LA SUOCERA E LA NUORA, di Carlo Goldoni - pagina 5
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Ma la perdona, lo salo el padron?
DORALICE Che impertinenza! Fate quello che vi ordino, e non pensate altro.
BRIGHELLA (Eh, la se farà, la se farà) (parte).
SCENA VENTUNESIMA
Doralice, poi il Cavaliere Del Bosco.
DORALICE In questa casa hanno molto avvezzata male la servitù; ma io col tempo vi porrò la riforma.
Oh, non ha d'andare così.
Un poco colle buone, un poco colle cattive, ha da venire il tempo che ho da essere io la padrona.
CAVALIERE Madama, vi sono schiavo.
DORALICE Vi son serva.
CAVALIERE Perdonate se mì son preso l'ardire di venirvi a fare una visita.
DORALICE È molto che il signor cavaliere si sia degnato di venire da me.
Favorisce tutti i giorni questa casa, ma la mia camera mai.
CAVALIERE Non ardivo di farlo, per non darvi incomodo.
DORALICE Dite per non dispiacere alla signora Contessa Isabella.
CAVALIERE A proposito, madama, avrei da discorrervi qualche poco di un affare che interessa tutte due egualmente.
DORALICE V'ascolterò volentieri.Elà, da sedere (viene un servitore che porta le sedie).
CAVALIERE So che voi, o signora, siete piena di bontà; onde spero riceverete in buon grado un ufficio amichevole, ch'io sono per farvi.
DORALICE Quando saprò di che, vi risponderò.
CAVALIERE Ditemi, signora Contessa, cosa avete fatto voi alla cameriera di vostra suocera?
DORALICE Le ho dato uno schiaffo.
E per questo ? Se è cameriera sua, è cameriera anche mia.
Voglio esser servita, e non mì si ha da perdere il rispetto; e se questa volta le ho dato uno schiaffo, un'altra volta le romperò la testa.
CAVALIERE Signora, io credo che voi scherziate.
DORALICE Perché lo credete?
CAVALIERE Perché mì dite queste cose con placidezza, e si vede che non siete in collera.
DORALICE Questo è il mio naturale.
Io vado in collera sempre così.
CAVALIERE La signora Contessa Isabella si chiama offesa.
DORALICE Mi dispiace.
CAVALIERE E sarebbe bene vedere di aggiustar la cosa, prima che gli animi s'intorbidassero soverchiamente.
DORALICE Io non ci penso più.
CAVALIERE Lo credo che non ci penserete più; ma ci pensa la signora suocera, che è restata offesa.
DORALICE E così, che cosa pretenderebbe?
CAVALIERE Troveremo il modo dell'aggiustamento.
DORALICE Il modo è facile, ve l'insegnerò io.
Cacciar di casa la cameriera.
CAVALIERE In questa maniera la parte offesa pagherebbe la pena.
DORALICE Orsú, signor cavaliere, mutiamo discorso.
CAVALIERE Signora mia, quando il discorso vi offende, lo tralascio subito.
(Non la vo' disgustare).
DORALICE Mi pareva impossibile che foste venuto a visitarmi per farmi una finezza.
CAVALIERE Perché, signora, perché?
DORALICE La signora suocera mì tien lontana dalle conversazioni; dubito sia perché tema ch'io le usurpi gli adoratori.
CAVALIERE (È furba quanto il diavolo).
DORALICE Ma non dubiti, non dubiti.
Io prima non sono né bella, né avvenente; e poi abbado a mio marito, e non altro.
CAVALIERE Sdegnereste dunque l'offerta d'un cavaliere, che senza offesa della vostra modestia aspirasse a servirvi?
DORALICE E chi volete che si perda con me?
CAVALIERE Io mì chiamerei fortunato, se vi compiaceste ricevermi per vostro servo.
DORALICE Signor cavaliere, siete impegnato colla Contessa Isabella.
CAVALIERE Io sono amico di casa; ma per essa non ho alcuna parzialità.
Ella ha il suo dottore, quello è il suo cicisbeo antico.
DORALICE È antica ancor ella.
CAVALIERE Sì, ma non vuol esserlo.
DORALICE Non si vergogna mettersi colla gioventú.
Ella fa le grazie con tutti, vuol saper di tutto, vuol entrare in tutto.
Mi fa una rabbia che non la posso soffrire.
CAVALIERE E avvezzata così.
DORALICE Bene, ma è passato il suo tempo; adesso deve cedere il luogo.
CAVALIERE Deve cedere il luogo a voi.
DORALICE Mi parrebbe di sì.
CAVALIERE Eppure ancora ha i suoi grilli in capo.
DORALICE Causa quel pazzo di suo marito.
CAVALIERE Signora, direte ch'io sono un temerario a supplicarvi di una grazia il primo giorno che ho l'onore di offerirvi la mia servitù?.
DORALICE Comandate; dove posso, vi servirò.
CAVALIERE Vorrei che mì faceste comparir bene colla signora Contessa Isabella.
DORALICE Se lo dico: avete paura di lei.
CAVALIERE Ma se possiamo coltivare la nostra amicizia con pace e quiete, non è meglio?
DORALICE Con quella bestiaccia sarà impossibile.
CAVALIERE (Vorrei vedere se potessi essere amico di tutte due).
DORALICE Lo sapete pure: mia suocera è una pazza.
CAVALIERE Sì, è vero, è una pazza.
DORALICE Come pensereste di accomodare questa gran cosa? Non credo mai vi verrà in capo di consigliarmi a cedere.
CAVALIERE Anzi avete a star sulle vostre.
DORALICE Scusi, non mì pare che tocchi a me domandarla.
CAVALIERE No, certamente, non tocca a voi.
DORALICE (E mio padre mì diceva che toccava a me).
CAVALIERE (Sono imbrogliato più che mai).
DORALICE La servitù mì ha da portar rispetto.
CAVALIERE Senz'altro.
DORALICE E a chi mì perde il rispetto, non devo perdonare.
CAVALIERE No certamente.
DORALICE (Oh guardate! Mio padre che mì vorrebbe umile!).
CAVALIERE Ma pure qualche maniera bisogna ritrovare per accomodare questa differenza.
DORALICE Purché io non resti pregiudicata, qualche cosa farò.
CAVALIERE Faremo così.
Procurerò che vi troviate a caso in un medesimo luogo.
Dirò io qualche cosa per l'una e per l'altra.
Mi basta che voi vi contentiate di salutar prima la vostra suocera.
DORALICE Salutarla prima? Perché?
CAVALIERE Perché è suocera.
DORALICE Oh! questo non fa il caso
CAVALIERE Perché è più vecchia di voi.
DORALICE Oh! perché è più vecchia, lo farò.
CAVALIERE Eccola che viene.
DORALICE Mi si rimescola tutto il sangue, quando la vedo.
(s'alzano).
SCENA VENTIDUESIMA
La Contessa Isabella e detti.
ISABELLA Signor cavaliere, vi siete divertito bene? Me ne rallegro.
CAVALIERE (la tira in disparte) Signora Contessa, ho fatto tutto.
La signora Doralice è pentita del suo trascorso.
È pronta a domandarvi scusa; ma voi, savia e prudente, non l'avete a permettere.
Vi avete a contentare della sua disposizione; e per prova di questa basta ch'ella sia la prima a salutarvi.
ISABELLA Salutarmi, e non altro? (piano al Cavaliere).
CAVALIERE (Adesso, adesso, aspettate).
Signora Contessina, a voi.
Compiacetemi di fare quello che avete detto (piano a Doralice).
DORALICE Signora, perché siete più vecchia di me, vi riverisco (alla Contessa Isabella, e parte).
ISABELLA Temeraria! Me la pagherai (parte).
CAVALIERE Ecco fatto l'aggiustamento (parte).
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
Camera di Doralice
Doralice ed il Conte Giacinto.
GIACINTO Gran disgrazia! Gran disgrazia! In questa nostra casa non si può vivere un giorno in pace.
DORALICE Lo dite a me? Io non do fastidio a nessuno.
GIACINTO Eh, Doralice mia, se mì voleste bene, non vi regolereste così.
DORALICE Ma di che mai vi potete dolere?
GIACINTO Voi non volete rispettare mia madre.
DORALICE Che cosa pretendete ch'io faccia, per darle un segno del mio rispetto? Volete che vada a darle l'acqua da lavare le mani? Che vada a tirarle le calze, quando va a letto?
GIACINTO Oh! non la vogliamo finir bene.
DORALICE Dite, non lo sapete ch'io sono stata stamattina la prima a salutarla?
GIACINTO Sì, e nel salutarla l'avete strapazzata.
DORALICE L'ho strapazzata? Non è vero.
GIACINTO Le avete detto vecchia.
DORALICE Oh, oh, oh! Mi fate ridere.
Perché le ho detto vecchia, s'intende ch'io l'abbia strapazzata? Pretende forse di essere giovane?
GIACINTO Non è una giovanetta, ma non le si può dire ancor vecchia.
DORALICE È vostra madre.
GIACINTO Quando sarete voi di quell'età, avrete piacere che vi dicano vecchia?
DORALICE Quando sarò di quell'età, vi risponderò.
GIACINTO Fate con gli altri quello che vorreste che fosse fatto con voi.
DORALICE Se a mia suocera le dicessi che è giovane, mì parrebbe in verità di burlarla.
GIACINTO Che bisogno c'è che le diciate giovane o vecchia? Questo è il discorso più odioso che possa farsi a voi altre donne.
Non vi è nessuna, per vecchia che sia, che se lo voglia sentir dire.
Sino ai trent'anni ve li nascondete a tre o quattro per volta; dai trenta in su, si nascondono a decine e dozzine.
Voi adesso avete ventitré anni; scommetto qualche cosa di bello, che da qui a dieci anni ne avrete ventiquattro.
DORALICE Via, bravo.
Se volete che vostra madre sia più giovane di me, lo sarà.
GIACINTO Queste sono freddure.
Vorrei, vi torno a dire, che consideraste che ella è mia madre, che le portaste un poco più di rispetto.
DORALICE Sì, le farò carezze, le ballerò anche una furlanetta alla veneziana.
GIACINTO Orsú, vedo che non posso sperar niente; e converrà pensare al rimedio.
DORALICE Se foste un uomo, a quest'ora ci avreste pensato.
Ma, compatitemi, siete ancora ragazzo.
GIACINTO Io? Perché?
DORALICE Perché se foste un uomo di senno, non avreste permesso che vostro padre e vostra madre consumassero miseramente ventimila scudi, senza nemmeno fare un abito alla vostra moglie.
GIACINTO A proposito, l'abito mì ha detto mia madre che si farà...
DORALICE Non ho bisogno di lei.
Lo farò senza di lei; questi sono denari, e or ora verrà il mercante (gli fa vedere una borsa).
GIACINTO Chi ve li ha dati?
DORALICE Mio padre mì ha regalato cinquanta zecchini e questo orologio.
GIACINTO Ho rossore che vostro padre abbia ad incomodarsi per voi.
Ma gli sono obbligato e voglio andare io medesimo a ringraziarlo.
DORALICE Fatemi un piacere, mandatemi Colombina.
GIACINTO Non vorrà venire.
DORALICE Mandatela con qualche pretesto; mì preme di parlarle.
GIACINTO Per amor del cielo, non fate peggio.
DORALICE Non dubitate.
GIACINTO Avrei piacere che vedeste mia madre.
DORALICE Se mì vuol vedere, questa è la mia camera.
GIACINTO Non so che dire, vi vuol pazienza (parte).
SCENA SECONDA
Doralice sola.
DORALICE Giacinto facilmente si fa piegare dove e come si vuole.
Mi preme tenerlo forte e costante dal mio partito, perché, a suo tempo, spero ridurlo a far quello che non ha coraggio di fare.
SCENA TERZA
Colombina e detta.
COLOMBINA Oh, questa è bella! Tutti mì comandano.
Anche il signor Contino si vuol far servire da me.
DORALICE Colombina.
COLOMBINA Signora.
DORALICE Poverina! ti ho dato quello schiaffo; me ne dispiace infinitamente.
COLOMBINA Ancora sento il bruciore.
DORALICE Vieni qua, voglio che facciamo la pace.
COLOMBINA La mia padrona, in tant'anni ch'io la servo, non mì ha mai toccato.
DORALICE La tua padrona ?
COLOMBINA Signora sì, signora sì, la mia padrona.
DORALICE Dimmi un poco, quanto ti dà di salario la tua padrona?
COLOMBINA Mi dà uno scudo il mese.
DORALICE Povera ragazza! non ti dà altro che uno scudo il mese? Ti dà molto poco.
COLOMBINA Certo, per dirla, mì dà poco, perché a servirla come la servo io...
DORALICE Quando io era a casa mia, la mia cameriera aveva da mio padre uno zecchino il mese.
COLOMBINA Uno zecchino?
DORALICE Sì, uno zecchino, e gl'incerti arrivavano fino a una doppia.
COLOMBINA Oh, se capitasse a me una fortuna simile!
DORALICE Lascieresti la tua padrona?
COLOMBINA Per raddoppiare il salario, sarei ben pazza se non la lasciassi.
DORALICE Senti, Colombina, se vuoi, l'occasione è pronta.
COLOMBINA Oh, il cielo lo volesse! E con chi?
DORALICE Con me, se non isdegni di venirmi a servire.
COLOMBINA Con voi, signora ?
DORALICE Sì, con me.
Vedi bene che senza una cameriera non posso stare, e mio padre supplirà al salario.
Io, benché abbia un poco gridato con te, finalmente capisco che sei una giovane di abilità, fedele ed attenta; onde, se non ricusi l'offerta, eccoti due zecchini per il salario anticipato dei due primi mesi.
COLOMBINA Vossignoria illustrissima mì obbliga in una maniera, che non posso dire di no.
DORALICE Dunque starai al mio servizio?
COLOMBINA Illustrissima sì.
DORALICE Ma mia suocera che dirà ?
COLOMBINA Questo è il punto.
Che dirà?
DORALICE Troveremo la maniera di farglielo sapere.
Per oggi non le diciamo nulla.
COLOMBINA Benissimo, farò quello che comanda Vossignoria Illustrissima.
Ma se la signora Isabella mì chiama, se mì ordina qualche cosa, l'ho da servire?
DORALICE Sì, l'hai da servire.
Anzi non hai da mostrare di essere per me, prima che di ciò le sia parlato.
COLOMBINA Ma io sono la cameriera di Vossignoria Illustrissima.
DORALICE Per ora mì basta che tu non mì sia nemica, e che fedelmente mì riporti tutto quello che mia suocera dice di me.
COLOMBINA Oh! circa alla fedeltà, potete di me star sicura.
Vi dirò tutto; anzi, per farvi vedere che sono al vostro servizio, principierò fin da ora a dirvi alcune coserelle che ha dette di voi la mia padrona vecchia.
DORALICE Dimmele, dimmele, che ti sarò grata.
COLOMBINA Ha detto...
Ma per amor del cielo, non le dite nulla.
DORALICE Non dubitate, non parlerò.
COLOMBINA Ha detto che siete una donna ordinaria, che non si degna di voi, e che vi tiene come la sua serva.
DORALICE Ha detto questo?
COLOMBINA L'ha detto in coscienza mia.
Ha detto che vostro marito fa male a volervi bene, e che vuol far di tutto perché vi prenda odio.
DORALICE Ha detto?
COLOMBINA Ve lo giuro l'onor mio.
DORALICE Ha detto altro?
COLOMBINA Non me ne ricordo; ma starò attenta, e tutto quello che saprò, ve lo dirò.
DORALICE Non occorr'altro, ci siamo intese.
COLOMBINA Vado, per non dar sospetto.
(Per uno zecchino il mese, non solo riporterò quello che si dice di lei, ma vi aggiungerò anche qualche cosa del mio) (parte).
SCENA QUARTA
Doralice, poi Colombina.
DORALICE Io sono una donna ordinaria? una donna ordinaria? Ardita! Non si degna di me? Io non mì degno di lei, che se non era io, si morirebbe di fame.
Mio marito fa male a volermi bene? Fa male mio marito a rompermi il capo, perché io porti rispetto a questa gran dama.
Vuol farmi odiare da suo figliuolo? È difficile, poiché ho io delle maniere da farmi amar da chi voglio, e da mettere in disperazione chi non mì va a genio.
COLOMBINA Illustrissima
DORALICE Che c' è?
COLOMBINA Il signor cavaliere del Bosco vorrebbe riverirla.
DORALICE Digli che passi.
COLOMBINA La servo subito.
A Vossignoria Illustrissima sta bene un poco di cavalier servente, ma la signora Isabella dovrebbe aver finito (parte).
SCENA QUINTA
Doralice, poi il Cavaliere Del Bosco.
DORALICE Questi due zecchini gli ho spesi bene.
CAVALIERE Madama, compatite s'io torno a darvi il secondo incomodo.
DORALICE Signor cavaliere, conosco di non meritare le vostre grazie, e perciò permettetemi che, prima d'ogni altra cosa, vi faccia un'interrogazione.
CAVALIERE V'ascolterò colla maggior premura del mondo.
DORALICE Ditemi in grazia, ma non mì adulate, perché vi riuscirà di farlo per poco.
CAVALIERE Vi giuro la più rigorosa sincerità.
DORALICE Ditemi se siete venuto a favorirmi per qualche bontà che abbiate concepita per me, oppure perché unicamente vi prema di riconciliarmi colla Contessa Isabella.
CAVALIERE Se ciò mì riuscisse di fare, sarei contento; ma in ogni modo vi accerto, o signora, che unicamente mì preme l'onore della vostra grazia.
DORALICE Siete disposto a preferirmi a mia suocera?
CAVALIERE Lo esige il vostro merito, e una rispettosissima inclinazione mì obbliga a desiderarlo.
DORALICE Non avrete dunque difficoltà a dichiararvi in faccia della medesima.
CAVALIERE Mi basta non mancare alla civiltà, per non offendere il mio carattere.
DORALICE Non sono capace di chiedervi una mala azione.
CAVALIERE Comandate, e farò tutto per obbedirvi.
DORALICE Sappiate ch'io sono da mia suocera gravemente offesa.
CAVALIERE Ma come? anzi mì pare, perdonatemi, che voi l'abbiate molto bene beffata.
DORALICE Eh, queste sono bagattelle.
Le offese che ella mì ha fatte, sono di maggior rilievo.
CAVALIERE Sono passate poche ore, dacché ho avuto l'onore di vedervi.
È accaduto qualche cosa di nuovo?
DORALICE È accaduto tanto, che mia suocera vuol vedere la rovina di casa sua.
CAVALIERE Per amor del cielo, non dite così.
DORALICE Che non dica così? che non dica così? Dunque avete ancora della parzialità per lei.
CAVALIERE Ma, contessina mia, la rovina di questa casa viene a comprendere vostro marito e voi medesima.
DORALICE Vada tutto, ma la cosa non ha da passare così.
CAVALIERE Son curiosissimo di sapere che cosa è stato.
DORALICE Colei ha avuto la temerità di dire che mio marito fa male a volermi bene, e che vuol fare il possibile perché mì odii.
CAVALIERE Signora mia, l'avete sentita voi dir queste cose?
DORALICE Non l'ho sentita, ma lo so di certo.
CAVALIERE Duro fatica a crederlo; non mì pare ragionevole.
DORALICE Mi credete capace di rappresentarvi una falsità?
CAVALIERE Non ardisco ciò pensare di voi.
Ma chi vi ha riportate queste ciarle, può aver errato, o per malizia, o per ignoranza.
DORALICE Bene.
Colombina! (chiama).
SCENA SESTA
Colombina e detti.
COLOMBINA Illustrissima.
DORALICE Dimmi un poco, che cosa ha detto mia suocera di me?
COLOMBINA Signora...
mì perdoni.
DORALICE No, non aver riguardo.
Già il signor cavaliere non parla.
CAVALIERE Oh! non parlo, non dubitate.
DORALICE Via, di' sù, che ha detto quella cara signorina di me?
COLOMBINA Ha detto che siete una donna ordinaria...
DORALICE Non dico di questo.
Che cosa ha detto di mio marito ?
COLOMBINA Che fa male a volervi bene.
DORALICE Sentite? E poi?
COLOMBINA Che vi vuol far odiare da lui.
DORALICE Avete inteso ?
COLOMBINA Perché siete una donna ordinaria.
DORALICE Va via di qui.
Queste pettegole vi aggiungono sempre qualche cosa del loro.
COLOMBINA E poi ha detto che non si degna...
DORALICE Va via, non voglio altro.
COLOMBINA Per amor del cielo, non mì assassinate (al Cavaliere).
CAVALIERE Per me non dubitare, ché non parlerò.
COLOMBINA Ha detto anche qualche cosa di voi...
(al Cavaliere).
CAVALIERE E che cosa ha detto di me?
COLOMBINA Che siete un cavaliere che pratica per le case, e non dona mai niente alla servitù (parte).
SCENA SETTIMA
Doralice ed il Cavaliere Del Bosco.
CAVALIERE Cara signora Contessa, volete credere a questa sorta di gente?
DORALICE Me lo ha detto in una maniera, che mì assicura essere la verità.
CAVALIERE Sapete pure che ella è cameriera antica della Contessa Isabella.
DORALICE Appunto per questo; se non fosse la verità, non mì avrebbe detto cosa che potesse pregiudicare alla sua padrona.
CAVALIERE Le avrà gridato; sarà disgustata.
DORALICE Signor cavaliere, la riverisco (vuol partire).
CAVALIERE Perché privarmi delle vostre grazie?
DORALICE Perché siete parziale della signora suocera.
CAVALIERE Io son servitore vostro.
Ma vorrei vedervi quieta e contenta.
DORALICE Una delle due: o siete per me, o siete per lei.
CAVALIERE Da cavaliere, ch'io sono per voi.
DORALICE Se siete con me, non mì avete da contraddire.
CAVALIERE Dirò tutto quello che dite voi.
DORALICE Fra mia suocera e me, chi ha ragione?
CAVALIERE Voi.
DORALICE Chi è l'offesa?
CAVALIERE Voi.
DORALICE Chi ha da pretendere risarcimento?
CAVALIERE Voi.
DORALICE Chi ha da cedere?
CAVALIERE Voi...
DORALICE Io?
CAVALIERE Voi no, volevo dire
DORALICE Ella ha da cedere
CAVALIERE Certamente.
DORALICE Se c'incontriamo, chi ha da essere la prima a parlare?
CAVALIERE Direi...
DORALICE Come più vecchia non la posso nemmeno salutare.
CAVALIERE Si potrebbe vedere...
DORALICE Alle corte.
Ella ha da essere la prima a parlarmi.
CAVALIERE Sì, lo dicevo.
Tocca a lei.
DORALICE L'accordate anche voi?
CAVALIERE Non posso contraddirlo.
DORALICE Quando l'accordate voi, che siete un cavaliere di garbo, son sicura di non fallare.
CAVALIERE Ma io, perdonatemi...
DORALICE Se mì parlerà con amore, io le risponderò con rispetto.
CAVALIERE Brava, bravissima.
Lodo la vostra rassegnazione.
DORALlCE E mì diranno poi ch'io son cattiva.
CAVALIERE Siete la più buona damina del mondo!
DORALICE Credetemi, che altro non desidero che farmi voler bene da tutti.
CAVALIERE Si vede in effetto.
DORALICE La servitù mì adora.
CAVALIERE Anco Colombina ?
DORALICE Colombina è tutta mia.
Starà con me, e le ho dato due zecchini.
CAVALIERE Se farete così, sarete adorabile.
DORALICE Mia suocera, che ha avuto ventimila scudi, non mì può vedere.
CAVALIERE Perché, perché...
DORALICE Perché è una donna cattiva.
CAVALIERE Sarà così.
DORALICE È così senz'altro.
CAVALIERE Sì, senz'altro.
SCENA OTTAVA
Colombina e detti.
COLOMBINA Illustrissima, vi è l'illustrissimo suo signor padre che vorrebbe dirle una parola.
DORALICE Digli che venga.
COLOMBINA Non vuol venire; l'aspetta nella camera dell'arcova.
DORALICE Vorrà farmi fare qualche figura ridicola con mia suocera.
CAVALIERE Se il padre comanda...
DORALICE Eh, ora ha finito di comandare.
Son maritata.
CAVALIERE Sì, ma da lui potete sempre sperare qualche cosa.
DORALICE Oh, per questo lo ascolto.
Basta, se vorrà ch'io parli alla Contessa Isabella, quando ella sia la prima, lo farò.
Cavaliere, quando è partito mio padre, vi aspetto (parte).
CAVALIERE Che vuol dire, Colombina, così attenta a servire la contessina?
COLOMBINA Io sono una ragazza di buon cuore.
Fo servizio volentieri a chi è generoso con me.
CAVALIERE Orsú, sentite; acciò la vostra padrona non dica ch'io non dò mai nulla alla servitù, tenete questo mezzo ducato.
COLOMBINA Grazie.
Sapete ora che cosa dirà?
CAVALIERE E che dirà?
COLOMBINA Che avete fatto una gran cascata (parte).
CAVALIERE Che maladettissima cameriera! Costei e causa principale degli scandali di questa casa.
Ella riporta a questa, riporta a quella; le donne ascoltano volentieri tutte le ciarle che sentono riportare; quando odono dir male, credono tutto con facilità, e si rendono nemiche senza ragione.
Se posso, voglio vedere che Colombina, scoperta dall'una e dall'altra, paghi la pena delle sue imposture.
Pur troppo è vero, tante e tante volte dipende la quiete d'una famiglia dalla lingua di una serva o di un servitore (parte).
SCENA NONA
Salotto
Il Conte Anselmo con un libro grosso manoscritto e Brighella.
ANSELMO Quanto mì dispiace non intendere la lingua greca! Questo manoscritto è un tesoro, ma non l'intendo.
Brighella.
BRIGHELLA Illustrissimo.
ANSELMO Ho trovato un manoscritto greco, antichissimo, che vale cento zecchini, e l'ho avuto per dieci.
BRIGHELLA (De questi a mì non me ne tocca).
ANSELMO Questo è un Codice originale.
BRIGHELLA Una bagattella! Un Codice original? Cara éla, cossa contienlo?
ANSELMO Sono i trattati di pace fra la repubblica di Sparta e quella d'Atene.
BRIGHELLA Oh che bella cossa!
ANSELMO Questo posso dir che è una gioia, perché è l'unica copia che vi sia al mondo.
E poi senti, e stupisci.
È scritto di propria mano di Demostene.
BRIGHELLA Cospetto del diavolo ! Cossa me tocca a sentir? Che la sia po cussì?
ANSELMO Sarei un bell'antiquario, se non conoscessi i caratteri degli antichi.
BRIGHELLA Cara ella, la prego.
La me leza almanco el titolo.
ANSELMO Ti ho pur detto tante volte, che non intendo il greco.
BRIGHELLA Ma come conossela el carattere, se no la ntende la lingua?
ANSELMO Oh bella! Come uno che conosce le pitture e non sa dipingere.
BRIGHELLA (Sa el cielo chi gh'ha magna sti diése zecchini.
Za che el vól andar in malora, l'è mèggio che me profitta mì che un altro).
ANSELMO Gran bel libro, gran bel codice! Pare scritto ora.
BRIGHELLA La diga, sior padron, conóscela el sior capitanio Saracca?
ANSELMO Lo conosco, lo conosco.
Egli pretende avere una sontuosa galleria; ma non ha niente di buono.
BRIGHELLA Eppur l'ha speso dei denari assai.
ANSELMO Avrà speso in vent'anni più di diecimila scudi.
Ma non ha niente di buono.
BRIGHELLA La sappia che l'ha avudo una desgrazia.
L'ha bisogno de quattrini, e el vol vender la galleria.
ANSELMO La vuol vendere? Oh, la vi sarebbe da fare de' buoni acquisti.
BRIGHELLA Se la vol, adesso xé el tempo.
ANSELMO Le cose migliori le prenderò io.
BRIGHELLA El vuol vender tutto in una volta.
ANSELMO Ma vorrà de' migliaia di zecchini.
BRIGHELLA Manco de quello che la se pensa.
Con tre mille scudi se porta via tutta quella gran roba.
ANSELMO Con tre mila scudi? Questo è un negozio da impegnarvi la camicia per farlo.
Se l'avessi saputo quattro giorni prima, non avrei consumato il denaro con quegl'impertinenti de' creditori.
BRIGHELLA La senta, se no la gh'ha tutti i denari, no importa; m'impegno de farghe dar la roba, parte col denaro contante, e parte con un biglietto.
ANSELMO Oh il ciel volesse! Caro Brighella, sarebbe la mia fortuna.
Quanto denaro credi tu che vi vorrà alla mano?
BRIGHELLA Almanco domille scudi.
ANSELMO Io non ne ho altri che mille cinquecento, gli altri li ho spesi tutti.
BRIGHELLA Vederò che el se contenta de questi.
ANSELMO Brighella mio, non bisogna perder tempo; va subito a serrar il contratto.
BRIGHELLA Bisognerà darghe la caparra.
ANSELMO Sì, tieni questi venti zecchini.
Daglieli per caparra.
BRIGHELLA Vado subito.
ANSELMO Ma avverti di farti dare l'inventario, riscontra cosa per cosa, poi vienmi ad avvisare, che verrò a vedere ancor io.
BRIGHELLA Vado; perché, se se perde tempo, el negozio pól andar in qualch'altra man.
ANSELMO No, per amor del cielo.
Mi appiccherei dalla disperazione.
BRIGHELLA (È vero che el signor capitanio vól vender la galleria, ma con questi venti zecchini comprerò i so scarti, ghe porterò qualch'altra freddura, e el gonzo, che non sa gnente, li pagherà a caro prezzo) (parte).
SCENA DECIMA
Il Conte Anselmo, poi Pantalone.
ANSELMO Non mì sarei mai creduto un incontro simile.
Ma la fortuna capita, quando men si crede.
PANTALONE Se pól vegnir? (di dentro).
ANSELMO Ecco qui quel buon uomo di Pantalone.
Non sa niente, non sa niente.
Venite, venite, signor Pantalone.
PANTALONE Fazzo reverenza al sior Conte.
ANSELMO Ditemi, voi che avete delle corrispondenze per il mondo, sapete la lingua greca?
PANTALONE La so perfettamente.
Son stà dies'anni a Corfù.
Ho scomenzà là a far el mercante, e tutto el mio devertimento giera a imparar quel linguaggio.
ANSELMO Dunque saprete leggere le scritture greche?
PANTALONE Ghe dirò: altro xé el greco litteral, altro xé el greco volgar.
Me n'intendo però un pochetto e dell'un e dell'altro.
ANSELMO Quand'è così, vi voglio far vedere una bella cosa.
PANTALONE La vedrò volentiera.
ANSELMO Un codice greco.
PANTALONE Bon, ghe n'ho visto dei altri.
ANSELMO Scritto di propria mano di Demostene.
PANTALONE El sarà una bella cossa.
ANSELMO Osservate, e se sapete leggere, leggete.
PANTALONE (osserva) Questo xé scritto da Demostene?
ANSELMO Sì, e sono i trattati di pace tra Sparta e Atene.
PANTALONE I trattati di pace tra Sparta e Atene? Sala cossa che contien sto libro?
ANSELMO Via, che cosa contiene?
PANTALONE Questo xé un libro de canzonette alla grega, che canta i putelli a Corfù.
ANSELMO Già lo sapeva.
Voi non sapete leggere il greco.
PANTALONE La senta: Mattiamù, mattachiamù, callispèra, mattiamù.
ANSELMO Ebbene, questi saranno i nomi propri degli Spartani o de' Tebani.
PANTALONE Vuol dir: Vita mia, dolce mia vita; bonasera, vita mia.
ANSELMO Non sapete leggere.
Questo è un codice greco che mì costa dieci zecchini, e ne vale più di cento.
PANTALONE El formaggier nol ghe dà tre soldi.
ANSELMO Andate a intender di panni e di sete, e non di scritture antiche.
PANTALONE Me despiase, sior Conte, che per quel che vedo, andémo de mal in pèzo.
ANSELMO Come sarebbe a dire?
PANTALONE Ella se perde in ste freddure, e la so casa va in precipizio.
ANSELMO Io mì diverto senza incomodar la casa.
L'entrate le maneggia mia moglie, né io pregiudico agl'interessi della famiglia.
PANTALONE E alla pase e alla quiete de casa no la ghe pensa?
ANSELMO Io penso a me, e non penso agli altri.
PANTALONE Mo no sala, che quando el capo de casa no gh'abbada, tutto va alla roversa?
ANSELMO Quando tacciono, sono capo; quando gridano, sono coda.
PANTALONE Dise mia fia che l'è stada offesa dalla siora Contessa Isabella.
ANSELMO E dice mia moglie che è stata offesa da vostra figlia; ora guardate con che razza di matti abbiamo da fare.
PANTALONE Eppur bisogna remediarghe.
ANSELMO Io vi consiglierei a fare quello che fo io.
PANTALONE Che vuol dir?
ANSELMO Lasciarle friggere nel proprio grasso.
PANTALONE Ma se ste cosse le va avanti, no so cossa che possa succeder.
ANSELMO Che cosa volete che succeda?
PANTALONE Siora Contessa xé un poco troppo altiera.
ANSELMO E vostra figlia è troppo fastidiosa.
PANTALONE Volémio veder de far sta pase tra niora e madonna?
ANSELMO Che cosa vi vuole per far questa pace?
PANTALONE Mi ho parlà con mia fia; e so che la farà a mio modo.
ANSELMO È inutile ch'io parli a mia moglie.
PANTALONE Perché?
ANSELMO Perché mai abbiamo fatto né ella a mio modo, né io al suo.
PANTALONE Ma questa l'averìa da esser una pase general de tutta la fameggia.
ANSELMO Io non sono in collera con nessuno.
PANTALONE Mo no l'è gnanca so decoro, voler comparir un omo de stucco.
ANSELMO Che cosa volete ch'io faccia?
PANTALONE Avemo da procurar che ste dó creature se unissa.
Avemo da far che le se parla, che le se giustifica, che le se pacifica, e xé ben che la ghe sia anca ella.
ANSELMO Via, vi sarò.
PANTALONE Bisogna metter qualche bona parola.
ANSELMO La metterò.
PANTALONE Ho parlà anca colla siora Contessa, e la m'ha promesso de vegnir in camera d'udienza, dove ghe sarà anca mia fia.
ANSELMO Buono, avete fatto assai.
PANTALONE Saremo nualtri soli; la, mì, so consorte, mia fia e mio zenero.
ANSELMO E non altri?
PANTALONE No gh'ha da esser altri.
ANSELMO Sarà difficile.
PANTALONE Perché? Chi gh'ha da esser?
ANSELMO Le donne hanno sempre i loro consiglieri.
PANTALONE Mia fia no credo che la gh'abbia nissun.
ANSELMO Eh, l'avrà, l'avrà.
PANTALONE Siora Contessa lo gh'ala?
ANSELMO Oh, se l'ha? E come!
PANTALONE E ella lo comporta?
ANSELMO Io abbado alle mie medaglie.
PANTALONE Mio zenero non farà cussì.
ANSELMO Ognun dal canto suo cura si prenda.
PANTALONE Questa no xé la regola che ha da tegnir un capo de casa.
ANSELMO Ditemi: quant'anni avete!
PANTALONE Sessanta, per servirla.
ANSELMO Volete vivere sino a cento?
PANTALONE Magari, ch'el ciel volesse!
ANSELMO Se volete vivere sino a cent'anni, prendetevi quei fastidi che mì prendo io (parte).
SCENA UNDICESIMA
Pantalone solo.
PANTALONE Vardé che bell'omo! Vardé in che bella casa che ho messo la mia povera fia! - Un de sti dí, co ste só medaggie, nol gh'ha più un soldo, e quel che xé pezo, el lassa che vaga in desordene la casa, senza abbadarghe.
Ma se no 'l ghe bada lu, ghe baderò mì.
No gh'ho altro a sto mondo che sta unica fia; se posso, no vói morir col rammarico de vederla malamente sagrificada.
Oh quanto mèggio che giera, che l'avesse maridada con uno da par mio! Anca a mì me xé vegnù el catarro della nobiltà.
Ho speso vintimile scudi.
Ma cosa hòggio fatto? Ho buttà i bezzi in canal, e ho negà la putta.
SCENA DODICESIMA
Arlecchino, travestito con altr'abito, e detto.
ARLECCHINO (Oh, se trovass sto sior Conte, ghe vorria piantar dell'altre belle antichità, senza spartir l'utile con Brighella).
PANTALONE (Chi diavolo xé costù?).
ARLECCHINO (Sto barbetta mì nol conoss).
PANTALONE Galantomo, chi seu? Chi domandéu?
ARLECCHINO Innanz che mì responda, l'am favorissa de dirme chi l'è vussiorìa.
PANTALONE Son un amigo del sior Conte Anselmo.
ARLECCHINO Se dilettela de antichità?
PANTALONE Oh assae! (Stè a veder che l'è un de quei che lo tira in trappola).
ARLECCHINO Za che vussiorìa se diletta de antichità, la sappia che mì son un antiquari.
Son vegnú per far la fortuna del sior Conte Anselmo.
PANTALONE (voi torme spasso e scovèrzer terren).
Caro amigo, se me faré a mì sto piaser, oltre al pagamento, ve servirò in quel che poderò, in quel che ve occorrerà.
ARLECCHINO Za che ved che l'è un galantomo, l'osserva che roba! L'osserva che antichità! che rarità! che preziosità! Vedel questa? (mostra una pantofola vecchia).
PANTALONE Questa la par una pantofola vecchia.
ARLECCHINO Questa l'era la pantofola de Neron, colla qual l'ha dà quel terribil calzo a Poppea, quand el l'ha scazzada dal trono.
PANTALONE Bravo! Oh che rarità! Gh'aveu altro? (Oh che ladro!).
ARLECCHINO Vedel questa? (mostra una treccia di capelli).
Questa l'è la drezza de cavelli de Lugrezia romana, restada in man a Sesto Tarquini..
PANTALONE Bellissima! (Ah tocco de furbazzo!).
ARLECCHINO La vederà...
PANTALONE No voggio veder altro.
Baron, ladro, desgrazià! Crédistu che sia un mamalucco? A mì ti me dà da intender ste fandonie? Furbazzo, te farò andar in galìa.
ARLECCHINO Ah signor, per amor del cielo, ghe domand pietà.
PANTALONE Chi t'ha introdotto in sta casa?
ARLECCHINO L' è stà Brighella, signor.
PANTALONE Come ! Brighella ?
ARLECCHINO Sior sì, avem spartì l'altra volta metà per un.
PANTALONE Donca Brighella sassìna el so patrón?
ARLECCHINO El fa anca lu, come che fan tanti alter.
PANTALONE Orsù, vegni con mì.
(Voggio co sto mezzo disingannar sto sior Conte).
Vegni con mì.
ARLECCHINO Dove ?
PANTALONE No ve dubitè.
Vegni con mì, e non abbié paura.
ARLECCHINO Abbié carità de un pover omo.
PANTALONE Meriteressi de andar in preson; ma no son capace de farlo.
Me basta che disé a sior Conte quel che avé dito a mì, e no vói altro.
ARLECCHINO Sior sì, dirò tutt quel che voll.
PANTALONE Andemo.
ARLECCHINO Son qua.
(Tolí, anca a robar ghe vol grazia e ghe vol fortuna) (s'incammina).
PANTALONE Femo sta pase, e po con costú farò veder al Conte che tutti lo burla, che tutti lo sassina.
(Partono).
SCENA TREDICESIMA
Camera della Contessa Isabella
La Contessa Isabella e il Dottore.
ISABELLA Anche voi mì rompete la testa?
DOTTORE Io non parlo; ma ha ella sentito che cosa ha detto il signor Pantalone?
ISABELLA Come c'entra quel vecchio in casa mia? Qui comando io, e poi mio marito.
DOTTORE Benissimo, non pretende già voler far da padrone; egli mostra dell'amore per questa casa, e desidera di vedere in tutti la concordia e la pace.
ISABELLA Se vuol che vi sia la pace, faccia che sua figlia abbia giudizio.
DOTTORE Egli protesta ch'ella è innocente.
ISABELLA È innocente? È innocente? E voi ancora lo dite? Sia maladetto quando il diavolo vi porta qui!
DOTTORE È il signor Pantalone che dice ch'ella è innocente.
Io non lo dico.
ISABELLA Basta, se vi sentite di dirlo, andate fuori di questa camera.
DOTTORE Questa è una bellissima cosa.
Ora mì vuole, ora mì scaccia.
ISABELLA Se mì fate rabbia! Andatemi a prender da bere.
DOTTORE Vado (si parte per prendere da bere).
ISABELLA Maladettissima! A me vecchia?
DOTTORE Eccola servita (le porta un bicchier di vino colla sottocoppa).
ISABELLA Non voglio vino.
DOTTORE Anderò a pigliar dell'acqua (si parte, come sopra).
ISABELLA Vi saluto, perché siete più vecchia di me?
DOTTORE Ecco l'acqua (porta un bicchier d'acqua).
ISABELLA Maladetto! Fredda me la portate?
DOTTORE Ma la calda dov'è?
ISABELLA Al fuoco, al fuoco.
DOTTORE La prenderò calda (si parte, come sopra).
ISABELLA Questa parola non me l'ha ancora detta nessuno.
Ma che faceva il signor cavaliere in compagnia di colei? Sarebbe bella che avesse lasciata me, per servir Doralice!
SCENA QUATTORDICESIMA
Colombina e detta.
COLOMBINA Signora, il padrone la prega di passare nel suo appartamento.
ISABELLA Che cosa vuole da me?
COLOMBINA Non lo so, signora; so che vi è il signor Pantalone.
ISABELLA Bene, bene, sentiremo le novità.
Dimmi un poco, hai veduto quando il cavaliere è andato nelle camere di Doralice?
COLOMBINA L'ho veduto benissimo.
ISABELLA Quanto vi e stato?
COLOMBINA Più di due ore; e poi poco fa, vi e tornato.
ISABELLA Vi è tornato?
COLOMBINA Sì, signora, vi è tornato.
ISABELLA Sei punto stata in camera? Hai sentito nulla?
COLOMBINA Oh! io in quella camera non ci vado.
Servo la mia padrona e non servo altri.
ISABELLA Che balorda! né anche andar in camera a sentir qualche cosa, per sapermelo dire; va, che sei una scimunita.
COLOMBINA Balorda! scimunita! Non voleva dirvelo; ma ci sono stata.
ISABELLA Si? contami, che cosa facevano?
COLOMBINA Parlavano segretamente.
ISABELLA Discorrevano forse di me?
COLOMBINA Sicuro.
ISABELLA Che cosa dicevano?
COLOMBINA Che siete fastidiosa, sofistica, e che so io.
ISABELLA Cavaliere malnato!
SCENA QUINDICESIMA
Il Dottore con l'acqua calda, e dette.
DOTTORE Ecco l'acqua calda.
ISABELLA Andate al diavolo; non sentite che scotta? (la prende, le pare bollente, e gettandola via, coglie il Dottore).
DOTTORE Obbligatissimo alle sue grazie.
ISABELLA Di grazia, che vi avrò stroppiato!
DOTTORE Io non parlo.
ISABELLA E così, che altro hanno detto di me? (a Colombina).
COLOMBINA Non ho potuto sentir altro.
Ma se sentirò, dirò tutto.
ISABELLA Sta attenta; ascolta e osserva, che mì preme infinitamente.
COLOMBINA Signora padrona, vi ricordate quant'è che mì avete promesso un paio di scarpe?
ISABELLA Tieni, comprale a tuo modo (le dà un ducato).
COLOMBINA Che siate benedetta! (così si macina a due mulini) (parte).
ISABELLA (Il cavaliere mì tratta Così?).
DOTTORE Vuole ch'io le vada a prendere dell'acqua un poco tiepida?
ISABELLA (In casa mia? sugli occhi miei?).
DOTTORE Signora, è in collera? Non l'ho fatto apposta.
ISABELLA (Bell'azione!).
DOTTORE Dica, signora Contessa...
ISABELLA Non mì rompete la testa.
DOTTORE Ma che cosa le ho fatto? Sempre la mì strapazza; sempre la mì mortifica.
ISABELLA Venite con me nell'appartamento di mio marito (parte).
SCENA SEDICESIMA
Il Dottore solo.
DOTTORE Ecco il bell'onor che si acquista a servire una signora di rango! Per un poco di vanità mì convien soffrir cento villanie.
Ma non so che fare.
Ci sono avvezzo, e non so distaccarmi (parte).
SCENA DICIASSETTESIMA
Camera del Conte Anselmo
Il Conte Anselmo e Pantalone.
ANSELMO Eccomi qui, eccomi qui.
Ma quanto ci dovrò stare?
PANTALONE Aspettemo che le vegna.
Disémo quattro parole; fémo sto aggiustamento, e l'anderà dove che la vól.
ANSELMO (Brighella non si vede colla risposta della galleria).
PANTALONE Vien zente.
Chi èla questa, che no ghe vedo troppo?
ANSELMO È mia moglie.
PANTALONE E con éla chi gh'è?
ANSELMO Non ve L'ho detto? Il suo consigliere.
PANTALONE L'è el dottor Balanzoni!
ANSELMO Cose vecchie, cose vecchie.
PANTALONE Ma cossa gh'intrelo ? Averia gusto che fossimo soli.
ANSELMO Eh, lasciatelo venire; che v'importa?
PANTALONE (Che bel carattere che xé sto sior Conte!).
SCENA DICIOTTESIMA
La Contessa Isabella col Dottore, che le dà mano, e detti.
ANSELMO Ben venuti, ben venuti.
DOTTORE Fo riverenza al signor Conte.
PANTALONE Siora Contessa, ghe son umilissimo servitor.
ISABELLA La riverisco.
PANTALONE (La ghe diga qualcossa.
Fémo pulito) (piano al Conte).
ANSELMO (Orsú, giacché ci siamo, bisogna fare uno sforzo).
Contessa mia, vi ho fatto qui venire per un affar d'importanza; in poche parole mì sbrigo.
In casa mia voglio la pace.
Se qualche cosa è passata fra voi e vostra nuora, s'ha da obliare il tutto.
Voglio che ora vi pacifichiate, e che alla mia presenza torniate come il primo giorno che Doralice è venuta in casa.
Avete inteso? Voglio che si faccia così (alterato).
ISABELLA Voglio?
ANSELMO Signora sì, voglio.
Questa parola la dico una volta l'anno; ma quando la dico, la sostengo (come sopra).
ISABELLA E volete dunque...
ANSELMO Quello ch'io voglio, l'avete inteso.
Non vi è bisogno di repliche.
ISABELLA Io dubito sia diventato pazzo: non ha mai più parlato così.
ANSELMO (Che dite? Mi sono portato bene?) (a Pantalone).
PANTALONE Benissimo.
ANSELMO (Ho fatto una fatica terribile).
SCENA DICIANNOVESIMA
Doralice, il Cavaliere Del Bosco, Giacinto e detti.
PANTALONE (Cossa gh'intra quel sior co mia fia?) (ad Anselmo).
ANSELMO (Non ve l'ho detto? Il suo consigliere).
CAVALIERE Padroni miei, con tutto il rispetto.
DORALICE Serva di lor signori.
ANSELMO E voi, signora, non dite niente? (ad Isabella).
ISABELLA Divotissima, divotissima (sostenuta).
ANSELMO Sediamo un poco, e quello che abbiamo a fare, facciamolo presto.
(Brighella non si vede).
Che ora è? Signor cavaliere, che ora è? (Tutti siedono).
CAVALIERE Non lo so davvero.
Ho dato il mio orologio ad accomodare.
DORALICE Guarderò io: è mezzogiorno vicino (guarda sull'orologio).
ANSELMO Avete un bell'orologio.
Lasciatemelo un poco vedere.
DORALICE Eccolo.
ISABELLA Mi rallegro con lei, signora (a Doralice).
DORALICE È necessario un orologio, dove ognora si scandagliano i quarti della nobiltà.
ISABELLA (L' impertinente!).
ANSELMO Mi piace questo cammeo; sarà antico: da chi l'avete avuto?
DORALICE Me l'ha dato mio padre.
ISABELLA Oh, oh, oh, suo padre! (ridendo forte).
PANTALONE Siora sì, ghe l'ho dà mì, siora sì.
ANSELMO Questo cammeo è bellissimo.
PANTALONE (Orsù, vórla che scomenzémo a parlar? Vórla dir éla?) (piano ad Anselmo).
ANSELMO La chioma di quella sirena non può esser più bella.
La voglio veder colla lente (tira fuori una lente, osserva il cammeo, e non bada a chi parla).
PANTALONE (El tempo passa) (come sopra).
ANSELMO Principiate voi, poi dirò io.
Intanto lasciatemi prender gusto in questo cammeo.
PANTALONE Signore, se le me permette, qua per ordine del sior Conte mio padron, del qual ho l'onor de esser anca parente...
DORALICE Per mia disgrazia.
PANTALONE Tasé là, siora, e fin che parlo, no m'interrompé.
Come diseva, se le me permette, farò un piccolo discorsetto.
Pur troppo xé vero che tra la madonna e la niora poche volte se va d'accordo...
ISABELLA Quando la nuora non ha giudizio.
PANTALONE Cara ella, per carità, la prego, la me lassa parlar; la sentirà con che rispetto, con che venerazion, con che giustizia parlerò de éla (ad Isabella).
ISABELLA Io non apro bocca.
PANTALONE E vu tasé (a Doralice).
DORALICE Non parlo.
PANTALONE Credo che per ordinario le dissension che nasce tra ste dó persone, le dipenda da chiàccole e pettegolezzi.
ISABELLA Questa volta son cose vere.
DORALICE Vere, verissime.
PANTALONE Oh poveretto mì! me làssele dir?
ISABELLA Avete finito? Vorrei parlar anch'io.
DORALICE Una volta per uno, toccherà ancora a me...
PANTALONE Mo se non ho gnancora principià.
Sior Conte, la parla éla, che mì no posso più (ad Anselmo).
ANSELMO Avete finito? Si sono aggiustate? È fatta la pace?
PANTALONE Dov'elo stà fina adesso? Non l'ha sentìo ste dó campane che no tase mai?
ANSELMO Con un cammèo di questa sorta davanti agli occhi, non si sentirebbero le cannonate.
PANTALONE Cossa avemio da far?
ANSELMO Parlate voi, ché poi parlerò io (torna ad osservare il cammeo).
PANTALONE Me proverò un'altra volta.
Siora Contessa, voria pregarla de dir i motivi dei só desgusti contro mia fia (ad Isabella).
ISABELLA Oh, sono assai.
DORALICE I miei sono molto più.
PANTALONE Tasé là, siora; lassé che la parla éla, e po parleré vu.
DORALICE Ah! sì, deve ella parlare la prima, perché...
(Ho quasi detto, perché è più vecchia) (al Cavaliere).
CAVALIERE (Avreste fatto una bella scena!)
PANTALONE La favorissa de dirghene qualchedun (ad Isabella).
ISABELLA Non so da qual parte principiare.
GIACINTO Signor suocero, se aspettiamo che esse dicano tutto con regola e quiete, è impossibile.
Io, che so le doglianze dell'una e dell'altra, parlerò io per tutte due.
Signora madre, vi contentate ch'io parli?
ISABELLA Parlate pure.
(Già m'aspetto che tenga dalla consorte).
GIACINTO E voi, Doralice, vi contentate che parli per voi?
DORALICE Sì, sì, quel che volete.
(Già terrà dalla madre).
GIACINTO Prima di tutto mia madre si lamenta che Doralice le abbia detto vecchia.
ISABELLA Via di qua, temerario (a Giacinto).
GIACINTO Diceva...
ISABELLA Va' via, che ti do una mano nel viso.
GIACINTO Perdonatemi.
ISABELLA Va', ti dico, impertinente.
GIACINTO (Anderò per non irritarla.
Eh! lo vedo, lo vedo; qui non si può più vivere) (parte).
DORALICE (Mi ha dato più gusto, che se avessi guadagnato cento zecchini) (al Cavaliere).
CAVALIERE (Quella parola le fa paura).
PANTALONE Cossa dísela, sior Conte? No se pól miga andar avanti.
ANSELMO Orsú, la finirò io.
Signore mie...
Ma prima che mì scordi, questo cammeo si potrebbe avere?
PANTALONE El xé de mia fia, la ghe domanda a éla.
ANSELMO Mi volete vendere questo cammeo? (a Doralice).
DORALICE Venderlo? mì maraviglio.
Se ne serva, è padrone.
ANSELMO Me lo donate?
DORALICE Se si degna.
ANSELMO Vi ringrazio, la mia cara nuora, vi ringrazio.
Lo staccherò, e vi renderò l'orologio.
ISABELLA Via, ora che la vostra dilettissima signora nuora vi ha fatto quel bel regalo, pronunziate la sentenza in di lei favore.
ANSELMO A proposito.
Ora, già che ci siamo, bisogna terminare questa faccenda.
Signore mie, in casa mia non vi è la pace, e mancando questa, manca la miglior cosa del mondo.
Sinora ho mostrato di non curarmene, per stare a vedere sin dove giungevano i vostri opposti capricci; ora non posso più, e pensandovi seriamente, ho deliberato di porvi rimedio.
Ho piacere che si trovino presenti questi signori, i quali saranno giudici delle vostre ragioni e delle mie deliberazioni.
Principiamo dunque...
SCENA VENTESIMA
Brighella e detti.
BRIGHELLA Sior padron (al Conte Anselmo).
ANSELMO Che c' è?
BRIGHELLA El negozio è fatto, la galleria è nostra, e gh'ho qua l'inventario.
ANSELMO Con licenza di lor signori (s'alza).
PANTALONE Tornela presto?
ANSELMO Per oggi non torno più (parte con Brighella).
PANTALONE Bella da galantuomo!
DORALICE Possiamo andarcene ancora noi.
PANTALONE Senza el sior Conte ghe remedio che vegnimo in chiaro del motivo de ste discordie?
ISABELLA Ecco qui; il signor dottore è qualche anno che mì conosce.
Mi ha tenuta in braccio da bambina, e sa chi sono.
Dica egli, se io vado in collera senza ragione.
DOTTORE Oh; è vero.
Ella non parla mai senza fondamento.
DORALICE Il signor cavaliere è buon testimonio di quello che ha detto di me la signora suocera, e sa egli se con ragione mì lamento.
CAVALIERE Signore, lasciamo queste leggerezze da parte.
Stiamo allegramente in buona pace, con buona armonia.
DORALICE Leggerezze le chiamate? Leggerezze? Mi avete pure accordato anche voi che io ho ragione, che io sono l'offesa, che non tocca a me cedere.
ISABELLA Bravo, signor cavaliere! Vossignoria è quello che consiglia la signora Doralice.
CAVALIERE Io non consiglio nessuno, parlo come l'intendo.
Servitor umilissimo di lor signori (parte).
PANTALONE Voleu che ve la diga? Sé una chebba de matti.
Destrighévela tra de vu altri, e chi ha la rogna, se la gratta (parte).
ISABELLA Son offesa, saprò vendicarmi, e la mia vendetta sarà da dama qual sono.
Dottore, andiamo (parte col Dottore).
DORALICE M'impegno colla mia placidezza di confondere e superare tutte le più furiose del mondo (parte).
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Camera del Conte Anselmo con tavolini
Il Conte Anselmo e Brighella
BRIGHELLA Ecco qua.
Per tre mila scudi la varda quanta gran roba.
ANSELMO Caro Brighella, son fuor di me dall'allegrezza.
Qual è la cassa dei crostacei?
BRIGHELLA El numero uno l'è la cassa dei crostacei, dove ghe sarà drento tre mila capi de frutti marini, cioè ostreghe, cappe e cose simili, trovade su le cime de' monti.
ANSELMO Questi soli vagliono i tremila scudi.
BRIGHELLA El numero dó l'è una cassa de pesci petrificadi de tutte le sorte.
ANSELMO Questo sarebbe per la galleria d'un monarca.
BRIGHELLA El numero tre l'è una cassa con una raccolta de mùmie d'Aleppo: tutte de animali uno differente dall'altro, fra i quali gh'è un basilisco.
ANSELMO V'è anche il basilisco?
BRIGHELLA E come! L'è grando come un quaggiotto.
ANSELMO Si sa da dove l'abbiano portato?
BRIGHELLA Se sa tutto.
L'è nato da un uovo de gallo.
ANSELMO Sì, Sì, ho inteso dire che i galli dopo tanti anni fanno un uovo, da cui nasce poi il basilisco.
L'ho sempre creduta una favola.
BRIGHELLA No l'è favola, e là drento gh'è la prova della verità.
ANSELMO Brighella, ti sono obbligato.
M'hai fatto fare dei preziosi acquisti.
BRIGHELLA Son un omo fatto a posta per sti negozi; gnancora non la me cognosse intieramente; fra poco la me cognosserà meggio.
(Ma el me cognosserà in tempo che m'avrò messo in salvo mì e sti bezzi che gh'ho cuccào) (parte).
SCENA SECONDA
Il Conte Anselmo, poi Pantalone.
ANSELMO Io ho qui da divertirmi per due o tre mesi.
Fino che non ho posto in ordine tutta questa roba, non vado in campagna, non vado in conversazioni, non vado nemmeno fuori di casa.
Mi farò portar qui da mangiare.
Mi voglio far portar qui un lettino da campagna e dormir qui; così non avrò lo stordimento di quella fastidiosissima mia consorte.
Non voglio nessuno, non voglio nessuno.
PANTALONE Sior Conte, se pól vegnir? (di dentro).
ANSELMO Non voglio nessuno.
PANTALONE La senta, ghe xé sior Pancrazio, quel famoso antiquario (di dentro).
ANSELMO Oh! venga, venga, è padrone.
Capperi! Ha saputo che ho fatta questa bella spesa e subito corre.
SCENA TERZA
Pantalone, Pancrazio e detto.
PANTALONE Caro sior Conte, la sa che ghe son bon amigo.
ANSELMO Compatitemi, ero imbarazzato.
Signor Pancrazio, che fortuna è la mia che siate venuto a favorirmi?
PANCRAZIO Ho saputo che Vossignoria ha fatto una bella compra d'antichità, e sono venuto, se mì permette, a vedere le sue belle cose.
PANTALONE L'ho menà mì, sior Conte, l'ho menà mì, perché anca mì ho savesto che l'ha fatto una bella spesa (Credo che l'abbia buttà i bezzi in canal, e pól esser che me riessa d'illuminarlo).
ANSELMO Sentite, signor Pancrazio, ora posso dire che in questa città niuno possa arrivare alla mia galleria.
Ho delle cose preziose.
PANCRAZIO Le vedrò volentieri.
Vossignoria sa ch'io ne ho cognizione.
ANSELMO È vero; voi siete il più pratico e il più intendente antiquario di Palermo.
Date un'occhiata a quelle casse e vedete se son piene di piccoli tesoretti.
PANCRAZIO Con sua licenza (va a vedere nelle casse).
ANSELMO Caro signor Pantalone, compatite se vi ho piantato, quando eravamo in camera colle due pazze.
Moriva di voglia di veder queste belle cose.
PANTALONE Sior Conte, possibile che alla só casa no la ghe vóggia pensar gnente?
ANSELMO Se ci penso? E come! Ditemi, come è andata la cosa? Come si è terminato il congresso?
PANTALONE Ghe dirò; dopo che la xé andada via ella...
ANSELMO Ebbene, signor Pancrazio, che dite? Sono cose stupende, cose rare, non più vedute?
PANTALONE (Vardé come che el m'ascolta).
PANCRAZIO Signor Conte, mì permette ch'io parli con libertà?
ANSELMO Sì, dite liberamente il vostro parere.
PANCRAZIO Prima di tutto, crede ella ch'io sia un uomo d'onore?
ANSELMO Vi tengo per un uomo illibatissimo, come siete e come decanta tutta Palermo.
PANCRAZIO Crede ch'io abbia cognizione di queste cose?
ANSELMO Dopo di me, non vi è nessuno meglio di voi.
PANCRAZIO Quanto ha pagato tutta questa roba?
ANSELMO Sentite, ma in confidenza, che nessuno lo sappia; l'ho avuta a un prezzo bassissimo.
Per tremila scudi.
PANCRAZIO Signor Conte, in confidenza, che nessuno ci senta: questa è roba che non vale tremila soldi.
ANSELMO Come non vale tremila soldi?
PANTALONE (Bella da galantomo!).
ANSELMO L'avete bene osservata?
PANCRAZIO Ho veduto quanto basta per assicurarmi di ciò.
ANSELMO Ma i crostacei?
PANCRAZIO Sono ostriche trovate nell'immondizie, o gettate dal mare quando è in burrasca.
PANTALONE Trovate sui monti del poco giudizio.
ANSELMO E i pesci petrificati?
PANCRAZIO Sono sassi un poco lavorati collo scarpello, per ingannare chi crede.
PANTALONE Ghe sarà anca petrificà e indurio el cervello de qualche antiquario.
ANSELMO E le mummie?
PANCRAZIO Sono cadaveri di piccoli cani, e di gatti, e di sorci sventrati e seccati.
ANSELMO Ma il basilisco?
PANCRAZIO È un pesce marino che i ciarlatani sogliono accomodare in figura di basilisco, e se ne servono per trattenere i contadini in piazza, quando vogliono vendere il loro balsamo.
ANSELMO Signor Pancrazio, voi m'uccidete, voi mì cavate il cuore.
E i quadri, le pitture, le miniature?
PANCRAZIO Per quel poco che ho veduto, sono cose che possono valere cento scudi, se vi arrivano.
ANSELMO Dubito che vi vogliate prendere spasso di me, o che lo facciate per indurmi a vendervi queste robe a buon mercato; ma v'ingannate, se lo credete.
PANCRAZIO Io sono un uomo d'onore.
Non son capace d'ingannarvi; ma vi dico bensì che siete stato tradito.
PANTALONE E chi l'ha tradio xé quel baron de Brighella.
ANSELMO Brighella è onorato.
PANTALONE Brighella xé un furbazzo, e ghe lo proverò.
ANSELMO Come lo potete dire! Come lo potete provare?
PANTALONE Se recòrdela dell'armeno che gh'ha vendù el lume eterno delle piramidi d'Egitto e tutte quell'altre belle cosse?
ANSELMO Me ne ricordo sicuro; e quella pure è stata un'ottima spesa.
PANTALONE Co só bona grazia, l'aspetta un momento: el xé qua, ghel fazzo vegnir (parte).
ANSELMO Avrà qualche altra cosa rara da vendere.
PANCRAZIO Caro signor Conte, mì dispiace sentire ch'ella getti malamente i suoi denari.
ANSELMO Compatitemi, non ne sono ancor persuaso.
Brighella mì ha fatto fare questo negozio.
Brighella se ne intende quanto voi, e non è capace d'ingannarmi.
PANCRAZIO Brighella se ne intende quanto me? Mi fa un bell'onore.
Signor Conte, io sono venuto per illuminarla, mosso dall'onestà di galantuomo ed eccitato a farlo dal signor Pantalone.
Vossignoria è attorniato da bricconi che l'ingannano e le fanno comprare delle porcherie, e però...
ANSELMO Mi maraviglio, me n'intendo; non sono uno sciocco (alterato).
PANCRAZIO Servitore umilissimo (parte).
ANSELMO Che caro signor Pancrazio! Parla per invidia.
Vorrebbe discreditare la mia galleria, per accreditare la sua.
Me n'intendo; conosco; non mì lascio gabbare.
SCENA QUARTA
Pantalone, Arlecchino e detto.
PANTALONE (conducendo per mano Arlecchino) Vegnì qua, sior, no ve vergogné, no ve tiré indrio; confessé a sior Conte la bella vendita che gh'avé fatto, e chi ve l'ha fatta far.
ARLECCHINO Siori, ve domando perdon...
ANSELMO (Questi è l'armeno).
Siete voi l'armeno? (ad Arlecchino)
ARLECCHINO Sior sì; son un Armeno da Bergamo.
ANSELMO Come!
PANTALONE Chi v'ha introdotto in sta casa? Parlé (ad Arlecchino).
ARLECCHINO Brighella (sempre timoroso).
PANTALONE A cossa far?
ARLECCHINO A vender le strazze al sior antiquario.
PANTALONE Séntela, patron? (ad Anselmo).
ANSELMO Come, stracci? Il lume eterno...
ARLECCHINO L'è una luse da óggio che val dó soldi.
ANSELMO Oimè! non è il lume eterno trovato nelle piramidi d'Egitto?
ARLECCHINO Stara, stara, e mì cuccàra.
ANSELMO Ah son tradito, sono assassinato! Ladro infame, anderai prigione.
PANTALONE El ladro, el baron xé Brighella che l'ha menà in casa, e s'ha servido de stó martuffo per tór in mezzo el patron.
ARLECCHINO E mì che aveva imparà da quel bon maestro, son po vegnù colle drezze de Lucrezia romana.
ANSELMO Dove sono le treccie di Lucrezia romana?
PANTALONE Eh, no vedela che le xé furbarie? Mi l'ho scoverto, e gh'ho tolto de man tutte quelle cargadure che el vegniva a venderghe a éla.
ANSELMO Ah scellerato! Signor Pantalone, mandiamo a chiamare gli sbirri.
Facciamolo cacciar prigione.
PANTALONE Mi no vóggio altri impegni; l'ho tegnú qua per disingannarla, e me basta cussì.
Va' là, tòcco de furbazzo.
Va' lontan de sta casa, e ringrazia el cielo che la te passa cussì.
ARLECCHINO Grazie della só carità...
(in atto di partire).
ANSELMO Maladetto! ti accopperò (vuol seguirlo).
ARLECCHINO No me cuccàra, no me cuccàra (correndo parte).
SCENA QUINTA
Il Conte Anselmo e Pantalone.
PANTALONE Cossa disela, sior Conte? Brighella xélo un galantomo?
ANSELMO È un briccone, è un traditore.
PANTALONE Cossa vórla far de sti mobili ?
ANSELMO Non saprei...
lasciamoli qui, serviranno per accrescere la galleria.
PANTALONE Ah! donca la vol seguitar a tegnir galleria?
ANSELMO Ma che cosa vorreste ch'io facessi, senza questo divertimento?
PANTALONE Vorria che l'abbadasse alla só fameggia.
Vorrìa che se giustasse ste differenze tra niora e madonna.
ANSELMO Bene, aggiustiamole.
PANTALONE Se ghe vórla metter de cuor?
ANSELMO Mi ci metterò con tutto lo spirito.
PANTALONE Se la farà cussì, no mancherò de assisterla dove che poderò.
Me preme mia fia: no gh'ho altri al mondo che éla.
La vorrave veder quieta e contenta; se se pól, ben; se no, sala cossa che farò? La torò suso e la menerò a casa mia.
ANSELMO Signor Pantalone, preme anche a me la mia pace.
Voglio che ci mettiamo in quest'affare con tutto lo spirito.
PANTALONE La me consola; me vien tanto de cuor.
ANSELMO Caro amico, giacché avete dell'amore per me, fatemi una finezza.
PANTALONE Comandela qualcossa? Son a servirla.
ANSELMO Prestatemi otto o dieci zecchini, che poi, ricuperando quei di Brighella, ve li renderò.
PANTALONE La toga, e la se serva.
ANSELMO Ve li renderò.
PANTALONE Me maravéggio.
Vago da mia fia.
La vaga éla dalla siora Contessa, e vedemo de pacificarle.
ANSELMO Operate voi, e opererò ancor io.
PANTALONE Vorrave aver da giustar un fallimento in piazza, piuttosto che trattar una pase tra niora e madonna (parte).
ANSELMO Giacché ho questi dieci zecchini, non voglio tralasciare di comprare quei due ritratti del Petrarca e madonna Laura.
In questi son sicuro che spendo bene il denaro.
Non mì lascerò più ingannare.
Imparerò a mie spese.
Imparerò a mie spese (parte).
SCENA SESTA
Camera con tre porte, due laterali ed una in prospetto Il Cavaliere da una parte laterale, il Dottore dall'altra; poi tutti i personaggi vanno e vengono in questa scena, e tutte le loro entrate e tutte le loro sortite non fanno che una scena sola.
DOTTORE Caro signor Cavaliere, giacché siamo qui soli, e che nessuno ci sente, mì permette ch'io le dica quattro parole, da suo servitore e da buon amico?
CAVALIERE Dite pure, v'ascolto.
DOTTORE Non sarebbe meglio che vossignoria, per la parte della nuora, ed io, per la parte della suocera, procurassimo di far questa pace?
CAVALIERE Io non ho questa autorità sopra la signora Doralice.
DOTTORE Nemmeno io sopra la signora Isabella, ma spero che, se le parlerò, si rimetterà in me.
CAVALIERE Così spererei anch'io della contessina.
DOTTORE Facciamo una cosa, proviamo; e se ci riesce di far questo bene, avremo il merito di mettere in quiete, in concordia, tutta questa famiglia.
CAVALIERE Benissimo, vado a ricevere le commissioni dalla signora Doralice.
DOTTORE Ed io nello stesso tempo dalla signora Isabella.
CAVALIERE Attendetemi, che ora torno (entra nell'appartamento di Doralice).
ISABELLA (esce) Signor dottore, che discorsi avete avuti col Cavaliere?
DOTTORE Tanto egli che io desideriamo di procurare la sua quiete, la sua pace, la sua tranquillità.
ISABELLA Fino che colei sta in questa casa, non l'avrò mai.
Ditemi, il Cavaliere continua a dichiararsi per Doralice?
DOTTORE Egli è un galantuomo, che fa per l'una e per l'altra parte.
Mi creda: si fidi di me, si rimetta in me, e le prometto che ella sarà contenta.
ISABELLA Benissimo, io mì rimetto in voi.
DOTTORE Quello che farò io, sarà ben fatto?
ISABELLA Sarà ben fatto.
DOTTORE Lo approverà?
ISABELLA L'approverò.
DOTTORE Dunque stia quieta, e non pensi altro.
ISABELLA Avvertite però di non risolver niente, senza che io lo sappia.
DOTTORE In questa maniera ella non si rimette in me.
ISABELLA Vi lascio la libertà di trattare.
DOTTORE Ma non di concludere?
ISABELLA Signor no, di concludere no.
DOTTORE Dunque tratteremo.
ISABELLA Il primo patto, che Doralice vada fuori di questa casa.
DOTTORE E la dote?
ISABELLA Prima la mia, e poi la sua.
DOTTORE S'ha da rovinare la casa?
ISABELLA Rovinar la casa; ma via Doralice.
DOTTORE Eccola.
ISABELLA Temeraria! Ha tanto ardire di venirmi davanti gli occhi? Il sangue mì bolle.
Non la voglio vedere.
Venite con me (entra nel suo appartamento).
DOTTORE Vengo.
Ho paura che non facciamo niente (entra).
DORALICE (esce, e il Cavaliere corre dal suo appartamento) Vedete! Io vengo per parlare con lei, ed ella mì fugge.
CAVALIERE Giacché siete tanto discreta e ragionevole, mì date licenza che, salve tutte le vostre convenienze, tratti l'aggiustamento con vostra suocera?
DORALICE Sì, mì farete piacere.
CAVALIERE Volete rimettervi in me?
DORALICE Vi dò ampia facoltà di far tutto.
CAVALIERE Mi date parola?
DORA
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