LA RALLEGRATA, di Luigi Pirandello - pagina 9
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Naturalmente a Costanova accadde quel che i membri del Consiglio disciolto avevano purtroppo preveduto.
Piú fiera vendetta di quella l'on.
Mazzarini non poteva prendersi, non solo contro il cavalier Decenzio Cappadona, suo acerrimo avversario, ma anche contro l'autorità costituita; lui socialista.
Retrogrado, conservatore, il paese di Costanova? Là, due re! Di cui l'uno il ritratto dell'altro, e l'un contro l'altro armato.
Ora, come un leone in gabbia, il commendator Zegretti nella magna sala del Municipio, ripensando all'impegno di quel deputato a Roma, perché lui e non altri fosse mandato quale Regio Commissario a Costanova; ripensando alla grande soddisfazione che egli per quell'impegno aveva provato, fremeva di rabbia, s'arrotolava i baffoni fino a storcersi il labbro di qua e di là, si stirava il gran pizzo, si affondava le unghie nelle palme delle mani, vedeva rosso!
Come fare il Regio Commissario in quel paese, a cui non poteva mostrarsi, senza promuover subito uno scoppio di risa?
Se non ci fosse stato quell'altro, egli avrebbe certo ispirato maggior reverenza col suo aspetto, che attestava devozione alla monarchia, culto anche fanatico della memoria del Gran Re.
Ma ora...
cosí...
E se qualcuno ne avesse scritto a Roma, ai giornali? se qualche deputato ne avesse parlato alla Camera?
Cosí pensando, il commendator Zegretti sentiva di punto in punto crescer l'orgasmo; passeggiava, si fermava, passeggiava ancora un po', si rifermava, sbuffando ogni volta e scotendo in aria le pugna.
Quella sala del Municipio era magnifica, dal palco scompartito, in rilievo, ornato di dorature.
Il cavalier Decenzio Cappadona l'aveva fatta decorare e addobbare sontuosamente a sue spese.
Nella parete di fondo troneggiava un gran ritratto a olio del primo re d'Italia, che il Cappadona stesso aveva fatto eseguire lí a Costanova, da un pittore di passaggio, sedendo lui per modello.
Imbecille! Buffone! Cosí nero? Quando mai Vittorio Emanuele II fu cosí nero?
Biondo scuro e con gli occhi cilestri: ecco com'era Vittorio Emanuele II; com'era lui, insomma, il commendator Zegretti, che aveva perciò quasi un diritto naturale a professarne la somiglianza.
Eh, ma allora, qualunque mascalzone, purché avesse il naso un po' in sú e un po' di crescenza nei peli della faccia, poteva figurare da Vittorio Emanuele II; se non si doveva tener conto del colore del pelo, del colore degli occhi.
Piú d'uno a Costanova dava ragione al Regio Commissario, sosteneva cioè che veramente egli piú del Cappadona somigliava a Vittorio Emanuele II con quegli occhi da vitellone; altri invece sosteneva il contrario; e le discussioni si facevano di giorno in giorno piú calorose.
Appena lo vedevano passare per via tutti uscivano fuori dalle botteghe, s'affacciavano alle finestre, si fermavano a mirarlo:
- Ma bello, vah! magnifico! guardatelo!
Nessuno poté assistere però alla scena piú buffa, che si svolse nella sala del Municipio, dove una mattina dovettero pur trovarsi di fronte tutt'e due, quei Vittorii Emanueli.
E ce n'era pure un terzo, lí, dipinto a olio, grande al vero, che se li godeva dall'alto della parete, cosí ammusati.
Una gran folla, quella mattina, all'annunzio dell'invito che il Regio Commissario aveva fatto al Cappadona per interrogarlo su l'ultima gestione amministrativa, s'era raccolta sotto il Municipio.
Figurarsi dunque l'animo del cavalier Decenzio nel recarsi, tra tanta gente assiepata, a quel convegno; e l'animo del commendator Zegretti, a cui ne saliva dalla piazza il brusío.
Oltre l'irrisione, che era patente nella curiosità di tutti quegli oziosi, qualche altra cosa irritava sordamente il cavalier Cappadona.
Quantunque molto munifico al paese, era pur non di meno gelosissimo di tutti i suoi doni al Comune.
Ora, da piú giorni, passando sotto il Municipio, aveva veduto spalancate al sole le ampie finestre poste sul davanti, ch'eran quelle appunto del salone.
Povere tende, dunque! poveri mobili, a quella luce sfacciata! e chi sa quanta polvere! che disordine!
Quando, introdotto dal segretario Marcocci, vide il gran tappeto persiano, che copriva da un capo all'altro il pavimento, ridotto in uno stato miserando, come se ci fosse passato sopra un branco di porci, si sentí tutto rimescolare.
Ma sentí addirittura artigliarsi le dita nel vedere che colui lo accoglieva senza il minimo riguardo.
Signori miei, quell'intruso lí! Quell'intruso, che - dimostrandosi fino a tal segno villano e indegno d'abitare in un luogo addobbato con tanto decoro e tanto sfarzo - osava pure scimmiottare l'immagine d'un re.
Il commendator Zegretti stava seduto innanzi a un'elegantissima scrivania, piena zeppa di carte, che s'era fatta trasportare lí nel salone, e scriveva.
Senza neppure alzar gli occhi, disse seccamente:
- S'accomodi.
Ma s'era già accomodato da sé, senz'invito, il Cappadona, sulla poltrona di faccia.
Il Regio Commissario, tenendo ancora gli occhi bassi, prese a esporre all'ex-sindaco la ragione per cui lo aveva invitato a venire.
A un certo punto il Cappadona, che lo guardava fieramente, scattò in piedi, serrando le pugna.
- Scusi, - disse, - non si potrebbero almeno accostare un tantino queste finestre?
Due, tre fischi partirono in quel momento dalla folla raccolta nella piazza sottostante.
Il commendator Zegretti alzò il capo, stirandosi un baffo con aria grave, e disse:
- Ma io non ho paura, sa.
- E chi ha paura? - fece il Cappadona.
- Dico per queste povere tende...
per questo tappeto, capirà...
Il commendator Zegretti guardò le tende, guardò il tappeto, si buttò indietro su la spalliera del seggiolone, e, accarezzandosi ora l'interminabile pizzo:
- Mah! - sospirò.
- Mi piace, sa, mi piace lavorare alla luce del sole!
- Eh, - squittí il Cappadona, - se non si rovinasse la tappezzeria...
Capisco che a lei non importa nulla; ma, se permette, le faccio osservare che importa a me, perché è roba mia.
- Del Municipio, se mai...
- No! Mia, mia, mia.
Fatta a mie spese! Mia la sedia, su cui lei siede; mia la scrivania, su cui lei scrive.
Tutto quello che lei vede qua, mio, mio, mio, fatto col denaro mio, lo sappia! E se si vuole prendere il disturbo d'affacciarsi un pochino alla finestra, le faccio vedere là l'edificio delle scuole, che ho fatto levare io di pianta e costruire a mie spese e arredare di tutto punto: io! E ci sono anche le scuole tecniche che il signor Mazzarini, deputato del collegio, non è stato buono a ottenere dal Governo, com'era d'obbligo, e che mantengo io, a mie spese: io! Se si vuole alzare un pochino e affacciare alla finestra, le faccio vedere, piú là, un altro edificio, l'ospedale, costruito, arredato e mantenuto anche da me, a mie spese...
E questa, ora, è la ricompensa, caro signore! Mi si manda qua lei, non so perché: aspetto che lei me lo dica...
mi spieghi bene che cosa sia venuto a far qua, lei...
Ma già lo vedo...
già lo vedo...
E il cavalier Decenzio Cappadona, aprendo le braccia, si mise a guardare il tappeto rovinato.
Con fredda calma ostentata, il commendator Zegretti, marcando le ciglia a mezzaluna:
- Ma io, - disse, - io invece, sa? sono qua per vedere che cosa ha fatto lei, piuttosto.
- Gliel'ho detto, che cosa ho fatto io! E ci sono le prove lí: c'è tutto il paese che può rispondere per me! Chi è lei? che cosa vuole da me?
- Io rappresento qua il Governo! - rispose infoscandosi il commendator Zegretti, e poggiò ambo le mani su la scrivania.
Il Cappadona si scrollò tutto, tre volte:
- Ma nossignore! ma che Governo! ma non ci creda! glielo dico io che cosa rappresenta lei qua.
- Oh insomma! - gridò il Regio Commissario, levandosi in piedi anche lui.
- Io non posso assolutamente tollerare che lei si dia codeste arie davanti a me!
E i due Vittorii Emanueli si guardarono finalmente negli occhi, pallidi e vibranti d'ira.
- Io, le arie? - fece con un sogghigno il Cappadona.
- se le dà lei, mi pare, le arie.
Non si è degnato nemmeno d'alzarsi, quando io sono entrato, come se fosse entrato il signor nessuno qua, dove pure tutto mi appartiene.
- Ma io non le so, non le voglio, né le debbo sapere io, codeste cose! - rispose, sempre piú eccitandosi, il commendator Zegretti.
- Questa è la sede del Municipio.
- Benissimo! Del Municipio! Non stalla, dunque!
- Lei m'offende!
- Come le pare...
- Ah sí? E allora io la invito a uscir fuori! Là!
E il commendator Zegretti additò fieramente la porta.
Si videro, ora, l'uno addosso all'altro, i due re: i baffi tremavano, tremavano i pappafichi, e i nasi all'erta fremevano.
- A me osa dir questo? - tonò il Vittorio Emanuele paesano.
La sua voce s'intese nella piazza sottostante e un uragano di fischi e di grida scomposte si levò minaccioso.
- Proprio a lei! sissignore! Perché io non ho paura! - inveí, pallidissimo, il commendator Zegretti.
- E se trovo qua, fra queste carte, qualche irregolarità...
- Mi manda in galera? - compí la frase il Cappadona, sghignazzando.
- Ma si provi, si provi; vedrà che cosa succede...
Lei qua non rappresenta che quattro mascalzoni messi sú da quel farabutto del Mazzarini, deputato socialista, nemico della patria e del re, ha capito? Del re, del re; glielo grido sul muso a lei mascherato a codesto modo!
Trasecolò, nel suo furore, il commendator Zegretti.
- Io, mascherato? - disse.
- Come...
E lei? Ci vuole un bel coraggio, perdio! Ma si levi! Ma vada via! Io, mascherato? Ma dove, ma quando lo vide mai lei, Vittorio Emanuele, che ha fatto calunniare lí, in quel ritratto? Non era mica cosí nero, sa? come lei se l'immagina, Vittorio Emanuele II!
- Ah, no? com'era? rosso? nero? repubblicano? socialista come voi? protettore di farabutti? Ma radetevi! radetevi! ci farete miglior figura! Non profanate cosí l'immagine del Re! E basta, non vi dico altro.
Ce la vedremo, caro signore, alle prossime elezioni!
E il cavalier Decenzio Cappadona, col volto in fiamme, uscí tutto sbuffante di fierissimo sdegno.
In piazza fu accolto da un fragoroso scoppio d'applausi.
Agli amici piú intimi, che lo attendevano ansiosi, non poté rispondere fuorché queste parole:
- Faccio nascere un macello, parola d'onore!
E la guerra cominciò, ferocissima, tra i due re.
Com'era però da prevedersi, la sconfitta fu per il commendator Zegretti, avendo il Cappadona tutto il paese dalla sua.
Appena si mostrava per via, due, tre lo chiamavano forte:
- Cavaliere! Signor sindaco!
Tirava via di lungo; e un quarto, ecco, lo raggiungeva di corsa, gli batteva amichevolmente una mano su la spalla.
- Caro Decenzio!
Si voltava di scatto, con gli occhi che gli schizzavano fiamme; e subito:
- Ah, scusi, signor Commendatore! Credevo che fosse il cavalier Cappadona...
Capirà! Perdoni...
Rientrava al Municipio? Lungo l'androne c'erano parecchie porte murate; rimanevano però, di qua e di là, gli sguanci nella grossezza del muro, come tante nicchie: bene: da ciascuna saltava fuori un monello, al passaggio del Commendatore.
Un saluto militare; uno strillo: - Maestà! - e via a gambe levate.
Il commendator Zegretti licenziò allora il guardaportone ch'era un povero vecchietto allogato lí per carità e che non ne aveva nessuna colpa.
Egli, infatti, lasciava in custodia alla moglie l'entrata e andava in giro tutto il giorno, domandando ad alta voce, da lontano, se per caso ci fosse qualcuno che volesse farsi la barba.
Buttato in mezzo alla strada, se n'andò a piangere dal cavalier Cappadona.
Sua Maestà gli promise che, rifatte le elezioni, lo avrebbe riassunto in servizio, e intanto gli diede da vivere per sé e per la sua famiglia.
Contento, il vecchietto mostrò le forbici al cavalier Cappadona:
- Non dubiti, signor Cavaliere, che se m'avviene di ripigliarlo a comodo, lo acciuffo e lo toso di prepotenza.
Baffi e pappafico, signor Cavaliere!
Questa minaccia arrivò agli orecchi del commendator Zegretti, il quale d'allora in poi prese a uscire seguito da due guardie.
E allora, da lontano, fischi, urli e altri rumori sguajati, che arrivavano al cielo.
Fu peggio, quando il segretario Marcocci, divenuto d'un estremo squallore e molto piú miope dal giorno dell'arrivo, una sera, cercando in uno sgabuzzino alcune carte, si bruciò per disgrazia con la candela che teneva in mano uno di quei suoi baffi biondicci alla cinese, e fu perciò costretto a radersi anche l'altro.
Tutto il paese, il giorno dopo, vedendolo cosí raso lo riaccompagnò quasi in trionfo al Municipio, come se quel pover'uomo si fosse raso per dare una soddisfazione al Comune di Costanova e il buon esempio al suo principale.
Il commendator Zegretti non si lasciò piú vedere per il paese.
Il giorno per le elezioni era ormai vicino.
Per prudenza, prevedendo l'esplosione del giubilo popolare per la vittoria incontrastabile del Cappadona, domandò al Prefetto del capoluogo un rinforzo di soldati.
Ma la popolazione di Costanova, ben pagata ed eccitata dal vino delle cantine di Sua Maestà, non si lasciò intimidire da quel rinforzo; e il giorno segnato insorse in una frenetica dimostrazione.
Le guardie che presidiavano il Municipio caricarono violentemente la folla; ma le spinte, gli urtoni, che scaraventavano di qua e di là i dimostranti e li lasciavano un pezzo, compressi da tutte le parti, a boccheggiar come pesci, non giovarono a nulla: riprendevano fiato quei demonii scatenati e urlavano piú forte di prima.
- Abbasso Zegrettííí! Abbasso il pappaficòòò! Si rada! si radààà! Viva Cappadonààà! Ràditi, Zegrettííí!
Un pandemonio.
Ma radersi, no.
Ah, radersi, no! Piuttosto il commendator Zegretti, non per paura, ma per non darla vinta a colui che indegnamente si credeva il ritratto di Vittorio Emanuele II, e per non far fuggire sconfitta nella sua persona la vera immagine del gran Re, s'era lasciati crescere da parecchi giorni i peli su le guance.
La sera stessa di quel giorno memorabile, egli, profondamente accorato, se ne andò con una barbaccia da padre cappuccino, mentre l'altro s'insediava di nuovo trionfante nel Municipio di Costanova piú Vittorio Emanuele che mai.
I TRE PENSIERI DELLA SBIOBBINA
Bene, fino a nove anni: nata bene, cresciuta bene.
A nove anni, come se il destino avesse teso dall'ombra una manaccia invisibile e gliel'avesse imposta sul capo: - Fin qua! -, Clementina, tutt'a un tratto, aveva fatto il groppo.
Là, a poco piú d'un metro da terra.
I medici, eh! subito, con la loro scienza, avevano compreso che non sarebbe cresciuta piú.
Linfatismo, cachessía, rachitide...
Bravi! Farlo intendere alle gambe, adesso, al busto di Clementina, che non si doveva piú crescere! Busto e gambe, dacché, nascendo, ci s'erano messi, avevano voluto crescere per forza, senza sentir ragione.
Non potendo per lungo, sotto l'orribile violenza di quella manaccia che schiacciava, s'erano ostinati a crescere di traverso: sbieche, le gambe; il busto, aggobbito, davanti e dietro.
Pur di crescere...
Che non crescono forse cosí, del resto, anche certi alberelli, tutti a nodi e a sproni e a giunture storpie? Cosí.
Con questa differenza però: che l'alberello, intanto, non ha occhi per vedersi, cuore per sentire, mente per pensare; e una povera sbiobbina, sí; che l'alberello storpio non è, che si sappia, deriso da quelli dritti, malvisto per paura del malocchio, sfuggito dagli uccellini; e una povera sbiobbina, sí, dagli uomini, e sfuggita anche dai fanciulli; e che l'alberello infine non deve fare all'amore, perché fiorisce a maggio da sé, naturalmente, cosí tutto storpio com'è, e darà in autunno i suoi frutti; mentre una povera sbiobbina...
Là, via, era una cosa riuscita male, e che non si poteva rimediare in alcun modo.
Chi scrive una lettera, se non gli vien bene, la strappa e la rifà da capo.
Ma una vita? Non si può mica rifar da capo, a strapparla una volta, la vita.
E poi, Dio non vuole.
Quasi quasi verrebbe voglia di non crederci, in Dio, vedendo certe cose.
Ma Clementina ci credeva.
E ci credeva appunto perché si vedeva cosí.
Quale altra spiegazione migliore di questa, di tutto quel gran male che, innocente, senz'alcuna sua colpa, le toccava soffrire per tutta, tutta la vita, che è una sola, e che lei doveva passar tutta, tutta cosí, come fosse una burla, uno scherzo, compatibile sí e no per un minuto solo e poi basta? Poi dritta, sú, svelta, agile, alta, e via tutta quella oppressione.
Ma che! Sempre cosí.
Dio, eh? Dio - era chiaro - aveva voluto cosí, per un suo fine segreto.
Bisognava far finta di crederci, per carità; ché altrimenti Clementina si sarebbe disperata.
Spiegandoselo cosí, invece, lei poteva anche considerare come un bene tutto il suo gran male: un bene sommo e glorioso.
Di là, s'intende.
In cielo.
Che bella angeletta sarà poi in cielo, Clementina!
Ed ecco, ella sorride talvolta, camminando, alla gente che la guarda per istrada.
Pare voglia dire: "Non mi deridete, via! perché, vedete? ne sorrido io per la prima.
Sono fatta cosí; non mi son fatta da me; Dio l'ha voluto; e dunque non ve n'affliggete neppure, come non me n'affliggo io, perché, se l'ha voluto Dio, lo so sicuro che una ricompensa, poi, me la darà!"
Del resto, le gambe, tanto tanto non pajono, sotto la veste.
Dio solo sa quanto peni Clementina a farle andare, quelle gambe.
E tuttavia sorride.
La pena è anche accresciuta dallo studio ch'ella pone a non barellare tanto, per non dar troppo nell'occhio alla gente.
Passare inosservata non potrebbe.
Sbiobbina è.
Ma via, andando cosí, con una certa lestezza, e poi modesta, e poi sorridendo...
Qualcuno però, a quando a quando, si dimostra crudele: la osserva, magari col volto atteggiato di compassione, e le torna poco dopo davanti dall'altro lato, quasi volesse a tutti i costi rendersi conto di com'ella faccia con quelle gambe ad andare.
Clementina, vedendo che col suo solito sorriso non riesce a disarmare quella curiosità spietata, arrossisce dalla stizza, abbassa il capo; talvolta, perdendo il dominio di sé, per poco non inciampa, non rotola giú per terra; e allora, arrabbiata, quasi quasi si tirerebbe su la veste e griderebbe a quel crudele:
- Eccoti qua: vedi? E ora lasciami fare la sbiobbina in pace.
In questo quartiere non è ancora conosciuta.
Clementina ha cambiato casa da poche settimane.
Dove stava prima, era conosciuta da tutti; e nessuno piú la molestava.
Sarà cosí, tra breve, anche qua.
Ci vuol pazienza! Lei è molto contenta della nuova casa, che sorge in una piazzetta quieta e pulita.
Lavora da mane a sera, con gentilezza e maestria, di scatolette e sacchettini per nozze e per nascite.
La sorella (ha una sorella, Clementina, che si chiama Lauretta, minore di cinque anni: ma...
diritta lei, eh altro! e svelta e tanto bella, bionda, florida) lavora da modista in una bottega: va ogni mattina, alle otto; rincasa la sera, alle sette.
Fra loro, le due sorelle si son fatte da mamma a vicenda; Clementina, prima, a Lauretta; ora Lauretta, invece, a Clementina, quantunque minore d'età.
Ma se questa, per la disgrazia, è rimasta come una ragazzina di dieci anni!...
Lauretta ha acquistato invece tanta esperienza della vita! Se non ci fosse lei...
Spesso Clementina sta ad ascoltarla a bocca aperta.
Gesú, Gesú...
che cose!
E capisce, ora, che con que' due poveri piedi sbiechi non potrà mai entrare nel mondo misterioso che Lauretta le lascia intravedere.
Non ne prova invidia, però: sí un timor vago e come un intenerimento angoscioso, di pietà per sé.
Lauretta, un giorno o l'altro, si lancerà in quel mondo fatto per lei; e come resterà, allora, la povera Clementina? Ma Lauretta l'ha rassicurata, le ha giurato che non l'abbandonerà mai, anche se le avverrà di prender marito.
E Clementina ora pensa a questo futuro marito di Lauretta.
Chi sarà? Come si conosceranno? Per via, forse.
Egli la guarderà, la seguirà; poi, qualche sera la fermerà.
E che si diranno? Ah come dev'esser buffo, fare all'amore.
Con gli occhi invagati, seduta innanzi al tavolino presso la finestra, Clementina, cosí fantasticando, non sa risolversi a metter mano al lavoro apparecchiato sul piano del tavolino.
Guarda fuori...
Che guarda?
C'è un giovine, un bel giovine biondo, coi capelli lunghi e la barbetta alla nazarena, seduto a una finestra della casa dirimpetto, coi gomiti appoggiati sul davanzale e la testa tra le mani.
Possibile? Gli occhi di quel giovine sono fissi su lei, con una intensità strana.
Pallido...
Dio, com'è pallido! dev'esser malato.
Clementina lo vede adesso per la prima volta, a quella finestra.
Ed ecco, egli séguita a guardare...
Clementina si turba; poi sospira e si rinfranca.
Il primo pensiero che le viene in mente è questo:
- Non guarda me!
Se Lauretta fosse in casa, lei penserebbe che quel giovine...
Ma Lauretta non è mai in casa, di giorno.
Forse alla finestra del quartierino accanto sarà affacciata qualche bella ragazza, con cui quel giovine fa all'amore.
Ma si direbbe proprio che egli guarda qua, ch'egli guarda lei.
Con quegli occhi? Via, impossibile! Oh, che! Ha fatto un cenno, quel giovine, con la mano: come un saluto! A lei? No, no! Ci sarà senza dubbio qualcuna affacciata.
E Clementina si fa alla finestra, monta su lo sgabelletto che sta lí apposta per lei, e - senza parere - guarda alla finestra accanto e poi all'altra appresso...
guarda giú, alla finestra del piano di sotto, poi a quella del piano di sopra...
Non c'è nessuno!
Timidamente, volge di sfuggita uno sguardo al giovine, ed ecco...
un altro cenno di saluto, a lei, proprio a lei...
ah, questa volta non c'è piú dubbio!
Clementina scappa dalla finestra, scappa dalla stanza, col cuore in tumulto.
Che sciocca! Ma è uno sbaglio certamente...
Quel giovine là dev'esser miope.
Chi sa per chi l'avrà scambiata...
Forse per Lauretta? Ma sí! Forse avrà seguíto Lauretta per via; avrà saputo che lei abita qua, dirimpetto a lui...
Ma, altro che miope, allora! Dev'esser cieco addirittura...
Eppure, non porta occhiali.
Sí, Clementina non è brutta, di faccia: somiglia veramente un po' alla sorella; ma il corpo! Forse, chi sa! vedendola seduta, lí davanti al tavolino, col cuscino sotto, egli avrà potuto avere, cosí da lontano, l'illusione di veder Lauretta al lavoro.
Quella sera stessa ne domanda alla sorella.
Ma questa casca dalle nuvole.
- Che giovine?
- Sta lí, dirimpetto.
Non te ne sei accorta?
- Io, no.
Chi è?
Clementina glielo descrive minutamente; e Lauretta allora le dichiara di non saperne nulla, di non averlo mai incontrato, mai veduto, né da vicino né da lontano.
Il giorno appresso, da capo.
Egli è là, nello stesso atteggiamento, coi gomiti sul davanzale e il bel capo biondo tra le mani; e la guarda, la guarda come il giorno avanti, con quella strana intensità nello sguardo.
Clementina non può sospettare che quel giovine, il quale appare tanto, tanto triste, si voglia pigliare il gusto di beffarsi di lei.
A che scopo? Ella è una povera disgraziata, che non potrebbe mai e poi mai prender sul serio la beffa crudele, abboccare all'amo, lasciarsi lusingare...
E dunque? Oh, ecco: gli ripete il cenno di jeri, la saluta con la mano, china il capo piú volte, come per dire: - "A te, sí, a te" - e si nasconde il volto con le mani, dolorosamente.
Clementina non può piú rimanere lí, presso la finestra; scende dalla sedia, tutta in sussulto, e come una bestiolina insidiata va a spiare dalla finestra della camera accanto, dietro le tendine abbassate.
Egli si è tratto dal davanzale; non guarda piú fuori; sta ora in un atteggiamento sospeso e accorato; ed ecco, si volta di tratto in tratto a guardare verso la finestra di lei, per vedere se ella vi sia ritornata.
La aspetta!
Che deve supporre Clementina? Le viene in mente quest'altro pensiero:
- Non vedrà bene come sono fatta.
E, per essere lasciata in pace, povera sbiobbina, immagina d'un tratto questo espediente: accosta il tavolino alla finestra, prende uno strofinaccio e poi, con l'ajuto d'una seggiola, monta a gran fatica sul tavolino, là, in piedi, come per pulire con quello strofinaccio i vetri della finestra.
Cosí egli la vedrà bene!
Ma per poco Clementina non precipita giú in istrada, nell'accorgersi che quel giovine, vedendola lí, s'è levato in piedi e gesticola furiosamente, spaventato, e le accenna di smontare, giú di lí, giú di lí, per carità: incrocia le mani sul petto, si prende il capo tra le mani e grida, ora, grida!
Clementina scende dal tavolino quanto piú presto può, sgomenta, anzi atterrita; lo guarda, tutta tremante, con gli occhi sbarrati; egli le tende le braccia, le invia baci; e allora:
"È matto...
- pensa Clementina, stringendosi, storcendosi le mani.
- Oh Dio, è matto! è matto! ".
Difatti, la sera, Lauretta glielo conferma.
Messa in curiosità dalle domande di Clementina, ella ha domandato notizie di quel giovine, e le hanno detto ch'egli è impazzito da circa un anno per la morte della fidanzata che abitava lí, dove abitano loro, Lauretta e Clementina.
A quella fidanzata, prima che morisse, avevan dovuto amputare una gamba e poi l'altra, per un sarcoma che s'era rinnovato.
Ah, ecco perché! Clementina, ascoltando questo racconto della sorella, sente riempirsi gli occhi di lagrime.
Per quel giovine o per sé? Sorride poi pallidamente e dice con tremula voce a Lauretta:
- Me l'ero figurato, sai? Guardava me...
SOPRA E SOTTO
Eran venuti sú per la buja, erta scaletta di legno; sú, in silenzio, quasi di furto, piano piano.
Il professor Carmelo Sabato - tozzo pingue calvo - con in braccio, come un bamboccetto in fasce, un grosso fiasco di vino.
Il professor Lamella, antico alunno del Sabato, con due bottiglie di birra, una per mano.
E da piú d'un'ora, su l'alta terrazza sui tetti, irta di comignoli, di fumajoli di stufe, di tubi d'acqua, sotto lo sfavillío fitto, continuo delle stelle che pungevano il cielo senz'allargar le tenebre della notte profonda, conversavano.
E bevevano.
Vino, il professor Sabato: vino, fino a schiattarne: voleva morire.
Il professor Lamella, birra: non voleva morire.
Dalle case, dalle vie della città non saliva piú, da un pezzo, nessun rumore.
Solo, di tratto in tratto, qualche remoto rotolío di vettura.
La notte era afosa, e il professor Carmelo Sabato s'era dapprima snodata la cravatta e sbottonato il colletto davanti, poi anche sbottonato il panciotto e aperta la camicia sul petto velloso: alla fine, nonostante l'ammonimento di Lamella: "Professore, voi vi raffreddate", s'era tolta la giacca, e con molti sospiri, ripiegatala, se l'era messa sotto, per star piú comodo su la panchetta bassa, di legno, a sedere con le gambe distese e aperte, una qua, una là, sotto il tavolinetto rustico, imporrito dalla pioggia e dal sole.
Teneva ciondoloni il testone calvo e raso, socchiusi gli occhi bovini torbidi, venati di sangue, sotto le foltissime sopracciglia spioventi, e parlava con voce languida, velata, stiracchiata, come se si lamentasse in sogno:
- Enrichetto, Enrichetto mio, - diceva, - mi fai male...
t'assicuro che mi fai male...
tanto male...
Il Lamella, biondino, magro, itterico, nervosissimo, stava sdrajato su una specie d'amaca sospesa di qua a un anello nel muro del terrazzo, di là a due bacchette di ferro sui pilastrini del parapetto.
Allungando un braccio, poteva prendere da terra la bottiglia: prendeva quasi sempre la vuota, e si stizziva; tanto che, alla fine, con una manata la mandò a rotolare sul pavimento in pendío, con grande angoscia, anzi terrore del vecchio professor Sabato, che si buttò subito a terra, gattoni, e le corse dietro per pararla, fermarla, gemendo, arrangolando:
- Per carità...
per carità...
sei matto? giú parrà un tuono.
Parlando, il Lamella si storceva tutto, non poteva star fermo un momento, si raggricchiava, si stirava, dava calci e pugni all'aria.
- Vi farò male; ne sono persuaso, caro professore; ma apposta lo faccio: voi dovete guarire! vi voglio rialzare! E vi ripeto che le vostre idee sono antiquate, antiquate, antiquate...
Rifletteteci bene, e mi darete ragione!
- Enrichetto, Enrichetto mio, non sono idee, - implorava quello, con voce stiracchiata, lamentosa.
- Forse prima erano idee.
Ora sono il sentimento mio, quasi un bisogno, figliuolo: come questo vino: un bisogno.
- E io vi dimostro che è stupido! - incalzava l'altro.
- E vi levo il vino e vi faccio cangiar di sentimento...
- Mi fai male...
- Vi faccio bene! State a sentire.
Voi dite: Guardo le stelle, è vero? no, voi dite rimiro...
è piú bello, sí, rimiro le stelle, e subito sento la nostra infinita, inferma piccolezza inabissarsi! Ma sentite come parlate ancora bene voi, professore? E ricordo che sempre avete parlato cosí bene voi, anche quando ci facevate lezione.
Inabissarsi è detto benissimo! - Che cosa diventa la terra, voi domandate, l'uomo, tutte le nostre glorie, tutte le nostre grandezze? È vero? dite cosí?
Il professor Sabato fece di sí piú volte col testone raso.
Aveva una mano abbandonata, come morta, su la panchetta, e con l'altra, sotto la camicia, s'acciuffava sul petto i peli da orso.
Il Lamella riprese con furia:
- E vi sembra serio, questo, egregio professore? Ma scusate! Se l'uomo può intendere e concepire cosí la infinita sua piccolezza, che vuol dire? Vuol dire ch'egli intende e concepisce l'infinita grandezza dell'universo! E come si può dir piccolo, dunque, l'uomo?
- Piccolo...
piccolo - diceva, come da una lontananza infinita, il professor Sabato.
E il Lamella, sempre piú infuriato:
- Voi scherzate! Piccolo? Ma dentro di me dev'esserci per forza, capite? qualcosa di quest'infinito, se no io non lo intenderei, come non lo intende...
che so? questa mia scarpa, putacaso, o il mio cappello.
Qualcosa che, se io affiso...
cosí...
gli occhi alle stelle, ecco, s'apre, egregio professore, s'apre e diventa, come niente, piaga di spazio, in cui roteano mondi, dico mondi, di cui sento e comprendo la formidabile grandezza.
Ma questa grandezza di chi è? È mia, caro professore! Perché è sentimento mio! E come potete dunque dire che l'uomo è piccolo, se ha in sé tanta grandezza?
Un improvviso, curioso strido - zrí - ferí il silenzio succeduto vastissimo all'ultima domanda del Lamella.
Questi si voltò di scatto:
- Come? che dite?
Ma vide il professor Sabato immobile, come morto, con la fronte appoggiata allo spigolo del tavolinetto.
Era stato forse lo strido d'un pipistrello.
In quella positura, piú volte, il professore Carmelo Sabato, ascoltando le parole del Lamella, aveva gemuto:
- Tu mi rovini...
tu mi rovini...
Ma a un tratto, balenandogli un'idea, levò il capo irosamente e gridò all'antico alunno:
- Ah, tu cosí ragioni? Questo, prima di tutto, l'ha detto Pascal.
Ma va' avanti! va' avanti, perdio! Dimmi ora che significa.
Significa che la grandezza dell'uomo, se mai, è solo a patto di sentire la sua infinita piccolezza! significa che l'uomo è solo grande quando al cospetto dell'infinito si sente e si vede piccolissimo; e che non è mai cosí piccolo, come quando si sente grande! Questo significa! E che conforto, che consolazione ti può venir da questo? che l'uomo è dannato qua a questa atroce disperazione: di vedere grandi le cose piccole - tutte le cose nostre, qua, della terra - e piccole le grandi là, le stelle?
Diede di piglio al fiasco, furiosamente, e ingollò due bicchieri di vino, uno sopra l'altro, come se li fosse meritati e ne avesse acquistato un incontrastabile diritto, dopo quanto aveva detto.
- E che c'entra? e che c'entra? - gridava intanto il Lamella, tirate le gambe fuori dell'amaca, e agitandole insieme con le braccia, come se volesse lanciarsi sul professore.
- Conforto? consolazione? Voi cercate questo, lo so! Voi avete bisogno di vedervi, di sapervi piccolo...
- Piccolo, sí...
piccolo, piccolo...
- Piccolo, tra cose piccole e meschine...
- Sí...
cosí...
- Su un corpuscolo infinitesimale dello spazio, è vero?
- Sí, sí...
infinitesimale...
- Ma perché? Per seguitare ad abbrutirvi, a incarognirvi!
Il professor Sabato non rispose: aveva in bocca di nuovo il bicchiere, che già gli ballava in mano: accennò di sí col testone, seguitando a bere.
- Vergognatevi! Vergognatevi! - inveí il Lamella.
- Se la vita ha in sé, se l'uomo ha in sé quella sventura che voi dite, sta a noi di sopportarla nobilmente! Le stelle sono grandi, io sono piccolo, e dunque m'ubriaco, è vero? Questa è la vostra logica! Ma le stelle sono piccole, piccole, se voi non le concepite grandi: la grandezza dunque è in voi! E se voi siete cosí grande da concepir grandi le cose che pajono piccole, perché poi volete vedere piccole e meschine quelle che a tutti pajono grandi e gloriose? Pajono e sono, professore! Perché non è piccolo, come voi credete, l'uomo che le ha fatte, l'uomo che ha qua, qua in petto, in sé la grandezza delle stelle, quest'infinito, quest'eternità dei cieli, l'anima dell'universo immortale.
Che fate? ah, voi piangete? ho capito! Siete già ubriaco, professore!
Il Lamella saltò dall'amaca e si chinò sul professor Sabato che, appoggiato al muro, si scoteva tutto, sussultando, quasi ruttando i singhiozzi, che a uno a uno gli rompevano dal fondo delle viscere, fetidi di vino.
- Sú, sú, smettetela, perdio! - gli gridò.
- Mi fate rabbia, perché mi fate pietà! Un uomo del vostro ingegno, dei vostri studii, ridursi cosí! vergogna! Voi avete un'anima, un'anima, un'anima.
Me la ricordo io, la vostra anima nobile, accesa di bene; me la ricordo io!
- Per carità...
per carità...
- gemeva, implorava il professor Carmelo Sabato, tra le lagrime, sussultando.
- Enrichetto...
Enrichetto mio...
no, per carità...
non mi dire che ho un'anima immortale...
Fuori! fuori! Ecco, sí, ecco quello che io dico: fuori; sarà fuori l'anima immortale...
e tu la respiri, tu sí, perché non ti sei ancora guastato...
la respiri come l'aria, e te la senti dentro...
certi giorni piú, certi giorni meno...
Ecco quello che io dico! Fuori...
fuori...
per carità, lasciala fuori, l'anima immortale...
Io, no...
io, no...
mi sono guastato apposta per non respirarla piú...
m'empio di vino apposta, perché non la voglio piú, non la voglio piú dentro di me...
la lascio a voi...
sentitevela dentro voi...
io non ne posso piú...
non ne posso piú...
A questo punto, una voce dolce chiamò dal fondo della terrazza:
- Signore...
Il Lamella si volse.
Là, nel vano nero dell'usciolo, biancheggiavano le ampie ali della cornetta d'una suora di carità.
Il giovane professore accorse, confabulò piano con la suora, poi tutt'e due vennero premurosamente verso l'ubriaco e lo tirarono per le braccia su in piedi.
Il professor Carmelo Sabato, scamiciato, col testone ciondolante, il viso bagnato di lagrime, sbirciò l'uno e l'altra, sorpreso, intontito da tanta premura silenziosa; non disse nulla; si lasciò condurre, cempennante.
La discesa per la buja, angusta, ripida scaletta di legno fu difficile: il Lamella, avanti, con quasi tutto il peso addosso di quel corpaccio cascante; la suora, dietro, curva a trattener con ambedue le braccia, quanto piú poteva, quel peso.
Alla fine, sorreggendolo per le ascelle, lo introdussero a traverso due stanzette buje nella camera in fondo, illuminata da due candele or ora accese sui due comodini ai lati del letto matrimoniale.
Rigido, impalato sul letto, con le braccia in croce, stava il cadavere della moglie, dal viso duro, arcigno, illividito dal riverbero delle candele sul soffitto basso, opprimente della camera.
Un'altra suora pregava inginocchiata e a mani giunte a piè del letto.
Il professor Carmelo Sabato, ancora sorretto per le ascelle, ansimante, guardò un pezzo la morta, quasi atterrito, in silenzio.
Poi si volse al Lamella, come a fargli una domanda:
- Ah?
La suora, senza sdegno, con umiltà dolente e paziente gli fe' cenno di mettersi in ginocchio, ecco, cosí come faceva lei.
- L'anima, eh? - disse alla fine il Sabato, con un sussulto.
- L'anima immortale, eh?
- Signore! - supplicò l'altra suora piú anziana.
- Ah? sí...
sí...
subito...
- si rimise, come spaurito, il professor Carmelo Sabato, calandosi faticosamente sui ginocchi.
Cadde, carponi, con la faccia a terra, e stette cosí un pezzo, picchiandosi il petto col pugno.
Ma a un tratto dalla bocca, lí contro terra, gli venne fuori con suono stridulo e imbrogliato il ritornello d'una canzonettaccia francese: "Mets-la en trou, mets-la en trou..." seguíto da un ghigno: ih ih ih ih...
Le due suore si voltarono, inorridite; il Lamella si chinò subito a strapparlo da terra e trascinarlo via nella stanza accanto; lo pose a sedere su una seggiola e lo scrollò forte, forte, a lungo, intimandogli:
- Zitto! zitto!
- Sí, l'anima...
- disse piano, ansimando, l'ubriaco, - anche lei...
l'anima...
la plaga...
la plaga di spazio...
dove...
dove roteano mondi, mondi...
- Statevi zitto! - seguitava a gridargli in faccia, con voce soffocata, il Lamella, scrollandolo.
- Statevi zitto!
Il Sabato, allora, contro la sopraffazione provò di levarsi fiero in piedi; non poté; alzò un braccio; gridò:
- Due figlie...
costei...
due figlie mi buttò alla perdizione...
due figlie!
Accorsero le due suore a scongiurarlo di calmarsi, di tacere, di perdonare; egli si rimise di nuovo, cominciò a dir di sí, di sí col capo, aspettando il pianto, che alla fine gli proruppe, dapprima con un mugolío dalla gola serrata, poi in tremendi singhiozzi.
A poco a poco si calmò esortato dalle due suore; poi non pensando d'aver lasciato sú nella terrazza la giacca, cominciò a frugarsi in petto con una mano.
- Che cercate? - gli domandò il Lamella.
Guardando smarritamente le due suore e l'antico alunno, ora l'una ora l'altro, rispose:
- M'hanno scritto.
Tutt'e due.
Volevano veder la madre.
M'hanno scritto.
Socchiuse gli occhi e aspirò col naso, a lungo, deliziosamente, accompagnando l'aspirazione con un gesto espressivo della mano:
- Che profumo...
che profumo...
Lauretta, da Torino...
l'altra, da Genova...
Tese una mano e afferrò un braccio del Lamella.
- Quella che volevi tu...
Il Lamella, mortificato davanti alle due suore, s'infoscò in volto.
Giovannina...
Vanninella, sí...
Célie...
ah ah ah...
Célie Bouton...
La volevi tu...
- Statevi zitto, professore! - muggí il Lamella, contraffatto dall'ira e dallo sdegno.
Il Sabato insaccò il capo fra le spalle, per paura, ma guardò da sotto in sú con malizia l'antico alunno:
- Hai ragione sí...
Enrichetto, non mi far male...
hai ragione...
L'hai sentita all'Olympia? Mets-la en trou, mets-la en trou...
Le due suore alzarono le mani come a turarsi gli orecchi, col viso atteggiato di commiserazione, e ritornarono alla camera della defunta, chiudendone l'uscio.
Inginocchiate di nuovo a piè del letto funebre, udirono a lungo la contesa di quei due rimasti al bujo.
- Vi proibisco di ricordarlo! - gridava, soffocato, il giovine.
- Va' a guardare le stelle...
va' a guardare le stelle...
- diceva l'altro.
- Siete un buffone!
- Sí...
e sai? Vanninella m'ha...
m'ha anche mandato un po' di danaro...
e io non gliel'ho rimandato, sai? Sono andato alla Posta, a riscuotere il vaglia, e...
- E...?
- E ci ho comprato la birra per te, idealista.
UN GOJ
Il signor Daniele Catellani, mio amico, bella testa ricciuta e nasuta - capelli e naso di razza - ha un brutto vizio: ride nella gola in un certo modo cosí irritante, che a molti, tante volte, viene la tentazione di tirargli uno schiaffo.
Tanto piú che, subito dopo, approva ciò che state a dirgli.
Approva col capo; approva con precipitosi:
- Già, già! già, già!
Come se poc'anzi non fossero state le vostre parole a provocargli quella dispettosissima risata.
Naturalmente voi restate irritati e sconcertati.
Ma badate che è poi certo che il signor Daniele Catellani farà come voi dite.
Non c'è caso che s'opponga a un giudizio, a una proposta, a una considerazione degli altri.
Ma prima ride.
Forse perché, preso alla sprovvista, là, in un suo mondo astratto, cosí diverso da quello a cui voi d'improvviso lo richiamate, prova quella certa impressione per cui alle volte un cavallo arriccia le froge e nitrisce.
Della remissione del signor Daniele Catellani e della sua buona volontà d'accostarsi senz'urti al mondo altrui, ci sono del resto non poche prove, della cui sincerità sarebbe, io credo, indizio di soverchia diffidenza dubitare.
Cominciamo che per non offendere col suo distintivo semitico, troppo apertamente palesato dal suo primo cognome (Levi), l'ha buttato via e ha invece assunto quello di Catellani.
Ma ha fatto anche di piú.
S'è imparentato con una famiglia cattolica, nera tra le piú nere, contraendo un matrimonio cosiddetto misto, vale a dire a condizione che i figliuoli (e ne ha già cinque) fossero come la madre battezzati, e perciò perduti irremissibilmente per la sua fede.
Dicono però che quella risata cosí irritante del mio amico signor Catellani ha la data appunto di questo suo matrimonio misto.
A quanto pare, non per colpa della moglie, però, bravissima signora, molto buona con lui, ma per colpa del suocero, che è il signor Pietro Ambrini, nipote del defunto cardinale Ambrini, e uomo d'intransigentissimi principii clericali.
Come mai, voi dite, il signor Daniele Catellani andò a cacciarsi in una famiglia munita d'un futuro suocero di quella forza?
Mah!
Si vede che, concepita l'idea di contrarre un matrimonio misto, volle attuarla senza mezzi termini; e chi sa poi, forse anche con l'illusione che la scelta stessa della sposa d'una famiglia cosí notoriamente divota alla santa Chiesa cattolica, dimostrasse a tutti che egli reputava come un accidente involontario, da non doversi tenere in alcun conto, l'esser nato semita.
Lotte acerrime ebbe a sostenere per questo matrimonio.
Ma è un fatto che i maggiori stenti che ci avvenga di soffrire nella vita sono sempre quelli che affrontiamo per fabbricarci con le nostre stesse mani la forca.
Forse però - almeno a quanto si dice - non sarebbe riuscito a impiccarsi il mio amico Catellani, senza l'ajuto non del tutto disinteressato del giovine Millino Ambrini, fratello della signora, fuggito due anni dopo in America per ragioni delicatissime, di cui è meglio non far parola.
Il fatto è che il suocero, cedendo obtorto collo alle nozze, impose alla figlia come condizione imprescindibile di non derogare d'un punto alla sua santa fede e di rispettare col massimo zelo tutti i precetti di essa, senza mai venir meno a nessuna delle pratiche religiose.
Pretese inoltre che gli fosse riconosciuto come sacrosanto il diritto di sorvegliare perché precetti e pratiche fossero tutti a uno a uno osservati scrupolosamente, non solo dalla nuova signora Catellani, ma anche e piú dai figliuoli che sarebbero nati da lei.
Ancora, dopo nove anni, non ostante la remissione di cui il genero gli ha dato e seguita a dargli le piú lampanti prove, il signor Pietro Ambrini non disarma.
Freddo, incadaverito e imbellettato, con gli abiti che da anni e anni gli restano sempre nuovi addosso e quel certo odore ambiguo della cipria, che le donne si dànno dopo il bagno, sotto le ascelle e altrove, ha il coraggio d'arricciare il naso, vedendolo passare, come se per le sue nari ultracattoliche il genero non si sia per anche mondato del suo pestilenzialissimo foetor judaicus.
Lo so perché spesso ne abbiamo parlato insieme.
Il signor Daniele Catellani ride in quel suo modo nella gola, non tanto perché gli sembri buffa questa vana ostinazione del fiero suocero a vedere in lui per forza un nemico della sua fede, quanto per ciò che avverte in sé da un pezzo a questa parte.
Possibile, via, che in un tempo come il nostro, in un paese come il nostro, debba sul serio esser fatto segno a una persecuzione religiosa uno come lui, sciolto fin dall'infanzia da ogni fede positiva e disposto a rispettar quella degli altri, cinese, indiana, luterana, maomettana?
Eppure, è proprio cosí.
C'è poco da dire: il suocero lo perseguita.
Sarà ridicola, ridicolissima, ma una vera e propria persecuzione religiosa, in casa sua, esiste.
Sarà da una parte sola e contro un povero inerme, anzi venuto apposta senz'armi per arrendersi; ma una vera e propria guerra religiosa quel benedett'uomo del suocero gliela viene a rinnovare in casa ogni giorno, a tutti i costi, e con animo inflessibilmente e acerrimamente nemico.
Ora, lasciamo andare che - batti oggi e batti domani - a causa della bile che già comincia a muoverglisi dentro, l'homo judaeus prende a poco a poco a rinascere e a ricostituirsi in lui, senza ch'egli per altro voglia riconoscerlo.
Lasciamo andare.
Ma lo scadere ch'egli fa di giorno in giorno nella considerazione e nel rispetto della gente per tutto quell'eccesso di pratiche religiose della sua famiglia, cosí deliberatamente ostentato dal suocero, non per sentimento sincero, ma per un dispetto a lui e con l'intenzione manifesta di recare a lui una gratuita offesa, non può non essere avvertito dal mio amico signor Daniele Catellani.
E c'è di piú.
I figliuoli, quei poveri bambini cosí vessati dal nonno, cominciano anch'essi ad avvertir confusamente che la cagione di quella vessazione continua che il nonno infligge loro, dev'essere in lui, nel loro papà.
Non sanno quale, ma in lui dev'essere di certo.
Il buon Dio, il buon Gesú - (ecco, il buon Gesú specialmente!) - ma anche i Santi, oggi questo e domani quel Santo, ch'essi vanno a pregare in chiesa col nonno ogni giorno, è chiaro ormai che hanno bisogno di tutte quelle loro preghiere, perché lui, il papà, deve aver fatto loro, di certo, chi sa che grosso male.
Al buon Gesú, specialmente! E prima d'andare in chiesa, tirati per mano, si voltano, poveri piccini, ad allungargli certi sguardi cosí densi di perplessa angoscia e di doglioso rimprovero, che il mio amico signor Daniele Catellani si metterebbe a urlare chi sa quali imprecazioni, se invece...
se invece non preferisse buttare indietro la testa ricciuta e nasuta e prorompere in quella sua solita risata nella gola.
Ma sí, via! Dovrebbe ammettere altrimenti sul serio d'aver commesso un'inutile vigliaccheria a voltar le spalle alla fede dei suoi padri, a rinnegare nei suoi figliuoli il suo popolo eletto: 'am olam, come dice il signor Rabbino.
E dovrebbe sul serio sentirsi in mezzo alla sua famiglia un goj, uno straniero; e sul serio infine prendere per il petto questo suo signor suocero cristianissimo e imbecille, e costringerlo ad aprir bene occhi e a considerare che, via, non è lecito persistere a vedere nel suo genero un deicida, quando in nome di questo Dio ucciso duemil'anni fa dagli ebrei, i cristiani che dovrebbero sentirsi in Cristo tutti quanti fratelli, per cinque anni si sono scannati tra loro allegramente in una guerra che, senza giudizio di quelle che verranno, non aveva avuto finora uguale nella storia.
No, no, via! Ridere, ridere.
Son cose da pensare e da dir sul serio al giorno d'oggi?
Il mio amico signor Daniele Catellani sa bene come va il mondo.
Gesú, sissignori.
Tutti fratelli.
Per poi scannarsi tra loro.
È naturale.
E tutto a fil di logica, con la ragione che sta da ogni parte: per modo che a mettersi di qua non si può fare a meno d'approvare ciò che s'è negato stando di là.
Approvare, approvare, approvar sempre.
Magari, sí, farci sú prima, colti alla sprovvista, una bella risata.
Ma poi approvare, approvar sempre, approvar tutto.
Anche la guerra, sissignori.
Però (Dio, che risata interminabile, quella volta!) però, ecco, il signor Daniele Catellani volle fare, l'ultimo anno della grande guerra europea, uno scherzo al suo signor suocero Pietro Ambrini, uno scherzo di quelli che non si dimenticano piú.
Perché bisogna sapere che, nonostante la gran carneficina, con una magnifica faccia tosta il signor Pietro Ambrini, quell'anno, aveva pensato di festeggiare, per i cari nipotini, la ricorrenza del Santo Natale piú pomposamente che mai.
E s'era fatti fabbricare tanti e tanti pastorelli di terracotta: i pastorelli che portano le loro umili offerte alla grotta di Bethlehem, al Bambinello Gesú appena nato: fiscelle di candida ricotta, panieri d'uova e cacio raviggiolo, e anche tanti branchetti di boffici pecorelle e somarelli carichi anch'essi d'altre piú ricche offerte, seguiti da vecchi massari e da campieri.
E sui cammelli, ammantati, incoronati e solenni, i tre re Magi, che vengono col loro seguito da lontano lontano dietro alla stella cometa che s'è fermata su la grotta di sughero, dove su un po' di paglia vera è il roseo Bambinello di cera tra Maria e San Giuseppe; e San Giuseppe ha in mano il bàcolo fiorito, e dietro sono il bue e l'asinello.
Aveva voluto che fosse ben grande il presepe quell'anno, il caro nonno, e tutto bello in rilievo, con poggi e dirupi, agavi e palme, e sentieri di campagna per cui si dovevano veder venire tutti quei pastorelli ch'eran perciò di varie dimensioni, coi loro branchetti di pecorelle e gli asinelli e i re Magi.
Ci aveva lavorato di nascosto per piú d'un mese, con l'ajuto di due manovali che avevan levato il palco in una stanza per sostener la plastica.
E aveva voluto che fosse illuminato da lampadine azzurre in ghirlanda; e che venissero dalla Sabina, la notte di Natale, due zampognari a sonar l'acciarino e le ciaramelle.
I nipotini non ne dovevano saper nulla.
A Natale, rientrando tutti imbacuccati e infreddoliti dalla messa notturna, avrebbero trovato in casa quella gran sorpresa: il suono delle ciaramelle, l'odore dell'incenso e della mirra, e il presepe là, come un sogno, illuminato da tutte quelle lampadine azzurre in ghirlanda.
E tutti i casigliani sarebbero venuti a vedere, insieme coi parenti e gli amici invitati al cenone, questa gran maraviglia ch'era costata a nonno Pietro tante cure e tanti quattrini.
Il signor Daniele lo aveva veduto per casa tutto assorto in queste misteriose faccende, e aveva riso; aveva sentito le martellate dei due manovali che piantavano il palco di là, e aveva riso.
Il demonio, che gli s'è domiciliato da tant'anni nella gola, quell'anno, per Natale, non gli aveva voluto dar piú requie: giú risate e risate senza fine.
Invano, alzando le mani, gli aveva fatto cenno di calmarsi; invano lo aveva ammonito di non esagerare, di non eccedere.
- Non esagereremo, no! - gli aveva risposto dentro il demonio.
- Sta' pur sicuro che non eccederemo.
Codesti pastorelli con le fiscelline di ricotta e i panierini d'uova e il cacio raviggiolo sono un caro scherzo, chi lo può negare? cosí in cammino tutti verso la grotta di Bethlehem! Ebbene, resteremo nello scherzo anche noi, non dubitare! Sarà uno scherzo anche il nostro, e non meno carino.
Vedrai.
Cosí il signor Daniele s'era lasciato tentare dal suo demonio; vinto sopra tutto da questa capziosa considerazione: che cioè sarebbe restato nello scherzo anche lui.
Venuta la notte di Natale, appena il signor Pietro Ambrini con la figlia e i nipotini e tutta la servitú si recarono in chiesa per la messa di mezzanotte, il signor Daniele Catellani entrò tutto fremente d'una gioja quasi pazzesca nella stanza del presepe: tolse via in fretta e furia i re Magi e i cammelli, le pecorelle e i somarelli, i pastorelli del cacio raviggiolo e dei panieri d'uova e delle fiscelle di ricotta - personaggi e offerte al buon Gesú, che il suo demonio non aveva stimato convenienti al Natale d'un anno di guerra come quello - e al loro posto mise piú propriamente, che cosa? niente, altri giocattoli: soldatini di stagno, ma tanti, ma tanti, eserciti di soldatini di stagno, d'ogni nazione, francesi e tedeschi, italiani e austriaci, russi e inglesi, serbi e rumeni, bulgari e turchi, belgi e americani e ungheresi e montenegrini, tutti coi fucili spianati contro la grotta di Bethlehem, e poi, e poi tanti cannoncini di piombo, intere batterie, d'ogni foggia, d'ogni dimensione, puntati anch'essi di sú, di giú, da ogni parte, tutti contro la grotta di Bethlehem, i quali avrebbero fatto veramente un nuovo e graziosissimo spettacolo.
Poi si nascose dietro il presepe.
Lascio immaginare a voi come rise là dietro, quando, alla fine della messa notturna, vennero incontro alla meravigliosa sorpresa il nonno Pietro coi nipotini e la figlia e tutta la folla degli invitati, mentre già l'incenso fumava e i zampognari davano fiato alle loro ciaramelle.
LA PATENTE
Con quale inflessione di voce e quale atteggiamento d'occhi e di mani, curvandosi, come chi regge rassegnatamente su le spalle un peso insopportabile, il magro giudice D'Andrea soleva ripetere: "Ah, figlio caro!" a chiunque gli facesse qualche scherzosa osservazione per il suo strambo modo di vivere!
Non era ancor vecchio; poteva avere appena quarant'anni; ma cose stranissime e quasi inverosimili, mostruosi intrecci di razze, misteriosi travagli di secoli bisognava immaginare per giungere a una qualche approssimativa spiegazione di quel prodotto umano che si chiamava il giudice D'Andrea.
E pareva ch'egli, oltre che della sua povera, umile, comunissima storia familiare, avesse notizia certa di quei mostruosi intrecci di razze, donde al suo smunto sparuto viso di bianco eran potuti venire quei capelli crespi gremiti da negro; e fosse consapevole di quei misteriosi infiniti travagli di secoli, che su la vasta fronte protuberante gli avevano accumulato tutto quel groviglio di rughe e tolto quasi la vista ai piccoli occhi plumbei, e scontorto tutta la magra, misera personcina.
Cosí sbilenco, con una spalla piú alta dell'altra, andava per via di traverso, come i cani.
Nessuno però, moralmente, sapeva rigar piú diritto di lui.
Lo dicevano tutti.
Vedere, non aveva potuto vedere molte cose, il giudice D'Andrea; ma certo moltissime ne aveva pensate, e quando il pensare è piú triste, cioè di notte.
Il giudice D'Andrea non poteva dormire.
Passava quasi tutte le notti alla finestra a spazzolarsi una mano a quei duri gremiti suoi capelli da negro, con gli occhi alle stelle, placide e chiare le une come polle di luce, guizzanti e pungenti le altre; e metteva le piú vive in rapporti ideali di figure geometriche, di triangoli e di quadrati, e, socchiudendo le palpebre dietro le lenti, pigliava tra i peli delle ciglia la luce d'una di quelle stelle, e tra l'occhio e la stella stabiliva il legame d'un sottilissimo filo luminoso, e vi avviava l'anima a passeggiare come un ragnetto smarrito.
Il pensare cosí di notte non conferisce molto alla salute.
L'arcana solennità che acquistano i pensieri produce quasi sempre, specie a certuni che hanno in sé una certezza su la quale non possono riposare, la certezza di non poter nulla sapere e nulla credere non sapendo, qualche seria costipazione.
Costipazione d'anima, s'intende.
E al giudice D'Andrea, quando si faceva giorno, pareva una cosa buffa e atroce nello stesso tempo, ch'egli dovesse recarsi al suo ufficio d'Istruzione ad amministrare - per quel tanto che a lui toccava - la giustizia ai piccoli poveri uomini feroci.
Come non dormiva lui, cosí sul suo tavolino nell'ufficio d'Istruzione non lasciava mai dormire nessun incartamento, anche a costo di ritardare di due o tre ore il desinare e di rinunziar la sera, prima di cena, alla solita passeggiata coi colleghi per il viale attorno alle mura del paese.
Questa puntualità, considerata da lui come dovere imprescindibile, gli accresceva terribilmente il supplizio.
Non solo amministrare la giustizia gli toccava; ma d'amministrarla cosí, su due piedi.
Per poter essere meno frettolosamente puntuale, credeva d'ajutarsi meditando la notte.
Ma, neanche a farlo apposta, la notte, spazzolando la mano a quei suoi capelli da negro e guardando le stelle, gli venivano tutti i pensieri contrarii a quelli che dovevano fare al caso per lui, data la sua qualità di giudice istruttore; cosí che, la mattina dopo, anziché aiutata, vedeva insidiata e ostacolata la sua puntualità da quei pensieri della notte e cresciuto enormemente lo stento di tenersi stretto a quell'odiosa sua qualità di giudice istruttore.
Eppure, per la prima volta, da circa una settimana, dormiva un incartamento sul tavolino del giudice D'Andrea.
E per quel processo che stava lí da tanti giorni in attesa, egli era in preda a una irritazione smaniosa, a una tetraggine soffocante.
Si sprofondava tanto in questa tetraggine, che gli occhi aggrottati, a un certo punto, gli si chiudevano.
Con la penna in mano, dritto sul busto, il giudice D'Andrea si metteva allora a pisolare, prima raccorciandosi, poi attrappandosi come un baco infratito che non possa piú fare il bozzolo.
Appena, o per qualche rumore o per un crollo piú forte del capo, si ridestava e gli occhi gli andavano lí, a quell'angolo del tavolino dove giaceva l'incartamento, voltava la faccia e, serrando le labbra, tirava con le nari fischianti aria aria aria e la mandava dentro, quanto piú dentro poteva, ad allargar le viscere contratte dall'esasperazione, poi la ributtava via spalancando la bocca con un versaccio di nausea, e subito si portava una mano sul naso adunco a regger le lenti che, per il sudore, gli scivolavano.
Era veramente iniquo quel processo là: iniquo perché includeva una spietata ingiustizia contro alla quale un pover'uomo tentava disperatamente di ribellarsi senza alcuna probabilità di scampo.
C'era in quel processo una vittima che non poteva prendersela con nessuno.
Aveva voluto prendersela con due, lí in quel processo, coi primi due che gli erano capitati sotto mano, e - sissignori - la giustizia doveva dargli torto, torto, torto, senza remissione, ribadendo cosí, ferocemente, l'iniquità di cui quel pover'uomo era vittima.
A passeggio, tentava di parlarne coi colleghi; ma questi, appena egli faceva il nome del Chiàrchiaro, cioè di colui che aveva intentato il processo, si alteravano in viso e si ficcavano subito una mano in tasca a stringervi una chiave, o sotto sotto allungavano l'indice e il mignolo a far le corna, o s'afferravano sul panciotto i gobbetti d'argento, i chiodi, i corni di corallo pendenti dalla catena dell'orologio.
Qualcuno, piú francamente, prorompeva:
- Per la Madonna Santissima, ti vuoi star zitto?
Ma non poteva starsi zitto il magro giudice D'Andrea.
Se n'era fatta proprio una fissazione, di quel processo.
Gira gira, ricascava per forza a parlarne.
Per avere un qualche lume dai colleghi - diceva - per discutere cosí in astratto il caso.
Perché, in verità, era un caso insolito e speciosissimo quello d'un jettatore che si querelava per diffamazione contro i primi due che gli erano caduti sotto gli occhi nell'atto di far gli scongiuri di rito al suo passaggio.
Diffamazione? Ma che diffamazione, povero disgraziato, se già da qualche anno era diffusissima in tutto il paese la sua fama di jettatore? se innumerevoli testimonii potevano venire in tribunale a giurare che egli in tante e tante occasioni aveva dato segno di conoscere quella sua fama, ribellandosi con proteste violente? Come condannare, in coscienza, quei due giovanotti quali diffamatori per aver fatto al passaggio di lui il gesto che da tempo solevano fare apertamente tutti gli altri, e primi fra tutti - eccoli là - gli stessi giudici?
E il D'Andrea si struggeva; si struggeva di piú incontrando per via gli avvocati, nelle cui mani si erano messi quei due giovanotti, l'esile e patitissimo avvocato Grigli, dal profilo di vecchio uccello di rapina, e il grasso Manin Baracca, il quale, portando in trionfo su la pancia un enorme corno comperato per l'occasione e ridendo con tutta la pallida carnaccia di biondo majale eloquente, prometteva ai concittadini che presto in tribunale sarebbe stata per tutti una magnifica festa.
Orbene, proprio per non dare al paese lo spettacolo di quella "magnifica festa" alle spalle d'un povero disgraziato, il giudice D'Andrea prese alla fine la risoluzione di mandare un usciere in casa del Chiàrchiaro per invitarlo a venire all'ufficio d'Istruzione.
Anche a costo di pagar lui le spese, voleva indurlo a desistere dalla querela, dimostrandogli quattro e quattr'otto che quei due giovanotti non potevano essere condannati, secondo giustizia, e che dalla loro assoluzione inevitabile sarebbe venuto a lui certamente maggior danno, una piú crudele persecuzione.
Ahimè, è proprio vero che è molto piú facile fare il male che il bene, non solo perché il male si può fare a tutti e il bene solo a quelli che ne hanno bisogno; ma anche, anzi sopra tutto, perché questo bisogno d'aver fatto il bene rende spesso cosí acerbi e irti gli animi di coloro che si vorrebbero beneficare, che il beneficio diventa difficilissimo.
Se n'accorse bene quella volta il giudice D'Andrea, appena alzò gli occhi a guardare il Chiàrchiaro, che gli era entrato nella stanza, mentr'egli era intento a scrivere.
Ebbe uno scatto violentissimo e buttò all'aria le carte, balzando in piedi e gridandogli:
- Ma fatemi il piacere! Che storie son queste? Vergognatevi!
Il Chiàrchiaro s'era combinata una faccia da jettatore, ch'era una meraviglia a vedere.
S'era lasciata crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliuta; s'era insellato sul naso un pajo di grossi occhiali cerchiati d'osso, che gli davano l'aspetto d'un barbagianni; aveva poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfiava da tutte le parti.
Allo scatto del giudice non si scompose.
Dilatò le nari, digrignò i denti gialli e disse sottovoce:
- Lei dunque non ci crede?
- Ma fatemi il piacere! - ripeté il giudice D'Andrea.
- Non facciamo scherzi, caro Chiàrchiaro! O siete impazzito? Via, via, sedete, sedete qua.
E gli s'accostò e fece per posargli una mano su la spalla.
Subito il Chiàrchiaro sfagliò come un mulo, fremendo:
- Signor giudice, non mi tocchi! Se ne guardi bene! O lei, com'è vero Dio, diventa cieco!
Il D'Andrea stette a guardarlo freddamente, poi disse:
- Quando sarete comodo...
Vi ho mandato a chiamare per il vostro bene.
Là c'è una sedia, sedete.
Il Chiàrchiaro sedette e, facendo rotolar con le mani su le cosce la canna d'India a mo' d'un matterello, si mise a tentennare il capo.
- Per il mio bene? Ah, lei si figura di fare il mio bene, signor giudice, dicendo di non credere alla jettatura?
Il D'Andrea sedette anche lui e disse:
- Volete che vi dica che ci credo? E vi dirò che ci credo! Va bene cosí?
- Nossignore, - negò recisamente il Chiàrchiaro, col tono di chi non ammette scherzi.
- Lei deve crederci sul serio, e deve anche dimostrarlo istruendo il processo!
- Questo sarà un po' difficile, - sorrise mestamente il D'Andrea.
- Ma vediamo di intenderci, caro Chiàrchiaro.
Voglio dimostrarvi che la via che avete preso non è propriamente quella che possa condurvi a buon porto.
- Via? porto? Che porto e che via? - domandò, aggrondato, il Chiàrchiaro.
- Né questa d'adesso, - rispose il D'Andrea, - né quella là del processo.
Già l'una e l'altra, scusate, son tra loro cosí.
E il giudice D'Andrea infrontò gl'indici delle mani per significare che le due vie gli parevano opposte.
Il Chiàrchiaro si chinò e tra i due indici cosí infrontati del giudice ne inserí uno suo, tozzo, peloso e non molto pulito.
- Non è vero niente, signor giudice! - disse, agitando quel dito.
- Come no? - esclamò il D'Andrea.
- Là accusate come diffamatori due giovani perché vi credono jettatore, e ora qua voi stesso vi presentate innanzi a me in veste di jettatore e pretendete anzi ch'io creda alla vostra jettatura.
- Sissignore.
- E non vi pare che ci sia contraddizione?
Il Chiàrchiaro scosse piú volte il capo con la bocca aperta a un muto ghigno di sdegnosa commiserazione.
- Mi pare piuttosto, signor giudice, - poi disse, - che lei non capisca niente.
Il D'Andrea lo guardò un pezzo, imbalordito.
- Dite pure, dite pure, caro Chiàrchiaro.
Forse è una verità sacrosanta questa che vi è scappata dalla bocca.
Ma abbiate la bontà di spiegarmi perché non capisco niente.
- Sissignore.
Eccomi qua, - disse il Chiàrchiaro, accostando la seggiola.
- Non solo le farò vedere che lei non capisce niente; ma anche che lei è un mio mortale nemico.
Lei, lei, sissignore.
Lei che crede di fare il mio bene.
Il mio piú acerrimo nemico! Sa o non sa che i due imputati hanno chiesto il patrocinio dell'avvocato Manin Baracca?
- Sí.
Questo lo so.
- Ebbene, all'avvocato Manin Baracca io, Rosario Chiàrchiaro, io stesso sono andato a fornire le prove del fatto: cioè, che non solo mi ero accorto da piú d'un anno che tutti, vedendomi passare, facevano le corna, ma le prove anche, prove documentate e testimonianze irrepetibili dei fatti spaventosi su cui è edificata incrollabilmente, incrollabilmente, capisce, signor giudice? la mia fama di jettatore!
- Voi? Dal Baracca?
- Sissignore, io.
Il giudice lo guardò, piú imbalordito che mai:
- Capisco anche meno di prima.
Ma come? Per render piú sicura l'assoluzione di quei giovanotti? E perché allora vi siete querelato?
Il Chiàrchiaro ebbe un prorompimento di stizza per la durezza di mente del giudice D'Andrea; si levò in piedi, gridando con le braccia per aria:
- Ma perché io voglio, signor giudice, un riconoscimento ufficiale della mia potenza, non capisce ancora? Voglio che sia ufficialmente riconosciuta questa mia potenza spaventosa, che è ormai l'unico mio capitale!
E ansimando, protese il braccio, batté forte sul pavimento la canna d'India e rimase un pezzo impostato in quell'atteggiamento grottescamente imperioso.
Il giudice D'Andrea si curvò, si prese la testa tra le mani, commosso, e ripeté:
- Povero caro Chiàrchiaro mio, povero caro Chiàrchiaro mio, bel capitale! E che te ne fai? che te ne fai?
- Che me ne faccio? - rimbeccò pronto il Chiàrchiaro.
- Lei, padrone mio, per esercitare codesta professione di giudice, anche cosí male come la esercita, mi dica un po', non ha dovuto prender la laurea?
- La laurea, sí.
- Ebbene, voglio anch'io la mia patente, signor giudice! La patente di jettatore.
Col bollo.
Con tanto di bollo legale! Jettatore patentato dal regio tribunale.
- E poi?
- E poi? Me lo metto come titolo nei biglietti da visita.
Signor giudice, mi hanno assassinato.
Lavoravo.
Mi hanno fatto cacciar via dal banco dov'ero scritturale, con la scusa che, essendoci io, nessuno piú veniva a far debiti e pegni; mi hanno buttato in mezzo a una strada, con la moglie paralitica da tre anni e due ragazze nubili, di cui nessuno vorrà piú sapere, perché sono figlie mie; viviamo del soccorso che ci manda da Napoli un mio figliuolo, il quale ha famiglia anche lui, quattro bambini, e non può fare a lungo questo sacrifizio per noi.
Signor giudice, non mi resta altro che di mettermi a fare la professione del jettatore! Mi sono parato cosí, con questi occhiali, con quest'abito; mi sono lasciato crescere la barba; e ora aspetto la patente per entrare in campo! Lei mi domanda come? Me lo domanda perché, le ripeto, lei è un mio nemico!
- Io?
- Sissignore.
Perché mostra di non credere alla mia potenza! Ma per fortuna ci credono gli altri, sa? Tutti, tutti ci credono! E ci son tante case da giuoco in questo paese! Basterà che io mi presenti; non ci sarà bisogno di dir nulla.
Mi pagheranno per farmi andar via! Mi metterò a ronzare attorno a tutte le fabbriche; mi pianterò innanzi a tutte le botteghe; e tutti, tutti mi pagheranno la tassa, lei dice dell'ignoranza? io dico la tassa della salute! Perché, signor giudice, ho accumulato tanta bile e tanto odio, io, contro tutta questa schifosa umanità, che veramente credo d'aver ormai in questi occhi la potenza di far crollare dalle fondamenta una intera città!
Il giudice D'Andrea, ancora con la testa tra le mani, aspettò un pezzo che l'angoscia che gli serrava la gola desse adito alla voce.
Ma la voce non volle venir fuori; e allora egli, socchiudendo dietro le lenti i piccoli occhi plumbei, stese le mani e abbracciò il Chiàrchiaro a lungo, forte forte, a lungo.
Questi lo lasciò fare.
- Mi vuol bene davvero? - gli domandò.
- E allora istruisca subito il processo, e in modo da farmi avere al piú presto quello che desidero.
- La patente?
Il Chiàrchiaro protese di nuovo il braccio, batté la canna d'India sul pavimento e, portandosi l'altra mano al petto, ripeté con tragica solennità:
- La patente.
NOTTE
Passata la stazione di Sulmona, Silvestro Noli rimase solo nella lercia vettura di seconda classe.
Volse un'ultima occhiata alla fiammella fumolenta, che vacillava e quasi veniva a mancare agli sbalzi della corsa, per l'olio caduto e guazzante nel vetro concavo dello schermo, e chiuse gli occhi con la speranza che il sonno, per la stanchezza del lungo viaggio (viaggiava da un giorno e una notte), lo togliesse all'angoscia nella quale si sentiva affogare sempre piú, man mano che il treno lo avvicinava al luogo del suo esilio.
Mai piú! mai piú! mai piú! Da quanto tempo il fragor cadenzato delle ruote gli ripeteva nella notte queste due parole?
Mai piú, sí, mai piú, la vita gaja della sua giovinezza, mai piú, là tra i compagni spensierati, sotto i portici popolosi della sua Torino; mai piú il conforto, quel caldo alito familiare della sua vecchia casa paterna; mai piú le cure amorose della madre, mai piú il tenero sorriso nello sguardo protettore del padre.
Forse non li avrebbe riveduti mai piú, quei suoi cari vecchi! La mamma, la mamma specialmente! Ah, come l'aveva ritrovata, dopo sette anni di lontananza! Curva, rimpiccolita, in cosí pochi anni, e come di cera e senza piú denti.
Gli occhi soli ancora vivi.
Poveri cari santi occhi belli!
Guardando la madre, guardando il padre, ascoltando i loro discorsi, aggirandosi per le stanze e cercando attorno, aveva sentito bene, che non per lui soltanto aveva avuto fine la vita della casa paterna.
Con la sua ultima partenza, sette anni addietro, la vita era finita lí anche per gli altri.
Se l'era dunque portata via lui con sé? E che ne aveva fatto? Dov'era piú in lui la vita? Gli altri avevano potuto credere che se la fosse portata via con sé; ma lui sapeva di averla lasciata lí, invece, la sua, partendo; e ora, a non ritrovarcela piú, nel sentirsi dire che non poteva piú trovarci nulla, perché s'era portato via tutto lui, aveva provato, nel vuoto, un gelo di morte.
Con questo gelo nel cuore ritornava ora in Abruzzo, spirata la licenza di quindici giorni concessagli dal direttore delle scuole normali maschili di Città Sant'Angelo, ove da cinque anni insegnava disegno.
Prima che in Abruzzo era stato professore un anno in Calabria; un altro anno, in Basilicata.
A Città Sant'Angelo, vinto e accecato dal bisogno cocente e smanioso d'un affetto che gli riempisse il vuoto in cui si vedeva sperduto, aveva commesso la follia di prender moglie; e s'era inchiodato lí, per sempre.
La moglie, nata e cresciuta in quell'alto umido paesello, privo anche d'acqua, coi pregiudizii angustiosi, le gretterie meschine e la scontrosità e la rilassatezza della pigra sciocca vita provinciale, anziché dargli compagnia, gli aveva accresciuto attorno la solitudine, facendogli sentire ogni momento quanto fosse lontano dall'intimità d'una famiglia che avrebbe dovuto esser sua, e nella quale invece né un suo pensiero, né un suo sentimento riuscivano mai a penetrare.
Gli era nato un bambino, e - cosa atroce! - anche quel suo bambino aveva sentito, fin dal primo giorno, estraneo a sé, come se fosse appartenuto tutto alla madre, e niente a lui.
Forse il figliuolo sarebbe diventato suo, se egli avesse potuto strapparlo da quella casa, da quel paese; e anche la moglie forse sarebbe diventata sua compagna veramente, ed egli avrebbe sentito la gioja d'avere una casa sua, una famiglia sua, se avesse potuto chiedere e ottenere un trasferimento altrove.
Ma gli era negato anche di sperare in un tempo lontano questa salvezza, perché sua moglie, che non s'era voluta muovere dal paese neanche per un breve viaggio di nozze, neanche per andare a conoscere la madre e il padre di lui e gli altri parenti a Torino, minacciava che, anziché dai suoi, si sarebbe divisa da lui a un caso di trasferimento.
Dunque, lí; funghire lí, stare lí ad aspettare, in quell'orrenda solitudine, che lo spirito a poco a poco gli si vestisse d'una scorza di stupidità.
Amava tanto il teatro, la musica, tutte le arti, e quasi non sapeva parlar d'altro: sarebbe rimasto sempre con la sete di esse, anche di esse, sí, come d'un bicchier d'acqua pura! Ah, non la poteva bere, lui, quell'acqua greve, cruda, renosiccia delle cisterne.
Dicevano che non faceva male; ma egli si sentiva da un pezzo anche malato di stomaco.
Immaginario? Già! Per giunta, la derisione.
Le palpebre chiuse non riuscirono piú a contenere le lagrime, di cui s'erano riempite.
Mordendosi il labbro, come per impedire che gli rompesse dalla gola anche qualche singhiozzo, Silvestro Noli trasse di tasca un fazzoletto.
Non pensò che aveva il viso tutto affumicato dal lungo viaggio; e, guardando il fazzoletto, restò offeso e indispettito dalla sudicia impronta del suo pianto.
Vide in quella sudicia impronta la sua vita, e prese tra i denti il fazzoletto quasi per stracciarlo.
Alla fine il treno si fermò alla stazione di Castellammare Adriatico.
Per altri venti minuti di cammino, gli toccava aspettare piú di cinque ore in quella stazione.
Era la sorte dei viaggiatori che arrivavano con quel treno notturno da Roma e dovevano proseguire per le linee d'Ancona o di Foggia.
Meno male che, nella stazione, c'era il caffè aperto tutta la notte, ampio, bene illuminato, con le tavole apparecchiate, nella cui luce e nel cui movimento si poteva in qualche modo ingannar l'ozio e la tristezza della lunga attesa.
Ma erano dipinti sui visi gonfii, pallidi, sudici e sbattuti dei viaggiatori una tetra ambascia, un fastidio opprimente, un'agra nausea della vita che, lontana dai consueti affetti, fuor della traccia delle abitudini, si scopriva a tutti vacua, stolta, incresciosa.
Forse tanti e tanti s'eran sentiti stringere il cuore al fischio lamentoso del treno in corsa nella notte.
Ognun d'essi stava lí forse a pensare che le brighe umane non han requie neanche nella notte; e, siccome sopra tutto nella notte appajon vane, prive come sono delle illusioni della luce, e anche per quel senso di precarietà angosciosa che tien sospeso l'animo di chi viaggia e che ci fa vedere sperduti su la terra, ognun d'essi, forse, stava lí a pensare che la follía accende i fuochi nelle macchine nere, e che nella notte, sotto le stelle, i treni correndo per i piani buj, passando strepitosi sui ponti, cacciandosi nei lunghi trafori, gridano di tratto in tratto il disperato lamento di dover trascinare cosí nella notte la follía umana lungo le vie di ferro, tracciate per dare uno sfogo alle sue fiere smanie infaticabili.
Silvestro Noli, bevuta a lenti sorsi una tazza di latte, si alzò per uscire dalla stazione per l'altra porta del caffè in fondo alla sala.
Voleva andare alla spiaggia, a respirar la brezza notturna del mare, attraversando il largo viale della città dormente.
Se non che, passando innanzi a un tavolino, si sentí chiamare da una signora di piccolissima statura, esile, pallida, magra, in fitte gramaglie vedovili.
- Professor Noli...
Si fermò perplesso, stupito:
- Signora...
oh, lei, signora Nina? come mai?
Era la moglie d'un collega, del professor Ronchi, conosciuto sei anni fa, a Matera, nelle scuole tecniche.
Morto, sí, sí, morto - lo sapeva - morto pochi mesi addietro, a Lanciano, ancor giovane.
Ne aveva letto con doloroso stupore l'annunzio nel bollettino.
Povero Ronchi, appena arrivato al liceo, dopo tanti concorsi disgraziati, morto all'improvviso, di sincope, per troppo amore, dicevano, di quella sua minuscola mogliettina, ch'egli come un orso gigantesco, violento, testardo, si trascinava sempre dietro, da per tutto.
Ecco, la vedovina, portandosi alla bocca il fazzoletto listato di lutto, guardandolo con gli occhi neri, bellissimi, affondati nelle livide occhiaje enfiate, gli diceva con un lieve tentennío del capo l'atrocità della sua tragedia recente.
Vedendo da quei begli occhi neri sgorgare due grosse lacrime, il Noli invitò la signora ad alzarsi e ad uscire con lui dal caffè, per parlare liberamente, lungo il viale deserto fino al mare in fondo.
Ella fremeva in tutta la misera personcina nervosa e pareva andasse a sbalzi e gesticolava a scatti, con le spalle, con le braccia, con le lunghissime mani, quasi scusse di carne.
Si mise a parlare affollatamente, e subito le s'infiammarono, di qua e di là, le tempie e gli zigomi.
Raddoppiava, per un vezzo di pronunzia, la effe in principio di parola, e pareva sbuffasse, e di continuo si passava il fazzoletto su la punta del naso e sul labbro superiore che, stranamente, nella furia del parlare, le s'imperlavano di sudore; e la salivazione le si attivava con tanta abbondanza, che la voce, a tratti, quasi vi affogava.
- Ah, Noli, vedete? qua, caro Noli, m'ha lasciata qua, sola, con tre ffigliuoli, in un paese dove non conosco nessuno, dov'ero arrivata da due mesi appena...
Sola, sola...
Ah, che uomo terribile, Noli! S'è distrutto e ha distrutto anche me, la mia salute, la mia vita...
tutto...
Addosso, Noli, lo sapete? m'è morto addosso...
addosso...
Si scosse in un brivido lungo, che finí quasi in un nitrito.
Riprese:
- Mi levò dal mio paese, dove ora non ho piú nessuno, tranne una sorella maritata per conto suo...
Che andrei piú a ffare lí? Non voglio dare spettacolo della mia miseria a quanti mi invidiarono un giorno...
Ma qui, sola con tre bambini, sconosciuta da tutti...
che ffarò? Sono disperata...
mi sento perduta...
Sono stata a Roma a sollecitare qualche assegno...
Non ho diritto a niente: undici anni soli d'insegnamento, undici mesate: poche migliaja di lire...
Non me le avevano ancora liquidate! Ho strillato tanto al Ministero, che mi hanno preso per pazza...
Cara signora, dice, docce ffredde, docce ffredde!...
Ma sí! fforse impazzisco davvero...
Ho qui, perpetuo, qui, un dolore, come un rodío, un tiramento, qui, al cervelletto, Noli...
E sono come arrabbiata...
sí, sí...
sono rimasta come arrabbiata...
come arsa dentro...
con un ffuoco, con un ffuoco in tutto il corpo...
Ah, come siete ffresco, voi Noli, come siete ffresco, voi!
E, in cosí dire, in mezzo all'umido viale deserto, sotto le pallide lampade elettriche, le quali, troppo distanti l'una dall'altra, diffondevano appena nella notte un rado chiarore opalino, gli si appese al braccio, gli cacciò sul petto la testa, chiusa nella cuffia di crespo vedovile, frugando, come per affondargliela dentro, e ruppe in smaniosi singhiozzi.
Il Noli, sbalordito, costernato, commosso, arretrò istintivamente per staccarsela d'addosso.
Comprese che quella povera donna, nello stato di disperazione in cui si trovava, si sarebbe aggrappata forsennatamente al primo uomo di sua conoscenza, che le fosse venuto innanzi.
- Coraggio, coraggio, signora, - le disse.
- Fresco? Eh sí, fresco.
Ho già moglie, io, signora mia.
- Ah, - fece la donnetta, staccandosi subito.
- Moglie? Avete preso moglie?
- Già da quattr'anni, signora.
Ho anche un bambino.
- Qua?
- Qua vicino.
A Città Sant'Angelo.
La vedovina gli lasciò anche il braccio.
- Ma non siete piemontese voi?
- Sí, di Torino proprio.
- E la vostra signora?
- Ah, no, la mia signora è di qua.
I due si fermarono sotto una delle lampade elettriche e si guardarono e si compresero.
Ella era dell'estremo lembo d'Italia, di Bagnara Calabra.
Si videro tutti e due, nella notte, sperduti in quel lungo, ampio viale deserto e malinconico, che andava al mare, tra i villini e le case dormenti di quella città cosí lontana dai loro primi e veri affetti e pur cosí vicina ai luoghi ove la sorte crudele aveva fermato la loro dimora.
E sentirono l'uno per l'altra una profonda pietà, che, anziché ad unirsi, li persuadeva amaramente a tenersi discosti l'uno dall'altra, chiuso ciascuno nella propria miseria inconsolabile.
Andarono, muti, fino alla spiaggia sabbiosa, e si appressarono al mare.
La notte era placidissima; la frescura della brezza marina, deliziosa.
Il mare, sterminato, non si vedeva, ma si sentiva vivo e palpitante nella nera, infinita, tranquilla voragine della notte.
Solo, da un lato, in fondo, s'intravedeva tra le brume sedenti su l'orizzonte alcunché di sanguigno e di torbo, tremolante su le acque.
Era forse l'ultimo quarto della luna, che declinava, avviluppata nella caligine.
Su la spiaggia le ondate si allungavano e si spandevano senza spuma, come lingue silenziose, lasciando qua e là su la rena liscia, lucida, tutta imbevuta d'acqua, qualche conchiglia, che subito, al ritrarsi dell'ondata, s'affondava.
In alto, tutto quel silenzio fascinoso era trafitto da uno sfavillío acuto, incessante di innumerevoli stelle, cosí vive, che pareva volessero dire qualcosa alla terra, nel mistero profondo della notte.
I due seguitarono ad andar muti un lungo tratto su la rena umida, cedevole.
L'orma dei loro passi durava un attimo: l'una vaniva, appena l'altra s'imprimeva.
Si udiva solo il fruscío dei loro abiti.
Una lancia biancheggiante nell'ombra, tirata a secco e capovolta su la sabbia, li attrasse.
Vi si posero a sedere, lei da un lato, lui dall'altro, e rimasero ancora un pezzo in silenzio a mirar le ondate che si allargavano placide, vitree su la bigia rena molliccia.
Poi la donna alzò i begli occhi neri al cielo, e scoprí a lui, al lume delle stelle, il pallore della fronte torturata, della gola serrata certo dall'angoscia.
- Noli, non cantate piú?
- Io...
cantare?
- Ma sí, voi cantavate, un tempo, nelle belle notti...
Non vi ricordate, a Matera? Cantavate...
L'ho ancora negli orecchi, il suono della vostra vocetta intonata...
Cantavate in ffalsetto...
con tanta dolcezza...
con tanta grazia appassionata...
Non ricordate piú?...
Egli si sentí sommuovere tutto il fondo dell'essere alla rievocazione improvvisa di quel ricordo ed ebbe nei capelli, per la schiena, i brividi d'un intenerimento ineffabile.
Sí, sí...
era vero: egli cantava, allora...
fino laggiú, a Matera, ancora aveva nell'anima i dolci canti appassionati della sua giovinezza e, nelle belle sere, passeggiando con qualche amico, sotto le stelle, quei canti gli rifiorivano su le labbra.
Era dunque vero ch'egli se l'era portata via con sé, la vita, dalla casa paterna di Torino; ancora laggiú la aveva con sé, certo, se cantava...
accanto a questa povera piccola amica, a cui forse aveva fatto un po' di corte, in quei giorni lontani, oh cosí, per simpatia, senza malizia...
per bisogno di sentirsi accanto il tepore d'un po' d'affetto, la tenerezza blanda d'una donna amica.
- Vi ricordate, Noli?
Egli, con gli occhi nel vuoto della notte, bisbigliò:
- Sí...
sí, signora, ricordo...
- Piangete?
- Ricordo...
Tacquero di nuovo.
Guardando entrambi nella notte, sentivano ora che la loro infelicità quasi vaporava, non era piú di essi soltanto, ma di tutto il mondo, di tutti gli esseri e di tutte le cose, di quel mare tenebroso e insonne, di quelle stelle sfavillanti nel cielo, di tutta la vita che non può sapere perché si debba nascere, perché si debba amare, perché si debba morire.
La fresca, placida tenebra, trapunta da tante stelle, sul mare, avvolgeva il loro cordoglio, che si effondeva nella notte e palpitava con quelle stelle e s'abbatteva lento, lieve, monotono con quelle ondate su la spiaggia silenziosa.
Le stelle, anch'esse, lanciando quei loro guizzi di luce negli abissi dello spazio, chiedevano perché; lo chiedeva il mare con quelle stracche ondate, e anche le piccole conchiglie lasciate qua e là su la rena.
Ma a poco a poco la tenebra cominciò a diradarsi, cominciò ad aprirsi sul mare un primo frigido pallore d'alba.
Allora, quanto c'era di vaporoso, d'arcano, quasi di vellutato nel cordoglio di quei due rimasti appoggiati ai fianchi della lancia capovolta su la sabbia, si restrinse, si precisò con nuda durezza, come i lineamenti dei loro volti nella incerta squallida prima luce del giorno.
Egli si sentí tutto ripreso dalla miseria abituale della sua casa vicina, ove tra poco sarebbe arrivato: la rivide, come se già vi fosse, con tutti i suoi colori, in tutti i suoi particolari, con entro la moglie e il suo piccino, che gli avrebbero fatto festa all'arrivo.
E anch'ella, la vedovina, non vide piú cosí nera e cosí disperata la sua sorte: aveva con sé parecchie migliaja di lire, cioè la vita assicurata per qualche tempo: avrebbe trovato modo di provvedere all'avvenire suo e dei tre piccini.
Si racconciò con le mani i capelli su la fronte e disse, sorridendo, al Noli:
- Chi sa che ffaccia avrò, caro amico, non è vero?
E si mossero entrambi per ritornare alla stazione.
Nel piú profondo recesso della loro anima il ricordo di quella notte s'era chiuso; forse, chi sa! per riaffacciarsi poi, qualche volta, nella lontana memoria, con tutto quel mare placido, nero, con tutte quelle stelle sfavillanti, come uno sprazzo d'arcana poesia e d'arcana amarezza.
O DI UNO O DI NESSUNO
I
Chi era stato? Uno de' due, certamente.
O forse un terzo, ignoto.
Ma no: in coscienza, né l'uno, né l'altro de' due amici avevano alcun motivo di sospettarlo.
Melina era buona, modesta; e poi, cosí disgustata dall'antica sua vita; a Roma non conosceva nessuno; viveva appartata e, se non proprio contenta, si dimostrava gratissima della condizione che le avevano fatta, richiamandola due anni addietro, da Padova, dove, studenti allora d'università, l'avevano conosciuta.
Vinto insieme un concorso al Ministero della guerra, collegata la loro vita in tutto, Tito Morena e Carlino Sanni avevano stimato prudente e giudizioso, due anni addietro, cioè ai primi aumenti dello stipendio, provvedere anche insieme al bisogno indispensabile d'una donna, che li curasse e salvasse dal rischio a cui erano esposti, seguitando ciascuno per suo conto a cercare una qualche sicura stabilità d'amore, di contrarre un tristo legame, non men gravoso d'un matrimonio, per adesso e forse per sempre conteso loro dalle ristrettezze finanziarie e difficoltà della vita.
E avevano pensato a Melina, tenera e dolce amica degli studenti padovani, che erano soliti andar a trovare in via del Santo, nelle sere d'inverno e di primavera lassú.
Melina sarebbe stata la piú adatta per loro: avrebbe recato con sé da Padova tutti i lieti ricordi della prima, spensierata gioventú.
Le avevano scritto; aveva accettato; e allora (giudiziosamente, come sempre) avevano disposto che ella non coabitasse con loro.
Le avevano preso in affitto due stanzette modeste in un quartiere lontano, fuori di porta, e lí andavano a trovarla, ora l'uno ora l'altro, cosí come s'erano accordati, senza invidia e senza gelosia.
Tutto era andato bene per due anni, con soddisfazione d'entrambi.
D'indole mitissima, di poche parole e ritegnosa, Melina si era mostrata amica a tutt'e due, senz'ombra di preferenza né per l'uno né per l'altro.
Erano due bravi giovani, bene educati e cordiali.
Certo, uno - Tito Morena - era piú bello; ma Carlino Sanni (che non era poi brutto neanche lui, quantunque avesse la testa d'una forma curiosa) molto piú vivace e grazioso dell'altro.
L'annunzio inatteso, di quel caso impreveduto, gettò i due amici in preda a una profonda costernazione.
Un figlio!
Uno di loro due era stato, certamente; chi de' due, né l'uno né l'altro, né la stessa Melina potevano sapere.
Era una sciagura per tutti e tre; e nessuno de' due amici s'arrischiò a domandare dapprima alla donna: - Tu chi credi? - per timore che l'altro potesse sospettare ch'egli intendesse con ciò di sottrarsi alla responsabilità, rovesciandola soltanto addosso a uno; né Melina tentò minimamente d'indurre l'uno o l'altro a credere che il padre fosse lui.
Ella era nelle mani di tutti e due, e a tutti e due, non all'uno né all'altro, voleva affidarsi.
Uno era stato; ma chi de' due ella non solo non poteva dire, ma non voleva nemmeno supporre.
Legati ancora alla propria famiglia lontana, con tutti i ricordi dell'intimità domestica, Carlino Sanni e Tito Morena sapevano che quest'intimità non poteva piú essere per loro, staccati come già ne erano per sempre.
Ma, in fondo, erano rimasti come due uccellini che, sotto le penne già cresciute e per necessità abituate al volo, avessero serbato e volessero custodir nascosto il tepore del nido che li aveva accolti implumi.
Ne provavano intanto quasi vergogna, come per una debolezza che, a confessarla, avrebbe potuto renderli ridicoli.
E forse l'avvertimento di questa vergogna cagionava loro un segreto rimorso.
E il rimorso, a loro insaputa, si manifestava in una certa acredine di parole, di sorrisi, di modi, che essi credevano invece effetto di quella vita arida, priva di cure intime, in cui piú nessun affetto vero avrebbe potuto metter radici, che eran costretti a vivere e a cui dovevano ormai abituarsi, come tanti altri.
E negli occhi chiari, quasi infantili, di Tito Morena lo sguardo avrebbe voluto avere una durezza di gelo.
Spesso lo aveva; ma pure talvolta quello sguardo gli si velava per la commozione improvvisa di qualche lontano ricordo; e allora quella velatura di gelo era come l'appannarsi dei vetri d'una finestra, per il caldo di dentro e il freddo di fuori.
Carlino Sanni, dal canto suo, si raschiava con le unghie le gote rase e rompeva con lo stridore dei peli rinascenti certi angosciosi silenzii interiori e si richiamava all'ispida realtà del suo vigor maschile che, via, gl'imponeva ormai d'esser uomo, vale a dire, un po' crudele.
S'accorsero, all'annunzio inatteso della donna, che, senza saperlo e senza volerlo, ciascuno, dimenticandosi dell'altro e anche della voluta durezza e della voluta crudeltà, aveva messo in quella relazione con Melina tutto il proprio cuore, per quel segreto, cocente bisogno d'intimità familiare.
E avvertirono un sordo astio, un'agra amarezza di rancore, non propriamente contro la donna, ma contro il corpo di lei che, nell'incoscienza dell'abbandono, aveva evidentemente dovuto prendersi piú dell'uno che dell'altro.
Non gelosia, perché il tradimento non era voluto.
Il tradimento era della natura; ed era un tradimento quasi beffardo.
Ciecamente, di soppiatto, la natura s'era divertita a guastar quel nido, che essi volevano credere costruito piú dalla loro saggezza, che dal loro cuore.
Che fare, intanto?
La maternità in quella ragazza assumeva per la loro coscienza un senso e un valore, che li turbava tanto piú profondamente in quanto sapevano che ella non si sarebbe affatto ribellata, se essi non avessero voluto rispettargliela; ma li avrebbe in cuor suo giudicati ingiusti e cattivi.
Era in lei tanta dolcezza dolente e rassegnata! Con gli occhi, il cui sguardo talvolta esprimeva il sorriso mesto delle labbra non mosse, diceva chiaramente che lei, non ostante quell'ambiguo suo stato, da due anni, mercé loro, si sentiva rinata.
E appunto da questo suo rinascere alla modestia degli antichi sentimenti, dovuto a loro, al modo con cui essi, quasi a loro insaputa, l'avevano trattata, proveniva la sua maternità, il rifiorire di essa che, nella trista arsura del vizio non amato, s'era per tanti anni isterilita.
Ora, non sarebbero venuti meno, d'improvviso, crudelmente, alla loro opera stessa, ricacciando Melina nell'avvilimento di prima, impedendole di raccogliere il frutto di tutto il bene che le avevano fatto?
Questo i due amici avvertivano in confuso nel turbamento della coscienza.
E forse, se ciascuno dei due avesse potuto esser sicuro che il figlio era suo, non avrebbe esitato ad assumersene il peso e la responsabilità, persuadendo l'altro a ritrarsi.
Ma chi poteva dare all'uno o all'altro questa certezza?
Nel dubbio inovviabile i due amici decisero che, senza dirne nulla per adesso a Melina, quando sarebbe stata l'ora l'avrebbero mandata a liberarsi in qualche ospizio di maternità, da cui quindi sarebbe ritornata a loro, sola.
II
Melina non chiese nulla: intuí la loro decisione; ma intuí pure con quale animo entrambi la avevano presa.
Lasciò passare qualche tempo; quando le parve il momento opportuno, a Carlino Sanni che quella sera si trovava con lei, mostrò con gli occhi bassi e un timido sorriso sulle labbra una pezza di tela comperata il giorno avanti co' suoi risparmi.
- Ti piace?
Il giovine finse, dapprima, di non comprendere.
Esaminò, appressandosi al lume, la tela, con gli occhi, col tatto:
- Buona, - disse.
- E...
quanto l' hai pagata?
Melina alzò gli occhi, ove la malizietta sorrideva implorante:
- Oh, poco, - rispose.
- Indovina?
- Quanto?
- No...
dico, perché l'ho comperata...
Carlino si strinse nelle spalle, fingendo ancora di non comprendere.
- Oh bella! perché ti bisognava.
Ma l'hai comperata da te, e non dovevi.
Potevi dirci che ti bisognava.
Melina allora alzò la tela e vi nascose la faccia.
Stette un pezzo cosí; poi, con gli occhi pieni di lagrime, scotendo amaramente il capo, disse:
- Dunque, no? proprio no, è vero? non debbo...
non debbo preparar nulla?
E vedendo, a questa domanda supplichevole, restare il giovine tra confuso e seccato e commosso, subito gli prese una mano, lo attirò a sé e s'affrettò a soggiungere con foga:
- Senti, Carlino, senti, per carità! io non voglio nulla, non chiedo nulla di piú.
Come ho comperato questa tela, cosí con altri piccoli risparmi potrei provvedere io a tutto.
No, senti, stammi prima a sentire, senz'alzar le spalle, senza farmi cotesti occhiacci.
Guarda, ti giuro, ti giuro che non n'avrete mai nessun fastidio, nessun peso, mai! Lasciami dire.
M'avanza tanto tempo, qua.
Ho imparato a lavorare per voi; seguiterò sempre a lavorare; oh, potete star sicuri che non vi mancheranno mai le mie cure! Ma ecco, vedi, badando a voi, come faccio, alla vostra biancheria, ai vostri abiti, m'avanza ancora tanto tempo, tanto che lo sai ho imparato a leggere e a scrivere, da me! Ebbene, ora lascerò questo, e cercherò altro lavoro, da fare qui in casa; e sarò felice, credimi! credimi! Non vi chiederò mai nulla, Carlino, mai nulla! Concedetemi questa grazia, per carità! Sí? sí?
Carlino schivava di guardarla, voltando la testa di qua e di là, e alzava una spalla e apriva e chiudeva le mani e sbuffava.
Prima di tutto, via, ci voleva poco a intendere che lui, cosí su due piedi, e senza consultare l'altro, non poteva darle nessuna risposta.
E poi, sí, era presto detto nessun peso, nessun fastidio.
Il peso, il fastidio sarebbero stati il meno! La responsabilità, la responsabilità d'una vita, perdio, che a uno dei due apparteneva di certo, ma a quale dei due non si poteva sapere.
Ecco, era questo! era questo!
- Ma a me, Carlino? - rispose pronta, con ardore, Melina.
- A me appartiene di certo! E la responsabilità...
perché dovete assumervela voi? Me l'assumo io, ti dico, intera.
- E come? - gridò il giovine.
- Come? Ma cosí, me l'assumo! Stammi a sentire, per carità! Guarda, tra dieci anni, Carlino, chi sa quante cose potranno accadere a voi due! Tra dieci anni...
E quand'anche voleste seguitare a vivere cosí, tutti e due insieme, tra dieci anni, che sarò piú io? non sarò piú certo buona per voi; vi sarete certo stancati di me.
Ebbene: fino a dieci anni sarà ancora ragazzo il mio figliolo, e non vi darà né spesa né fastidio, perché provvederò io a tutto col mio lavoro.
Ma capisci che ora che ho imparato a lavorare, non posso piú buttarlo via? Lo terrò con me; mi darà qui conforto e compagnia; e poi, quando voi non mi vorrete piú, avrò lui almeno, avrò lui, capisci? Lo so, non devi né puoi dirmi di sí, per ora, da solo.
Perché l'ho detto prima a te, e non a Tito? Non lo so! Il cuore mi ha suggerito cosí.
È anche lui tanto buono, Tito! Parlagliene tu, come credi, quando credi.
Io sono qua, in mano vostra.
Non dirò piú nulla.
Farò come voi vorrete.
Carlino Sanni parlò a Tito Morena il giorno dopo.
Si mostrò seccatissimo di Melina e veramente credeva di avercela con lei; ma appena vide Tito accordarsi con lui nel disapprovare la proposta di Melina, si accorse che aveva la stizza in corpo non per lei, ma perché prevedeva l'opposizione di Tito.
Prevedeva l'opposizione; eppure forse, in fondo, sperava che Tito invece si assumesse contro a lui la parte di contentare Melina; cioè quella stessa parte che molto volentieri si sarebbe assunta lui, ove non avesse temuto di far peggio.
Si stizzí del subitaneo accordo, e Tito rimase stordito di quella stizza inattesa; lo guardò un poco; gli domandò:
- Ma scusa, non dici quello che dico io?
E Carlino:
- Ma sí! ma sí! ma sí!
A ragionare, infatti, non potevano non esser d'accordo.
E anche il sentimento avevano entrambi comune.
Se non che, questo sentimento comune, anziché accordarli, non solo li divideva, ma li rendeva l'uno all'altro nemici.
Tito, ch'era il piú calmo in quel momento, comprese bene che, a lasciar prorompere il sentimento, sarebbe di certo e subito avvenuta tra loro una rottura insanabile; avrebbe voluto perciò lasciar lí il discorso ove la sua ragione e quella dell'amico, freddamente e cosí fuor fuori, potevano restar d'accordo.
Ma Carlino, turbato dalla stizza, non seppe trattenersi.
Tanto disse, che alla fine fece perdere la calma anche a Tito.
E, tutt'a un tratto, i due, finora l'uno accanto all'altro amici cordialissimi, si scoprirono negli occhi, l'uno di fronte all'altro, cordialissimi nemici.
- Vorrei sapere, intanto, perché prima l'ha detto a te e non a me!
- Perché jersera c'ero io; e l'ha detto a me.
- Poteva bene aspettar domani, e dirlo a me! Se l'ha detto jersera, che c'eri tu, è segno che t'ha creduto piú tenero di cuore e piú disposto a venir meno a ciò che tutti e due insieme, di pieno accordo, avevamo stabilito.
- Ma nient'affatto! Perché io le ho detto di no, di no, precisamente come dici tu! Ma capirai che ella ha insistito, ha pianto, ha scongiurato, ha fatto tante promesse e tanti giuramenti; e, di fronte a queste lagrime e a queste promesse, io non so, non potevo sapere, come saresti rimasto tu, e se anche tu per tuo conto avresti voluto risponderle di no!
- Ma non s'era stabilito no? Dunque, no!
Carlino Sanni si scrollò rabbiosamente.
- Va bene! E ora andrai a dirglielo tu.
- Bello! Mi piace! - squittí Tito.
- Cosí la parte del cuor duro, del tiranno, la faccio io, e tu rimani per lei quello che si era piegato, commosso e intenerito.
- E se fosse cosí? - saltò sú Carlino, guardandolo da presso negli occhi.
- Sei sicuro tu, che non ti saresti "piegato, commosso e intenerito" al posto mio? E avresti avuto il coraggio, cosí commosso e intenerito, di dirle di no, anche per conto di un altro, che forse al tuo posto si sarebbe, come te, commosso e intenerito? Rispondi a questo! Rispondi!
Cosí sfidato, con gli occhi negli occhi, Tito non volle darsi per vinto, e mentí, imperterrito.
- Io, commosso? Chi te lo dice?
- E dunque è vero, - esclamò allora Carlino trionfante, - che il cuor duro sei tu, e puoi bene andarglielo a dire!
- Oh sai che ti dico io, invece? - fremé Tito al colmo del dispetto.
- Che n'ho abbastanza io, di codesta storia, e voglio farla finita.
Carlino gli s'appressò di nuovo, minaccioso:
- Cioè...
cioè...
cioè...
piano piano, caro mio, aspetta: farla finita, adesso, in che modo?
- Oh, - fece Tito con un sorriso stirato, guardandolo dall'alto in basso, - non ti credere che voglia venir meno a quanto debbo! Seguiterò a dare la parte mia, finché lei sarà in quello stato; poi faccia quello che vuole; se vuol tenersi il figlio, se lo tenga: se vuol buttarlo via, lo butti.
Per me, non vorrò piú saperne.
- E io? - domandò Carlino.
- Ma farai anche tu ciò che ti pare!
- Non è mica vero!
- Perché no?
- Lo capisci bene perché no! Se non ci vai piú tu, non potrò piú andarci neanche io!
- E perché?
- Perché da solo, sai bene che non posso accollarmi tutto il peso del mantenimento; non posso e non debbo, del resto, perché non so di certo se il figlio sia mio, e tu non puoi lasciarmi su le spalle il peso d'un figlio che può esser tuo.
- Ma se ti dico che seguiterò a dar la parte mia.
- Grazie tante! Non posso accettare! Già, in mezzo resterei sempre io, di piú.
- Perché vuoi restarci!
- Ma scusa, ma scusa, ma scusa, e perché non vuoi tu restare ai patti? Che cosa chiede lei alla fine, che tu non possa accordarle? Se non ci fa nessun carico del figliuolo! Se lo terrà per sé.
Ma senti...
ma ascolta...
E Carlino prese a inseguir per la stanza Tito che si allontanava scrollandosi, per trattenerlo a ragionare.
E non intendeva che, assumendo ora quel tono persuasivo, quella pacata difesa della donna, faceva peggio.
Tito stesso, alla fine, glielo gridò:
- Sarà un sospetto ingiusto, ma che vuoi farci? m'è entrato; non posso piú scacciarlo! Non posso seguitare, cosí insieme, una relazione, che era solo possibile a patto che nessun contrasto sorgesse tra noi.
- Ma andiamo tutti e due insieme, allora, - propose Carlino, - tutti e due insieme a dirle di no.
Io già gliel'ho detto per conto mio; ora andiamo a ripeterglielo insieme; e se vuoi, parlerò io piú forte; le dimostrerò io che non è possibile accordarle quello che chiede!
- E poi? - fece Tito.
- Credi che ella sarebbe piú, quale è stata finora? Se desidera tanto di tenersi il figlio! La faremmo infelice, credi, Carlino, inutilmente.
Perché...
lo sento, lo sento bene, per me è finita! Sarà un dispetto sciocco: non mi passa; sento che non mi passa.
E allora? non posso, non voglio piú tornarci, ecco!
- E dovremmo abbandonarla cosí? - domandò Carlino accigliato.
- Ma nient'affatto, abbandonarla! - esclamò Tito.
- T'ho detto e ripetuto che seguiterò a dar la parte mia, finché ella si troverà in questo stato e non troverà modo di provvedere a sé altrimenti.
Tu poi, per conto tuo, fa' quello che credi.
Te lo dico proprio senz'astio, bada! e con la massima franchezza.
Carlino rimase muto, ingrugnato, a raschiarsi con le unghie le gote rase.
E, per quel giorno, il discorso finí lí.
III
Non fu piú ripreso.
Ma seguitò nell'animo di entrambi, e a mano a mano tanto piú violento, quanto piú cresceva la violenza che l'uno e l'altro si facevano, per tacere.
Nessuno de' due andò piú a trovar Melina.
E Carlino, non andando, voleva dimostrare a Tito che la violenza la commetteva lui; che gl'impediva lui d'andare; e Tito, dal canto suo, che Carlino voleva lui, invece, usargli violenza con quel suo astenersi d'andare.
Ma sí! per forzarlo, cosí, a recedere dal suo proposito, e averla vinta, pur essendo venuto meno, di sorpresa, a quanto già tra loro d'accordo si era stabilito.
Doveva passar sopra a tutto? Far quello che volevano loro, tutt'e due insieme, contro di lui? Non bastava che seguitasse a pagare, lasciando all'altro la libertà d'andare a trovar la donna?
Nossignori.
Di questa libertà Carlino non voleva profittare, non solo, ma neppur dargli merito.
La negava! Senza comprendere che, se egli avesse ceduto, se fosse tornato da Melina per farci andare anche lui, tutta la vittoria sarebbe stata di loro due, poich'egli alla fine avrebbe fatto quello che essi volevano.
E non era una violenza, questa? No, perdio! Seguitava a pagare, e basta!
Per quanto, però, con questi argomenti cercasse di raffermarsi nella risoluzione di non cedere e volesse concludere che la ragione stava dalla sua, Tito si sentiva di giorno in giorno crescer l'orgasmo per la passiva ostinazione di Carlino; sentiva che il fosco silenzio del compagno assumeva per la sua coscienza un peso, che egli da solo non voleva sopportare.
Se quella ragazza, da loro invitata a venir da Padova a Roma, resa madre da uno di loro due, ora, in quello stato, si dibatteva in una incertezza angosciosa, di chi la colpa? Che pretendeva ella infine, senza fastidio, senza peso, né responsabilità da parte loro? Che non si commettesse la violenza di buttar via il figlio, che o dell'uno o dell'altro era di certo.
Ebbene, lo volevano lasciar solo a sentire il rimorso di questa violenza.
Se Carlino avesse seguitato ad andare da Melina, egli avrebbe potuto, almeno in parte, togliersi questo rimorso col pensiero che, pur seguitando a pagare, non si prendeva piú nessun piacere dalla donna.
Ma nossignori! Carlino non andava piú neppur lui, Carlino non si prendeva piú neppur lui nessun piacere dalla donna, e cosí non solo gl'impediva di togliersi il rimorso con quel pensiero, ma anzi glielo aggravava.
Privandosi egli solo del piacere e pur non di meno seguitando a dar la parte sua, avrebbe potuto anche pensare, che faceva un sacrifizio sciocco e fors'anche superfluo, giacché non era mica provato, che egli dovesse avere il rimorso di voler buttare il proprio figliuolo, potendo questo benissimo essere, invece, dell'altro.
Eh già; ma a ragionare cosí, ad ammettere cioè che il figlio fosse dell'altro, poteva egli allora pretendere che quest'altro si assumesse intero il rimorso di buttar via il proprio figliuolo, per far piacere a lui? Se egli, Tito, avesse avuto la certezza d'essere il padre e Carlino avesse preteso che il figliuolo fosse buttato via, non si sarebbe egli ribellato?
Questa certezza non c'era!
Ma ecco, nel dubbio stesso, Carlino voleva che quella violenza non si commettesse.
Dovevano essere insieme, d'accordo, tutti e tre, a volere e a commettere la violenza.
Il rimorso, condiviso, sarebbe stato minore.
Ebbene, gli avevano fatto questo tradimento.
E tanto piú ne era arrabbiato, quanto piú vedeva che la vendetta, che istintivamente si sentiva spinto a trarne, lo rendeva, contro il suo stesso sentimento, crudele; quanto piú vedeva che anche a non trarne alcuna vendetta, esso, il tradimento, restava, restava pur sempre l'accordo di quei due nel venir meno per i primi a quanto si era stabilito; cosicché sempre sarebbe rimasta, attaccata a lui soltanto, la parte odiosa.
E dunque, no, perdio, no! Perché cedere adesso? Sarebbe stato anche inutile!
Venne, intanto, il momento, che entrambi si videro costretti a riparlar di Melina: cadeva il mese, e bisognava farle avere il denaro per provvedere a sé e pagar la pigione delle due stanzette.
Tito avrebbe voluto schivare il discorso.
Tratta dal portafogli la sua quota, l'aveva posata sul tavolino senza dir nulla.
Carlino, guardati un pezzo quei denari, alla fine uscí a dire:
- Io non glieli porto.
Tito si voltò a guardarlo e disse seccamente:
- E io neppure.
Il silenzio, in cui l'uno e l'altro, dopo questo scambio di parole, con estremo sforzo si tennero per un lungo tratto, vibrò di tutto il loro interno ribollimento e rese a ciascuno spasimosa l'attesa che l'altro parlasse.
La voce uscí prima, sorda, opaca, dalle labbra di Carlino:
- Allora le si scrive.
Le si mandano per posta.
- Scrivi, - disse Tito.
- Scriveremo insieme.
- Insieme, va bene; poiché ti piace di far la parte della vittima, e ch'io faccia quella del tiranno.
- Io fo, - rispose Carlino, alzandosi, - precisamente quello che fai tu, né piú né meno.
- E va bene, - ripeté Tito.
- E dunque puoi scriverle, che da parte mia sono disposto a rispettare il suo sentimento e a fare tutto ciò che vuole; disposto a pagare, finché lei stessa non dirà basta.
- Ma allora? - scappò sú dal cuore a Carlino.
Tito, a questa esclamazione, non seppe piú frenarsi e uscí dalla stanza, scrollandosi furiosamente con le braccia per aria e gridando:
- Ma che allora! che allora! che allora!
Rimasto solo, Carlino pensò un pezzo al senso da cavare da quella prima condiscendenza di Tito, a cui poi, cosí bruscamente, era seguito lo scatto, che nel modo piú aperto raffermava la sua irremovibile decisione.
Pareva che con Melina, ora, non ce l'avesse piú, se era disposto a rispettare il sentimento di lei e a fare ciò che ella voleva.
Dunque ce l'aveva con lui? Era chiaro! E perché, se adesso erano d'accordo? Per non aver riconosciuto prima di non aver ragione d'opporsi? Eh già! Ora gli pareva troppo tardi, e non si voleva piú dare per vinto.
Ah, che sbaglio aveva commesso Melina, non rivolgendosi prima a Tito! E un altro sbaglio, piú grosso, aveva poi commesso lui, riferendo a Tito la proposta di lei.
No, no: egli non doveva riferirgliela; doveva dire a Melina che ne parlasse a Tito direttamente, e che anzi non gli facesse intravvedere di averne prima parlato a lui.
Ecco come avrebbe dovuto fare! Ma poteva mai immaginarsi che Tito se la pigliasse cosí a male?
Carlino era sicuro, adesso, che se Melina si fosse prima rivolta all'altro, lui non ci avrebbe trovato nulla da ridire.
Basta.
Bisognava scrivere la lettera, adesso.
Che dire a quella povera figliuola, in quello stato? Meglio non dirle nulla di quanto era avvenuto tra loro due; trovare una scusa plausibile di quel non andare nessuno de' due a trovarla.
Ma che scusa? L'unica, poteva esser questa: che volevano lasciarla tranquilla nello stato in cui era.
Tranquilla? Eh, troppa grazia, per una povera donna come lei, avvezza a cosí poca considerazione da parte degli uomini.
E poi, tranquilla, va bene; ma perché non andavano nemmeno a vederla? a domandarle come stesse? se avesse bisogno di qualche cosa? Tanta considerazione per un verso e tanta noncuranza per un altro, bella tranquillità le avrebbero data!
Ma, via, infine, nella lettera poteva darle la piú ferma assicurazione che non le sarebbe venuto meno l'assegno e tutto quell'ajuto che avrebbe potuto aver da loro.
Bisognava che si contentasse di questo, per ora.
E Carlino scrisse la lettera in questo senso, con molta circospezione, perché Tito, leggendola (e voleva che la leggesse), non pigliasse altra ombra.
Pochi giorni dopo, com'era da aspettarsi, arrivò a entrambi la risposta di Melina.
Poche righe, quasi indecifrabili che, impedendo la commozione per il modo ridicolo con cui l'ambascia e la disperazione erano espresse, produssero uno st
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