LA SPOSA PERSIANA, di Carlo Goldoni - pagina 3
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Scena terza
Ircana, e detto.
IRCANA
Tamas, perché sì lento a riveder ritorni
Quella, che per te solo mena felici i giorni?
Sai pur, che oltre il vederti non provo altro contento,
Un secolo mi sembra lungi da te un momento.
TAMAS
Molto non è, che al bagno io ti lasciai, mia vita;
Tosto più dell'usato sei fuor dell'acque uscita,
IRCANA
Ah son tre giorni interi, ch'io piango, e mi dispero.
Barbaro tu mi lasci.
TAMAS
No, [non] sarà mai vero.
D'amarti fin ch'io viva sacra ti do parola.
Bastati?
IRCANA
No.
TAMAS
Che brami?
IRCANA
Voglio, che mi ami sola.
TAMAS
Oh ciel!
IRCANA
Lo vedi, ingrato? Lo vedi se m'inganni?
Lo so perché sospiri, [lo so] perché t'affanni.
Non mi tenere occulto ciò, che pur troppo ho inteso,
Oggi verrà la sposa, sei di vederla acceso.
Venga, ma non si speri, che abbia a servirla Ircana;
Di Machmut tuo padre cotal lusinga è vana.
Egli mi ha compra, è vero, dal genitor crudele,
Schiava servir io deggio al mio signor fedele;
Ma tu non mi dovevi accendere nel petto
D'amor, di gelosia, d'ambizion l'affetto.
Dopo lusinghe tante, schiava negletta, oppressa,
Saprei svenarmi in faccia della tua sposa istessa.
TAMAS
Fra noi tal è il costume di chi suddito nasce;
Fatima, ed io dal padre fummo legati in fasce.
Io lei non vidi, ed ella non mi ha veduto ancora,
Chi sposasi in tal guisa, rade volte si adora;
Ed io, che del tuo bello ho l'alma prevenuta,
Amar come potrei sposa non pria veduta?
Consolati, ben mio, se umile al genitore,
Darò ad altra la mano, tuo sarà sempre il core.
IRCANA
Eh che mal si divide da chi ha la destra in pegno,
De' forsennati il cuore con un affetto indegno.
Sì mi sovvien, che spesso la crudel genitrice,
"Figlia (diceami) un giorno esser potrai felice,
Se schiava in un serraglio avrai del tuo signore
Unita alle altre belle una porzion del cuore".
Ma detestando allora il barbaro costume,
Tai l'innocente labbro voti mandava al Nume:
"Faccia Macon, ch'io trovi signor, che mi ami sola,
O tolgami dal petto lo spirto, e la parola".
TAMAS
Sensi d'alma bennata, voti di cor sincero;
Sì, ti amerò: te sola...
IRCANA
Non lo dir, non lo spero.
TAMAS
Ma se lo giuro...
IRCANA
Taci.
TAMAS
Lo giuro al Ciel...
IRCANA
Gli audaci
Beltà rende spergiuri, amor rende mendaci.
Vedrai la sposa in volto, di me sarà più bella:
Ella sarà tua donna, io svergognata ancella.
Va' pur la sposa accogli; far lo dei, non lo niego;
Sol d'una grazia almeno non mi privar ti priego.
Aprimi queste porte, dove rinchiusa io sono;
Dammi, d'amore in vece, la libertade in dono.
TAMAS
Ah crudel, sì penosa parti la mia catena!
IRCANA
Tu lo sai, se finora n'ebbi diletto, o pena.
La libertà ti chiedo, non per lusinga insana,
Ma per morire, ingrato, dagli occhi tuoi lontana;
Ma per lasciarti in pace accanto alla consorte,
Senza, che ti funesti l'orror della mia morte.
TAMAS
Ah, che ogni tua parola è a questo cuor ferita:
Non lascierotti, Ircana, non morirai mia vita.
In faccia al genitore armerò il cuor d'orgoglio;
Venga l'odiata sposa, dirò, che non la voglio.
Se del figliuolo il padre desia mirar la prole,
Abbiala; ma col mezzo delle tue fiamme sole.
In altra guisa aspetti vedermi all'Ottomano
Tra le persiane genti andar col ferro in mano...
IRCANA
Dunque?
TAMAS
Non più; se temi, se del mio amor diffidi,
Tamas, che pietà merta, tu crudelmente uccidi.
In questo punto istesso, del genitore al piede
Vo a svelare il secreto di mio amor, di mia fede.
Se usar vorrà la forza (egli non è sovrano,
E un re la vita togliermi potrebbe, e non la mano),
Pregherò, finché giova, parlerò con rispetto;
Ma poi...
sì, di te sola sarò, te lo prometto (parte).
Scena quarta
Ircana sola.
Nulla intentato io voglio lasciar per un tal bene,
Per l'unico fra' beni, che a noi sperar conviene.
Donna fra' Maumettani, sia schiava, o sia consorte,
Deve qual rea cattiva viver tra ferree porte;
E rendersi può solo il carcer men penoso
Dall'amor di colui, che è signor nostro, e sposo.
Ma se l'amor d'un solo si parte in più donzelle,
Essere non mi basta nel numero di quelle;
Anzi pria di vedermi con altre donne amata,
Voglio essere più tosto, o morta, o disprezzata.
Scena quinta
Curcuma, e detta.
CURCUMA
Ircana, ove t'aggiri? Posso io bene aspettarti,
Non vieni questa mane a pulirti, a lisciarti?
Perché prima di tutte uscir dal bagno fuori?
E andar per il serraglio senza unti, e senza odori?
Se il tuo Tamas ti vede, oh si, gli parrai bella!
Con questi giovinotti vi vol arte, sorella:
Sono le tue compagne lisciate come specchi,
E tu senz'artifizio accorlo ti apparecchi?
IRCANA
S'adorni e si profumi, e s'unga, e si colori
Chi di natura ha d'uopo di corregger gli errori.
Incolta, qual mi vedi, sparuta, e senza incanto,
Tamas finor trattenni, né mai gli piacqui tanto.
Sì, Curcuma, tel dico, ora gli piacqui a segno,
Che d'esser di me sola prese il più saldo impegno.
A te fido l'arcano; son lieta, e son contenta
E la temuta sposa or più non mi spaventa.
CURCUMA
Sì, qualche volta, è vero, l'amante si diletta
Nel vagheggiar di furto la femina negletta,
Ma quando con il tempo la mira a parte a parte,
Scopre i difetti, e credi, necessaria è un po' d'arte.
Sia pur la donna bella, non abbia in beltà eguali,
Scoloransi sovente le rose naturali.
Una passione, un detto, un mal de' nostri usati
Tinge di verde, e giallo i visi delicati:
Ma allor, che dalla mano fia la beltà accresciuta,
La donna è sempre bella, ancor quando è svenuta.
IRCANA
Orsù, più d'esser bella calsemi veder lui
Per tempo, e i dolci accenti udir dai labbri sui.
CURCUMA
E t'ha promesso amarti?
IRCANA
Sacra mi die' parola
(Questo è quel che mi cale) d'amarmi sempre, e sola.
CURCUMA
Figlia, se tal promessa a te fia poi serbata,
Poi dir, che la fenice in Persia hai ritrovata;
Che un uom di donna sola contentisi è un portento:
Vorrebbero i Persiani possederne anche cento.
Oh maledetta legge, fatta dall'uomo ingrato,
Che rende di noi donne sì misero lo stato!
Compagne son dell'uomo le donne in altro clima;
Servito è il sesso nostro, e si onora, e si stima;
E se d'[un] uomo solo dee contentarsi, almeno
Posto è da pari legge anche ai mariti il freno.
IRCANA
Chi sa? La dura legge spero per me corretta.
CURCUMA
Ma se la nuova sposa Tamas in breve aspetta?
IRCANA
Tamas in questo punto, del genitore al piede,
Spinto dalle mie fiamme, a ricusarla andiede.
CURCUMA
E se volesse il padre?...
IRCANA
Tu mi tormenti invano.
Esser dee mio quel core.
CURCUMA
E sarà tua la mano?
IRCANA
Sì, lo spero: tu mi ami, e so, che di te niuna
Brama più del mio cuore la pace, e la fortuna.
Curcuma, è questi il giorno d'usar l'ingegno, e l'arte,
Per esser con il tempo d'ogni mio bene a parte.
Anzi con questa gemma, che Tamas mi ha donata,
Una d'amor vuo' darti caparra anticipata.
Custode delle donne, sei per l'etade in pregio,
Dal signor nostro intesi lodar più d'un tuo fregio.
Tu puoi del di lui cuore spiar gli occulti arcani:
Per madre mia ti eleggo, io son nelle tue mani.
CURCUMA
Figlia, perché lo merti, al desir tuo mi unisco,
Non già per questa gemma, che per amor gradisco;
E se le mie parole, e i cauti miei consigli
Non basteranno, e i' veda all'amor tuo perigli,
Di pentole, e di vetri piena ho la stanza mia:
Zitto, Ircana figliuola, faremo una malia.
Una malia faremo sì forte, e portentosa,
Che strugga in pochi giorni e l'amante e la sposa.
IRCANA
No, l'amante.
CURCUMA
Sta cheta; l'amante sino a tanto
Che della nuova sposa viva giulivo a canto;
Indi fedel tornando sia d'ogni mal guarito,
D'esserti impazïente, non più signor, marito.
IRCANA
Hai tal poter?
CURCUMA
Sì, cara, vedrai portenti strani,
Vedrai quel che san fare di Curcuma le mani.
Dacché l'età primiera mi abbandonò, tre lustri
Amar mi feci ancora con sughi, ed erbe industri;
Con serpi, sangue, e pietre certa bevanda fassi,
Che innamorar farebbe anche le piante, e i sassi.
Dell'oro, e dell'argento vi entra in cotal mistura:
Averne, quanto puoi, dal tuo signor procura;
Recalo alle mie mani, e ne vedrai l'effetto.
Figlia, senza interesse l'amor mio ti prometto (parte).
Scena sesta
Ircana sola.
Ah voglia il ciel, che mai abbiasi a usar tal'arte:
Laddove amor fa d'uopo, rigor non abbia parte.
Sguardi, parole, amplessi, vezzi, sospiri e pianti
Son le malìe, che han forza sul cuore degli amanti.
Ma allor, che un'altra donna venga con forza eguale
A disputarmi un cuor, che per natura è frale,
Se a sostenere il dritto il mio valor fia poco,
L'arte, l'ardir, l'inganno e le malìe avran loco.
Tutto tentar io voglio, sino la morte istessa;
Pria di vedermi in faccia d'una rival depressa
Oh genitori ingrati, che al ciel mandaste i voti,
Non per mirar, canuti, della figlia i nipoti,
Ma sol, perché, accresciuto alla beltade il vezzo,
Al comprator poteste vendermi a maggior prezzo!
Ma se destin crudele nascer mi fe' da gente
Che per il proprio sangue tenero amor non sente,
Se per costume indegno esser dovea venduta
Ah nel serraglio almeno fossi del re venuta.
Sì, nell'Haram [vedi nota 2] spazioso, anche fra mine, e mine
Distinguer si farebbono al Sofi[vedi nota 3] mie pupille;
Sia vaga, o non sia vaga, incolta qual io sono,
Dato avrei forse io sola il successore al trono.
Ma a un Killientar[vedi nota 4] venduta, venduta a un finanziere,
Avrò chi mi contrasti nel merto, e nel potere?
No, no, questo non fia, Tamas, è mio soltanto;
Regnar nel di lui cuore è mia gloria, è mio vanto.
Picciolo regno ancora mi basta, e mi consola,
Purché in quel cuore io possa sempre regnarvi, e sola
(parte).
Scena settima
Machmut accompagnato da quattro Officiali,
che attendono gli ordini suoi.
Olà, ciascun s'impieghi: i schiavi, i servi, i cuochi;
Si preparin le mense, i vasi, i cibi, i giuochi.
Tosto al caffè; prepara oltre il costume adorno
II picciolo banchetto, che usasi a mezzo il giorno.
Latte, poponi ed altre frutta del mio giardino,
Confezioni, sorbetti, oppio purgato, e fino,
Thè non manchi; si dia tabacco a chi ne brama,
Siavi per tutto il vaso, che kalïam si chiama:
Il kalïam, quel vaso, che fra noi si accostuma,
Con cui sì dolcemente l'uom si riposa, e fuma.
Canti vi sieno, e danze, vi sien poeti egregi,
Che della nuova sposa formin poema ai pregi;
Quindi nell'ampia sala, di lumi intorno piena,
Al seguito festivo diasi superba cena.
Del terso e bianco riso sodo pilò sia fatto,
Di burro, e droghe carco, nel color contrafatto.
Sieno in minuti pezzi nello schidion girati,
D'aromati nutriti i migliori castrati.
Lepri, maiali ed altre carni vietate immonde
Non sianvi alla mia mensa; cerchinle i ghiotti altronde.
Del bove in acqua pura al più l'uso permetto,
Salse bandisco, e sughi, e ogni manicaretto,
Lasciando agli Europei la follia, ch'io deploro,
Di accellerar coi cibi il fin de' giorni loro.
Ma Tamas viene; andate; gli ordini udiste in parte,
Supplisca ad ogni altr'uopo l'uso, l'ingegno e l'arte
(partono i servi).
Merita ben tal sposa, che dote reca, e onore,
Che il suocero l'accolga con pompa, e con splendore.
Ah voglia il ciel, che il figlio con pari ardor la miri.
Ma temo, è mesto in viso; par che pianga, e sospiri.
Scena ottava
Tamas e detto.
TAMAS
Signor, a' piedi vostri...
MACHMUT
Perché sì mesto in viso?
Lungi non è la sposa, n'ebbi testé l'avviso.
Accoglierla a momenti dovrai fra le tue braccia.
E ti disponi a farlo torvo? turbato in faccia?
TAMAS
Signor pria che la sposa giunga fra i muri nostri,
Eccomi a voi prostrato, eccomi a' piedi vostri
(s'inginocchia).
MACHMUT
Alzati...
Olà, che dici? Sei tu di lei pentito?
È tardi; ella ti aspetta, esser le dei marito.
TAMAS
Ma se il mio cor...
MACHMUT
T'accheta, nel vincolarsi il figlio
Prenda dal genitore, non dal suo cor, consiglio.
TAMAS
E se l'odiassi?
MACHMUT
Degna d'amor Fatima io stimo,
Ma se la sposa odiassi, tu non saresti il primo.
TAMAS
Che nozze! che sponsali! che barbaro costume!
L'approvano le leggi, e lo comporta il Nume?
MACHMUT
Sì, di Maccone stesso, d'Alì, ch'indi si onora,
E dei dodici Imanni, che venner dopo ancora,
Questa è la legge: a noi tener non è vietato
Schiave quante vogliamo nel serraglio privato.
Non è dall'Alcorano aver più mogli escluso,
Ma prenderne una sola è fra Persiani in uso.
E questa non s'apprezza dal vezzo, o dai colori,
Ma dal poter del padre, dai schiavi e dai tesori.
Costei che a te in isposa da me fu destinata,
Da genitor guerriero, carco di glorie, è nata:
Ricchi smanigli e gemme, schiavi ti reca in dote:
Queste son beltà vere, l'altre a me sono ignote.
TAMAS
Dunque per gemme, e schiavi, per vesti, perle ed oro,
Perder dovranno i figli di libertà il tesoro?
MACHMUT
Odi, vuo' consolarti.
Fatima la tua sposa
Ricca non è soltanto, ma è bella, ed è vezzosa.
Donne, che l'han veduta uscir dal bagno fuora,
Giuran, che beltà pari non han veduto ancora.
D'alta statura, e grave, lunghi capelli e neri,
Non tinti di sandracca, ma nel color sinceri,
Guancie vermiglie, e piene, bocca del riso amica,
Seno, che imprigionato suol tenere a fatica;
Non ha, qual si accostuma nell'ultime pendici
Del tartaro confine, pendenti alle narici;
Ma vagamente adorna i crini, il collo, il petto,
Spira dolcezza, e amore in maestoso aspetto.
D'uopo non ha la bella d'usar candido impiastro
Sulla mano di neve, sul piede di alabastro:
Nel portamento altera, piena di brio, di foco...
Parti che molto io dica, e pur dissi anche poco.
Mirala, e dimmi poi, se fia tal peso grave,
Se può sposa sì vaga valer per cento schiave.
Che l'ami, e che l'adori non dico, e non comando;
Mirala, e ciò mi basta, questo è quel che io domando
(Parte).
Scena nona
Tamas solo.
E vi sarà d'Ircana donna più bella ancora?
Di Fatima il ritratto nell'udirlo innamora.
Gli occhi, le guancie, il crine, la mano, il viso, il petto...
Tanta beltà innocente raccolta in un oggetto?
Tamas...
vediamla; alfine il padre lo domanda;
E il domandar del padre vuol dir, che lo comanda.
Ma Ircana mia?...
Qual torto le fo, se un'altra io miro?
Non mi trarrà per questo dal petto un sol sospiro.
E se beltà sì rara poi mi accendesse il cuore,
Resister chi potrebbe alla forza d'amore?
Fuggasi...
No, si vegga; finora Ircana è quella,
Che agli occhi miei d'ogni altra parve più vaga, e bella.
Svelisi in suo confronto beltà tanto lodata,
E delle due si vegga, chi è vinta, e superata.
Questa non è incostanza, non è mancar di fede,
È un desio...
ma neppure; è il padre che lo chiede.
È ver che il padre istesso disubbidir giurai;
Ma in onta delle leggi giurar non si può mai.
Sia forza, sia consiglio, seguo del padre i detti,
Ma terrò in guardia il cuore, non cangierò gli affetti.
Ircana, sì, ti adoro, sì, tu sarai più bella;
Ma lascia, che rimiri le luci ancor di quella;
E se negli occhi suoi non vedo il tuo splendore,
In te cresciuto il merto, crescerà in me l'ardore (parte).
ATTO SECONDO
Scena prima
Ircana e Curcuma.
IRCANA
Ah Curcuma, e fia vera la nova dolorosa?
Tamas andò egli istesso ad incontrar la sposa?
CURCUMA
Questi occhi lo han veduto, e, qual da giovinetta
Conservo (grazie al cielo) la vista ancor perfetta.
IRCANA
Ohimè!
CURCUMA
Non vi affliggete, di già ci siamo intese;
M'impegno, che la sposa viva non dura un mese,
Ho tutto preparato, rospi, cicute, e fieli,
E d'animali immondi sangue, cervella e peli;
Delle spinose piante nutrite in Carmania
Che avvelenano i venti, ne ho sempre in mia balìa.
Ho l'antimonio, il sale, il solfo e l'orpimento,
E mancami soltanto dell'oro, e dell'argento.
IRCANA
Eccome, prendi questo (si strappa uno smaniglio).
CURCUMA
Piano non lo strappate;
Spiacemi, che d'un fregio la bella man spogliate.
E pur fia necessario scioglierlo in una tazza.
(Sciogliere lo smaniglio? Affé, non son sì pazza) (da sé).
IRCANA
Ma incontro alla sua sposa è volontario andato
Tamas, o da suo padre a forza strascinato?
CURCUMA
Non so; ma l'ho veduto montar sul suo destriere,
Tutto coperto d'oro, che a mirarlo è un piacere,
Al lato era del padre, intorno avea parenti,
Preceduto da turba di servi, e di stromenti.
L'eunuco Bulganzar (quel sozzo eunuco nero,
Che se far lo potesse, farebbe altro mestiero)
Egli si è ritrovato in mezzo alla brigata,
Allor che fu la sposa dal giovine incontrata,
Là dove il Sanderut[vedi nota 5] vicin, con l'acque sue
Tra Zulfa ed Ispaan parte il terreno in due;
Fatima, d'ogn'intorno da schiave circondata.
Sedea sopra un camello colla faccia velata.
Con tante ricche vesti, con tante perle, ed oro,
Che abagliava la vista, avea seco un tesoro.
Però la sopraveste ch'avea la sposa intorno,
E parte delle gioie onde il bel crine è adorno,
Bulganzar mi assicura, che fur, due giorni sono,
Da Machmut mandate alla sua nuora in dono.
Tale è in Persia è costume, ahi troppo dolorosa
Disparità, che passa tra una schiava, e una sposa!
Curcuma, tu mi uccidi, tu m'empi di dispetto,
Vedrai morire Ircana con uno stile in petto.
CURCUMA
Sì, quando al fianco vostro Curcuma non aveste,
E di costei, che vi ama, fidar non vi poteste.
O Tamas vi è fedele, e Fatima sen riede,
O ch'io ben ben lo concio, quando manco sel crede.
In ogni guisa certa io son del vostro bene...
Sentite i gridi, i suoni; ecco la sposa viene.
IRCANA
Ah non voglio vederla; ah non fia mai, che a quella
Fia destinata Ircana servir schiava, ed ancella.
Al figlio lo protesta, e al genitore istesso;
Dieci siam nel serraglio d'età pari, e di sesso.
Di me conto non facci, meco non usi orgoglio;
Schiava di Tamas sono, donna servir non voglio.
Digli, che non mi cale d'esser tra ferree porte,
Che Ircana non paventa onte, minaccie, e morte (parte).
Scena seconda
Curcuma sola.
La compatisco in parte, ma in parte la condanno;
Perché per una sposa prendersi tanto affanno?
Esser vuol sola sola? Un uom tutto per lei?
D'un che ne avesse trenta io mi contenterei.
Ma Curcuma infelice! la bella età sen vola,
Né trovo chi mi voglia, né in compagnia, né sola.
Quel disgraziato eunuco mi fa sì gran dispetto!
Mi segue e mi tormenta...
eunuco maledetto!
Oh se valer potesse delle malìe la forza,
Vorrei di questo viso mutar l'antica scorza,
E liscie ritornando tuttor le carni mie,
Non offrirei per altre usar le stregarie.
Quest'è l'acciecamento di chi ci ascolta, e crede:
Spera l'effetto in lui di quel, che in noi non vede.
Ho avuto uno smaniglio col parlar destro, e scaltro,
E certo non diffido d'avere anche quell'altro;
Uno smaniglio solo a Ircana disconviene.
Su queste nere mani starebbero pur bene!
Ma vuo' veder la sposa; ella ne avra de' belli!
Oh se potessi averne un paio anche di quelli!
Chi sa? La donna antica, se il bel fiore ha perduto,
Senno acquista col tempo, e fa il pensiere arguto.
Vedrò s'ella ha bisogno punto dell'arti mie,
Di lisci, di profumi, d'inganni, e di malie.
La vita che mi resta (già che ho d'amar finito)
Vuo' saziar l'ambizione, la gola, e l'appetito.
Scena terza
Machmut, Fatima coperta d'un velo, ed Osmano, preceduti da vari instrumenti; e seguito di schiavi, che portano su vari bacini la dote delta Sposa.
OSMANO
Figlia, questo che premi, del tuo sposo il suolo:
Fuor del paterno impero, devi obbedir lui solo.
Finor t'increbbe forse il giogo de' parenti,
Tanto più ai figli in odio, quanto a lor bene intenti;
Ma non pensar per questo orgoglïosa, altera,
D'aver, per esser donna, la libertade intera.
Passi da un giogo all'altro; qual più pesante, e stretto
A te non saprei dirlo, che tu mel dica aspetto.
Pur se soave il brami, sta in tua balía; contenta
Il tuo destino incontra, il tuo dover ramenta.
L'obbedienza, che usasti ai genitor severi,
Usala in avvenire dello sposo agl'imperi;
Che se obbedisti il padre talor con qualche stento,
Nell'obbedir lo sposo troverai più contento.
Amalo, e coll'amore anche il servir sia misto,
Se vuoi del di lui cuore formar l'intero acquisto.
Schiave avrà il tuo consorte, l'uso comun ti è noto,
Non esca dal tuo labbro contro di loro un voto;
Ma vincerle procura, accanto al tuo diletto,
In amore, in dolcezza, in virtude, in rispetto;
Ed ei, trovando il merto col casto nodo unito,
Amerà con costanza gli amplessi di marito.
Figlia, ti lascio; osserva, ecco quanto potei
Per formarti la dote trar dagli erari miei.
Ma più di gemme, e d'oro, nei mali, e nei perigli,
Vaglianti per tua scorta questi ultimi consigli.
Ama quel che amar lice, non quel che giova, e piace;
Serba, promovi, e cura la domestica pace:
Misura con l'onesto e l'utile, e il diletto,
Prima il ciel, poi lo sposo: soffri, conosci; ho detto (parte).
Scena quarta
Machmut, Fatima, e li suddetti.
MACHMUT
Olà, parta ciascuno; in libertà qui resti
Dello sposo la sposa ai primi sguardi onesti.
Figlia, che con tal nome posso chiamarti anch'io,
Se unita fra momenti sarai col sangue mio,
Non so quale a' tuoi occhi recato abbia diletto
Quel che or mirasti appena sposo tuo giovinetto.
Non brilla ad esso in volto gran vezzo, e gran bellezza,
Ma la beltade in uomo non è quel che si apprezza.
Valor, sangue, decoro, virtù, costanza, e amore.
Questo è quel, che di donna rende felice il cuore.
L'amor non nasce a un tratto, col tempo in sen si accende:
Male, se a' primi colpi un debil cuor si arrende.
Se il figlio mio non langue, tosto che può mirarti,
Usa di sposa amante, i vezzi, i sguardi, e l'arti.
Soffri da prima il gelo, o lo vedrai fra poco
Ardere ai tuoi bei lumi, ardere al tuo bel foco.
Vietare io non potei, per legge, o per costume,
Ch'egli non rimirasse di qualche schiava il lume.
Ma spero (e lo vedrai) che sol di te contento,
Ogni straniero fuoco nel suo cor sarà spento
(Fatima si va contorcendo).
No, non ti dia ciò pena.
Fatima, tel prometto
Che t'amerà; sii certa; eccolo il giovinetto.
Sola con lui ti lascio; scopriti, e lo consola;
Fagli gustar il dolce di qualche tua parola.
Se un dardo da' tuoi lumi entro il suo cuor sia spinto,
Fatima, non temere, egli ti adora, hai vinto (parte).
Scena quinta
Fatima sola.
Misera me, che sento? Qual rio serpe geloso
Prevenuto ha il momento da scoprirmi allo sposo?
Negletta s'io mi vedo per una schiava audace,
Come tacer penando? come soffrirlo in pace?
E se un divorzio ingrato mi torna al genitore,
Qual menerei mai vita tra il dispetto e il rossore?
Ah mi lusingo ancora! Eccolo; giusti Dei,
Piacessi agli occhi suoi, come egli piace ai miei.
Scena sesta
Tamas, e detta.
TAMAS
(Eccomi al gran cimento.
Ah quel ch'io temo in quella
È, che d'Ircana sia più vezzosa, e più bella
E tanto in lei sorpassi beltà, grazia, e costumi,
Ch'io resister non possa al poter de' suoi lumi.
Arder mi sento in seno...
e l'ho veduta appena...
Scoprasi il volto ignoto; escasi ormai di pena) (da sé).
Sposa, a voi si presenta tal, che ha per voi rispetto,
E pari aver desia alla stima l'affetto.
Quest'è il primier momento, che ad uom scoprir vi lice:
Svelatevi a' miei lumi; fatemi omai felice.
FATIMA
Dolce obbedire a sposo, che può volere, e prega;
Squarcierò il velo ingrato, che disciogliersi niega.
Ecco la sposa vostra, ecco la vostra ancella (si scuopre),
Che v'ama, che v'adora.
TAMAS (No, che non è più quella)
(da sé).
FATIMA
Signor, se questi luci a voi non sembran vaghe,
Se in me non v'è beltade, che il genio vostro appaghe,
Non disprezzate almeno le fiamme d'una sposa,
Che a voi destina il cielo.
TAMAS
(Ircana è più vezzosa) (da sé).
FATIMA
(Misera, son perduta; ogni speranza è estinta) (da sé).
TAMAS
(Fatima è bella, è vero, ma nel confronto è vinta) (da sé).
FATIMA
(Vezzi di sposa amante, arte di moglie onesta,
Deh non mi abbandonate in occasion funesta) (da sé).
TAMAS
(Ma che farò? Mi duole darle un sì rio tormento)
(da sé).
FATIMA
Tamas, nel vostro volto veggo un fier turbamento;
Quelle nozze, a cui fummo dal genitor costretti,
Non han delle alme nostre preparati gli affetti
E s'io tosto in mirarvi arder d'amor m'intesi,
Forse nel vostro petto fuoco di sdegno accesi.
Colpa, voi lo vedete, mia non è, se vi spiaccio,
La destra ambi porgemmo obbediente al laccio.
V'amo, Tamas, v'adoro, ma non per questo io voglio
Obbligarvi ad amarmi con vezzi, e con orgoglio.
Solo in mercé d'amore grazia vi chiedo, e spero;
Anima generosa, parlatemi sincero.
Ditemi se m'odiate, per mio infelice aspetto,
O se beltà più vaga v'abbia ferito il petto.
TAMAS
Fatima, non lo niego; a forza i' son marito,
Questo sen, questo cuore, è ver, fu già ferito.
Pregai che in libertade fosse di noi la mano,
Per mio, per vostro bene; ed il pregar fu vano.
II genitor meschiando le lusinghe all'impero
M'empié l'alma di foco, di speranza il pensiero.
Sperai ne' vostri lumi trovar cotal valore,
Che avesse a mio dispetto ad involarmi il cuore;
E mi credei che il danno di perdere il mio bene
Costar non mi dovesse tanti sospiri, e pene.
Vi scopriste, v'ammiro: bella e vezzosa siete;
Ma cancellar quell'altra dal cuor non mi potete.
FATIMA
Né cancellarla io spero, né in me vuo' che si dica,
Che in vece d'una sposa, trovaste una nemica.
Ma di me sventurata, signor, che sarà mai?
TAMAS
Fatima, non so dirlo; ancor non ci pensai.
FATIMA
Sposi noi siamo, è vero, ma niun de' nostri petti
Può esaminar gli ardori, può discoprir gli affetti.
Celisi in faccia al mondo, che il volto mio vi spiace,
Io soffrirò, che amiate la mia rivale in pace.
TAMAS
Bella virtù, che merta amante a voi più grato!
Fatima, lo confesso, compiango il vostro stato;
Poco chiedete, in premio d'un cor di virtù pieno,
E il poco, che chiedete, posso accordar nemeno.
FATIMA
Misera me! Vorreste col rossor d'un rifiuto
Rendermi d'una schiava vergognoso tributo?
Che gelosia le puote rendere una consorte,
Fra tante, e tante donne rinchiuse in queste porte?
Teme che io le comandi? Non lo farò, il prometto.
Ha timor, che io l'insulti? No, le userò rispetto.
La servirò (se lice servire ad una moglie,
Senza oltraggiar l'amato signor di queste soglie).
Che vol di più? Lo dica; farlo vi do parola.
TAMAS
Gelosa è del cuor mio; brama regnarvi sola.
FATIMA
Sola? Di sì bel regno l'arbitra non io sono,
Voi sugli affetti vostri, dar le potete il trono.
Sola nel vostro cuore fate che regni in pace;
Usi pietà, non ira, con chi lo vede, e tace.
Soffra, che possa almeno errar fra queste mura
Confusa fra le donne, nate di stirpe oscura;
Ed a soffrir le insegni, senza esserne sdegnosa,
L'esempio avanti agli occhi d'una non vile, e sposa
(piange).
TAMAS
(Muove pietà col pianto, misera donna oppressa.
Se la vedesse Ircana, pietà ne avrebbe anch'essa)
(da sé).
FATIMA
Da voi sposata appena, se lungi mi scacciate,
Pensate a qual destino, signor, mi condannate.
È ver che ripudiata donna talor si sposa,
Ma espiar le conviene la macchia vergognosa.
Colpa non ho, che vaglia a meritar disprezzi,
Non v'è ragion, per cui nodo fra noi si spezzi.
Pien di furore, e sdegno il padre mio, la morte,
Per vendicar la figlia, vorrebbe del consorte;
Ed io, che di adorarvi, misera, ancor mi vanto,
Per voi, non per me stessa, mi struggerei nel pianto
(piange).
TAMAS
Fatima, non piangete, a voi torno a momenti.
(Che stile inusitato! che amor! che dolci accenti!
Ah voglia il ciel, che Ircana m'oda, s'arrenda, e taccia.
Se nega? se persiste? Non so quel che mi faccia) (parte).
Scena settima
Fatima sola.
Padre mio, se veduta m'avessi in tal periglio,
Diresti, che seguito non abbia il tuo consiglio?
Potea soffrir di più? Di più soffrir mi resta?
Bella consolazione per una sposa è questa!
Nel momento primiero, che scopromi allo sposo,
Veggolo nel mirarmi immobile, e ritroso.
Misera, e quand'io spero m'accolga fra le braccia,
Volge le luci altrove, e non mi guarda in faccia!
Oltre al dover, son prima a scioglier la favella,
Non ha rossore a dirmi, che la sua schiava è bella,
Che l'ama, e che pretender per contentar l'audace,
Sagrificar la sposa, e rimandarla in pace.
Vile non son; de' torti sento nell'alma il peso,
Veggo l'amor di sposa, veggo l'onore offeso.
Ma che giovar poteami con un che mi disprezza,
Con un che può scacciarmi, lo sdegno, e la fierezza?
Quel che non fa la pace, quel che non fa l'amore,
Coi sposi monsulmani far non puote il furore.
Dissimular conviene, soffrir la crudeltade
Per moverlo col tempo a dolcezza, a pietade;
E celando nel petto la gelosia cruciosa,
Agli occhi del crudele rendermi meno odiosa.
Per me di morte istessa più barbaro è il dolore
Di cedere a una schiava del mio diletto il cuore;
Ma perché ciò non segua, dir degg'io di volerlo,
E guadagnar lo sposo, mostrando compiacerlo.
Scena ottava
Curcuma, e detta.
CURCUMA
Sposa gentil, e vaga, degna d'eterna lode,
Curcuma a voi s'inchina, delle donne custode.
FATIMA
Sì, cara mia, prendete, d'aggradimento in segno,
Questo di vero affetto amichevole pegno (s'abbracciano).
CURCUMA
Siete gentil davvero; bella siete, e graziosa.
(E parmi, che esser debba discreta e generosa) (da sé).
FATIMA
Ditemi: quante schiave Tamas ha in suo potere?
CURCUMA
(Principia dalle schiave).
Dieci ne suole avere
(Principia dalle schiave lo dice da sé).
FATIMA
Son belle? son vezzose?
CURCUMA
Oibò, non ve n'è alcuna
Che delle grazie vostre possa vantarne una.
FATIMA
Però non mi crediate soggetta a gelosia:
Codesta in un serraglio sarebbe una follia.
CURCUMA
Certamente (con ironia).
FATIMA
Ma pure bramo sapere anch'io
Qual sia la più diletta, fra voi, del signor mio.
CURCUMA
Vi dirò; veramente, ha per me qualche affetto,
Ma statene sicura, non abbiate sospetto.
Se meco qualche volta accendersi lo veggo,
Gli batto su le mani, lo sgrido, e lo correggo.
FATIMA
Né per il grado vostro, né per la vostra etade,
Si può temer.
CURCUMA
No, dite, perché amo l'onestade.
FATIMA
Tamas non ha di voi, chi più gli punga il cuore?
CURCUMA
Eh disgraziato! Basta; non vuo' darvi dolore.
FATIMA
Via, lo so, d'una schiava egli è perduto amante:
Ditemi, come ha ricco di grazie il bel sembiante?
CURCUMA
Eh! mi fareste dire; con voi, la mia fanciulla,
Le grazie di colei non vagliono per nulla.
Avete, gioia mia, un viso che innamora,
E alle mie mani poi sarà più bello ancora.
Di lisci, e di pomate io son maestra antica;
Tutte per farsi belle mi vorrebbono amica.
FATIMA
Sinora io non usai, sien brutte, o sieno belle,
Su queste guancie mie di mascherar la pelle.
Lo farei, se credessi di render più gradito
L'infelice mio volto agli occhi del marito;
Ma inutil la bellezza, inutile è l'amore,
Con un, che ad altra amante abbia donato il cuore.
CURCUMA
Proviam?
FATIMA
No; non mi piace.
CURCUMA
Le mani almen potete...
Ah quante belle gemme su queste mani avete!
FATIMA
Ecco un altro costume, di cui farei di meno:
S'ornano inutilmente le dita, il collo, il seno.
CURCUMA
Affé, per caricarvi troppi denari han speso;
Io, cara, m'esibisco di allegerirvi il peso.
FATIMA
No, no, tener le deggio di notte al chiaro lume.
Anche sì bella pompa delle spose è in costume.
Vanità senza frutto, far pompa di splendore,
Quando tra le gramaglie piagne dolente il cuore.
CURCUMA
Voi, più d'un apparato di gioje strepitoso,
Bramate di godere la gioia dello sposo!
FATIMA
Sì, il di lui cor sospiro.
CURCUMA
Ogni lusinga è vana.
II di lui cor, figliuola, l'ha donato ad Ircana.
FATIMA
Voi di costei sarete fida compagna, e amica.
CURCUMA
Io? Non passa un momento, che non la maledica.
FATIMA
Perché?
CURCUMA
Perché è superba, inquieta, fastidiosa:
Non vuol servir da schiava, vuol comandar da sposa.
E se voi non farete quel che insegnarvi io voglio,
Colei col piè sul collo vi terrà per orgoglio.
FATIMA
(Scoprasi, non mi fido).
Dite, madonna, come
Trattar dovrei la schiava, quella, che Ircana ha nome?
CURCUMA
Par, che quell'anellino non istia ben con quelli;
Scomparisce, meschino, fra tanti a lui più belli.
FATIMA
Meglio sarebbe dunque, che al dito lo levassi,
Ed alla mia custode in dono io lo recassi.
CURCUMA
Meglio sarebbe.
FATIMA
Ho inteso, domani lo faremo.
CURCUMA
Quel che può farsi adesso perché il differiremo?
FATIMA
Perché il mio genitore questa sera al convito
Voglio che me lo veda con l'altre gemme in dito.
CURCUMA
Bene bene, domani sarò di bon mattino
A darvi l'ova fresche, e a prender l'anellino.
FATIMA
Ma intanto non potreste darmi d'amor consiglio,
Per reggermi più franca a fronte d'un periglio?
CURCUMA
Figlia, il Consiglio è questo: la quiete non sperate,
D'una rivale ardita se voi non vi disfate;
E per disfarvi d'una, che ha il cor del suo signore
Armarvi è necessario di sdegno, e di furore.
Ma sdegno di parole, furor d'ingiurie è poco;
Altro vi vuol che pianti per terminare il gioco.
Chiedete il mio consiglio? Eccolo: vi rispondo
Che con un thè la schiava mandasi all'altro mondo.
FATIMA
Ed io rispondo a voi, perfida vecchia indegna,
Che all'anime ben nate a tradir non s'insegna.
Sul cuor del mio consorte non ho rival sospetta;
E quando ancor l'avessi non ne farei vendetta.
Usa pomate, e lisci, usa veleni, e stili
Con le schiave tue pari, empie, ribalde, e vili.
Gemme per te non serbo, serbo per te nel petto
Il disprezzo che merti, la noia, ed il dispetto (parte).
Scena nona
Curcuma, poi Ircana.
CURCUMA
Sì? Saprò vendicarmi.
A me? Non son chi sono,
Se tu non me la paghi; mai più te la perdono.
IRCANA
Dimmi: è colei la sposa?
CURCUMA
Sì.
IRCANA
Che ti pare? è bella?
CURCUMA
Con voi sembra un vapore in faccia di una stella.
IRCANA
Come è vezzosa?
CURCUMA
Niente.
IRCANA
Parla bene?
CURCUMA
Nemmeno.
Altro non ha di bello, che delle gioie al seno.
IRCANA
Delle gemme non parlo; il viso?
CURCUMA
Scolorito.
Altro non ha di bello, che delle gemme in dito.
IRCANA
Posso io dunque sperare, che Tamas la disprezzi?
CURCUMA
Sì, quando egli le gemme non preferisca ai vezzi.
IRCANA
Tamas gioie non cura.
CURCUMA
Ma sono belle assai.
IRCANA
Di me parlotti forse?
CURCUMA
Parlommi, e m'irritai.
IRCANA
Che disseti l'audace?
CURCUMA
Ch'ella è la sposa, e voi
Dovete obbedïente servire a' cenni suoi.
IRCANA
Tamas dov'è?
CURCUMA
Nol vidi.
IRCANA
Cercalo, o cielo! io fremo.
Obbedirla? servirla? Curcuma, io sudo, io tremo.
CURCUMA
Le dissi...
IRCANA
Eccolo: parti.
CURCUMA
Dissi, che voi...
IRCANA
T'invola.
CURCUMA
Voi siete la padrona...
IRCANA
Va' via, lasciami sola.
CURCUMA
Affé, se avrà il coraggio d'alzar la testa un poco...
Vo' a porre in questo punto le pentoline al foco (parte).
Scena decima
Ircana, poi Tamas.
IRCANA
Vedrem sin dove arriva l'amore, o la incostanza
D'un cor, che nel mio seno ebbe finor sua stanza.
TAMAS
Ircana.
IRCANA
E ben, che rechi?
TAMAS
Odimi...
IRCANA
Ti confondi?
Parte la sposa tua? Resta con te? Rispondi.
TAMAS
Partirà, se lo vuoi, ma che nol voglia, io spero.
IRCANA
Speri che non lo voglia?
TAMAS
Frena lo spirto altero.
La vidi; ella ti cede in merto, ed in bellezza;
Ma soffri, che io tel dica...
IRCANA
Mi supera in dolcezza!
E non è scarso pregio, ancorché non sia vaga,
Donna, che facilmente di parole s'appaga (con ironia).
Le sciocche non invidio; io son femina audace.
Eleggi delle due; sciegli qual più ti piace...
(altera).
TAMAS
Ho scelto; e tu lo sai, crudel, se preferita
Ti ho alla sposa non solo, ma al padre, ed alla vita.
Questa, che a torto insulti, questa, che aborri tanto,
Ha di stimarti il pregio, vuol di piacerti il vanto.
Sa, che ti adoro, e il soffre; sa che mi piaci, e loda,
Che io serbi fede, e sembra, che per te esulti, e goda.
Giura le fiamme nostre soffrir senza fatica;
Non la temer rivale, l'avrai compagna, e amica.
Che ti par?
IRCANA
Non lo credo.
TAMAS
T'inganni, idolo mio.
IRCANA
Son donna, e delle donne l'arte conosco anch'io.
TAMAS
Che puoi temer?
IRCANA
Che finga non essere gelosa,
E di vendetta in seno covi la serpe ascosa.
TAMAS
No, non può darsi.
In viso troppo è modesta, e umile.
IRCANA
Questo delle alme accorte, questo è l'usato stile.
Tamas, tu non sai quanto sotto un placido aspetto
Facilmente s'asconda la rabbia, ed il dispetto.
Quando ho lo sdegno in viso, tu me lo vedi in faccia;
Se mi conosco offesa, dubbio non vi è, che io taccia;
Palese è il mio disdegno, palese è la vendetta,
Chi simula, e non parla, tempo, e comodo aspetta.
Fatima è mia nemica, lo so, non mi lusingo;
Ella di amarmi finge, io l'odio, e non lo fingo.
Tu, se di lei ti cale, vibrami un ferro in petto,
E se di me ti preme, scacciala a suo dispetto.
TAMAS
Vedila, Ircana, almeno; odi parlar quel labro.
IRCANA
Misero! Ti ha incantato la bocca di cinabro?
No, vederla non voglio.
TAMAS
Dunque...
IRCANA
O Fatima, o io,
Fuori di queste mura, o fuor del mondo.
Addio (parte).
Scena undicesima
T
...
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