LA SUOCERA E LA NUORA, di Carlo Goldoni - pagina 3
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COLOMBINA Che cosa farete?
DORALICE Ti darò uno schiaffo (glielo dà, e parte).
SCENA NONA
Colombina sola.
COLOMBINA A me uno schiaffo? Me lo dà, e poi dice: te lo darò? Così a sangue freddo, senza scaldarsi? Non me l'aspettavo mai.
Ma giuro al cielo, mì vendicherò.
La padrona lo saprà.
Toccherà a lei vendicarmi.
Sono dieci anni che sto in casa sua.
Senza di me non può fare; e non mì vorrà perdere assolutamente.
Maladetta! uno schiaffo? Se me l'avesse dato la padrona, che è nobile, lo soffrirei.
Ma da una mercante non lo posso soffrire (parte).
SCENA DECIMA
Camera della Contessa Isabella
La Contessa Isabella, poi il Conte Giacinto.
ISABELLA Questa signora nuora e un'acqua morta, che a poco a poco si va dilatando; e s'io non vi riparo per tempo, ci affogherà quanti siamo.
Ho osservato che ella tratta volentieri con tutti quelli che praticano in questa casa; e mì pare che vada acquistando credito.
Non è già che sia bella; ma la gioventú, la novità, l'opinione, può tirar gente dal suo partito.
In casa mia non voglio essere soverchiata.
Non sono ancora in età da cedere l'armi al tempio.
GIACINTO Riverisco la signora madre.
ISABELLA Buon giorno.
GIACINTO Che avete, signora, che mì parete turbata?
ISABELLA Povero figlio! tu sei sagrificato.
GIACINTO Io sagrificato ? Perché ?
ISABELLA Tuo padre, tuo padre ti ha assassinato.
GIACINTO Mio padre? Che cosa mì ha fatto?
ISABELLA Ti ha dato una moglie che non è degna di te.
GIACINTO In quanto a mia moglie, ne sono contentissimo; l'amo teneramente, e ringrazio il cielo d'averla avuta.
ISABELLA E la tua nobiltà?
GIACINTO La nostra nobiltà era in pericolo, senza la dote di Doralice.
ISABELLA Si poteva trovare una ricca che fosse nobile.
GIACINTO Era difficile, nel disordine in cui si ritrovava la nostra casa.
ISABELLA Con questi sentimenti non mì comparir più davanti.
GIACINTO Signora, sono venuto da voi per un affar di rilievo.
ISABELLA Come sarebbe a dire?
GIACINTO A una sposa, che ha portato in casa ventimila scudi, mì pare che sia giusto di far un abito.
ISABELLA Per quel che deve fare, è vestita anche troppo bene.
GIACINTO Se non le si fa un abito buono, io non la posso condurre in veruna conversazione.
ISABELLA Che? La vorresti condurre nelle conversazioni? Un bell'onore che faresti alla nostra famiglia.
Se le faranno un affronto, la nostra casa vi andrà di mezzo.
GIACINTO Dovrà dunque star sempre in casa?
ISABELLA Signor sì, signor sì, sempre in casa.
Ritirata, senza farsi vedere da chi che sia.
GIACINTO Ma tutti sanno che Doralice è mia moglie; gli amici verranno a visitarla; alcune dame me l'hanno detto.
ISABELLA Chi vuol venire in questa casa, ha da mandare a me l'ambasciata.
Io sono la padrona; e chiunque ardirà venirci senza la mia intelligenza, ritroverà la porta serrata.
GIACINTO Via, si farà tutto quello che voi volete.
Ma anch'ella, poverina, bisogna contentarla.
Bisogna farle un abito.
ISABELLA Per contentar lei, niente affatto; ma per te, perché ti voglio bene, lo faremo.
Di che cosa lo vuoi? Di baracane o di cambellotto ?
GIACINTO Diavolo! vi pare che questa sia roba da dama?
ISABELLA Colei non è nata dama.
GIACINTO È mia moglie.
ISABELLA Ebbene, di che vorresti che si facesse?
GIACINTO D'un drappo moderno con oro o con argento.
ISABELLA Sei pazzo? Non si gettano i denari in questa maniera.
GIACINTO Ma, finalmente, mì pare di poterlo pretendere.
ISABELLA Che cos'è questo pretendere? Questa parola non l'hai più detta a tua madre.
Ecco i frutti delle belle lezioni della tua sposa.
Fraschetta, fraschetta!
GIACINTO Ma che ha da fare quella povera donna in questa casa?
ISABELLA Mangiare, bere, lavorare e allevare i figliuoli, quando ne avrà.
GIACINTO Così non può durare.
ISABELLA O così, o peggio.
GIACINTO Signora madre, un poco di carità.
ISABELLA Signor figliuolo, un poco più di giudizio.
GIACINTO Fatele quest'abito, se mì volete bene.
ISABELLA Prendi, ecco sei zecchini, pensa tu a farglielo.
GIACINTO Sei zecchini? Fatelo alla vostra serva (parte).
SCENA UNDICESIMA
La Contessa Isabella, poi il Dottore.
ISABELLA È diventato un bell'umorino costui.
Causa quell'impertinente di Doralice.
DOTTORE Con permissione; posso venire? (di dentro).
ISABELLA Venite, Dottore, venite.
DOTTORE Fo riverenza alla signora Contessa.
ISABELLA È qualche tempo che non vi lasciate vedere.
DOTTORE Ho avuto in questi giorni di molti affari.
ISABELLA Eh! le amicizie vecchie si raffreddano un poco per volta.
DOTTORE Oh signora, mì perdoni.
La non può dire Così.
Dal primo giorno che ella mì ha onorato della sua buona grazia, non può dire che io abbia mancato di servirla in tutto quello che ho potuto.
ISABELLA Datemi quella sedia.
DOTTORE Subito la servo (le porta una sedia).
ISABELLA Avete tabacco ? (sedendo).
DOTTORE Per dirla, mì sono scordato della tabacchiera.
ISABELLA Guardate in quel cassettino, che vi è una tabacchiera; portatela qui.
DOTTORE Sì signora (va a prendere la tabacchiera).
ISABELLA (Mi piace il dottore, perché conosce i suoi doveri; non fa come quelli che, quando hanno un poco di confidenza, se ne prendono di soverchio).
DOTTORE Eccola (presenta la tabacchiera alla Contessa).
ISABELLA Sentite questo tabacco (gli offerisce il tabacco).
DOTTORE Buono per verità.
ISABELLA Tenete, ve lo dono.
DOTTORE Anche la tabacchiera?
ISABELLA Sì, anche la tabacchiera.
DOTTORE Oh! le sono bene obbligato.
ISABELLA Oggi starete a pranzo con me.
DOTTORE Mi fa troppo onore.
Ho piacere, così vedrò la signora Doralice, che non ho mai veduta.
ISABELLA Non mì parlate di colei.
DOTTORE Perché, signora? È pure la moglie del signor Contino di lei figliuolo.
ISABELLA Se l'ha presa, che se la goda.
DOTTORE È vero ch'ella non è nobile; ma gli ha portato una bella dote.
ISABELLA Oh! anche voi mì rompete il capo con questa dote.
DOTTORE La non vada in collera, non parlo più.
ISABELLA Che cos'ha portato?
DOTTORE Oh! che cos'ha portato? Quattro stracci.
ISABELLA Non era degna di venire in questa casa.
DOTTORE Dice bene, la non era degna.
Io mì sono maravigliato, quando ho sentito concludere un tal matrimonio.
ISABELLA Mi vengono i rossori sul viso.
DOTTORE La compatisco.
Non lo doveva mai accordare.
ISABELLA Ma voi pure avete consigliato a farlo.
DOTTORE Io? non me ne ricordo.
ISABELLA M'avete detto che la nostra casa era in disordine, e che bisognava pensare a rimediarvi.
DOTTORE Può essere ch'io l'abbia detto.
ISABELLA Mi avete fatto vedere che i ventimila scudi di dote potevano rimetterla in piedi.
DOTTORE L'avrò detto; e infatti il signor Conte ha ricuperato tutti i suoi beni, ed io ho fatto l'istrumento.
ISABELLA L'entrate dunque sono libere?
DOTTORE Liberissime
ISABELLA Non si penerà più di giorno in giorno.
Non avremo più occasione d'incomodare gli amici.
Anche voi, caro dottore, mì avete più volte favorita.
Non me ne scordo.
DOTTORE Non parliamo di questo.
Dove posso, la mì comandi.
SCENA DODICESIMA
Colombina e detti.
COLOMBINA Signora padrona, è qui il signor cavaliere del Bosco (mesta, quasi piangendo).
ISABELLA Andate, andate, ché viene il signor Cavaliere (al Dottore).
DOTTORE Perdoni, non ha detto ch'io resti?...
ISABELLA Chi v'ha insegnato la creanza? Quando vi dico che andiate, dovete andare.
DOTTORE Pazienza.
Anderò.
Le son servitore (partendo).
ISABELLA Ehi! A pranzo vi aspetto.
DOTTORE Ma se ella va in collera così presto...
ISABELLA Manco ciarle.
Andate, e venite a pranzo.
DOTTORE (Sono tanti anni che pratico in questa casa, e non ho ancora imparato a conoscere il suo temperamento) (parte).
SCENA TREDICESIMA
La Contessa Isabella e Colombina.
ISABELLA È il signor cavaliere?
COLOMBINA Signora si (mesta come sopra).
ISABELLA Da Doralice vi è stato nessuno?
COLOMBINA Signora no (come sopra).
ISABELLA Che hai che piangi? (a Colombina)
COLOMBINA La signora Doralice mì ha dato uno schiaffo.
ISABELLA Come? Che dici? Colei ti ha dato uno schiaffo? Uno schiaffo alla mia cameriera? Perché? Cóntami: com'è stato?
COLOMBINA Perché mì diceva che ella è la padrona; che Vossustrissima non conta più niente, che è vecchia.
Io mì sono riscaldata per difendere la mia padrona, ed ella mì ha dato uno schiaffo (piangendo).
ISABELLA Ah! indegna, petulante, sfacciata.
Me la pagherà, me la pagherà.
Giuro al cielo, me la pagherà.
SCENA QUATTORDICESIMA
Il Cavaliere Del Bosco e dette.
CAVALIERE Permette la signora Contessa?
ISABELLA Cavaliere, siete venuto a tempo.
Ho bisogno di voi.
CAVALIERE Comandate, signora.
Disponete di me.
ISABELLA Se mì siete veramente amico, ora è tempo di dimostrarlo.
CAVALIERE Farò tutto per obbedirvi.
ISABELLA Doralice, che per mia disgrazia è sposa di mio figliuolo, mì ha gravemente offesa; pretendo le mie soddisfazioni, e le voglio.
Se lo dico a mio marito, egli è uno stolido che non sa altro che di medaglie.
Se lo dico a mio figlio, è innamorato della moglie e non mì abbaderà.
Voi siete cavaliere voi siete il mio più confidente, tocca a voi sostenere le mie ragioni.
CAVALIERE In che consiste l'offesa?
COLOMBINA Ha dato uno schiaffo a me.
CAVALIERE Non vi è altro male?
ISABELLA Vi par poco dare uno schiaffo alla mia cameriera?
COLOMBINA Sono dieci anni ch'io servo in questa casa.
CAVALIERE Non mì pare motivo per accendere un sì gran fuoco.
ISABELLA Ma bisogna sapere perché l'ha fatto.
COLOMBINA Oh! qui sta il punto.
CAVALIERE Via, perché l'ha fatto?
ISABELLA Tremo solamente in pensarlo.
Non posso dirlo.
Colombina, diglielo tu.
COLOMBINA Ha detto che la mia padrona non comanda più.
ISABELLA Che vi pare? (al Cavaliere).
COLOMBINA Ha detto che è vecchia...
ISABELLA Zitto, bugiarda; non ha detto così.
Pretende voler ella comandare.
Pretende essere a me preferita, e perché la mia cameriera tiene da me, le dà uno schiaffo!
CAVALIERE Signora Contessa, non facciamo tanto rumore.
ISABELLA Come? dovrò dissimulare un'offesa di questa sorta? E voi me lo consigliereste? Andate, andate, che siete un mal cavaliere; e se non volete voi abbracciare l'impegno, ritroverò chi avrà più spirito, chi avrà più convenienza di voi.
CAVALIERE (Bisogna secondarla).
Cara Contessa, non andate in collera; ho detto così per acquietarvi un poco; per altro l'offesa è gravissima, e merita risarcimento.
ISABELLA Dare uno schiaffo alla mia cameriera?
CAVALIERE È una temerità intollerabile.
ISABELLA Dir ch'io non comando più?
CAVALIERE È una petulanza.
E poi dire che siete vecchia?
ISABELLA Questo vi dico che non l'ha detto; non lo poteva dire, e non l'ha detto.
COLOMBINA L'ha detto, in coscienza mia.
ISABELLA Va via di qua.
COLOMBINA E ha detto di più: che avete da stare accanto al fuoco.
ISABELLA Va via di qua; sei una bugiarda.
COLOMBINA Se non è vero, mì caschi il naso.
ISABELLA Va via, o ti bastono.
COLOMBINA Se non l'ha detto, possa crepare (parte).
SCENA QUINDICESIMA
La Contessa Isabella e il Cavaliere Del Bosco.
ISABELLA Non le credete: Colombina dice delle bugie.
CAVALIERE Dunque non sarà vero nemmeno dello schiaffo.ISABELLA Oh! lo schiaffo poi gliel'ha dato.
CAVALIERE Lo sapete di certo ?
ISABELLA Lo so di certo.
E qui bisogna pensare a farmi avere le mie soddisfazioni.
CAVALIERE Ci penserò.
Studierò l'articolo, e vedrò qual compenso si può trovare, perché siate soddisfatta.
ISABELLA Ricordatevi ch'io son dama, ed ella no.
CAVALIERE Benissimo.
ISABELLA Ch'io sono la padrona di casa.
CAVALIERE Dite bene.
E che anche per ragione d'età vi si deve maggior rispetto.
ISABELLA Come c'entra l'età? Per questo capo non pretendo ragione alcuna.
CAVALIERE Voglio dire...
ISABELLA M'avete inteso.
Ditelo al Conte mio marito, ditelo al Contino mio figlio, ch'io voglio le mie soddisfazioni, altrimenti so io quel che farò.
Cavaliere, vi attendo colla risposta (parte).
CAVALIERE Poco mì costa secondar l'umore di questa pazza, tanto più che con questa occasione spero introdurmi dalla signora Doralice, la quale è più giovine ed è più bella (parte).
SCENA SEDICESIMA
Salotto nell'appartamento del Conte Anselmo
Brighella ed Arlecchino vestito all'armena, con barba finta.
BRIGHELLA Cussì, come ve diseva, el me padron l'è impazzido per le antichità; el tól tutto, el crede tutto; el butta via i so denari in cosse ridicole, in cosse che no val niente.
ARLECCHINO Cossa avi intenzion? Che el me tóga mì per un'antigàja?
BRIGHELLA V'ho vestido con sti abiti, e v'ho fatto metter sta barba, per condurve dal me padron, dargh da intender che si un antiquario, e farghe comprar tutte quelle strazzarìe che v'ho dà.
E po i denari li spartirem metà per uno.
ARLECCHINO Ma se el signor cont me scovre, e inveze de denari el me favorisse delle bastonade, le spartiremo metà per un?
BRIGHELLA Nol v'ha mai visto; nol ve conosce.
E po, co sta barba e co sti abiti parì un armeno d'Armenia.
ARLECCHINO Ma se d'Armenia no so parlar!
BRIGHELLA Ghe vol tanto a finzer de esser armeno? Gnanca lu nol l'intende quel linguagio; basta terminar le parole in ira, in ara, e el ve crede un armeno italianà.
ARLECCHINO Volìra, vedìra, compràra; dìghia ben?
BRIGHELLA Benissimo.
Arecordéve i nomi che v'ho dito per vendergh le rarità, e faremo pulito!
ARLECCHINO Un gran ben che ghe volì al voster padron!
BRIGHELLA Ve dirò.
Ho procurà de illuminarlo, de disingannarlo: ma nol vól.
El butta via i so denari con questo e con quello; za che la casa se brusa, me voi scaldar anca mì.
ARLECCHINO Bravissim.
Tutt sta che me recorda tutto.
BRIGHELLA Vardé no fallar...
Oh! eccolo che el vien.
SCENA DICIASSETTESIMA
Il Conte Anselmo e detti
BRIGHELLA Signor padron, l'è qua l'armeno dalle antigàggie.
ANSELMO Oh bravo! Ha delle cose buone?BRIGHELLA Cosse belle! cosse stupende!ANSELMO Amico, vi saluto (ad Arlecchino).
ARLECCHINO Saludara, patrugna cara.
(Dìghia ben?) (a Brighella).
BRIGHELLA (Pulito).
ANSELMO Che avete di bello da mostrarmi?
ARLECCHINO (fa vedere un lume da olio, ad uso di cucina) Questo stara...
stara.
(cossa stara?) (piano a Brighella).
BRIGHELLA (Lume eterno) (piano ad Arlecchino).
ARLECCHINO Stara luma lanterna, trovata in Palàmida de getto, in sepolcro Bartolomeo.
ANSELMO Cosa diavolo dice? Io non l'intendo.
BRIGHELLA L'aspetta; mì intendo un pochetto l'armeno.
Aracapi, nicoscópi, ramarcatà (finge parlare armeno).
ARLECCHINO La racaracà, taratapatà, baracacà, curocù, caracà (finge risponder armeno a Brighella).
BRIGHELLA Vedela? Ho inteso tutto.
El dis che l'è un lume eterno trovà nelle piramidi d'Egitto, nel sepolcro de Tolomeo.
ARLECCHINO Stara, stara.
ANSELMO Ho inteso, ho inteso.
(Oh che cosa rara! Se lo posso avere, non mì scappa dalle mani).
Quanto ne volete?
ARLECCHINO Vinta zecchina.
ANSELMO Oh! è troppo.
Se me lo deste per dieci, ancor ancora lo prenderei.
ARLECCHINO No podìra, no podìra.
ANSELMO Finalmente...
non è una gran rarità.
(Oh! lo voglio assolutamente).
BRIGHELLA Volela che l'aggiusta mì?
ANSELMO (gli fa cenno con le mani che gli offerisca dodici zecchini).
BRIGHELLA Lamacà, volenìch, calabà?
ARLECCHINO Salamìn, salamùn, salamà.
BRIGHELLA Curìch, maradàs, chiribàra?
ARLECCHINO Sarich, micòn, tiribio.
ANSELMO (Che linguaggio curioso! E Brighella l'intende!).
BRIGHELLA Sior padron, l'è aggiustada.
ANSELMO Sì, quanto?
BRIGHELLA Quattórdese zecchini
ANSELMO Non vi è male.
Son contento.
Galantuomo, quattordici zecchini?
ARLECCHINO Stara, stara.
ANSELMO Sì, stara, stara.
Ecco i vostri denari (glie li conta).
ARLECCHINO Obbligàra, obbligàra.
ANSELMO E se avera altra...
altra...
rara, portàra.
ARLECCHINO Si, portàra, vegnìra, cuccàra.
ANSELMO Che cosa vuol dir cuccara? (a Brighella).
BRIGHELLA Vuol dir distinguer da un altro.
ANSELMO Benissimo: se cuccàra mì, mì cuccàra ti (ad Arlecchino).
ARLECCHINO Mi cuccàra ti, ma ti no cuccàra mì.
ANSELMO Si, promettèra.
BRIGHELLA Andara, andara.
ARLECCHINO Saludara.
Patrugna (parte).
BRIGHELLA Aspettara, aspettara (vuol seguirlo).
ANSELMO Senti (a Brighella).
BRIGHELLA La lassa che lo compagna...
(in atto di andarsene).
ANSELMO Ma senti (lo vuol trattenere).
BRIGHELLA Vegnira, vegnira.
Pól esser che el gh'abbia qualcossa altro.
(Maladetto! I mì sette zecchini) (parte correndo).
SCENA DICIOTTESIMA
Il Conte Anselmo, poi Pantalone.
ANSELMO Gran fortuna è stata la mia! Questa sorta d'antichità non si trova così facilmente.
Gran Brighella per trovare i mercanti d'antichità! Questo lume eterno l'ho tanto desiderato, e poi trovarlo sì raro! Di quei d'Egitto? Quello di Tolomeo? Voglio farlo legare in oro, come una gemma.
PANTALONE Con grazia, se pól vegnir? (di dentro).
ANSELMO È il signor Pantalone? Venga, venga.
PANTALONE Servitore umilissimo, sior Conte.
ANSELMO Buon giorno, il mio caro amico.
Voi che siete mercante, uomo di mondo, e intendente di cose rare, stimatemi questa bella antichità.
PANTALONE La me ha ben in concetto de un bravo mercante a farme stimar una luse da oggio !
ANSELMO Povero signor Pantalone, non sapete niente.
Questo è il lume eterno del sepolcro di Tolomeo.
PANTALONE (ride).
ANSELMO Sì, di Tolomeo, ritrovato in una delle piramidi d'Egitto.
PANTALONE (ride).
ANSELMO Ridete, perché non ve n'intendete.
PANTALONE Benissimo, mì son ignorante, ella xé virtuoso, e non voi catar bega su questo.
Ghe digo ben che tutta la città se fa maravéggia, che un cavalier della so sorte perda el so tempo, e sacrifica i so bezzi, in sta sorte de minchionerie.
ANSELMO L'invidia fa parlare i malevoli; e quei stessi che mì condannano in pubblico, mì applaudiscono in privato.
PANTALONE No ghe nissun che gh'abbia invidia della so galleria, che consiste in tun capital de strazze.
No gh'è nissun che ghe pensa un bezzo de vederlo un'altra volta andar in malora; ma mì che gh'ho in sta casa mia fia; mì che gh'ho dà el mio sangue, non posso far de manco da no sentir con della passion le pasquinade che se fa della so mala condotta.
ANSELMO Ognuno a questo mondo ha qualche divertimento.
Chi gioca, chi va all'osteria; io ho il divertimento delle antichità.
PANTALONE Me dispiase de mia fia, da resto no ghe penso un figo.
ANSELMO Vostra figlia sta bene, e non le manca niente.
PANTALONE No ghe manca gnente! ma no la gh'ha gnanca un strazzo de abito d'andar fóra de casa.
ANSELMO Sentite, amico; io in queste cose non me ne voglio impicciare.
PANTALONE Ma qua bisogna trovarghe remedio assolutamente.
ANSELMO Andate da mia moglie, parlate con lei, intendetevi con lei, non mì rompete il capo.
PANTALONE E se no la ghe remedierà éla, ghe remedierò mì.
ANSELMO Lasciatemi in pace; ho da badare alle mie medaglie, al mio museo, al mio museo.
PANTALONE Perché mia fia la xé fia de un galantomo, e la pól star al pari de chi se sia.
ANSELMO Io non so che cosa vi dite.
Só che questo lume eterno è una gioja.
Signor Pantalone, vi riverisco (parte).
SCENA DICIANNOVESIMA
Pantalone, poi Doralice.
PANTALONE Cusì el me ascolta? A so tempo se parleremo.
Ma vien mia fia; bisogna regolarse con prudenza.
DORALICE Caro signor padre, venite molto poco a vedermi.
PANTALONE Cara fia; savé che gh'ho i mì interessi.
E po no vegno tanto spesso, per no sentir pettegolezzi.
DORALICE Quello che vi ho scritto in quel biglietto, è pur troppo la verità.
PANTALONE Mo za, vu altre donne disé sempre la verità.
DORALICE Dopo ch'io sono in questa casa, non ho avuto un'ora di bene.
PANTALONE Vostro marìo come ve tràtelo?
DORALICE Di lui non mì posso dolere.
È buono, mì vuol bene e non mì dà mai un disgusto.
PANTALONE Cossa voléu de più? No ve basta?
DORALICE Mia suocera non mì può vedere.
PANTALONE Andé colle bone, procuré de segondarla, dissimulé qualcossa; fé finta de no saver; fé finta de no sentir.
Col tempo anca éla la ve vorrà ben.
DORALICE In casa tutti si vestono, tutti spendono, tutti godono, ed io niente.
PANTALONE Abbié pazienzia; vegnirà el zorno che staré ben anca vu.
Sé ancora novella in casa; gnancora no podé comandar.
DORALICE Sino la cameriera mì maltratta, e non mì vuol obbedire.
PANTALONE La xé cameriera vecchia de casa.
DORALICE Però le ho dato uno schiaffo.
PANTALONE Gh'avé dà un schiaffo?
DORALICE E come che gliel'ho dato! E buono!
PANTALONE E me lo conté a mì? e me lo disé co sta bella disinvoltura? Quattro zorni che sé in sta casa, scomenzè subito a menar le man, e po pretendé che i ve voggia ben, che i ve tratta ben e che i ve sodisfa? Me maraveggio dei fatti vostri; se saveva sta cossa, no ve vegniva gnanca a trovar.
Se el fumo della nobiltà che avé acquistà in sta casa, ve va alla testa, consideré un poco mèggio quel che sé, quel che sé stada, e quel che poderessi esser, se mì no ve avesse volesto ben.
Sé muggier de un conte, sé deventada contessa, ma el titolo no basta per farve portar respetto, quando no ve acquisté l'amor della zente colla dolcezza e colla umiltà.
sé stada una povera putta perché, co sé nassua, no gh'aveva i capitali che gh'ho in ancuo, e col tempo e coll'industria i ho multiplicai più per vu, che per mì.
Consideré che poderessi esser ancora una miserabile, se vostro pare no avesse fatto quel che l'ha fatto per vu.
Ringraziè el cielo del ben che gh'avé.
Porté respetto ai vostri maggiori; sié umile, sié paziente, sié bona, e allora saré nobile, saré ricca, saré respettada.
DORALICE Signor padre, vi ringrazio dell'amorosa correzione che mì fate.
PANTALONE Vostra madonna sarà in tutte le furie, e con rason.
DORALICE Non so ancora se lo abbia saputo.
PANTALONE Procuré che no la lo sappia.
E se mai la lo avesse savesto, recordéve de far el vostro debito.
DORALICE Qual è questo mio debito?
PANTALONE Andé da vostra madonna, e domandeghe scusa.
DORALICE Domandarle scusa poi non mì par cosa da mia pari.
PANTALONE No la ve par cossa da par vostro? Cossa seu vu? Chi seu? Seu qualche principessa? Povera sporca! Via, via; sé matta la vostra parte.
DORALICE Non andate in collera.
Le domanderò scusa.
Ma voglio assolutamente che mì faccia quest'abito.
PANTALONE Adesso, dopo la strambarìa che avé fatto, no xé tempo da domandarghelo.
DORALICE Dunque starò senza? Dunque non anderò in nessun luogo? Sia maladetto quando sono venuta in questa casa.
PANTALONE Via, vipera, via, subito maledir.
DORALICE Ma se mì veggio trattata peggio di una serva.
PANTALONE Orsù, vegnì qua; per sta volta voi remediar mì sti desordini.
Tiolé sti cinquanta zecchini; féve el vostro bisogno; ma recordeve ben che no senta mai più reclami dei fatti vostri.
DORALICE Vi ringrazio, signor padre, vi ringrazio.
Vi assicuro che non avrete a dolervi di me.
Un'altra cosa mì avreste a regalare, e poi non vi disturbo mai più.
PANTALONE Cossa vorressi, via, cossa vorressi?
DORALICE Quell'orologio.
Voi ne avete altri due.
PANTALONE Voi contentarve anca in questo.
Tiolé.
(No gh'ho altro che sta putta).
Ma ve torno a dir, abbié giudizio e feve voler ben (le da il suo orologio d'oro).
DORALICE Non dubitate; sentirete come mì conterrò.
PANTALONE Via, cara fia, dàme un poco de consolazion.
No gh'ho altri a sto mondo che ti.
Dopo la mia morte, ti sarà parona de tutto.
Tutte le mie strùscie, tutte le mie fadighe le ho fatte per ti.
Co te vedo, me consolo.
Co so che ti sta ben, vegno tanto fatto, e co sento criori, pettegolezzi, me casca el cuor, me vien la morte, pianzo co fa un putello (piangendo parte).
SCENA VENTESIMA
Doralice, poi Brighella.
DORALICE Povero padre, è molto buono.
Non somiglia a queste bestie, che sono qui in casa.
Se non fosse per mio marito, non ci starei un momento.
BRIGHELLA Signora, gh'è qua un cavalier che ghe vorave far visita.
DORALICE Un cavaliere? Chi è?
BRIGHELLA II signor Cavalier del Bosco.
DORALICE Mi dispiace ché sono così in confidenza.
Venga, non so che dire.
Ehi, sentite!
BRIGHELLA La comandi.
DORALICE Andate subito da un mercante, e ditegli che mì porti tre o quattro pezze di drappo con oro o argento, per farmi un abito.
BRIGHELLA La sarà servida.
Ma la perdona, lo salo el padron?
DORALICE Che impertinenza! Fate quello che vi ordino, e non pensate altro.
BRIGHELLA (Eh, la se farà, la se farà) (parte).
SCENA VENTUNESIMA
Doralice, poi il Cavaliere Del Bosco.
DORALICE In questa casa hanno molto avvezzata male la servitù; ma io col tempo vi porrò la riforma.
Oh, non ha d'andare così.
Un poco colle buone, un poco colle cattive, ha da venire il tempo che ho da essere io la padrona.
CAVALIERE Madama, vi sono schiavo.
DORALICE Vi son serva.
CAVALIERE Perdonate se mì son preso l'ardire di venirvi a fare una visita.
DORALICE È molto che il signor cavaliere si sia degnato di venire da me.
Favorisce tutti i giorni questa casa, ma la mia camera mai.
CAVALIERE Non ardivo di farlo, per non darvi incomodo.
DORALICE Dite per non dispiacere alla signora Contessa Isabella.
CAVALIERE A proposito, madama, avrei da discorrervi qualche poco di un affare che interessa tutte due egualmente.
DORALICE V'ascolterò volentieri.Elà, da sedere (viene un servitore che porta le sedie).
CAVALIERE So che voi, o signora, siete piena di bontà; onde spero riceverete in buon grado un ufficio amichevole, ch'io sono per farvi.
DORALICE Quando saprò di che, vi risponderò.
CAVALIERE Ditemi, signora Contessa, cosa avete fatto voi alla cameriera di vostra suocera?
DORALICE Le ho dato uno schiaffo.
E per questo ? Se è cameriera sua, è cameriera anche mia.
Voglio esser servita, e non mì si ha da perdere il rispetto; e se questa volta le ho dato uno schiaffo, un'altra volta le romperò la testa.
CAVALIERE Signora, io credo che voi scherziate.
DORALICE Perché lo credete?
CAVALIERE Perché mì dite queste cose con placidezza, e si vede che non siete in collera.
DORALICE Questo è il mio naturale.
Io vado in collera sempre così.
CAVALIERE La signora Contessa Isabella si chiama offesa.
DORALICE Mi dispiace.
CAVALIERE E sarebbe bene vedere di aggiustar la cosa, prima che gli animi s'intorbidassero soverchiamente.
DORALICE Io non ci penso più.
CAVALIERE Lo credo che non ci penserete più; ma ci pensa la signora suocera, che è restata offesa.
DORALICE E così, che cosa pretenderebbe?
CAVALIERE Troveremo il modo dell'aggiustamento.
DORALICE Il modo è facile, ve l'insegnerò io.
Cacciar di casa la cameriera.
CAVALIERE In questa maniera la parte offesa pagherebbe la pena.
DORALICE Orsú, signor cavaliere, mutiamo discorso.
CAVALIERE Signora mia, quando il discorso vi offende, lo tralascio subito.
(Non la vo' disgustare).
DORALICE Mi pareva impossibile che foste venuto a visitarmi per farmi una finezza.
CAVALIERE Perché, signora, perché?
DORALICE La signora suocera mì tien lontana dalle conversazioni; dubito sia perché tema ch'io le usurpi gli adoratori.
CAVALIERE (È furba quanto il diavolo).
DORALICE Ma non dubiti, non dubiti.
Io prima non sono né bella, né avvenente; e poi abbado a mio marito, e non altro.
CAVALIERE Sdegnereste dunque l'offerta d'un cavaliere, che senza offesa della vostra modestia aspirasse a servirvi?
DORALICE E chi volete che si perda con me?
CAVALIERE Io mì chiamerei fortunato, se vi compiaceste ricevermi per vostro servo.
DORALICE Signor cavaliere, siete impegnato colla Contessa Isabella.
CAVALIERE Io sono amico di casa; ma per essa non ho alcuna parzialità.
Ella ha il suo dottore, quello è il suo cicisbeo antico.
DORALICE È antica ancor ella.
CAVALIERE Sì, ma non vuol esserlo.
DORALICE Non si vergogna mettersi colla gioventú.
Ella fa le grazie con tutti, vuol saper di tutto, vuol entrare in tutto.
Mi fa una rabbia che non la posso soffrire.
CAVALIERE E avvezzata così.
DORALICE Bene, ma è passato il suo tempo; adesso deve cedere il luogo.
CAVALIERE Deve cedere il luogo a voi.
DORALICE Mi parrebbe di sì.
CAVALIERE Eppure ancora ha i suoi grilli in capo.
DORALICE Causa quel pazzo di suo marito.
CAVALIERE Signora, direte ch'io sono un temerario a supplicarvi di una grazia il primo giorno che ho l'onore di offerirvi la mia servitù?.
DORALICE Comandate; dove posso, vi servirò.
CAVALIERE Vorrei che mì faceste comparir bene colla signora Contessa Isabella.
DORALICE Se lo dico: avete paura di lei.
CAVALIERE Ma se possiamo coltivare la nostra amicizia con pace e quiete, non è meglio?
DORALICE Con quella bestiaccia sarà impossibile.
CAVALIERE (Vorrei vedere se potessi essere amico di tutte due).
DORALICE Lo sapete pure: mia suocera è una pazza.
CAVALIERE Sì, è vero, è una pazza.
DORALICE Come pensereste di accomodare questa gran cosa? Non credo mai vi verrà in capo di consigliarmi a cedere.
CAVALIERE Anzi avete a star sulle vostre.
DORALICE Scusi, non mì pare che tocchi a me domandarla.
CAVALIERE No, certamente, non tocca a voi.
DORALICE (E mio padre mì diceva che toccava a me).
CAVALIERE (Sono imbrogliato più che mai).
DORALICE La servitù mì ha da portar rispetto.
CAVALIERE Senz'altro.
DORALICE E a chi mì perde il rispetto, non devo perdonare.
CAVALIERE No certamente.
DORALICE (Oh guardate! Mio padre che mì vorrebbe umile!).
CAVALIERE Ma pure qualche maniera bisogna ritrovare per accomodare questa differenza.
DORALICE Purché io non resti pregiudicata, qualche cosa farò.
CAVALIERE Faremo così.
Procurerò che vi troviate a caso in un medesimo luogo.
Dirò io qualche cosa per l'una e per l'altra.
Mi basta che voi vi contentiate di salutar prima la vostra suocera.
DORALICE Salutarla prima? Perché?
CAVALIERE Perché è suocera.
DORALICE Oh! questo non fa il caso
CAVALIERE Perché è più vecchia di voi.
DORALICE Oh! perché è più vecchia, lo farò.
CAVALIERE Eccola che viene.
DORALICE Mi si rimescola tutto il sangue, quando la vedo.
(s'alzano).
SCENA VENTIDUESIMA
La Contessa Isabella e detti.
ISABELLA Signor cavaliere, vi siete divertito bene? Me ne rallegro.
CAVALIERE (la tira in disparte) Signora Contessa, ho fatto tutto.
La signora Doralice è pentita del suo trascorso.
È pronta a domandarvi scusa; ma voi, savia e prudente, non l'avete a permettere.
Vi avete a contentare della sua disposizione; e per prova di questa basta ch'ella sia la prima a salutarvi.
ISABELLA Salutarmi, e non altro? (piano al Cavaliere).
CAVALIERE (Adesso, adesso, aspettate).
Signora Contessina, a voi.
Compiacetemi di fare quello che avete detto (piano a Doralice).
DORALICE Signora, perché siete più vecchia di me, vi riverisco (alla Contessa Isabella, e parte).
ISABELLA Temeraria! Me la pagherai (parte).
CAVALIERE Ecco fatto l'aggiustamento (parte).
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Camera di Doralice
Doralice ed il Conte Giacinto.
GIACINTO Gran disgrazia! Gran disgrazia! In questa nostra casa non si può vivere un giorno in pace.
DORALICE Lo dite a me? Io non do fastidio a nessuno.
GIACINTO Eh, Doralice mia, se mì voleste bene, non vi regolereste così.
DORALICE Ma di che mai vi potete dolere?
GIACINTO Voi non volete rispettare mia madre.
DORALICE Che cosa pretendete ch'io faccia, per darle un segno del mio rispetto? Volete che vada a darle l'acqua da lavare le mani? Che vada a tirarle le calze, quando va a letto?
GIACINTO Oh! non la vogliamo finir bene.
DORALICE Dite, non lo sapete ch'io sono stata stamattina la prima a salutarla?
GIACINTO Sì, e nel salutarla l'avete strapazzata.
DORALICE L'ho strapazzata? Non è vero.
GIACINTO Le avete detto vecchia.
DORALICE Oh, oh, oh! Mi fate ridere.
Perché le ho detto vecchia, s'intende ch'io l'abbia strapazzata? Pretende forse di essere giovane?
GIACINTO Non è una giovanetta, ma non le si può dire ancor vecchia.
DORALICE È vostra madre.
GIACINTO Quando sarete voi di quell'età, avrete piacere che vi dicano vecchia?
DORALICE Quando sarò di quell'età, vi risponderò.
GIACINTO Fate con gli altri quello che vorreste che fosse fatto con voi.
DORALICE Se a mia suocera le dicessi che è giovane, mì parrebbe in verità di burlarla.
GIACINTO Che bisogno c'è che le diciate giovane o vecchia? Questo è il discorso più odioso che possa farsi a voi altre donne.
Non vi è nessuna, per vecchia che sia, che se lo voglia sentir dire.
Sino ai trent'anni ve li nascondete a tre o quattro per volta; dai trenta in su, si nascondono a decine e dozzine.
Voi adesso avete ventitré anni; scommetto qualche cosa di bello, che da qui a dieci anni ne avrete ventiquattro.
DORALICE Via, bravo.
Se volete che vostra madre sia più giovane di me, lo sarà.
GIACINTO Queste sono freddure.
Vorrei, vi torno a dire, che consideraste che ella è mia madre, che le portaste un poco più di rispetto.
DORALICE Sì, le farò carezze, le ballerò anche una furlanetta alla veneziana.
GIACINTO Orsú, vedo che non posso sperar niente; e converrà pensare al rimedio.
DORALICE Se foste un uomo, a quest'ora ci avreste pensato.
Ma, compatitemi, siete ancora ragazzo.
GIACINTO Io? Perché?
DORALICE Perché se foste un uomo di senno, non avreste permesso che vostro padre e vostra madre consumassero miseramente ventimila scudi, senza nemmeno fare un abito alla vostra moglie.
GIACINTO A proposito, l'abito mì ha detto mia madre che si farà...
DORALICE Non ho bisogno di lei.
Lo farò senza di lei; questi sono denari, e or ora verrà il mercante (gli fa vedere una borsa).
GIACINTO Chi ve li ha dati?
DORALICE Mio padre mì ha regalato cinquanta zecchini e questo orologio.
GIACINTO Ho rossore che vostro padre abbia ad incomodarsi per voi.
Ma gli sono obbligato e voglio andare io medesimo a ringraziarlo.
DORALICE Fatemi un piacere, mandatemi Colombina.
GIACINTO Non vorrà venire.
DORALICE Mandatela con qualche pretesto; mì preme di parlarle.
GIACINTO Per amor del cielo, non fate peggio.
DORALICE Non dubitate.
GIACINTO Avrei piacere che vedeste mia madre.
DORALICE Se mì vuol vedere, questa è la mia camera.
GIACINTO Non so che dire, vi vuol pazienza (parte).
SCENA SECONDA
Doralice sola.
DORALICE Giacinto facilmente si fa piegare dove e come si vuole.
Mi preme tenerlo forte e costante dal mio partito, perché, a suo tempo, spero ridurlo a far quello che non ha coraggio di fare.
SCENA TERZA
Colombina e detta.
COLOMBINA Oh, questa è bella! Tutti mì comandano.
Anche il signor Contino si vuol far servire da me.
DORALICE Colombina.
COLOMBINA Signora.
DORALICE Poverina! ti ho dato quello schiaffo; me ne dispiace infinitamente.
COLOMBINA Ancora sento il bruciore.
DORALICE Vieni qua, voglio che facciamo la pace.
COLOMBINA La mia padrona, in tant'anni ch'io la servo, non mì ha mai toccato.
DORALICE La tua padrona ?
COLOMBINA Signora sì, signora sì, la mia padrona.
DORALICE Dimmi un poco, quanto ti dà di salario la tua padrona?
COLOMBINA Mi dà uno scudo il mese.
DORALICE Povera ragazza! non ti dà altro che uno scudo il mese? Ti dà molto poco.
COLOMBINA Certo, per dirla, mì dà poco, perché a servirla come la servo io...
DORALICE Quando io era a casa mia, la mia cameriera aveva da mio padre uno zecchino il mese.
COLOMBINA Uno zecchino?
DORALICE Sì, uno zecchino, e gl'incerti arrivavano fino a una doppia.
COLOMBINA Oh, se capitasse a me una fortuna simile!
DORALICE Lascieresti la tua padrona?
COLOMBINA Per raddoppiare il salario, sarei ben pazza se non la lasciassi.
DORALICE Senti, Colombina, se vuoi, l'occasione è pronta.
COLOMBINA Oh, il cielo lo volesse! E con chi?
DORALICE Con me, se non isdegni di venirmi a servire.
COLOMBINA Con voi, signora ?
DORALICE Sì, con me.
Vedi bene che senza una cameriera non posso stare, e mio padre supplirà al salario.
Io, benché abbia un poco gridato con te, finalmente capisco che sei una giovane di abilità, fedele ed attenta; onde, se non ricusi l'offerta, eccoti due zecchini per il salario anticipato dei due primi mesi.
COLOMBINA Vossignoria illustrissima mì obbliga in una maniera, che non posso dire di no.
DORALICE Dunque starai al mio servizio?
COLOMBINA Illustrissima sì.
DORALICE Ma mia suocera che dirà ?
COLOMBINA Questo è il punto.
Che dirà?
DORALICE Troveremo la maniera di farglielo sapere.
Per oggi non le diciamo nulla.
COLOMBINA Benissimo, farò quello che comanda Vossignoria Illustrissima.
Ma se la signora Isabella mì chiama, se mì ordina qualche cosa, l'ho da servire?
DORALICE Sì, l'hai da servire.
Anzi non hai da mostrare di e
...
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