LA SPOSA PERSIANA, di Carlo Goldoni - pagina 2
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Non può negarsi, che la Teonoe non sia verseggiata con una dolcezza di metro, e con una forza di sentimenti ammirabile.
L'Autore suo degnissimo è Scolaro del celeberrimo Signor Marchese Maffei di gloriosissima ricordanza.
Si conosce, ch'egli ha procurato imitarlo, copiando i pensieri della sua Merope, e i versi medesimi trascrivendo; ma in alcuni tratti, mi si conceda il dirlo, ha superato il Maestro.
Io gli auguro di buon cuore lunga vita, e miglior salute, acciò possa egli arricchire i Teatri nostri di belle erudite Tragedie.
Il talento suo felicissimo arriverà ben presto a conoscere i difetti di questa sua prima imperfetta opera, e si asterrà principalmente per l'avvenire di terminare una Tragedia in tal modo, che sarebbe riprensibile in Commedia ancora; tanto più, che il Matrimonio di Teonoe con Icaro non è necessario, terminandosi l'azione completa col discoprimento delle due Figliuole di Testore.
Vedrà col tempo quanto sia meglio scemar il numero degl'inutili versi, delle repetizioni, e specialmente degli Argomenti; ed io son certo, che arriverà egli ad essere un giorno il decoro della Tragedia Italiana.
In quanto a me se non mi degna dell'approvazione sua, pazienza.
Ho cinque lettere del Maffei suo Maestro, suo Nume, che parlano di me in altra guisa; nell'opera sua de' Teatri antichi e moderni scrive di me in maniera, che rende onore al mio nome.
So che il Marchese Maffei, ed il Martelli furono nemici in vita per occasione del verso dal secondo inventato; ma condannato un tal verso dal Maffei giustamente nella Tragedia, disse a me medesimo, che intesa la recita del mio Moliere piaciuto eragli nella Commedia; e tanto è vero ciò, che asserisco, che a lui medesimo vivente, l'ho ricordato nella dedica di tal Commedia a lui fatta nel Tomo Secondo della edizione mia Fiorentina.
Riescitomi sì bene il verso nella Persiana lo ritentai nel Filosofo Inglese, che fu egualmente felice, onde arrivatane la notizia al prefato Signor Marchese Maffei, così mi scrive in una sua lettera, che colle altre conservo, in data de' 24 Febbraro 1754: Dal Signor Luciato ricevo il suo quarto Tomo; gliene rendo mille grazie, e ne fo parte la sera agli Amici.
Sento con sommo piacere l'eccessivo applauso, che si fa alla sua ultima Commedia.
Se si stamperà, la voglio di foglio in foglio.
Continui pure così e supereremo tutte l'opposizioni ecc.
L'approvazione del Maestro dovrebbe bastare per vincere l'opposizione dello Scolaro.
In un'altra de' 7 Maggio 1753, così mi scriveva il Signor Maffei: Le confido, che ho fatto una solenne risposta al Concina, ed a quel suo libro, nel quale afferma che I'arte è infame, e infami tutti quelli, che hanno mano in Teatro, e che non debbono partecipare de' Sacramenti, In questa risposta nomino Lei, e il Fagiuoli e gli do per esempio di Commedie oneste, e morigerate, ecc.
Ed in altra de' 15 Ottobre 1753: Io vorrei sapere come mandarle il mio libro de' Teatri antichi, e moderni (osservo ora la data della sua da Venezia, onde lo spedirò).
Vedrà in questo, come ho difeso l'onesto uso de' Teatri, e la riputazione di chiunque s'adopera in essi, così maltrattata dal Padre Concina.
Non mi son dimenticato di lei, né di far onor al suo nome ecc.
In fatti non è poco onore per me, che così abbia pensato e scritto delle opere mie un Letterato insigne, uno, dirò di più, che se ascoltate avesse le violenze dell'amor proprio, come alcuni altri fanno, con più gelosia avrebbe per se medesimo custodito il vanto di riformatore del Teatro Comico ancora, giacché nella sua gioventù mostrò aspirarvi, e si provò di esserlo colle sue lodabilissime due Commedie.
Io non intesi già, introducendo il verso, di voler bandire la prosa dalle Commedie, ma nell'una e nell'altra maniera ho avuto animo di comporre, secondo la natura degli argomenti.
Accadde però, che il Popolo s'invaghì di sì fatta maniera di cotal verso, che le Commedie in prosa disperavano quasi di essere compatite.
Tutto in un tratto s'intesero tutte le scene di questa Metropoli risuonare coi versi alla Martelliana foggia rimati, ed io, a mio dispetto, sono stato indi costretto, per compiacere l'Universale, e per giovare all'utile del mio Teatro scrivere in tali versi parecchie altre Commedie.
Dissi fra me medesimo: si sazierà il mondo di versi, e rime, come il dolce divien col tempo anche ai ghiotti per abbondanza stucchevole.
Infatti sentii gridar sul finire dell'anno scorso: Prosa, prosa, che sazi siamo del verso.
Ritornai quest'anno alla Prosa, ma non volli poi né tampoco lasciar il verso del tutto.
Piace l'alternativa, ma, non saprei dire il perché, veggio che le Commedie in verso rimato hanno avuto maggior fortuna.
Una fra queste si è quella, che rappresentasi nel tempo, che sto il presente ragionamento al Lettore scrivendo, di cui non è fuor di proposito, che io favelli.
Appena diedi alle scene la presente Sposa Persiana, ed ebbe il bell'incontro già detto, desiderava l'Universale veder la continuazione delle Avventure d'Ircana.
Siccome non è ella in questa prima Commedia il Soggetto Protagonista, ma lo è la Sposa, così su questa appoggiai la Catastrofe, e non credei necessario, come non lo è di fatto, pensar più oltre ad Ircana.
Il Popolo interessato per essa, non so se per il carattere, che rappresenta, o per il merito singolarissimo dell'eccellente Attrice, la Valorosa Signora Catterina Bresciani, mi andava continuamente eccitando per una seconda Commedia, che desse una continuazione, ed un fine, che in qualche modo consolasse la sventurata Ircana.
Non potei farlo ne' due anni passati per certe indiscrete etichette Comiche di Prima, e Seconda Donna, che ora sono sventate, e spero in questa compagnia, per cui scrivo, non abbiano più a risorgere.
Ho dunque una Commedia composta in quest'anno, il di cui titolo è Ircana, in seguito della Sposa Persiana, col verso istesso rimato.
L'incontro anche di questa è fortunatissimo, ed a suo tempo sarà stampata.
Viviamo, Lettor carissimo, tu per leggere, io per comporre.
CARLO GOLDONI
LA SPOSA PERSIANA
Personaggi
Machmut, finanziere
Tamas, figliuolo di Machmut
Ormano, tartaro, uomo d'armi
Fatima, figliuola di Osmano, sposa di Tamas
Ircana, schiava favorita di Tamas
Alì, amico di Tamas
Curcuma, custode delle schiave di Tamas
Ibraima
Zama schiave di Tamas
Altre schiave, che non parlano
Quattro eunuchi neri
Quattro servi di Machmut
Seguito di serve, e schiavi di Osmano, fra quali danzatori, e suonatori di tamburini, ed altri strumenti orientali.
La Scena si rappresenta in Ispaan, città capitale del regno di Persia, in casa di Machmut, in un atrio che introduce al serraglio di Tamas.
ATTO PRIMO
Scena prima
Tamas, ed Alì.
TAMAS
Non mi annoiare, Alì: son dal dolore oppresso;
Odio gli altrui consigli, odio perfin me stesso.
L'oppio, che pur sai, quanto suole alterar gli spirti,
Nulla giovommi; oh pensa...
Vanne; non voglio udirti.
ALÍ
Si, me ne andrò: che importa a me, che voi parliate?
Io sarò sempre Alì, ancor quando crepiate;
E sarò sempre stato vostro fedele amico,
Ancor, che de' miei detti non ve ne caglia un fico.
TAMAS
Come parli? Che stile inusitato, e nuovo?
Fra tai sconce parole, Alì, più non ritrovo.
Pregio è di noi Persiani il parlar grave, e bene:
Ridicolo costume in Ispaan sconviene.
Come favelli? Hai d'oppio la dose caricata?
ALÍ
Si, amico; doppia dose per voi ne ho trangugiata:
Per voi, che pur vorrei colla letizia mia
Scotere da cotesta letal malinconia.
L'oppio, quel succo amaro, ch'è agli Europei veleno,
Di cui nell'Asia nostra s'empion le genti il seno,
Gioia mi desta in petto inusitata, e strana.
Tamas, gioite meco.
TAMAS
Ogni tua cura è vana:
Gioir non mi farebbe né scettro, né corona;
Vedi se potrà farlo un ebrio, che ragiona.
ALÍ
Ebrio son io, nol niego, pel sonnifero amaro,
Non pel vietato vino, dolce al palato, e caro;
E pur (ve lo confido) in quattro ier di sera
Un orcio ne bevemmo nella caravanzera.[ved.
nota 1]
TAMAS
Cosa tu mi confidi da me con sdegno udita;
Vino non bevvi mai pel corso di mia vita.
Ciò, che il pubblico offende, per ragion del divieto,
Dee l'anime bennate offendere in segreto.
E dove non arriva la forza di chi regge,
Vincola nei recessi dell'onesta la legge.
ALÍ
Si, giovine bennato, alma di virtù piena,
Alma, ch'esser tranquilla dovrebbe, e più serena;
Poiché se un giovin pio ripieno ha il cor di doglie,
Chi fia che ad imitarlo nella bontà s'invoglie?
TAMAS
In te cresce de' spirti l'alterazion funesta;
Per tai ragionamenti ora importuna è questa.
Lasciami, te ne priego.
ALÍ
Io non vi lascio al certo,
Se il duol, che avete in seno, non mi mostrate aperto;
Non vi darò consigli, non vi sarò molesto;
Altro da voi non bramo.
TAMAS Altro non vuoi?
ALÍ Che questo.
TAMAS
Sai tu, che a padre mio sposa mi ha destinata
La figliuola di Osmano?
ALÍ
Ella era appena nata,
E voi d'un lustro appena; senz'ara, e senza Nume
Foste legati insieme, giusta il Perso costume.
TAMAS
Empio costume, e rio, che il maggior ben ci fura;
Che toglie a noi l'arbitrio, e offende la natura.
Ecco, amico, la fonte del mio dolore estremo;
La sposa oggi s'aspetta, l'ora s'appressa, io tremo.
ALÍ
Ed io, ridete amico, ed io sarei contento,
Non se una sola sposa aspettassi, ma cento.
TAMAS
Vanne, lo dissi, il veggio, hai la ragion perduta.
ALÍ
Vado...
È brutta la sposa?
TAMAS
Non so, non l'ho veduta.
Sai pur che le fanciulle serbansi ritirate,
E scopronsi allo sposo dopo esser maritate.
Ma tu deliri, vanne.
ALÍ
Un'altra cosa sola.
TAMAS
Teco non vuo' parlare.
ALÍ
Udite una parola.
TAMAS
Che sofferenza! Parla.
ALÍ
Fra l'ebrio, e fra l'astuto
Vuo' domandarvi: avete forse il cor prevenuto?
TAMAS
Ah sì, d'Ircana mia, della mia schiava acceso,
Soffrir non potrò mai d'un altro nodo il peso.
Nel rimirarla intesi tosto ferirmi il petto,
E crebbe a dismisura in sei lune l'affetto.
L'alma quei suoi begli occhi a vagheggiare avvezza,
Odia d'ogni altra il nome, ogni beltà disprezza.
ALÌ
Tamas, il mio consiglio...
TAMAS
Vattene, io non l'ascolto.
ALÍ
Vado, ma prima udite i sensi d'uno stolto,
D'uno, che in fretta in fretta vi dice il suo pensiere,
E l'oppio a digerire sen va sull'origliere.
Vi lodo, se costanza v'empie per una il petto,
Ma in Oriente non si usa preferirla al diletto.
Chi assicurar voi puote, che Fatima, la sposa,
Non abbia agli occhi vostri a comparir vezzosa?
Chi sa, che nel mirarla non siate anche pentito
D'aver troppo tardato ad esserle marito?
Miratela, e poi dite: "oh la mia schiava è bella;
Ircana sol mi piace, non voglio altre, che quella".
Almeno sospendete di dir, che v'hanno ucciso,
Fino, che non vediate la nuova sposa in viso.
Astrologo non siete; chi sa come sia fatta?
Di Tartare, e Giorgiane bellissima è la schiatta.
Tartaro è il padre suo; in Ispaan dimora,
Ma serberà la figlia il natio sangue ancora.
Miratela con pace.
Quest'è il consiglio mio:
Tenetela, s'è bella, se non vi piace...
Addio (parte).
Scena seconda
Tamas solo.
Quest'ultime parole non son d'ebrio, o di stolto;
Ragion trovo in que' detti, e la ragion m'ha colto.
È ver, m'accese Ircana d'amor quasi improvviso,
Ma non mirai finora d'altra più bella il viso.
Noi non godiam quel bene, che agli Europei vien dato;
Donna mirar non sua, è al Maomettan vietato.
Itali, Galli, Ispani, Angli, Germani e Greci
Non pon, qual noi possiamo, otto tenerne o dieci;
Ma per le vie scoperte mirarle a cento a cento,
E vagheggiarle almeno possono a lor talento.
E pur serba l'Europa fra gli abitanti suoi,
Chi un serraglio infelice suol invidiare a noi,
Come se d'un legame, che a lor molesto è reso,
Non si dovesse a noi moltiplicare il peso.
Chi sa che rimirando Fatima a faccia a faccia,
Beltade in lei non trovi, che mi diletti e piaccia?
Avrà questa d'Ircana non men le grazie sue,
Potrò, se ambe son vaghe, amarle tutte due.
Ma che pretenda Ircana esser sola il mio Nume,
Oltre il dover di figlio, offende anche il costume.
Sì, mirerò la sposa, sì, mirerolla in pace:
D'Alì mio fido amico il consiglio mi piace.
Scena terza
Ircana, e detto.
IRCANA
Tamas, perché sì lento a riveder ritorni
Quella, che per te solo mena felici i giorni?
Sai pur, che oltre il vederti non provo altro contento,
Un secolo mi sembra lungi da te un momento.
TAMAS
Molto non è, che al bagno io ti lasciai, mia vita;
Tosto più dell'usato sei fuor dell'acque uscita,
IRCANA
Ah son tre giorni interi, ch'io piango, e mi dispero.
Barbaro tu mi lasci.
TAMAS
No, [non] sarà mai vero.
D'amarti fin ch'io viva sacra ti do parola.
Bastati?
IRCANA
No.
TAMAS
Che brami?
IRCANA
Voglio, che mi ami sola.
TAMAS
Oh ciel!
IRCANA
Lo vedi, ingrato? Lo vedi se m'inganni?
Lo so perché sospiri, [lo so] perché t'affanni.
Non mi tenere occulto ciò, che pur troppo ho inteso,
Oggi verrà la sposa, sei di vederla acceso.
Venga, ma non si speri, che abbia a servirla Ircana;
Di Machmut tuo padre cotal lusinga è vana.
Egli mi ha compra, è vero, dal genitor crudele,
Schiava servir io deggio al mio signor fedele;
Ma tu non mi dovevi accendere nel petto
D'amor, di gelosia, d'ambizion l'affetto.
Dopo lusinghe tante, schiava negletta, oppressa,
Saprei svenarmi in faccia della tua sposa istessa.
TAMAS
Fra noi tal è il costume di chi suddito nasce;
Fatima, ed io dal padre fummo legati in fasce.
Io lei non vidi, ed ella non mi ha veduto ancora,
Chi sposasi in tal guisa, rade volte si adora;
Ed io, che del tuo bello ho l'alma prevenuta,
Amar come potrei sposa non pria veduta?
Consolati, ben mio, se umile al genitore,
Darò ad altra la mano, tuo sarà sempre il core.
IRCANA
Eh che mal si divide da chi ha la destra in pegno,
De' forsennati il cuore con un affetto indegno.
Sì mi sovvien, che spesso la crudel genitrice,
"Figlia (diceami) un giorno esser potrai felice,
Se schiava in un serraglio avrai del tuo signore
Unita alle altre belle una porzion del cuore".
Ma detestando allora il barbaro costume,
Tai l'innocente labbro voti mandava al Nume:
"Faccia Macon, ch'io trovi signor, che mi ami sola,
O tolgami dal petto lo spirto, e la parola".
TAMAS
Sensi d'alma bennata, voti di cor sincero;
Sì, ti amerò: te sola...
IRCANA
Non lo dir, non lo spero.
TAMAS
Ma se lo giuro...
IRCANA
Taci.
TAMAS
Lo giuro al Ciel...
IRCANA
Gli audaci
Beltà rende spergiuri, amor rende mendaci.
Vedrai la sposa in volto, di me sarà più bella:
Ella sarà tua donna, io svergognata ancella.
Va' pur la sposa accogli; far lo dei, non lo niego;
Sol d'una grazia almeno non mi privar ti priego.
Aprimi queste porte, dove rinchiusa io sono;
Dammi, d'amore in vece, la libertade in dono.
TAMAS
Ah crudel, sì penosa parti la mia catena!
IRCANA
Tu lo sai, se finora n'ebbi diletto, o pena.
La libertà ti chiedo, non per lusinga insana,
Ma per morire, ingrato, dagli occhi tuoi lontana;
Ma per lasciarti in pace accanto alla consorte,
Senza, che ti funesti l'orror della mia morte.
TAMAS
Ah, che ogni tua parola è a questo cuor ferita:
Non lascierotti, Ircana, non morirai mia vita.
In faccia al genitore armerò il cuor d'orgoglio;
Venga l'odiata sposa, dirò, che non la voglio.
Se del figliuolo il padre desia mirar la prole,
Abbiala; ma col mezzo delle tue fiamme sole.
In altra guisa aspetti vedermi all'Ottomano
Tra le persiane genti andar col ferro in mano...
IRCANA
Dunque?
TAMAS
Non più; se temi, se del mio amor diffidi,
Tamas, che pietà merta, tu crudelmente uccidi.
In questo punto istesso, del genitore al piede
Vo a svelare il secreto di mio amor, di mia fede.
Se usar vorrà la forza (egli non è sovrano,
E un re la vita togliermi potrebbe, e non la mano),
Pregherò, finché giova, parlerò con rispetto;
Ma poi...
sì, di te sola sarò, te lo prometto (parte).
Scena quarta
Ircana sola.
Nulla intentato io voglio lasciar per un tal bene,
Per l'unico fra' beni, che a noi sperar conviene.
Donna fra' Maumettani, sia schiava, o sia consorte,
Deve qual rea cattiva viver tra ferree porte;
E rendersi può solo il carcer men penoso
Dall'amor di colui, che è signor nostro, e sposo.
Ma se l'amor d'un solo si parte in più donzelle,
Essere non mi basta nel numero di quelle;
Anzi pria di vedermi con altre donne amata,
Voglio essere più tosto, o morta, o disprezzata.
Scena quinta
Curcuma, e detta.
CURCUMA
Ircana, ove t'aggiri? Posso io bene aspettarti,
Non vieni questa mane a pulirti, a lisciarti?
Perché prima di tutte uscir dal bagno fuori?
E andar per il serraglio senza unti, e senza odori?
Se il tuo Tamas ti vede, oh si, gli parrai bella!
Con questi giovinotti vi vol arte, sorella:
Sono le tue compagne lisciate come specchi,
E tu senz'artifizio accorlo ti apparecchi?
IRCANA
S'adorni e si profumi, e s'unga, e si colori
Chi di natura ha d'uopo di corregger gli errori.
Incolta, qual mi vedi, sparuta, e senza incanto,
Tamas finor trattenni, né mai gli piacqui tanto.
Sì, Curcuma, tel dico, ora gli piacqui a segno,
Che d'esser di me sola prese il più saldo impegno.
A te fido l'arcano; son lieta, e son contenta
E la temuta sposa or più non mi spaventa.
CURCUMA
Sì, qualche volta, è vero, l'amante si diletta
Nel vagheggiar di furto la femina negletta,
Ma quando con il tempo la mira a parte a parte,
Scopre i difetti, e credi, necessaria è un po' d'arte.
Sia pur la donna bella, non abbia in beltà eguali,
Scoloransi sovente le rose naturali.
Una passione, un detto, un mal de' nostri usati
Tinge di verde, e giallo i visi delicati:
Ma allor, che dalla mano fia la beltà accresciuta,
La donna è sempre bella, ancor quando è svenuta.
IRCANA
Orsù, più d'esser bella calsemi veder lui
Per tempo, e i dolci accenti udir dai labbri sui.
CURCUMA
E t'ha promesso amarti?
IRCANA
Sacra mi die' parola
(Questo è quel che mi cale) d'amarmi sempre, e sola.
CURCUMA
Figlia, se tal promessa a te fia poi serbata,
Poi dir, che la fenice in Persia hai ritrovata;
Che un uom di donna sola contentisi è un portento:
Vorrebbero i Persiani possederne anche cento.
Oh maledetta legge, fatta dall'uomo ingrato,
Che rende di noi donne sì misero lo stato!
Compagne son dell'uomo le donne in altro clima;
Servito è il sesso nostro, e si onora, e si stima;
E se d'[un] uomo solo dee contentarsi, almeno
Posto è da pari legge anche ai mariti il freno.
IRCANA
Chi sa? La dura legge spero per me corretta.
CURCUMA
Ma se la nuova sposa Tamas in breve aspetta?
IRCANA
Tamas in questo punto, del genitore al piede,
Spinto dalle mie fiamme, a ricusarla andiede.
CURCUMA
E se volesse il padre?...
IRCANA
Tu mi tormenti invano.
Esser dee mio quel core.
CURCUMA
E sarà tua la mano?
IRCANA
Sì, lo spero: tu mi ami, e so, che di te niuna
Brama più del mio cuore la pace, e la fortuna.
Curcuma, è questi il giorno d'usar l'ingegno, e l'arte,
Per esser con il tempo d'ogni mio bene a parte.
Anzi con questa gemma, che Tamas mi ha donata,
Una d'amor vuo' darti caparra anticipata.
Custode delle donne, sei per l'etade in pregio,
Dal signor nostro intesi lodar più d'un tuo fregio.
Tu puoi del di lui cuore spiar gli occulti arcani:
Per madre mia ti eleggo, io son nelle tue mani.
CURCUMA
Figlia, perché lo merti, al desir tuo mi unisco,
Non già per questa gemma, che per amor gradisco;
E se le mie parole, e i cauti miei consigli
Non basteranno, e i' veda all'amor tuo perigli,
Di pentole, e di vetri piena ho la stanza mia:
Zitto, Ircana figliuola, faremo una malia.
Una malia faremo sì forte, e portentosa,
Che strugga in pochi giorni e l'amante e la sposa.
IRCANA
No, l'amante.
CURCUMA
Sta cheta; l'amante sino a tanto
Che della nuova sposa viva giulivo a canto;
Indi fedel tornando sia d'ogni mal guarito,
D'esserti impazïente, non più signor, marito.
IRCANA
Hai tal poter?
CURCUMA
Sì, cara, vedrai portenti strani,
Vedrai quel che san fare di Curcuma le mani.
Dacché l'età primiera mi abbandonò, tre lustri
Amar mi feci ancora con sughi, ed erbe industri;
Con serpi, sangue, e pietre certa bevanda fassi,
Che innamorar farebbe anche le piante, e i sassi.
Dell'oro, e dell'argento vi entra in cotal mistura:
Averne, quanto puoi, dal tuo signor procura;
Recalo alle mie mani, e ne vedrai l'effetto.
Figlia, senza interesse l'amor mio ti prometto (parte).
Scena sesta
Ircana sola.
Ah voglia il ciel, che mai abbiasi a usar tal'arte:
Laddove amor fa d'uopo, rigor non abbia parte.
Sguardi, parole, amplessi, vezzi, sospiri e pianti
Son le malìe, che han forza sul cuore degli amanti.
Ma allor, che un'altra donna venga con forza eguale
A disputarmi un cuor, che per natura è frale,
Se a sostenere il dritto il mio valor fia poco,
L'arte, l'ardir, l'inganno e le malìe avran loco.
Tutto tentar io voglio, sino la morte istessa;
Pria di vedermi in faccia d'una rival depressa
Oh genitori ingrati, che al ciel mandaste i voti,
Non per mirar, canuti, della figlia i nipoti,
Ma sol, perché, accresciuto alla beltade il vezzo,
Al comprator poteste vendermi a maggior prezzo!
Ma se destin crudele nascer mi fe' da gente
Che per il proprio sangue tenero amor non sente,
Se per costume indegno esser dovea venduta
Ah nel serraglio almeno fossi del re venuta.
Sì, nell'Haram [vedi nota 2] spazioso, anche fra mine, e mine
Distinguer si farebbono al Sofi[vedi nota 3] mie pupille;
Sia vaga, o non sia vaga, incolta qual io sono,
Dato avrei forse io sola il successore al trono.
Ma a un Killientar[vedi nota 4] venduta, venduta a un finanziere,
Avrò chi mi contrasti nel merto, e nel potere?
No, no, questo non fia, Tamas, è mio soltanto;
Regnar nel di lui cuore è mia gloria, è mio vanto.
Picciolo regno ancora mi basta, e mi consola,
Purché in quel cuore io possa sempre regnarvi, e sola
(parte).
Scena settima
Machmut accompagnato da quattro Officiali,
che attendono gli ordini suoi.
Olà, ciascun s'impieghi: i schiavi, i servi, i cuochi;
Si preparin le mense, i vasi, i cibi, i giuochi.
Tosto al caffè; prepara oltre il costume adorno
II picciolo banchetto, che usasi a mezzo il giorno.
Latte, poponi ed altre frutta del mio giardino,
Confezioni, sorbetti, oppio purgato, e fino,
Thè non manchi; si dia tabacco a chi ne brama,
Siavi per tutto il vaso, che kalïam si chiama:
Il kalïam, quel vaso, che fra noi si accostuma,
Con cui sì dolcemente l'uom si riposa, e fuma.
Canti vi sieno, e danze, vi sien poeti egregi,
Che della nuova sposa formin poema ai pregi;
Quindi nell'ampia sala, di lumi intorno piena,
Al seguito festivo diasi superba cena.
Del terso e bianco riso sodo pilò sia fatto,
Di burro, e droghe carco, nel color contrafatto.
Sieno in minuti pezzi nello schidion girati,
D'aromati nutriti i migliori castrati.
Lepri, maiali ed altre carni vietate immonde
Non sianvi alla mia mensa; cerchinle i ghiotti altronde.
Del bove in acqua pura al più l'uso permetto,
Salse bandisco, e sughi, e ogni manicaretto,
Lasciando agli Europei la follia, ch'io deploro,
Di accellerar coi cibi il fin de' giorni loro.
Ma Tamas viene; andate; gli ordini udiste in parte,
Supplisca ad ogni altr'uopo l'uso, l'ingegno e l'arte
(partono i servi).
Merita ben tal sposa, che dote reca, e onore,
Che il suocero l'accolga con pompa, e con splendore.
Ah voglia il ciel, che il figlio con pari ardor la miri.
Ma temo, è mesto in viso; par che pianga, e sospiri.
Scena ottava
Tamas e detto.
TAMAS
Signor, a' piedi vostri...
MACHMUT
Perché sì mesto in viso?
Lungi non è la sposa, n'ebbi testé l'avviso.
Accoglierla a momenti dovrai fra le tue braccia.
E ti disponi a farlo torvo? turbato in faccia?
TAMAS
Signor pria che la sposa giunga fra i muri nostri,
Eccomi a voi prostrato, eccomi a' piedi vostri
(s'inginocchia).
MACHMUT
Alzati...
Olà, che dici? Sei tu di lei pentito?
È tardi; ella ti aspetta, esser le dei marito.
TAMAS
Ma se il mio cor...
MACHMUT
T'accheta, nel vincolarsi il figlio
Prenda dal genitore, non dal suo cor, consiglio.
TAMAS
E se l'odiassi?
MACHMUT
Degna d'amor Fatima io stimo,
Ma se la sposa odiassi, tu non saresti il primo.
TAMAS
Che nozze! che sponsali! che barbaro costume!
L'approvano le leggi, e lo comporta il Nume?
MACHMUT
Sì, di Maccone stesso, d'Alì, ch'indi si onora,
E dei dodici Imanni, che venner dopo ancora,
Questa è la legge: a noi tener non è vietato
Schiave quante vogliamo nel serraglio privato.
Non è dall'Alcorano aver più mogli escluso,
Ma prender
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