LA SPOSA PERSIANA, di Carlo Goldoni - pagina 4
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Non è dall'Alcorano aver più mogli escluso,
Ma prenderne una sola è fra Persiani in uso.
E questa non s'apprezza dal vezzo, o dai colori,
Ma dal poter del padre, dai schiavi e dai tesori.
Costei che a te in isposa da me fu destinata,
Da genitor guerriero, carco di glorie, è nata:
Ricchi smanigli e gemme, schiavi ti reca in dote:
Queste son beltà vere, l'altre a me sono ignote.
TAMAS
Dunque per gemme, e schiavi, per vesti, perle ed oro,
Perder dovranno i figli di libertà il tesoro?
MACHMUT
Odi, vuo' consolarti.
Fatima la tua sposa
Ricca non è soltanto, ma è bella, ed è vezzosa.
Donne, che l'han veduta uscir dal bagno fuora,
Giuran, che beltà pari non han veduto ancora.
D'alta statura, e grave, lunghi capelli e neri,
Non tinti di sandracca, ma nel color sinceri,
Guancie vermiglie, e piene, bocca del riso amica,
Seno, che imprigionato suol tenere a fatica;
Non ha, qual si accostuma nell'ultime pendici
Del tartaro confine, pendenti alle narici;
Ma vagamente adorna i crini, il collo, il petto,
Spira dolcezza, e amore in maestoso aspetto.
D'uopo non ha la bella d'usar candido impiastro
Sulla mano di neve, sul piede di alabastro:
Nel portamento altera, piena di brio, di foco...
Parti che molto io dica, e pur dissi anche poco.
Mirala, e dimmi poi, se fia tal peso grave,
Se può sposa sì vaga valer per cento schiave.
Che l'ami, e che l'adori non dico, e non comando;
Mirala, e ciò mi basta, questo è quel che io domando
(Parte).
Scena nona
Tamas solo.
E vi sarà d'Ircana donna più bella ancora?
Di Fatima il ritratto nell'udirlo innamora.
Gli occhi, le guancie, il crine, la mano, il viso, il petto...
Tanta beltà innocente raccolta in un oggetto?
Tamas...
vediamla; alfine il padre lo domanda;
E il domandar del padre vuol dir, che lo comanda.
Ma Ircana mia?...
Qual torto le fo, se un'altra io miro?
Non mi trarrà per questo dal petto un sol sospiro.
E se beltà sì rara poi mi accendesse il cuore,
Resister chi potrebbe alla forza d'amore?
Fuggasi...
No, si vegga; finora Ircana è quella,
Che agli occhi miei d'ogni altra parve più vaga, e bella.
Svelisi in suo confronto beltà tanto lodata,
E delle due si vegga, chi è vinta, e superata.
Questa non è incostanza, non è mancar di fede,
È un desio...
ma neppure; è il padre che lo chiede.
È ver che il padre istesso disubbidir giurai;
Ma in onta delle leggi giurar non si può mai.
Sia forza, sia consiglio, seguo del padre i detti,
Ma terrò in guardia il cuore, non cangierò gli affetti.
Ircana, sì, ti adoro, sì, tu sarai più bella;
Ma lascia, che rimiri le luci ancor di quella;
E se negli occhi suoi non vedo il tuo splendore,
In te cresciuto il merto, crescerà in me l'ardore (parte).
ATTO SECONDO
Scena prima
Ircana e Curcuma.
IRCANA
Ah Curcuma, e fia vera la nova dolorosa?
Tamas andò egli istesso ad incontrar la sposa?
CURCUMA
Questi occhi lo han veduto, e, qual da giovinetta
Conservo (grazie al cielo) la vista ancor perfetta.
IRCANA
Ohimè!
CURCUMA
Non vi affliggete, di già ci siamo intese;
M'impegno, che la sposa viva non dura un mese,
Ho tutto preparato, rospi, cicute, e fieli,
E d'animali immondi sangue, cervella e peli;
Delle spinose piante nutrite in Carmania
Che avvelenano i venti, ne ho sempre in mia balìa.
Ho l'antimonio, il sale, il solfo e l'orpimento,
E mancami soltanto dell'oro, e dell'argento.
IRCANA
Eccome, prendi questo (si strappa uno smaniglio).
CURCUMA
Piano non lo strappate;
Spiacemi, che d'un fregio la bella man spogliate.
E pur fia necessario scioglierlo in una tazza.
(Sciogliere lo smaniglio? Affé, non son sì pazza) (da sé).
IRCANA
Ma incontro alla sua sposa è volontario andato
Tamas, o da suo padre a forza strascinato?
CURCUMA
Non so; ma l'ho veduto montar sul suo destriere,
Tutto coperto d'oro, che a mirarlo è un piacere,
Al lato era del padre, intorno avea parenti,
Preceduto da turba di servi, e di stromenti.
L'eunuco Bulganzar (quel sozzo eunuco nero,
Che se far lo potesse, farebbe altro mestiero)
Egli si è ritrovato in mezzo alla brigata,
Allor che fu la sposa dal giovine incontrata,
Là dove il Sanderut[vedi nota 5] vicin, con l'acque sue
Tra Zulfa ed Ispaan parte il terreno in due;
Fatima, d'ogn'intorno da schiave circondata.
Sedea sopra un camello colla faccia velata.
Con tante ricche vesti, con tante perle, ed oro,
Che abagliava la vista, avea seco un tesoro.
Però la sopraveste ch'avea la sposa intorno,
E parte delle gioie onde il bel crine è adorno,
Bulganzar mi assicura, che fur, due giorni sono,
Da Machmut mandate alla sua nuora in dono.
Tale è in Persia è costume, ahi troppo dolorosa
Disparità, che passa tra una schiava, e una sposa!
Curcuma, tu mi uccidi, tu m'empi di dispetto,
Vedrai morire Ircana con uno stile in petto.
CURCUMA
Sì, quando al fianco vostro Curcuma non aveste,
E di costei, che vi ama, fidar non vi poteste.
O Tamas vi è fedele, e Fatima sen riede,
O ch'io ben ben lo concio, quando manco sel crede.
In ogni guisa certa io son del vostro bene...
Sentite i gridi, i suoni; ecco la sposa viene.
IRCANA
Ah non voglio vederla; ah non fia mai, che a quella
Fia destinata Ircana servir schiava, ed ancella.
Al figlio lo protesta, e al genitore istesso;
Dieci siam nel serraglio d'età pari, e di sesso.
Di me conto non facci, meco non usi orgoglio;
Schiava di Tamas sono, donna servir non voglio.
Digli, che non mi cale d'esser tra ferree porte,
Che Ircana non paventa onte, minaccie, e morte (parte).
Scena seconda
Curcuma sola.
La compatisco in parte, ma in parte la condanno;
Perché per una sposa prendersi tanto affanno?
Esser vuol sola sola? Un uom tutto per lei?
D'un che ne avesse trenta io mi contenterei.
Ma Curcuma infelice! la bella età sen vola,
Né trovo chi mi voglia, né in compagnia, né sola.
Quel disgraziato eunuco mi fa sì gran dispetto!
Mi segue e mi tormenta...
eunuco maledetto!
Oh se valer potesse delle malìe la forza,
Vorrei di questo viso mutar l'antica scorza,
E liscie ritornando tuttor le carni mie,
Non offrirei per altre usar le stregarie.
Quest'è l'acciecamento di chi ci ascolta, e crede:
Spera l'effetto in lui di quel, che in noi non vede.
Ho avuto uno smaniglio col parlar destro, e scaltro,
E certo non diffido d'avere anche quell'altro;
Uno smaniglio solo a Ircana disconviene.
Su queste nere mani starebbero pur bene!
Ma vuo' veder la sposa; ella ne avra de' belli!
Oh se potessi averne un paio anche di quelli!
Chi sa? La donna antica, se il bel fiore ha perduto,
Senno acquista col tempo, e fa il pensiere arguto.
Vedrò s'ella ha bisogno punto dell'arti mie,
Di lisci, di profumi, d'inganni, e di malie.
La vita che mi resta (già che ho d'amar finito)
Vuo' saziar l'ambizione, la gola, e l'appetito.
Scena terza
Machmut, Fatima coperta d'un velo, ed Osmano, preceduti da vari instrumenti; e seguito di schiavi, che portano su vari bacini la dote delta Sposa.
OSMANO
Figlia, questo che premi, del tuo sposo il suolo:
Fuor del paterno impero, devi obbedir lui solo.
Finor t'increbbe forse il giogo de' parenti,
Tanto più ai figli in odio, quanto a lor bene intenti;
Ma non pensar per questo orgoglïosa, altera,
D'aver, per esser donna, la libertade intera.
Passi da un giogo all'altro; qual più pesante, e stretto
A te non saprei dirlo, che tu mel dica aspetto.
Pur se soave il brami, sta in tua balía; contenta
Il tuo destino incontra, il tuo dover ramenta.
L'obbedienza, che usasti ai genitor severi,
Usala in avvenire dello sposo agl'imperi;
Che se obbedisti il padre talor con qualche stento,
Nell'obbedir lo sposo troverai più contento.
Amalo, e coll'amore anche il servir sia misto,
Se vuoi del di lui cuore formar l'intero acquisto.
Schiave avrà il tuo consorte, l'uso comun ti è noto,
Non esca dal tuo labbro contro di loro un voto;
Ma vincerle procura, accanto al tuo diletto,
In amore, in dolcezza, in virtude, in rispetto;
Ed ei, trovando il merto col casto nodo unito,
Amerà con costanza gli amplessi di marito.
Figlia, ti lascio; osserva, ecco quanto potei
Per formarti la dote trar dagli erari miei.
Ma più di gemme, e d'oro, nei mali, e nei perigli,
Vaglianti per tua scorta questi ultimi consigli.
Ama quel che amar lice, non quel che giova, e piace;
Serba, promovi, e cura la domestica pace:
Misura con l'onesto e l'utile, e il diletto,
Prima il ciel, poi lo sposo: soffri, conosci; ho detto (parte).
Scena quarta
Machmut, Fatima, e li suddetti.
MACHMUT
Olà, parta ciascuno; in libertà qui resti
Dello sposo la sposa ai primi sguardi onesti.
Figlia, che con tal nome posso chiamarti anch'io,
Se unita fra momenti sarai col sangue mio,
Non so quale a' tuoi occhi recato abbia diletto
Quel che or mirasti appena sposo tuo giovinetto.
Non brilla ad esso in volto gran vezzo, e gran bellezza,
Ma la beltade in uomo non è quel che si apprezza.
Valor, sangue, decoro, virtù, costanza, e amore.
Questo è quel, che di donna rende felice il cuore.
L'amor non nasce a un tratto, col tempo in sen si accende:
Male, se a' primi colpi un debil cuor si arrende.
Se il figlio mio non langue, tosto che può mirarti,
Usa di sposa amante, i vezzi, i sguardi, e l'arti.
Soffri da prima il gelo, o lo vedrai fra poco
Ardere ai tuoi bei lumi, ardere al tuo bel foco.
Vietare io non potei, per legge, o per costume,
Ch'egli non rimirasse di qualche schiava il lume.
Ma spero (e lo vedrai) che sol di te contento,
Ogni straniero fuoco nel suo cor sarà spento
(Fatima si va contorcendo).
No, non ti dia ciò pena.
Fatima, tel prometto
Che t'amerà; sii certa; eccolo il giovinetto.
Sola con lui ti lascio; scopriti, e lo consola;
Fagli gustar il dolce di qualche tua parola.
Se un dardo da' tuoi lumi entro il suo cuor sia spinto,
Fatima, non temere, egli ti adora, hai vinto (parte).
Scena quinta
Fatima sola.
Misera me, che sento? Qual rio serpe geloso
Prevenuto ha il momento da scoprirmi allo sposo?
Negletta s'io mi vedo per una schiava audace,
Come tacer penando? come soffrirlo in pace?
E se un divorzio ingrato mi torna al genitore,
Qual menerei mai vita tra il dispetto e il rossore?
Ah mi lusingo ancora! Eccolo; giusti Dei,
Piacessi agli occhi suoi, come egli piace ai miei.
Scena sesta
Tamas, e detta.
TAMAS
(Eccomi al gran cimento.
Ah quel ch'io temo in quella
È, che d'Ircana sia più vezzosa, e più bella
E tanto in lei sorpassi beltà, grazia, e costumi,
Ch'io resister non possa al poter de' suoi lumi.
Arder mi sento in seno...
e l'ho veduta appena...
Scoprasi il volto ignoto; escasi ormai di pena) (da sé).
Sposa, a voi si presenta tal, che ha per voi rispetto,
E pari aver desia alla stima l'affetto.
Quest'è il primier momento, che ad uom scoprir vi lice:
Svelatevi a' miei lumi; fatemi omai felice.
FATIMA
Dolce obbedire a sposo, che può volere, e prega;
Squarcierò il velo ingrato, che disciogliersi niega.
Ecco la sposa vostra, ecco la vostra ancella (si scuopre),
Che v'ama, che v'adora.
TAMAS (No, che non è più quella)
(da sé).
FATIMA
Signor, se questi luci a voi non sembran vaghe,
Se in me non v'è beltade, che il genio vostro appaghe,
Non disprezzate almeno le fiamme d'una sposa,
Che a voi destina il cielo.
TAMAS
(Ircana è più vezzosa) (da sé).
FATIMA
(Misera, son perduta; ogni speranza è estinta) (da sé).
TAMAS
(Fatima è bella, è vero, ma nel confronto è vinta) (da sé).
FATIMA
(Vezzi di sposa amante, arte di moglie onesta,
Deh non mi abbandonate in occasion funesta) (da sé).
TAMAS
(Ma che farò? Mi duole darle un sì rio tormento)
(da sé).
FATIMA
Tamas, nel vostro volto veggo un fier turbamento;
Quelle nozze, a cui fummo dal genitor costretti,
Non han delle alme nostre preparati gli affetti
E s'io tosto in mirarvi arder d'amor m'intesi,
Forse nel vostro petto fuoco di sdegno accesi.
Colpa, voi lo vedete, mia non è, se vi spiaccio,
La destra ambi porgemmo obbediente al laccio.
V'amo, Tamas, v'adoro, ma non per questo io voglio
Obbligarvi ad amarmi con vezzi, e con orgoglio.
Solo in mercé d'amore grazia vi chiedo, e spero;
Anima generosa, parlatemi sincero.
Ditemi se m'odiate, per mio infelice aspetto,
O se beltà più vaga v'abbia ferito il petto.
TAMAS
Fatima, non lo niego; a forza i' son marito,
Questo sen, questo cuore, è ver, fu già ferito.
Pregai che in libertade fosse di noi la mano,
Per mio, per vostro bene; ed il pregar fu vano.
II genitor meschiando le lusinghe all'impero
M'empié l'alma di foco, di speranza il pensiero.
Sperai ne' vostri lumi trovar cotal valore,
Che avesse a mio dispetto ad involarmi il cuore;
E mi credei che il danno di perdere il mio bene
Costar non mi dovesse tanti sospiri, e pene.
Vi scopriste, v'ammiro: bella e vezzosa siete;
Ma cancellar quell'altra dal cuor non mi potete.
FATIMA
Né cancellarla io spero, né in me vuo' che si dica,
Che in vece d'una sposa, trovaste una nemica.
Ma di me sventurata, signor, che sarà mai?
TAMAS
Fatima, non so dirlo; ancor non ci pensai.
FATIMA
Sposi noi siamo, è vero, ma niun de' nostri petti
Può esaminar gli ardori, può discoprir gli affetti.
Celisi in faccia al mondo, che il volto mio vi spiace,
Io soffrirò, che amiate la mia rivale in pace.
TAMAS
Bella virtù, che merta amante a voi più grato!
Fatima, lo confesso, compiango il vostro stato;
Poco chiedete, in premio d'un cor di virtù pieno,
E il poco, che chiedete, posso accordar nemeno.
FATIMA
Misera me! Vorreste col rossor d'un rifiuto
Rendermi d'una schiava vergognoso tributo?
Che gelosia le puote rendere una consorte,
Fra tante, e tante donne rinchiuse in queste porte?
Teme che io le comandi? Non lo farò, il prometto.
Ha timor, che io l'insulti? No, le userò rispetto.
La servirò (se lice servire ad una moglie,
Senza oltraggiar l'amato signor di queste soglie).
Che vol di più? Lo dica; farlo vi do parola.
TAMAS
Gelosa è del cuor mio; brama regnarvi sola.
FATIMA
Sola? Di sì bel regno l'arbitra non io sono,
Voi sugli affetti vostri, dar le potete il trono.
Sola nel vostro cuore fate che regni in pace;
Usi pietà, non ira, con chi lo vede, e tace.
Soffra, che possa almeno errar fra queste mura
Confusa fra le donne, nate di stirpe oscura;
Ed a soffrir le insegni, senza esserne sdegnosa,
L'esempio avanti agli occhi d'una non vile, e sposa
(piange).
TAMAS
(Muove pietà col pianto, misera donna oppressa.
Se la vedesse Ircana, pietà ne avrebbe anch'essa)
(da sé).
FATIMA
Da voi sposata appena, se lungi mi scacciate,
Pensate a qual destino, signor, mi condannate.
È ver che ripudiata donna talor si sposa,
Ma espiar le conviene la macchia vergognosa.
Colpa non ho, che vaglia a meritar disprezzi,
Non v'è ragion, per cui nodo fra noi si spezzi.
Pien di furore, e sdegno il padre mio, la morte,
Per vendicar la figlia, vorrebbe del consorte;
Ed io, che di adorarvi, misera, ancor mi vanto,
Per voi, non per me stessa, mi struggerei nel pianto
(piange).
TAMAS
Fatima, non piangete, a voi torno a momenti.
(Che stile inusitato! che amor! che dolci accenti!
Ah voglia il ciel, che Ircana m'oda, s'arrenda, e taccia.
Se nega? se persiste? Non so quel che mi faccia) (parte).
Scena settima
Fatima sola.
Padre mio, se veduta m'avessi in tal periglio,
Diresti, che seguito non abbia il tuo consiglio?
Potea soffrir di più? Di più soffrir mi resta?
Bella consolazione per una sposa è questa!
Nel momento primiero, che scopromi allo sposo,
Veggolo nel mirarmi immobile, e ritroso.
Misera, e quand'io spero m'accolga fra le braccia,
Volge le luci altrove, e non mi guarda in faccia!
Oltre al dover, son prima a scioglier la favella,
Non ha rossore a dirmi, che la sua schiava è bella,
Che l'ama, e che pretender per contentar l'audace,
Sagrificar la sposa, e rimandarla in pace.
Vile non son; de' torti sento nell'alma il peso,
Veggo l'amor di sposa, veggo l'onore offeso.
Ma che giovar poteami con un che mi disprezza,
Con un che può scacciarmi, lo sdegno, e la fierezza?
Quel che non fa la pace, quel che non fa l'amore,
Coi sposi monsulmani far non puote il furore.
Dissimular conviene, soffrir la crudeltade
Per moverlo col tempo a dolcezza, a pietade;
E celando nel petto la gelosia cruciosa,
Agli occhi del crudele rendermi meno odiosa.
Per me di morte istessa più barbaro è il dolore
Di cedere a una schiava del mio diletto il cuore;
Ma perché ciò non segua, dir degg'io di volerlo,
E guadagnar lo sposo, mostrando compiacerlo.
Scena ottava
Curcuma, e detta.
CURCUMA
Sposa gentil, e vaga, degna d'eterna lode,
Curcuma a voi s'inchina, delle donne custode.
FATIMA
Sì, cara mia, prendete, d'aggradimento in segno,
Questo di vero affetto amichevole pegno (s'abbracciano).
CURCUMA
Siete gentil davvero; bella siete, e graziosa.
(E parmi, che esser debba discreta e generosa) (da sé).
FATIMA
Ditemi: quante schiave Tamas ha in suo potere?
CURCUMA
(Principia dalle schiave).
Dieci ne suole avere
(Principia dalle schiave lo dice da sé).
FATIMA
Son belle? son vezzose?
CURCUMA
Oibò, non ve n'è alcuna
Che delle grazie vostre possa vantarne una.
FATIMA
Però non mi crediate soggetta a gelosia:
Codesta in un serraglio sarebbe una follia.
CURCUMA
Certamente (con ironia).
FATIMA
Ma pure bramo sapere anch'io
Qual sia la più diletta, fra voi, del signor mio.
CURCUMA
Vi dirò; veramente, ha per me qualche affetto,
Ma statene sicura, non abbiate sospetto.
Se meco qualche volta accendersi lo veggo,
Gli batto su le mani, lo sgrido, e lo correggo.
FATIMA
Né per il grado vostro, né per la vostra etade,
Si può temer.
CURCUMA
No, dite, perché amo l'onestade.
FATIMA
Tamas non ha di voi, chi più gli punga il cuore?
CURCUMA
Eh disgraziato! Basta; non vuo' darvi dolore.
FATIMA
Via, lo so, d'una schiava egli è perduto amante:
Ditemi, come ha ricco di grazie il bel sembiante?
CURCUMA
Eh! mi fareste dire; con voi, la mia fanciulla,
Le grazie di colei non vagliono per nulla.
Avete, gioia mia, un viso che innamora,
E alle mie mani poi sarà più bello ancora.
Di lisci, e di pomate io son maestra antica;
Tutte per farsi belle mi vorrebbono amica.
FATIMA
Sinora io non usai, sien brutte, o sieno belle,
Su queste guancie mie di mascherar la pelle.
Lo farei, se credessi di render più gradito
L'infelice mio volto agli occhi del marito;
Ma inutil la bellezza, inutile è l'amore,
Con un, che ad altra amante abbia donato il cuore.
CURCUMA
Proviam?
FATIMA
No; non mi piace.
CURCUMA
Le mani almen potete...
Ah quante belle gemme su queste mani avete!
FATIMA
Ecco un altro costume, di cui farei di meno:
S'ornano inutilmente le dita, il collo, il seno.
CURCUMA
Affé, per caricarvi troppi denari han speso;
Io, cara, m'esibisco di allegerirvi il peso.
FATIMA
No, no, tener le deggio di notte al chiaro lume.
Anche sì bella pompa delle spose è in costume.
Vanità senza frutto, far pompa di splendore,
Quando tra le gramaglie piagne dolente il cuore.
CURCUMA
Voi, più d'un apparato di gioje strepitoso,
Bramate di godere la gioia dello sposo!
FATIMA
Sì, il di lui cor sospiro.
CURCUMA
Ogni lusinga è vana.
II di lui cor, figliuola, l'ha donato ad Ircana.
FATIMA
Voi di costei sarete fida compagna, e amica.
CURCUMA
Io? Non passa un momento, che non la maledica.
FATIMA
Perché?
CURCUMA
Perché è superba, inquieta, fastidiosa:
Non vuol servir da schiava, vuol comandar da sposa.
E se voi non farete quel che insegnarvi io voglio,
Colei col piè sul collo vi terrà per orgoglio.
FATIMA
(Scoprasi, non mi fido).
Dite, madonna, come
Trattar dovrei la schiava, quella, che Ircana ha nome?
CURCUMA
Par, che quell'anellino non istia ben con quelli;
Scomparisce, meschino, fra tanti a lui più belli.
FATIMA
Meglio sarebbe dunque, che al dito lo levassi,
Ed alla mia custode in dono io lo recassi.
CURCUMA
Meglio sarebbe.
FATIMA
Ho inteso, domani lo faremo.
CURCUMA
Quel che può farsi adesso perché il differiremo?
FATIMA
Perché il mio genitore questa sera al convito
Voglio che me lo veda con l'altre gemme in dito.
CURCUMA
Bene bene, domani sarò di bon mattino
A darvi l'ova fresche, e a prender l'anellino.
FATIMA
Ma intanto non potreste darmi d'amor consiglio,
Per reggermi più franca a fronte d'un periglio?
CURCUMA
Figlia, il Consiglio è questo: la quiete non sperate,
D'una rivale ardita se voi non vi disfate;
E per disfarvi d'una, che ha il cor del suo signore
Armarvi è necessario di sdegno, e di furore.
Ma sdegno di parole, furor d'ingiurie è poco;
Altro vi vuol che pianti per terminare il gioco.
Chiedete il mio consiglio? Eccolo: vi rispondo
Che con un thè la schiava mandasi all'altro mondo.
FATIMA
Ed io rispondo a voi, perfida vecchia indegna,
Che all'anime ben nate a tradir non s'insegna.
Sul cuor del mio consorte non ho rival sospetta;
E quando ancor l'avessi non ne farei vendetta.
Usa pomate, e lisci, usa veleni, e stili
Con le schiave tue pari, empie, ribalde, e vili.
Gemme per te non serbo, serbo per te nel petto
Il disprezzo che merti, la noia, ed il dispetto (parte).
Scena nona
Curcuma, poi Ircana.
CURCUMA
Sì? Saprò vendicarmi.
A me? Non son chi sono,
Se tu non me la paghi; mai più te la perdono.
IRCANA
Dimmi: è colei la sposa?
CURCUMA
Sì.
IRCANA
Che ti pare? è bella?
CURCUMA
Con voi sembra un vapore in faccia di una stella.
IRCANA
Come è vezzosa?
CURCUMA
Niente.
IRCANA
Parla bene?
CURCUMA
Nemmeno.
Altro non ha di bello, che delle gioie al seno.
IRCANA
Delle gemme non parlo; il viso?
CURCUMA
Scolorito.
Altro non ha di bello, che delle gemme in dito.
IRCANA
Posso io dunque sperare, che Tamas la disprezzi?
CURCUMA
Sì, quando egli le gemme non preferisca ai vezzi.
IRCANA
Tamas gioie non cura.
CURCUMA
Ma sono belle assai.
IRCANA
Di me parlotti forse?
CURCUMA
Parlommi, e m'irritai.
IRCANA
Che disseti l'audace?
CURCUMA
Ch'ella è la sposa, e voi
Dovete obbedïente servire a' cenni suoi.
IRCANA
Tamas dov'è?
CURCUMA
Nol vidi.
IRCANA
Cercalo, o cielo! io fremo.
Obbedirla? servirla? Curcuma, io sudo, io tremo.
CURCUMA
Le dissi...
IRCANA
Eccolo: parti.
CURCUMA
Dissi, che voi...
IRCANA
T'invola.
CURCUMA
Voi siete la padrona...
IRCANA
Va' via, lasciami sola.
CURCUMA
Affé, se avrà il coraggio d'alzar la testa un poco...
Vo' a porre in questo punto le pentoline al foco (parte).
Scena decima
Ircana, poi Tamas.
IRCANA
Vedrem sin dove arriva l'amore, o la incostanza
D'un cor, che nel mio seno ebbe finor sua stanza.
TAMAS
Ircana.
IRCANA
E ben, che rechi?
TAMAS
Odimi...
IRCANA
Ti confondi?
Parte la sposa tua? Resta con te? Rispondi.
TAMAS
Partirà, se lo vuoi, ma che nol voglia, io spero.
IRCANA
Speri che non lo voglia?
TAMAS
Frena lo spirto altero.
La vidi; ella ti cede in merto, ed in bellezza;
Ma soffri, che io tel dica...
IRCANA
Mi supera in dolcezza!
E non è scarso pregio, ancorché non sia vaga,
Donna, che facilmente di parole s'appaga (con ironia).
Le sciocche non invidio; io son femina audace.
Eleggi delle due; sciegli qual più ti piace...
(altera).
TAMAS
Ho scelto; e tu lo sai, crudel, se preferita
Ti ho alla sposa non solo, ma al padre, ed alla vita.
Questa, che a torto insulti, questa, che aborri tanto,
Ha di stimarti il pregio, vuol di piacerti il vanto.
Sa, che ti adoro, e il soffre; sa che mi piaci, e loda,
Che io serbi fede, e sembra, che per te esulti, e goda.
Giura le fiamme nostre soffrir senza fatica;
Non la temer rivale, l'avrai compagna, e amica.
Che ti par?
IRCANA
Non lo credo.
TAMAS
T'inganni, idolo mio.
IRCANA
Son donna, e delle donne l'arte conosco anch'io.
TAMAS
Che puoi temer?
IRCANA
Che finga non essere gelosa,
E di vendetta in seno covi la serpe ascosa.
TAMAS
No, non può darsi.
In viso troppo è modesta, e umile.
IRCANA
Questo delle alme accorte, questo è l'usato stile.
Tamas, tu non sai quanto sotto un placido aspetto
Facilmente s'asconda la rabbia, ed il dispetto.
Quando ho lo sdegno in viso, tu me lo vedi in faccia;
Se mi conosco offesa, dubbio non vi è, che io taccia;
Palese è il mio disdegno, palese è la vendetta,
Chi simula, e non parla, tempo, e comodo aspetta.
Fatima è mia nemica, lo so, non mi lusingo;
Ella di amarmi finge, io l'odio, e non lo fingo.
Tu, se di lei ti cale, vibrami un ferro in petto,
E se di me ti preme, scacciala a suo dispetto.
TAMAS
Vedila, Ircana, almeno; odi parlar quel labro.
IRCANA
Misero! Ti ha incantato la bocca di cinabro?
No, vederla non voglio.
TAMAS
Dunque...
IRCANA
O Fatima, o io,
Fuori di queste mura, o fuor del mondo.
Addio (parte).
Scena undicesima
Tamas solo.
A qual misero stato femina, o ciel, mi pone?
Oltre del proprio foco non ode altra ragione.
Dunque, per compiacerla, crudo sarò a tal segno;
E del mio amore in vece, Fatima avrà il mio sdegno?
Ma se d'amor col manto l'odio nel sen coprisse?
Fatima è donna...
e donna, l'altra è pur che lo disse.
E la ragione istessa, che fa temer di quella
Può rendermi d'Ircana sospetta la favella.
No, per sei lune avvezzo è il mio cuore ad amarla,
Né aver mentito un giorno poss'io rimproverarla.
Questa mi ha date prove certissime di fede,
Fatima è dolce in viso, ma il cor non le si vede.
Potria mentir; ma intanto, la scaccierò? Non deggio.
La torrò meco? Oh Dio! Perdersi Ircana io veggio.
Chi mi consiglia? ah dove trovo un amico vero?
Alì, mio caro Alì, dov'è il tuo cor sincero?
L'oppio, per cui brillava, ora lo tiene oppresso;
Ed io tra dubbi, e pene non conosco me stesso.
A te volgo la faccia, tempio in Arabia antico,
A cui peregrinando va il grande, e va il mendico.
Kabà [vedi nota 6]che nella Meca, tra barbari e divoti,
De' Turchi, e Persiani hai le preghiere, e i voti.
Giuro venir io stesso, d'oro munito, e spoglie,
Con cento schiavi e cento a baciar le tue soglie.
Passar indi a Medina [vedi nota 7] dalla Meca prometto,
'Ve nella ferrea cassa sta sepolto Maometto.
Tutto farò pel solo desio d'aver mia pace.
Fatima fa pietade, ed Ircana mi piace (parte).
ATTO TERZO
Scena prima
Ibraima, Zama ed altre Schiave.
IBRAIMA
Vedesti ancor la sposa?
ZAMA
Poc'anzi l'ho veduta.
IBRAIMA
Come ti piace?
ZAMA
Assai.
IBRAIMA
A me pure è piacciuta.
Parlar non le potei, ma sembrami gentile.
ZAMA
Si conosce dal volto, ch'è affettuosa, umile.
IBRAIMA
E pure, udisti Ircana?
ZAMA
In lei parla lo sdegno.
IBRAIMA
E Curcuma?
ZAMA
La vecchia ha tal costume indegno,
Che a te di me parlando, te esalta, e me deprime;
E meco fa lo stesso, quando di te si esprime.
IBRAIMA
Prego di cuore il cielo, che ami il padron la sposa,
E umilïata resti Ircana orgogliosa.
ZAMA
E vedasi costei, cui servitude è grave,
Al bagno, ed alla mensa servir colle altre schiave.
IBRAIMA
Qual merto aver presume la lusinghiera astuta?
Ella è, quali noi siamo schiava al signor venduta.
ZAMA
E ancor per poco prezzo.
Machmut l'ebbe alle mani
Per cento mamoède,[vedi nota 8] che forman due tomani[vedi nota 9]
IBRAIMA
Per me ne hanno sborsato quatordeci i meschini,
Che formano dugento gialli, europei zecchini.
ZAMA
Lo so, che Machmut, avido di comprarmi,
Saziar non si potea di soppiato in mirarmi.
Pare a lodar volesse in me qualche bellezza,
Ma il costume ti è noto; chi vuol comprar disprezza.
Vidi però, che all'uso di Persia contrattando,
Le man col padre mio sotto il manto celando,[vedi nota 10]
Le punta delle dita, le dita or curve, or tese
Tanto alternò, che alfine a dir "basta" s'intese;
E co la mano aperta, che suol valer per cento,
Mostrossi il padre mio del prezzo esser contento.
IBRAIMA
Ma non aperse il pugno, che conta mille.
ZAMA
Alfine
Noi siam Circasse, e siam del più colto confine.
E Ircana non è degna né men di starci a fronte.
IBRAIMA
E soffrirem da lei busse, minaccie ed onte?
Affé se mi ci metto...
ZAMA
Se mi ci metto anch'io...
IBRAIMA
Vuo' svellerle le chiome.
ZAMA
Vuo' fare il dover mio.
Ora che vi è la sposa non conta più nïente;
Finito avrà l'audace di far l'impertinente.
Scena seconda
Fatima, e dette.
FATIMA
(Desio mirarla in viso questa rival sì bella;
Qui con le schiave unite vi sarà forse anch'ella) (da sé).
IBRAIMA
Vedi? (a Zama).
ZAMA
La sposa (a Ibraima).
IBRAIMA
O bella!
ZAMA
Mira che luci oneste!
FATIMA
(La schiava fortunate qual mai sarà di queste?) (da sé).
IBRAIMA
Via; faciamole onore (a Zama).
ZAMA
Sì, l'obligo lo vuole (a Ibraima).
IBRAIMA
Signora, che coi lumi splendete al par del sole,
Che a Venere in bellezza potete muover guerra,
Che avete nel bel ciglio l'arbitrio della terra,
Possano i cari figli, che voi darete al mondo
Regger dell'universo coi loro cenni il pondo.
ZAMA
Di quelle lunghe chiome possano ai fili neri
In numero esser pari de' figliuoli gl'imperi.
Venuta dalle stelle a noi per ornamento,
II lume, la ricchezza scemaste al firmamento,
Degna, che Persia tutta vi veneri e v'adori,
Regina delle donne, bell'idolo de' cuori.
FATIMA
Donne, l'usato stile d'Oriente io non ammetto;
Adulazion mi spiace, candor bramo, ed affetto.
Al ver quest'alma avvezza, del ver s'appaga, e gode.
Serbate a chi l'apprezza l'iperbolica lode.
IBRAIMA
Senti? Questa è virtude (a Zama).
ZAMA
Virtude, che innamora (a Ibraima).
FATIMA
(Qual sia Ircana fra queste, non ben discerno ancora) (da sé).
IBRAIMA
Sposa del signor nostro, che di lui donna siete,
Usate il poter vostro, e di me disponete.
FATIMA
(Questa non è) (da sé).
ZAMA
Signora, sempre più in me si desta
Il desio di servirvi.
FATIMA
(Non è nemeno questa.
Fra quelle, che stan chete forse saravvi anch'ella
Ma pur niuna di quelle parmi superba, e bella) (da sé).
Scena terza
Ircana, e dette.
IRCANA
Olà, qual ozio è questo? Le schiave in concistoro?
Itene immantinente ai giardini, al lavoro.
FATIMA
(Eccola, me l'addita quell'altero sembiante) (da sé).
IBRAIMA
Frenate quell'orgoglio (a Fatima e parte).
ZAMA
Punite l'arrogante (fa lo stesso).
IRCANA
(Chi è costei, che non parte?) (da sé).
FATIMA
(Numi, Consiglio, aita) (da sé).
IRCANA
(Ah sì la veggio; è questa la rivale abborrita.
Fuggasi) (da sé).
FATIMA Ircana.
IRCANA
A nome chi sei tu, che m'appelli?
FATIMA
Di Tamas la consorte questa è, con cui favelli.
IRCANA
E ben? che dir vorresti? che io son tua schiava?
FATIMA
Invano
Temi, che usar io voglia teco il poter sovrano.
Non servono con l'altre le schiave, che han l'onore
D'aver incatenato del signor loro il cuore.
IRCANA
Né comandare è dato a sposa non amata,
Per obbedire il padre, dal giovane sposata.
FATIMA
È ver, non lo contrasto; tu sei la più felice.
Vuoi, che io ti serva? Imponi!
IRCANA
A te servir non lice.
Donna fra suoni, e canti al talamo venuta,
Schiava obbedir non deve da' parenti venduta.
FATIMA
Tal legge in un serraglio rare volte si osserva
Spesso il signor confonde colla sposa la serva.
IRCANA
E chi tal legge soffre mal volentier, sen rieda,
Pria che all'onta privata la pubblica succeda.
FATIMA
L'onte sfuggir non cura chi soffre, e non s'aggrava.
IRCANA
Donna, che soffre i torti è più vil di una schiava.
FATIMA
Qual torto, se non mi ama sposo, di te invaghito?
IRCANA
Non vi è ragion, che approvi le ingiurie d'un marito.
FATIMA
Con tai ragion condanni te sol di contumace.
IRCANA
Condanno te, se resti, se lo sopporti in pace.
FATIMA
Ma se ne' lumi tuoi merto maggiore io vedo,
Se Tamas compatisco, se amo il tuo ben...
IRCANA
Nol credo.
Fingi ben, lo conosco, fingi soffrir suoi lacci,
Ma tanto più t'accendi, quanto più fremi, e tacci.
Chi sa sotto quel ciglio qual covisi lo sdegno,
Qual della mia rovina si mediti il disegno?
Fatima, donne siamo; parliam tra noi sincere,
Ciascuna in modi vari sa fare il suo mestiere,
Io d'un amor schernito non soffrirei gli affanni
Tu, se il tuo cuor lo soffre, o sei stolta, o m'inganni.
FATIMA
Stolta sarò.
IRCANA
Non dice d'esserlo chi è in diffetto.
FATIMA
Dunque?
IRCANA
Dunque tu celi colla pace il dispetto.
FATIMA
E tu con labro sciolto ad insultare avvezzo
Aggiungi all'altrui danno con l'ingiurie il disprezzo.
Vuoi, che lo sdegno io nutra? tu pur lo nutri in seno,
Ma con parole audaci non ne fo pompa almeno.
IRCANA
Taci; or siamo scoperte, sei mia nemica.
FATIMA
Ed io
Dovrei a chi m'insulta giurar lo sdegno mio.
Ma non temer, son tale, che a chi m'insulta ancora
Non posso il cor sincero serbar nemico un'ora.
IRCANA
Segno di tua viltade.
FATIMA
T'inganni; un segno è questo,
Che dell'anime vili la vendetta detesto,
E se la virtù stessa vuoi che per te mi aggrave,
Segno è, che non mi cale di altercar colle schiave.
IRCANA
Schiava son io che puote far tremare un'altera.
FATIMA
Anche di gallo il canto fa tremar una fera.
IRCANA
O parti, o Tamas d'una di noi vedrà la morte.
FATIMA
Veggala; ambe moriamo; ma dentro a queste porte.
IRCANA
Perfida!
FATIMA
Io non t'insulto.
IRCANA
Più il tuo tacer m'affanna.
FATIMA
Non la mia sofferenza, il tuo furor condanna.
IRCANA
Parto perché il tuo volto mi provoca, e m'uccide;
Più della morte ho in odio donna, che freme, e ride (parte).
Scena quarta
Fatima sola.
No, non vogl'io pentirmi d'aver sofferto in pace,
Senza cambiar le offese, senza insultar l'audace.
L'ira sfogar col labbro con chi c'insulta è segno,
Che sopra la ragione, predomina lo sdegno.
È la viltà un estremo, temeritade è l'altro;
Prudenza è il mezzo onesto, in un nobile, e scaltro:
Nobile che gl'insulti sdegna, conosce, e prova;
Scaltro, che per virtude sa simular, se giova.
Era di quell'indegna ogni superbo detto
Aspra mortal ferita d'una consorte al petto;
Ma a lei giovar potea più, che a me l'irritarmi
Empia per questo Ircana tentò di provocarmi,
Ed io l'ira celando, senza mostrarla in viso,
Le ingiurie, e le minaccie ricompensai col riso:
Tamas, che l'abbia offesa dir non potrà, se affetto
Tenero le promisi, e le mostrai rispetto.
Pietà più facilmente sperare alle mie pene
Posso nel di lui cuore...
Eccolo, che a me viene.
Scena quinta
Tamas, e detta.
TAMAS
(Eccola quell'audace; creduto ah non l'avrei...
Onte, insulti ad Ircana? Provi gli sdegni miei) (da sé).
FATIMA
Sposo?
TAMAS
T'accheta, e parti.
FATIMA
A me che parta? Oh cielo!
Tamas, alla tua sposa?
TAMAS
Torna a riporti il velo.
FATIMA
Come?
TAMAS
Divorzio io chiedo.
FATIMA
Senza ragion?
TAMAS
Ragione?
È il mio voler, t'accheta: femmina invan s'oppone.
FATIMA
Io vi dissento; è legge nell'Alcoran [vedi nota 11] firmata,
Che non sia moglie a forza senza ragion scacciata.
Al Cadì[vedi nota 12] si ricorra, egli, che il dritto regge,
Esamini le colpe, interpetri la legge.
TAMAS
Che parli di Cadì, di legge, e d'Alcorano?
Io son nei tetti miei l'interpetre, e il sovrano.
FATIMA
Ah signor qual mia colpa v'arma a sì ria vendetta?
TAMAS
Non merta l'amor mio colei, che nol rispetta.
FATIMA
Che dir volete? Ircana...
TAMAS
Sì, l'insultasti, audace.
FATIMA
Ah non è ver.
TAMAS
T'accheta; non è Ircana mendace.
FATIMA
Ella che l'insultassi può sostenere? L'afferma
Francamente il suo labbro?
TAMAS
E Curcuma il conferma.
FATIMA
Curcuma? scellerata! Quella, che un rio veleno...
TAMAS
Doveva alla mia schiava dar, per tua legge, al seno.
Ma il cielo...
FATIMA
Ah non è vero.
TAMAS
Perfida!
FATIMA
Ah son tradita.
TAMAS
Indegna d'uno sposo, indegna della vita.
Togliti agli occhi miei; non vi sarà chi invano
Teco d'unirmi ardisca col cuore, o con la mano;
E se volesse il padre, a forza, e a mio dispetto,
Ti caccerei, ribalda, questo pugnale in petto
(sfodra un pugnale).
FATIMA
Aita...
Scena sesta
Machmut, e detti.
MACHMUT
Olà, che tenti?
TAMAS
Minaccio, e non ferisco.
MACHMUT
Chi minacci?
TAMAS
Un'indegna.
MACHMUT
Sei tu? (a Fatima).
(Non lo capisco) (da sé).
FATIMA
Son io quell'infelice, che ha la gran colpa in seno
D'aver alla sua bella...
TAMAS
Preparato il veleno.
FATIMA
Ah mi fulmini il cielo! orrida sepoltura
M'apra quindi la terra, se ciò fia ver.
TAMAS
Spergiura!
MACHMUT
Fatima, ti allontana.
FATIMA
Pietà!
TAMAS
Parti.
FATIMA
Obbedisco.
Miratemi signore, m'insulta, ed io languisco (a Machmut).
Soglion le spose in Persia, per gelosia di schiave,
Chiedere esse il divorzio, e a me par duro, e grave
Poiché se per destino seco mi sono unita,
Mi han per destino ancora, quegli occhi suoi ferita.
Vendetta non domando, vendetta non procuro;
Veleni non conosco, tocco la fronte, e il giuro[vedi nota 13].
Pietà chiedo allo sposo, se invan gli chiedo affetto:
Ecco la sua pietade, m'alza un pugnale al petto.
Morirei pria di dirlo al Muftì[vedi nota 14], o al Divano[vedi nota 15],
Lo dico al genitore, che per il figlio è umano.
Bramo la di lui pace, bramo, che mi ami, e viva;
Io morirei più tosto ch'essere di lui priva.
Signor, voi padre siate di me qual dello sposo,
Nuora non abbandoni il suocero amoroso.
Attenderò il decreto, pene, supplicii, e morte;
Tutto, fuor che staccarmi dal mio crudel consorte (parte).
Scena settima
Machmut e Tamas.
MACHMUT
Misera, sventurata!
TAMAS
Colei...
MACHMUT
Taci, e m'ascolta.
TAMAS
Non conoscete il cuore...
MACHMUT
Rispettami una volta!
TAMAS
Vi ascolterò.
MACHMUT
Tu celi sotto ragion mendace
L'amor, che nutri in seno per una schiava audace.
Di questo amore indegno niun ti contrasta il foco;
Si tollera, si tace, e per te ancora è poco?
Tace, e tollera un padre, lo fa la sposa istessa;
Tu il genitore insulti, vuoi la consorte oppressa...
TAMAS
Una consorte indegna...
MACHMUT
Taci.
TAMAS
Che per vendetta...
MACHMUT
Taci.
TAMAS
Non parlo.
MACHMUT
Ardito! m'ascolta, e mi rispetta.
Che far puote in un giorno, anzi in poch'ore appena,
Al talamo guidata, figlia di rossor piena?
A preparar veleni, a meditar fierezza,
Tempo vi vuole, e un'alma ai tradimenti avvezza.
Sciocchi pretesti indegni d'alma ribalda e nera,
Sedotta da una schiava, che le comanda altera!
Empio, col ferro in mano minacci una donzella?
Ecco perché l'Europa barbari noi appella;
Non per le leggi nostre, non per il culto al Nume,
Non perché di scienza in noi non siavi il lume;
Ma perché un uom lascivo, pien di scorrette voglie
Al piacer d'una schiava sagrifica una moglie.
TAMAS
Permettete, ch'io parli?
MACHMUT
Oh traccotanza estrema!
Non lo permetto ancora; odimi, audace, e trema.
Trema del tuo destino, trema del tuo periglio:
Odi a che mi esponesti, ingratissimo figlio.
Non si conosce in Persia nobiltà de' natali!
Fuor della regia stirpe, tutti siam nati eguali,
E quel più si distingue fra noi, che ha più fortuna,
Quel, che ha gli onori in casa, e le ricchezze aduna.
Lo sai che il padre mio per Angli, Ispani, e Galli
Con le sue man pescava le perle, e i coralli;
Ei col denaro, a forza di sudori acquistato,
Mi ha questo pingue officio di finanzier comprato;
Ed io per le gabelle, esposto a gente ardita,
Mille soffersi ingiurie, ed arrischiai la vita.
Or tu, che unico sei, d'ogni mio bene erede,
Cui, dopo me, comprata ho la medesma sede,
Tu, ingratissimo figlio, anzi che sollevarmi,
Con onte, e con insulti vorrai precipitarmi?
Sai pur, che ogni pretesto serve al giudice avaro
A togliere in Oriente le cariche, e il denaro.
E sai che facilmente soggetto è a tal periglio
Anche il padre innocente, per le colpe del figlio.
Tu minacciar la sposa? Tu con il ferro in mano,
Minacciar la figliuola del terribile Osmano?
Sai tu qual pena avresti, se incauto l'uccidevi?
(E ucciderla pur troppo, s'i' non venia, potevi).
Ecco la legge: un reo, che abbia talun svenato,
Conducesi da' schiavi al tribunal legato;
Fatto il processo in breve, confessor ovver convinto,
Consegnasi ai parenti dell'infelice estinto;
Ed essi, con tormenti inusitati, e strani,
Dell'uccisor nel sangue si lavano le mani.
Anche le donne stesse, per legge altrui celate,
Sono per tai tragedie in libertà lasciate,
Con l'ugne, e con i denti straccian le carni, e i crini
Avide di vendetta, fiere più de' mastini.
Di', che ti pare? Ircana merta d'avere il vanto
Che il suo signor per lei s'accenda, e arrischi tanto?
TAMAS
Posso parlar, signore?
MACHMUT
Parla, sì, tel concedo.
TAMAS
Padre, se per Ircana...
MACHMUT
Osmano quel ch'io vedo (osservando verso la scena).
TAMAS
Se per Ircana il petto...
MACHMUT
Parti.
TAMAS
Ma dunque invano
Potrò sperar, signore....
MACHMUT
Lasciami con Osmano.
TAMAS
(Non so che dir; dal padre il cor mi si divide,
Fatima mi tormenta, ed Ircana mi uccide) (da sé e parte).
MACHMUT
Parmi commosso, oh cielo! Tamas, lo sai, se ti amo,
Ma il periglioso laccio veder troncato io bramo.
Scena ottava
Osmano, e Machmut.
OSMANO
Che ha Fatima, che piange?
MACHMUT
Non lo chiedesti a lei?
OSMANO
Mostra di non saperlo.
MACHMUT
Io più nol chiederei.
OSMANO
Odimi: due poeti del seguito festoso
Cantano della sposa le lodi, e dello sposo;
Ma in mezzo ai loro canti, in mezzo ai loro accenti,
Framischiano sovente le satire pungenti.
Fatima (un di quei dice), Fatima è mia sovrana,
Ma dovrà star soggetta alla mia schiava Ircana.
Fatima un sol rassembra (l'altro poeta disse),
Ma un sole, a cui minaccia l'altro pianeta ecclisse.
Io loro avrei d'un colpo tronca la testa, e il canto;
Rispettai le tue soglie, l'ira frenai; ma intanto,
Dimmi tu, che il saprai, chi è quest'ardita Ircana;
Che potrebbe a mia figlia comandar da sovrana?
MACHMUT
Ah indegni, scellerati satirici cantori,
Che or fanno i maldicenti, or fan gli adulatori,
E quando dicon bene, e quando dicon male,
Sempre in lor l'interesse alla ragion prevale!
Possano andar raminghi per l'Asia, e mal pasciuti,
Come in Europa sono in obbrobrio venuti,
Sbanditi dare genti cotai spiriti inquieti,
Derise, e svergognate le satire, e i poeti.
Odimi, Osmano, il vero celar fia cosa vana
Mio figlio ama una schiava, il di cui nome è Ircana.
OSMANO
Che ami una schiava, è poco; ne ami anche dieci, è nulla;
Sposa soffrir lo deve, sia donna, o sia fanciulla.
Basta, che non ardisca per un amore insano
Tenere a lei soggetta la figliuola di Osmano.
MACHMUT
No, non temer.
OSMANO
Se invano temer ciò si dovesse,
Non sentiriansi i vati cantar satire espresse;
Le donne dagli eunuchi han preso l'argomento,
E Fatima è ormai resa l'altrui divertimento.
MACHMUT
Da un padre, e da un amico chiedo consiglio, e aita.
OSMANO
Odimi: a quante schiave questa superba è unita?
MACHMUT
Quelle del genitore non son quelle del figlio.
Le sue dieci saranno.
OSMANO
Eccoti il mio Consiglio.
Dieci donne son troppe; vendi l'audace Ircana.
Cesserà ogni periglio, quando è costei lontana.
MACHMUT
Facciasi.
OSMANO
Ogni dimora può assassinare il cuore
Di un figlio affascinato.
MACHMUT
Si cerchi il compratore.
OSMANO
Come è costei?
MACHMUT
Vezzosa.
OSMANO
Giovine?
MACHMUT
Giovinetta.
OSMANO
Lavora?
MACHMUT
Nel ricamo l'ho trovata perfetta.
OSMANO
La comprerò.
MACHMUT
A qual prezzo?
OSMANO
Vederla, e si contratti.
MACHMUT
Fra due, che giusti sono brevi saranno i patti.
Olà...
Curcuma io voglio (esce un eunuco, e parte).
OSMANO
Chi è costei?
MACHMUT
La custode.
OSMANO
Queste son ne' serragli maestre d'ogni frode.
Scena nona
Curcuma, e detti.
CURCUMA
Eccomi: (oh me meschina!) un uom, che mi ha veduta.
Presto, pria, che si dica, che ho l'onestà perduta (vuol coprirsi).
MACHMUT
Odimi.
CURCUMA
Si, signore (coprendosi).
MACHMUT
Qual timore improviso?
CURCUMA
Non v'è un uomo? mi sento i rossori sul viso.
MACHMUT
Vieni; l'età canuta ti salva dal rigore.
CURCUMA
Eh, se sono canuta, è per troppo calore.
MACHMUT
Odimi.
CURCUMA
Dite pure.
MACHMUT
Eh scopriti, schifosa.
CURCUMA
Signor sì; sono stata sempre un po' vergognosa.
MACHMUT
Fa, che Ircana a me venga, e se venir non vuole.
Usa la forza, quando non vaglian le parole;
Legata dagli eunuchi, guidala al mio cospetto.
Eseguisci il comando, sollecita ti aspetto.
CURCUMA
Legata? strascinata? oh povera ragazza!
Più tosto son qua io...
MACHMUT
Vanne: sei vecchia, e pazza.
CURCUMA
Oh questo maltrattarmi, signor padron mio caro,
Dirmi che sono vecchia è un boccon troppo amaro.
Per le fatiche il viso par un po' crespo, e vecchio,
Ma sono le mie carni lustre come uno specchio (parte).
Scena decima
Machmut, e Osmano.
MACHMUT
(Giovine sventurato!) (da sé).
OSMANO
Machmut, che pensi?
MACHMUT
Ah penso
Qual dolore il mio figlio proverà crudo, intenso!
OSMANO
Dagli una sciabla, un arco, dagli un agil destriero,
Meco in tre giorni al campo dilegua ogni pensiero;
Stanco di tollerare la neghittosa pace,
II Perso valoroso vuole attaccare il Trace;
Poiché, quantunque uniti sien sotto l'Alcorano,
Sono i più fier nemici il Perso, e l'Ottomano.
L'una e l'altra nazione venera, il sai, Maometto,
Ma abbiam noi per Alì forse maggior rispetto.
E quei nel nostro Impero, che ci governa, e regge,
Col parer degl'Omani interpreta la legge.
Venera il Turco Omar, Albumelech, Osmano,
Diviso in due partiti il popol monsulmano.
Articoli di legge tengono in aspra guerra,
Due principi fra loro formidabili in terra.
MACHMUT
Tu nel parlar di guerra perdi te stesso: osserva:
Ecco la schiava.
OSMANO
A forza guidano la proterva.
Scena undicesima
Ircana tenuta legata da due eunuchi, e detti.
IRCANA
Ah signor, perché in lacci? Misera! in che peccai?
Che da me si pretende?
MACHMUT
Chetati, e lo saprai.
IRCANA
Fammi coprire almeno dinnanzi a uno straniero.
MACHMUT
(Mirala qual ti sembra?) (ad Osmano).
OSMANO (Ha il portamento altero) (a Machmut).
MACHMUT
Piaceti?
OSMANO
Non mi spiace.
MACHMUT
Se la vuoi contrattiamo.
OSMANO
Sotto il manto le mani (pongono le mani sotto le vesti).
MACHMUT
Prestamente accordiamo.
IRCANA
(Ah che il crudel mi vende! In tal modo fu fatto
Già da Machmut istesso col padre mio il contratto) (da sé).
Misera me! lasciate, perfidi, un'infelice (tenta liberarsi dalle catene).
Tamas più non m'ascolta, sperar più non mi lice.
MACHMUT
Basta cosi, son pago.
OSMANO
Avrai tosto il contante;
Avrai zecchini cento, del nuovo giorno innante.
IRCANA
Ah per pietà, signore, a qual destin funesto?...
(a Machmut).
MACHMUT
Schiava mia più non sei, il tuo signore è questo (parte).
OSMANO
Seguimi (ad Ircana).
IRCANA
Ah pria di trarmi lungi da questo tetto,
Pensate, che di Tamas son io l'unico affetto.
OSMANO
E tu pensa, ch'io sono padre della sua sposa;
Ti tratterò qual merti, femina orgogliosa (parte).
IRCANA
Ahimé? che intesi mai? Ahimé, l'amor, la vita...
Tamas, Tamas, mio bene, io parto; io son tradita
(parte cogli eunuchi).
ATTO QUARTO
Scena prima
Tamas, tenendo per mano Curcuma.
TAMAS
Vieni qui, scellerata.
CURCUMA
Aiuto; io non so nulla;
Portatemi rispetto, che sono ancor fanciulla.
TAMAS
Presto: Ircana dov'è?
CURCUMA
Ve lo dirò, aspettate.
(Se gliela dico tutta, m'accoppa a bastonate) (da sé).
TAMAS
Dov'è Ircana, dich'io?
CURCUMA
Ircana? (tremante).
TAMAS
Oh me tapino!
Presto: me l'han rapita? (sdegnato).
CURCUMA
Eh, signor no: è in giardino.
TAMAS
Vanne a lei...
CURCUMA
Sì signore...
(vuol partire).
TAMAS
Fermati.
CURCUMA
Ahimé! ci sono.
TAMAS
Anderò io a vedere (in atto di partire).
CURCUMA
Signor, chiedo perdono.
TAMAS
Come? non è in giardino?
CURCUMA
Non è (tremando).
TAMAS
Vecchia, m'inganni?
CURCUMA
Sempre mi dite vecchia, e non ho ancor trent'anni.
TAMAS
Io troncherò ben presto il corso a' giorni tuoi:
Ti ucciderò, ribalda.
CURCUMA
Via uccidetemi, e poi?...
TAMAS
Parla.
CURCUMA
Io non so nulla.
TAMAS Dov'è Ircana?
CURCUMA
Non so...
TAMAS
Non è più nel serraglio?
CURCUMA
Ho paura di no.
TAMAS
Ah indegna, scellerata: Ircana se ne andrà
Senza che tu lo sappia? (minacciandola).
CURCUMA
Eh signor, vi sarà.
TAMAS
Si, vi sarà; ma dove?
CURCUMA
Là dentro.
(Oh me meschina!) (da sé).
TAMAS
Vado, se non la trovo, ti vo' conciar, bambina (in atto di partire).
CURCUMA
Eh sì, la troverete.
(Oh se fuggir potessi!)
TAMAS
Ma non ti credo; olà (torna indietro, chiama gli eunuchi).
CURCUMA
(È meglio ch'io confessi).
TAMAS
Legatela colei (agli eunuchi).
CURCUMA
Ah signor...
TAMAS
Non tardate (agli eunuchi).
CURCUMA
Legate con modestia, le man non mi toccate (agli eunuchi).
TAMAS
Resti costei legata fin ch'io ritorni: vecchia,
Se Ircana non ritrovo, a morir ti apparecchia (parte).
CURCUMA
Signore...
Ah sul mio dorso qualche flagello aspetto!
Mi ha fatta legar stretta, e poi vecchia mi ha detto.
Ma voi, cani arrabbiati, con tante corde rie
Perché queste legate tenere carni mie?
Tanti che pagherieno averle un po' toccate,
E voi, brutti visacci, così le strappazzate?
Ah se pietade avete di me, povera donna...
(un eunuco le parla all'orecchie).
Che dici sciagurato? Non è ver, non son nonna.
Non ho nemmen figliuoli, ma ben se scamperò
Fuori di questo imbroglio, spero che ne averò.
Scena seconda
Tamas, e detta.
TAMAS
Perfida! (furiosamente, con arma alla mano).
CURCUMA
Ahimé meschina!
TAMAS Presto a colei sien date
Sulle piante de' piedi trecento bastonate[vedi nota 16]
Viva poi sotterrata fino alla gola, i cani
Vengano il capo indegno a lacerarle in brani.
CURCUMA
...
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