LA SUOCERA E LA NUORA, di Carlo Goldoni - pagina 2
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SCENA TERZA
La Contessa Isabella e detto.
ISABELLA (Ecco qui la solita pazzia delle medaglie!)
ANSELMO Oh, Contessa mia, ho fatto il bell'acquisto! Ho ritrovato un Pescennio.
ISABELLA Voi colla vostra gran mente fate sempre de' buoni acquisti.
ANSELMO Direste forse che non è vero?
ISABELLA Si, è verissimo.
Avete fatto anche l'acquisto di una nobilissima nuora.
ANSELMO Che! sono stati cattivi ventimila scudi?
ISABELLA Per il vilissimo prezzo di ventimila scudi avete sacrificato il tesoro della nobiltà.
ANSELMO Eh via, che l'oro non prende macchia.
Siam nati nobili, e siamo nobili, e una donna venuta in casa per accomodare i nostri interessi, non guasta il sangue delle nostre vene.
ISABELLA Una mercantessa mia nuora? Non lo soffrirò mai.
ANSELMO Orsú, non mì rompete il capo.
Andate via, che ho da mettere in ordine le mie medaglie.
ISABELLA E il mio gioiello quando me lo riscuotete?
ANSELMO Subito.
Anche adesso, se volete.
ISABELLA L'ebreo lo ha portato, ed è in sala che aspetta.
ANSELMO Quanto vi vuole?
ISABELLA Cento zecchini coll'usura.
ANSELMO Eccovi cento zecchini.
Ehi! sono di quelli della mercantessa.
ISABELLA Non mì nominate colei.
ANSELMO Se temete che vi sporchino le mani nobili, lasciateli stare.
ISABELLA Date qua, date qua (li prende).
ANSELMO Volesse il cielo che avessi un altro figliuolo.
ISABELLA E che vorreste fare?
ANSELMO Un'altra intorbidata alla purezza del sangue con altri ventimila scudi.
ISABELLA Animo vile! Vi lasciate contaminar dal denaro? Mi vergogno di essere vostra moglie.
ANSELMO Quanto sarebbe stato meglio, che voi ancora mì aveste portato in casa meno grandezze e più denari.
ISABELLA Orsú, non entriamo in ragazzate.
Ho bisogno di un abito
ANSELMO Benissimo.
Farlo!
ISABELLA Per la casa abbisognano cento cose.
ANSELMO Orsú, tenete.
Questi, con i cento zecchini che vi ho dato, sono quattrocento zecchini.
Fate quel che bisogna per voi, per la casa, per la sposa.
Io non me ne voglio impacciare.
Lasciatemi in pace, se potete.
Ma ehi! questi denari sono della mercantessa.
ISABELLA Il fate apposta per farmi arrabbiare.
ANSELMO Senza di lei la faremmo magra.
ISABELLA In grazia delle vostre medaglie.
ANSELMO In grazia della vostra albagìa.
ISABELLA Io son chi sono.
ANSELMO Ma senza questi non si fa niente (accenna i denari).
ISABELLA Avvertite bene, che Doralice non venga nelle mie camere
ANSELMO Chi? vostra nuora?ISABELLA Mia nuora, mia nuora, giacché il diavolo vuol così (parte).
SCENA QUARTA
II Conte Anselmo solo.
ANSELMO È pazza, e pazza la poverina.
Prevedo che fra suocera e nuora vi voglia essere il solito divertimento.
Ma io non ci voglio pensare.
Voglio attendere alle mie medaglie, e se si vogliono rompere il capo, lo facciano, che non m'importa.
Non posso saziarmi di rimirare questo Pescennio! E questa tazza di diaspro orientale non è un tesoro? Io credo senz'altro sia quella in cui Cleopatra stemprò la perla alla famosa cena di Marcantonio.
SCENA QUINTA
Doralice e detto.
DORALICE Serva, signor suocero.
ANSELMO Schiavo, nuora, schiavo.
Ditemi, v'intendete voi di anticaglie?
DORALICE Sì,signore, me n'intendo.
ANSELMO Brava! me ne rallegro; e come ve n'intendete?
DORALICE Me n'intendo, perché tutte le mie gioje, tutti i miei vestiti sono anticaglie.
ANSELMO Brava! spiritosa! Vostro padre prima di maritarvi doveva vestirvi alla moda.
DORALICE Lo avrebbe fatto, se voi non aveste preteso i ventimila scudi in denari contanti, e non aveste promesso di farmi il mio bisogno per comparire.
ANSELMO Orsù, lasciatemi un po' stare; non ho tempo da perdere in simili frascherie.
DORALICE Vi pare una bella cosa, che io non abbia nemmeno un vestito da sposa?
ANSELMO Mi pare che siate decentemente vestita.
DORALICE Questo è l'abito ch'io aveva ancor da fanciulla.
ANSELMO E, perché siete maritata, non vi sta bene? Anzi sta benissimo, e quando occorrerà, si allargherà.
DORALICE Non è vostro decoro, ch'io vada vestita come una serva.
ANSELMO (Non darei questa medaglia per cento scudi)
DORALICE Finalmente ho portato in casa ventimila scudi.
ANSELMO (A compir la collana mì mancano ancora sette medaglie).
DORALICE Avete voluto fare il matrimonio in privato, ed io non ho detto niente.
ANSELMO (Queste sette medaglie le troverò).
DORALICE Non avete invitato nessuno de' miei parenti; pazienza.
ANSELMO (Vi sono ancora duemila scudi, le troverò).
DORALICE Ma ch'io debba stare confinata in casa, perché non ho vestiti da comparire, è una indiscretezza.
ANSELMO (Oh, son pur annoiato!).
Andate da vostra suocera, ditele il vostro bisogno; a lei ho dato l'incombenza: ella farà quello che sarà giusto.
DORALICE Con la signora suocera non voglio parlare di queste cose; ella non mì vede di buon occhio.
Vi prego, datemi voi il denaro per un abito, che io penserò a provvederlo.
ANSELMO Denaro io non ne ho.
DORALICE Non ne avete? I ventimila scudi dove sono andati? (parla sempre flemmaticamente).
ANSELMO A voi non devo rendere questi conti.
DORALICE Li renderete a mio marito.
La dote è sua, voi non gliel'avete a mangiare.
ANSELMO E lo dite con questa flemma?
DORALICE Per dir la sua ragione, non vi è bisogno di scaldarsi il sangue.
ANSELMO Orsú, fatemi il piacere, andate via di qua; che se il sangue non si scalda a voi, or ora si scalda a me.
DORALICE Mi maraviglio di mio marito.
E un uomo ammogliato, e si lascia strapazzare Così.
ANSELMO Per carità, andate via.
SCENA SESTA
Il Conte Giacinto e detti.
GIACINTO Ha ragione mia moglie, ha ragione; una sposa non va trattata così.
ANSELMO (Uh, povere le mie medaglie!).
GIACINTO Nemmeno un abito?
ANSELMO Andate da vostra madre, le ho dato quattrocento zecchini.
GIACINTO Voi, signor padre, siete il capo di casa.
ANSELMO Io non posso abbadare a tutto.
GIACINTO Maledette quelle anticaglie!
DORALICE Dei ventimila scudi dice che non ne ha più.
GIACINTO Non ne ha più? Dove sono andati?
DORALICE Per me non si è speso un soldo.
GIACINTO Io non ho avuto un quattrino.
DORALICE Signor suocero, come va questa faccenda?
GIACINTO Signor padre, ho moglie, sono obbligato a prevedere il futuro.
ANSELMO (Non posso più, non posso più; ho tanto di testa; non posso più) (prende le medaglie, le mette nello scrigno, e le porta via).
SCENA SETTIMA
Il Conte Giacinto e Doralice.
DORALICE Che ne dite, eh? Ci ha data questa bella risposta.
GIACINTO Che volete ch'io dica? Le medaglie lo hanno incantato.
DORALICE Se egli è incantato, non siate incantato voi.
GIACINTO Cosa mì consigliereste di fare?
DORALICE Dir le vostre e le mie ragioni.
GIACINTO Finalmente è mio padre; non posso e non deggio mancare al dovuto rispetto.
DORALICE Avete sentito? Vostra madre ha quattrocento zecchini da spendere.
Fate che ne spenda ancora per me.
GIACINTO Sarà difficile cavarglieli dalle mani.
DORALICE Se non vuol colle buone, obbligatela colle cattive.
GIACINTO È mia madre.
DORALICE E io son vostra moglie.
GIACINTO Vi vorrei pur vedere in pace.
DORALICE È difficile.
GIACINTO Ma perché?
DORALICE Perché ella è troppo superba.
GIACINTO E voi convincetela coll'umiltà.
Sentite, Doralice mia, due donne che gridano, sono come due porte aperte, dalle quali entra furiosamente il vento; basta chiuderne una, perché il vento si moderi.
DORALICE La mia collera è un vento, che in casa non fa rumore.
GIACINTO Sì è vero; è un vento leggiero; ma tanto fino ed acuto, che penetra nelle midolle dell'ossa.
DORALICE Vuol atterrar tutti colla sua furia.
GIACINTO E voi non vi perdete colla vostra flemma.
DORALICE Sempre mette in campo la sua nobiltà.
GIACINTO E voi la vostra dote.
DORALICE La mia dote è vera.
GIACINTO E la sua nobiltà non è una cosa ideale.
DORALICE Dunque date ragione a vostra madre, e date torto a me ?
GIACINTO Vi do ragione, quando l'avete.
DORALICE Ho forse torto a pretendere d'esser vestita decentemente?
GIACINTO No, ma per mia madre desidero che abbiate un poco più di rispetto.
DORALICE Orsú, sapete che farò? Per rispettarla, per non inquietarla, anderò a star con mio padre.
GIACINTO Vedete, ecco il vento leggiero leggiero, ma fino ed acuto.
Con tutta placidezza vorreste fare la peggior cosa del mondo.
DORALICE Farei sì gran male a tornar con mio padre?
GIACINTO Fareste malissimo a lasciare il marito.
DORALICE Potete venire ancor voi.
GIACINTO Ed io farei peggio ad uscire di casa mia.
DORALICE Dunque stiamo qui, e tiriamo avanti Così.
GIACINTO È poco che siete in casa.
DORALICE Dal buon mattino si conosce qual esser debba essere la buona sera.
GIACINTO Mia madre vi prenderà amore.
DORALICE Non lo credo.
GIACINTO Procurate di farvi ben volere.
DORALICE È impossibile con quella bestia.
GIACINTO Bestia a mia madre?
DORALICE Si, bestia; è una bestia.
GIACINTO E lo dite con quella flemma?
DORALICE Io non mì voglio scaldare il sangue.
GIACINTO Cara Doralice, abbiate giudizio.
DORALICE Ne ho anche troppo.
GIACINTO Via, se mì volete bene, regolatevi con prudenza
DORALICE Fate che io abbia quello che mì si conviene, e sarò pazientissima.
GIACINTO Il merito della virtú consiste nel soffrire.
DORALICE Sì, soffrirò, ma voglio un abito.
GIACINTO L'avrete, l'avrete.
DORALICE Lo voglio, se credessi che me ne andasse la testa.
Sono impuntata, lo voglio.
GIACINTO Vi dico che lo avrete.
DORALICE E presto lo voglio, presto.
GIACINTO Or ora vado per il mercante.
(Bisogna in qualche maniera acquietarla).
DORALICE Dite: che abito avete intenzione di farmi?
GIACINTO Vi farò un abito buono.
DORALICE M'immagino vi sarà dell'oro o dell'argento.
GIACINTO E se fosse di seta schietta, non sarebbe a proposito?
DORALICE Mi pare che ventimila scudi di dote possano meritare un abito con un poco d'oro.
GIACINTO Via, vi sarà dell'oro.
DORALICE Mandatemi la cameriera, ché le voglio ordinare una cuffia.
GIACINTO Sentite: anche con Colombina siate tollerante.
È cameriera antica di casa; mia madre le vuol bene, e può mettere qualche buona parola.
DORALICE Che! Dovrò aver soggezione anche della cameriera? Mandatela, mandatela, ché ne ho bisogno.
GIACINTO La mando subito.
(Sto fresco.
Madre collerica, moglie puntigliosa: due venti contrari.
Voglia il cielo che non facciano naufragare la casa) (parte).
SCENA OTTAVA
Doralice e poi Colombina.
DORALICE Oh, in quanto a questo poi non mì voglio lasciar soverchiare.
La mia ragione la voglio dir certamente.
Mio marito si maraviglia, perché dico l'animo mio senza alterarmi.
Mi pare di far meglio così.
Chi va pazzamente in collera, pregiudica alla sua salute e fa rider i suoi nemici.
COLOMBINA Il signor Contino mì ha detto che la padrona mì domanda, ma non la vedo.
È forse andata via?
DORALICE Io sono la padrona che ti domanda.
COLOMBINA Oh! mì perdoni, la mia padrona è l''illustrissima signora Contessa.
DORALICE Io in questa casa non son padrona ?
COLOMBINA Io servo la signora Contessa.
DORALICE Per domani mì farai una cuffia.
COLOMBINA Davvero che non posso servirla.
DORALICE Perché ?
COLOMBINA Perché ho da fare per la padrona.
DORALICE Padrona sono anch'io, e voglio essere servita, o ti farò cacciar via.
COLOMBINA Sono dieci anni ch'io sono in questa casa.
DORALICE E che vuoi dire per questo?
COLOMBINA Voglio dire che forse non le riuscirà di farmi andar via.
DORALICE Villana! Malcreata!
COLOMBINA Io villana? Lei non mì conosce bene, signora.
DORALICE Oh, chi è vossignoria? Me lo dica, acciò non manchi al mio debito.
COLOMBINA Mio padre vendeva nastri e spille per le strade.
Siamo tutti mercanti.
DORALICE Siamo tutti mercanti! Non vi è differenza da uno che va per le strade, a un mercante di piazza?
COLOMBINA La differenza consiste in un poco di danari.
DORALICE Sai, Colombina, che sei una bella impertinente?
COLOMBINA A me, signora, impertinente? A me che sono dieci anni che sono in questa casa, che sono più padrona della padrona medesima?
DORALICE A te, sì, a te; e se non mì porterai rispetto, vedrai quello che farò.
COLOMBINA Che cosa farete?
DORALICE Ti darò uno schiaffo (glielo dà, e parte).
SCENA NONA
Colombina sola.
COLOMBINA A me uno schiaffo? Me lo dà, e poi dice: te lo darò? Così a sangue freddo, senza scaldarsi? Non me l'aspettavo mai.
Ma giuro al cielo, mì vendicherò.
La padrona lo saprà.
Toccherà a lei vendicarmi.
Sono dieci anni che sto in casa sua.
Senza di me non può fare; e non mì vorrà perdere assolutamente.
Maladetta! uno schiaffo? Se me l'avesse dato la padrona, che è nobile, lo soffrirei.
Ma da una mercante non lo posso soffrire (parte).
SCENA DECIMA
Camera della Contessa Isabella
La Contessa Isabella, poi il Conte Giacinto.
ISABELLA Questa signora nuora e un'acqua morta, che a poco a poco si va dilatando; e s'io non vi riparo per tempo, ci affogherà quanti siamo.
Ho osservato che ella tratta volentieri con tutti quelli che praticano in questa casa; e mì pare che vada acquistando credito.
Non è già che sia bella; ma la gioventú, la novità, l'opinione, può tirar gente dal suo partito.
In casa mia non voglio essere soverchiata.
Non sono ancora in età da cedere l'armi al tempio.
GIACINTO Riverisco la signora madre.
ISABELLA Buon giorno.
GIACINTO Che avete, signora, che mì parete turbata?
ISABELLA Povero figlio! tu sei sagrificato.
GIACINTO Io sagrificato ? Perché ?
ISABELLA Tuo padre, tuo padre ti ha assassinato.
GIACINTO Mio padre? Che cosa mì ha fatto?
ISABELLA Ti ha dato una moglie che non è degna di te.
GIACINTO In quanto a mia moglie, ne sono contentissimo; l'amo teneramente, e ringrazio il cielo d'averla avuta.
ISABELLA E la tua nobiltà?
GIACINTO La nostra nobiltà era in pericolo, senza la dote di Doralice.
ISABELLA Si poteva trovare una ricca che fosse nobile.
GIACINTO Era difficile, nel disordine in cui si ritrovava la nostra casa.
ISABELLA Con questi sentimenti non mì comparir più davanti.
GIACINTO Signora, sono venuto da voi per un affar di rilievo.
ISABELLA Come sarebbe a dire?
GIACINTO A una sposa, che ha portato in casa ventimila scudi, mì pare che sia giusto di far un abito.
ISABELLA Per quel che deve fare, è vestita anche troppo bene.
GIACINTO Se non le si fa un abito buono, io non la posso condurre in veruna conversazione.
ISABELLA Che? La vorresti condurre nelle conversazioni? Un bell'onore che faresti alla nostra famiglia.
Se le faranno un affronto, la nostra casa vi andrà di mezzo.
GIACINTO Dovrà dunque star sempre in casa?
ISABELLA Signor sì, signor sì, sempre in casa.
Ritirata, senza farsi vedere da chi che sia.
GIACINTO Ma tutti sanno che Doralice è mia moglie; gli amici verranno a visitarla; alcune dame me l'hanno detto.
ISABELLA Chi vuol venire in questa casa, ha da mandare a me l'ambasciata.
Io sono la padrona; e chiunque ardirà venirci senza la mia intelligenza, ritroverà la porta serrata.
GIACINTO Via, si farà tutto quello che voi volete.
Ma anch'ella, poverina, bisogna contentarla.
Bisogna farle un abito.
ISABELLA Per contentar lei, niente affatto; ma per te, perché ti voglio bene, lo faremo.
Di che cosa lo vuoi? Di baracane o di cambellotto ?
GIACINTO Diavolo! vi pare che questa sia roba da dama?
ISABELLA Colei non è nata dama.
GIACINTO È mia moglie.
ISABELLA Ebbene, di che vorresti che si facesse?
GIACINTO D'un drappo moderno con oro o con argento.
ISABELLA Sei pazzo? Non si gettano i denari in questa maniera.
GIACINTO Ma, finalmente, mì pare di poterlo pretendere.
ISABELLA Che cos'è questo pretendere? Questa parola non l'hai più detta a tua madre.
Ecco i frutti delle belle lezioni della tua sposa.
Fraschetta, fraschetta!
GIACINTO Ma che ha da fare quella povera donna in questa casa?
ISABELLA Mangiare, bere, lavorare e allevare i figliuoli, quando ne avrà.
GIACINTO Così non può durare.
ISABELLA O così, o peggio.
GIACINTO Signora madre, un poco di carità.
ISABELLA Signor figliuolo, un poco più di giudizio.
GIACINTO Fatele quest'abito, se mì volete bene.
ISABELLA Prendi, ecco sei zecchini, pensa tu a farglielo.
GIACINTO Sei zecchini? Fatelo alla vostra serva (parte).
SCENA UNDICESIMA
La Contessa Isabella, poi il Dottore.
ISABELLA È diventato un bell'umorino costui.
Causa quell'impertinente di Doralice.
DOTTORE Con permissione; posso venire? (di dentro).
ISABELLA Venite, Dottore, venite.
DOTTORE Fo riverenza alla signora Contessa.
ISABELLA È qualche tempo che non vi lasciate vedere.
DOTTORE Ho avuto in questi giorni di molti affari.
ISABELLA Eh! le amicizie vecchie si raffreddano un poco per volta.
DOTTORE Oh signora, mì perdoni.
La non può dire Così.
Dal primo giorno che ella mì ha onorato della sua buona grazia, non può dire che io abbia mancato di servirla in tutto quello che ho potuto.
ISABELLA Datemi quella sedia.
DOTTORE Subito la servo (le porta una sedia).
ISABELLA Avete tabacco ? (sedendo).
DOTTORE Per dirla, mì sono scordato della tabacchiera.
ISABELLA Guardate in quel cassettino, che vi è una tabacchiera; portatela qui.
DOTTORE Sì signora (va a prendere la tabacchiera).
ISABELLA (Mi piace il dottore, perché conosce i suoi doveri; non fa come quelli che, quando hanno un poco di confidenza, se ne prendono di soverchio).
DOTTORE Eccola (presenta la tabacchiera alla Contessa).
ISABELLA Sentite questo tabacco (gli offerisce il tabacco).
DOTTORE Buono per verità.
ISABELLA Tenete, ve lo dono.
DOTTORE Anche la tabacchiera?
ISABELLA Sì, anche la tabacchiera.
DOTTORE Oh! le sono bene obbligato.
ISABELLA Oggi starete a pranzo con me.
DOTTORE Mi fa troppo onore.
Ho piacere, così vedrò la signora Doralice, che non ho mai veduta.
ISABELLA Non mì parlate di colei.
DOTTORE Perché, signora? È pure la moglie del signor Contino di lei figliuolo.
ISABELLA Se l'ha presa, che se la goda.
DOTTORE È vero ch'ella non è nobile; ma gli ha portato una bella dote.
ISABELLA Oh! anche voi mì rompete il capo con questa dote.
DOTTORE La non vada in collera, non parlo più.
ISABELLA Che cos'ha portato?
DOTTORE Oh! che cos'ha portato? Quattro stracci.
ISABELLA Non era degna di venire in questa casa.
DOTTORE Dice bene, la non era degna.
Io mì sono maravigliato, quando ho sentito concludere un tal matrimonio.
ISABELLA Mi vengono i rossori sul viso.
DOTTORE La compatisco.
Non lo doveva mai accordare.
ISABELLA Ma voi pure avete consigliato a farlo.
DOTTORE Io? non me ne ricordo.
ISABELLA M'avete detto che la nostra casa era in disordine, e che bisognava pensare a rimediarvi.
DOTTORE Può essere ch'io l'abbia detto.
ISABELLA Mi avete fatto vedere che i ventimila scudi di dote potevano rimetterla in piedi.
DOTTORE L'avrò detto; e infatti il signor Conte ha ricuperato tutti i suoi beni, ed io ho fatto l'istrumento.
ISABELLA L'entrate dunque sono libere?
DOTTORE Liberissime
ISABELLA Non si penerà più di giorno in giorno.
Non avremo più occasione d'incomodare gli amici.
Anche voi, caro dottore, mì avete più volte favorita.
Non me ne scordo.
DOTTORE Non parliamo di questo.
Dove posso, la mì comandi.
SCENA DODICESIMA
Colombina e detti.
COLOMBINA Signora padrona, è qui il signor cavaliere del Bosco (mesta, quasi piangendo).
ISABELLA Andate, andate, ché viene il signor Cavaliere (al Dottore).
DOTTORE Perdoni, non ha detto ch'io resti?...
ISABELLA Chi v'ha insegnato la creanza? Quando vi dico che andiate, dovete andare.
DOTTORE Pazienza.
Anderò.
Le son servitore (partendo).
ISABELLA Ehi! A pranzo vi aspetto.
DOTTORE Ma se ella va in collera così presto...
ISABELLA Manco ciarle.
Andate, e venite a pranzo.
DOTTORE (Sono tanti anni che pratico in questa casa, e non ho ancora imparato a conoscere il suo temperamento) (parte).
SCENA TREDICESIMA
La Contessa Isabella e Colombina.
ISABELLA È il signor cavaliere?
COLOMBINA Signora si (mesta come sopra).
ISABELLA Da Doralice vi è stato nessuno?
COLOMBINA Signora no (come sopra).
ISABELLA Che hai che piangi? (a Colombina)
COLOMBINA La signora Doralice mì ha dato uno schiaffo.
ISABELLA Come? Che dici? Colei ti ha dato uno schiaffo? Uno schiaffo alla mia cameriera? Perché? Cóntami: com'è stato?
COLOMBINA Perché mì diceva che ella è la padrona; che Vossustrissima non conta più niente, che è vecchia.
Io mì sono riscaldata per difendere la mia padrona, ed ella mì ha dato uno schiaffo (piangendo).
ISABELLA Ah! indegna, petulante, sfacciata.
Me la pagherà, me la pagherà.
Giuro al cielo, me la pagherà.
SCENA QUATTORDICESIMA
Il Cavaliere Del Bosco e dette.
CAVALIERE Permette la signora Contessa?
ISABELLA Cavaliere, siete venuto a tempo.
Ho bisogno di voi.
CAVALIERE Comandate, signora.
Disponete di me.
ISABELLA Se mì siete veramente amico, ora è tempo di dimostrarlo.
CAVALIERE Farò tutto per obbedirvi.
ISABELLA Doralice, che per mia disgrazia è sposa di mio figliuolo, mì ha gravemente offesa; pretendo le mie soddisfazioni, e le voglio.
Se lo dico a mio marito, egli è uno stolido che non sa altro che di medaglie.
Se lo dico a mio figlio, è innamorato della moglie e non mì abbaderà.
Voi siete cavaliere voi siete il mio più confidente, tocca a voi sostenere le mie ragioni.
CAVALIERE In che consiste l'offesa?
COLOMBINA Ha dato uno schiaffo a me.
CAVALIERE Non vi è altro male?
ISABELLA Vi par poco dare uno schiaffo alla mia cameriera?
COLOMBINA Sono dieci anni ch'io servo in questa casa.
CAVALIERE Non mì pare motivo per accendere un sì gran fuoco.
ISABELLA Ma bisogna sapere perché l'ha fatto.
COLOMBINA Oh! qui sta il punto.
CAVALIERE Via, perché l'ha fatto?
ISABELLA Tremo solamente in pensarlo.
Non posso dirlo.
Colombina, diglielo tu.
COLOMBINA Ha detto che la mia padrona non comanda più.
ISABELLA Che vi pare? (al Cavaliere).
COLOMBINA Ha detto che è vecchia...
ISABELLA Zitto, bugiarda; non ha detto così.
Pretende voler ella comandare.
Pretende essere a me preferita, e perché la mia cameriera tiene da me, le dà uno schiaffo!
CAVALIERE Signora Contessa, non facciamo tanto rumore.
ISABELLA Come? dovrò dissimulare un'offesa di questa sorta? E voi me lo consigliereste? Andate, andate, che siete un mal cavaliere; e se non volete voi abbracciare l'impegno, ritroverò chi avrà più spirito, chi avrà più convenienza di voi.
CAVALIERE (Bisogna secondarla).
Cara Contessa, non andate in collera; ho detto così per acquietarvi un poco; per altro l'offesa è gravissima, e merita risarcimento.
ISABELLA Dare uno schiaffo alla mia cameriera?
CAVALIERE È una temerità intollerabile.
ISABELLA Dir ch'io non comando più?
CAVALIERE È una petulanza.
E poi dire che siete vecchia?
ISABELLA Questo vi dico che non l'ha detto; non lo poteva dire, e non l'ha detto.
COLOMBINA L'ha detto, in coscienza mia.
ISABELLA Va via di qua.
COLOMBINA E ha detto di più: che avete da stare accanto al fuoco.
ISABELLA Va via di qua; sei una bugiarda.
COLOMBINA Se non è vero, mì caschi il naso.
ISABELLA Va via, o ti bastono.
COLOMBINA Se non l'ha detto, possa crepare (parte).
SCENA QUINDICESIMA
La Contessa Isabella e il Cavaliere Del Bosco.
ISABELLA Non le credete: Colombina dice delle bugie.
CAVALIERE Dunque non sarà vero nemmeno dello schiaffo.ISABELLA Oh! lo schiaffo poi gliel'ha dato.
CAVALIERE Lo sapete di certo ?
ISABELLA Lo so di certo.
E qui bisogna pensare a farmi avere le mie soddisfazioni.
CAVALIERE Ci penserò.
Studierò l'articolo, e vedrò qual compenso si può trovare, perché siate soddisfatta.
ISABELLA Ricordatevi ch'io son dama, ed ella no.
CAVALIERE Benissimo.
ISABELLA Ch'io sono la padrona di casa.
CAVALIERE Dite bene.
E che anche per ragione d'età vi si deve maggior rispetto.
ISABELLA Come c'entra l'età? Per questo capo non pretendo ragione alcuna.
CAVALIERE Voglio dire...
ISABELLA M'avete inteso.
Ditelo al Conte mio marito, ditelo al Contino mio figlio, ch'io voglio le mie soddisfazioni, altrimenti so io quel che farò.
Cavaliere, vi attendo colla risposta (parte).
CAVALIERE Poco mì costa secondar l'umore di questa pazza, tanto più che con questa occasione spero introdurmi dalla signora Doralice, la quale è più giovine ed è più bella (parte).
SCENA SEDICESIMA
Salotto nell'appartamento del Conte Anselmo
Brighella ed Arlecchino vestito all'armena, con
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