LA RALLEGRATA, di Luigi Pirandello - pagina 3
...
.
Lo aveva seguito, quasi con tenerezza materna, nel crescer lento tra altri piú bassi che gli stavano attorno, e lo aveva veduto sorgere dapprima timido, nella sua tremula esilità, oltre due macigni ingrommati, quasi avesse paura e insieme curiosità d'ammirar lo spettacolo che si spalancava sotto, della verde, sconfinata pianura; poi, sú, sú, sempre piú alto, ardito, baldanzoso, con un pennacchietto rossigno in cima, come una cresta di galletto.
E ogni giorno, per una o due ore, contemplandolo e vivendone la vita, aveva con esso tentennato a ogni piú lieve alito d'aria; trepidando era accorso in qualche giorno di forte vento, o per paura di non arrivare a tempo a proteggerlo da una greggiola di capre, che ogni giorno, alla stess'ora, passava dietro la chiesetta e spesso s'indugiava un po' a strappare tra i macigni qualche ciuffo d'erba.
Finora, cosí il vento come le capre avevano rispettato quel filo d'erba.
E la gioja di Tommasino nel ritrovarlo intatto lí, col suo spavaldo pennacchietto in cima, era ineffabile.
Lo carezzava, lo lisciava con due dita delicatissime, quasi lo custodiva con l'anima e col fiato; e, nel lasciarlo, la sera, lo affidava alle prime stelle che spuntavano nel cielo crepuscolare, perché con tutte le altre lo vegliassero durante la notte.
E proprio, con gli occhi della mente, da lontano, vedeva quel suo filo d'erba, tra i due macigni, sotto le stelle fitte fitte, sfavillanti nel cielo nero, che lo vegliavano.
Ebbene, quel giorno, venendo alla solita ora per vivere un'ora con quel suo filo d'erba, quand'era già a pochi passi dalla chiesetta, aveva scorto dietro a questa, seduta su uno di quei due macigni, la signorina Olga Fanelli, che forse stava lí a riposarsi un po', prima di riprendere il cammino.
Si era fermato, non osando avvicinarsi, per aspettare ch'ella, riposatasi, gli lasciasse il posto.
E difatti, poco dopo, la signorina era sorta in piedi, forse seccata di vedersi spiata da lui: s'era guardata un po' attorno: poi, distrattamente, allungando la mano, aveva strappato giusto quel filo d'erba e se l'era messo tra i denti col pennacchietto ciondolante.
Tommasino Unzio s'era sentito strappar l'anima, e irresistibilmente le aveva gridato: - Stupida! - quand'ella gli era passata davanti, con quel gambo in bocca.
Ora, poteva egli confessare d'avere ingiuriato cosí quella signorina per un filo d'erba?
E il tenente De Venera lo aveva schiaffeggiato.
Tommasino era stanco dell'inutile vita, stanco dell'ingombro di quella sua stupida carne, stanco della baja che tutti gli davano e che sarebbe diventata piú acerba e accanita se egli, dopo gli schiaffi, si fosse ricusato di battersi.
Accettò la sfida, ma a patto che le condizioni del duello fossero gravissime.
Sapeva che il tenente De Venera era un valentissimo tiratore.
Ne dava ogni mattina la prova, durante le istruzioni del Tir'a segno.
E volle battersi alla pistola, la mattina appresso, all'alba, proprio là, nel recinto del Tir'a segno.
Una palla in petto.
La ferita dapprima, non parve tanto grave; poi s'aggravò.
La palla aveva forato il polmone.
Una gran febbre; il delirio.
Quattro giorni e quattro notti di cure disperate.
La signora Unzio, religiosissima, quando i medici alla fine dichiararono che non c'era piú nulla da fare, pregò, scongiurò il figliuolo che, almeno prima di morire, volesse ritornare in grazia di Dio.
E Tommasino, per contentar la mamma, si piegò a ricevere un confessore.
Quando questo, al letto di morte, gli chiese:
- Ma perché, figliuolo mio? perché?
Tommasino con gli occhi socchiusi, con voce spenta, tra un sospiro ch'era anche sorriso dolcissimo, gli rispose semplicemente:
- Padre, per un filo d'erba...
E tutti credettero ch'egli fino all'ultimo seguitasse a delirare.
SOLE E OMBRA
I
Tra i rami degli alberi che formavano quasi un portico verde e lieve al viale lunghissimo attorno alle mura della vecchia città, la luna, comparendo all'improvviso, di sorpresa, pareva dicesse a un uomo d'altissima statura, che, in un'ora cosí insolita, s'avventurava solo a quel bujo mal sicuro:
- Sí, ma io ti vedo.
E come se veramente si vedesse scoperto, l'uomo si fermava e, spalmando le manacce sul petto, esclamava con intensa esasperazione:
- Io, già! io! Ciunna!
Via via, sul suo capo, tutte le foglie allora, frusciando infinitamente, pareva si confidassero quel nome: - Ciunna...
Ciunna...
- come se, conoscendolo da tanti anni, sapessero perché egli, a quell'ora, passeggiava cosí solo per il pauroso viale.
E seguitavano a bisbigliar di lui con mistero e di quel che aveva fatto...
ssss...
Ciunna! Ciunna!
Lui allora si guardava dietro, nel bujo lungo del viale interrotto qua e là da tante fantasime di luna; chi sa qualcuno...
ssss...
Si guardava intorno e, imponendo silenzio a se stesso e alle foglie...
ssss...
si rimetteva a passeggiare, con le mani afferrate dietro la schiena.
Zitto zitto, duemila e settecento lire.
Duemila e settecento lire sottratte alla cassa del magazzino generale dei tabacchi.
Dunque reo...
ssss...
di peculato.
Domani sarebbe arrivato l'Ispettore:
- Ciunna, qui mancano duemila e settecento lire.
- Sissignore.
Me le son prese io, signor Ispettore.
- Prese? Come?
- Con due dita, signor Ispettore.
- Ah sí? Bravo Ciunna! Prese come un pizzico di rapé? Le mie congratulazioni, da una parte; dall'altra, se non vi dispiace, favorite in prigione.
- Ah no, ah mi scusi, signor cavaliere.
Mi dispiace anzi moltissimo.
Tanto che, se lei permette, guardi: domani Ciunna se ne scenderà in carrozza giú alla Marina.
Con le due medaglie del Sessanta sul petto e un bel ciondolo di dieci chili legato al collo come un abitino, si butterà a mare, signor cavaliere.
La morte è brutta; ha le gambe secche; ma Ciunna, dopo sessantadue anni di vita intemerata, in prigione non ci va.
Da quindici giorni, questi strambi soliloquii dialogati, con accompagnamento di gesti vivacissimi.
E, come tra i rami la luna, facevan capolino in questi soliloquii un po' tutti i suoi conoscenti, che eran soliti di pigliarselo a godere per la comica stranezza del carattere e il modo di parlare.
- Per te, Niccolino! - seguitava infatti il Ciunna, rivolgendosi mentalmente al figliuolo.
- Per te ho rubato! Ma non credere che ne sia pentito.
Quattro bambini, signore Iddio, quattro bambini in mezzo alla strada! E tua moglie, Niccolino, che fa? Niente, ride: incinta di nuovo.
Quattro e uno, cinque.
Benedetta! Prolífica, figliuolo mio, prolífica; pòpola di piccoli Ciunna il paese! Visto che la miseria non ti concede altra soddisfazione, prolífica, figliuolo! I pesci, che domani si mangeranno tuo papà, avranno poi l'obbligo di dar da mangiare a te e alla numerosa tua figliolanza.
Paranze della Marina, un carico di pesci ogni giorno per i miei nipotini!
Quest'obbligo dei pesci gli sovveniva adesso; perché, fino a pochi giorni addietro, s'era invece esortato cosí:
- Veleno! veleno! la meglio morte! Una pilloletta, e buona notte!
E s'era procurato, per mezzo dell'inserviente dell'Istituto chimico, alcuni pezzetti cristallini d'anidride arseniosa.
Con quei pezzetti in tasca, era anzi andato a confessarsi.
- Morire, sta bene; ma in grazia di Dio.
- Col veleno intanto, no! - soggiungeva adesso.
- Troppi spasimi.
L'uomo è vile; grida ajuto; e se mi salvano? No no, lí, meglio: a mare.
Le medaglie, sul petto; il ciondolino al collo e patapúmfete.
Poi: tanto di pancia.
Signori, un garibaldino galleggiante: cetaceo di nuova specie! Di' sú, Ciunna, che c'è in mare? Pesciolini, Ciunna, che hanno fame, come i tuoi nipotini in terra, come gli uccellini in cielo.
Avrebbe fissato la vettura per il domani.
Alle sette del mattino, col frescolino, in via; un'oretta per scendere alla Marina; e, alle otto e mezzo, addio Ciunna!
Intanto, proseguendo per il viale, formulava la lettera da lasciare.
A chi indirizzarla? Alla moglie, povera vecchia, o al figliuolo, o a qualche amico? No: al largo gli amici! Chi lo aveva ajutato? Per dir la verità, non aveva chiesto ajuto a nessuno; ma perché sapeva in precedenza che nessuno avrebbe avuto pietà di lui.
E la prova eccola qua: tutto il paese lo vedeva da quindici giorni andar per via come una mosca senza capo: ebbene, neppure un cane s'era fermato per domandargli: - Ciunna, che hai?
II
Svegliato, la mattina dopo, dalla serva alle sette in punto, si stupí d'aver dormito saporitamente tutta la notte.
- C'è già la carrozza?
- Sissignore, è giú che aspetta.
Eccomi pronto! Ma, oh, le scarpe, Rosa! Aspetta: apro l'uscio.
Nello scendere dal letto per prendere le scarpe, altro stupore: aveva lasciato al solito, la sera avanti, le scarpe fuori dell'uscio, perché la serva le pulisse.
Come se gli avesse importato d'andarsene all'altro mondo con le scarpe pulite.
Terzo stupore innanzi all'armadio, dal quale si recò per trarne l'abito, che era solito indossare nelle gite, per risparmiar l'altro, il cittadino, un po' piú nuovo, o meno vecchio.
- E per chi lo risparmio adesso?
Insomma, tutto come se lui stesso in fondo non credesse ancora che tra poco si sarebbe ucciso.
Il sonno...
le scarpe...
l'abito...
Ed ecco qua, ora sta a lavarsi la faccia; e ora si fa davanti allo specchio, al solito, per annodarsi con cura la cravatta.
- Ma che scherzo?
No.
La lettera.
Dove l'aveva messa? Qua, nel cassetto del comodino.
Eccola!
Lesse l'intestazione: "Per Niccolino".
- Dove la metto?
Pensò di metterla sul guanciale del letto, proprio nel posto in cui aveva posato la testa per l'ultima volta.
- Qua la vedranno meglio.
Sapeva che la moglie e la serva non entravano mai prima di mezzogiorno a rifar la camera.
- A mezzogiorno saran piú di tre ore...
Non terminò la frase; volse in giro uno sguardo, come per salutar le cose che lasciava per sempre; scorse al capezzale il vecchio crocifisso d'avorio ingiallito, si tolse il cappello e piegò le gambe in atto d'inginocchiarsi.
Ma in fondo ancora non si sentiva neanche sveglio del tutto.
Aveva ancora nel naso e sugli occhi, pesante e saporito, il sonno.
- Dio mio...
Dio mio...
- disse alla fine, improvvisamente smarrito.
E si strinse forte la fronte con una mano.
Ma poi pensò che giú la carrozza aspettava, e uscí a precipizio.
- Addio, Rosa.
Di' che torno prima di sera.
Traversando in carrozza, di trotto, il paese (quella bestia del vetturino aveva messo le sonagliere ai cavalli come per una festa in campagna), il Ciunna si sentí, all'aria fresca, risvegliar subito l'estro comico che era proprio della sua natura, e immaginò che i sonatori della banda municipale, coi pennacchi svolazzanti degli elmetti, gli corressero dietro, gridando e facendo cenni con le braccia perché si fermasse o andasse piú piano, ché gli volevano sonare la marcia funebre.
Dietro, cosí a gambe levate, non potevano.
"Grazie tante! Addio, amici! Ne faccio a meno volentieri! Mi basta questo strepito dei vetri della carrozza, e quest'allegria qua dei sonaglioli!"
Oltrepassate le ultime case, allargò il petto alla vista della campagna che pareva allagata da un biondo mare di messi, su cui sornuotavano qua e là mandorli e olivi.
Vide alla sua destra sbucar da un carrubo una contadina con tre ragazzi; contemplò un tratto il grande albero nano, e pensò: "È come la chioccia che tien sotto i suoi pulcini".
Lo salutò con la mano.
Era in vena di salutare ogni cosa, per l'ultima volta, ma senz'alcuna afflizione; come se, con la gioja che in quel momento provava, si sentisse compensato di tutto.
La carrozza ora scendeva stentatamente per lo stradone polveroso, piú che mai ripido.
Salivano e scendevano lunghe file di carretti.
Non aveva mai fatto caso al caratteristico abbrigliamento dei muli che tiravano quei carretti.
Lo notò adesso, come se quei muli si fossero parati di tutte quelle nappe e quei fiocchi e festelli variopinti per far festa a lui.
A destra, a sinistra, qua e là su i mucchi di brecciame, stavan seduti a riposarsi alcuni mendicanti, storpii o ciechi, che dalla borgata marina salivano alla città sul colle, o da questa scendevano a quella per un soldo o un tozzo di pane promessi per quel tal giorno.
Della vista di costoro s'afflisse, e subito gli saltò in mente di invitarli tutti a salire in carrozza con lui: "Allegri! allegri! Andiamo a buttarci a mare tutti quanti! Una carrozzata di disperati! Sú, sú, figliuoli! salite salite! La vita è bella e non dobbiamo affliggerla con la nostra vista".
Si trattenne, per non svelare al vetturino lo scopo della gita.
Sorrise però di nuovo, immaginando tutti quei mendicanti in carrozza con lui; e, come se veramente li avesse lí, vedendone qualche altro per via, ripeteva tra sé e sé l'invito:
"Vieni anche tu, sali! Ti do viaggio gratis!"
III
Nella borgata marina il Ciunna era noto a tutti.
- Immenso Ciunna! - si sentí infatti chiamare, appena smontato dalla vettura; e si trovò tra le braccia d'un tal Tino Imbrò, suo giovane amico, che gli scoccò due sonori baci, battendogli una mano su la spalla.
- Come va? Come va? Che è venuto a far qui, in questo paesettaccio di piedi-scalzi?
- Un affaruccio...
- rispose il Ciunna sorridendo imbarazzato.
- Questa vettura è a sua disposizione?
- Sí, l'ho presa a nolo!
- Benone.
Dunque: vetturino, va' a staccare! Caro Ciunna, per male che si senta, occhi pallidi, naso pallido, labbra pallide, io la sequestro.
Se ha mal di capo, glielo faccio passare; e le faccio passare la qualunquissima cosa!
- Grazie, Tino mio, - disse il Ciunna intenerito dalla festosa accoglienza dell'allegro giovinotto.
- Guarda, ho davvero un affare molto urgente da sbrigare.
Poi bisogna che torni su di fretta.
Tra l'altro, non so, forse oggi m'arriva di botto, tra capo e collo, l'ispettore.
- Di domenica? E poi, come? senza preavviso?
- Ah sí! - replicò il Ciunna.
- Vorresti anche il preavviso? Ti piombano addosso quando meno te l'aspetti.
- Non sento ragione, - protestò l'altro.
- Oggi è festa, e vogliamo ridere.
Io la sequestro.
Sono di nuovo scapolo, sa? Mia moglie, poverina, piangeva notte e giorno...
"Che hai, carina mia, che hai?" "Voglio mammà! voglio papà!" "O mi piangi per questo? Sciocchina, va' da mammà, va' da papà, che ti daranno la bobona, le toserelle belle belle..." Lei che è mio maestro, ho fatto bene?
Rise anche dalla cassetta il vetturino.
E allora l'Imbrò:
- Scemo, sei ancora lí? Marche! T'ho detto: Va' a staccare!
- Aspetta, - disse allora il Ciunna, cavando dalla tasca in petto il portafogli.
- Pago avanti.
Ma l'Imbrò gli trattenne il braccio:
- Non sia mai! Pagare e morire, piú tardi che si può!
- No: avanti, - insisté il Ciunna.
- Devo pagare avanti.
Se mi trattengo, sia pure per poco, in questo paese di galantuomini, capirai, c'è pericolo mi rúbino finanche le suole delle scarpe, appena alzo il piede per camminare.
- Ecco il mio vecchio maestro! Alfin ti riconosco! Paghi, paghi e andiamo via.
Il Ciunna tentennò lievemente il capo, con un sorriso amaro su le labbra; pagò il vetturino e poi domandò all'Imbrò:
- Dove mi porti? Bada, per una mezzoretta soltanto.
- Lei scherza.
La carrozza è pagata: può aspettar fino a sera.
Senza no no: ora concerto io la giornata.
Vede? ho con me la borsetta: andavo al bagno.
Venga con me.
- Ma neanche per idea! - negò energicamente il Ciunna.
- Io, il bagno? Altro che bagno, caro mio!
Tino Imbrò lo guardò meravigliato.
- Idrofobia?
- No, senti, - replicò il Ciunna, puntando i piedi come un mulo.
- Quando ho detto no, è no.
Il bagno, io, se mai, me lo farò piú tardi.
- Ma l'ora è questa! - esclamò l'Imbrò.
- Un buon bagno, e poi, con tanto d'appetito, di corsa al Leon d'oro: pappatoria e trinchesvàine! Si lasci servire!
- Un festino addirittura.
Ma che! Mi fai ridere.
Per altro, vedi, sono sprovvisto di tutto: non ho maglia, non ho accappatojo.
Penso ancora alla decenza, io.
- Eh via! - esclamò quello, trascinando il Ciunna per un braccio.
- Troverà tutto l'occorrente alla rotonda.
Il Ciunna si sottomise alla vivace, affettuosa tirannía del giovanotto.
Chiuso, poco dopo, nel camerino dei Bagni, si lasciò cadere su una seggiola e appoggiò la testa cascante alla parete di tavole, con tutte le membra abbandonate e impressa sul volto una sofferenza quasi rabbiosa.
- Un piccolo assaggio dell'elemento, - mormorò.
Sentí picchiare alle tavole del camerino accanto, e la voce dell'Imbrò:
- Ci siamo? Io sono già in maglia.
Tinino dalle belle gambe!
Il Ciunna sorse in piedi:
- Ecco, mi svesto.
Cominciò a svestirsi.
Nel trarre dal taschino del panciotto l'orologio, per nasconderlo prudentemente dentro una scarpa, volle guardar l'ora.
Erano circa le nove e mezzo, e pensò: "Un'ora guadagnata!".
Si mise a scendere la scaletta bagnata, tutto in preda alla sensazione del freddo.
- Giú, giú in acqua! - gli gridò l'Imbrò che già s'era tuffato, e minacciava con una mano di fargli una spruzzata.
- No, no! - gridò a sua volta il Ciunna, tremante e convulso, con quell'angoscia che confonde o rattiene davanti alla mobile, vitrea compattezza dell'acqua marina.
- Bada, me ne risalgo! Non sarebbe uno scherzo...
non ci resisto...
Brrr, com'è fredda! - aggiunse, sfiorando l'acqua con la punta del piede rattratto.
Poi, come colpito improvvisamente da un'idea, si tuffò giú tutto sott'acqua.
- Bravissimo! - gridò l'altro appena il Ciunna si rimise in piedi, grondante come una fontana.
- Coraggioso, eh? - disse il Ciunna, passandosi le mani sul capo e su la faccia.
- Sa nuotare?
- No, m'arrabatto.
- Io m'allontano un po'.
L'acqua nel recinto era bassa.
Il Ciunna s'accoccolò, tenendosi con un braccio a un palo e battendo leggermente l'acqua con l'altra mano, come se volesse dirle: sta' bonina! sta' bonina! a piú tardi!
Era veramente un'irrisione atroce, quel bagno: lui, in mutandine, accoccolato e sostenuto dal palo, che se l'intendeva con l'acqua.
Poco dopo però l'Imbrò, rientrando nel recinto e volgendo in giro lo sguardo, non ve lo ritrovò piú.
Già risalito? E si avviava per accertarsene verso la scaletta del camerino, quand'ecco a un tratto, se lo vide springar davanti, dall'acqua, paonazzo in volto, con uno sbruffo strepitoso.
- Ohé! Ma è matto? Che ha fatto? Non sa che cosí le può scoppiare qualche vena del collo?
- Lascia scoppiare, - fece il Ciunna ansimando, mezz'affogato, con gli occhi fuori dell'orbita.
- Ha bevuto?
- Un poco.
- Ohé, dico, - fece l'Imbrò e con la mano accennò di nuovo il dubbio che il suo vecchio amico fosse impazzito.
Lo guardò un po'; gli domandò: - Ha voluto provarsi il fiato o s'è sentito male?
- Provarmi il fiato, - rispose cupo il Ciunna, passandosi di nuovo le mani su i capelli zuppi.
- Dieci con lode al ragazzino! - esclamò l'Imbrò.
- Andiamo, via, andiamo a rivestirci! Troppo fredda oggi l'acqua.
Tanto, l'appetito già c'è.
Ma dica la verità: si sente proprio male?
Il Ciunna s'era messo ad arcoreggiare come un tacchino.
- No, - disse, quand'ebbe finito.
- Benone mi sento! È passato! Andiamo, andiamo pure a rivestirci!
- Spaghetti ai vongoli, e glo glo, glo glo...
un vinetto! Lasci fare; ci penso io.
Regalo dei parenti di mia moglie, buon'anima.
Me ne resta ancora un barilotto.
Sentirà!
IV
Si levarono di tavola, ch'erano circa le quattro.
Il vetturino s'affacciò alla porta della trattoria:
- Debbo attaccare?
- Se non te ne vai! - minacciò l'Imbrò acceso in volto, tirandosi con un braccio il Ciunna sul petto e ghermendo con l'altra mano un fiasco vuoto.
Il Ciunna, non meno acceso, si lasciò attirare: sorrise, non replicò; beato come un bambino di quella protezione.
- T'ho detto che prima di sera non si riparte! - riprese l'Imbrò.
- Si sa! Si sa! - approvarono a coro molte voci.
Perché la sala da pranzo s'era riempita d'una ventina d'amici del Ciunna e dell'Imbrò e gli altri avventori della trattoria si erano messi a desinare insieme, formando cosí una gran tavolata, allegra prima, poi a mano a mano piú rumorosa: risa, urli, brindisi per burla, baccano d'inferno.
Tino Imbrò saltò su la seggiola.
Una proposta! Tutti quanti a bordo del vapore inglese ancorato nel porto.
- Col capitano siamo peggio che fratelli! È un giovanotto di trent'anni, pieno di barba e di virtú: con certe bottiglie di Gin che non vi dico!
La proposta fu accolta da un turbine d'applausi.
Verso le sei, scioltasi la compagnia dopo la visita al vapore, il Ciunna disse all'Imbrò:
- Caro Tinino, è tempo di far via! Non so come ringraziarti.
- A questo non ci pensi, - lo interruppe l'Imbrò.
- Pensi piuttosto che ha da attendere ancora all'affaruccio di cui mi parlò stamattina.
- Ah, già, hai ragione, - disse il Ciunna aggrottando le ciglia e cercando con una mano la spalla dell'amico, come se stesse per cadere.
- Sí, sí, hai ragione.
E dire ch'ero sceso per questo.
Bisogna infatti che vada.
- Ma se può farne a meno, - gli osservò l'Imbrò.
- No, - rispose il Ciunna, torvo; e ripeté: - Bisogna che vada.
Ho bevuto, ho mangiato, e ora...
Addio, Tinino.
Non posso farne a meno.
- Vuole che l'accompagni? - domandò questi.
- No! Ah ah, vorresti accompagnarmi? Sarebbe curiosa.
No no, grazie, Tinino mio, grazie.
Vado solo, da me.
Ho bevuto, ho mangiato, e ora...
Addio, eh!
- Allora l'aspetto qua, con la carrozza, e ci saluteremo.
Faccia presto!
- Prestissimo! prestissimo! Addio, Tinino!
E s'avviò.
L'Imbrò fece una smusata e pensò: "E gli anni! gli anni! Pare impossibile che Ciunna...
In fin dei conti, che avrà bevuto?"
Il Ciunna si voltò e, alzando e agitando un dito all'altezza degli occhi che ammiccavano furbescamente gli disse:
- Tu non mi conosci.
Poi si diresse verso il piú lungo braccio del porto, quello di ponente, ancora senza banchina, tutto di scogli rammontati l'uno su l'altro, fra i quali il mare si cacciava con cupi tonfi, seguiti da profondi risucchi.
Si reggeva male sulle gambe.
Eppure saltava da uno scoglio all'altro, forse con l'intento, non preciso, di scivolare, di rompersi uno stinco, o di ruzzolare, cosí quasi senza volerlo, in mare.
Ansava, sbuffava, scrollava il capo per levarsi dal naso un certo fastidio, che non sapeva se gli venisse dal sudore, dalle lacrime o dalla spruzzaglia delle ondate che si cacciavano tra gli scogli.
Quando fu alla punta della scogliera, cascò a sedere, si levò il cappello, serrò gli occhi, la bocca, e gonfiò le gote, quasi per prepararsi a buttar via, con tutto il fiato che aveva in corpo, l'angoscia, la disperazione, la bile che aveva accumulato.
- Auff, vediamo un po', - disse alla fine, dopo lo sbuffo, riaprendo gli occhi.
Il sole tramontava.
Il mare, d'un verde vitreo presso la riva, s'indorava intensamente in tutta la vastità tremula dell'orizzonte.
Il cielo era tutto in fiamme, e limpidissima l'aria, nella viva luce, su tutto quel tremolío d'acque incendiate.
- Io là? - domandò il Ciunna poco dopo, guardando il mare, oltre gli ultimi scogli.
- Per duemila e settecento lire?
Gli parvero pochissime.
Come togliere a quel mare una botte d'acqua.
- Non si ha il diritto di rubare, lo so.
Ma è da vedere se non se ne ha il dovere, perdio, quando quattro bambini ti piangono per il pane e tu questo schifoso denaro lo hai tra le mani e lo stai contando.
La società non te ne dà il diritto; ma tu, padre, hai il dovere di rubare in simili casi.
E io sono due volte padre per quei quattro innocenti là! E se muojo io, come faranno? Per la strada a mendicare? Ah no, signor Ispettore; la farò piangere io, con me.
E se lei, signor Ispettore, ha il cuore duro come questo scoglio qua, ebbene, mi mandi pure davanti ai giudici: voglio vedere se avranno cuore loro da condannarmi.
Perdo il posto? Ne troverò un altro, signor Ispettore! Non si confonda.
Là, io, non mi ci butto! Ecco le paranze! Compro un chilo di triglie grosse cosí, e ritorno a casa a mangiarmele coi miei nipotini!
Si alzò.
Le paranze entravano a tutta vela, virando.
Si mosse in fretta per arrivare in tempo al mercato del pesce.
Comprò, tra la ressa e le grida, le triglie ancora vive, guizzanti.
Ma - dove metterle? Un panierino da pochi soldi: àliga, dentro; e: non dubiti, signor Ciunna, arriveranno ancora vive vive al paese.
Su la strada, innanzi al Leon d'oro, ritrovò l'Imbrò, che subito gli fece con le mani un gesto espressivo:
- Svaporato?
- Che cosa? Ah, il vino...
Credevi? Ma che! - fece il Ciunna.
- Vedi, ho comperato le triglie.
Un bacio, Tinino mio, e un milione di grazie.
- Di che?
- Un giorno forse te lo dirò.
Oh, vetturino, su il mantice: non voglio esser veduto.
V
Appena fuori della borgata, cominciò l'erta penosa.
I due cavalli tiravano la carrozza chiusa, accompagnando con un moto della testa china ogni passo allungato a stento, e i sonagli ciondolanti pareva misurassero la lentezza e la pena.
Il vetturino, di tratto in tratto, esortava le povere magre bestie con una voce lunga e lamentosa.
A mezza via, era già sera chiusa.
Il bujo sopravvenuto, il silenzio quasi in attesa d'un lieve rumore nella solitudine brulla di quei luoghi mal guardati, richiamarono lo spirito del Ciunna ancora tra annebbiato dai vapori del vino e abbagliato dallo splendore del tramonto sul mare.
A poco a poco, col crescere dell'ombra, aveva chiuso gli occhi, quasi per lusingar se stesso che poteva dormire.
Ora, invece, si ritrovava con gli occhi sbarrati nel bujo della vettura, fissi sul vetro dirimpetto, che strepitava continuamente.
Gli pareva che fosse or ora uscito, inavvertitamente, da un sogno.
E, intanto, non trovava la forza di riscuotersi, di muovere un dito.
Aveva le membra come di piombo e una tetra gravezza al capo.
Sedeva quasi sulla schiena, abbandonato, col mento sul petto, le gambe contro il sedile di fronte, e la mano sinistra affondata nella tasca dei calzoni.
Oh che! Era davvero ubriaco?
- Ferma, - borbottò con la lingua grossa.
E immaginò, senza scomporsi, che scendeva dalla vettura e si metteva a errare per i campi, nella notte, senza direzione.
Udí un lontano abbajare, e pensò che quel cane abbajasse a lui errante laggiú laggiú, per la valle.
- Ferma, - ripeté poco dopo, quasi senza voce, riabbassando su gli occhi le palpebre lente.
No! - egli doveva, zitto zitto, saltare dalla vettura, senza farla fermare, senza farsi scorgere dal vetturino; aspettare che la vettura s'allontanasse un po' per l'erto stradone, e poi cacciarsi nella campagna e correre, correre fino al mare là in fondo.
Intanto non si moveva.
- Plumf! - si provò a fare con la lingua torpida.
A un tratto un guizzo nel cervello lo fece sobbalzare, e con la mano destra convulsa cominciò a grattarsi celermente la fronte:
- La lettera...
la lettera...
Aveva lasciato la lettera per il figliuolo sul guanciale del letto.
La vedeva.
A quell'ora, in casa lo piangevano morto.
Tutto il paese, a quell'ora, era pieno della notizia del suo suicidio.
E l'Ispettore? L'Ispettore era certo venuto: "Gli avranno consegnato le chiavi; si sarà accorto del vuoto di cassa.
La sospensione disonorante, la miseria, il ridicolo, il carcere".
E la vettura intanto seguitava ad andare, lentamente, con pena.
No, no.
In preda a un tremito angoscioso, il Ciunna avrebbe voluto fermarla.
E allora? No, no.
Saltare dalla vettura? Trasse la mano sinistra dalla tasca e col pollice e l'indice s'afferrò il labbro inferiore, come per riflettere, mentre con l'altre dita stringeva, stritolava qualcosa.
Aprí quella mano, sporgendola dal finestrino, al chiaro di luna, e si guardò nella palma.
Restò.
Il veleno.
Lí, in tasca, il veleno dimenticato.
Strizzò gli occhi, se lo cacciò in bocca: inghiottí.
Rapidamente ricacciò la mano in tasca, ne trasse altri pezzetti: li inghiottí.
Vuoto.
Vertigine.
Il petto, il ventre gli s'aprivano, squarciati.
Sentí mancarsi il fiato e sporse il capo dal finestrino.
- Ora muojo.
L'ampia vallata sottoposta era allagata da un fresco e lieve chiarore lunare; gli alti colli di fronte sorgevano neri e si disegnavano nettamente nel cielo opalino.
Allo spettacolo di quella deliziosa quiete lunare una grande calma gli si fece dentro.
Appoggiò la mano allo sportello, piegò il mento sulla mano e attese, guardando fuori.
Saliva dal basso della valle un limpido assiduo scampanellare di grilli, che pareva la voce del tremulo riflesso lunare sulle acque correnti d'un placido fiume invisibile.
Alzò gli occhi al cielo, senza levare il mento dalla mano, poi guardò i colli neri e la valle di nuovo, come per vedere quanto ormai rimaneva per gli altri, poiché nulla piú era per lui.
Tra breve, non avrebbe veduto, non avrebbe udito piú nulla.
S'era forse fermato il tempo? Come mai non sentiva ancora nessun accenno di dolore?
- Non muojo?
E subito, come se il pensiero gli avesse dato la sensazione attesa, si ritrasse, e con una mano si strinse il ventre.
No: non sentiva ancor nulla.
Però...
Si passò una mano sulla fronte: ah! era già bagnata d'un sudor gelido! Il terrore della morte, alla sensazione di quel gelo, lo vinse: tremò tutto sotto l'enorme, nera, orrida imminenza irreparabile, e si contorse nella vettura, addentando un cuscino per soffocar l'urlo del primo spasimo tagliente alle viscere.
Silenzio.
Una voce.
Chi cantava? E quella luna...
Cantava il vetturino monotonamente, mentre i cavalli stanchi trascinavano con pena la carrozza nera per lo stradone polveroso, bianco di luna.
L'AVEMARIA DI BOBBIO
Un caso singolarissimo era accaduto, parecchi anni addietro, a Marco Saverio Bobbio, notajo a Richieri tra i piú stimati.
Nel poco tempo che la professione gli lasciava libero, si era sempre dilettato di studii filosofici, e molti e molti libri d'antica e nuova filosofia aveva letti e qualcuno anche riletto e profondamente meditato.
Purtroppo Bobbio aveva in bocca piú d'un dente guasto.
E niente, secondo lui, poteva meglio disporre allo studio della filosofia, che il mal di denti.
Tutti i filosofi, a suo dire, avevano dovuto avere e dovevano avere in bocca almeno un dente guasto.
Schopenhauer, certo, piú d'uno.
Il mal di denti, lo studio della filosofia; e lo studio della filosofia, a poco a poco, aveva avuto per conseguenza la perdita della fede, fervidissima un tempo, quando Bobbio era fanciullino e ogni mattina andava a messa con la mamma e ogni domenica si faceva la santa comunione nella chiesetta della Badiola al Carmine.
Ciò che conosciamo di noi è però solamente una parte, e forse piccolissima, di ciò che siamo a nostra insaputa.
Bobbio anzi diceva che ciò che chiamiamo coscienza è paragonabile alla poca acqua che si vede nel collo d'un pozzo senza fondo.
E intendeva forse significare con questo che, oltre i limiti della memoria, vi sono percezioni e azioni che ci rimangono ignote, perché veramente non sono piú nostre, ma di noi quali fummo in altro tempo, con pensieri e affetti già da un lungo oblío oscurati in noi, cancellati, spenti; ma che al richiamo improvviso d'una sensazione, sia sapore, sia colore o suono, possono ancora dar prova di vita, mostrando ancor vivo in noi un altro essere insospettato.
Marco Saverio Bobbio, ben noto a Richieri non solo per la sua qualità di eccellente e scrupolosissimo notajo, ma anche e forse piú per la gigantesca statura, che la tuba, tre menti e la pancia esorbitante rendevano spettacolosa; ormai senza fede e scettico, aveva tuttora dentro - e non lo sapeva - il fanciullo che ogni mattina andava a messa con la mamma e le due sorelline e ogni domenica si faceva la santa comunione nella chiesetta della Badiola al Carmine; e che forse tuttora, all'insaputa di lui, andando a letto con lui, per lui giungeva le manine e recitava le antiche preghiere, di cui Bobbio forse non ricordava piú neanche le parole.
Se n'era accorto bene lui stesso, parecchi anni fa, quando appunto gli era occorso questo singolarissimo caso.
Si trovava a villeggiare con la famiglia in un suo poderetto a circa due miglia da Richieri.
Andava la mattina col somarello (povero somarello!) in città, per gli affari dello studio, che non gli davano requie; ritornava, la sera.
La domenica, però, ah la domenica voleva passarsela tutta, e beatamente, in vacanza.
Venivano parenti, amici; e si facevano gran tavolate all'aperto: le donne attendevano a preparare il pranzo o cicalavano; i ragazzi facevano il chiasso tra loro; gli uomini andavano a caccia o giocavano alle bocce.
Era uno spasso e uno spavento veder correre Bobbio dietro alle bocce, con quei tre menti e il pancione traballanti.
- Marco, - gli gridava la moglie da lontano, - non ti strapazzare! Bada, Marco, se starnuti!
Perché, Dio liberi se Bobbio starnutava! Era ogni volta una terribile esplosione da tutte le parti; e spesso, tutto sgocciolante, doveva correre ai ripari con una mano davanti e l'altra dietro.
Non aveva il governo di quel suo corpaccio.
Pareva che esso, rompendo ogni freno, gli scappasse via, gli si precipitasse sbalestrato, lasciando tutti con l'anima pericolante in atto di pararglielo.
Quando poi gli ritornava in dominio, riequilibrato, gli ritornava con certi strani dolori e guasti improvvisi, a un braccio, a una gamba, alla testa.
Piú spesso, ai denti.
I denti, i denti erano la disperazione di Bobbio! Se n'era fatti strappare cinque, sei, non sapeva piú quanti; ma quei pochi che gli erano restati pareva si fossero incaricati di torturarlo anche per gli altri andati via.
Una di quelle domeniche, ch'era sceso in villa da Richieri il cognato con tutta la famiglia, moglie e figli e parenti della moglie e parenti dei parenti, cinque carrozzate, e si era stati allegri piú che mai, paf! all'improvviso, sul tardi, giusto nel momento di mettersi a tavola, uno di quei dolori...
ma uno di quelli!
Per non guastare agli altri la festa, il povero Bobbio s'era ritirato in camera con una mano sulla guancia, la bocca semiaperta, e gli occhi come di piombo, pregando tutti che attendessero a mangiare senza darsi pensiero di lui.
Ma, un'ora dopo, era ricomparso come uno che non sapesse piú in che mondo si fosse, se un molino a vapore, proprio un molino a vapore, strepitoso, rombante, era potuto entrargli nella testa e macinargli in bocca, sí, sí, in bocca, in bocca, furiosamente.
Tutti erano restati sospesi e costernati a guardargli la bocca, come se davvero s'aspettassero di vederne colar farina.
Ma che farina! bava, bava gli colava.
Non questo soltanto, però, era assurdo: tutto era assurdo nel mondo, e mostruoso, e atroce.
Non stavano lí tutti a banchettare festanti, mentre lui arrabbiava, impazziva? mentre l'universo gli si sconquassava nella testa?
Ansando, con gli occhi stravolti, la faccia congestionata, le mani sfarfallanti, levava come un orso ora una cianca ora l'altra da terra, e dimenava la testa, come se la volesse sbattere alle pareti.
Tutti gli atti e i gesti erano, nell'intenzione, di rabbia e violenti: ma si manifestavano molli e invano, quasi per non disturbare il dolore, per non arrabbiarlo di piú.
Per carità, per carità, a sedere! a sedere! Oh, Dio! Lo volevano fare impazzire peggio, saltandogli addosso cosí? A sedere! a sedere! Niente.
Nessuno poteva dargli ajuto! Sciocchezze...
imposture...
Niente, per carità! Non poteva parlare...
Uno solo...
andasse giú uno solo a far attaccare subito i cavalli a una delle carrozze arrivate la mattina.
Voleva correre a Richieri a farsi strappare il dente.
Subito! subito! Intanto, tutti a sedere.
Appena pronta la carrozza...
Ma no, voleva andar sú, solo! Non poteva sentir parlare, non poteva veder nessuno...
Per carità, solo! solo!
Poco dopo, in carrozza - solo, come aveva voluto - abbandonato, sprofondato, perduto nel rombo dello spasimo atroce, mentre lungo lo stradone in salita i cavalli andavano quasi a passo nella sera sopravvenuta...
Ma che era accaduto? Nello sconvolgimento della coscienza, Bobbio all'improvviso aveva provato un tremore, un tremito di tenerezza angosciosa per se stesso, che soffriva, oh Dio, soffriva da non poterne piú.
La carrozza passava in quel momento davanti a un rozzo tabernacolo della SS.
Vergine delle Grazie, con un lanternino acceso, pendulo innanzi alla grata, e Bobbio, in quel fremito di tenerezza angosciosa, con la coscienza sconvolta, senza sapere piú quello che si facesse, aveva fissato lo sguardo lagrimoso a quel lanternino, e...
"Ave Maria, piena di grazie, il Signore è con Te, benedetta tra tutte le donne, e benedetto il frutto del Tuo ventre, Gesú.
Santa Maria madre di Dio, prega per noi peccatori, ora e nell'ora della nostra morte.
Cosí sia."
E, all'improvviso, un silenzio, un gran silenzio gli s'era fatto dentro; e, anche fuori, un gran silenzio misterioso, come di tutto il mondo: un silenzio pieno di freschezza, arcanamente lieve e dolce.
Si era tol
...
[Pagina successiva]