile, in fondo, non aveva altro scopo che d'accertarsi se la balia curasse bene il bambino.
Provavano istintivamente una certa diffidenza ombrosa, se non proprio una decisa ripugnanza per lui.
Ciascuno dei due pensava, che quel batuffolo di carne lí poteva anche non esser suo, ma di quell'altro; e, a tal pensiero, per l'odio acerrimo che l'uno portava all'altro, avvertivano subito un ribrezzo invincibile non solo a toccarlo, ma anche a guardarlo.
A poco a poco, però, cioè non appena Nillí cominciò a formare i primi sorrisi, a muoversi, a balbettare, l'uno e l'altro, istintivamente, furono tratti a riconoscer ciascuno se stesso in quei primi segni, e a escludere ogni dubbio, che il figlio non fosse suo.
Allora, subito, quel primo sentimento di repugnanza si cangiò in ciascuno in un sentimento di feroce gelosia per l'altro.
Al pensiero che l'altro andava lí, con lo stesso suo diritto, a togliersi in braccio il bambino e a baciarlo, a carezzarlo per una intera giornata, e a crederlo suo, ciascuno de' due sentiva artigliarsi le dita, si dibatteva sotto la morsa d'un'indicibile tortura.
Se per un caso si fossero incontrati insieme là, nella casa della balia, l'uno avrebbe ucciso l'altro, sicuramente, o avrebbe ucciso il bimbo, per la soddisfazione atroce di sottrarlo alla carezza dell'altro, intollerabile.
Come durare a lungo in questa condizione? Per ora, Nillí era piccino piccino, e poteva star lí con la balia, che assicurava di volerlo tenere con sé, come un figliuolo, almeno fino al ritorno del marito dall'America.
Ma non ci poteva star sempre! Crescendo, bisognava pur dargli una certa educazione.
Sí, era inutile, per adesso, amareggiarsi di piú il sangue, pensando all'avvenire.
Bastava la tortura presente.
L'uno e l'altro s'erano confidati con la balia, la quale, impressionata dal fatto che quei due zii non venivano mai insieme a visitare il nipotino, ne aveva chiesto ingenuamente la ragione.
Ciascuno dei due aveva assicurato la balia, che il figlio era suo, traendone la certezza da questo e da quel tratto del bimbo, il quale, certo, non somigliava spiccatamente né all'uno né all'altro, perché aveva preso molto dalla madre; ma, ecco, per esempio, la testa...
non era forse un po' come quella di Carlino? poco, sí...
appena appena...
un'idea..., ma era pure un segno, questo! Gli occhi azzurri del bimbo, invece, erano un segno rivelatore per Tito Morena che li aveva azzurri anche lui; sí, ma anche la madre, per dire la verità, li aveva azzurri, ma non cosí chiari e tendenti al verde, ecco.
- Già, pare...
- rispondeva all'uno e all'altro la balia, dapprima costernata e afflitta da quell'accanita contesa, sul bimbo, ma poi raffidata appieno, per il consiglio che le avevano dato i parenti e i vicini, che fosse meglio, cioè, per lei e anche per il bimbo, tenerli cosí a bada tutti e due, senz'affermare mai e senza negare recisamente.
Era difatti una gara, tra i due, d'amorevolezze, di pensieri squisiti, di regali, per guadagnarsi quanto piú potevano il cuore del bimbo, a cui ella intanto dava istruzioni non di malizia, ma d'accortezza: se veniva zio Carlo, non parlare di zio Tito, e viceversa; se uno gli domandava qualcosa dell'altro, risponder poco, un sí, un no, e basta; se poi volevano sapere a chi egli volesse piú bene, rispondere a ciascuno: - Piú a te! - solo per contentarli, ecco, perché poi egli doveva voler bene a tutti e due allo stesso modo.
E veramente a Nillí non costava alcuno sforzo rispondere, secondo i consigli della balia, all'uno e all'altro dei due zii: - Piú a te! - perché, stando con l'uno o con l'altro, gli sembrava ogni volta che non si potesse star meglio, tanto amore e tante cure gli prodigavano entrambi, pronti a soddisfare ogni suo capriccio, pendendo ciascuno da ogni suo minimo cenno.
D'improvviso, ma quando già Carlino Sanni e Tito Morena erano piú che mai sprofondati nella costernazione circa ai provvedimenti da prendere per l'educazione di Nillí che aveva ormai compiuti i cinque anni, arrivò alla balia una lettera del marito, che la chiamava in America.
Carlino Sanni e Tito Morena, senza che l'uno sapesse dell'altro, nel ricevere quest'annunzio, andarono da un giovane avvocato, loro comune amico, conosciuto tempo addietro nella trattoria, dove prima si recavano a desinare insieme.
L'avvocato ascoltò prima l'uno e poi l'altro, senza dire all'uno che l'altro era venuto poc'anzi a dirgli le stessissime cose e a fargli la stessissima proposta, che cioè il ragazzo, suo o non suo, fosse lasciato interamente a suo carico (nessuno dei due diceva al suo affetto), pur d'uscire da quella insopportabile situazione.
Ma non c'era, né ci poteva essere modo a uscirne, finché nessuno dei due voleva abbandonar del tutto all'altro il ragazzo.
Né il giudizio di Salomone era applicabile.
Salomone si era trovato in condizioni molto piú facili, perché si trattava allora di due madri, e una delle due poteva esser certa che il figlio era suo.
Qua l'uno e l'altro, non potendo aver questa certezza ed essendo animati da un odio reciproco cosí feroce, avrebbero lasciato spaccare a metà il ragazzo per prendersene mezzo per uno.
Non si poteva, eh? Dunque, un rimedio.
L'unico, per il momento, era di mettere in collegio il ragazzo, e accordarsi d'andarlo a visitare una domenica l'uno e una domenica l'altro, e che le feste le passasse un po' con l'uno e un po' con l'altro.
Questo, per il momento.
Se poi volevano veramente risolvere la situazione, il giovane avvocato non ci vedeva altro mezzo, che questo: che il figlio, non potendo essere di uno soltanto, non fosse piú di nessuno dei due.
Come? Cercando qualcuno che volesse adottarlo.
Se i due volevano, egli poteva assumersi quest'incarico.
Nessuno dei due volle.
Recalcitrarono, si scrollarono furiosamente alla proposta; l'uno tornò a gridar contro l'altro le ingiurie piú crude, per la sopraffazione che intendeva usare: il figlio era suo! era suo! non poteva esser che suo! per questo segno e per quest'altro! E Carlino Sanni credeva anche d'aver maggior diritto, perché lui, lui, Tito, aveva fatto morire quella povera donna, di cui egli aveva avuto sempre pietà! Ma allo stesso modo Tito Morena credeva anche d'aver maggior diritto, perché non aveva sofferto meno, lui, della durezza che era stato costretto a usare verso Melina, per colpa di Carlino!
Inutile, dunque, tentare di metterli d'accordo.
Nillí fu chiuso in collegio.
Ricominciò, con la vicinanza, piú aspra e piú fiera la tortura di prima.
E durò un anno.
S'offerse da sé, infine, un caso, che rese possibile e accettabile ai due la proposta del giovane avvocato.
Nillí, nel collegio, durante quell'anno, aveva stretto amicizia con un piccolo compagno, unico figliuolo d'un colonnello, a cui tanto Carlino Sanni, quanto Tito Morena, avevano dovuto per forza accostarsi, giacché i due piccini (i piú piccoli del collegio) entravano nel salone delle visite domenicali tenendosi per mano senza volersi staccare l'uno dall'altro.
Il colonnello e la moglie eran molto grati a Nillí dell'affetto e della protezione che esso aveva per il piccolo amico, il quale, pur essendo della sua età, appariva minore, per la bionda gracilità feminea e la timidezza.
Nillí, cresciuto in campagna, era bruno, robusto, sanguigno e vivacissimo.
L'amore di quel piccolino per Nillí aveva qualcosa di morboso; e inteneriva assai la moglie del colonnello.
Sulla fine dell'anno scolastico, esso morí all'improvviso, una notte, lí nel collegio, come un uccellino, dopo aver chiesto e bevuto un sorso d'acqua.
Il colonnello, per contentar la moglie inconsolabile, saputo dal direttore del collegio che Nillí era orfano, e che quei due signori che venivano la domenica a visitarlo, erano zii, fece per mezzo del direttore stesso la proposta d'adottare il ragazzo, a cui il piccino defunto era legato di tanto amore.
Carlino Sanni e Tito Morena chiesero tempo per riflettere: considerarono che la loro condizione e quella di Nillí sarebbe divenuta con gli anni sempre piú difficile e triste; considerarono che quel colonnello e sua moglie erano due ottime persone; che la moglie era molto ricca e che perciò per Nillí quell'adozione sarebbe stata una fortuna; domandarono a Nillí, se aveva piacere di prendere il posto del suo amicuccio nel cuore e nella casa di quei due poveri genitori; e Nillí, che per i discorsi e i consigli della balia doveva aver capito, cosí in aria, qualcosa, disse di sí, ma a patto che i due zii venissero a visitarlo spesso, ma insieme, sempre insieme, in casa dei genitori adottivi.
E cosí Carlino Sanni e Tito Morena, ora che il figlio non poteva piú essere né dell'uno né dell'altro, ritornarono a poco a poco di nuovo amici come prima.
NENIA
Con la valigia in mano, mi lanciai, gridando, sul treno che già si scrollava per partire: potei a stento afferrarmi a un vagone di seconda classe e, aperto lo sportello con l'ajuto d'un conduttore accorso su tutte le furie, mi cacciai dentro.
Benone!
Quattro donne, lí, due ragazzi e una bimba lattante, esposta per giunta, proprio in quel momento, con le gambette all'aria, su le ginocchia d'una goffa balia enorme, che stava tranquillamente a ripulirla, con la massima libertà.
- Mamma, ecco un altro seccatore
Cosí m'accolse (e me lo meritavo) il maggiore dei due ragazzi, che poteva aver circa sei anni, magrolino, orecchiuto, coi capelli irti e il nasetto in sú, rivolgendosi alla signora che leggeva in un angolo, con un ampio velo verdastro rialzato sul cappello, speciosa cornice al volto pallido e affilato.
La signora si turbò, ma finse di non sentire e seguitò a leggere.
Scioccamente, perché il ragazzo - com'era facile supporre - tornò ad annunziarle con lo stesso tono:
- Mamma, ecco un altro seccatore.
- Zitto, impertinente! - gridò, stizzita, la signora.
Poi volgendosi a me con ostentata mortificazione: - Perdoni, signore, la prego.
- Ma si figuri, - esclamai io, sorridendo.
Il ragazzo guardò la madre, sorpreso del rimprovero, e parve che le dicesse con quello sguardo: - "Ma come? Se l'hai detto tu!" - Poi guardò me e sorrise cosí interdetto e, nello stesso tempo, con una mossa cosí birichina, ch'io non seppi tenermi dal dirgli:
- Sai, carino? Se no, perdevo il treno.
Il ragazzetto diventò serio, fissò gli occhi; poi, riscotendosi con un sospiro, mi domandò:
- E come lo perdevi? Il treno non si può mica perdere.
Cammina solo, con l'acqua bollita, sul biranio.
Ma non è una caffettiera.
Perché la caffettiera non ha ruote e non può camminare.
Parve a me che il ragazzo ragionasse a meraviglia.
Ma la madre, con un fare stanco e infastidito, lo rimproverò di nuovo:
- Non dire sciocchezze, Carlino.
L'altra ragazzetta, di circa tre anni, stava in piedi sul sedile, presso il balione, e guardava attraverso il vetro del finestrino la campagna fuggente.
Di tanto in tanto, con la manina toglieva via l'appannatura del proprio fiato sul vetro, e se ne stava zitta zitta a mirare il prodigio di quella fuga illusoria d'alberi e di siepi.
Mi voltai dall'altra parte a osservare le altre due compagne di viaggio, che sedevano agli angoli, l'una di fronte all'altra, tutte e due vestite di nero.
Erano straniere: tedesche, come potei accertarmi poco dopo udendole parlare.
Una, la giovane, soffriva forse del viaggio: doveva esser malata: teneva gli occhi chiusi, il capo biondo abbandonato su la spalliera, ed era pallidissima.
L'altra, vecchia, dal torso erto, massiccio, bruna di carnagione, pareva stesse sotto l'incubo del suo ispido cappelletto dalle falde dritte, stirate: pareva lo tenesse come per punizione in bilico su i pochi grigi capelli chiusi e impastocchiati entro una reticella nera.
Cosí immobile, non cessava un momento di guardar la giovine, che doveva essere la sua signora.
A un certo punto, dagli occhi chiusi della giovine vidi sgorgare due grosse lagrime, e subito guardai in volto la vecchia, che strinse le labbra rugose e ne contrasse gli angoli in giú, evidentemente per frenare un impeto di commozione, mentre gli occhi, battendo piú e piú volte di seguito, frenavano le lagrime.
Quale ignoto dramma si chiudeva in quelle due donne vestite di nero, in viaggio, lontane dal loro paese? Chi piangeva o perché piangeva, cosí pallida e vinta nel suo cordoglio, quella giovane signora?
La vecchia massiccia, piena di forza, nel guardarla, pareva si struggesse dall'impotenza di venirle in ajuto.
Negli occhi però non aveva quella disperata remissione al dolore, che si suole avere per un caso di morte, ma una durezza di rabbia feroce, forse contro qualcuno che le faceva soffrir cosí quella creatura adorata.
Non so quante volte sospirai fantasticando su quelle due straniere; so che di tratto in tratto, a ogni sospiro, mi riscotevo per guardarmi intorno.
Il sole era tramontato da un pezzo.
Perdurava fuori ancora un ultimo tetro barlume del crepuscolo: ora angosciosa per chi viaggia.
I due ragazzi si erano addormentati; la madre aveva abbassato il velo sul volto e forse dormiva anche lei, col libro su le ginocchia.
Solo la bambina lattante non riusciva a prender sonno: pur senza vagire, si dimenava irrequieta, si stropicciava il volto coi pugnetti, tra gli sbuffi della balia che le ripeteva sottovoce:
- La ninna, cocca bella; la ninna, cocca...
E accennava, svogliata, quasi prolungando un sospiro d'impazienza, un motivo di nenia paesana.
- Aoòh! Aoòh!
A un tratto, nella cupa ombra della sera imminente, dalle labbra di quella rozza contadinona si svolse a mezza voce, con soavità inverosimile, con fascino d'ineffabile amarezza, la nenia mesta:
Veglio, veglio su te, fammi la ninna,
Chi t'ama piú di me, figlia, t'inganna.
Non so perché, guardando la giovine straniera, abbandonata lí in quell'angolo della vettura, mi sentii stringere la gola da un nodo angoscioso di pianto.
Ella, al canto dolcissimo aveva riaperto i begli occhi celesti e li teneva invagati nell'ombra.
Che pensava? Che rimpiangeva?
Lo compresi poco dopo, quando udii la vecchia vigile domandarle piano con voce oppressa dalla commozione:
- Willst Du deine Amme nah?
"Vuoi accanto la tua nutrice?" E si alzò; andò a sederle a fianco e si trasse su l'arido seno il biondo capo di lei che piangeva in silenzio, mentre l'altra nutrice, nell'ombra, ripeteva alla bimba ignara:
Chi t'ama piú di me, figlia, t'inganna.
NENÈ E NINÍ
Nenè aveva un anno e qualche mese, quando il babbo le morí.
Niní non era ancor nato, ma già c'era: si aspettava.
Ecco: se Niní non ci fosse stato, forse la mammina, quantunque bella e giovane, non avrebbe pensato di passare a seconde nozze: si sarebbe dedicata tutta alla piccola Nenè.
Aveva da campare sul suo, modestamente, nella casetta lasciatale dal marito e col frutto della sua dote.
Il pensiero d'un maschio da educare, cosí inesperta come lei stessa si riconosceva e senza guida o consiglio di parenti né prossimi né lontani, la persuase ad accettar la domanda d'un buon giovine, che prometteva d'esser padre affettuoso per i due poveri orfanelli.
Nenè aveva circa tre anni e Niní uno e mezzo, quando la mammina passò a seconde nozze.
Forse per il troppo pensiero di Niní, non badò che si potesse dare il caso d'aver altri figliuoli da questo secondo marito.
Ma non trascorse neppure un anno, che si trovò nel rischio mortale d'un parto doppio.
I medici domandarono chi dovesse salvare, se la madre o le creaturine.
La madre, s'intende! E le due nuove creaturine furono sacrificate.
Il sacrifizio però non valse a nulla perché, dopo circa un mese di strazii atroci, la povera mammina se ne morí anche lei, disperata.
Cosí Nenè e Niní restarono orfani anche di madre, con uno che non sapevano neppure come si chiamasse, né che cosa stesse a rappresentar lí in casa loro.
Quanto al nome, se Nenè e Niní lo volevano proprio sapere, la risposta era facile: Erminio Del Donzello, si chiamava; ed era professore: professore di francese nelle scuole tecniche.
Ma quanto a sapere che cosa stesse piú a far lí, ah non lo sapeva nemmeno lui, il professor Erminio Del Donzello.
Morta la moglie, morte prima di nascere le sue creature gemelle: la casa non era sua, la dote non era sua, quei due figliuoli non erano suoi.
Che stava piú a far lí? Se lo domandava lui stesso.
Ma se ne poteva forse andare?
Lo chiedeva con gli occhi rossi e quasi smarriti nel pianto a tutto il vicinato che, dal momento della disgrazia, gli era entrato in casa, da padrone, costituendosi da sé tutore e protettore de' due orfanelli.
Di che lui, forse, si sarebbe dichiarato gratissimo, se veramente il modo non lo avesse offeso.
Sí, sapeva che molti, purtroppo, giudicano dall'apparenza soltanto, e che i giudizii che si davano di lui forse erano iniqui addirittura, perché, effettivamente, la figura non lo ajutava troppo.
La eccessiva magrezza lo rendeva ispido, e aveva il collo troppo lungo e per di piú fornito d'un formidabile pomo d'Adamo, la sola cosa grossa in mezzo a tanta magrezza; e ruvidi i baffi, ruvidi i capelli pettinati a ventaglio dietro gli orecchi; e gli occhi armati di occhiali a staffa, poiché il naso non gli si prestava a reggere un piú svelto pajo di lenti.
Ma, perdio, da quel suo collo cosí lungo egli credeva di saper tuttavia cavar fuori una seducentissima voce e accompagnare le sue frasi dolci e gentili con molta grazia di sguardi, di sorrisi e di gesti, con le mani costantemente calzate da guanti di filo di Scozia, che non si levava neanche a scuola, impartendo le sue lezioni di francese ai ragazzini delle tecniche, che naturalmente ne ridevano.
Ma che! Nessuna pietà, nessuna considerazione per lui, in tutto quel vicinato, per la sua doppia sciagura.
Pareva anzi che la morte della moglie e delle sue creaturine gemelle fosse giudicata da tutti come una giusta e ben meritata punizione.
Tutta la pietà era per i due orfanelli, di cui in astratto si considerava la sorte.
Ecco qua: il patrigno, adesso, senza alcun dubbio, avrebbe ripreso moglie: una megera, certo, una tiranna; ne avrebbe avuto chi sa quanti figliuoli, a cui Nenè e Niní sarebbero stati costretti a far da servi, fintanto che, a furia di maltrattamenti, di sevizie, prima l'una e poi l'altro, sarebbero stati soppressi.
Fremiti di sdegno, brividi d'orrore assalivano a siffatti pensieri uomini e donne del vicinato; e impetuosamente i due piccini, in questa o in quella casa, erano abbracciati e inondati di lagrime.
Perché il professor Erminio Del Donzello, ora, ogni mattina, prima di recarsi a scuola, per ingraziarsi quel vicinato ostile e dimostrar la cura e la sollecitudine che si dava de' due orfanelli, dopo averli ben lavati e calzati e vestiti, se li prendeva per mano, uno di qua, l'altra di là, e li andava a lasciare ora in questa ora in quella famiglia tra le tante che si erano profferte.
Era - s'intende - in ciascuna di queste famiglie piú delle altre caritatevoli e in pensiero per la sorte dei piccini, almeno una ragazza da marito; e tutte, senza eccezione, queste ragazze da marito sarebbero state mammine svisceratamente amorose di quei due orfanelli; perfida tiranna, spietata megera sarebbe stata solo quell'una, che il professor Erminio Del Donzello avrebbe scelto tra esse.
Perché era una necessità ineluttabile, che il professor Erminio Del Donzello riprendesse moglie.
Se l'aspettava di giorno in giorno tutto il vicinato, e per dir la verità ci pensava sul serio anche lui.
Poteva forse durare a lungo cosí? Quelle famiglie si prestavano con tanto zelo di carità ad accogliere i piccini, per adescarlo; non c'era dubbio.
Se egli avesse fatto a lungo le viste di non comprenderlo, tra un po' di tempo gli avrebbero chiuso la porta in faccia; non c'era dubbio neanche su questo.
E allora? Poteva forse da solo attendere a quei due piccini? Con la scuola tutte le mattine, le lezioni particolari nelle ore del pomeriggio, la correzione dei còmpiti tutte le sere...
Una serva in casa? Egli era giovine, e caldo, quantunque di fuori non paresse.
Una serva vecchia? Ma lui aveva preso moglie perché la vita di scapolo, quell'andare accattando l'amore, non gli era parso piú compatibile con la sua età e con la sua dignità di professore.
E ora, con quei due piccini...
No, via; era, era veramente una necessità ineluttabile.
L'imbarazzo della scelta, intanto, gli cresceva di giorno in giorno, di giorno in giorno lo esasperava sempre piú.
E dire che in principio aveva creduto che dovesse riuscirgli molto difficile trovare una seconda moglie, in quelle sue condizioni! Gliene bisognava una? Ne aveva trovate subito dieci, dodici, quindici, una piú pronta e impaziente dell'altra!
Sí, perché in fondo, via, era vedovo, ma appena: si poteva dire che quasi non aveva avuto tempo d'essere ammogliato.
E quanto ai figliuoli, sí, c'erano, ma non erano suoi.
La casa, intanto, fino alla maggiore età di questi, ch'erano ancor tanto piccini, era per lui, e cosí anche il frutto della dote, il quale insieme col suo stipendio di professore faceva un'entratuccia piú che discreta.
Questo conto se l'erano fatto bene tutte le mamme e le signorine del vicinato.
Ma il professor Erminio Del Donzello era certo che si sarebbe attirate addosso tutte le furie dell'inferno, se avesse fatto la scelta in quel vicinato.
Aveva sopra tutto, e con ragione, paura delle suocere.
Perché ognuna di quelle mamme disilluse sarebbe certo diventata subito una suocera per lui; tutte quante si sarebbero costituite mamme postume della sua povera moglie defunta, e nonne di quei due orfanelli.
E che mamma, che nonna, che suocera sarebbe stata, ad esempio, quella signora Ninfa della casa dirimpetto, che piú delle altre gli aveva fatto e seguitava a fargli le piú pressanti esibizioni d'ogni servizio, insieme con la figliuola Romilda e il figlio Toto!
Venivano tutti e tre, quasi ogni mattina, a strappargli di casa i piccini, perché non li conducesse altrove.
Via, uno almeno! ne desse loro uno almeno, o Nenè o Niní; meglio Nenè, oh cara! ma anche Niní, oh caro! E baci e chicche e carezze senza fine.
Il professor Erminio Del Donzello non sapeva come schermirsi; sorrideva, angustiato; si volgeva di qua e di là; si poneva innanzi al petto le mani inguantate; storceva il collo come una cicogna:
- Vede, cara signora...
carissima signorina...
non vorrei che...
non vorrei che...
- Ma lasci dire, lasci dire, professore! Lei può star sicuro che come stanno da noi, non stanno da nessuno! La mia Romilda ne è pazza, sa? proprio pazza, tanto dell'una quanto dell'altro.
E guardi il mio Toto! Eccolo là...
A cavalluccio, eh Niní? Gioja cara, quanto sei bello! To', caro! to', amore!
Il professor Erminio Del Donzello, costretto a cedere, se n'andava come tra le spine, voltandosi a sorridere di qua e di là, quasi a chiedere scusa alle altre vicine.
Ma nelle ore che lui, sempre coi guanti di filo di Scozia, insegnava il francese ai ragazzi delle scuole tecniche, che scuola facevano quelle vicine là, e segnatamente la signora Ninfa con la figliuola Romilda e il figlio Toto, a Nenè e Niní? che prevenzioni, che sospetti insinuavano nelle loro animucce? e che paure?
Già Nenè, che s'era fatta una bella bamboccetta vispa e tosta, con le fossette alle guance, la boccuccia appuntita, gli occhietti sfavillanti, acuti e furbi, tutta scatti tra risatine nervose, coi capelli neri, irrequieti, sempre davanti agli occhi, per quanto di tratto in tratto se li mandasse via con rapide, rabbiose scrollatine, s'impostava fieramente incontro alle minacce immaginarie, ai maltrattamenti, ai soprusi della futura matrigna, che le vicine le facevano balenare; e mostrando il piccolo pugno chiuso, gridava:
- E io l'ammazzo!
Subito, all'atto, quelle le si precipitavano addosso, se la strappavano, per soffocarla di baci e di carezze.
- Oh cara! Amore! Angelo! Sí, cara, cosí! Perché tutto è tuo, sai? La casa è tua, la dote della tua mammina è tua, tua e del tuo fratellino, capisci? E devi difenderlo, tu, il tuo fratellino! E se tu non basti, ci siamo qua noi, a farli stare a dovere, tanto lei che lui, non dubitare, ci siamo qua noi per te e per Niní!
Niní era un badalone grosso grosso, pacioso, con le gambette un po' a roncolo e la lingua ancora imbrogliata.
Quando Nenè, la sorellina, levava il pugno e gridava: "E io l'ammazzo!" si voltava piano piano a guardarla e domandava con voce cupa e con placida serietà:
- L'ammassi davero?
E, a questa domanda, altri prorompimenti di frenetiche amorevolezze in tutte quelle buone vicine.
Dei frutti di questa scuola il professor Erminio Del Donzello si accorse bene, allorché, dopo un anno di titubamenti e angosciose perplessità, scelta alla fine una casta zitella attempata, di nome Caterina, nipote d'un curato, la sposò e la portò in casa.
Quella poverina pareva seguitasse a recitar le orazioni anche quando, con gli occhi bassi, parlava della spesa o del bucato.
Pur non di meno, il professor Erminio Del Donzello, ogni mattina, prima d'andare a scuola, le diceva:
- Caterina mia, mi raccomando.
So, so la tua mansuetudine cara.
Ma procura, per carità, di non dare il minimo incentivo a tutte queste vipere attorno, di schizzar veleno.
Fa' che questi angioletti non gridino e non piangano per nessuna ragione.
Mi raccomando.
Va bene; ma Nenè, ecco, aveva i capelli arruffati: non si doveva pettinare? Niní, mangione, aveva il musetto sporco, e sporchi anche i ginocchi: non si doveva lavare?
- Nenè, vieni, amorino, che ti pèttino.
E Nenè, pestando un piede:
- Non mi voglio pettinare!
- Niní, via, vieni tu almeno, caro caro: fa' vedere alla sorellina come ti fai lavare.
E Niní, placido e cupo, imitando goffamente il gesto della sorella:
- Non mi vollo lavare!
E se Caterina lo costringeva appena, o s'accostava loro col pettine o col catino, strilli che arrivavano al cielo!
Subito allora le vicine:
- Ecco che comincia! Ah, povere creature! Dio di misericordia, senti, senti! Ma che fa? Ih, strappa i capelli alla grande! Senti che schiaffi al piccino! Ah che strazio, Dio, Dio, abbiate pietà di questi due poveri innocenti!
Se poi Caterina, per non farli strillare, lasciava Nenè spettinata e sporco Niní:
- Ma guardate qua questi due amorini come sono ridotti: una cagnetta scarduffata e un porcellino!
Nenè, certe mattine, scappava di casa in camicia, a piedi nudi; si metteva a sedere su lo scalino innanzi all'uscio di strada, accavalciando una gambetta su l'altra e squassando la testina per mandarsi via dagli occhi le ciocche ribelli, rideva e annunziava a tutti:
- Sono castigata!
Poco dopo, piano piano, scendeva con le gambette a roncolo Niní, in camicina e scalzo anche lui, reggendo per il manico l'orinaletto di latta; lo posava accanto alla sorellina, vi si metteva a sedere, e ripeteva serio serio, aggrondato e con la lingua grossa:
- So' cattigato!
Figurarsi attorno le grida di commiserazione e di sdegno delle vicine indignate!
Eccoli qua, ignudi! ignudi! Che barbarie, con questo freddo! Far morire cosí d'una bronchite, d'una polmonite due povere creaturine! Come poteva Dio permetter questo? Ah sí, di nascosto, è vero? essi, di nascosto, erano scappati dal letto? E perché erano scappati? Segno che i due piccini chi sa com'erano trattati! Ah, già, niente...
Gente di chiesa, figuriamoci! Diamo il supplizio senza far strillare! Oh Dio, ecco le lagrime adesso, ecco le lagrime del coccodrillo!
Una santa, anche una santa avrebbe perduto la pazienza.
Quella povera donna sentiva voltarsi il cuore in petto, non solamente per la crudele ingiustizia, ma anche per lo strazio di veder quella ragazzetta, Nenè, cosí bellina, crescere come una diavola, messa sú da quelle perfide pettegole, sguajata, senza rispetto per nessuno.
- La casa è mia! La dote è mia!
Signore Iddio, la dote! Una piccina alta un palmo, che strillava e levava i pugni e pestava i piedi per la dote!
Il professor Erminio Del Donzello pareva in pochi mesi invecchiato di dieci anni.
Guardava la povera moglie che gli piangeva davanti disperata, e non sapeva dirle niente, come non sapeva dir niente a quei due diavoletti scatenati.
Era inebetito? No.
Non parlava, perché si sentiva male.
E si sentiva male, perché...
perché proprio portavano con sé questo destino, quei due piccini là!
Il padre era morto; e la mamma, per provvedere a loro, si era rimaritata ed era morta.
Ora...
ora toccava a lui.
N'era profondamente convinto il professor Erminio Del Donzello.
Toccava a lui!
Domani, la sua vedova, quella povera Caterina, per dare a Nenè e a Niní una guida, un sostegno, sarebbe passata, a sua volta, a seconde nozze, e sarebbe morta lei allora; e a quel secondo marito toccherebbe di riammogliarsi; e cosí, via via, un'infinita sequela di sostituti genitori sarebbe passata in poco tempo per quella casa.
La prova evidente era nel fatto, ch'egli si sentiva già molto, molto male.
Era destino, e non c'era dunque né da fare né da dir nulla.
La moglie, vedendo che non riusciva in nessun modo a scuoterlo da quella fissazione che lo inebetiva, si recò per consiglio dallo zio curato.
Questi, senz'altro, le impose d'obbedire al proprio dovere e alla propria coscienza, senza badare alle proteste infami di tutti quei malvagi.
Se con la bontà quei due piccini non si riducevano a ragione, usasse pure la forza!
Il consiglio fu savio; ma, ahimè, non ebbe altro effetto, che affrettar la fine del povero professore.
La prima volta che Caterina lo mise in pratica, Erminio Del Donzello, ritornando da scuola, si vide venire con le mani in faccia quel Toto della signora Ninfa seguito da tutte le vicine urlanti con le braccia levate.
La moglie s'era dovuta asserragliare in casa.
E c'erano guardie e carabinieri innanzi alla porta.
Tutto il vicinato aveva apposto le firme a una protesta da presentare alla Questura per le sevizie che si facevano a quei due angioletti.
L'onta, la trepidazione per lo scandalo enorme furono tali e tanta la rabbia per quella ostinata, feroce iniquità, che Erminio Del Donzello si ridusse in pochi giorni in fin di vita, per un travaso di bile improvviso e tremendo.
Prima di chiuder gli occhi per sempre, si chiamò la moglie accanto al letto e con un fil di voce le disse:
- Caterina mia, vuoi un mio consiglio? Sposa, sposa quel Toto, cara, della signora Ninfa.
Non temere; verrai presto a raggiungermi.
E lascia allora che provveda lui, insieme con l'altra, a quei due piccini.
Stai pur certa, cara, che morrà presto anche lui.
Nenè e Niní, intanto, in casa d'una vicina avevano trovato una gattina mansa e un pappagalletto imbalsamato, e ci giocavano, ignari e felici.
- Mao, ti strozzo! - diceva Nenè.
E Niní, voltandosi, con la lingua imbrogliata:
- Lo strossi davero?
"REQUIEM AETERNAM DONA EIS, DOMINE! "
Erano dodici.
Dieci uomini e due donne, in commissione.
Col prete che li conduceva, tredici.
Nell'anticamera ingombra d'altra gente in attesa, non avevano trovato posto da sedere tutti quanti.
Sette erano rimasti in piedi, addossati alla parete, dietro i sei seduti, tra i quali il prete in mezzo alle due donne.
Queste piangevano, con la mantellina di panno nero tirata fin sugli occhi.
E gli occhi dei dieci uomini, anche quelli del prete, s'invetravano di lagrime, appena il pianto delle donne, sommesso, accennava di farsi piú affannoso per l'úrgere improvviso di pensieri, che facilmente essi indovinavano.
- Buone...
buone...
- le esortava allora il prete, sotto sotto, anche lui con la voce gonfia di commozione.
Quelle levavano il capo, appena, e scoprivano gli occhi bruciati dal pianto, volgendo intorno un rapido sguardo pieno d'ansietà torbida e schiva.
Esalavano tutti, compreso il prete, un lezzo caprino, misto a un sentor grasso di concime, cosí forte, che gli altri aspettanti o storcevano la faccia, disgustati, o arricciavano il naso; qualcuno anche gonfiava le gote e sbuffava.
Ma essi non se ne davano per intesi.
Quello era il loro odore, e non l'avvertivano; l'odore della loro vita, tra le bestie da pascolo e da lavoro, nelle lontane campagne arse dal sole e senza un filo d'acqua.
Per non morir di sete, dovevano ogni mattina andare con le mule per miglia e miglia a una gora limacciosa in fondo alla vallata.
Figurarsi dunque, se potevano sprecarne per la pulizia.
Erano poi sudati per il gran correre; e l'esasperazione, a cui erano in preda, faceva sbomicare dai loro corpi una certa acrèdine d'aglio, ch'era come il segno della loro ferinità.
Se pur s'accorgevano di quei versacci, li attribuivano alla nimicizia che, in quel momento, credevano d'avere da parte di tutti i signori, congiurati al loro danno.
Venivano dalle alture rocciose del fèudo di Màrgari; ed erano in giro dal giorno avanti; il prete, fiero, tra le due donne, in testa; gli altri dieci, dietro, a branco.
Il lastricato delle strade aveva schizzato faville tutto il giorno al cupo fracasso dei loro scarponi imbullettati, di cuojo grezzo, massicci e scivolosi.
Nelle dure facce contadinesche, irte d'una barba non rifatta da parecchi giorni, negli occhi lupigni, fissi in un'intensa doglia tetra, avevano un'espressione truce, di rabbia a stento contenuta.
Parevano cacciati dall'urgenza d'una necessità crudele, da cui temessero di non trovar piú scampo che nella pazzia.
Erano stati dal sindaco e da tutti gli assessori e consiglieri comunali; ora, per la seconda volta, tornavano alla Prefettura.
Il signor prefetto, il giorno avanti, non aveva voluto riceverli; ma essi, a coro, tra pianti e urli e gesti furiosi d'implorazione e di minaccia avevano già esposto il loro reclamo contro il proprietario del fèudo al consigliere delegato, il quale invano s'era scalmanato a dimostrare che né il sindaco, né lui, né il signor prefetto, né sua eccellenza il ministro e neppure sua maestà il re avevano il potere di contentarli in quello che chiedevano; alla fine, per disperato, aveva dovuto promettere che avrebbero avuto udienza dal signor prefetto, quella mattina, alle undici, presente anche il proprietario del fèudo, barone di Màrgari.
Le undici eran già passate da un pezzo, stava per sonare mezzogiorno, e il barone non si vedeva ancora.
Intanto l'uscio della sala, ove il prefetto dava udienza, rimaneva chiuso anche agli altri aspettanti.
- C'è gente, - rispondevano gli uscieri.
Alla fine l'uscio s'aprí e venne fuori dalla sala, dopo uno scambio di cerimonie, proprio lui, il barone di Màrgari, col faccione in fiamme e un fazzoletto in mano; tozzo, panciuto, le scarpe sgrigliolanti, insieme col consigliere delegato.
I sei seduti balzarono in piedi, le due donne levarono acute le strida, e il prete fiero si fece avanti, gridando con enfasi, sbalordito:
- Ma questo...
questo è un tradimento!
- Padre Sarso! - chiamò forte un usciere dall'uscio della sala rimasto aperto.
Il consigliere delegato si rivolse al prete:
- Ecco, siete chiamato per la risposta.
Entrate, voi solo.
Calma, signori miei, calma!
Il prete, agitato, sconvolto, rimase perplesso se accorrere o no alla chiamata, mentre i suoi uomini, non meno agitati e sconvolti di lui, domandavano, piangendo di rabbia per una ingiustizia, che sembrava loro patente:
- E noi? e noi? Ma come? Che risposta?
Poi, tutti insieme, in gran confusione, presero a vociare:
- Noi vogliamo il camposanto! - Siamo carne battezzata! - In groppa a una mula, signor Prefetto, i nostri morti! - Come bestie macellate! - Il riposo dei morti, signor Prefetto! - Vogliamo le nostre fosse! - Un palmo di terra, dove gettare le nostre ossa!
E le donne, tra un diluvio di lagrime:
- Per nostro padre che muore! Per nostro padre che vuol sapere, prima di chiudere gli occhi per sempre, che dormirà nella fossa che s'è fatta scavare! sotto l'erbuccia della nostra terra!
E il prete, piú forte di tutti, con le braccia levate, innanzi all'uscio del prefetto:
- È l'implorazione suprema dei fedeli: Requiem aeternam dona eis, Domine!
Accorsero, a quel pandemonio, da ogni parte uscieri, guardie, impiegati che, a un comando gridato dal prefetto dalla soglia, sgombrarono violentemente l'anticamera, cacciando via tutti per la scala, anche quelli che non c'entravano.
Su la strada maestra, al precipitarsi di tutti quegli uomini urlanti dal palazzo della Prefettura, si raccolse subito una gran folla; e allora padre Sarso, al colmo dell'indignazione e dell'esaltazione, pressato dalle domande che gli piovevano da tutte le parti, si mise ad agitar le braccia come un naufrago e a far cenni col capo, con le mani di voler rispondere a tutti, or ora...
ecco, sí...
piano, un po' di largo...
cacciato dall'autorità...
ecco, sí...
al popolo, al popolo...
E prese ad arringare:
- Parlo in nome di Dio, o cristiani, che sta sopra ogni legge che altri possa vantare, ed è padrone di tutti e di tutta la terra! Noi non siamo qua per vivere soltanto, o cristiani! Siamo qua per vivere e per morire! Se una legge umana, iniqua, nega al povero in vita il diritto d'un palmo di terra, su cui, posando il piede, possa dire: "Questo è mio!", non può negargli, in morte, il diritto della fossa! O cristiani, questa gente è qua, in nome di altri quattrocento infelici, per reclamare il diritto della sepoltura! Vogliono le loro fosse! Per sé e per i loro morti!
- Il camposanto! il camposanto! - urlarono di nuovo tutti insieme, con le braccia per aria e gli occhi pieni di lagrime, i dodici margaritani.
E il prete, prendendo nuovo ardire dallo sbalordimento della folla, cercando di sollevarsi quanto piú poteva su la punta dei piedi per dominarla tutta:
- Ecco, ecco, guardate, o cristiani a queste due donne qua...
dove siete? mostratevi! ecco: a queste due donne qua sta per morire il padre, che è il padre di tutti noi, il nostro capo, il fondatore della nostra borgata! Or son piú di sessant'anni, quest'uomo, ora moribondo, salí alle terre di Màrgari e sul dorso roccioso della montagna levò con le sue mani la prima casa di canne e creta.
Ora le case lassú sono piú di centocinquanta; piú di quattrocento gli abitanti.
Il paese piú vicino, o cristiani, è a circa sette miglia di distanza.
Ognuno di questi uomini, a cui muore il padre o la madre, la moglie o il figlio, il fratello o la sorella, deve patir lo strazio di vedere il cadavere del parente issato, o cristiani, sul dorso d'una mula, per essere trasportato, sguazzante nella bara, per miglia e miglia di ripido cammino tra le rocce! E piú volte s'è dato il caso che la mula è scivolata e la bara s'è spaccata e il morto è balzato tra i sassi e il fango del letto dei torrenti! Questo è accaduto, o cristiani, perché il signor barone di Màrgari ci nega barbaramente il permesso di seppellire in un cantuccio sotto la nostra borgatella i nostri morti, da poterli avere sotto gli occhi e custodire! Abbiamo finora sopportato lo strazio, senza gridare, contentandoci di pregare, di scongiurare a mani giunte questo barbaro signore! Ma ora che muore il padre di tutti noi, o cristiani, il vecchio nostro, con la brama di sapersi seppellito là, dove in tante case ora arde il fuoco da lui acceso per la prima volta, noi siamo venuti qua a reclamare, non un diritto propriamente legale, ma d'u...
che? che c'è?...
dico d'umanità, d'u...
Non poté seguitare.
Un folto manipolo di guardie e di carabinieri irruppe nella folla e, dopo molto scompiglio, tra urla e fischi e applausi, riuscí a disperderla.
Padre Sarso fu preso per le braccia da un delegato e tradotto insieme con gli altri dodici margaritani al commissariato di polizia.
Intanto, il barone di Màrgari, che finora se ne era stato discosto, tra un crocchio di conoscenti, stronfiando come se si sentisse a mano a mano soffocare e schiacciare sotto il peso dello scandalo pubblico per l'oltracotante predica di quel prete, e piú volte aveva cercato di divincolarsi dalle braccia che lo trattenevano per lanciarsi addosso all'arringatore; ora che la folla si disperdeva, si mosse, attorniato da gente sempre in maggior numero, e, terreo, ansimante, come se fosse or ora uscito da una rissa mortale, si mise a raccontare che lui e, prima, di lui, suo padre don Raimondo Màrgari, rappresentati da quella gente là e da quel prete ciarlatano come barbari spietati che negavano loro il diritto della sepoltura, erano invece da sessant'anni vittime d'una usurpazione inaudita, da parte del padre di quelle due donne là, uomo terribile, soperchiatore e abisso d'ogni malizia.
Disse che da anni e anni egli non era piú padrone di andare nelle sue terre, dove coloro avevano edificato le loro case e quel prete la sua chiesa, senza pagare né censo, né fitto, senza neanche chiedergli il permesso d'invadere cosí la sua proprietà.
Egli poteva mandare i suoi campieri a cacciarli via tutti, come tanti cani, e a diroccar le loro case; non lo aveva fatto; non lo faceva; li lasciava vivere e moltiplicare, peggio dei conigli: ognuna di quelle donne metteva al mondo una ventina di figliuoli; tanto che, in meno di sessant'anni, era cresciuta lassú una popolazione.
Ma non bastava, ecco, non erano contenti: quel prete avvocato, che viveva alle loro spalle, che aveva imposto a tutti una tassa per il mantenimento della sua chiesa, li metteva sú, ed eccoli qua: non solo volevano stare nelle sue terre da vivi, ci volevano stare anche da morti.
Ebbene, no! questo, no! questo, mai! Li sopportava da vivi; ma la soperchieria di averli anche morti nelle terre, mai! Anche perché l'usurpazione loro non si radicasse sottoterra coi loro morti! Il prefetto gli aveva dato ragione; gli aveva anzi promesso di mandare lassú guardie e carabinieri per impedire ogni violenza: perché il vecchio, da un mese moribondo per idropisia, era uomo da farsi seppellire vivo nella fossa che già s'era fatta scavare nel posto ove sognava che dovesse sorgere il cimitero, appena le due figliuole e quel prete gli annunzierebbero il rifiuto.
Quando, difatti, nel pomeriggio, padre Sarso e la sua ciurma furono rimessi in libertà e si avviarono al fondaco, ove il giorno avanti avevano lasciato le mule, vi trovarono in buon numero guardie e carabinieri a cavallo, incaricati di scortarli fino alle alture di Màrgari, alla borgata.
- Ancora? - fremette padre Sarso, vedendoli.
- Ancora? Perché? Siamo forse gente di mal affare, da essere scortati cosí dalla forza? Ma già...
meglio, sí...
anzi, se ci volete ammanettare! Sú, sú, andiamo! a cavallo! a cavallo!
Pareva che avesse affrontato e sofferto il martirio.
Gonfio di quanto aveva fatto, non gli pareva l'ora d'arrivare alla borgata con quella scorta, che avrebbe attestato a tutti lassú, con quanto fervore, con quale violenza egli si fosse adoperato a ottenere al vecchio la sepoltura.
S'era già fatto tardi, e si sapevano aspettati con impazienza fin dalla sera avanti.
Chi sa se il vecchio era ancora in vita! Tutti si auguravano in cuore che fosse morto.
- O padruccio...
o padruccio...
- piagnucolavano le due donne.
Ma sí, meglio morto, nell'incertezza, con la speranza almeno, che essi fossero riusciti a strappare al barone la concessione del camposanto!
Sú, via, via...
Calava l'ombra della sera, e quanto piú lungo si faceva il ritardo del loro ritorno, tanto piú forse si radicava e cresceva nel cuore di tutti lassú quella speranza.
E tanto piú grave sarebbe stata allora la disillusione.
Gesú, Gesú! Che strepito di cavalcature! Pareva una marcia di guerra.
Chi sa come sarebbero restati a Màrgari, vedendoli ritornare accompagnati cosí, da tanta forza!
Il vecchio se ne sarebbe subito accorto.
Moriva all'aperto, in mezzo ai suoi, seduto innanzi alla porta della sua casa terrena, non potendo piú stare a letto, soffocato com'era dalla tumefazione enorme dell'idropisia.
Stava anche di notte lí seduto, boccheggiante, con gli occhi alle stelle, assistito da tutta la borgata, che da un mese non si stancava di vegliarlo.
Se fosse almeno possibile impedirgli la vista di tutte quelle guardie...
Padre Sarso si rivolse al maresciallo, che gli cavalcava a fianco:
- Non potrebbero restare un po' indietro? - gli domandò.
- Tenersi un poco discosti? Se si potesse far credere pietosamente a quel povero vecchio, che abbiamo ottenuto la concessione!
Il maresciallo tardò un pezzo a rispondere.
Diffidava di quel prete: temeva di compromettersi acconsentendo.
Alla fine disse:
- Vedremo, padre; vedremo sul posto.
Ma quando, dopo molte ore d'affannoso cammino, cominciò la salita della montagna, s'intravidero da lontano, non ostante il bujo già fitto, tali cose straordinarie, che nessuno pensò piú di poter fare al vecchio quell'inganno pietoso.
Era su l'alta costa rocciosa come un formicolío di lumi.
Fasci di paglia ardevano qua e là, da cui salivano alle stelle spire dense di fumo infiammato, come nella novena di Natale.
E cantavano lassú, cantavano, sí, proprio come nella novena di Natale, al lume di quelle fiammate.
Che era avvenuto? Sú, di carriera! di carriera!
Tutta la borgata lassú si era raccolta quasi a celebrare un selvaggio rito funebre.
Il vecchio, non sapendo piú reggere all'impazienza dell'attesa, sperando requie alle smanie della soffocazione, s'era fatto trasportare su una seggiola al posto dove sarebbe sorto il camposanto, innanzi alla sua fossa.
Lavato, pettinato e parato da morto, aveva accanto alla seggiola, su cui stava posato come un'enorme balla ansimante, la sua cassa d'abete, già pronta da parecchi giorni.
Eran preparati sul coperchio di quella cassa una papalina di seta nera, un pajo di pantofole di panno e un fazzoletto, anch'esso di seta nera, ripiegato a fascia che, appena morto, passato sotto il mento e legato sul capo, doveva servire a tenergli chiusa la bocca.
Insomma tutto l'occorrente per l'ultima vestizione.
Attorno, coi lumi, era tutta la gente della borgata che cantava al vecchio le litanie.
- Sancta Dei Genitrix,
- Ora pro nobis!
- Sancta Virgo Virginum,
- Ora pro nobis!
E al formicolio di tutti quei lumi rispondeva dalla cupola immensa del cielo il fitto sfavillío delle stelle.
Sul capo del vecchio tremolavano alla brezzolina notturna i radi capelli, ancora umidi e tesi per l'insolita pettinatura.
Movendo appena le mani enfiate, una sul dorso dell'altra, gemeva tra il grasso rantolo, come per confortarsi e averne refrigerio:
- L'erbuccia!...
l'erbuccia...
Quella che sarebbe schiumata dalla sua terra, tra poco, là, su la sua fossa.
E verso di essa allungava i piedi deformati dal gonfiore, ridotti come due vesciche entro le grosse calze di cotone turchino.
Appena attorno a lui la sua gente levò le grida, vedendo accorrere tra strepito di sciabole sú per l'erta una cosí grossa frotta di cavalcature, provò a rizzarsi in piedi; udí il pianto e le risposte affannose dei sopravvenuti; e, comprendendo, tentò di gettarsi a capofitto giú nella fossa.
Fu trattenuto; tutti gli si strinsero attorno, come a proteggerlo dalla forza; ma il maresciallo riuscí a rompere la calca e ordinò che subito quel moribondo fosse trasportato a casa e che tutti sgombrassero di là.
Su la seggiola, come un santone su la bara, il vecchio fu sollevato, e i margaritani, reggendo alti i lumi, gridando e piangendo, s'avviarono verso le loro casupole, che biancheggiavano in alto, sparse su la roccia.
La scorta rimase al bujo, sotto le stelle a guardia della fossa vuota e della cassa d'abete, lasciata lí, con quella papalina e quel fazzoletto e quelle pantofole posate sul coperchio.
...
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