LA RALLEGRATA, di Luigi Pirandello - pagina 6
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Santa Maria madre di Dio, prega per noi peccatori, ora e nell'ora della nostra morte.
Cosí sia."
E, all'improvviso, un silenzio, un gran silenzio gli s'era fatto dentro; e, anche fuori, un gran silenzio misterioso, come di tutto il mondo: un silenzio pieno di freschezza, arcanamente lieve e dolce.
Si era tolta la mano dalla guancia, ed era rimasto attonito, sbalordito, ad ascoltare.
Un lungo, lungo respiro di refrigerio, di sollievo, gli aveva ridato l'anima.
Oh Dio! Ma come? Il mal di denti gli era passato, gli era proprio passato, come per un miracolo.
Aveva recitato l'avemaria, e...
Come, lui? Ma sí, passato, c'era poco da dire.
Per l'avemaria? Come crederlo? Gli era venuto di recitarla cosí, all'improvviso, come una feminuccia...
La carrozza, intanto, aveva seguitato a salire verso Richieri, e Bobbio, intronato, avvilito, non aveva pensato di dire al vetturino di ritornare indietro, alla villa.
Una pungente vergogna di riconoscere, prima di tutto, il fatto che lui, come una feminuccia, aveva potuto recitare l'avemaria, e che poi, veramente, dopo l'avemaria il mal di denti gli era passato, lo irritava e lo sconcertava; e poi il rimorso di riconoscere anche, nello stesso tempo, che si mostrava ingrato non credendo, non potendo credere, che si fosse liberato dal male per quella preghiera, ora che aveva ottenuto la grazia; e infine un segreto timore che, per questa ingratitudine, subito il male lo potesse riassalire.
Ma che! Il male non lo aveva riassalito.
E, rientrando nella villa, leggero come una piuma, ridente, esultante, a tutti i convitati, che gli erano corsi incontro, Bobbio aveva annunziato:
- Niente! Mi è passato tutt'a un tratto, da sé, lungo lo stradone, poco dopo il tabernacolo della Madonna delle Grazie.
Da sé!
Orbene, a questo suo caso singolarissimo di parecchi anni fa pensava Bobbio con un risolino scettico a fior di labbra, un dopopranzo, steso su la greppina dello studio, col primo volume degli Essais di Montaigne aperto innanzi agli occhi.
Leggeva il capitolo XXVII, ov'è dimostrato che c'est folie de rapporter le vray et le faux à notre suffisance.
Era, non ostante quel risolino scettico, alquanto inquieto e, leggendo, si passava di tratto in tratto una mano su la guancia destra.
Montaigne diceva:
"Quand nous lisons dans Bouchet les miracles des reliques de sainct Hilaire, passe; son credit n'est pas assez grand pour nous oster la licence d'y contredire; mais de condamner d'un train toutes pareilles histoires me semble singulière imprudence.
Ce grand sainct Augustin tesmoigne..."
- Eh già! - fece Bobbio a questo punto, accentuando il risolino.
- Eh già! Ce grand sainct Augustin attesta, o diciamo, autentica d'aver veduto, su le reliquie di San Gervaso e Protaso a Milano, un fanciullo cieco riacquistare la vista; una donna a Cartagine, guarire d'un cancro col segno della croce fattovi sopra da una donna di recente battezzata...
Ma allo stesso modo il gran Sant'Agostino avrebbe potuto affermare, o diciamo, autenticare su la mia testimonianza, che Marco Saverio Bobbio, notajo a Richieri tra i piú stimati, guarí una volta all'improvviso d'un feroce mal di denti, recitando un'avemaria...
Bobbio chiuse gli occhi, accomodò la bocca ad o, come fanno le scimmie, e mandò fuori un po' d'aria.
- Fiato cattivo!
Strinse le labbra e, piegando la testa da un lato, sempre con gli occhi chiusi, si passò di nuovo, piú forte, la mano su la mandibola.
Perdio, il dente! O non gli faceva male di nuovo, il dente? E forte, anche, gli faceva male.
Perdio, di nuovo.
Sbuffò; si levò in piedi faticosamente; buttò il libro su la greppina, e si mise a passeggiare per la stanza con la mano su la guancia e la fronte contratta e il naso ansante.
Si recò davanti allo specchio della mensola; si cacciò un dito a un angolo della bocca e la stirò per guardarvi dentro il dente cariato.
All'impressione dell'aria, sentí una fitta piú acuta di dolore, e subito serrò le labbra e contrasse tutto il volto per lo spasimo; poi levò il volto al soffitto e scosse le pugna, esasperato.
Ma sapeva per esperienza che, ad avvilirsi sotto il male o ad arrabbiarsi, avrebbe fatto peggio.
Si sforzò dunque di dominarsi; andò a buttarsi di nuovo su la greppina e vi rimase un pezzo con le palpebre semichiuse, quasi a covar lo spasimo; poi le riaprí; riprese il libro e la lettura.
"...
une femme nouvellement baptisée lui fit; Hesperius...
no, appresso...
Ah, ecco...
une femme en une procession ayant touché à la chasse sainct Estienne d'un bouquet, et de ce bouquet s'estant frottée les yeux, avoir recouvré la veuë qu'elle avoit pieça perdue..."
Bobbio ghignò.
Il ghigno gli si contorse subito in una smorfia, per un tiramento improvviso del dolore, ed egli vi applicò la mano sú, forte, a pugno chiuso.
Il ghigno era di sfida.
- E allora, disse, - vediamo un po': Montaigne e Sant'Agostino mi siano testimonii.
Vediamo un po' se mi passa ora, come mi passò allora.
Chiuse gli occhi e, col sorriso frigido su le labbra tremanti per lo spasimo interno, recitò pian piano, con stento, cercando le parole, l'avemaria, questa volta in latino...
gratia plena...
Dominus tecum...
fructus ventris tui...
nunc et in hora mortis...
Riaprí gli occhi.
Amen...
Attese un po', interrogando in bocca il dente...
Amen...
Ma che! Non gli passava.
Gli si faceva anzi piú forte...
Ecco, ahi ahi...
piú forte...
piú forte...
- Oh Maria! oh Maria!
E Bobbio rimase sbalordito.
Quest'ultima, reiterata invocazione non era stata sua; gli era uscita dalle labbra con voce non sua, con fervore non suo.
E già...
ecco...
una sosta...
un refrigerio...
Possibile? Di nuovo?...
Ma che, no! Ahi ahi...
ahi ahi...
- Al diavolo Montaigne! Sant'Agostino!
E Bobbio si cacciò la tuba in capo e, aggrondato, feroce, con la mano su la guancia, si precipitò in cerca d'un dentista.
Recitò o non recitò, durante il tragitto, senza saperlo, di nuovo, l'avemaria? Forse sí...
forse no...
Il fatto è che, davanti alla porta del dentista, si fermò di botto, piú che mai grondato, con rivoli di sudore per tutto il faccione, in tale buffo atteggiamento di balorda sospensione, che un amico lo chiamò:
- Signor notajo!
- Ohé...
- E che fa lí?
- Io? Niente...
avevo un...
un dente che mi faceva male...
- Le è passato?
- Già...
da sé...
- E lo dice cosí? Sia lodato Dio!
Bobbio lo guardò con una grinta da cane idrofobo.
- Un corno! - gridò.
- Che lodato Dio! Vi dico, da sé! Ma perché vi dico cosí, vedrete che forse, di qui a un momento, mi ritornerà! Ma sapete che faccio? Non mi duole piú; ma me lo faccio strappare lo stesso! Tutti me li faccio strappare, a uno a uno, tutti, ora stesso me li faccio strappare.
Non voglio di questi scherzi...
non voglio piú di questi scherzi, io! Tutti, a uno a uno, me li faccio strappare!
E si cacciò, furibondo, tra le risa di quell'amico, nel portoncino del dentista.
L'IMBECILLE
Ma che c'entrava, in fine, Mazzarini, il deputato Guido Mazzarini, col suicidio di Pulino? - Pulino? Ma come? S'era ucciso Pulino? - Lulú Pulino, sí: due ore fa.
Lo avevano trovato in casa, che pendeva dall'ànsola del lume, in cucina.
- Impiccato? - Impiccato, sí.
Che spettacolo! Nero, con gli occhi e la lingua fuori, le dita raggricchiate.
- Ah, povero Lulú! - Ma che c'entrava Mazzarini?
Non si capiva niente.
Una ventina di energumeni urlavano nel caffè, con le braccia levate (qualcuno era anche montato sulla sedia), attorno a Leopoldo Paroni, presidente del Circolo repubblicano di Costanova, che urlava piú forte di tutti.
- Imbecille! sí, sí, lo dico e lo sostengo: imbecille! imbecille! Gliel'avrei pagato io il viaggio! Io, gliel'avrei pagato! Quando uno non sa piú che farsi della propria vita, perdio, se non fa cosí è un imbecille!
- Scusi, che è stato? - domandò un nuovo venuto, accostandosi, intronato da tutti quegli urli e un po' perplesso, a un avventore che se ne stava discosto, appartato in un angolo in ombra, tutto aggruppato, con uno scialle di lana su le spalle e un berretto da viaggio in capo, dalla larga visiera che gli tagliava con l'ombra metà del volto.
Prima di rispondere, costui levò dal pomo del bastoncino una delle mani ischeletrite, nella quale teneva un fazzoletto appallottolato, e se la portò alla bocca, su i baffetti squallidi, spioventi.
Mostrò cosí la faccia smunta, gialla, su cui era ricresciuta rada rada qua e là una barbettina da malato.
Con la bocca otturata, combatté un pezzo, sordamente, con la propria gola, ove una tosse profonda irrompeva, rugliando tra sibili; infine disse con voce cavernosa:
- Mi ha fatto aria, accostandosi.
Scusi, lei, non è di Costanova, è vero?
(E raccolse e nascose nel fazzoletto qualche cosa.) Il forestiere, dolente, mortificato, imbarazzato dal ribrezzo che non riusciva a dissimulare, rispose:
- No; sono di passaggio.
- Siamo tutti di passaggio, caro signore.
E aprí la bocca, cosí dicendo, e scoprí i denti, in un ghigno frigido, muto, restringendo in fitte rughe, attorno agli occhi aguzzi, la gialla cartilagine del viso emaciato.
- Guido Mazzarini, - riprese poi, lentamente, - è il deputato di Costanova.
Grand'uomo.
E stropicciò l'indice e il pollice d'una mano, a significare il perché della grandezza.
- Dopo sette mesi dalle elezioni politiche, a Costanova, caro signore, ribolle ancora furioso, come vede, lo sdegno contro di lui, perché, avversato qui da tutti, è riuscito a vincere col suffragio ben pagato delle altre sezioni elettorali del collegio.
Le furie non sono svaporate, perché Mazzarini, per vendicarsi, ha fatto mandare al Municipio di Costanova...
- si scosti, si scosti un poco; mi manca l'aria - un regio commissario.
Grazie.
Già! un regio commissario.
Cosa...
cosa di gran momento...
Eh, un regio commissario...
Allungò una mano e, sotto gli occhi del forestiere che lo mirava stupito, chiuse le dita, lasciando solo ritto il mignolo, esilissimo; appuntí le labbra e rimase un pezzo intentissimo a fissar l'unghia livida di quel dito.
- Costanova è un gran paese, - disse poi.
- L'universo, tutto quanto, gràvita attorno a Costanova.
Le stelle, dal cielo, non fanno altro che sbirciar Costanova; e c'è chi dice che ridano; c'è chi dice che sospirino dal desiderio d'avere in sé ciascuna una città come Costanova.
Sa da che dipendono le sorti dell'universo? Dal partito repubblicano di Costanova, il quale non può aver bene in nessun modo, tra Mazzarini da un lato, e l'ex-sindaco Cappadona dall'altro, che fa il re.
Ora il Consiglio comunale è stato sciolto e per conseguenza l'universo è tutto scombussolato.
Eccoli là: li sente? Quello che strilla piú di tutti è Paroni, sí, quello là col pizzo, la cravatta rossa e il cappello alla Lobbia; strilla cosí, perché vuole che la vita universa, e anche la morte, stiano a servizio dei repubblicani di Costanova.
Anche la morte, sissignore.
S'è ucciso Pulino...
Sa chi era Pulino? Un povero malato, come me.
Siamo parecchi, a Costanova, malati cosí.
E dovremmo servire a qualche cosa.
Stanco di penare, il povero Pulino oggi si è...
- Impiccato?
- All'ànsola del lume, in cucina.
Eh, ma cosí, no, non mi piace.
Troppa fatica, impiccarsi.
C'è la rivoltella, caro signore.
Morte piú spiccia.
Bene; sente che dice Paroni? Dice che Pulino è stato un imbecille, non perché si è impiccato, ma perché, prima di impiccarsi, non è andato a Roma ad ammazzar Guido Mazzarini.
Già! Perché Costanova, e conseguentemente l'universo, rifiatasse.
Quando uno non sa piú che farsi della propria vita, se non fa cosí, se prima d'uccidersi non ammazza un Mazzarini qualunque, è un imbecille.
Gliel'avrebbe pagato lui il viaggio, dice.
Con permesso, caro signore.
S'alzò di scatto; si strinse, da sotto, con ambo le mani lo scialle attorno al volto, fino alla visiera del berretto; e, cosí imbacuccato, curvo, lanciando occhiatacce al crocchio degli urloni, uscí dal caffè.
Quel forestiere di passaggio restò imbalordito; lo seguí con gli occhi fino alla porta: poi si volse al vecchio cameriere del caffè e gli domandò, costernatissimo:
- Chi è?
Il vecchio cameriere tentennò il capo amaramente; si picchiò il petto con un dito; e rispose, sospirando:
- Anche lui...
eh, poco piú potrà tirare.
Tutti di famiglia! Già due fratelli e una sorella...
Studente.
Si chiama Fazio.
Luca Fazio.
Colpa della madraccia, sa? Per soldi, sposò un tisico, sapendo ch'era tisico.
Ora lei sta cosí, grossa e grassa, in campagna, come una badessa, mentre i poveri figliuoli, a uno a uno...
Peccato! Sa che testa ha quello lí? e quanto ha studiato! Dotto; lo dicono tutti.
Viene da Roma, dagli studii.
Peccato!
E il vecchio cameriere accorse al crocchio degli urloni che, pagata la consumazione, si disponevano a uscire dal caffè con Leopoldo Paroni in testa.
Serataccia, umida, di novembre.
La nebbia s'affettava.
Bagnato tutto il lastricato della piazza; e attorno a ogni fanale sbadigliava un alone.
Appena fuori della porta del caffè, tutti si tirarono su il bavero del pastrano, e ciascuno, salutando, s'avviò per la sua strada.
Leopoldo Paroni, nell'atteggiamento che gli era abituale, di sdegnosa, accigliata fierezza, sollevò di traverso il capo, e cosí col pizzo all'aria attraversò la piazza, facendo il mulinello col bastone.
Imboccò la via di contro al caffè; poi voltò a destra, al primo vicolo, in fondo al quale era la sua casa.
Due fanaletti piagnucolosi, affogati nella nebbia, stenebravano a mala pena quel lercio budello: uno a principio, uno in fine.
Quando Paroni fu a metà del vicolo, nella tenebra, e già cominciava a sospirare al barlume che arrivava fioco dall'altro fanaletto ancor remoto, credette di discernere laggiú in fondo, proprio innanzi alla sua casa, qualcuno appostato.
Si sentí rimescolar tutto il sangue e si fermò.
Chi poteva essere, lí, a quell'ora? C'era uno, senza dubbio, ed evidentemente appostato; lí proprio innanzi alla porta di casa sua.
Dunque, per lui.
Non per rubare, certo: tutti sapevano ch'egli era povero come Cincinnato.
Per odio politico, allora...
Qualcuno mandato da Mazzarini, o dal regio commissario? Possibile? Fino a tanto?
E il fiero repubblicano si voltò a guardare indietro, perplesso, se non gli convenisse ritornare al caffè o correre a raggiungere gli amici, da cui si era separato or ora; non per altro, per averli testimonii della viltà, dell'infamia dell'avversario.
Ma s'accorse che l'appostato, avendo udito certamente, nel silenzio, il rumore dei passi fin dal suo entrare nel vicolo, gli si faceva incontro, là dove l'ombra era piú fitta.
Eccolo: ora si scorgeva bene: era imbacuccato.
Paroni riuscí a stento a vincere il tremore e la tentazione di darsela a gambe; tossí, gridò forte:
- Chi è là?
- Paroni, - chiamò una voce cavernosa.
Un'improvvisa gioja invase e sollevò Paroni, nel riconoscere quella voce:
- Ah, Luca Fazio...
tu? Lo volevo dire! Ma come? Tu qua, amico mio? Sei tornato da Roma?
- Oggi, - rispose, cupo, Luca Fazio.
- M'aspettavi, caro?
- Sí.
Ero al caffè.
Non m'hai visto?
- No, affatto.
Ah, eri al caffè? Come stai, come stai, amico mio?
- Male; non mi toccare.
- Hai qualche cosa da dirmi?
- Sí; grave.
Grave? Eccomi qua!
Qua, no: sú a casa tua.
- Ma...
c'è cosa? Che c'è, Luca? Tutto quello che posso, amico mio...
- T'ho detto, non mi toccare: sto male.
Erano arrivati alla casa.
Paroni trasse di tasca la chiave; aprí la porta; accese un fiammifero, e prese a salir la breve scaletta erta, seguito da Luca Fazio.
- Attento...
attento agli scalini...
Attraversarono una saletta; entrarono nello scrittojo, appestato da un acre fumo stagnante di pipa.
Paroni accese un sudicio lumetto bianco a petrolio, su la scrivania ingombra di carte, e si volse premuroso al Fazio.
Ma lo trovò con gli occhi schizzanti dalle orbite; il fazzoletto, premuto forte con ambo le mani, su la bocca.
La tosse lo aveva riassalito, terribile, a quel puzzo di tabacco.
- Oh Dio...
stai proprio male, Luca...
Questi dovette aspettare un pezzo per rispondere.
Chinò piú volte il capo.
S'era fatto cadaverico.
- Non chiamarmi amico, e scòstati - prese infine a dire.
- Sono agli estremi...
No, resto...
resto in piedi...
Tu scòstati.
- Ma...
ma io non ho paura...
- protestò Paroni.
- Non hai paura? Aspetta...
- sghignò Luca Fazio.
- Lo dici troppo presto.
A Roma, vedendomi cosí agli estremi, mi mangiai tutto: serbai solo poche lire per comperarmi questa rivoltella.
Cacciò una mano nella tasca del pastrano e ne trasse fuori una grossa rivoltella.
Leopoldo Paroni, alla vista dell'arma, in pugno a quell'uomo in quello stato, diventò pallido come un cencio, levò le mani, balbettò:
- Che...
che è carica? Ohé, Luca...
- Carica, - rispose frigido il Fazio.
- Hai detto che non hai paura.
- No...
ma, se, Dio liberi...
- Scòstati! Aspetta...
M'ero chiuso in camera, a Roma, per finirmi.
Quando, con la rivoltella già puntata alla tempia, ecco che sento picchiare all'uscio...
- Tu, a Roma?
- A Roma.
Apro.
Sai chi mi vedo davanti? Guido Mazzarini.
- Lui? a casa tua?
Luca Fazio fece di sí, piú volte, col capo.
Poi seguitò:
- Mi vide con la rivoltella in pugno, e subito, anche dalla mia faccia, comprese che cosa stessi per fare; mi corse innanzi; m'afferrò per le braccia; mi scosse e mi gridò: "Ma come? cosí t'uccidi? Oh Luca, sei tanto imbecille? Ma va'...
se vuoi far questo...
ti pago io il viaggio; corri a Costanova, e ammazzami prima Leopoldo Paroni!"
Paroni, intentissimo finora al truce e strano discorso, con l'animo in subbuglio nella tremenda aspettativa d'una qualche atroce violenza davanti a lui, si sentí d'un tratto sciogliere le membra; e aprí la bocca a un sorriso squallido, vano:
- ...Scherzi?
Luca Fazio si trasse un passo indietro; ebbe come un tiramento convulso in una guancia, presso il naso, e disse, con la bocca scontorta:
- Non scherzo.
Mazzarini m'ha pagato il viaggio; ed eccomi qua.
Ora io, prima ammazzo te, e poi m'ammazzo.
Cosí dicendo, levò il braccio con l'arma, e mirò.
Paroni, atterrito, con le mani innanzi al volto, cercò di sottrarsi alla mira, gridando:
- Sei pazzo?...
Luca...
sei pazzo?
- Non ti muovere! - intimò Luca Fazio.
- Pazzo, eh? ti sembro pazzo? E non hai urlato per tre ore al caffè che Pulino è stato un imbecille perché, prima d'impiccarsi, non è andato a Roma ad ammazzar Mazzarini?
Leopoldo Paroni tentò d'insorgere:
- Ma c'è differenza, per dio! Io non sono Mazzarini!
- Differenza? - esclamò il Fazio, tenendo sempre sotto mira il Paroni.
- Che differenza vuoi che ci sia tra te e Mazzarini, per uno come me o come Pulino, a cui non importa piú nulla della vostra vita e di tutte le vostre pagliacciate? Ammazzar te o un altro, il primo che passa per via, è tutt'uno per noi! Ah, siamo imbecilli per te, se non ci rendiamo strumento, all'ultimo, del tuo odio o di quello d'un altro, delle vostre gare e delle vostre buffonate? Ebbene: io non voglio essere imbecille come Pulino, e ammazzo te!
- Per carità, Luca...
che fai? Ti sono stato sempre amico! - prese a scongiurar Paroni, storcendosi, per scansar la bocca della rivoltella.
Guizzava veramente negli occhi di Fazio la folle tentazione di premere il grilletto dell'arma.
- Eh, - disse col solito ghigno frigido su le labbra.
- Quando uno non sa piú che farsi della propria vita...
Buffone! Stai tranquillo; non t'ammazzo.
Da bravo repubblicano, tu sarai libero pensatore, eh? Ateo! Certamente...
Se no, non avresti potuto dire imbecille a Pulino.
Ora tu credi ch'io non ti ammazzi, perché spero gioje e compensi in un mondo di là...
No, sai? Sarebbe per me la cosa piú atroce credere che io debba portarmi altrove il peso delle esperienze che mi è toccato fare in questi ventisei anni di vita.
Non credo a niente! Eppure, non t'ammazzo.
Né credo d'essere un imbecille, se non t'ammazzo.
Ho pietà di te, della tua buffoneria, ecco.
Ti vedo da lontano, e mi sembri cosí piccolo e miserabile.
Ma la tua buffoneria la voglio patentare.
- Come? - fece Paroni, con una mano a campana, non avendo udito l'ultima parola, nell'intronamento in cui era caduto.
- Pa-ten-ta-re, - sillabò Fazio.
- Ne ho il diritto, giunto come sono al confine.
E tu non puoi ribellarti.
Siedi là, e scrivi.
Gl'indicò la scrivania con la rivoltella, anzi quasi lo prese e lo condusse a seder lí per mezzo dell'arma puntata contro il petto.
- Che...
che vuoi che scriva? - balbettò Paroni annichilito.
- Quello che ti detterò io.
Ora tu stai sotto; ma domani, quando saprai che mi sono ucciso, tu rialzerai la cresta; ti conosco; e al caffè urlerai che sono stato un imbecille anch'io.
No? Ma non lo faccio per me.
Che vuoi che m'importi del tuo giudizio? Voglio vendicar Pulino.
Scrivi dunque...
Lí, lí, va bene.
Due parole.
Una dichiarazioncina.
"Io qui sottoscritto mi pento..." Ah, no, perdio! scrivi, sai? A questo solo patto ti risparmio la vita! O scrivi, o t'ammazzo...
"Mi pento d'aver chiamato imbecille Pulino, questa sera, al caffè, tra gli amici, perché, prima d'uccidersi, non è andato a Roma ad ammazzar Mazzarini." Questa è la pura verità: non c'è una parola di piú.
Anzi, lascio che gli avresti pagato il viaggio.
Hai scritto? Ora seguita: "Luca Fazio, prima d'uccidersi, è venuto a trovarmi...".
Vuoi metterci armato di rivoltella? Mettilo pure: "armato di rivoltella." Tanto, non pagherò la multa per porto d'arma abusivo.
Dunque: "Luca Fazio è venuto a trovarmi, armato di rivoltella", hai scritto? "e mi ha detto che, conseguentemente, anche lui, per non esser chiamato imbecille da Mazzarini o da qualche altro, avrebbe dovuto ammazzar me come un cane".
Hai scritto, come un cane? Bene.
A capo.
"Poteva farlo, e non l'ha fatto.
Non l'ha fatto perché ha avuto schifo e pietà di me e della mia paura.
Gli è bastato che gli dichiarassi che il vero imbecille sono io."
Paroni, a questo punto, congestionato, scostò furiosamente la carta, e si trasse indietro protestando:
- Questo poi...
- Che il vero imbecille sono io, - ripeté, freddo, perentoriamente, Luca Fazio.
- La tua dignità la salvi meglio, caro mio, guardando la carta su cui scrivi, anziché quest'arma che ti sta sopra.
Hai scritto? Firma adesso.
Si fece porgere la carta; la lesse attentamente; disse:
- Sta bene.
Me la troveranno addosso, domani.
La piegò in quattro e se la mise in tasca.
- Consolati, Leopoldo, col pensiero ch'io vado a fare adesso una cosa un tantino piú difficile di quella che or ora hai fatto tu.
Buona notte.
SUA MAESTÀ
Accanto alla tragedia, però, si ebbe anche la farsa a Costanova, quando fu sciolto il Consiglio comunale e arrivò da Roma il Regio Commissario.
Quel giorno, Melchiorino Palí, nella sala d'aspetto della stazione, picchiandosi il petto con tutte e due le manine perdute in un vecchio pajo di guanti grigi sforacchiati nelle punte, si sfogava a dire:
- Ma la faremo noi, noi, la rivoluzione...
one.
Noi!
I suoi colleghi del Consiglio disciolto (icconsiglio andato a male, come diceva sotto sotto il guardasala, ch'era un vecchietto toscano, ascritto, com'era allora di regola, alla lega socialista dei ferrovieri) avevano, dopo lungo dibattito, deciso di venire alla stazione per accogliere l'ospite, quantunque avversario.
Ed erano venuti in abito lungo e cappello a stajo.
Palí aveva cercato di dissuaderli, dimostrando loro che non si doveva in nessun modo.
Non c'era riuscito e alla fine era venuto anche lui.
Coi miseri panni giornalieri, però.
In segno di protesta.
Piccino, piccino, con la barbetta rossa e gli occhiali azzurri, oppresso da un cappello duro, roso, inverdito che gli sprofondava fin su la nuca, gli orecchi curvi sotto le tese, oppresso da un greve soprabito color tabacco, continuava a sfogarsi, gestendo furiosamente.
Ma si rivolgeva ora di preferenza ai manifesti illustrati, appesi alle pareti della sala d'aspetto, visto che nessuno dei colleghi gli dava piú ascolto.
Il vecchio guardasala, intanto, se lo stava a godere, con un risetto canzonatorio su le labbra.
Da uno di quei manifesti, un bel tocco di ragazza scollacciata gli offriva ridendo una tazza di birra dalla spuma traboccante, come per farlo tacere.
Ma invano.
- Rivoluzione! Rivoluzione! - incalzava Melchiorino Palí il quale, quand'era cosí eccitato, soleva ripetere due e tre volte le ultime sillabe delle parole, come se egli stesso si facesse l'eco: - One...
one...
Era indignato non tanto per lo scioglimento del Consiglio (glien'importava un fico...
ico...
un fico secco...
ecco...
a lui, se non era piú consigliere) quanto per lo spettacolo stomachevole che il Governo dava all'intera nazione trescando spudoratamente col partito socialista, fino a darla vinta a quei quattro mascalzoni che a Costanova andavano per via col garofano rosso all'occhiello, protetti dall'on.
Mazzarini, deputato del collegio, che a Costanova però non aveva raccolto piú di ventidue voti...
oti.
Ora questa, senz'alcun dubbio, era una vendetta del Mazzarini, il quale, partendo per Roma, aveva giurato di dare una lezione memorabile al paese che gli si era dimostrato cosí acerrimamente nemico...
ico.
Ma che lezione? Lo scioglimento del Consiglio? Eh via! Miserie! Melchiorino Palí considerava da un punto piú alto la questione...
one.
Dieci, venti, trenta lire al giorno a un tramviere, a un ferroviere? Quattro, cinque mesi di preparazione, seppure! E un professor di liceo, un giudice, che han dovuto studiar vent'anni per strappare una laurea e affrontare esami e concorsi difficilissimi, non le avevano, non le avevano trenta lire al giorno! E tutte le commiserazioni, intanto, e tutte le cure per il cosí detto proletariato...
ato...
ato!
A questo punto, non si sa come, la ragazza scollacciata di quel manifesto, quasi fosse stufa di offrire invano la sua tazza di birra a uno che le avventava contro tanta furia di gesti irosi, si staccò dalla parete e precipitò con fracasso sul divano di cuojo, ove stava seduto l'ex-sindaco, cav.
Decenzio Cappadona.
- Vai! È ito via icchiodo! - esclamò allora, accorrendo e sghignando, il vecchietto guardasala.
Il Cappadona balzò in piedi sacrando e tirò una spinta cosí furiosa a Melchiorino Palí rimasto a bocca aperta e con le dieci dita per aria, che lo mandò a schizzare addosso a uno dei colleghi.
- Io? Che c'entro io? So un corno io se il chiodo si stacca! - si rivoltò furibondo il Palí; quindi, parandosi di faccia a quel collega e prendendogli un bottone sul petto della finanziera: - Non ti pajono sacrosante ragioni? Perché, sissignore, io ci sto: trenta lire al giorno...
orno...
al tramviere, al ferroviere...
ci sto! ma datene allora cento al giudice, al professore...
ore...
e se no, perdio, la faremo noi, la rivoluzione...
one...
perdio! Noi!
Quel collega si guardava il bottone.
Aveva un tubino spelacchiato, ma lo portava con tanta dignità e s'era tutto aggiustato con tanta cura, che si sentiva struggere, ora, a quel discorso e approvava e sbuffava e strabuzzava gli occhi.
Alla fine non ne poté piú: lo lasciò lí in asso e s'accostò al cavalier Cappadona per pregarlo che, avvalendosi della sua autorità, facesse tacere quell'energumeno.
Era un'indecenza strillare cosí, con tutta quella trucia addosso.
Comprometteva, ecco!
Ma il cavalier Decenzio Cappadona, che s'era già ricomposto e se ne stava ora astratto e assorto, fece un atto appena appena con la mano e seguitò a lisciarsi il gran pizzo regale.
Lo chiamavano a Costanova Sua Maestà, perché era il ritratto spiccicato di Vittorio Emanuele II vestito da cacciatore: la stessa corporatura, gli stessi baffi, lo stesso pizzo, lo stesso naso rincagnato all'insú; Vittorio Emanuele II insomma, purus et putus, purus et putus, come soleva ripetere il notajo Colamassimo che sapeva il latino.
Anche lui, il cavalier Cappadona, era venuto coi panni giornalieri; ma che c'entra! era noto a tutti ch'egli non cambiava mai, neanche nelle piú solenni occasioni, quel suo splendido abito di velluto alla cacciatora e gli stivali e il cappellaccio a larghe tese con la penna infitta da un lato nel nastro, ch'erano tali e quali quelli che il Gran Re portava nel ritratto famoso che al cavalier Decenzio serviva da modello.
I maligni dicevano che non aveva altri titoli per esser sindaco di Costanova fuor che quella straordinaria somiglianza, e che non aveva fatto in vita sua altri studii oltre a quello attentissimo sul ritratto del primo re d'Italia.
Questa seconda malignazione poteva forse avere qualche fondamento di verità: la prima no.
Non bastava, infatti, nemmeno a quei tempi, somigliare a Vittorio Emanuele II per esser sindaco di un comune d'Italia.
Tanto vero che in ogni città era raro il caso che non ci fosse per lo meno uno che non somigliasse o non si sforzasse di somigliare a Vittorio Emanuele II, o anche a Umberto I, senz'esser per questo nemmeno consigliere della minoranza.
In verità, ci voleva qualcos'altro.
E questo qualcos'altro il cavalier Decenzio Cappadona lo aveva.
Milionario, poteva pigliarsi il gusto di sfogare esclusivamente tutta l'attività morale e materiale di cui era capace nella professione di quella somiglianza.
A Costanova era re; la sua casa, una reggia; teneva in campagna una numerosa scorta di campieri in divisa, ch'erano come il suo esercito; tutti gli abitanti, tranne quel pugno di buffoni capitanati dal repubblicano Leopoldo Paroni, eran per lui piú sudditi che elettori; aveva una scuderia magnifica, una muta di cani preziosa; amava le donne, amava la caccia; e dunque chi piú Vittorio Emanuele di lui?
Ora, durante l'ultima amministrazione, qualcuno degli assessori aveva dovuto commettere qualche piccola sciocchezza amministrativa: il cavalier Decenzio non sapeva bene: era re, lui: regnava e non governava.
Il fatto è che il Consiglio era stato sciolto.
A momenti sarebbe arrivato il Regio Commissario; il cavalier Decenzio s'era incomodato a venire alla stazione; lo avrebbe accolto cortesemente, nella certezza che anche costui sarebbe diventato suo suddito temporaneo devotissimo; si sarebbero fatte le nuove elezioni, e sarebbe stato rieletto sindaco, riacclamato re, senz'alcun dubbio.
L'avvisatore elettrico cominciò a squillare.
Il cavalier Cappadona sbadigliò, si alzò, si batté il frustino su gli stivali, facendo al solito con le labbra: - Bembè...
Bembè...
- e uscí, seguito dagli altri, sotto la tettoja della stazione.
Melchiorino Palí ripeteva ancora una volta che dobbiamo farla noi la rivolu...
ma vide due carabinieri alla porta della sala d'aspetto, e le ultime sillabe della parola gli rimasero in gola: ne venne fuori, poco dopo, al solito, l'eco soltanto, attenuata:
- One...
one...
La cornetta del casellante strepé in distanza: s'intese il fischio del treno.
- Campana! - ordinò allora il capostazione, che s'era avvicinato a ossequiare il cavalier Cappadona.
Ed ecco il treno, sbuffante, maestoso.
Tutti si allineano, in attesa, ansiosi e con quell'eccitazione che l'arrivo del convoglio con la sua imponenza rumorosa e violenta suol destare; i ferrovieri corrono ad aprir gli sportelli gridando: Costanova! Costanova! Da una vettura di prima classe uno spilungone miope, squallido, con certi baffi biondicci alla cinese, tende una valigia al facchino e gli dice piano:
- Regio Commissario.
Gli aspettanti lo mirano delusi, toccandosi sotto sotto coi gomiti, e il cavalier Decenzio Cappadona si fa avanti con la sua impostatura regale, quando tutt'a un tratto - è uno scherzo? un'allucinazione? - dietro quello spilungone miope scende maestoso su la predella della vettura un altro Vittorio Emanuele II, piú Vittorio Emanuele II del cavalier Decenzio Cappadona.
I due uomini, cosí davanti a petto, si guatano allibiti.
Nessuno degli ex-consiglieri osa farsi avanti; anche il capostazione, che s'era proposto di presentare l'ex-sindaco al Regio Commissario, rimane inchiodato al suo posto; e quell'altro Vittorio Emanuele che è il commendatore Amilcare Zegretti, proprio lui, il Regio Commissario, passa tra tutti quegli uomini quasi esterrefatti e si caccia con un acuto sgrigliolío delle scarpe, che pare esprima la fierissima stizza ond'è preso, nella sala d'aspetto, seguito dal suo allampanato segretario particolare.
- Mi...mi...
mi...
Non trova piú la voce.
Quegli intanto non ardisce alzare gli occhi a guardarlo in faccia.
- Mi chiami il ca...
il capostazione, la prego.
Sotto la tettoja, il capostazione è rimasto a guardare a uno a uno i membri del Consiglio disciolto, tutti ancora intronati, e il cavalier Decenzio Cappadona basito addirittura e quasi levato di cervello.
Il segretario particolare gli s'accosta, timido, vacillante:
- Scusi, signor Capo, una parolina.
Il capostazione accorre premuroso alla sala d'aspetto e vi trova il commendator Zegretti con tanto d'occhi sbarrati e fulminanti e una mano spalmata sotto il naso in atteggiamento pensieroso, sí, ma che par fatto apposta per nasconder baffi e appendici.
- Quei...
quei signori, scusi...
- Del Consiglio disciolto, sissignore.
Venuti apposta per ossequiarla, signor Commendatore.
- Grazie, e...
c'è, scusi, c'è anche il...
come si chiama?
- L'ex-sindaco? Cavalier Cappadona, sissignore.
Sarebbe anzi appunto...
- Va bene, va bene.
Me lo ringrazi tanto, ma dica che...
che io son venuto anche per fare una...
una piccola inchiesta, ecco.
Non sarebbe dunque prudente...
Ci vedremo al Municipio.
Mi faccia venire qua, la prego, il mio segretario.
Dov'è? dove s'è cacciato?
Il segretario, sotto la tettoja, era assediato dai membri del Consiglio disciolto.
Melchiorino Palí aveva posto crudamente il dilemma:
- O si rade l'uno o si rade l'altro.
Ma che! ma no! bisognava che si radesse il nuovo arrivato, per forza; perché del Cappadona era nota a tutti la somiglianza con Vittorio Emanuele II, e perciò, se si fosse raso lui e il Regio Commissario fosse entrato in sua vece da Vittorio Emanuele in Costanova, lo scandalo non si sarebbe evitato.
Scandalo inaudito, perché a Costanova l'arrivo di quel Regio Commissario rappresentava un vero e proprio avvenimento.
Una fischiata generale sarebbe scoppiata; tutto il paese sarebbe crepato dalle risa; fin le case di Costanova avrebbero traballato per un sussulto di spaventosa ilarità; fino i ciottoli delle vie sarebbero saltati fuori, scoprendosi come tanti denti, in una convulsione di riso.
- Mazzarini! Mazzarini! - strillava piú forte degli altri Melchiorino Palí.
- È stato lui, l'on.
Mazzarini! Ecco la vendetta che ci ha giurato! la lezione memorabile! L'ha scelto lui, a Roma, il Regio Commissario per Costanova...
ova...
ova...
Mascalzone! Offesa alla memoria, alla effigie del nostro Gran Re! Irrisione, attentato al prestigio dell'autorità!
Bisognava a ogni costo impedirlo; mandare presto presto per un barbiere fidato; e lí stesso, nella sala d'aspetto, indurre il Regio Commissario a sacrificare almeno il pappafico...
sí, e un pochino pochino anche i baffi, prima d'entrare in paese.
Ma chi si prendeva l'accollo di fare una simile proposta al commendator Zegretti?
Il cavalier Decenzio Cappadona s'era allontanato, fosco, e col frustino si sfogava contro la innocente ruchetta bianca e il crespignolo dai fiori gialli, che crescevano di tra le crepe dell'antica spalletta che impedisce l'ingresso alla stazione.
- Marcocci! - tonò in quel punto il commendator Zegretti, facendosi su la soglia della sala d'aspetto, furibondo.
Il povero segretario, schiacciato sotto l'incarico che gli avevano dato gli ex-consiglieri, accorse come un cane che fiuti in aria le busse.
- Una vettura!
- Aspetti...
perdoni, signor Commendatore...
- si provò a dire il Marcocci.
- Se...
se lei volesse...
dicevano quei signori...
prima d'entrare in paese...
qui stesso...
dicevano quei signori..
perché, lei ha veduto? c'è qui...
quello che...
l'ex-sindaco, lei ha veduto? Ora, dicevano quei signori...
- Insomma si spieghi! - gli urlò lo Zegretti.
- Ecco, sissignore...
qui stesso, si potrebbe...
se lei volesse...
dicevano...
mandare per un...
come si chiama? e farsi, un pochino pochino almeno...
ecco, i baffi soltanto, signor Commendatore, dicevano quei signori.
- Che? - ruggí il commendator Zegretti e gli si parò di fronte, quasi per scoppiargli addosso, gonfio com'era di collera e di sdegno.
- Sa lei che io sono qua, adesso, la prima autorità del paese?
- Sissignore! sissignore! come non lo so?
- E dunque? Una vettura! Marche!
E s'avviò innanzi, col petto in fuori, aggrondato, i baffoni in aria, il naso al vento.
Naturalmente a Costanova accadde quel che i membri del Consiglio disciolto avevano purtroppo preveduto.
Piú fiera vendetta di quella l'on.
Mazzarini non poteva prendersi, non solo contro il cavalier Decenzio Cappadona, suo acerrimo avversario, ma anche contro l'autorità costituita; lui socialista.
Retrogrado, conservatore, il paese di Costanova? Là, due re! Di cui l'uno il ritratto dell'altro, e l'un contro l'altro armato.
Ora, come un leone in gabbia, il commendator Zegretti nella magna sala del Municipio, ripensando all'impegno di quel deputato a Roma, perché lui e non altri fosse mandato quale Regio Commissario a Costanova; ripensando alla grande soddisfazione che egli per quell'impegno aveva provato, fremeva di rabbia, s'arrotolava i baffoni fino a storcersi il labbro di qua e di là, si stirava il gran pizzo, si affondava le unghie nelle palme delle mani, vedeva rosso!
Come fare il Regio Commissario in quel paese, a cui non poteva mostrarsi, senza promuover subito uno scoppio di risa?
Se non ci fosse stato quell'altro, egli avrebbe certo ispirato maggior reverenza col suo aspetto, che attestava devozione alla monarchia, culto anche fanatico della memoria del Gran Re.
Ma ora...
cosí...
E se qualcuno ne avesse scritto a Roma, ai giornali? se qualche deputato ne avesse parlato alla Camera?
Cosí pensando, il commendator Zegretti sentiva di punto in punto crescer l'orgasmo; passeggiava, si fermava, passeggiava ancora un po', si rifermava, sbuffando ogni volta e scotendo in aria le pugna.
Quella sala del Municipio era magnifica, dal palco scompartito, in rilievo, ornato di dorature.
Il cavalier Decenzio Cappadona l'aveva fatta decorare e addobbare sontuosamente a sue spese.
Nella parete di fondo troneggiava un gran ritratto a olio del primo re d'Italia, che il Cappadona stesso aveva fatto eseguire lí a Costanova, da un pittore di passaggio, sedendo lui per modello.
Imbecille! Buffone! Cosí nero? Quando mai Vittorio Emanuele II fu cosí nero?
Biondo scuro e con gli occhi cilestri: ecco com'era Vittorio Emanuele II; com'era lui, insomma, il commendator Zegretti, che aveva perciò quasi un diritto naturale a professarne la somiglianza.
Eh, ma allora, qualunque mascalzone, purché avesse il naso un po' in sú e un po' di crescenza nei peli della faccia, poteva figurare da Vittorio Emanuele II; se non si doveva tener conto del colore del pelo, del colore degli occhi.
Piú d'uno a Costanova dava ragione al Regio Commissario, sosteneva cioè che veramente egli piú del Cappadona somigliava a Vittorio Emanuele II con quegli occhi da vitellone; altri invece sosteneva il contrario; e le discussioni si facevano di giorno in giorno piú calorose.
Appena lo vedevano passare per via tutti uscivano fuori dalle botteghe, s'affacciavano alle finestre, si fermavano a mirarlo:
- Ma bello, vah! magnifico! guardatelo!
Nessuno poté assistere però alla scena piú buffa, che si svolse nella sala del Municipio, dove una mattina dovettero pur trovarsi di fronte tutt'e due, quei Vittorii Emanueli.
E ce n'era pure un terzo, lí, dipinto a olio, grande al vero, che se li godeva dall'alto della parete, cosí ammusati.
Una gran folla, quella mattina, all'annunzio dell'invito che il Regio Commissario aveva fatto al Cappadona per interrogarlo su l'ultima gestione amministrativa, s'era raccolta sotto il Municipio.
Figurarsi dunque l'animo del cavalier Decenzio nel recarsi, tra tanta gente assiepata, a quel convegno; e l'animo del commendator Zegretti, a cui ne saliva dalla piazza il brusío.
Oltre l'irrisione, che era patente nella curiosità di tutti quegli oziosi, qualche altra cosa irritava sordamente il cavalier Cappadona.
Quantunque molto munifico al paese, era pur non di meno gelosissimo di tutti i suoi doni al Comune.
Ora, da piú giorni, passando sotto il Municipio, aveva veduto spalancate al sole le ampie finestre poste sul davanti, ch'eran quelle appunto del salone.
Povere tende, dunque! poveri mobili, a quella luce sfacciata! e chi sa quanta polvere! che disordine!
Quando, introdotto dal segretario Marcocci, vide il gran tappeto persiano, che copriva da un capo all'altro il pavimento, ridotto in uno stato miserando, come se ci fosse passato sopra un branco di porci, si sentí tutto rimescolare.
Ma sentí addirittura artigliarsi le dita nel vedere che colui lo accoglieva senza il minimo riguardo.
Signori miei, quell'intruso lí! Quell'intruso, che - dimostrandosi fino a tal segno villano e indegno d'abitare in un luogo addobbato con tanto decoro e tanto sfarzo - osava pure scimmiottare l'immagine d'un re.
Il commendator Zegretti stava seduto innanzi a un'elegantissima scrivania, piena zeppa di carte, che s'era fatta trasportare lí nel salone, e scriveva.
Senza neppure alzar gli occhi, disse seccamente:
- S'accomodi.
Ma s'era già accomodato da sé, senz'invito, il Cappadona, sulla poltrona di faccia.
Il Regio Commissario, tenendo ancora gli occhi bassi, prese a esporre all'ex-sindaco la ragione per cui lo aveva invitato a venire.
A un certo punto il Cappadona, che lo guardava fieramente, scattò in piedi, serrando le pugna.
- Scusi, - disse, - non si potrebbero almeno accostare un tantino queste finestre?
Due, tre fischi partirono in quel momento dalla folla raccolta nella piazza sottostante.
Il commendator Zegretti alzò il capo, stirandosi un baffo con aria grave, e disse:
- Ma io non ho paura, sa.
- E chi ha paura? - fece il Cappadona.
- Dico per queste povere tende...
per questo tappeto, capirà...
Il commendator Zegretti guardò le tende, guardò il tappeto, si buttò indietro su la spalliera del seggiolone, e, accarezzandosi ora l'interminabile pizzo:
- Mah! - sospirò.
- Mi piace, sa, mi piace lavorare alla luce del sole!
- Eh, - squittí il Cappadona, - se non si rovinasse la tappezzeria...
Capisco che a lei non importa nulla; ma, se permette, le faccio osservare che importa a me, perché è roba mia.
- Del Municipio, se mai...
- No! Mia, mia, mia.
Fatta a mie spese! Mia la sedia, su cui lei siede; mia la scrivania, su cui lei scrive.
Tutto quello che lei vede qua, mio, mio, mio, fatto col denaro mio, lo sappia! E se si vuole prendere il disturbo d'affacciarsi un pochino alla finestra, le faccio vedere là l'edificio delle scuole, che ho fatto levare io di pianta e costruire a mie spese e arredare di tutto punto: io! E ci sono anche le scuole tecniche che il signor Mazzarini, deputato del collegio, non è stato buono a ottenere dal Governo, com'era d'obbligo, e che mantengo io, a mie spese: io! Se si vuole alzare un pochino e affacciare alla finestra, le faccio vedere, piú là, un altro edificio, l'ospedale, costruito, arredato e mantenuto anche da me, a mie spese...
E questa, ora, è la ricompensa, caro signore! Mi si manda qua lei, non so perché: aspetto che lei me lo dica...
mi spieghi bene che cosa sia venuto a far qua, lei...
Ma già lo vedo...
già lo vedo...
E il cavalier Decenzio Cappadona, aprendo le braccia, si mise a guardare il tappeto rovinato.
Con fredda calma ostentata, il commendator Zegretti, marcando le ciglia a mezzaluna:
- Ma io, - disse, - io invece, sa? sono qua per vedere che cosa ha fatto lei, piuttosto.
- Gliel'ho detto, che cosa ho fatto io! E ci sono le prove lí: c'è tutto il paese che può rispondere per me! Chi è lei? che cosa vuole da me?
- Io rappresento qua il Governo! - rispose infoscandosi il commendator Zegretti, e poggiò ambo le mani su la scrivania.
Il Cappadona si scrollò tutto, tre volte:
- Ma nossignore! ma che Governo! ma non ci creda! glielo dico io che cosa rappresenta lei qua.
- Oh insomma! - gridò il Regio Commissario, levandosi in piedi anche lui.
- Io non posso assolutamente tollerare che lei si dia codeste arie davanti a me!
E i due Vittorii Emanueli si guardarono finalmente negli occhi, pallidi e vibranti d'ira.
- Io, le arie? - fece con un sogghigno il Cappadona.
- se le dà lei, mi pare, le arie.
Non si è degnato nemmeno d'alzarsi, quando io sono entrato, come se fosse entrato il signor nessuno qua, dove pure tutto mi appartiene.
- Ma io non le so, non le voglio, né le debbo sapere io, codeste cose! - rispose, sempre piú eccitandosi, il commendator Zegretti.
- Questa è la sede del Municipio.
- Benissimo! Del Municipio! Non stalla, dunque!
- Lei m'offende!
- Come le pare...
- Ah sí? E allora io la invito a uscir fuori! Là!
E il commendator Zegretti additò fieramente la porta.
Si videro, ora, l'uno addosso all'altro, i due re: i baffi tremavano, tremavano i pappafichi, e i nasi all'erta fremevano.
- A me osa dir questo? - tonò il Vittorio Emanuele paesano.
La sua voce s'intese nella piazza sottostante e un uragano di fischi e di grida scomposte si levò minaccioso.
- Proprio a lei! sissignore! Perché io non ho paura! - inveí, pallidissimo, il commendator Zegretti.
- E se trovo qua, fra queste carte, qualche irregolarità...
- Mi manda in galera? - compí la frase il Cappadona, sghignazzando.
- Ma si provi, si provi; vedrà che cosa succede...
Lei qua non rappresenta che quattro mascalzoni messi sú da quel farabutto del Mazzarini, deputato socialista, nemico della patria e del re, ha capito? Del re, del re; glielo grido sul muso a lei mascherato a codesto modo!
Trasecolò, nel suo furore, il commendator Zegretti.
- Io, mascherato? - disse.
- Come...
E lei? Ci vuole un bel coraggio, perdio! Ma si levi! Ma vada via! Io, mascherato? Ma dove, ma quando lo vide mai lei, Vittorio Emanuele, che ha fatto calunniare lí, in quel ritratto? Non era mica cosí nero, sa? come lei se l'immagina, Vittorio Emanuele II!
- Ah, no? com'era? rosso? nero? repubblicano? socialista come voi? protettore di farabutti? Ma radetevi! radetevi! ci farete miglior figura! Non profanate cosí l'immagine del Re! E basta, non vi dico altro.
Ce la vedremo, caro signore, alle prossime elezioni!
E il cavalier Decenzio Cappadona, col volto in fiamme, uscí tutto sbuffante di fierissimo sdegno.
In piazza fu accolto da un fragoroso scoppio d'applausi.
Agli amici piú intimi, che lo attendevano ansiosi, non poté rispondere fuorché queste parole:
- Faccio nascere un macello, parola d'onore!
E la guerra cominciò, ferocissima, tra i due re.
Com'era però da prevedersi, la sconfitta fu per il commendator Zegretti, avendo il Cappadona tutto il paese dalla sua.
Appena si mostrava per via, due, tre lo chiamavano forte:
- Cavaliere! Signor sindaco!
Tirava via di lungo; e un quarto, ecco, lo raggiungeva di corsa, gli batteva amichevolmente una mano su la spalla.
- Caro Decenzio!
Si voltava di scatto, con gli occhi che gli schizzavano fiamme; e subito:
- Ah, scusi, signor Commendatore! Credevo che fosse il cavalier Cappadona...
Capirà! Perdoni...
Rientrava al Municipio? Lungo l'androne c'erano parecchie porte murate; rimanevano però, di qua e di là, gli sguanci nella grossezza del muro, come tante nicchie: bene: da ciascuna saltava fuori un monello, al passaggio del Commendatore.
Un saluto militare; uno strillo: - Maestà! - e via a gambe levate.
Il commendator Zegretti licenziò allora il guardaportone ch'era un povero vecchietto allogato lí per carità e che non ne aveva nessuna colpa.
Egli, infatti, lasciava in custodia alla moglie l'entrata e andava in giro tutto il giorno, domandando ad alta voce, da lontano, se per caso ci fosse qualcuno che volesse farsi la barba.
Buttato in mezzo alla strada, se n'andò a piangere dal cavalier Cappadona.
Sua Maestà gli promise che, rifatte le elezioni, lo avrebbe riassunto in servizio, e intanto gli diede da vivere per sé e per la sua famiglia.
Contento, il vecchietto mostrò le forbici al cavalier Cappadona:
- Non dubiti, signor Cavaliere, che se m'avviene di ripigliarlo a comodo, lo acciuffo e lo toso di prepotenza.
Baffi e pappafico, signor Cavaliere!
Questa minaccia arrivò agli orecchi del commendator Zegretti, il quale d'allora in poi prese a uscire seguito da due guardie.
E allora, da lontano, fischi, urli e altri rumori sguajati, che arrivavano al cielo.
Fu peggio, quando il segretario Marcocci, divenuto d'un estremo squallore e molto piú miope dal giorno dell'arrivo, una sera, cercando in uno sgabuzzino alcune carte, si bruciò per disgrazia con la candela che teneva in mano uno di quei suoi baffi biondicci alla cinese, e fu perciò costretto a radersi anche l'altro.
Tutto il paese, il giorno dopo, vedendolo cosí raso lo riaccompagnò quasi in trionfo al Municipio, come se quel pover'uomo si fosse raso per dare una soddisfazione al Comune di Costanova e il buon esempio al suo principale.
Il commendator Zegretti non si lasciò piú vedere per il paese.
Il giorno per le elezioni era ormai vicino.
Per prudenza, prevedendo l'esplosione del giubilo popolare per la vittoria incontrastabile del Cappadona, domandò al Prefetto del capoluogo un rinforzo di soldati.
Ma la popolazione di Costanova, ben pagata ed eccitata dal vino delle cantine di Sua Maestà, non si lasciò intimidire da quel rinforzo; e il giorno segnato insorse in una frenetica dimostrazione.
Le guardie che presidiavano il Municipio caricarono violentemente la folla; ma le spinte, gli urtoni, che scaraventavano di qua e di là i dimostranti e li lasciavano un pezzo, compressi da tutte le parti, a boccheggiar come pesci, non giovarono a nulla: riprendevano fiato quei demonii scatenati e urlavano piú forte di prima.
- Abbasso Zegrettííí! Abbasso il pappaficòòò! Si rada! si radààà! Viva Cappadonààà! Ràditi, Zegrettííí!
Un pandemonio.
Ma radersi, no.
Ah, radersi, no! Piuttosto il commendator Zegretti, non per paura, ma per non darla vinta a colui che indegnamente si credeva il ritratto di Vittorio Emanuele II, e per non far fuggire sconfitta nella sua persona la vera immagine del gran Re, s'era lasciati crescere da parecchi giorni i peli su le guance.
La sera stessa di quel giorno memorabile, egli, profondamente accorato, se ne andò con una barbaccia da padre cappuccino, mentre l'altro s'insediava di nuovo trionfante nel Municipio di Costanova piú Vittorio Emanuele che mai.
I TRE PENSIERI DELLA SBIOBBINA
Bene, fino a nove anni: nata bene, cresciuta bene.
A nove anni, come se il destino avesse teso dall'ombra una manaccia invisibile e gliel'avesse imposta sul capo: - Fin qua! -, Clementina, tutt'a un tratto, aveva fatto il groppo.
Là, a poco piú d'un metro da terra.
I medici, eh! subito, con la loro scienza, avevano compreso che non sarebbe cresciuta piú.
Linfatismo, cachessía, rachitide...
Bravi! Farlo intendere alle gambe, adesso, al busto di Clementina, che non si doveva piú crescere! Busto e gambe, dacché, nascendo, ci s'erano messi, avevano voluto crescere per forza, senza sentir ragione.
Non potendo per lungo, sotto l'orribile violenza di quella manaccia che schiacciava, s'erano ostinati a crescere di traverso: sbieche, le gambe; il busto, aggobbito, davanti e dietro.
Pur di crescere...
Che non crescono forse cosí, del resto, anche certi alberelli, tutti a nodi e a sproni e a giunture storpie? Cosí.
Con questa differenza però: che l'alberello, intanto, non ha occhi per vedersi, cuore per sentire, mente per pensare; e una povera sbiobbina, sí; che l'alberello storpio non è, che si sappia, deriso da quelli dritti, malvisto per paura del malocchio, sfuggito dagli uccellini; e una povera sbiobbina, sí, dagli uomini, e sfuggita anche dai fanciulli; e che l'alberello infine non deve fare all'amore, perché fiorisce a maggio da sé, naturalmente, cosí tutto storpio com'è, e darà in autunno i suoi frutti; mentre una povera sbiobbina...
Là, via, era una cosa riuscita male, e che non si poteva rimediare in alcun modo.
Chi scrive una lettera, se non gli vien bene, la strappa e la rifà da capo.
Ma una vita? Non si può mica rifar da capo, a strapparla una volta, la vita.
E poi, Dio non vuole.
Quasi quasi verrebbe voglia di non crederci, in Dio, vedendo certe cose.
Ma Clementina ci credeva.
E ci credeva appunto perché si vedeva cosí.
Quale altra spiegazione migliore di questa, di tutto quel gran male che, innocente, senz'alcuna sua colpa, le toccava soffrire per tutta, tutta la vita, che è una sola, e che lei doveva passar tutta, tutta cosí, come fosse una burla, uno scherzo, compatibile sí e no per un minuto solo e poi basta? Poi dritta, sú, svelta, agile, alta, e via tutta quella oppressione.
Ma che! Sempre cosí.
Dio, eh? Dio - era chiaro - aveva voluto cosí, per un suo fine segreto.
Bisognava far finta di crederci, per carità; ché altrimenti Clementina si sarebbe disperata.
Spiegandoselo cosí, invece, lei poteva anche considerare come un bene tutto il suo gran male: un bene sommo e glorioso.
Di là, s'intende.
In cielo.
Che bella angeletta sarà poi in cielo, Clementina!
Ed ecco, ella sorride talvolta, camminando, alla gente che la guarda per istrada.
Pare voglia dire: "Non mi deridete, via! perché, vedete? ne sorrido io per la prima.
Sono fatta cosí; non mi son fatta da me; Dio l'ha voluto; e dunque non ve n'affliggete neppure, come non me n'affliggo io, perché, se l'ha voluto Dio, lo so sicuro che una ricompensa, poi, me la darà!"
Del resto, le gambe, tanto tanto non pajono, sotto la veste.
Dio solo sa quanto peni Clementina a farle andare, quelle gambe.
E tuttavia sorride.
La pena è anche accresciuta dallo studio ch'ella pone a non barellare tanto, per non dar troppo nell'occhio alla gente.
Passare inosservata non potrebbe.
Sbiobbina è.
Ma via, andando cosí, con una certa lestezza, e poi modesta, e poi sorridendo...
Qualcuno però, a quando a quando, si dimostra crudele: la osserva, magari col volto atteggiato di compassione, e le torna poco dopo davanti dall'altro lato, quasi volesse a tutti i costi rendersi conto di com'ella faccia con quelle gambe ad andare.
Clementina, vedendo che col suo solito sorriso non riesce a disarmare quella curiosità spietata, arrossisce dalla stizza, abbassa il capo; talvolta, perdendo il dominio di sé, per poco non inciampa, non rotola giú per terra; e allora, arrabbiata, quasi quasi si tirerebbe su la veste e griderebbe a quel crudele:
- Eccoti qua: vedi? E ora lasciami fare la sbiobbina in pace.
In questo quartiere non è ancora conosciuta.
Clementina ha cambiato casa da poche settimane.
Dove stava prima, era conosciuta da tutti; e nessuno piú la molestava.
Sarà cosí, tra breve, anche qua.
Ci vuol pazienza! Lei è molto contenta della nuova casa, che sorge in una piazzetta quieta e pulita.
Lavora da mane a sera, con gentilezza e maestria, di scatolette e sacchettini per nozze e per nascite.
La sorella (ha una sorella, Clementina, che si chiama Lauretta, minore di cinque anni: ma...
diritta lei, eh altro! e svelta e tanto bella, bionda, florida) lavora da modista in una bottega: va ogni mattina, alle otto; rincasa la sera, alle sette.
Fra loro, le due sorelle si son fatte da mamma a vicenda; Clementina, prima, a Lauretta; ora Lauretta, invece, a Clementina, quantunque minore d'età.
Ma se questa, per la disgrazia, è rimasta come una ragazzina di dieci anni!...
Lauretta ha acquistato invece tanta esperienza della vita! Se non ci fosse lei...
Spesso Clementina sta ad ascoltarla a bocca aperta.
Gesú, Gesú...
che cose!
E capisce, ora, che con que' due poveri piedi sbiechi non potrà mai entrare nel mondo misterioso che Lauretta le lascia intravedere.
Non ne prova invidia, però: sí un timor vago e come un intenerimento angoscioso, di pietà per sé.
Lauretta, un giorno o l'altro, si lancerà in quel mondo fatto per lei; e come resterà, allora, la povera Clementina? Ma Lauretta l'ha rassicurata, le ha giurato che non l'abbandonerà mai, anche se le avverrà di prender marito.
E Clementina ora pensa a questo futuro marito di Lauretta.
Chi sarà? Come si conosceranno? Per via, forse.
Egli la guarderà, la seguirà; poi, qualche sera la fermerà.
E che si diranno? Ah come dev'esser buffo, fare all'amore.
Con gli occhi invagati, seduta innanzi al tavolino presso la finestra, Clementina, cosí fantasticando, non sa risolversi a metter mano al lavoro apparecchiato sul piano del tavolino.
Guarda fuori...
Che guarda?
C'è un giovine, un bel giovine biondo, coi capelli lunghi e la barbetta alla nazarena, seduto a una finestra della casa dirimpetto, coi gomiti appoggiati sul davanzale e la testa tra le mani.
Possibile? Gli occhi di quel giovine sono fissi su lei, con una intensità strana.
Pallido...
Dio, com'è pallido! dev'esser malato.
Clementina lo vede adesso per la prima volta, a quella finestra.
Ed ecco, egli séguita a guardare...
Clementina si turba; poi sospira e si rinfranca.
Il primo pensiero che le viene in mente è questo:
- Non guarda me!
Se Lauretta fosse in casa, lei penserebbe che quel giovine...
Ma Lauretta non è mai in casa, di giorno.
Forse alla finestra del quartierino accanto sarà affacciata qualche bella ragazza, con cui quel giovine fa all'amore.
Ma si direbbe proprio che egli guarda qua, ch'egli guarda lei.
Con quegli occhi? Via, impossibile! Oh, che! Ha fatto un cenno, quel giovine, con la mano: come un saluto! A lei? No, no! Ci sarà senza dubbio qualcuna affacciata.
E Clementina si fa alla finestra, monta su lo sgabelletto che sta lí apposta per lei, e - senza parere - guarda alla finestra accanto e poi all'altra appresso...
guarda giú, alla finestra del piano di sotto, poi a quella del piano di sopra...
Non c'è nessuno!
Timidamente, volge di sfuggita uno sguardo al giovine, ed ecco...
un altro cenno di saluto, a lei, proprio a lei...
ah, questa volta non c'è piú dubbio!
Clementina scappa dalla finestra, scappa dalla stanza, col cuore in tumulto.
Che sciocca! Ma è uno sbaglio certamente...
Quel giovine là dev'esser miope.
Chi sa per chi l'avrà scambiata...
Forse per Lauretta? Ma sí! Forse avrà seguíto Lauretta per via; avrà saputo che lei abita qua, dirimpetto a lui...
Ma, altro che miope, allora! Dev'esser cieco addirittura...
Eppure, non porta occhiali.
Sí, Clementina non è brutta, di faccia: somiglia veramente un po' alla sorella; ma il corpo! Forse, chi sa! vedendola seduta, lí davanti al tavolino, col cuscino sotto, egli avrà potuto avere, cosí da lontano, l'illusione di veder Lauretta al lavoro.
Quella sera stessa ne domanda alla sorella.
Ma questa casca dalle nuvole.
- Che giovine?
- Sta lí, dirimpetto.
Non te ne sei accorta?
- Io, no.
Chi è?
Clementina glielo descrive minutamente; e Lauretta allora le dichiara di non saperne nulla, di non averlo mai incontrato, mai veduto, né da vicino né da lontano.
Il giorno appresso, da capo.
Egli è là, nello stesso atteggiamento, coi gomiti sul davanzale e il bel capo biondo tra le mani; e la guarda, la guarda come il giorno avanti, con quella strana intensità nello sguardo.
Clementina non può sospettare che quel giovine, il quale appare tanto, tanto triste, si voglia pigliare il gusto di beffarsi di lei.
A che scopo? Ella è una povera disgraziata, che non potrebbe mai e poi mai prender sul serio la beffa crudele, abboccare all'amo, lasciarsi lusingare...
E dunque? Oh, ecco: gli ripete il cenno di jeri, la saluta con la mano, china il capo piú volte, come per dire: - "A te, sí, a te" - e si nasconde il volto con le mani, dolorosamente.
Clementina non può piú rimanere lí, presso la finestra; scende dalla sedia, tutta in sussulto, e come una bestiolina insidiata va a spiare dalla finestra della camera accanto, dietro le tendine abbassate.
Egli si è tratto dal davanzale; non guarda piú fuori; sta ora in un atteggiamento sospeso e accorato; ed ecco, si volta di tratto in tratto a guardare verso la finestra di lei, per vedere se ella vi sia ritornata.
La aspetta!
Che deve supporre Clementina? Le viene in mente quest'altro pensiero:
- Non vedrà bene come sono fatta.
E, per essere lasciata in pace, povera sbiobbina, immagina d'un tratto questo espediente: accosta il tavolino alla finestra, prende uno strofinaccio e poi, con l'ajuto d'una seggiola, monta a gran fatica sul tavolino, là, in piedi, come per pulire con quello strofinaccio i vetri della finestra.
Cosí egli la vedrà bene!
Ma per poco Clementina non precipita giú in istrada, nell'accorgersi che quel giovine, vedendola lí, s'è levato in piedi e gesticola furiosamente, spaventato, e le accenna di smontare, giú di lí, giú di lí, per carità: incrocia le mani sul petto, si prende il capo tra le mani e grida, ora, grida!
Clementina scende dal tavolino quanto piú presto può, sgomenta, anzi atterrita; lo guarda, tutta tremante, con gli occhi sbarrati; egli le tende le braccia, le invia baci; e allora:
"È matto...
- pensa Clementina, stringendosi, storcendosi le mani.
- Oh Dio, è matto! è matto! ".
Difatti, la sera, Lauretta glielo conferma.
Messa in curiosità dalle domande di Clementina, ella ha domandato notizie di quel giovine, e le hanno detto ch'egli è impazzito da circa un anno per la morte della fidanzata che abitava lí, dove abitano loro, Lauretta e Clementina.
A quella fidanzata, prima che morisse, avevan dovuto amputare una gamba e poi l'altra, per un sarcoma che s'era rinnovato.
Ah, ecco perché! Clementina, ascoltando questo racconto della sorella, sente riempirsi gli occhi di lagrime.
Per quel giovine o per sé? Sorride poi pallidamente e dice con tremula voce a Lauretta:
- Me l'ero figurato, sai? Guardava me...
SOPRA E SOTTO
Eran venuti sú per la buja, erta scaletta di legno; sú, in silenzio, quasi di furto, piano piano.
Il professor Carmelo Sabato - tozzo pingue calvo - con in braccio, come un bamboccetto in fasce, un grosso fiasco di vino.
Il professor Lamella, antico alunno del Sabato, con due bottiglie di birra, una per mano.
E da piú d'un'ora, su l'alta terrazza sui tetti, irta di comignoli, di fumajoli di stufe, di tubi d'acqua, sotto lo sfavillío fitto, continuo delle stelle che pungevano il cielo senz'allargar le tenebre della notte profonda, conversavano.
E bevevano.
Vino, il professor Sabato: vino, fino a schiattarne: voleva morire.
Il professor Lamella, birra: non voleva morire.
Dalle case, dalle vie della città non saliva piú, da un pezzo, nessun rumore.
Solo, di tratto in tratto, qualche remoto rotolío di vettura.
La notte era afosa, e il professor Carmelo Sabato s'era dapprima snodata la cravatta e sbottonato il colletto davanti, poi anche sbottonato il panciotto e aperta la camicia sul petto velloso: alla fine, nonostante l'ammonimento di Lamella: "Professore, voi vi raffreddate", s'era tolta la giacca, e con molti sospiri, ripiegatala, se l'era messa sotto, per star piú comodo su la panchetta bassa, di legno, a sedere con le gambe distese e aperte, una qua, una là, sotto il tavolinetto rustico, imporrito dalla pioggia e dal sole.
Teneva ciondoloni il testone calvo e raso, socchiusi gli occhi bovini torbidi, venati di sangue, sotto le foltissime sopracciglia spioventi, e parlava con voce languida, velata, stiracchiata, come se si lamentasse in sogno:
- Enrichetto, Enrichetto mio, - diceva, - mi fai male...
t'assicuro che mi fai male...
tanto male...
Il Lamella, biondino, magro, itterico, nervosissimo, stava sdrajato su una specie d'amaca sospesa di qua a un anello nel muro del terrazzo, di là a due bacchette di ferro sui pilastrini del parapetto.
Allungando un braccio, poteva prendere da terra la bottiglia: prendeva quasi sempre la vuota, e si stizziva; tanto che, alla fine, con una manata la mandò a rotolare sul pavimento in pendío, con grande angoscia, anzi terrore del vecchio professor Sabato, che si buttò subito a terra, gattoni, e le corse dietro per pararla, fermarla, gemendo, arrangolando:
- Per carità...
per carità...
sei matto? giú parrà un tuono.
Parlando, il Lamella si storceva tutto, non poteva star fermo un momento, si raggricchiava, si stirava, dava calci e pugni all'aria.
- Vi farò male; ne sono persuaso, caro professore; ma apposta lo faccio: voi dovete guarire! vi voglio rialzare! E vi ripeto che le vostre idee sono antiquate, antiquate, antiquate...
Rifletteteci bene, e mi darete ragione!
- Enrichetto, Enrichetto mio, non sono idee, - implorava quello, con voce stiracchiata, lamentosa.
- Forse prima erano idee.
Ora sono il sentimento mio, quasi un bisogno, figliuolo: come questo vino: un bisogno.
- E io vi dimostro che è stupido! - incalzava l'altro.
- E vi levo il vino e vi faccio cangiar di sentimento...
- Mi fai male...
- Vi faccio bene! State a sentire.
Voi dite: Guardo le stelle, è vero? no, voi dite rimiro...
è piú bello, sí, rimiro le stelle, e subito sento la nostra infinita, inferma piccolezza inabissarsi! Ma sentite come parlate ancora bene voi, professore? E ricordo che sempre avete parlato cosí bene voi, anche quando ci facevate lezione.
Inabissarsi è detto benissimo! - Che cosa diventa la terra, voi domandate, l'uomo, tutte le nostre glorie, tutte le nostre grandezze? È vero? dite cosí?
Il professor Sabato fece di sí piú volte col testone raso.
Aveva una mano abbandonata, come morta, su la panchetta, e con l'altra, sotto la camicia, s'acciuffava sul petto i peli da orso.
Il Lamella riprese con furia:
- E vi sembra serio, questo, egregio professore? Ma scusate! Se l'uomo può intendere e concepire cosí la infinita sua piccolezza, che vuol dire? Vuol dire ch'egli intende e concepisce l'infinita grandezza dell'universo! E come si può dir piccolo, dunque, l'uomo?
- Piccolo...
piccolo - diceva, come da una lontananza infinita, il professor Sabato.
E il Lamella, sempre piú infuriato:
- Voi scherzate! Piccolo? Ma dentro di me dev'esserci per forza, capite? qualcosa di quest'infinito, se no io non lo intenderei, come non lo intende...
che so? questa mia scarpa, putacaso, o il mio cappello.
Qualcosa che, se io affiso...
cosí...
gli occhi alle stelle, ecco, s'apre, egregio professore, s'apre e diventa, come niente, piaga di spazio, in cui roteano mondi, dico mondi, di cui sento e comprendo la formidabile grandezza.
Ma questa grandezza di chi è? È mia, caro professore! Perché è sentimento mio! E come potete dunque dire che l'uomo è piccolo, se ha in sé tanta grandezza?
Un improvviso, curioso strido - zrí - ferí il silenzio succeduto vastissimo all'ultima domanda del Lamella.
Questi si voltò di scatto:
- Come? che dite?
Ma vide il professor Sabato immobile, come morto, con la fronte appoggiata allo spigolo del tavolinetto.
Era stato forse lo strido d'un pipistrello.
In quella positura, piú volte, il professore Carmelo Sabato, ascoltando le parole del Lamella, aveva gemuto:
- Tu mi rovini...
tu mi rovini...
Ma a un tratto, balenandogli un'idea, levò il capo irosamente e gridò all'antico alunno:
- Ah, tu cosí ragioni? Questo, prima di tutto, l'ha detto Pascal.
Ma va' avanti! va' avanti, perdio! Dimmi ora che significa.
Significa che la grandezza dell'uomo, se mai, è solo a patto di sentire la sua infinita piccolezza! significa che l'uomo è solo grande quando al cospetto dell'infinito si sente e si vede piccolissimo; e che non è mai cosí piccolo, come quando si sente grande! Questo significa! E che conforto, che consolazione ti può venir da questo? che l'uomo è dannato qua a questa atroce disperazione: di vedere grandi le cose piccole - tutte le cose nostre, qua, della terra - e piccole le grandi là, le stelle?
Diede di piglio al fiasco, furiosamente, e ingollò due bicchieri di vino, uno sopra l'altro, come se li fosse meritati e ne avesse acquistato un incontrastabile diritto, dopo quanto aveva detto.
- E che c'entra? e che c'entra? - gridava intanto il Lamella, tirate le gambe fuori dell'amaca, e agitandole insieme con le braccia, come se volesse lanciarsi sul professore.
- Conforto? consolazione? Voi cercate questo, lo so! Voi avete bisogno di vedervi, di sapervi piccolo...
- Piccolo, sí...
piccolo, piccolo...
- Piccolo, tra cose piccole e meschine...
- Sí...
cosí...
- Su un corpuscolo infinitesimale dello spazio, è vero?
- Sí, sí...
infinitesimale...
- Ma perché? Per seguitare ad abbrutirvi, a incarognirvi!
Il professor Sabato non rispose: aveva in bocca di nuovo il bicchiere, che già gli ballava in mano: accennò di sí col testone, seguitando a bere.
- Vergognatevi! Vergognatevi! - inveí il Lamella.
- Se la vita ha in sé, se l'uomo ha in sé quella sventura che voi dite, sta a noi di sopportarla nobilmente! Le stelle sono grandi, io sono piccolo, e dunque m'ubriaco, è vero? Questa è la vostra logica! Ma le stelle sono piccole, piccole, se voi non le concepite grandi: la grandezza dunque è in voi! E se voi siete cosí grande da concepir grandi le cose che pajono piccole, perché poi volete vedere piccole e meschine quelle che a tutti pajono grandi e gloriose? Pajono e sono, professore! Perché non è piccolo, come voi credete, l'uomo che le ha fatte, l'uomo che ha qua, qua in petto, in sé la grandezza delle stelle, quest'infinito, quest'eternità dei cieli, l'anima dell'universo immortale.
Che fate? ah, voi piangete? ho capito! Siete già ubriaco, professore!
Il Lamella saltò dall'amaca e si chinò sul professor Sabato che, appoggiato al muro, si scoteva tutto, sussultando, quasi ruttando i singhiozzi, che a uno a uno gli rompevano dal fondo delle viscere, fetidi di vino.
- Sú, sú, smettetela, perdio! - gli gridò.
- Mi fate rabbia, perché mi fate pietà! Un uomo del vostro ingegno, dei vostri studii, ridursi cosí! vergogna! Voi avete un'anima, un'anima, un'anima.
Me la ricordo io, la vostra anima nobile, accesa di bene; me la ricordo io!
- Per carità...
per carità...
- gemeva, implorava il professor Carmelo Sabato, tra le lagrime, sussultando.
- Enrichetto...
Enrichetto mio...
no, per carità...
non mi dire che ho un'anima immortale...
Fuori! fuori! Ecco, sí, ecco quello che io dico: fuori; sarà fuori l'anima immortale...
e tu la respiri, tu sí, perché non ti sei ancora guastato...
la respiri come l'aria, e te la senti dentro...
certi giorni piú, certi giorni meno...
Ecco quello che io dico! Fuori...
fuori...
per carità, lasciala fuori, l'anima immortale...
Io, no...
io, no...
mi sono guastato apposta per non respirarla piú...
m'empio di vino apposta, perché non la voglio piú, non la voglio piú dentro di me...
la lascio a voi...
sentitevela dentro voi...
io non ne posso piú...
non ne posso piú...
A questo punto, una voce dolce chiamò dal fondo della terrazza:
- Signore...
Il Lamella si volse.
Là, nel vano nero dell'usciolo, biancheggiavano le ampie ali della cornetta d'una suora di carità.
Il giovane professore accorse, confabulò piano con la suora, poi tutt'e due vennero premurosamente verso l'ubriaco e lo tirarono per le braccia su in piedi.
Il professor Carmelo Sabato, scamiciato, col testone ciondolante, il viso bagnato di lagrime, sbirciò l'uno e l'altra, sorpreso, intontito da tanta premura silenziosa; non disse nulla; si lasciò condurre, cempennante.
La discesa per la buja, angusta, ripida scaletta di legno fu difficile: il Lamella, avanti, con quasi tutto il peso addosso di quel corpaccio cascante; la suora, dietro, curva a trattener con ambedue le braccia, quanto piú poteva, quel peso.
Alla fine, sorreggendolo per le ascelle, lo introdussero a traverso due stanzette buje nella camera in fondo, illuminata da due candele or ora accese sui due comodini ai lati del letto matrimoniale.
Rigido, impalato sul letto, con le braccia in croce, stava il cadavere della moglie, dal viso duro, arcigno, illividito dal riverbero delle candele sul soffitto basso, opprimente della camera.
Un'altra suora pregava inginocchiata e a mani giunte a piè del letto.
Il professor Carmelo Sabato, ancora sorretto per le ascelle, ansimante, guardò un pezzo la morta, quasi atterrito, in silenzio.
Poi si volse al Lamella, come a fargli una domanda:
- Ah?
La suora, senza sdegno, con umiltà dolente e paziente gli fe' cenno di mettersi in ginocchio, ecco, cosí come faceva lei.
- L'anima, eh? - disse alla fine il Sabato, con un sussulto.
- L'anima immortale, eh?
- Signore! - supplicò l'altra suora piú anziana.
- Ah? sí...
sí...
subito...
- si rimise, come spaurito, il professor Carmelo Sabato, calandosi faticosamente sui ginocchi.
Cadde, carponi, con la faccia a terra, e stette cosí un pezzo, picchiandosi il petto col pugno.
Ma a un tratto dalla bocca, lí contro terra, gli venne fuori con suono stridulo e imbrogliato il ritornello d'una canzonettaccia francese: "Mets-la en trou, mets-la en trou..." seguíto da un ghigno: ih ih ih ih...
Le due suore si voltarono, inorridite; il Lamella si chinò subito a strapparlo da terra e trascinarlo via nella stanza accanto; lo pose a sedere su una seggiola e lo scrollò forte, forte, a lungo, intimandogli:
- Zitto! zitto!
-
...
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