LA RALLEGRATA, di Luigi Pirandello - pagina 7
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eh, poco piú potrà tirare.
Tutti di famiglia! Già due fratelli e una sorella...
Studente.
Si chiama Fazio.
Luca Fazio.
Colpa della madraccia, sa? Per soldi, sposò un tisico, sapendo ch'era tisico.
Ora lei sta cosí, grossa e grassa, in campagna, come una badessa, mentre i poveri figliuoli, a uno a uno...
Peccato! Sa che testa ha quello lí? e quanto ha studiato! Dotto; lo dicono tutti.
Viene da Roma, dagli studii.
Peccato!
Serataccia, umida, di novembre.
La nebbia s'affettava.
Bagnato tutto il lastricato della piazza; e attorno a ogni fanale sbadigliava un alone.
Appena fuori della porta del caffè, tutti si tirarono su il bavero del pastrano, e ciascuno, salutando, s'avviò per la sua strada.
Leopoldo Paroni, nell'atteggiamento che gli era abituale, di sdegnosa, accigliata fierezza, sollevò di traverso il capo, e cosí col pizzo all'aria attraversò la piazza, facendo il mulinello col bastone.
Imboccò la via di contro al caffè; poi voltò a destra, al primo vicolo, in fondo al quale era la sua casa.
Due fanaletti piagnucolosi, affogati nella nebbia, stenebravano a mala pena quel lercio budello: uno a principio, uno in fine.
Quando Paroni fu a metà del vicolo, nella tenebra, e già cominciava a sospirare al barlume che arrivava fioco dall'altro fanaletto ancor remoto, credette di discernere laggiú in fondo, proprio innanzi alla sua casa, qualcuno appostato.
Si sentí rimescolar tutto il sangue e si fermò.
Chi poteva essere, lí, a quell'ora? C'era uno, senza dubbio, ed evidentemente appostato; lí proprio innanzi alla porta di casa sua.
Dunque, per lui.
Non per rubare, certo: tutti sapevano ch'egli era povero come Cincinnato.
Per odio politico, allora...
Qualcuno mandato da Mazzarini, o dal regio commissario? Possibile? Fino a tanto?
E il fiero repubblicano si voltò a guardare indietro, perplesso, se non gli convenisse ritornare al caffè o correre a raggiungere gli amici, da cui si era separato or ora; non per altro, per averli testimonii della viltà, dell'infamia dell'avversario.
Ma s'accorse che l'appostato, avendo udito certamente, nel silenzio, il rumore dei passi fin dal suo entrare nel vicolo, gli si faceva incontro, là dove l'ombra era piú fitta.
Eccolo: ora si scorgeva bene: era imbacuccato.
Paroni riuscí a stento a vincere il tremore e la tentazione di darsela a gambe; tossí, gridò forte:
- Chi è là?
- Paroni, - chiamò una voce cavernosa.
Un'improvvisa gioja invase e sollevò Paroni, nel riconoscere quella voce:
- Ah, Luca Fazio...
tu? Lo volevo dire! Ma come? Tu qua, amico mio? Sei tornato da Roma?
- Oggi, - rispose, cupo, Luca Fazio.
- M'aspettavi, caro?
- Sí.
Ero al caffè.
Non m'hai visto?
- No, affatto.
Ah, eri al caffè? Come stai, come stai, amico mio?
- Male; non mi toccare.
- Hai qualche cosa da dirmi?
- Sí; grave.
Grave? Eccomi qua!
Qua, no: sú a casa tua.
- Ma...
c'è cosa? Che c'è, Luca? Tutto quello che posso, amico mio...
- T'ho detto, non mi toccare: sto male.
Erano arrivati alla casa.
Paroni trasse di tasca la chiave; aprí la porta; accese un fiammifero, e prese a salir la breve scaletta erta, seguito da Luca Fazio.
- Attento...
attento agli scalini...
Attraversarono una saletta; entrarono nello scrittojo, appestato da un acre fumo stagnante di pipa.
Paroni accese un sudicio lumetto bianco a petrolio, su la scrivania ingombra di carte, e si volse premuroso al Fazio.
Ma lo trovò con gli occhi schizzanti dalle orbite; il fazzoletto, premuto forte con ambo le mani, su la bocca.
La tosse lo aveva riassalito, terribile, a quel puzzo di tabacco.
- Oh Dio...
stai proprio male, Luca...
Questi dovette aspettare un pezzo per rispondere.
Chinò piú volte il capo.
S'era fatto cadaverico.
- Non chiamarmi amico, e scòstati - prese infine a dire.
- Sono agli estremi...
No, resto...
resto in piedi...
Tu scòstati.
- Ma...
ma io non ho paura...
- protestò Paroni.
- Non hai paura? Aspetta...
- sghignò Luca Fazio.
- Lo dici troppo presto.
A Roma, vedendomi cosí agli estremi, mi mangiai tutto: serbai solo poche lire per comperarmi questa rivoltella.
Cacciò una mano nella tasca del pastrano e ne trasse fuori una grossa rivoltella.
Leopoldo Paroni, alla vista dell'arma, in pugno a quell'uomo in quello stato, diventò pallido come un cencio, levò le mani, balbettò:
- Che...
che è carica? Ohé, Luca...
- Carica, - rispose frigido il Fazio.
- Hai detto che non hai paura.
- No...
ma, se, Dio liberi...
- Scòstati! Aspetta...
M'ero chiuso in camera, a Roma, per finirmi.
Quando, con la rivoltella già puntata alla tempia, ecco che sento picchiare all'uscio...
- Tu, a Roma?
- A Roma.
Apro.
Sai chi mi vedo davanti? Guido Mazzarini.
- Lui? a casa tua?
Luca Fazio fece di sí, piú volte, col capo.
Poi seguitò:
- Mi vide con la rivoltella in pugno, e subito, anche dalla mia faccia, comprese che cosa stessi per fare; mi corse innanzi; m'afferrò per le braccia; mi scosse e mi gridò: "Ma come? cosí t'uccidi? Oh Luca, sei tanto imbecille? Ma va'...
se vuoi far questo...
ti pago io il viaggio; corri a Costanova, e ammazzami prima Leopoldo Paroni!"
Paroni, intentissimo finora al truce e strano discorso, con l'animo in subbuglio nella tremenda aspettativa d'una qualche atroce violenza davanti a lui, si sentí d'un tratto sciogliere le membra; e aprí la bocca a un sorriso squallido, vano:
- ...Scherzi?
Luca Fazio si trasse un passo indietro; ebbe come un tiramento convulso in una guancia, presso il naso, e disse, con la bocca scontorta:
- Non scherzo.
Mazzarini m'ha pagato il viaggio; ed eccomi qua.
Ora io, prima ammazzo te, e poi m'ammazzo.
Cosí dicendo, levò il braccio con l'arma, e mirò.
Paroni, atterrito, con le mani innanzi al volto, cercò di sottrarsi alla mira, gridando:
- Sei pazzo?...
Luca...
sei pazzo?
- Non ti muovere! - intimò Luca Fazio.
- Pazzo, eh? ti sembro pazzo? E non hai urlato per tre ore al caffè che Pulino è stato un imbecille perché, prima d'impiccarsi, non è andato a Roma ad ammazzar Mazzarini?
Leopoldo Paroni tentò d'insorgere:
- Ma c'è differenza, per dio! Io non sono Mazzarini!
- Differenza? - esclamò il Fazio, tenendo sempre sotto mira il Paroni.
- Che differenza vuoi che ci sia tra te e Mazzarini, per uno come me o come Pulino, a cui non importa piú nulla della vostra vita e di tutte le vostre pagliacciate? Ammazzar te o un altro, il primo che passa per via, è tutt'uno per noi! Ah, siamo imbecilli per te, se non ci rendiamo strumento, all'ultimo, del tuo odio o di quello d'un altro, delle vostre gare e delle vostre buffonate? Ebbene: io non voglio essere imbecille come Pulino, e ammazzo te!
- Per carità, Luca...
che fai? Ti sono stato sempre amico! - prese a scongiurar Paroni, storcendosi, per scansar la bocca della rivoltella.
Guizzava veramente negli occhi di Fazio la folle tentazione di premere il grilletto dell'arma.
- Eh, - disse col solito ghigno frigido su le labbra.
- Quando uno non sa piú che farsi della propria vita...
Buffone! Stai tranquillo; non t'ammazzo.
Da bravo repubblicano, tu sarai libero pensatore, eh? Ateo! Certamente...
Se no, non avresti potuto dire imbecille a Pulino.
Ora tu credi ch'io non ti ammazzi, perché spero gioje e compensi in un mondo di là...
No, sai? Sarebbe per me la cosa piú atroce credere che io debba portarmi altrove il peso delle esperienze che mi è toccato fare in questi ventisei anni di vita.
Non credo a niente! Eppure, non t'ammazzo.
Né credo d'essere un imbecille, se non t'ammazzo.
Ho pietà di te, della tua buffoneria, ecco.
Ti vedo da lontano, e mi sembri cosí piccolo e miserabile.
Ma la tua buffoneria la voglio patentare.
- Come? - fece Paroni, con una mano a campana, non avendo udito l'ultima parola, nell'intronamento in cui era caduto.
- Pa-ten-ta-re, - sillabò Fazio.
- Ne ho il diritto, giunto come sono al confine.
E tu non puoi ribellarti.
Siedi là, e scrivi.
Gl'indicò la scrivania con la rivoltella, anzi quasi lo prese e lo condusse a seder lí per mezzo dell'arma puntata contro il petto.
- Che...
che vuoi che scriva? - balbettò Paroni annichilito.
- Quello che ti detterò io.
Ora tu stai sotto; ma domani, quando saprai che mi sono ucciso, tu rialzerai la cresta; ti conosco; e al caffè urlerai che sono stato un imbecille anch'io.
No? Ma non lo faccio per me.
Che vuoi che m'importi del tuo giudizio? Voglio vendicar Pulino.
Scrivi dunque...
Lí, lí, va bene.
Due parole.
Una dichiarazioncina.
"Io qui sottoscritto mi pento..." Ah, no, perdio! scrivi, sai? A questo solo patto ti risparmio la vita! O scrivi, o t'ammazzo...
"Mi pento d'aver chiamato imbecille Pulino, questa sera, al caffè, tra gli amici, perché, prima d'uccidersi, non è andato a Roma ad ammazzar Mazzarini." Questa è la pura verità: non c'è una parola di piú.
Anzi, lascio che gli avresti pagato il viaggio.
Hai scritto? Ora seguita: "Luca Fazio, prima d'uccidersi, è venuto a trovarmi...".
Vuoi metterci armato di rivoltella? Mettilo pure: "armato di rivoltella." Tanto, non pagherò la multa per porto d'arma abusivo.
Dunque: "Luca Fazio è venuto a trovarmi, armato di rivoltella", hai scritto? "e mi ha detto che, conseguentemente, anche lui, per non esser chiamato imbecille da Mazzarini o da qualche altro, avrebbe dovuto ammazzar me come un cane".
Hai scritto, come un cane? Bene.
A capo.
"Poteva farlo, e non l'ha fatto.
Non l'ha fatto perché ha avuto schifo e pietà di me e della mia paura.
Gli è bastato che gli dichiarassi che il vero imbecille sono io."
Paroni, a questo punto, congestionato, scostò furiosamente la carta, e si trasse indietro protestando:
- Questo poi...
- Che il vero imbecille sono io, - ripeté, freddo, perentoriamente, Luca Fazio.
- La tua dignità la salvi meglio, caro mio, guardando la carta su cui scrivi, anziché quest'arma che ti sta sopra.
Hai scritto? Firma adesso.
Si fece porgere la carta; la lesse attentamente; disse:
- Sta bene.
Me la troveranno addosso, domani.
La piegò in quattro e se la mise in tasca.
- Consolati, Leopoldo, col pensiero ch'io vado a fare adesso una cosa un tantino piú difficile di quella che or ora hai fatto tu.
Buona notte.
SUA MAESTÀ
Accanto alla tragedia, però, si ebbe anche la farsa a Costanova, quando fu sciolto il Consiglio comunale e arrivò da Roma il Regio Commissario.
Quel giorno, Melchiorino Palí, nella sala d'aspetto della stazione, picchiandosi il petto con tutte e due le manine perdute in un vecchio pajo di guanti grigi sforacchiati nelle punte, si sfogava a dire:
- Ma la faremo noi, noi, la rivoluzione...
one.
Noi!
I suoi colleghi del Consiglio disciolto (icconsiglio andato a male, come diceva sotto sotto il guardasala, ch'era un vecchietto toscano, ascritto, com'era allora di regola, alla lega socialista dei ferrovieri) avevano, dopo lungo dibattito, deciso di venire alla stazione per accogliere l'ospite, quantunque avversario.
Ed erano venuti in abito lungo e cappello a stajo.
Palí aveva cercato di dissuaderli, dimostrando loro che non si doveva in nessun modo.
Non c'era riuscito e alla fine era venuto anche lui.
Coi miseri panni giornalieri, però.
In segno di protesta.
Piccino, piccino, con la barbetta rossa e gli occhiali azzurri, oppresso da un cappello duro, roso, inverdito che gli sprofondava fin su la nuca, gli orecchi curvi sotto le tese, oppresso da un greve soprabito color tabacco, continuava a sfogarsi, gestendo furiosamente.
Ma si rivolgeva ora di preferenza ai manifesti illustrati, appesi alle pareti della sala d'aspetto, visto che nessuno dei colleghi gli dava piú ascolto.
Il vecchio guardasala, intanto, se lo stava a godere, con un risetto canzonatorio su le labbra.
Da uno di quei manifesti, un bel tocco di ragazza scollacciata gli offriva ridendo una tazza di birra dalla spuma traboccante, come per farlo tacere.
Ma invano.
- Rivoluzione! Rivoluzione! - incalzava Melchiorino Palí il quale, quand'era cosí eccitato, soleva ripetere due e tre volte le ultime sillabe delle parole, come se egli stesso si facesse l'eco: - One...
one...
Era indignato non tanto per lo scioglimento del Consiglio (glien'importava un fico...
ico...
un fico secco...
ecco...
a lui, se non era piú consigliere) quanto per lo spettacolo stomachevole che il Governo dava all'intera nazione trescando spudoratamente col partito socialista, fino a darla vinta a quei quattro mascalzoni che a Costanova andavano per via col garofano rosso all'occhiello, protetti dall'on.
Mazzarini, deputato del collegio, che a Costanova però non aveva raccolto piú di ventidue voti...
oti.
Ora questa, senz'alcun dubbio, era una vendetta del Mazzarini, il quale, partendo per Roma, aveva giurato di dare una lezione memorabile al paese che gli si era dimostrato cosí acerrimamente nemico...
ico.
Ma che lezione? Lo scioglimento del Consiglio? Eh via! Miserie! Melchiorino Palí considerava da un punto piú alto la questione...
one.
Dieci, venti, trenta lire al giorno a un tramviere, a un ferroviere? Quattro, cinque mesi di preparazione, seppure! E un professor di liceo, un giudice, che han dovuto studiar vent'anni per strappare una laurea e affrontare esami e concorsi difficilissimi, non le avevano, non le avevano trenta lire al giorno! E tutte le commiserazioni, intanto, e tutte le cure per il cosí detto proletariato...
ato...
ato!
A questo punto, non si sa come, la ragazza scollacciata di quel manifesto, quasi fosse stufa di offrire invano la sua tazza di birra a uno che le avventava contro tanta furia di gesti irosi, si staccò dalla parete e precipitò con fracasso sul divano di cuojo, ove stava seduto l'ex-sindaco, cav.
Decenzio Cappadona.
- Vai! È ito via icchiodo! - esclamò allora, accorrendo e sghignando, il vecchietto guardasala.
Il Cappadona balzò in piedi sacrando e tirò una spinta cosí furiosa a Melchiorino Palí rimasto a bocca aperta e con le dieci dita per aria, che lo mandò a schizzare addosso a uno dei colleghi.
- Io? Che c'entro io? So un corno io se il chiodo si stacca! - si rivoltò furibondo il Palí; quindi, parandosi di faccia a quel collega e prendendogli un bottone sul petto della finanziera: - Non ti pajono sacrosante ragioni? Perché, sissignore, io ci sto: trenta lire al giorno...
orno...
al tramviere, al ferroviere...
ci sto! ma datene allora cento al giudice, al professore...
ore...
e se no, perdio, la faremo noi, la rivoluzione...
one...
perdio! Noi!
Quel collega si guardava il bottone.
Aveva un tubino spelacchiato, ma lo portava con tanta dignità e s'era tutto aggiustato con tanta cura, che si sentiva struggere, ora, a quel discorso e approvava e sbuffava e strabuzzava gli occhi.
Alla fine non ne poté piú: lo lasciò lí in asso e s'accostò al cavalier Cappadona per pregarlo che, avvalendosi della sua autorità, facesse tacere quell'energumeno.
Era un'indecenza strillare cosí, con tutta quella trucia addosso.
Comprometteva, ecco!
Ma il cavalier Decenzio Cappadona, che s'era già ricomposto e se ne stava ora astratto e assorto, fece un atto appena appena con la mano e seguitò a lisciarsi il gran pizzo regale.
Lo chiamavano a Costanova Sua Maestà, perché era il ritratto spiccicato di Vittorio Emanuele II vestito da cacciatore: la stessa corporatura, gli stessi baffi, lo stesso pizzo, lo stesso naso rincagnato all'insú; Vittorio Emanuele II insomma, purus et putus, purus et putus, come soleva ripetere il notajo Colamassimo che sapeva il latino.
Anche lui, il cavalier Cappadona, era venuto coi panni giornalieri; ma che c'entra! era noto a tutti ch'egli non cambiava mai, neanche nelle piú solenni occasioni, quel suo splendido abito di velluto alla cacciatora e gli stivali e il cappellaccio a larghe tese con la penna infitta da un lato nel nastro, ch'erano tali e quali quelli che il Gran Re portava nel ritratto famoso che al cavalier Decenzio serviva da modello.
I maligni dicevano che non aveva altri titoli per esser sindaco di Costanova fuor che quella straordinaria somiglianza, e che non aveva fatto in vita sua altri studii oltre a quello attentissimo sul ritratto del primo re d'Italia.
Questa seconda malignazione poteva forse avere qualche fondamento di verità: la prima no.
Non bastava, infatti, nemmeno a quei tempi, somigliare a Vittorio Emanuele II per esser sindaco di un comune d'Italia.
Tanto vero che in ogni città era raro il caso che non ci fosse per lo meno uno che non somigliasse o non si sforzasse di somigliare a Vittorio Emanuele II, o anche a Umberto I, senz'esser per questo nemmeno consigliere della minoranza.
In verità, ci voleva qualcos'altro.
E questo qualcos'altro il cavalier Decenzio Cappadona lo aveva.
Milionario, poteva pigliarsi il gusto di sfogare esclusivamente tutta l'attività morale e materiale di cui era capace nella professione di quella somiglianza.
A Costanova era re; la sua casa, una reggia; teneva in campagna una numerosa scorta di campieri in divisa, ch'erano come il suo esercito; tutti gli abitanti, tranne quel pugno di buffoni capitanati dal repubblicano Leopoldo Paroni, eran per lui piú sudditi che elettori; aveva una scuderia magnifica, una muta di cani preziosa; amava le donne, amava la caccia; e dunque chi piú Vittorio Emanuele di lui?
Ora, durante l'ultima amministrazione, qualcuno degli assessori aveva dovuto commettere qualche piccola sciocchezza amministrativa: il cavalier Decenzio non sapeva bene: era re, lui: regnava e non governava.
Il fatto è che il Consiglio era stato sciolto.
A momenti sarebbe arrivato il Regio Commissario; il cavalier Decenzio s'era incomodato a venire alla stazione; lo avrebbe accolto cortesemente, nella certezza che anche costui sarebbe diventato suo suddito temporaneo devotissimo; si sarebbero fatte le nuove elezioni, e sarebbe stato rieletto sindaco, riacclamato re, senz'alcun dubbio.
L'avvisatore elettrico cominciò a squillare.
Il cavalier Cappadona sbadigliò, si alzò, si batté il frustino su gli stivali, facendo al solito con le labbra: - Bembè...
Bembè...
- e uscí, seguito dagli altri, sotto la tettoja della stazione.
Melchiorino Palí ripeteva ancora una volta che dobbiamo farla noi la rivolu...
ma vide due carabinieri alla porta della sala d'aspetto, e le ultime sillabe della parola gli rimasero in gola: ne venne fuori, poco dopo, al solito, l'eco soltanto, attenuata:
- One...
one...
La cornetta del casellante strepé in distanza: s'intese il fischio del treno.
- Campana! - ordinò allora il capostazione, che s'era avvicinato a ossequiare il cavalier Cappadona.
Ed ecco il treno, sbuffante, maestoso.
Tutti si allineano, in attesa, ansiosi e con quell'eccitazione che l'arrivo del convoglio con la sua imponenza rumorosa e violenta suol destare; i ferrovieri corrono ad aprir gli sportelli gridando: Costanova! Costanova! Da una vettura di prima classe uno spilungone miope, squallido, con certi baffi biondicci alla cinese, tende una valigia al facchino e gli dice piano:
- Regio Commissario.
Gli aspettanti lo mirano delusi, toccandosi sotto sotto coi gomiti, e il cavalier Decenzio Cappadona si fa avanti con la sua impostatura regale, quando tutt'a un tratto - è uno scherzo? un'allucinazione? - dietro quello spilungone miope scende maestoso su la predella della vettura un altro Vittorio Emanuele II, piú Vittorio Emanuele II del cavalier Decenzio Cappadona.
I due uomini, cosí davanti a petto, si guatano allibiti.
Nessuno degli ex-consiglieri osa farsi avanti; anche il capostazione, che s'era proposto di presentare l'ex-sindaco al Regio Commissario, rimane inchiodato al suo posto; e quell'altro Vittorio Emanuele che è il commendatore Amilcare Zegretti, proprio lui, il Regio Commissario, passa tra tutti quegli uomini quasi esterrefatti e si caccia con un acuto sgrigliolío delle scarpe, che pare esprima la fierissima stizza ond'è preso, nella sala d'aspetto, seguito dal suo allampanato segretario particolare.
- Mi...mi...
mi...
Non trova piú la voce.
Quegli intanto non ardisce alzare gli occhi a guardarlo in faccia.
- Mi chiami il ca...
il capostazione, la prego.
Sotto la tettoja, il capostazione è rimasto a guardare a uno a uno i membri del Consiglio disciolto, tutti ancora intronati, e il cavalier Decenzio Cappadona basito addirittura e quasi levato di cervello.
Il segretario particolare gli s'accosta, timido, vacillante:
- Scusi, signor Capo, una parolina.
Il capostazione accorre premuroso alla sala d'aspetto e vi trova il commendator Zegretti con tanto d'occhi sbarrati e fulminanti e una mano spalmata sotto il naso in atteggiamento pensieroso, sí, ma che par fatto apposta per nasconder baffi e appendici.
- Quei...
quei signori, scusi...
- Del Consiglio disciolto, sissignore.
Venuti apposta per ossequiarla, signor Commendatore.
- Grazie, e...
c'è, scusi, c'è anche il...
come si chiama?
- L'ex-sindaco? Cavalier Cappadona, sissignore.
Sarebbe anzi appunto...
- Va bene, va bene.
Me lo ringrazi tanto, ma dica che...
che io son venuto anche per fare una...
una piccola inchiesta, ecco.
Non sarebbe dunque prudente...
Ci vedremo al Municipio.
Mi faccia venire qua, la prego, il mio segretario.
Dov'è? dove s'è cacciato?
Il segretario, sotto la tettoja, era assediato dai membri del Consiglio disciolto.
Melchiorino Palí aveva posto crudamente il dilemma:
- O si rade l'uno o si rade l'altro.
Ma che! ma no! bisognava che si radesse il nuovo arrivato, per forza; perché del Cappadona era nota a tutti la somiglianza con Vittorio Emanuele II, e perciò, se si fosse raso lui e il Regio Commissario fosse entrato in sua vece da Vittorio Emanuele in Costanova, lo scandalo non si sarebbe evitato.
Scandalo inaudito, perché a Costanova l'arrivo di quel Regio Commissario rappresentava un vero e proprio avvenimento.
Una fischiata generale sarebbe scoppiata; tutto il paese sarebbe crepato dalle risa; fin le case di Costanova avrebbero traballato per un sussulto di spaventosa ilarità; fino i ciottoli delle vie sarebbero saltati fuori, scoprendosi come tanti denti, in una convulsione di riso.
- Mazzarini! Mazzarini! - strillava piú forte degli altri Melchiorino Palí.
- È stato lui, l'on.
Mazzarini! Ecco la vendetta che ci ha giurato! la lezione memorabile! L'ha scelto lui, a Roma, il Regio Commissario per Costanova...
ova...
ova...
Mascalzone! Offesa alla memoria, alla effigie del nostro Gran Re! Irrisione, attentato al prestigio dell'autorità!
Bisognava a ogni costo impedirlo; mandare presto presto per un barbiere fidato; e lí stesso, nella sala d'aspetto, indurre il Regio Commissario a sacrificare almeno il pappafico...
sí, e un pochino pochino anche i baffi, prima d'entrare in paese.
Ma chi si prendeva l'accollo di fare una simile proposta al commendator Zegretti?
Il cavalier Decenzio Cappadona s'era allontanato, fosco, e col frustino si sfogava contro la innocente ruchetta bianca e il crespignolo dai fiori gialli, che crescevano di tra le crepe dell'antica spalletta che impedisce l'ingresso alla stazione.
- Marcocci! - tonò in quel punto il commendator Zegretti, facendosi su la soglia della sala d'aspetto, furibondo.
Il povero segretario, schiacciato sotto l'incarico che gli avevano dato gli ex-consiglieri, accorse come un cane che fiuti in aria le busse.
- Una vettura!
- Aspetti...
perdoni, signor Commendatore...
- si provò a dire il Marcocci.
- Se...
se lei volesse...
dicevano quei signori...
prima d'entrare in paese...
qui stesso...
dicevano quei signori..
perché, lei ha veduto? c'è qui...
quello che...
l'ex-sindaco, lei ha veduto? Ora, dicevano quei signori...
- Insomma si spieghi! - gli urlò lo Zegretti.
- Ecco, sissignore...
qui stesso, si potrebbe...
se lei volesse...
dicevano...
mandare per un...
come si chiama? e farsi, un pochino pochino almeno...
ecco, i baffi soltanto, signor Commendatore, dicevano quei signori.
- Che? - ruggí il commendator Zegretti e gli si parò di fronte, quasi per scoppiargli addosso, gonfio com'era di collera e di sdegno.
- Sa lei che io sono qua, adesso, la prima autorità del paese?
- Sissignore! sissignore! come non lo so?
- E dunque? Una vettura! Marche!
E s'avviò innanzi, col petto in fuori, aggrondato, i baffoni in aria, il naso al vento.
Naturalmente a Costanova accadde quel che i membri del Consiglio disciolto avevano purtroppo preveduto.
Piú fiera vendetta di quella l'on.
Mazzarini non poteva prendersi, non solo contro il cavalier Decenzio Cappadona, suo acerrimo avversario, ma anche contro l'autorità costituita; lui socialista.
Retrogrado, conservatore, il paese di Costanova? Là, due re! Di cui l'uno il ritratto dell'altro, e l'un contro l'altro armato.
Ora, come un leone in gabbia, il commendator Zegretti nella magna sala del Municipio, ripensando all'impegno di quel deputato a Roma, perché lui e non altri fosse mandato quale Regio Commissario a Costanova; ripensando alla grande soddisfazione che egli per quell'impegno aveva provato, fremeva di rabbia, s'arrotolava i baffoni fino a storcersi il labbro di qua e di là, si stirava il gran pizzo, si affondava le unghie nelle palme delle mani, vedeva rosso!
Come fare il Regio Commissario in quel paese, a cui non poteva mostrarsi, senza promuover subito uno scoppio di risa?
Se non ci fosse stato quell'altro, egli avrebbe certo ispirato maggior reverenza col suo aspetto, che attestava devozione alla monarchia, culto anche fanatico della memoria del Gran Re.
Ma ora...
cosí...
E se qualcuno ne avesse scritto a Roma, ai giornali? se qualche deputato ne avesse parlato alla Camera?
Cosí pensando, il commendator Zegretti sentiva di punto in punto crescer l'orgasmo; passeggiava, si fermava, passeggiava ancora un po', si rifermava, sbuffando ogni volta e scotendo in aria le pugna.
Quella sala del Municipio era magnifica, dal palco scompartito, in rilievo, ornato di dorature.
Il cavalier Decenzio Cappadona l'aveva fatta decorare e addobbare sontuosamente a sue spese.
Nella parete di fondo troneggiava un gran ritratto a olio del primo re d'Italia, che il Cappadona stesso aveva fatto eseguire lí a Costanova, da un pittore di passaggio, sedendo lui per modello.
Imbecille! Buffone! Cosí nero? Quando mai Vittorio Emanuele II fu cosí nero?
Biondo scuro e con gli occhi cilestri: ecco com'era Vittorio Emanuele II; com'era lui, insomma, il commendator Zegretti, che aveva perciò quasi un diritto naturale a professarne la somiglianza.
Eh, ma allora, qualunque mascalzone, purché avesse il naso un po' in sú e un po' di crescenza nei peli della faccia, poteva figurare da Vittorio Emanuele II; se non si doveva tener conto del colore del pelo, del colore degli occhi.
Piú d'uno a Costanova dava ragione al Regio Commissario, sosteneva cioè che veramente egli piú del Cappadona somigliava a Vittorio Emanuele II con quegli occhi da vitellone; altri invece sosteneva il contrario; e le discussioni si facevano di giorno in giorno piú calorose.
Appena lo vedevano passare per via tutti uscivano fuori dalle botteghe, s'affacciavano alle finestre, si fermavano a mirarlo:
- Ma bello, vah! magnifico! guardatelo!
Nessuno poté assistere però alla scena piú buffa, che si svolse nella sala del Municipio, dove una mattina dovettero pur trovarsi di fronte tutt'e due, quei Vittorii Emanueli.
E ce n'era pure un terzo, lí, dipinto a olio, grande al vero, che se li godeva dall'alto della parete, cosí ammusati.
Una gran folla, quella mattina, all'annunzio dell'invito che il Regio Commissario aveva fatto al Cappadona per interrogarlo su l'ultima gestione amministrativa, s'era raccolta sotto il Municipio.
Figurarsi dunque l'animo del cavalier Decenzio nel recarsi, tra tanta gente assiepata, a quel convegno; e l'animo del commendator Zegretti, a cui ne saliva dalla piazza il brusío.
Oltre l'irrisione, che era patente nella curiosità di tutti quegli oziosi, qualche altra cosa irritava sordamente il cavalier Cappadona.
Quantunque molto munifico al paese, era pur non di meno gelosissimo di tutti i suoi doni al Comune.
Ora, da piú giorni, passando sotto il Municipio, aveva veduto spalancate al sole le ampie finestre poste sul davanti, ch'eran quelle appunto del salone.
Povere tende, dunque! poveri mobili, a quella luce sfacciata! e chi sa quanta polvere! che disordine!
Quando, introdotto dal segretario Marcocci, vide il gran tappeto persiano, che copriva da un capo all'altro il pavimento, ridotto in uno stato miserando, come se ci fosse passato sopra un branco di porci, si sentí tutto rimescolare.
Ma sentí addirittura artigliarsi le dita nel vedere che colui lo accoglieva senza il minimo riguardo.
Signori miei, quell'intruso lí! Quell'intruso, che - dimostrandosi fino a tal segno villano e indegno d'abitare in un luogo addobbato con tanto decoro e tanto sfarzo - osava pure scimmiottare l'immagine d'un re.
Il commendator Zegretti stava seduto innanzi a un'elegantissima scrivania, piena zeppa di carte, che s'era fatta trasportare lí nel salone, e scriveva.
Senza neppure alzar gli occhi, disse seccamente:
- S'accomodi.
Ma s'era già accomodato da sé, senz'invito, il Cappadona, sulla poltrona di faccia.
Il Regio Commissario, tenendo ancora gli occhi bassi, prese a esporre all'ex-sindaco la ragione per cui lo aveva invitato a venire.
A un certo punto il Cappadona, che lo guardava fieramente, scattò in piedi, serrando le pugna.
- Scusi, - disse, - non si potrebbero almeno accostare un tantino queste finestre?
Due, tre fischi partirono in quel momento dalla folla raccolta nella piazza sottostante.
Il commendator Zegretti alzò il capo, stirandosi un baffo con aria grave, e disse:
- Ma io non ho paura, sa.
- E chi ha paura? - fece il Cappadona.
- Dico per queste povere tende...
per questo tappeto, capirà...
Il commendator Zegretti guardò le tende, guardò il tappeto, si buttò indietro su la spalliera del seggiolone, e, accarezzandosi ora l'interminabile pizzo:
- Mah! - sospirò.
- Mi piace, sa, mi piace lavorare alla luce del sole!
- Eh, - squittí il Cappadona, - se non si rovinasse la tappezzeria...
Capisco che a lei non importa nulla; ma, se permette, le faccio osservare che importa a me, perché è roba mia.
- Del Municipio, se mai...
- No! Mia, mia, mia.
Fatta a mie spese! Mia la sedia, su cui lei siede; mia la scrivania, su cui lei scrive.
Tutto quello che lei vede qua, mio, mio, mio, fatto col denaro mio, lo sappia! E se si vuole prendere il disturbo d'affacciarsi un pochino alla finestra, le faccio vedere là l'edificio delle scuole, che ho fatto levare io di pianta e costruire a mie spese e arredare di tutto punto: io! E ci sono anche le scuole tecniche che il signor Mazzarini, deputato del collegio, non è stato buono a ottenere dal Governo, com'era d'obbligo, e che mantengo io, a mie spese: io! Se si vuole alzare un pochino e affacciare alla finestra, le faccio vedere, piú là, un altro edificio, l'ospedale, costruito, arredato e mantenuto anche da me, a mie spese...
E questa, ora, è la ricompensa, caro signore! Mi si manda qua lei, non so perché: aspetto che lei me lo dica...
mi spieghi bene che cosa sia venuto a far qua, lei...
Ma già lo vedo...
già lo vedo...
E il cavalier Decenzio Cappadona, aprendo le braccia, si mise a guardare il tappeto rovinato.
Con fredda calma ostentata, il commendator Zegretti, marcando le ciglia a mezzaluna:
- Ma io, - disse, - io invece, sa? sono qua per vedere che cosa ha fatto lei, piuttosto.
- Gliel'ho detto, che cosa ho fatto io! E ci sono le prove lí: c'è tutto il paese che può rispondere per me! Chi è lei? che cosa vuole da me?
- Io rappresento qua il Governo! - rispose infoscandosi il commendator Zegretti, e poggiò ambo le mani su la scrivania.
Il Cappadona si scrollò tutto, tre volte:
- Ma nossignore! ma che Governo! ma non ci creda! glielo dico io che cosa rappresenta lei qua.
- Oh insomma! - gridò il Regio Commissario, levandosi in piedi anche lui.
- Io non posso assolutamente tollerare che lei si dia codeste arie davanti a me!
E i due Vittorii Emanueli si guardarono finalmente negli occhi, pallidi e vibranti d'ira.
- Io, le arie? - fece con un sogghigno il Cappadona.
- se le dà lei, mi pare, le arie.
Non si è degnato nemmeno d'alzarsi, quando io sono entrato, come se fosse entrato il signor nessuno qua, dove pure tutto mi appartiene.
- Ma io non le so, non le voglio, né le debbo sapere io, codeste cose! - rispose, sempre piú eccitandosi, il commendator Zegretti.
- Questa è la sede del Municipio.
- Benissimo! Del Municipio! Non stalla, dunque!
- Lei m'offende!
- Come le pare...
- Ah sí? E allora io la invito a uscir fuori! Là!
E il commendator Zegretti additò fieramente la porta.
Si videro, ora, l'uno addosso all'altro, i due re: i baffi tremavano, tremavano i pappafichi, e i nasi all'erta fremevano.
- A me osa dir questo? - tonò il Vittorio Emanuele paesano.
La sua voce s'intese nella piazza sottostante e un uragano di fischi e di grida scomposte si levò minaccioso.
- Proprio a lei! sissignore! Perché io non ho paura! - inveí, pallidissimo, il commendator Zegretti.
- E se trovo qua, fra queste carte, qualche irregolarità...
- Mi manda in galera? - compí la frase il Cappadona, sghignazzando.
- Ma si provi, si provi; vedrà che cosa succede...
Lei qua non rappresenta che quattro mascalzoni messi sú da quel farabutto del Mazzarini, deputato socialista, nemico della patria e del re, ha capito? Del re, del re; glielo grido sul muso a lei mascherato a codesto modo!
Trasecolò, nel suo furore, il commendator Zegretti.
- Io, mascherato? - disse.
- Come...
E lei? Ci vuole un bel coraggio, perdio! Ma si levi! Ma vada via! Io, mascherato? Ma dove, ma quando lo vide mai lei, Vittorio Emanuele, che ha fatto calunniare lí, in quel ritratto? Non era mica cosí nero, sa? come lei se l'immagina, Vittorio Emanuele II!
- Ah, no? com'era? rosso? nero? repubblicano? socialista come voi? protettore di farabutti? Ma radetevi! radetevi! ci farete miglior figura! Non profanate cosí l'immagine del Re! E basta, non vi dico altro.
Ce la vedremo, caro signore, alle prossime elezioni!
E il cavalier Decenzio Cappadona, col volto in fiamme, uscí tutto sbuffante di fierissimo sdegno.
In piazza fu accolto da un fragoroso scoppio d'applausi.
Agli amici piú intimi, che lo attendevano ansiosi, non poté rispondere fuorché queste parole:
- Faccio nascere un macello, parola d'onore!
E la guerra cominciò, ferocissima, tra i due re.
Com'era però da prevedersi, la sconfitta fu per il commendator Zegretti, avendo il Cappadona tutto il paese dalla sua.
Appena si mostrava per via, due, tre lo chiamavano forte:
- Cavaliere! Signor sindaco!
Tirava via di lungo; e un quarto, ecco, lo raggiungeva di corsa, gli batteva amichevolmente una mano su la spalla.
- Caro Decenzio!
Si voltava di scatto, con gli occhi che gli schizzavano fiamme; e subito:
- Ah, scusi, signor Commendatore! Credevo che fosse il cavalier Cappadona...
Capirà! Perdoni...
Rientrava al Municipio? Lungo l'androne c'erano parecchie porte murate; rimanevano però, di qua e di là, gli sguanci nella grossezza del muro, come tante nicchie: bene: da ciascuna saltava fuori un monello, al passaggio del Commendatore.
Un saluto militare; uno strillo: - Maestà! - e via a gambe levate.
Il commendator Zegretti licenziò allora il guardaportone ch'era un povero vecchietto allogato lí per carità e che non ne aveva nessuna colpa.
Egli, infatti, lasciava in custodia alla moglie l'entrata e andava in giro tutto il giorno, domandando ad alta voce, da lontano, se per caso ci fosse qualcuno che volesse farsi la barba.
Buttato in mezzo alla strada, se n'andò a piangere dal cavalier Cappadona.
Sua Maestà gli promise che, rifatte le elezioni, lo avrebbe riassunto in servizio, e intanto gli diede da vivere per sé e per la sua famiglia.
Contento, il vecchietto mostrò le forbici al cavalier Cappadona:
- Non dubiti, signor Cavaliere, che se m'avviene di ripigliarlo a comodo, lo acciuffo e lo toso di prepotenza.
Baffi e pappafico, signor Cavaliere!
Questa minaccia arrivò agli orecchi del commendator Zegretti, il quale d'allora in poi prese a uscire seguito da due guardie.
E allora, da lontano, fischi, urli e altri rumori sguajati, che arrivavano al cielo.
Fu peggio, quando il segretario Marcocci, divenuto d'un estremo squallore e molto piú miope dal giorno dell'arrivo, una sera, cercando in uno sgabuzzino alcune carte, si bruciò per disgrazia con la candela che teneva in mano uno di quei suoi baffi biondicci alla cinese, e fu perciò costretto a radersi anche l'altro.
Tutto il paese, il giorno dopo, vedendolo cosí raso lo riaccompagnò quasi in trionfo al Municipio, come se quel pover'uomo si fosse raso per dare una soddisfazione al Comune di Costanova e il buon esempio al suo principale.
Il commendator Zegretti non si lasciò piú vedere per il paese.
Il giorno per le elezioni era ormai vicino.
Per prudenza, prevedendo l'esplosione del giubilo popolare per la vittoria incontrastabile del Cappadona, domandò al Prefetto del capoluogo un rinforzo di soldati.
Ma la popolazione di Costanova, ben pagata ed eccitata dal vino delle cantine di Sua Maestà, non si lasciò intimidire da quel rinforzo; e il giorno segnato insorse in una frenetica dimostrazione.
Le guardie che presidiavano il Municipio caricarono violentemente la folla; ma le spinte, gli urtoni, che scaraventavano di qua e di là i dimostranti e li lasciavano un pezzo, compressi da tutte le parti, a boccheggiar come pesci, non giovarono a nulla: riprendevano fiato quei demonii scatenati e urlavano piú forte di prima.
- Abbasso Zegrettííí! Abbasso il pappaficòòò! Si rada! si radààà! Viva Cappadonààà! Ràditi, Zegrettííí!
Un pandemonio.
Ma radersi, no.
Ah, radersi, no! Piuttosto il commendator Zegretti, non per paura, ma per non darla vinta a colui che indegnamente si credeva il ritratto di Vittorio Emanuele II, e per non far fuggire sconfitta nella sua persona la vera immagine del gran Re, s'era lasciati crescere da parecchi giorni i peli su le guance.
La sera stessa di quel giorno memorabile, egli, profondamente accorato, se ne andò con una barbaccia da padre cappuccino, mentre l'altro s'insediava di nuovo trionfante nel Municipio di Costanova piú Vittorio Emanuele che mai.
I TRE PENSIERI DELLA SBIOBBINA
Bene, fino a nove anni: nata bene, cresciuta bene.
A nove anni, come se il destino avesse teso dall'ombra una manaccia invisibile e gliel'avesse imposta sul capo: - Fin qua! -, Clementina, tutt'a un tratto, aveva fatto il groppo.
Là, a poco piú d'un metro da terra.
I medici, eh! subito, con la loro scienza, avevano compreso che non sarebbe cresciuta piú.
Linfatismo, cachessía, rachitide...
Bravi! Farlo intendere alle gambe, adesso, al busto di Clementina, che non si doveva piú crescere! Busto e gambe, dacché, nascendo, ci s'erano messi, avevano voluto crescere per forza, senza sentir ragione.
Non potendo per lungo, sotto l'orribile violenza di quella manaccia che schiacciava, s'erano ostinati a crescere di traverso: sbieche, le gambe; il busto, aggobbito, davanti e dietro.
Pur di crescere...
Che non crescono forse cosí, del resto, anche certi alberelli, tutti a nodi e a sproni e a giunture storpie? Cosí.
Con questa differenza però: che l'alberello, intanto, non ha occhi per vedersi, cuore per sentire, mente per pensare; e una povera sbiobbina, sí; che l'alberello storpio non è, che si sappia, deriso da quelli dritti, malvisto per paura del malocchio, sfuggito dagli uccellini; e una povera sbiobbina, sí, dagli uomini, e sfuggita anche dai fanciulli; e che l'alberello infine non deve fare all'amore, perché fiorisce a maggio da sé, naturalmente, cosí tutto storpio com'è, e darà in autunno i suoi frutti; mentre una povera sbiobbina...
Là, via, era una cosa riuscita male, e che non si poteva rimediare in alcun modo.
Chi scrive una lettera, se non gli vien bene, la strappa e la rifà da capo.
Ma una vita? Non si può mica rifar da capo, a strapparla una volta, la vita.
E poi, Dio non vuole.
Quasi quasi verrebbe voglia di non crederci, in Dio, vedendo certe cose.
Ma Clementina ci credeva.
E ci credeva appunto perché si vedeva cosí.
Quale altra spiegazione migliore di questa, di tutto quel gran male che, innocente, senz'alcuna sua colpa, le toccava soffrire per tutta, tutta la vita, che è una sola, e che lei doveva passar tutta, tutta cosí, come fosse una burla, uno scherzo, compatibile sí e no per un minuto solo e poi basta? Poi dritta, sú, svelta, agile, alta, e via tutta quella oppressione.
Ma che! Sempre cosí.
Dio, eh? Dio - era chiaro - aveva voluto cosí, per un suo fine segreto.
Bisognava far finta di crederci, per carità; ché altrimenti Clementina si sarebbe disperata.
Spiegandoselo cosí, invece, lei poteva anche considerare come un bene tutto il suo gran male: un bene sommo e glorioso.
Di là, s'intende.
In cielo.
Che bella angeletta sarà poi in cielo, Clementina!
Ed ecco, ella sorride talvolta, camminando, alla gente che la guarda per istrada.
Pare voglia dire: "Non mi deridete, via! perché, vedete? ne sorrido io per la prima.
Sono fatta cosí; non mi son fatta da me; Dio l'ha voluto; e dunque non ve n'affliggete neppure, come non me n'affliggo io, perché, se l'ha voluto Dio, lo so sicuro che una ricompensa, poi, me la darà!"
Del resto, le gambe, tanto tanto non pajono, sotto la veste.
Dio solo sa quanto peni Clementina a farle andare, quelle gambe.
E tuttavia sorride.
La pena è anche accresciuta dallo studio ch'ella pone a non barellare tanto, per non dar troppo nell'occhio alla gente.
Passare inosservata non potrebbe.
Sbiobbina è.
Ma via, andando cosí, con una certa lestezza, e poi modesta, e poi sorridendo...
Qualcuno però, a quando a quando, si dimostra crudele: la osserva, magari col volto atteggiato di compassione, e le torna poco dopo davanti dall'altro lato, quasi volesse a tutti i costi rendersi conto di com'ella faccia con quelle gambe ad andare.
Clementina, vedendo che col suo solito sorriso non riesce a disarmare quella curiosità spietata, arrossisce dalla stizza, abbassa il capo; talvolta, perdendo il dominio di sé, per poco non inciampa, non rotola giú per terra; e allora, arrabbiata, quasi quasi si tirerebbe su la veste e griderebbe a quel crudele:
- Eccoti qua: vedi? E ora lasciami fare la sbiobbina in pace.
In questo quartiere non è ancora conosciuta.
Clementina ha cambiato casa da poche settimane.
Dove stava prima, era conosciuta da tutti; e nessuno piú la molestava.
Sarà cosí, tra breve, anche qua.
Ci vuol pazienza! Lei è molto contenta della nuova casa, che sorge in una piazzetta quieta e pulita.
Lavora da mane a sera, con gentilezza e maestria, di scatolette e sacchettini per nozze e per nascite.
La sorella (ha una sorella, Clementina, che si chiama Lauretta, minore di cinque anni: ma...
diritta lei, eh altro! e svelta e tanto bella, bionda, florida) lavora da modista in una bottega: va ogni mattina, alle otto; rincasa la sera, alle sette.
Fra loro, le due sorelle si son fatte da mamma a vicenda; Clementina, prima, a Lauretta; ora Lauretta, invece, a Clementina, quantunque minore d'età.
Ma se questa, per la disgrazia, è rimasta come una ragazzina di dieci anni!...
Lauretta ha acquistato invece tanta esperienza della vita! Se non ci fosse lei...
Spesso Clementina sta ad ascoltarla a bocca aperta.
Gesú, Gesú...
che cose!
E capisce, ora, che con que' due poveri piedi sbiechi non potrà mai entrare nel mondo misterioso che Lauretta le lascia intravedere.
Non ne prova invidia, però: sí un timor vago e come un intenerimento angoscioso, di pietà per sé.
Lauretta, un giorno o l'altro, si lancerà in quel mondo fatto per lei; e come resterà, allora, la povera Clementina? Ma Lauretta l'ha rassicurata, le ha giurato che non l'abbandonerà mai, anche se le avverrà di prender marito.
E Clementina ora pensa a questo futuro marito di Lauretta.
Chi sarà? Come si conosceranno? Per via, forse.
Egli la guarderà, la seguirà; poi, qualche sera la fermerà.
E che si diranno? Ah come dev'esser buffo, fare all'amore.
Con gli occhi invagati, seduta innanzi al tavolino presso la finestra, Clementina, cosí fantasticando, non sa risolversi a metter mano al lavoro apparecchiato sul piano del tavolino.
Guarda fuori...
Che guarda?
C'è un giovine, un bel giovine biondo, coi capelli lunghi e la barbetta alla nazarena, seduto a una finestra della casa dirimpetto, coi gomiti appoggiati sul davanzale e la testa tra le mani.
Possibile? Gli occhi di quel giovine sono fissi su lei, con una intensità strana.
Pallido...
Dio, com'è pallido! dev'esser malato.
Clementina lo vede adesso per la prima volta, a quella finestra.
Ed ecco, egli séguita a guardare...
Clementina si turba; poi sospira e si rinfranca.
Il primo pensiero che le viene in mente è questo:
- Non guarda me!
Se Lauretta fosse in casa, lei penserebbe che quel giovine...
Ma Lauretta non è mai in casa, di giorno.
Forse alla finestra del quartierino accanto sarà affacciata qualche bella ragazza, con cui quel giovine fa all'amore.
Ma si direbbe proprio che egli guarda qua, ch'egli guarda lei.
Con quegli occhi? Via, impossibile! Oh, che! Ha fatto un cenno, quel giovine, con la mano: come un saluto! A lei? No, no! Ci sarà senza dubbio qualcuna affacciata.
E Clementina si fa alla finestra, monta su lo sgabelletto che sta lí apposta per lei, e - senza parere - guarda alla finestra accanto e poi all'altra appresso...
guarda giú, alla finestra del piano di sotto, poi a quella del piano di sopra...
Non c'è nessuno!
Timidamente, volge di sfuggita uno sguardo al giovine, ed ecco...
un altro cenno di saluto, a lei, proprio a lei...
ah, questa volta non c'è piú dubbio!
Clementina scappa dalla finestra, scappa dalla stanza, col cuore in tumulto.
Che sciocca! Ma è uno sbaglio certamente...
Quel giovine là dev'esser miope.
Chi sa per chi l'avrà scambiata...
Forse per Lauretta? Ma sí! Forse avrà seguíto Lauretta per via; avrà saputo che lei abita qua, dirimpetto a lui...
Ma, altro che miope, allora! Dev'esser cieco addirittura...
Eppure, non porta occhiali.
Sí, Clementina non è brutta, di faccia: somiglia veramente un po' alla sorella; ma il corpo! Forse, chi sa! vedendola seduta, lí davanti al tavolino, col cuscino sotto, egli avrà potuto avere, cosí da lontano, l'illusione di veder Lauretta al lavoro.
Quella sera stessa ne domanda alla sorella.
Ma questa casca dalle nuvole.
- Che giovine?
- Sta lí, dirimpetto.
Non te ne sei accorta?
- Io, no.
Chi è?
Clementina glielo descrive minutamente; e Lauretta allora le dichiara di non saperne nulla, di non averlo mai incontrato, mai veduto, né da vicino né da lontano.
Il giorno appresso, da capo.
Egli è là, nello stesso atteggiamento, coi gomiti sul davanzale e il bel capo biondo tra le mani; e la guarda, la guarda come il giorno avanti, con quella strana intensità nello sguardo.
Clementina non può sospettare che quel giovine, il quale appare tanto, tanto triste, si voglia pigliare il gusto di beffarsi di lei.
A che scopo? Ella è una povera disgraziata, che non potrebbe mai e poi mai prender sul serio la beffa crudele, abboccare all'amo, lasciarsi lusingare...
E dunque? Oh, ecco: gli ripete il cenno di jeri, la saluta con la mano, china il capo piú volte, come per dire: - "A te, sí, a te" - e si nasconde il volto con le mani, dolorosamente.
Clementina non può piú rimanere lí, presso la finestra; scende dalla sedia, tutta in sussulto, e come una bestiolina insidiata va a spiare dalla finestra della camera accanto, dietro le tendine abbassate.
Egli si è tratto dal davanzale; non guarda piú fuori; sta ora in un atteggiamento sospeso e accorato; ed ecco, si volta di tratto in tratto a guardare verso la finestra di lei, per vedere se ella vi sia ritornata.
La aspetta!
Che deve supporre Clementina? Le viene in mente quest'altro pensiero:
- Non vedrà bene come sono fatta.
E, per essere lasciata in pace, povera sbiobbina, immagina d'un tratto questo espediente: accosta il tavolino alla finestra, prende uno strofinaccio e poi, con l'ajuto d'una seggiola, monta a gran fatica sul tavolino, là, in piedi, come per pulire con quello strofinaccio i vetri della finestra.
Cosí egli la vedrà bene!
Ma per poco Clementina non precipita giú in istrada, nell'accorgersi che quel giovine, vedendola lí, s'è levato in piedi e gesticola furiosamente, spaventato, e le accenna di smontare, giú di lí, giú di lí, per carità: incrocia le mani sul petto, si prende il capo tra le mani e grida, ora, grida!
Clementina scende dal tavolino quanto piú presto può, sgomenta, anzi atterrita; lo guarda, tutta tremante, con gli occhi sbarrati; egli le tende le braccia, le invia baci; e allora:
"È matto...
- pensa Clementina, stringendosi, storcendosi le mani.
- Oh Dio, è matto! è matto! ".
Difatti, la sera, Lauretta glielo conferma.
Messa in curiosità dalle domande di Clementina, ella ha domandato notizie di quel giovine, e le hanno detto ch'egli è impazzito da circa un anno per la morte della fidanzata che abitava lí, dove abitano loro, Lauretta e Clementina.
A quella fidanzata, prima che morisse, avevan dovuto amputare una gamba e poi l'altra, per un sarcoma che s'era rinnovato.
Ah, ecco perché! Clementina, ascoltando questo racconto della sorella, sente riempirsi gli occhi di lagrime.
Per quel giovine o per sé? Sorride poi pallidamente e dice con tremula voce a Lauretta:
- Me l'ero figurato, sai? Guardava me...
SOPRA E SOTTO
Eran venuti sú per la buja, erta scaletta di legno; sú, in silenzio, quasi di furto, piano piano.
Il professor Carmelo Sabato - tozzo pingue calvo - con in braccio, come un bamboccetto in fasce, un grosso fiasco di vino.
Il professor Lamella, antico alunno del Sabato, con due bottiglie di birra, una per mano.
E da piú d'un'ora, su l'alta terrazza sui tetti, irta di comignoli, di fumajoli di stufe, di tubi d'acqua, sotto lo sfavillío fitto, continuo delle stelle che pungevano il cielo senz'allargar le tenebre della notte profonda, conversavano.
E bevevano.
Vino, il professor Sabato: vino, fino a schiattarne: voleva morire.
Il professor Lamella, birra: non voleva morire.
Dalle case, dalle vie della città non saliva piú, da un pezzo, nessun rumore.
Solo, di tratto in tratto, qualche remoto rotolío di vettura.
La notte era afosa, e il professor Carmelo Sabato s'era dapprima snodata la cravatta e sbottonato il colletto davanti, poi anche sbottonato il panciotto e aperta la camicia sul petto velloso: alla fine, nonostante l'ammonimento di Lamella: "Professore, voi vi raffreddate", s'era tolta la giacca, e con molti sospiri, ripiegatala, se l'era messa sotto, per star piú comodo su la panchetta bassa, di legno, a sedere con le gambe distese e aperte, una qua, una là, sotto il tavolinetto rustico, imporrito dalla pioggia e dal sole.
Teneva ciondoloni il testone calvo e raso, socchiusi gli occhi bovini torbidi, venati di sangue, sotto le foltissime sopracciglia spioventi, e parlava con voce languida, velata, stiracchiata, come se si lamentasse in sogno:
- Enrichetto, Enrichetto mio, - diceva, - mi fai male...
t'assicuro che mi fai male...
tanto male...
Il Lamella, biondino, magro, itterico, nervosissimo, stava sdrajato su una specie d'amaca sospesa di qua a un anello nel muro del terrazzo, di là a due bacchette di ferro sui pilastrini del parapetto.
Allungando un braccio, poteva prendere da terra la bottiglia: prendeva quasi sempre la vuota, e si stizziva; tanto che, alla fine, con una manata la mandò a rotolare sul pavimento in pendío, con grande angoscia, anzi terrore del vecchio professor Sabato, che si buttò subito a terra, gattoni, e le corse dietro per pararla, fermarla, gemendo, arrangolando:
- Per carità...
per carità...
sei matto? giú parrà un tuono.
Parlando, il Lamella si storceva tutto, non poteva star fermo un momento, si raggricchiava, si stirava, dava calci e pugni all'aria.
- Vi farò male; ne sono persuaso, caro professore; ma apposta lo faccio: voi dovete guarire! vi voglio rialzare! E vi ripeto che le vostre idee sono antiquate, antiquate, antiquate...
Rifletteteci bene, e mi darete ragione!
- Enrichetto, Enrichetto mio, non sono idee, - implorava quello, con voce stiracchiata, lamentosa.
- Forse prima erano idee.
Ora sono il sentimento mio, quasi un bisogno, figliuolo: come questo vino: un bisogno.
- E io vi dimostro che è stupido! - incalzava l'altro.
- E vi levo il vino e vi faccio cangiar di sentimento...
- Mi fai male...
- Vi faccio bene! State a sentire.
Voi dite: Guardo le stelle, è vero? no, voi dite rimiro...
è piú bello, sí, rimiro le stelle, e subito sento la nostra infinita, inferma piccolezza inabissarsi! Ma sentite come parlate ancora bene voi, professore? E ricordo che sempre avete parlato cosí bene voi, anche quando ci facevate lezione.
Inabissarsi è detto benissimo! - Che cosa diventa la terra, voi domandate, l'uomo, tutte le nostre glorie, tutte le nostre grandezze? È vero? dite cosí?
Il professor Sabato fece di sí piú volte col testone raso.
Aveva una mano abbandonata, come morta, su la panchetta, e con l'altra, sotto la camicia, s'acciuffava sul petto i peli da orso.
Il Lamella riprese con furia:
- E vi sembra serio, questo, egregio professore? Ma scusate! Se l'uomo può intendere e concepire cosí la infinita sua piccolezza, che vuol dire? Vuol dire ch'egli intende e concepisce l'infinita grandezza dell'universo! E come si può dir piccolo, dunque, l'uomo?
- Piccolo...
piccolo - diceva, come da una lontananza infinita, il professor Sabato.
E il Lamella, sempre piú infuriato:
- Voi scherzate! Piccolo? Ma dentro di me dev'esserci per forza, capite? qualcosa di quest'infinito, se no io non lo intenderei, come non lo intende...
che so? questa mia scarpa, putacaso, o il mio cappello.
Qualcosa che, se io affiso...
cosí...
gli occhi alle stelle, ecco, s'apre, egregio professore, s'apre e diventa, come niente, piaga di spazio, in cui roteano mondi, dico mondi, di cui sento e comprendo la formidabile grandezza.
Ma questa grandezza di chi è? È mia, caro professore! Perché è sentimento mio! E come potete dunque dire che l'uomo è piccolo, se ha in sé tanta grandezza?
Un improvviso, curioso strido - zrí - ferí il silenzio succeduto vastissimo all'ultima domanda del Lamella.
Questi si voltò di scatto:
- Come? che dite?
Ma vide il professor Sabato immobile, come morto, con la fronte appoggiata allo spigolo del tavolinetto.
Era stato forse lo strido d'un pipistrello.
In quella positura, piú volte, il professore Carmelo Sabato, ascoltando le parole del Lamella, aveva gemuto:
- Tu mi rovini...
tu mi rovini...
Ma a un tratto, balenandogli un'idea, levò il capo irosamente e gridò all'antico alunno:
- Ah, tu cosí ragioni? Questo, prima di tutto, l'ha detto Pascal.
Ma va' avanti! va' avanti, perdio! Dimmi ora che significa.
Significa che la grandezza dell'uomo, se mai, è solo a patto di sentire la sua infinita piccolezza! significa che l'uomo è solo grande quando al cospetto dell'infinito si sente e si vede piccolissimo; e che non è mai cosí piccolo, come quando si sente grande! Questo significa! E che conforto, che consolazione ti può venir da questo? che l'uomo è dannato qua a questa atroce disperazione: di vedere grandi le cose piccole - tutte le cose nostre, qua, della terra - e piccole le grandi là, le stelle?
Diede di piglio al fiasco, furiosamente, e ingollò due bicchieri di vino, uno sopra l'altro, come se li fosse meritati e ne avesse acquistato un incontrastabile diritto, dopo quanto aveva detto.
- E che c'entra? e che c'entra? - gridava intanto il Lamella, tirate le gambe fuori dell'amaca, e agitandole insieme con le braccia, come se volesse lanciarsi sul professore.
- Conforto? consolazione? Voi cercate questo, lo so! Voi avete bisogno di vedervi, di sapervi piccolo...
- Piccolo, sí...
piccolo, piccolo...
- Piccolo, tra cose piccole e meschine...
- Sí...
cosí...
- Su un corpuscolo infinitesimale dello spazio, è vero?
- Sí, sí...
infinitesimale...
- Ma perché? Per seguitare ad abbrutirvi, a incarognirvi!
Il professor Sabato non rispose: aveva in bocca di nuovo il bicchiere, che già gli ballava in mano: accennò di sí col testone, seguitando a bere.
- Vergognatevi! Vergognatevi! - inveí il Lamella.
- Se la vita ha in sé, se l'uomo ha in sé quella sventura che voi dite, sta a noi di sopportarla nobilmente! Le stelle sono grandi, io sono piccolo, e dunque m'ubriaco, è vero? Questa è la vostra logica! Ma le stelle sono piccole, piccole, se voi non le concepite grandi: la grandezza dunque è in voi! E se voi siete cosí grande da concepir grandi le cose che pajono piccole, perché poi volete vedere piccole e meschine quelle che a tutti pajono grandi e gloriose? Pajono e sono, professore! Perché non è piccolo, come voi credete, l'uomo che le ha fatte, l'uomo che ha qua, qua in petto, in sé la grandezza delle stelle, quest'infinito, quest'eternità dei cieli, l'anima dell'universo immortale.
Che fate? ah, voi piangete? ho capito! Siete già ubriaco, professore!
Il Lamella saltò dall'amaca e si chinò sul professor Sabato che, appoggiato al muro, si scoteva tutto, sussultando, quasi ruttando i singhiozzi, che a uno a uno gli rompevano dal fondo delle viscere, fetidi di vino.
- Sú, sú, smettetela, perdio! - gli gridò.
- Mi fate rabbia, perché mi fate pietà! Un uomo del vostro ingegno, dei vostri studii, ridursi cosí! vergogna! Voi avete un'anima, un'anima, un'anima.
Me la ricordo io, la vostra anima nobile, accesa di bene; me la ricordo io!
- Per carità...
per carità...
- gemeva, implorava il professor Carmelo Sabato, tra le lagrime, sussultando.
- Enrichetto...
Enrichetto mio...
no, per carità...
non mi dire che ho un'anima immortale...
Fuori! fuori! Ecco, sí, ecco quello che io dico: fuori; sarà fuori l'anima immortale...
e tu la respiri, tu sí, perché non ti sei ancora guastato...
la respiri come l'aria, e te la senti dentro...
certi giorni piú, certi giorni meno...
Ecco quello che io dico! Fuori...
fuori...
per carità, lasciala fuori, l'anima immortale...
Io, no...
io, no...
mi sono guastato apposta per non respirarla piú...
m'empio di vino apposta, perché non la voglio piú, non la voglio piú dentro di me...
la lascio a voi...
sentitevela dentro voi...
io non ne posso piú...
non ne posso piú...
A questo punto, una voce dolce chiamò dal fondo della terrazza:
- Signore...
Il Lamella si volse.
Là, nel vano nero dell'usciolo, biancheggiavano le ampie ali della cornetta d'una suora di carità.
Il giovane professore accorse, confabulò piano con la suora, poi tutt'e due vennero premurosamente verso l'ubriaco e lo tirarono per le braccia su in piedi.
Il professor Carmelo Sabato, scamiciato, col testone ciondolante, il viso bagnato di lagrime, sbirciò l'uno e l'altra, sorpreso, intontito da tanta premura silenziosa; non disse nulla; si lasciò condurre, cempennante.
La discesa per la buja, angusta, ripida scaletta di legno fu difficile: il Lamella, avanti, con quasi tutto il peso addosso di quel corpaccio cascante; la suora, dietro, curva a trattener con ambedue le braccia, quanto piú poteva, quel peso.
Alla fine, sorreggendolo per le ascelle, lo introdussero a traverso due stanzette buje nella camera in fondo, illuminata da due candele or ora accese sui due comodini ai lati del letto matrimoniale.
Rigido, impalato sul letto, con le braccia in croce, stava il cadavere della moglie, dal viso duro, arcigno, illividito dal riverbero delle candele sul soffitto basso, opprimente della camera.
Un'altra suora pregava inginocchiata e a mani giunte a piè del letto.
Il professor Carmelo Sabato, ancora sorretto per le ascelle, ansimante, guardò un pezzo la morta, quasi atterrito, in silenzio.
Poi si volse al Lamella, come a fargli una domanda:
- Ah?
La suora, senza sdegno, con umiltà dolente e paziente gli fe' cenno di mettersi in ginocchio, ecco, cosí come faceva lei.
- L'anima, eh? - disse alla fine il Sabato, con un sussulto.
- L'anima immortale, eh?
- Signore! - supplicò l'altra suora piú anziana.
- Ah? sí...
sí...
subito...
- si rimise, come spaurito, il professor Carmelo Sabato, calandosi faticosamente sui ginocchi.
Cadde, carponi, con la faccia a terra, e stette cosí un pezzo, picchiandosi il petto col pugno.
Ma a un tratto dalla bocca, lí contro terra, gli venne fuori con suono stridulo e imbrogliato il ritornello d'una canzonettaccia francese: "Mets-la en trou, mets-la en trou..." seguíto da un ghigno: ih ih ih ih...
Le due suore si voltarono, inorridite; il Lamella si chinò subito a strapparlo da terra e trascinarlo via nella stanza accanto; lo pose a sedere su una seggiola e lo scrollò forte, forte, a lungo, intimandogli:
- Zitto! zitto!
- Sí, l'anima...
- disse piano, ansimando, l'ubriaco, - anche lei...
l'anima...
la plaga...
la plaga di spazio...
dove...
dove roteano mondi, mondi...
- Statevi zitto! - seguitava a gridargli in faccia, con voce soffocata, il Lamella, scrollandolo.
- Statevi zitto!
Il Sabato, allora, contro la sopraffazione provò di levarsi fiero in piedi; non poté; alzò un braccio; gridò:
- Due figlie...
costei...
due figlie mi buttò alla perdizione...
due figlie!
Accorsero le due suore a scongiurarlo di calmarsi, di tacere, di perdonare; egli si rimise di nuovo, cominciò a dir di sí, di sí col capo, aspettando il pianto, che alla fine gli proruppe, dapprima con un mugolío dalla gola serrata, poi in tremendi singhiozzi.
A poco a poco si calmò esortato dalle due suore; poi non pensando d'aver lasciato sú nella terrazza la giacca, cominciò a frugarsi in petto con una mano.
- Che cercate? - gli domandò il Lamella.
Guardando smarritamente le due suore e l'antico alunno, ora l'una ora l'altro, rispose:
- M'hanno scritto.
Tutt'e due.
Volevano veder la madre.
M'hanno scritto.
Socchiuse gli occhi e aspirò col naso, a lungo, deliziosamente, accompagnando l'aspirazione con un gesto espressivo della mano:
- Che profumo...
che profumo...
Lauretta, da Torino...
l'altra, da Genova...
Tese una mano e afferrò un braccio del Lamella.
- Quella che volevi tu...
Il Lamella, mortificato davanti alle due suore, s'infoscò in volto.
Giovannina...
Vanninella, sí...
Célie...
ah ah ah...
Célie Bouton...
La volevi tu...
- Statevi zitto, professore! - muggí il Lamella, contraffatto dall'ira e dallo sdegno.
Il Sabato insaccò il capo fra le spalle, per paura, ma guardò da sotto in sú con malizia l'antico alunno:
- Hai ragione sí...
Enrichetto, non mi far male...
hai ragione...
L'hai sentita all'Olympia? Mets-la en trou, mets-la en trou...
Le due suore alzarono le mani come a turarsi gli orecchi, col viso atteggiato di commiserazione, e ritornarono alla camera della defunta, chiudendone l'uscio.
Inginocchiate di nuovo a piè del letto funebre, udirono a lungo la contesa di quei due rimasti al bujo.
- Vi proibisco di ricordarlo! - gridava, soffocato, il giovine.
- Va' a guardare le stelle...
va' a guardare le stelle...
- diceva l'altro.
- Siete un buffone!
- Sí...
e sai? Vanninella m'ha...
m'ha anche mandato un po' di danaro...
e io non gliel'ho rimandato, sai? Sono andato alla Posta, a riscuotere il vaglia, e...
- E...?
- E ci ho comprato la birra per te, idealista.
UN GOJ
Il signor Daniele Catellani, mio amico, bella testa ricciuta e nasuta - capelli e naso di razza - ha un brutto vizio: ride nella gola in un certo modo cosí irritante, che a molti, tante volte, viene la tentazione di tirargli uno schiaffo.
Tanto piú che, subito dopo, approva ciò che state a dirgli.
Approva col capo; approva con precipitosi:
- Già, già! già, già!
Come se poc'anzi non fossero state le vostre parole a provocargli quella dispettosissima risata.
Naturalmente voi restate irritati e sconcertati.
Ma badate che è poi certo che il signor Daniele Catellani farà come voi dite.
Non c'è caso che s'opponga a un giudizio, a una proposta, a una considerazione degli altri.
Ma prima ride.
Forse perché, preso alla sprovvista, là, in un suo mondo astratto, cosí diverso da quello a cui voi d'improvviso lo richiamate, prova quella certa impressione per cui alle volte un cavallo arriccia le froge e nitrisce.
Della remissione del signor Daniele Catellani e della sua buona volontà d'accostarsi senz'urti al mondo altrui, ci sono del resto non poche prove, della cui sincerità sarebbe, io credo, indizio di soverchia diffidenza dubitare.
Cominciamo che per non offendere col suo distintivo semitico, troppo apertamente palesato dal suo primo cognome (Levi), l'ha buttato via e ha invece assunto quello di Catellani.
Ma ha fatto anche di piú.
S'è imparentato con una famiglia cattolica, nera tra le piú nere, contraendo un matrimonio cosiddetto misto, vale a dire a condizione che i figliuoli (e ne ha già cinque) fossero come la madre battezzati, e perciò perduti irremissibilmente per la sua fede.
Dicono però che quella risata cosí irritante del mio amico signor Catellani ha la data appunto di questo suo matrimonio misto.
A quanto pare, non per colpa della moglie, però, bravissima signora, molto buona con lui, ma per colpa del suocero, che è il signor Pietro Ambrini, nipote del defunto cardinale Ambrini, e uomo d'intransigentissimi principii clericali.
Come mai, voi dite, il signor Daniele Catellani andò a cacciarsi in una famiglia munita d'un futuro suocero di quella forza?
Mah!
Si vede che, concepita l'idea di contrarre un matrimonio misto, volle attuarla senza mezzi termini; e chi sa poi, forse anche con l'illusione che la scelta stessa della sposa d'una famiglia cosí notoriamente divota alla santa Chiesa cattolica, dimostrasse a tutti che egli reputava come un accidente involontario, da non doversi tenere in alcun conto, l'esser nato semita.
Lotte acerrime ebbe a sostenere per questo matrimonio.
Ma è un fatto che i maggiori stenti che ci avvenga di soffrire nella vita sono sempre quelli che affrontiamo per fabbricarci con le nostre stesse mani la forca.
Forse però - almeno a quanto si dice - non sarebbe riuscito a impiccarsi il mio amico Catellani, senza l'ajuto non del tutto disinteressato del giovine Millino Ambrini, fratello della signora, fuggito due anni dopo in America per ragioni delicatissime, di cui è meglio non far parola.
Il fatto è che il suocero, cedendo obtorto collo alle nozze, impose alla figlia come condizione imprescindibile di non derogare d'un punto alla sua santa fede e di rispettare col massimo zelo tutti i precetti di essa, senza mai venir meno a nessuna delle pratiche religiose.
Pretese inoltre che gli fosse riconosciuto come sacrosanto il diritto di sorvegliare perché precetti e pratiche fossero tutti a uno a uno osservati scrupolosamente, non solo dalla nuova signora Catellani, ma anche e piú dai figliuoli che sarebbero nati da lei.
Ancora, dopo nove anni, non ostante la remissione di cui il genero gli ha dato e seguita a dargli le piú lampanti prove, il signor Pietro Ambrini non disarma.
Freddo, incadaverito e imbellettato, con gli abiti che da anni e anni gli restano sempre nuovi addosso e quel certo odore ambiguo della cipria, che le donne si dànno dopo il bagno, sotto le ascelle e altrove, ha il coraggio d'arricciare il naso, vedendolo passare, come se per le sue nari ultracattoliche il genero non si sia per anche mondato del suo pestilenzialissimo foetor judaicus.
Lo so perché spesso ne abbiamo parlato insieme.
Il signor Daniele Catellani ride in quel suo modo nella gola, non tanto perché gli sembri buffa questa vana ostinazione del fiero suocero a vedere in lui per forza un nemico della sua fede, quanto per ciò che avverte in sé da un pezzo a questa parte.
Possibile, via, che in un tempo come il nostro, in un paese come il nostro, debba sul serio esser fatto segno a una persecuzione religiosa uno come lui, sciolto fin dall'infanzia da ogni fede positiva e disposto a rispettar quella degli altri, cinese, indiana, luterana, maomettana?
Eppure, è proprio cosí.
C'è poco da dire: il suocero lo perseguita.
Sarà ridicola, ridicolissima, ma una vera e propria persecuzione religiosa, in casa sua, esiste.
Sarà da una parte sola e contro un povero inerme, anzi venuto apposta senz'armi per arrendersi; ma una vera e propria guerra religiosa quel benedett'uomo del suocero gliela viene a rinnovare in casa ogni giorno, a tutti i costi, e con animo inflessibilmente e acerrimamente nemico.
Ora, lasciamo andare che - batti oggi e batti domani - a causa della bile che già comincia a muoverglisi dentro, l'homo judaeus prende a poco a poco a rinascere e a ricostituirsi in lui, senza ch'egli per altro voglia riconoscerlo.
Lasciamo andare.
Ma lo scadere ch'egli fa di giorno in giorno nella considerazione e nel rispetto della gente per tutto quell'eccesso di pratiche religiose della sua famiglia, cosí deliberatamente ostentato dal suocero, non per sentimento sincero, ma per un dispetto a lui e con l'intenzione manifesta di recare a lui una gratuita offesa, non può non essere avvertito dal mio amico signor Daniele Catellani.
E c'è di piú.
I figliuoli, quei poveri bambini cosí vessati dal nonno, cominciano anch'essi ad avvertir confusamente che la cagione di quella vessazione continua che il nonno infligge loro, dev'essere in lui, nel loro papà.
Non sanno quale, ma in lui dev'essere di certo.
Il buon Dio, il buon Gesú - (ecco, il buon Gesú specialmente!) - ma anche i Santi, oggi questo e domani quel Santo, ch'essi vanno a pregare in chiesa col nonno ogni giorno, è chiaro ormai che hanno bisogno di tutte quelle loro preghiere, perché lui, il papà, deve aver fatto loro, di certo, chi sa che grosso male.
Al buon Gesú, specialmente! E prima d'andare in chiesa, tirati per mano, si voltano, poveri piccini, ad allungargli certi sguardi cosí densi di perplessa angoscia e di doglioso rimprovero, che il mio amico signor Daniele Catellani si metterebbe a urlare chi sa quali imprecazioni, se invece...
se invece non preferisse buttare indietro la testa ricciuta e nasuta e prorompere in quella sua solita risata nella gola.
Ma sí, via! Dovrebbe ammettere altrimenti sul serio d'aver commesso un'inutile vigliaccheria a voltar le spalle alla fede dei suoi padri, a rinnegare nei suoi figliuoli il suo popolo eletto: 'am olam, come dice il signor Rabbino.
E dovrebbe sul serio sentirsi in mezzo alla sua famiglia un goj, uno straniero; e sul serio infine prendere per il petto questo suo signor suocero cristianissimo e imbecille, e costringerlo ad aprir bene occhi e a considerare che, via, non è lecito persistere a vedere nel suo genero un deicida, quando in nome di questo Dio ucciso duemil'anni fa dagli ebrei, i cristiani che dovrebbero sentirsi in Cristo tutti quanti fratelli, per cinque anni si sono scannati tra loro allegramente in una guerra che, senza giudizio di quelle che verranno, non aveva avuto finora uguale nella storia.
No, no, via! Ridere, ridere.
Son cose da pensare e da dir sul serio al giorno d'oggi?
Il mio amico signor Daniele Catellani sa bene come va il mondo.
Gesú, sissignori.
Tutti fratelli.
Per poi scannarsi tra loro.
È naturale.
E tutto a fil di logica, con la ragione che sta da ogni parte: per modo che a mettersi di qua non si può fare a meno d'approvare ciò che s'è negato stando di là.
Approvare, approvare, approvar sempre.
Magari, sí, farci sú prima, colti alla sprovvista, una bella risata.
Ma poi approvare, approvar sempre, approvar tutto.
Anche la guerra, sissignori.
Però (Dio, che risata interminabile, quella volta!) però, ecco, il signor Daniele Catellani volle fare, l'ultimo anno della grande guerra europea, uno scherzo al suo signor suocero Pietro Ambrini, uno scherzo di quelli che non si dimenticano piú.
Perché bisogna sapere che, nonostante la gran carneficina, con una magnifica faccia tosta il signor Pietro Ambrini, quell'anno, aveva pensato di festeggiare, per i cari nipotini, la ricorrenza del Santo Natale piú pomposamente che mai.
E s'era fatti fabbricare tanti e tanti pastorelli di terracotta: i pastorelli che portano le loro umili offerte alla grotta di Bethlehem, al Bambinello Gesú appena nato: fiscelle di candida ricotta, panieri d'uova e cacio raviggiolo, e anche tanti branchetti di boffici pecorelle e somarelli carichi anch'essi d'altre piú ricche offerte, seguiti da vecchi massari e da campieri.
E sui cammelli, ammantati, incoronati e solenni, i tre re Magi, che vengono col loro seguito da lontano lontano dietro alla stella cometa che s'è fermata su la grotta di sughero, dove su un po' di paglia vera è il roseo Bambinello di cera tra Maria e San Giuseppe; e San Giuseppe ha in mano il bàcolo fiorito, e dietro sono il bue e l'asinello.
Aveva voluto che fosse ben grande il presepe quell'anno, il caro nonno, e tutto bello in rilievo, con poggi e dirupi, agavi e palme, e sentieri di campagna per cui si dovevano veder venire tutti quei pastorelli ch'eran perciò di varie dimensioni, coi loro branchetti di pecorelle e gli asinelli e i re Magi.
Ci aveva lavorato di nascosto per piú d'un mese, con l'ajuto di due manovali che avevan levato il palco in una stanza per sostener la plastica.
E aveva voluto che fosse illuminato da lampadine azzurre in ghirlanda; e che venissero dalla Sabina, la notte di Natale, due zampognari a sonar l'acciarino e le ciaramelle.
I nipotini non ne dovevano saper nulla.
A Natale, rientrando tutti imbacuccati e infreddoliti dalla messa notturna, avrebbero trovato in casa quella gran sorpresa: il suono delle ciaramelle, l'odore dell'incenso e della mirra, e il presepe là, come un sogno, illuminato da tutte quelle lampadine azzurre in ghirlanda.
E tutti i casigliani sarebbero venuti a vedere, insieme coi parenti e gli amici invitati al cenone, questa gran maraviglia ch'era costata a nonno Pietro tante cure e tanti quattrini.
Il signor Daniele lo aveva veduto per casa tutto assorto in queste misteriose faccende, e aveva riso; aveva sentito le martellate dei due manovali che piantavano il palco di là, e aveva riso.
Il demonio, che gli s'è domiciliato da tant'anni nella gola, quell'anno, per Natale, non gli aveva voluto dar piú requie: giú risate e risate senza fine.
Invano, alzando le mani, gli aveva fatto cenno di calmarsi; invano lo aveva ammonito di non esagerare, di non eccedere.
- Non esagereremo, no! - gli aveva risposto dentro il demonio.
- Sta' pur sicuro che non eccederemo.
Codesti pastorelli con le fiscelline di ricotta e i panierini d'uova e il cacio raviggiolo sono un caro scherzo, chi lo può negare? cosí in cammino tutti verso la grotta di Bethlehem! Ebbene, resteremo nello scherzo anche noi, non dubitare! Sarà uno scherzo anche il nostro, e non meno carino.
Vedrai.
Cosí il signor Daniele s'era lasciato tentare dal suo demonio; vinto sopra tutto da questa capziosa considerazione: che cioè sarebbe restato nello scherzo anche lui.
Venuta la notte di Natale, appena il signor Pietro Ambrini con la figlia e i nipotini e tutta la servitú si recarono in chiesa per la messa di mezzanotte, il signor Daniele Catellani entrò tutto fremente d'una gioja quasi pazzesca nella stanza del presepe: tolse via in fretta e furia i re Magi e i cammelli, le pecorelle e i somarelli, i pastorelli del cacio raviggiolo e dei panieri d'uova e delle fiscelle di ricotta - personaggi e offerte al buon Gesú, che il suo demonio non aveva stimato convenienti al Natale d'un anno di guerra come quello - e al loro posto mise piú propriamente, che cosa? niente, altri giocattoli: soldatini di stagno, ma tanti, ma tanti, eserciti di soldatini di stagno, d'ogni nazione, francesi e tedeschi, italiani e austriaci, russi e inglesi, serbi e rumeni, bulgari e turchi, belgi e americani e ungheresi e montenegrini, tutti coi fucili spianati contro la grotta di Bethlehem, e poi, e poi tanti cannoncini di piombo, intere batterie, d'ogni foggia, d'ogni dimensione, puntati anch'essi di sú, di giú, da ogni parte, tutti contro la grotta di Bethlehem, i quali avrebbero fatto veramente un nuovo e graziosissimo spettacolo.
Poi si nascose dietro il presepe.
Lascio immaginare a voi come rise là dietro, quando, alla fine della messa notturna, vennero incontro alla meravigliosa sorpresa il nonno Pietro coi nipotini e la figlia e tutta la folla degli invitati, mentre già l'incenso fumava e i zampognari davano fiato alle loro ciaramelle.
LA PATENTE
Con quale inflessione di voce e quale atteggiamento d'occhi e di mani, curvandosi, come chi regge rassegnatamente su le spalle un peso insopportabile, il magro giudice D'Andrea soleva ripetere: "Ah, figlio caro!" a chiunque gli facesse qualche scherzosa osservazione per il suo strambo modo di vivere!
Non era ancor vecchio; poteva avere appena quarant'anni; ma cose stranissime e quasi inverosimili, mostruosi intrecci di razze, misteriosi travagli di secoli bisognava immaginare per giungere a una qualche approssimativa spiegazione di quel prodotto umano che si chiamava il giudice D'Andrea.
E pareva ch'egli, oltre che della sua povera, umile, comunissima storia familiare, avesse notizia certa di quei mostruosi intrecci di razze, donde al suo smunto sparuto viso di bianco eran potuti venire quei capelli crespi gremiti da negro; e fosse consapevole di quei misteriosi infiniti travagli di secoli, che su la vasta fronte protuberante gli avevano accumulato tutto quel groviglio di rughe e tolto quasi la vista ai piccoli occhi plumbei, e scontorto tutta la magra, misera personcina.
Cosí sbilenco, con una spalla piú alta dell'altra, andava per via di traverso, come i cani.
Nessuno però, moralmente, sapeva rigar piú diritto di lui.
Lo dicevano tutti.
Vedere, non aveva potuto vedere molte cose, il giudice D'Andrea; ma certo moltissime ne aveva pensate, e quando il pensare è piú triste, cioè di notte.
Il giudice D'Andrea non poteva dormire.
Passava quasi tutte le notti alla finestra a spazzolarsi una mano a quei duri gremiti suoi capelli da negro, con gli occhi alle stelle, placide e chiare le une come polle di luce, guizzanti e pungenti le altre; e metteva le piú vive in rapporti ideali di figure geometriche, di triangoli e di quadrati, e, socchiudendo le palpebre dietro le lenti, pigliava tra i peli delle ciglia la luce d'una di quelle stelle, e tra l'occhio e la stella stabiliva il legame d'un sottilissimo filo luminoso, e vi avviava l'anima a passeggiare come un ragnetto smarrito.
Il pensare cosí di notte non conferisce molto alla salute.
L'arcana solennità che acquistano i pensieri produce quasi sempre, specie a certuni che hanno in sé una certezza su la quale non possono riposare, la certezza di non poter nulla sapere e nulla credere non sapendo, qualche seria costipazione.
Costipazione d'anima, s'intende.
E al giudice D'Andrea, quando si faceva giorno, pareva una cosa buffa e atroce nello stesso tempo, ch'egli dovesse recarsi al suo ufficio d'Istruzione ad amministrare - per quel tanto che a lui toccava - la giustizia ai piccoli poveri uomini feroci.
Come non dormiva lui, cosí sul suo tavolino nell'ufficio d'Istruzione non lasciava mai dormire nessun incartamento, anche a costo di ritardare di due o tre ore il desinare e di rinunziar la sera, prima di cena, alla solita passeggiata coi colleghi per il viale attorno alle mura del paese.
Questa puntualità, considerata da lui come dovere imprescindibile, gli accresceva terribilmente il supplizio.
Non solo amministrare la giustizia gli toccava; ma d'amministrarla cosí, su due piedi.
Per poter essere meno frettolosamente puntuale, credeva d'ajutarsi meditando la notte.
Ma, neanche a farlo apposta, la notte, spazzolando la mano a quei suoi capelli da negro e guardando le stelle, gli venivano tutti i pensieri contrarii a quelli che dovevano fare al caso per lui, data la sua qualità di giudice istruttore; cosí che, la mattina dopo, anziché aiutata, vedeva insidiata e ostacolata la sua puntualità da quei pensieri della notte e cresciuto enormemente lo stento di tenersi stretto a quell'odiosa sua qualità di giudice istruttore.
Eppure, per la prima volta, da circa una settimana, dormiva un incartamento sul tavolino del giudice D'Andrea.
E per quel processo che stava lí da tanti giorni in attesa, egli era in preda a una irritazione smaniosa, a una tetraggine soffocante.
Si sprofondava tanto in questa tetraggine, che gli occhi aggrottati, a un certo punto, gli si chiudevano.
Con la penna in mano, dritto sul busto, il giudice D'Andrea si metteva allora a pisolare, prima raccorciandosi, poi attrappandosi come un baco infratito che non possa piú fare il bozzolo.
Appena, o per qualche rumore o per un crollo piú forte del capo, si ridestava e gli occhi gli andavano lí, a quell'angolo del tavolino dove giaceva l'incartamento, voltava la faccia e, serrando le labbra, tirava con le nari fischianti aria aria aria e la mandava dentro, quanto piú dentro poteva, ad allargar le viscere contratte dall'esasperazione, poi la ributtava via spalancando la bocca con un versaccio di nausea, e subito si portava una mano sul naso adunco a regger le lenti che, per il sudore, gli scivolavano.
Era veramente iniquo quel processo là: iniquo perché includeva una spietata ingiustizia contro alla quale un pover'uomo tentava disperatamente di ribellarsi senza alcuna probabilità di scampo.
C'era in quel processo una vittima che non poteva prendersela con nessuno.
Aveva voluto prendersela con due, lí in quel processo, coi primi due che gli erano capitati sotto mano, e - sissignori - la giustizia doveva dargli torto, torto, torto, senza remissione, ribadendo cosí, ferocemente, l'iniquità di cui quel pover'uomo era vittima.
A passeggio, tentava di parlarne coi colleghi; ma questi, appena egli faceva il nome del Chiàrchiaro, cioè di colui che aveva intentato il processo, si alteravano in viso e si ficcavano subito una mano in tasca a stringervi una chiave, o sotto sotto allungavano l'indice e il mignolo a far le corna, o s'afferravano sul panciotto i gobbetti d'argento, i chiodi, i corni di corallo pendenti dalla catena dell'orologio.
Qualcuno, piú francamente, prorompeva:
- Per la Madonna Santissima, ti vuoi star zitto?
Ma non poteva starsi zitto il magro giudice D'Andrea.
Se n'era fatta proprio una fissazione, di quel processo.
Gira gira, ricascava per forza a parlarne.
Per avere un qualche lume dai colleghi - diceva - per discutere cosí in astratto il caso.
Perché, in verità, era un caso insolito e speciosissimo quello d'un jettatore che si querelava per diffamazione contro i primi due che gli erano caduti sotto gli occhi nell'atto di far gli scongiuri di rito al suo passaggio.
Diffamazione? Ma che diffamazione, povero disgraziato, se già da qualche anno era diffusissima in tutto il paese la sua fama di jettatore? se innumerevoli testimonii potevano venire in tribunale a giurare che egli in tante e tante occasioni aveva dato segno di conoscere quella sua fama, ribellandosi con proteste violente? Come condannare, in coscienza, quei due giovanotti quali diffamatori per aver fatto al passaggio di lui il gesto che da tempo solevano fare apertamente tutti gli altri, e primi fra tutti - eccoli là - gli stessi giudici?
E il D'Andrea si struggeva; si struggeva di piú incontrando per via gli avvocati, nelle cui mani si erano messi quei due giovanotti, l'esile e patitissimo avvocato Grigli, dal profilo di vecchio uccello di rapina, e il grasso Manin Baracca, il quale, portando in trionfo su la pancia un enorme corno comperato per l'occasione e ridendo con tutta la pallida carnaccia di biondo majale eloquente, prometteva ai concittadini che presto in tribunale sarebbe stata per tutti una magnifica festa.
Orbene, proprio per non dare al paese lo spettacolo di quella "magnifica festa" alle spalle d'un povero disgraziato, il giudice D'Andrea prese alla fine la risoluzione di mandare un usciere in casa del Chiàrchiaro per invitarlo a venire all'ufficio d'Istruzione.
Anche a costo di pagar lui le spese, voleva indurlo a desistere dalla querela, dimostrandogli quattro e quattr'otto che quei due giovanotti non potevano essere condannati, secondo giustizia, e che dalla loro assoluzione inevitabile sarebbe venuto a lui certamente maggior danno, una piú crudele persecuzione.
Ahimè, è proprio vero che è molto piú facile fare il male che il bene, non solo perché il male si può fare a tutti e il bene solo a quelli che ne hanno bisogno; ma anche, anzi sopra tutto, perché questo bisogno d'aver fatto il bene rende spesso cosí acerbi e irti gli animi di coloro che si vorrebbero beneficare, che il beneficio diventa difficilissimo.
Se n'accorse bene quella volta il giudice D'Andrea, appena alzò gli occhi a guardare il Chiàrchiaro, che gli era entrato nella stanza, mentr'egli era intento a scrivere.
Ebbe uno scatto violentissimo e buttò all'aria le carte, balzando in piedi e gridandogli:
- Ma fatemi il piacere! Che storie son queste? Vergognatevi!
Il Chiàrchiaro s'era combinata una faccia da jettatore, ch'era una meraviglia a v
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