LA SUOCERA E LA NUORA, di Carlo Goldoni - pagina 7
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ANSELMO Oh il ciel volesse! Caro Brighella, sarebbe la mia fortuna.
Quanto denaro credi tu che vi vorrà alla mano?
BRIGHELLA Almanco domille scudi.
ANSELMO Io non ne ho altri che mille cinquecento, gli altri li ho spesi tutti.
BRIGHELLA Vederò che el se contenta de questi.
ANSELMO Brighella mio, non bisogna perder tempo; va subito a serrar il contratto.
BRIGHELLA Bisognerà darghe la caparra.
ANSELMO Sì, tieni questi venti zecchini.
Daglieli per caparra.
BRIGHELLA Vado subito.
ANSELMO Ma avverti di farti dare l'inventario, riscontra cosa per cosa, poi vienmi ad avvisare, che verrò a vedere ancor io.
BRIGHELLA Vado; perché, se se perde tempo, el negozio pól andar in qualch'altra man.
ANSELMO No, per amor del cielo.
Mi appiccherei dalla disperazione.
BRIGHELLA (È vero che el signor capitanio vól vender la galleria, ma con questi venti zecchini comprerò i so scarti, ghe porterò qualch'altra freddura, e el gonzo, che non sa gnente, li pagherà a caro prezzo) (parte).
SCENA DECIMA
Il Conte Anselmo, poi Pantalone.
ANSELMO Non mì sarei mai creduto un incontro simile.
Ma la fortuna capita, quando men si crede.
PANTALONE Se pól vegnir? (di dentro).
ANSELMO Ecco qui quel buon uomo di Pantalone.
Non sa niente, non sa niente.
Venite, venite, signor Pantalone.
PANTALONE Fazzo reverenza al sior Conte.
ANSELMO Ditemi, voi che avete delle corrispondenze per il mondo, sapete la lingua greca?
PANTALONE La so perfettamente.
Son stà dies'anni a Corfù.
Ho scomenzà là a far el mercante, e tutto el mio devertimento giera a imparar quel linguaggio.
ANSELMO Dunque saprete leggere le scritture greche?
PANTALONE Ghe dirò: altro xé el greco litteral, altro xé el greco volgar.
Me n'intendo però un pochetto e dell'un e dell'altro.
ANSELMO Quand'è così, vi voglio far vedere una bella cosa.
PANTALONE La vedrò volentiera.
ANSELMO Un codice greco.
PANTALONE Bon, ghe n'ho visto dei altri.
ANSELMO Scritto di propria mano di Demostene.
PANTALONE El sarà una bella cossa.
ANSELMO Osservate, e se sapete leggere, leggete.
PANTALONE (osserva) Questo xé scritto da Demostene?
ANSELMO Sì, e sono i trattati di pace tra Sparta e Atene.
PANTALONE I trattati di pace tra Sparta e Atene? Sala cossa che contien sto libro?
ANSELMO Via, che cosa contiene?
PANTALONE Questo xé un libro de canzonette alla grega, che canta i putelli a Corfù.
ANSELMO Già lo sapeva.
Voi non sapete leggere il greco.
PANTALONE La senta: Mattiamù, mattachiamù, callispèra, mattiamù.
ANSELMO Ebbene, questi saranno i nomi propri degli Spartani o de' Tebani.
PANTALONE Vuol dir: Vita mia, dolce mia vita; bonasera, vita mia.
ANSELMO Non sapete leggere.
Questo è un codice greco che mì costa dieci zecchini, e ne vale più di cento.
PANTALONE El formaggier nol ghe dà tre soldi.
ANSELMO Andate a intender di panni e di sete, e non di scritture antiche.
PANTALONE Me despiase, sior Conte, che per quel che vedo, andémo de mal in pèzo.
ANSELMO Come sarebbe a dire?
PANTALONE Ella se perde in ste freddure, e la so casa va in precipizio.
ANSELMO Io mì diverto senza incomodar la casa.
L'entrate le maneggia mia moglie, né io pregiudico agl'interessi della famiglia.
PANTALONE E alla pase e alla quiete de casa no la ghe pensa?
ANSELMO Io penso a me, e non penso agli altri.
PANTALONE Mo no sala, che quando el capo de casa no gh'abbada, tutto va alla roversa?
ANSELMO Quando tacciono, sono capo; quando gridano, sono coda.
PANTALONE Dise mia fia che l'è stada offesa dalla siora Contessa Isabella.
ANSELMO E dice mia moglie che è stata offesa da vostra figlia; ora guardate con che razza di matti abbiamo da fare.
PANTALONE Eppur bisogna remediarghe.
ANSELMO Io vi consiglierei a fare quello che fo io.
PANTALONE Che vuol dir?
ANSELMO Lasciarle friggere nel proprio grasso.
PANTALONE Ma se ste cosse le va avanti, no so cossa che possa succeder.
ANSELMO Che cosa volete che succeda?
PANTALONE Siora Contessa xé un poco troppo altiera.
ANSELMO E vostra figlia è troppo fastidiosa.
PANTALONE Volémio veder de far sta pase tra niora e madonna?
ANSELMO Che cosa vi vuole per far questa pace?
PANTALONE Mi ho parlà con mia fia; e so che la farà a mio modo.
ANSELMO È inutile ch'io parli a mia moglie.
PANTALONE Perché?
ANSELMO Perché mai abbiamo fatto né ella a mio modo, né io al suo.
PANTALONE Ma questa l'averìa da esser una pase general de tutta la fameggia.
ANSELMO Io non sono in collera con nessuno.
PANTALONE Mo no l'è gnanca so decoro, voler comparir un omo de stucco.
ANSELMO Che cosa volete ch'io faccia?
PANTALONE Avemo da procurar che ste dó creature se unissa.
Avemo da far che le se parla, che le se giustifica, che le se pacifica, e xé ben che la ghe sia anca ella.
ANSELMO Via, vi sarò.
PANTALONE Bisogna metter qualche bona parola.
ANSELMO La metterò.
PANTALONE Ho parlà anca colla siora Contessa, e la m'ha promesso de vegnir in camera d'udienza, dove ghe sarà anca mia fia.
ANSELMO Buono, avete fatto assai.
PANTALONE Saremo nualtri soli; la, mì, so consorte, mia fia e mio zenero.
ANSELMO E non altri?
PANTALONE No gh'ha da esser altri.
ANSELMO Sarà difficile.
PANTALONE Perché? Chi gh'ha da esser?
ANSELMO Le donne hanno sempre i loro consiglieri.
PANTALONE Mia fia no credo che la gh'abbia nissun.
ANSELMO Eh, l'avrà, l'avrà.
PANTALONE Siora Contessa lo gh'ala?
ANSELMO Oh, se l'ha? E come!
PANTALONE E ella lo comporta?
ANSELMO Io abbado alle mie medaglie.
PANTALONE Mio zenero non farà cussì.
ANSELMO Ognun dal canto suo cura si prenda.
PANTALONE Questa no xé la regola che ha da tegnir un capo de casa.
ANSELMO Ditemi: quant'anni avete!
PANTALONE Sessanta, per servirla.
ANSELMO Volete vivere sino a cento?
PANTALONE Magari, ch'el ciel volesse!
ANSELMO Se volete vivere sino a cent'anni, prendetevi quei fastidi che mì prendo io (parte).
SCENA UNDICESIMA
Pantalone solo.
PANTALONE Vardé che bell'omo! Vardé in che bella casa che ho messo la mia povera fia! - Un de sti dí, co ste só medaggie, nol gh'ha più un soldo, e quel che xé pezo, el lassa che vaga in desordene la casa, senza abbadarghe.
Ma se no 'l ghe bada lu, ghe baderò mì.
No gh'ho altro a sto mondo che sta unica fia; se posso, no vói morir col rammarico de vederla malamente sagrificada.
Oh quanto mèggio che giera, che l'avesse maridada con uno da par mio! Anca a mì me xé vegnù el catarro della nobiltà.
Ho speso vintimile scudi.
Ma cosa hòggio fatto? Ho buttà i bezzi in canal, e ho negà la putta.
SCENA DODICESIMA
Arlecchino, travestito con altr'abito, e detto.
ARLECCHINO (Oh, se trovass sto sior Conte, ghe vorria piantar dell'altre belle antichità, senza spartir l'utile con Brighella).
PANTALONE (Chi diavolo xé costù?).
ARLECCHINO (Sto barbetta mì nol conoss).
PANTALONE Galantomo, chi seu? Chi domandéu?
ARLECCHINO Innanz che mì responda, l'am favorissa de dirme chi l'è vussiorìa.
PANTALONE Son un amigo del sior Conte Anselmo.
ARLECCHINO Se dilettela de antichità?
PANTALONE Oh assae! (Stè a veder che l'è un de quei che lo tira in trappola).
ARLECCHINO Za che vussiorìa se diletta de antichità, la sappia che mì son un antiquari.
Son vegnú per far la fortuna del sior Conte Anselmo.
PANTALONE (voi torme spasso e scovèrzer terren).
Caro amigo, se me faré a mì sto piaser, oltre al pagamento, ve servirò in quel che poderò, in quel che ve occorrerà.
ARLECCHINO Za che ved che l'è un galantomo, l'osserva che roba! L'osserva che antichità! che rarità! che preziosità! Vedel questa? (mostra una pantofola vecchia).
PANTALONE Questa la par una pantofola vecchia.
ARLECCHINO Questa l'era la pantofola de Neron, colla qual l'ha dà quel terribil calzo a Poppea, quand el l'ha scazzada dal trono.
PANTALONE Bravo! Oh che rarità! Gh'aveu altro? (Oh che ladro!).
ARLECCHINO Vedel questa? (mostra una treccia di capelli).
Questa l'è la drezza de cavelli de Lugrezia romana, restada in man a Sesto Tarquini..
PANTALONE Bellissima! (Ah tocco de furbazzo!).
ARLECCHINO La vederà...
PANTALONE No voggio veder altro.
Baron, ladro, desgrazià! Crédistu che sia un mamalucco? A mì ti me dà da intender ste fandonie? Furbazzo, te farò andar in galìa.
ARLECCHINO Ah signor, per amor del cielo, ghe domand pietà.
PANTALONE Chi t'ha introdotto in sta casa?
ARLECCHINO L' è stà Brighella, signor.
PANTALONE Come ! Brighella ?
ARLECCHINO Sior sì, avem spartì l'altra volta metà per un.
PANTALONE Donca Brighella sassìna el so patrón?
ARLECCHINO El fa anca lu, come che fan tanti alter.
PANTALONE Orsù, vegni con mì.
(Voggio co sto mezzo disingannar sto sior Conte).
Vegni con mì.
ARLECCHINO Dove ?
PANTALONE No ve dubitè.
Vegni con mì, e non abbié paura.
ARLECCHINO Abbié carità de un pover omo.
PANTALONE Meriteressi de andar in preson; ma no son capace de farlo.
Me basta che disé a sior Conte quel che avé dito a mì, e no vói altro.
ARLECCHINO Sior sì, dirò tutt quel che voll.
PANTALONE Andemo.
ARLECCHINO Son qua.
(Tolí, anca a robar ghe vol grazia e ghe vol fortuna) (s'incammina).
PANTALONE Femo sta pase, e po con costú farò veder al Conte che tutti lo burla, che tutti lo sassina.
(Partono).
SCENA TREDICESIMA
Camera della Contessa Isabella
La Contessa Isabella e il Dottore.
ISABELLA Anche voi mì rompete la testa?
DOTTORE Io non parlo; ma ha ella sentito che cosa ha detto il signor Pantalone?
ISABELLA Come c'entra quel vecchio in casa mia? Qui comando io, e poi mio marito.
DOTTORE Benissimo, non pretende già voler far da padrone; egli mostra dell'amore per questa casa, e desidera di vedere in tutti la concordia e la pace.
ISABELLA Se vuol che vi sia la pace, faccia che sua figlia abbia giudizio.
DOTTORE Egli protesta ch'ella è innocente.
ISABELLA È innocente? È innocente? E voi ancora lo dite? Sia maladetto quando il diavolo vi porta qui!
DOTTORE È il signor Pantalone che dice ch'ella è innocente.
Io non lo dico.
ISABELLA Basta, se vi sentite di dirlo, andate fuori di questa camera.
DOTTORE Questa è una bellissima cosa.
Ora mì vuole, ora mì scaccia.
ISABELLA Se mì fate rabbia! Andatemi a prender da bere.
DOTTORE Vado (si parte per prendere da bere).
ISABELLA Maladettissima! A me vecchia?
DOTTORE Eccola servita (le porta un bicchier di vino colla sottocoppa).
ISABELLA Non voglio vino.
DOTTORE Anderò a pigliar dell'acqua (si parte, come sopra).
ISABELLA Vi saluto, perché siete più vecchia di me?
DOTTORE Ecco l'acqua (porta un bicchier d'acqua).
ISABELLA Maladetto! Fredda me la portate?
DOTTORE Ma la calda dov'è?
ISABELLA Al fuoco, al fuoco.
DOTTORE La prenderò calda (si parte, come sopra).
ISABELLA Questa parola non me l'ha ancora detta nessuno.
Ma che faceva il signor cavaliere in compagnia di colei? Sarebbe bella che avesse lasciata me, per servir Doralice!
SCENA QUATTORDICESIMA
Colombina e detta.
COLOMBINA Signora, il padrone la prega di passare nel suo appartamento.
ISABELLA Che cosa vuole da me?
COLOMBINA Non lo so, signora; so che vi è il signor Pantalone.
ISABELLA Bene, bene, sentiremo le novità.
Dimmi un poco, hai veduto quando il cavaliere è andato nelle camere di Doralice?
COLOMBINA L'ho veduto benissimo.
ISABELLA Quanto vi e stato?
COLOMBINA Più di due ore; e poi poco fa, vi e tornato.
ISABELLA Vi è tornato?
COLOMBINA Sì, signora, vi è tornato.
ISABELLA Sei punto stata in camera? Hai sentito nulla?
COLOMBINA Oh! io in quella camera non ci vado.
Servo la mia padrona e non servo altri.
ISABELLA Che balorda! né anche andar in camera a sentir qualche cosa, per sapermelo dire; va, che sei una scimunita.
COLOMBINA Balorda! scimunita! Non voleva dirvelo; ma ci sono stata.
ISABELLA Si? contami, che cosa facevano?
COLOMBINA Parlavano segretamente.
ISABELLA Discorrevano forse di me?
COLOMBINA Sicuro.
ISABELLA Che cosa dicevano?
COLOMBINA Che siete fastidiosa, sofistica, e che so io.
ISABELLA Cavaliere malnato!
SCENA QUINDICESIMA
Il Dottore con l'acqua calda, e dette.
DOTTORE Ecco l'acqua calda.
ISABELLA Andate al diavolo; non sentite che scotta? (la prende, le pare bollente, e gettandola via, coglie il Dottore).
DOTTORE Obbligatissimo alle sue grazie.
ISABELLA Di grazia, che vi avrò stroppiato!
DOTTORE Io non parlo.
ISABELLA E così, che altro hanno detto di me? (a Colombina).
COLOMBINA Non ho potuto sentir altro.
Ma se sentirò, dirò tutto.
ISABELLA Sta attenta; ascolta e osserva, che mì preme infinitamente.
COLOMBINA Signora padrona, vi ricordate quant'è che mì avete promesso un paio di scarpe?
ISABELLA Tieni, comprale a tuo modo (le dà un ducato).
COLOMBINA Che siate benedetta! (così si macina a due mulini) (parte).
ISABELLA (Il cavaliere mì tratta Così?).
DOTTORE Vuole ch'io le vada a prendere dell'acqua un poco tiepida?
ISABELLA (In casa mia? sugli occhi miei?).
DOTTORE Signora, è in collera? Non l'ho fatto apposta.
ISABELLA (Bell'azione!).
DOTTORE Dica, signora Contessa...
ISABELLA Non mì rompete la testa.
DOTTORE Ma che cosa le ho fatto? Sempre la mì strapazza; sempre la mì mortifica.
ISABELLA Venite con me nell'appartamento di mio marito (parte).
SCENA SEDICESIMA
Il Dottore solo.
DOTTORE Ecco il bell'onor che si acquista a servire una signora di rango! Per un poco di vanità mì convien soffrir cento villanie.
Ma non so che fare.
Ci sono avvezzo, e non so distaccarmi (parte).
SCENA DICIASSETTESIMA
Camera del Conte Anselmo
Il Conte Anselmo e Pantalone.
ANSELMO Eccomi qui, eccomi qui.
Ma quanto ci dovrò stare?
PANTALONE Aspettemo che le vegna.
Disémo quattro parole; fémo sto aggiustamento, e l'anderà dove che la vól.
ANSELMO (Brighella non si vede colla risposta della galleria).
PANTALONE Vien zente.
Chi èla questa, che no ghe vedo troppo?
ANSELMO È mia moglie.
PANTALONE E con éla chi gh'è?
ANSELMO Non ve L'ho detto? Il suo consigliere.
PANTALONE L'è el dottor Balanzoni!
ANSELMO Cose vecchie, cose vecchie.
PANTALONE Ma cossa gh'intrelo ? Averia gusto che fossimo soli.
ANSELMO Eh, lasciatelo venire; che v'importa?
PANTALONE (Che bel carattere che xé sto sior Conte!).
SCENA DICIOTTESIMA
La Contessa Isabella col Dottore, che le dà mano, e detti.
ANSELMO Ben venuti, ben venuti.
DOTTORE Fo riverenza al signor Conte.
PANTALONE Siora Contessa, ghe son umilissimo servitor.
ISABELLA La riverisco.
PANTALONE (La ghe diga qualcossa.
Fémo pulito) (piano al Conte).
ANSELMO (Orsú, giacché ci siamo, bisogna fare uno sforzo).
Contessa mia, vi ho fatto qui venire per un affar d'importanza; in poche parole mì sbrigo.
In casa mia voglio la pace.
Se qualche cosa è passata fra voi e vostra nuora, s'ha da obliare il tutto.
Voglio che ora vi pacifichiate, e che alla mia presenza torniate come il primo giorno che Doralice è venuta in casa.
Avete inteso? Voglio che si faccia così (alterato).
ISABELLA Voglio?
ANSELMO Signora sì, voglio.
Questa parola la dico una volta l'anno; ma quando la dico, la sostengo (come sopra).
ISABELLA E volete dunque...
ANSELMO Quello ch'io voglio, l'avete inteso.
Non vi è bisogno di repliche.
ISABELLA Io dubito sia diventato pazzo: non ha mai più parlato così.
ANSELMO (Che dite? Mi sono portato bene?) (a Pantalone).
PANTALONE Benissimo.
ANSELMO (Ho fatto una fatica terribile).
SCENA DICIANNOVESIMA
Doralice, il Cavaliere Del Bosco, Giacinto e detti.
PANTALONE (Cossa gh'intra quel sior co mia fia?) (ad Anselmo).
ANSELMO (Non ve l'ho detto? Il suo consigliere).
CAVALIERE Padroni miei, con tutto il rispetto.
DORALICE Serva di lor signori.
ANSELMO E voi, signora, non dite niente? (ad Isabella).
ISABELLA Divotissima, divotissima (sostenuta).
ANSELMO Sediamo un poco, e quello che abbiamo a fare, facciamolo presto.
(Brighella non si vede).
Che ora è? Signor cavaliere, che ora è? (Tutti siedono).
CAVALIERE Non lo so davvero.
Ho dato il mio orologio ad accomodare.
DORALICE Guarderò io: è mezzogiorno vicino (guarda sull'orologio).
ANSELMO Avete un bell'orologio.
Lasciatemelo un poco vedere.
DORALICE Eccolo.
ISABELLA Mi rallegro con lei, signora (a Doralice).
DORALICE È necessario un orologio, dove ognora si scandagliano i quarti della nobiltà.
ISABELLA (L' impertinente!).
ANSELMO Mi piace questo cammeo; sarà antico: da chi l'avete avuto?
DORALICE Me l'ha dato mio padre.
ISABELLA Oh, oh, oh, suo padre! (ridendo forte).
PANTALONE Siora sì, ghe l'ho dà mì, siora sì.
ANSELMO Questo cammeo è bellissimo.
PANTALONE (Orsù, vórla che scomenzémo a parlar? Vórla dir éla?) (piano ad Anselmo).
ANSELMO La chioma di quella sirena non può esser più bella.
La voglio veder colla lente (tira fuori una lente, osserva il cammeo, e non bada a chi parla).
PANTALONE (El tempo passa) (come sopra).
ANSELMO Principiate voi, poi dirò io.
Intanto lasciatemi prender gusto in questo cammeo.
PANTALONE Signore, se le me permette, qua per ordine del sior Conte mio padron, del qual ho l'onor de esser anca parente...
DORALICE Per mia disgrazia.
PANTALONE Tasé là, siora, e fin che parlo, no m'interrompé.
Come diseva, se le me permette, farò un piccolo discorsetto.
Pur troppo xé vero che tra la madonna e la niora poche volte se va d'accordo...
ISABELLA Quando la nuora non ha giudizio.
PANTALONE Cara ella, per carità, la prego, la me lassa parlar; la sentirà con che rispetto, con che venerazion, con che giustizia parlerò de éla (ad Isabella).
ISABELLA Io non apro bocca.
PANTALONE E vu tasé (a Doralice).
DORALICE Non parlo.
PANTALONE Credo che per ordinario le dissension che nasce tra ste dó persone, le dipenda da chiàccole e pettegolezzi.
ISABELLA Questa volta son cose vere.
DORALICE Vere, verissime.
PANTALONE Oh poveretto mì! me làssele dir?
ISABELLA Avete finito? Vorrei parlar anch'io.
DORALICE Una volta per uno, toccherà ancora a me...
PANTALONE Mo se non ho gnancora principià.
Sior Conte, la parla éla, che mì no posso più (ad Anselmo).
ANSELMO Avete finito? Si sono aggiustate? È fatta la pace?
PANTALONE Dov'elo stà fina adesso? Non l'ha sentìo ste dó campane che no tase mai?
ANSELMO Con un cammèo di questa sorta davanti agli occhi, non si sentirebbero le cannonate.
PANTALONE Cossa avemio da far?
ANSELMO Parlate voi, ché poi parlerò io (torna ad osservare il cammeo).
PANTALONE Me proverò un'altra volta.
Siora Contessa, voria pregarla de dir i motivi dei só desgusti contro mia fia (ad Isabella).
ISABELLA Oh, sono assai.
DORALICE I miei sono molto più.
PANTALONE Tasé là, siora; lassé che la parla éla, e po parleré vu.
DORALICE Ah! sì, deve ella parlare la prima, perché...
(Ho quasi detto, perché è più vecchia) (al Cavaliere).
CAVALIERE (Avreste fatto una bella scena!)
PANTALONE La favorissa de dirghene qualchedun (ad Isabella).
ISABELLA Non so da qual parte principiare.
GIACINTO Signor suocero, se aspettiamo che esse dicano tutto con regola e quiete, è impossibile.
Io, che so le doglianze dell'una e dell'altra, parlerò io per tutte due.
Signora madre, vi contentate ch'io parli?
ISABELLA Parlate pure.
(Già m'aspetto che tenga dalla consorte).
GIACINTO E voi, Doralice, vi contentate che parli per voi?
DORALICE Sì, sì, quel che volete.
(Già terrà dalla madre).
GIACINTO Prima di tutto mia madre si lamenta che Doralice le abbia detto vecchia.
ISABELLA Via di qua, temerario (a Giacinto).
GIACINTO Diceva...
ISABELLA Va' via, che ti do una mano nel viso.
GIACINTO Perdonatemi.
ISABELLA Va', ti dico, impertinente.
GIACINTO (Anderò per non irritarla.
Eh! lo vedo, lo vedo; qui non si può più vivere) (parte).
DORALICE (Mi ha dato più gusto, che se avessi guadagnato cento zecchini) (al Cavaliere).
CAVALIERE (Quella parola le fa paura).
PANTALONE Cossa dísela, sior Conte? No se pól miga andar avanti.
ANSELMO Orsú, la finirò io.
Signore mie...
Ma prima che mì scordi, questo cammeo si potrebbe avere?
PANTALONE El xé de mia fia, la ghe domanda a éla.
ANSELMO Mi volete vendere questo cammeo? (a Doralice).
DORALICE Venderlo? mì maraviglio.
Se ne serva, è padrone.
ANSELMO Me lo donate?
DORALICE Se si degna.
ANSELMO Vi ringrazio, la mia cara nuora, vi ringrazio.
Lo staccherò, e vi renderò l'orologio.
ISABELLA Via, ora che la vostra dilettissima signora nuora vi ha fatto quel bel regalo, pronunziate la sentenza in di lei favore.
ANSELMO A proposito.
Ora, già che ci siamo, bisogna terminare questa faccenda.
Signore mie, in casa mia non vi è la pace, e mancando questa, manca la miglior cosa del mondo.
Sinora ho mostrato di non curarmene, per stare a vedere sin dove giungevano i vostri opposti capricci; ora non posso più, e pensandovi seriamente, ho deliberato di porvi rimedio.
Ho piacere che si trovino presenti questi signori, i quali saranno giudici delle vostre ragioni e delle mie deliberazioni.
Principiamo dunque...
SCENA VENTESIMA
Brighella e detti.
BRIGHELLA Sior padron (al Conte Anselmo).
ANSELMO Che c' è?
BRIGHELLA El negozio è fatto, la galleria è nostra, e gh'ho qua l'inventario.
ANSELMO Con licenza di lor signori (s'alza).
PANTALONE Tornela presto?
ANSELMO Per oggi non torno più (parte con Brighella).
PANTALONE Bella da galantuomo!
DORALICE Possiamo andarcene ancora noi.
PANTALONE Senza el sior Conte ghe remedio che vegnimo in chiaro del motivo de ste discordie?
ISABELLA Ecco qui; il signor dottore è qualche anno che mì conosce.
Mi ha tenuta in braccio da bambina, e sa chi sono.
Dica egli, se io vado in collera senza ragione.
DOTTORE Oh; è vero.
Ella non parla mai senza fondamento.
DORALICE Il signor cavaliere è buon testimonio di quello che ha detto di me la signora suocera, e sa egli se con ragione mì lamento.
CAVALIERE Signore, lasciamo queste leggerezze da parte.
Stiamo allegramente in buona pace, con buona armonia.
DORALICE Leggerezze le chiamate? Leggerezze? Mi avete pure accordato anche voi che io ho ragione, che io sono l'offesa, che non tocca a me cedere.
ISABELLA Bravo, signor cavaliere! Vossignoria è quello che consiglia la signora Doralice.
CAVALIERE Io non consiglio nessuno, parlo come l'intendo.
Servitor umilissimo di lor signori (parte).
PANTALONE Voleu che ve la diga? Sé una chebba de matti.
Destrighévela tra de vu altri, e chi ha la rogna, se la gratta (parte).
ISABELLA Son offesa, saprò vendicarmi, e la mia vendetta sarà da dama qual sono.
Dottore, andiamo (parte col Dottore).
DORALICE M'impegno colla mia placidezza di confondere e superare tutte le più furiose del mondo (parte).
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
Camera del Conte Anselmo con tavolini
Il Conte Anselmo e Brighella
BRIGHELLA Ecco qua.
Per tre mila scudi la varda quanta gran roba.
ANSELMO Caro Brighella, son fuor di me dall'allegrezza.
Qual è la cassa dei crostacei?
BRIGHELLA El numero uno l'è la cassa dei crostacei, dove ghe sarà drento tre mila capi de frutti marini, cioè ostreghe, cappe e cose simili, trovade su le cime de' monti.
ANSELMO Questi soli vagliono i tremila scudi.
BRIGHELLA El numero dó l'è una cassa de pesci petrificadi de tutte le sorte.
ANSELMO Questo sarebbe per la galleria d'un monarca.
BRIGHELLA El numero tre l'è una cassa con una raccolta de mùmie d'Aleppo: tutte de animali uno differente dall'altro, fra i quali gh'è un basilisco.
ANSELMO V'è anche il basilisco?
BRIGHELLA E come! L'è grando come un quaggiotto.
ANSELMO Si sa da dove l'abbiano portato?
BRIGHELLA Se sa tutto.
L'è nato da un uovo de gallo.
ANSELMO Sì, Sì, ho inteso dire che i galli dopo tanti anni fanno un uovo, da cui nasce poi il basilisco.
L'ho sempre creduta una favola.
BRIGHELLA No l'è favola, e là drento gh'è la prova della verità.
ANSELMO Brighella, ti sono obbligato.
M'hai fatto fare dei preziosi acquisti.
BRIGHELLA Son un omo fatto a posta per sti negozi; gnancora non la me cognosse intieramente; fra poco la me cognosserà meggio.
(Ma el me cognosserà in tempo che m'avrò messo in salvo mì e sti bezzi che gh'ho cuccào) (parte).
SCENA SECONDA
Il Conte Anselmo, poi Pantalone.
ANSELMO Io ho qui da divertirmi per due o tre mesi.
Fino che non ho posto in ordine tutta questa roba, non vado in campagna, non vado in conversazioni, non vado nemmeno fuori di casa.
Mi farò portar qui da mangiare.
Mi voglio far portar qui un lettino da campagna e dormir qui; così non avrò lo stordimento di quella fastidiosissima mia consorte.
Non voglio nessuno, non voglio nessuno.
PANTALONE Sior Conte, se pól vegnir? (di dentro).
ANSELMO Non voglio nessuno.
PANTALONE La senta, ghe xé sior Pancrazio, quel famoso antiquario (di dentro).
ANSELMO Oh! venga, venga, è padrone.
Capperi! Ha saputo che ho fatta questa bella spesa e subito corre.
SCENA TERZA
Pantalone, Pancrazio e detto.
PANTALONE Caro sior Conte, la sa che ghe son bon amigo.
ANSELMO Compatitemi, ero imbarazzato.
Signor Pancrazio, che fortuna è la mia che siate venuto a favorirmi?
PANCRAZIO Ho saputo che Vossignoria ha fatto una bella compra d'antichità, e sono venuto, se mì permette, a vedere le sue belle cose.
PANTALONE L'ho menà mì, sior Conte, l'ho menà mì, perché anca mì ho savesto che l'ha fatto una bella spesa (Credo che l'abbia buttà i bezzi in canal, e pól esser che me riessa d'illuminarlo).
ANSELMO Sentite, signor Pancrazio, ora posso dire che in questa città niuno possa arrivare alla mia galleria.
Ho delle cose preziose.
PANCRAZIO Le vedrò volentieri.
Vossignoria sa ch'io ne ho cognizione.
ANSELMO È vero; voi siete il più pratico e il più intendente antiquario di Palermo.
Date un'occhiata a quelle casse e vedete se son piene di piccoli tesoretti.
PANCRAZIO Con sua licenza (va a vedere nelle casse).
ANSELMO Caro signor Pantalone, compatite se vi ho piantato, quando eravamo in camera colle due pazze.
Moriva di voglia di veder queste belle cose.
PANTALONE Sior Conte, possibile che alla só casa no la ghe vóggia pensar gnente?
ANSELMO Se ci penso? E come! Ditemi, come è andata la cosa? Come si è terminato il congresso?
PANTALONE Ghe dirò; dopo che la xé andada via ella...
ANSELMO Ebbene, signor Pancrazio, che dite? Sono cose stupende, cose rare, non più vedute?
PANTALONE (Vardé come che el m'ascolta).
PANCRAZIO Signor Conte, mì permette ch'io parli con libertà?
ANSELMO Sì, dite liberamente il vostro parere.
PANCRAZIO Prima di tutto, crede ella ch'io sia un uomo d'onore?
ANSELMO Vi tengo per un uomo illibatissimo, come siete e come decanta tutta Palermo.
PANCRAZIO Crede ch'io abbia cognizione di queste cose?
ANSELMO Dopo di me, non vi è nessuno meglio di voi.
PANCRAZIO Quanto ha pagato tutta questa roba?
ANSELMO Sentite, ma in confidenza, che nessuno lo sappia; l'ho avuta a un prezzo bassissimo.
Per tremila scudi.
PANCRAZIO Signor Conte, in confidenza, che nessuno ci senta: questa è roba che non vale tremila soldi.
ANSELMO Come non vale tremila soldi?
PANTALONE (Bella da galantomo!).
ANSELMO L'avete bene osservata?
PANCRAZIO Ho veduto quanto basta per assicurarmi di ciò.
ANSELMO Ma i crostacei?
PANCRAZIO Sono ostriche trovate nell'immondizie, o gettate dal mare quando è in burrasca.
PANTALONE Trovate sui monti del poco giudizio.
ANSELMO E i pesci petrificati?
PANCRAZIO Sono sassi un poco lavorati collo scarpello, per ingannare chi crede.
PANTALONE Ghe sarà anca petrificà e indurio el cervello de qualche antiquario.
ANSELMO E le mummie?
PANCRAZIO Sono cadaveri di piccoli cani, e di gatti, e di sorci sventrati e seccati.
ANSELMO Ma il basilisco?
PANCRAZIO È un pesce marino che i ciarlatani sogliono accomodare in figura di basilisco, e se ne servono per trattenere i contadini in piazza, quando vogliono vendere il loro balsamo.
ANSELMO Signor Pancrazio, voi m'uccidete, voi mì cavate il cuore.
E i quadri, le pitture, le miniature?
PANCRAZIO Per quel poco che ho veduto, sono cose che possono valere cento scudi, se vi arrivano.
ANSELMO Dubito che vi vogliate prendere spasso di me, o che lo facciate per indurmi a vendervi queste robe a buon mercato; ma v'ingannate, se lo credete.
PANCRAZIO Io sono un uomo d'onore.
Non son capace d'ingannarvi; ma vi dico bensì che siete stato tradito.
PANTALONE E chi l'ha tradio xé quel baron de Brighella.
ANSELMO Brighella è onorato.
PANTALONE Brighella xé un furbazzo, e ghe lo proverò.
ANSELMO Come lo potete dire! Come lo potete provare?
PANTALONE Se recòrdela dell'armeno che gh'ha vendù el lume eterno delle piramidi d'Egitto e tutte quell'altre belle cosse?
ANSELMO Me ne ricordo sicuro; e quella pure è stata un'ottima spesa.
PANTALONE Co só bona grazia, l'aspetta un momento: el xé qua, ghel fazzo vegnir (parte).
ANSELMO Avrà qualche altra cosa rara da vendere.
PANCRAZIO Caro signor Conte, mì dispiace sentire ch'ella getti malamente i suoi denari.
ANSELMO Compatitemi, non ne sono ancor persuaso.
Brighella mì ha fatto fare questo negozio.
Brighella se ne intende quanto voi, e non è capace d'ingannarmi.
PANCRAZIO Brighella se ne intende quanto me? Mi fa un bell'onore.
Signor Conte, io sono venuto per illuminarla, mosso dall'onestà di galantuomo ed eccitato a farlo dal signor Pantalone.
Vossignoria è attorniato da bricconi che l'ingannano e le fanno comprare delle porcherie, e però...
ANSELMO Mi maraviglio, me n'intendo; non sono uno sciocco (alterato).
PANCRAZIO Servitore umilissimo (parte).
ANSELMO Che caro signor Pancrazio! Parla per invidia.
Vorrebbe discreditare la mia galleria, per accreditare la sua.
Me n'intendo; conosco; non mì lascio gabbare.
SCENA QUARTA
Pantalone, Arlecchino e detto.
PANTALONE (conducendo per mano Arlecchino) Vegnì qua, sior, no ve vergogné, no ve tiré indrio; confessé a sior Conte la bella vendita che gh'avé fatto, e chi ve l'ha fatta far.
ARLECCHINO Siori, ve domando perdon...
ANSELMO (Questi è l'armeno).
Siete voi l'armeno? (ad Arlecchino)
ARLECCHINO Sior sì; son un Armeno da Bergamo.
ANSELMO Come!
PANTALONE Chi v'ha introdotto in sta casa? Parlé (ad Arlecchino).
ARLECCHINO Brighella (sempre timoroso).
PANTALONE A cossa far?
ARLECCHINO A vender le strazze al sior antiquario.
PANTALONE Séntela, patron? (ad Anselmo).
ANSELMO Come, stracci? Il lume eterno...
ARLECCHINO L'è una luse da óggio che val dó soldi.
ANSELMO Oimè! non è il lume eterno trovato nelle piramidi d'Egitto?
ARLECCHINO Stara, stara, e mì cuccàra.
ANSELMO Ah son tradito, sono assassinato! Ladro infame, anderai prigione.
PANTALONE El ladro, el baron xé Brighella che l'ha menà in casa, e s'ha servido de stó martuffo per tór in mezzo el patron.
ARLECCHINO E mì che aveva imparà da quel bon maestro, son po vegnù colle drezze de Lucrezia romana.
ANSELMO Dove sono le treccie di Lucrezia romana?
PANTALONE Eh, no vedela che le xé furbarie? Mi l'ho scoverto, e gh'ho tolto de man tutte quelle cargadure che el vegniva a venderghe a éla.
ANSELMO Ah scellerato! Signor Pantalone, mandiamo a chiamare gli sbirri.
Facciamolo cacciar prigione.
PANTALONE Mi no vóggio altri impegni; l'ho tegnú qua per disingannarla, e me basta cussì.
Va' là, tòcco de furbazzo.
Va' lontan de sta casa, e ringrazia el cielo che la te passa cussì.
ARLECCHINO Grazie della só carità...
(in atto di partire).
ANSELMO Maladetto! ti accopperò (vuol seguirlo).
ARLECCHINO No me cuccàra, no me cuccàra (correndo parte).
SCENA QUINTA
Il Conte Anselmo e Pantalone.
PANTALONE Cossa disela, sior Conte? Brighella xélo un galantomo?
ANSELMO È un briccone, è un traditore.
PANTALONE Cossa vórla far de sti mobili ?
ANSELMO Non saprei...
lasciamoli qui, serviranno per accrescere la galleria.
PANTALONE Ah! donca la vol seguitar a tegnir galleria?
ANSELMO Ma che cosa vorreste ch'io facessi, senza questo divertimento?
PANTALONE Vorria che l'abbadasse alla só fameggia.
Vorrìa che se giustasse ste differenze tra niora e madonna.
ANSELMO Bene, aggiustiamole.
PANTALONE Se ghe vórla metter de cuor?
ANSELMO Mi ci metterò con tutto lo spirito.
PANTALONE Se la farà cussì, no mancherò de assisterla dove che poderò.
Me preme mia fia: no gh'ho altri al mondo che éla.
La vorrave veder quieta e contenta; se se pól, ben; se no, sala cossa che farò? La torò suso e la menerò a casa mia.
ANSELMO Signor Pantalone, preme anche a me la mia pace.
Voglio che ci mettiamo in quest'affare con tutto lo spirito.
PANTALONE La me consola; me vien tanto de cuor.
ANSELMO Caro amico, giacché avete dell'amore per me, fatemi una finezza.
PANTALONE Comandela qualcossa? Son a servirla.
ANSELMO Prestatemi otto o dieci zecchini, che poi, ricuperando quei di Brighella, ve li renderò.
PANTALONE La toga, e la se serva.
ANSELMO Ve li renderò.
PANTALONE Me maravéggio.
Vago da mia fia.
La vaga éla dalla siora Contessa, e vedemo de pacificarle.
ANSELMO Operate voi, e opererò ancor io.
PANTALONE Vorrave aver da giustar un fallimento in piazza, piuttosto che trattar una pase tra niora e madonna (parte).
ANSELMO Giacché ho questi dieci zecchini, non voglio tralasciare di comprare quei due ritratti del Petrarca e madonna Laura.
In questi son sicuro che spendo bene il denaro.
Non mì lascerò più ingannare.
Imparerò a mie spese.
Imparerò a mie spese (parte).
SCENA SESTA
Camera con tre porte, due laterali ed una in prospetto Il Cavaliere da una parte laterale, il Dottore dall'altra; poi tutti i personaggi vanno e vengono in questa scena, e tutte le loro entrate e tutte le loro sortite non fanno che una scena sola.
DOTTORE Caro signor Cavaliere, giacché siamo qui soli, e che nessuno ci sente, mì permette ch'io le dica quattro parole, da suo servitore e da buon amico?
CAVALIERE Dite pure, v'ascolto.
DOTTORE Non sarebbe meglio che vossignoria, per la parte della nuora, ed io, per la parte della suocera, procurassimo di far questa pace?
CAVALIERE Io non ho questa autorità sopra la signora Doralice.
DOTTORE Nemmeno io sopra la signora Isabella, ma spero che, se le parlerò, si rimetterà in me.
CAVALIERE Così spererei anch'io della contessina.
DOTTORE Facciamo una cosa, proviamo; e se ci riesce di far questo bene, avremo il merito di mettere in quiete, in concordia, tutta questa famiglia.
CAVALIERE Benissimo, vado a ricevere le commissioni dalla signora Doralice.
DOTTORE Ed io nello stesso tempo dalla signora Isabella.
CAVALIERE Attendetemi, che ora torno (entra nell'appartamento di Doralice).
ISABELLA (esce) Signor dottore, che discorsi avete avuti col Cavaliere?
DOTTORE Tanto egli che io desideriamo di procurare la sua quiete, la sua pace, la sua tranquillità.
ISABELLA Fino che colei sta in questa casa, non l'avrò mai.
Ditemi, il Cavaliere continua a dichiararsi per Doralice?
DOTTORE Egli è un galantuomo, che fa per l'una e per l'altra parte.
Mi creda: si fidi di me, si rimetta in me, e le prometto che ella sarà contenta.
ISABELLA Benissimo, io mì rimetto in voi.
DOTTORE Quello che farò io, sarà ben fatto?
ISABELLA Sarà ben fatto.
DOTTORE Lo approverà?
ISABELLA L'approverò.
DOTTORE Dunque stia quieta, e non pensi altro.
ISABELLA Avvertite però di non risolver niente, senza che io lo sappia.
DOTTORE In questa maniera ella non si rimette in me.
ISABELLA Vi lascio la libertà di trattare.
DOTTORE Ma non di concludere?
ISABELLA Signor no, di concludere no.
DOTTORE Dunque tratteremo.
ISABELLA Il primo patto, che Doralice vada fuori di questa casa.
DOTTORE E la dote?
ISABELLA Prima la mia, e poi la sua.
DOTTORE S'ha da rovinare la casa?
ISABELLA Rovinar la casa; ma via Doralice.
DOTTORE Eccola.
ISABELLA Temeraria! Ha tanto ardire di venirmi davanti gli occhi? Il sangue mì bolle.
Non la voglio vedere.
Venite con me (entra nel suo appartamento).
DOTTORE Vengo.
Ho paura che non facciamo niente (entra).
DORALICE (esce, e il Cavaliere corre dal suo appartamento) Vedete! Io vengo per parlare con lei, ed ella mì fugge.
CAVALIERE Giacché siete tanto discreta e ragionevole, mì date licenza che, salve tutte le vostre convenienze, tratti l'aggiustamento con vostra suocera?
DORALICE Sì, mì farete piacere.
CAVALIERE Volete rimettervi in me?
DORALICE Vi dò ampia facoltà di far tutto.
CAVALIERE Mi date parola?
DORALICE Ve la dò, con patto però che l'aggiustamento sia fatto a modo mio.
CAVALIERE Prescrivetemi le condizioni.
DORALICE Una delle due, o che io debba essere la padrona in questa casa, senza che la suocera se ne abbia da ingerire punto, né poco; o ch'io voglio la mia dote, e tornarmene in casa di mio padre.
CAVALIERE Troveremo qualche temperamento.
DORALICE Sì, via, trovate de' mezzi termini, de' buoni temperamenti; ma ricordatevi che non voglio restare al disotto una punta di spilla (va nel suo appartamento).
CAVALIERE Oh, questo è un grande imbarazzo! Ma ecco il dottore.
Sentiamo che cosa dice della Contessa Isabella.
DOTTORE (esce dall'appartamento d'Isabella) Signor cavaliere, ha parlato colla signora Doralice?
CAVALIERE Signor sì, ho parlato ed ho facoltà di trattare.
DOTTORE Io pure ho l'istessa facoltà da quest'altra.
CAVALIERE Dunque trattiamo.
Vi faccio a prima giunta un progetto alternativo.
O la signora Doralice vuol esser anch'ella padrona in questa casa, o vuole la sua dote e se n'anderà con suo padre.
DOTTORE Rispondo per la signora Contessa.
Se vuole andare, se ne vada; ma prima s'ha da levare la dote della suocera, e poi quella della nuora.
CAVALIERE Facciamo così: che la signora Isabella dia il manéggio alla nuora di quattro cento scudi l'anno, e penserà ella alle spese per sé e per la cameriera.
DOTTORE Con licenza, ora torno (va da Isabella, poi torna).
CAVALIERE Non può risolvere.
Anch'egli ha lo stesso arbitrio che ho io.
Questa sarebbe la meglio.
Ognun pensar per sé.
DOTTORE (ritorna dall'appartamento d'Isabella) Quattrocento scudi non si possono accordare.
Se ne accorderanno trecento.
CAVALIERE Attendetemi, che ora vengo (va da Doralice).
DOTTORE È plenipotenziario anch'egli, come sono io.
PANTALONE (esce dalla porta di mezzo) Sior dottor, la riverisco (incamminandosi verso l'appartamento di Doralice).
DOTTORE Dove, signor Pantalone?
PANTALONE Da mia fia.
DOTTORE Ora si tratta l'aggiustamento fra lei e la suocera.
PANTALONE E chi lo tratta stó aggiustamento?
DOTTORE Per la sua parte il cavaliere del Bosco.
PANTALONE Come gh'intrelo sto sior Cavalier?
CAVALIERE (ritorna dall'appartamento di Doralice) L'aggiustamento è fatto.
PANTALONE Sì? come, cara éla?
(esce il Conte Anselmo dalla porta di mezzo).
DOTTORE Signor Conte, l'aggiustamento è fatto.
ANSELMO Ne godo, ne godo; e come?
CAVALIERE La signora Doralice si contenta di trecento scudi l'anno.
DOTTORE E la signora Contessa Isabella glieli accorda.
PANTALONE Xéla matta mia fia? Adesso mo (va da Doralice, poi torna).
ANSELMO È spiritata mia moglie? ora mì sentirà (va da Isabella).
CAVALIERE Questi vecchi vogliono guastare il nostro manéggio (al Dottore).
DOTTORE Questa era una convenzione onesta, perché, per dirla, la signora Doralice è troppo inquieta.
CAVALIERE Ha ragione se vede di mal occhio la suocera, per tutto quello che ha saputo dire di lei.
DOTTORE Anzi la nuora ha strapazzata la suocera fieramente.
CAVALIERE Siete male informato.
DOTTORE Ehi, Colombina.
COLOMBINA (esce dalla camera d'Isabella) Signore!
DOTTORE Dimmi un poco, che cosa ha detto la signora Doralice della Contessa Isabella?
COLOMBINA Oh! Io non so nulla.
CAVALIERE Non crediate a costei, mentre ella alla signora Doralice ha detto tutto il male della sua padrona.
COLOMBINA Io non ho detto nulla.
CAVALIERE Credetelo, da cavaliere.
DOTTORE Dunque la ciarliera di Colombina ha messo male fra queste due signore.
CAVALIERE Senz'altro.
DOTTORE Vado dalla Contessa Isabella (va da Isabella).
COLOMBINA Avete fatto una bella cosa! (al Cavaliere).
CAVALIERE Bricconcella, tu sei stata quella che ha detto male della nuora alla suocera? Ora vado dalla signora Doralice a scuoprire le tue iniquità (va da Doralice).
COLOMBINA Oh, questa è bella! Se mì pagano acciò dica male, non l'ho da fare?
ANSELMO (ritorna dall'appartamento d'Isabella) Tu, disgraziata, sei cagione di tutto (va da Doralice).
COLOMBINA Anche questo stolido l'ha con me.
DOTTORE (dall'appartamento d'Isabella) Or ora si scoprirà ogni cosa (va nell'appartamento di Doralice).
COLOMBINA Mi vogliono tutti mangiare.
PANTALONE (dall'appartamento di Doralice) Xé vero, desgraziada, che ti ha dito mal de mia fia alla to parona?
COLOMBINA Io non so niente.
PANTALONE Aspetta, aspetta (va da Isabella).
COLOMBINA Credono di farmi paura.
ANSELMO (dall'appartamento di Doralice) Or ora ho scoperto tutto.
Te n'accorgerai (va da Isabella).
COLOMBINA Principio ad avere un poco di paura.
DOTTORE (dall'appartamento di Doralice) Non me lo sarei mai creduto: oh che lingua! (va da Isabella).
COLOMBINA Sono in cattura davvero.
CAVALIERE (dall'appartamento di Doralice) Colombina, sei scoperta.
Tu sei quella che hai riportato le ciarle da una parte e dall'altra.
Ora tutte sono contro di te, e vogliono che tu ne paghi la pena.
Ti consiglio andartene.
COLOMBINA Ma dove? povera me! Dove?
CAVALIERE Presto, va nella tua camera e chiuditi dentro.
Vedrò io d'aiutarti.
COLOMBINA Per amor del cielo, non mì abbandonate.
CAVALIERE Presto, che vien gente.
COLOMBINA Maladetta fortuna! E stato quel zecchino al mese che m'ha acciecata (parte per la porta di mezzo).
CAVALIERE Ora che si è scoperta la malizia di costei, è più facile l'accomodamento.
GIACINTO (esce dalla porta di mezzo) Cavaliere, che ha Colombina che piange e pare spaventata?
CAVALIERE È stata scoperta essere quella che ha seminato discordie fra suocera e nuora; ed ora fra esse trattasi l'aggiustamento.
GIACINTO Voglia il cielo che segua!
DOTTORE (dall'appartamento d'Isabella) La signora Isabella è persuasa di tutto, e se la signora Doralice verrà nella sua camera a riverirla, l'abbraccerà con amore e con tenerezza.
CAVALIERE Vado a dirlo alla signora Doralice (va da Doralice).
GIACINTO Dunque mia madre è placata?
DOTTORE Placatissima; tutto è accomodato.
GIACINTO Sia ringraziato il cielo!
CAVALIERE (dall'appartamento di Doralice) La signora Doralice è prontissima a ricevere l'abbraccio della signora Isabella.
Ma che venga ella nella sua camera.
DOTTORE Glielo dirò, ma dubito non si farà nulla (va da Isabella).
GIACINTO Mi pare veramente che tocchi a mia moglie.
CAVALIERE Pretende ella d'essere l'offesa.
PANTALONE (dall'appartamento d'Isabella) Mia fia no vol vegnir da so madonna? Aspetté, aspetté, che anderò mì a farla vegnir, e la vegnirà (va da Doralice).
GIACINTO Vedete? Anche suo padre le dà il torto.
CAVALIERE Il buon vecchio fa per metter bene.
ANSELMO (dall'appartamento d'Isabella) Oh questa sì ch'è bella! La suocera anderà ad umiliarsi alla nuora?
PANTALONE (dall'appartamento di Doralice) La xé giustada.
Mia fia vegnirà da siora Contessa; basta che la ghe vegna incontra co la la vede, per darghe coraggio.
ANSELMO Bene, bene, lo farà.
Vado a dirlo a mia moglie (va da Isabella).
PANTALONE Vardé cossa che ghe vól a unir ste dó donne!
CAVALIERE Voi l'avete ridotta a fare un bel passo (a Pantalone).
GIACINTO Lodo la vostra prudenza (a Pantalone).
DOTTORE (dall'appartamento d'Isabella) Signor Pantalone, dite pure a vostra figlia che non s'incomodi altrimenti.
PANTALONE Perché ?
DOTTORE Perché la signora Contessa dice così che, essendo dama, non si deve muovere dalla sedia per venire a riceverla.
CAVALIERE Ora vado io a dirlo alla signora Doralice (va da Doralice).
PANTALONE Vardé che catarri, vardé che freddure!
GIACINTO Anderò io da mia madre, e vedrò di persuaderla.
PANTALONE Sì, caro fio, fé sto ben.
GIACINTO Mia madre a me non dirà di no (va da Isabella).
PANTALONE E a vu mo la ve par una bella cossa? (al Dottore).
DOTTORE La pretensione non è stravagante.
PANTALONE Mia fia no la gh'ha tante pretension.
CAVALIERE (dall'appartamento di Doralice) Dice la signora Doralice, che non è dama, ma ha portato ventimila scudi di dote, e non vuol essere strapazzata.
DOTTORE Vado subito a dirlo alla signora Contessa.
PANTALONE Vegní qua, fermeve.
DOTTORE Viene o non viene?
DORALICE (sulla porta; la Contessa Isabella dal suo appartamento) Signor no, non vengo.
Dite alla vecchia, che se vuol, venga lei.
ISABELLA Sfacciatella, a me vecchia?
DORALICE Signora giovinetta, la riverisco (parte).
ISABELLA O via lei, o via io (parte).
PANTALONE Oh poveretto mì! Coss'è sta cossa?
CAVALIERE La signora Doralice ha ragione.
DOTTORE Avete sentito vostra figlia? (a Pantalone).
PANTALONE Oh che donne! Oh che donne!
ANSELMO (dall'appartamento d'Isabella) Le mie medaglie, le mie medaglie.
Mai più non m'intrico con queste pazze.
Dite quel che volete, voglio spendere il mio tempo nelle mie medaglie (parte per la porta di mezzo).
PANTALONE Oh che matti! Oh che casa da matti!
GIACINTO (dalla camera d'Isabella) Signor suocero, son disperato.
PANTALONE Coss'è stà?
GIACINTO Avete sentito? Mia moglie ha detto vecchia a mia madre, mia madre ha detto sfacciatella a mia moglie.
Vi è il diavolo in questa casa, vi è il diavolo (parte per la porta di mezzo).
PANTALONE Se ghe xé el diavolo, che el ghe staga.
No so cossa farghe, gh'ho tanto de testa.
No so in che mondo che sia.
CAVALIERE Anderò io a placare la signora Doralice.
DOTTORE E io anderò a calmare la signora Isabella.
PANTALONE E mì credo che vualtri sié quelli che le fazza deventar sempre pèzo.
CAVALIERE Io sono un cavaliere onorato.
DOTTORE Io non sono un ragazzo.
CAVALIERE Saprà la signora Doralice il torto che voi mì fate (va da Doralice).
DOTTORE Voglio dire alla signora Contessa in qual concetto mì tiene il signor Pantalone (va da Isabella).
PANTALONE Oh che bestie! Ma stimo quel vecchio matto.
Se pól dar! Come che el se mette anca ello in riga de protettor! E mia fia col Cavalier che la serve? E quel matto de mio zènero lo comporta? Questi xé i motivi delle discordie de sta fameggia.
Donne capricciose; marii senza cervello; serventi per casa.
Bisogna per forza che tutto vaga a roverso (parte).
SCENA SETTIMA
Il Conte Anselmo, poi il Contino Giacinto.
ANSELMO Se avessi atteso solamente alle medaglie e ai cammèi, non mì sarebbe successo quello che mì è successo.
Maladetto Brighella! Mi ha rovinato.
GIACINTO Brighella non si trova più; egli è partito di Palermo, e non si sa per qual parte.
ANSELMO Pazienza! Mi ha rovinato.
GIACINTO Ah signor padre, siamo rovinati tutti.
Dei ventimila scudi non ve ne sono più.
Alla raccolta vi è tempo.
E per mangiare ci converrà far dei debiti.
ANSELMO Se lo dico: Brighella mì ha rovinato.
GIACINTO E per condimento delle nostre felicità, abbiamo una moglie per uno, che formano una bella pariglia.
ANSELMO Io non ci penso più.
GIACINTO E chi ci ha da pensare?
ANSELMO Oh! non ci penso più.
M'hanno fatto impazzire tanto che basta.
SCENA OTTAVA
Pantalone e detti.
PANTALONE Con so bona grazia.
ANSELMO (Eccolo qui il mio tormento).
PANTALONE Sior Conte, sior zènero, me compatissa, se vegno avanti arditamente.
Se tratta de assàe, se tratta de tutto, e qua bisogna trovarghe qualche remedio.
ANSELMO Io lascio fare a voi.
PANTALONE Ella vól tender alle só medaggie.
ANSELMO Fin che posso, non le voglio lasciare.
PANTALONE E vu, sior zènero, cossa diséu? Ve par che se possa tirar avanti cussì? Ve par che vaga ben i affari della vostra casa?
GIACINTO Io dico che in poco tempo ci ridurremo miserabili più di prima.
PANTALONE Sior Conte, séntela cossa che dise só fio?
ANSELMO Lo sento, ma non so come rimediarvi.
PANTALONE Se vórla redur a non aver da magnar?
ANSELMO Ci sono l'entrate.
PANTALONE Co le se magna in erba, no le frutta el terzo.
E de ste care, niora e madonna, cossa dìsela?
ANSELMO Io dico che non si può far peggio.
PANTALONE No la pensa a remediarghe?
ANSELMO Io non ci vedo rimedio.
PANTALONE Ghe lo vederàve ben mì, se gh'avesse un poco d'autorità in sta casa.
ANSELMO Caro signor Pantalone, io vi dò tutta l'autorità che volete.
GIACINTO Sì, caro signor suocero, prendete voi l'economia della nostra casa; assisteteci per amor del cielo; fatelo per vostra figlia, per il vostro sangue.
PANTALONE Me despiase che anca éla xé mezza matta.
Ma in casa mia non la giera cussì; la s'ha fatto dopo che la xé qua, onde spereria con facilità redurla in tel stato de prima.
ANSELMO Anche mia moglie una volta era una buona donna, ora è diventata un serpente.
PANTALONE Credéme, paroni, che ste donne le xé messe suso da sti só conseggieri.
ANSELMO Credo anch'io ch'ella sia così.
GIACINTO Ne dubito ancora io.
PANTALONE Qua ghe vól resoluzion.
Vórla che mì ghe fazza da fattor, da spendidor, da mistro de casa, senza vadagnar un soldo, e solamente per l'amor che porto a mia fia, a mio zenero e a tutta sta casa?
GIACINTO Lo volesse il cielo!
ANSELMO Non mì levate le mie medaglie, e per il resto vi dò amplissima facoltà di far tutto.
PANTALONE Dó righe de scrittura, che me fazza arbitro del manizo e dell'economia della casa, e m'impegno che in pochi anni la se vederà qualche centenér la de zecchini; e crióri ghe ne sarà pochi.
ANSELMO Fate la carta, ed io la sottoscriverò.
PANTALONE La carta non gh'ho aspettà adesso a farla; xé un pezzo che vedo el bisogno che ghe ne giera.
Gh'ho da zontar do o tre capitoletti, e credo che l'anderà ben.
Andemola a lezer in tel so mezzà.
ANSELMO Non vi è bisogno di leggerla.
La sottoscrivo senz'altro.
PANTALONE Sior no.
Vói che la la senta, e che la la sottoscriva alla presenza de testimoni, e cussì anca el sior zènero.
GIACINTO Lo farò con tutto il cuore.
ANSELMO Andiamo, ma ci siamo intesi: il primo patto che non mì tocchiate le mie medaglie (parte).
PANTALONE Poverazzo! Anche questa xé una malattia: chi vól varirlo, no bisogna farlo violentemente, ma un pochetto alla volta.
GIACINTO Caro signor suocero, vi raccomando la quiete della nostra famiglia.
Mio padre non è atto per questa briga; fate voi da capo di casa, e son certo che, se il capo avrà giudizio, tutte le cose anderanno bene (parte).
PANTALONE Questa xé la verità.
El capo de casa xé quello che fa bona e cattiva la fameggia.
Vói veder se me riesse de far sto ben, de drezzar sta barca, e za che co ste donne no se pól sperar gnente colle bone, vói provarme colle cattive (parte).
SCENA NONA
La Contessa Isabella ed il Dottore.
ISABELLA Non mì parlate più di riconciliarmi con Doralice, perché è impossibile.
DOTTORE Ella ha ragione, signora Contessa.
ISABELLA Può darsi una impertinente maggiore di questa?
DOTTORE È una petulante.
ISABELLA Assolutamente, assolutamente, la voglio fuori di questa casa.
DOTTORE Savissima risoluzione.
ISABELLA Io sono la padrona.
DOTTORE È verissimo.
ISABELLA E non è degna di stare in casa con me.
DOTTORE Non è degna.
ISABELLA Dottore, se mio marito non la manda via, voglio che le facciate fare un precetto.
DOTTORE Ma! vuole accendere una lite?
ISABELLA Non siete capace di sostenerla?
DOTTORE Per me la sosterrò; ma s'ella anderà via, vorrà la dote.
ISABELLA La dote, la dote! Sempre si mette in mezzo la dote.
V'ho detto un'altra volta, che prima vi è la mia.
DOTTORE È verissimo, ma la dote della signora Doralice ascende a ventimila scudi, e la sua non è che di due mila.
ISABELLA Siete un ignorante, non sapete niente.
DOTTORE (Già, quando non si dice a modo suo, si comparisce ignorante).
SCENA DECIMA
Pantalone, il Conte Anselmo e detti.
ISABELLA Che cosa c'è, signori miei? qualche altra bella novità al solito?
ANSELMO La novità la sentirete or ora.
PANTALONE La compatissa se vegno a darghe un poco d'incomodo.
ISABELLA Vostra figlia ha poco giudizio.
PANTALONE Adess'adesso la sarà qua anca éla.
ISABELLA Ella qui? Come c'entra nelle mie camere?
ANSELMO Deve venire per un affar d'importanza.
ISABELLA E non vi è altro luogo che questo?
PANTALONE Avemo fatto per no incomodarla éla fóra della só camera.
ISABELLA La riceverò come merita.
PANTALONE La la riceva come che la vól, che no importa.
SCENA ULTIMA
Doralice, Giacinto, il Cavaliere Del Bosco e detti.
CAVALIERE Servitor umilissimo di lor signori.
ANSELMO Sediamo, sediamo.
(Tutti siedono).
DORALICE Si può sapere per che cosa mì avete condotta qui? (a Giacinto).
GIACINTO Or ora lo saprete.
ANSELMO Moglie mia carissima, nuora mia dilettissima, sappiate ch'io non sono più capo di casa.
ISABELLA Già si sa, quest'impiccio ha da toccare a me.
ANSELMO Non dubitate, l'impiccio non tocca a voi.
Il signor Pantalone ha assunto l'impegno di regolare la nostra casa.
Mio figlio ed io abbiamo ceduto a lui tutte le nostre azioni e ragioni, e abbiamo sottoscritto alcuni capitoli, che ora anche voi sentirete.
ISABELLA Questo è un torto che fate a me.
DORALICE In quanto a questo poi, in mancanza del capo di casa, tocca a me.
ISABELLA Io sono la padrona principale.
DOTTORE Brava!
PANTALONE Orsù, un poco de silenzio.
Mi lezerò i capitoli della convenzion fermada e sottoscritta, e che i l'ascolta, perché ghe xé qualcossa per tutti.
Capitoli convenzionali.
Primo.
ANSELMO Che io possa divertirmi colle medaglie.
PANTALONE Primo: che Pantalon dei Bisognosi abbia da riscuotere tutte l'entrate appartenenti alla casa del Conte Anselmo Terrazzani, tanto di città che di campagna.
ISABELLA E consegnar il denaro o a mio marito, o a me.
DORALICE (La signora economa!).
PANTALONE Secondo: che Pantalon abbia da provveder la casa di detto Conte Anselmo di vitto e vestito a tutti della casa medesima.
DORALICE Ho bisogno di tutto, che non ho niente di buono.
PANTALONE Terzo: che sia in arbitrio di detto Pantalon di procurar i mezzi per la quiete della famiglia, e sopra tutto per far che stiano in pace la suocera e la nuora di detta casa.
ISABELLA È impossibile, è impossibile.
DORALICE È un demonio, è un demonio.
PANTALONE Quart:, che né l'una né l'altra di dette due signore abbiano d'avere amicizie continue e fisse, e quella che ne volesse avere, possa essere obbligata andar ad abitare in campagna.
ISABELLA Oh, questo è troppo!
DORALICE Questo capitolo offende la civiltà.
CAVALIERE Questo capitolo offende me.
L'intendo, signori miei, l'intendo; e giacché vedo che la mia servitù colla signora Doralice si rende a voi molesta, parto in questo punto, mentre un cavalier ben nato non deve in verun modo contribuire all'inquietudine delle famiglie.
(Mai più vado in veruna casa, ove vi siano suocera e nuora) (parte).
DORALICE Se è andato via il cavaliere, non resterà nemmeno il dottore.
PANTALONE Cossa disela, sior Dottor, àla visto con che prudenza ha operà el sior cavalier?
ISABELLA Il signor dottore non ha da partire di casa mia
DOTTORE La nostra è amicizia vecchia.
PANTALONE Giusto per questo la s'averìa da fenir.
DOTTORE La finirò: anderò via e non ci tornerò più; ma vorrei sapere per che causa con una sì bella frase si licenzia di casa un galantuomo della mia sorta?
ISABELLA Il signor Dottore non ha da partire da casa mia.
PANTALONE Co nol savé, ve lo dirò mì, sior.
Perché vu altri che volè far i ganimedi, no sé boni da altro che da segondar i mattezzi.
DOTTORE Ho secondato la signora Contessa Isabella, perché, quando si ha della stima per una persona, non le si può contraddire.
Vado via, signora Contessa.
ISABELLA L'ho sempre detto che siete un dottore senza spirito e senza dottrina.
DOTTORE Sentono, miei signori? Dopo che ho l'onore di servirla, queste sono le finezze che ho sempre avute (parte).
PANTALONE Andemo avanti coi capitoli.
Quinto: che ste due signore suocera e nuora, per maggiormente conservar la pace fra loro, abbiano d'abitare in due diversi appartamenti, una di sopra ed una di sotto
ISABELLA Quello di sopra lo voglio io.
DORALICE Io prenderò quello di sotto, che farò meno scale.
PANTALONE Sentiu? Le se scomenza a accordar.
Sesto: che si licenzi di casa Colombina.
ISABELLA Sì,sì, licenziarla.
DORALICE Sì, mandarla via.
PANTALONE Anca qua le xé d'accordo.
Via, me consolo; da brave, alla presenza dei so maridi, che le se abbrazza, che le se basa in segno de pase.
ISABELLA Oh! questo poi no.
DORALICE Non sarà mai vero.
PANTALONE Via, quella che sarà la prima a abbrazzar e basar quell'altra, la gh'averà sto anello de diamanti (mostra un anello).
Tutte due s'alzano un poco in atto di andar ad abbracciar l'altra, poi si pentono e tornano a sedere.
ISABELLA (Piuttosto crepare!).
DORALICE (Piuttosto senza anelli tutto il tempo di vita mia!).
PANTALONE Gnanca per un anello de diamanti?
ANSELMO Se è antico, lo prenderò io.
PANTALONE Orsú, vedo che xé impossibile de far che le se abbrazza, che le se basa, che le se pacifica; e se le lo fasse le lo faràve per forza, e doman se tornarave da capo.
Avé sentìo i capitoli; mì son el direttor de sta casa, e mì penserò a provveder tutto, e no lasserò mancar el bisogno.
Sior Conte, che el tenda pur alle so medaggie, e ghe fazzo un assegnamento de cento scudi all'anno per soddisfarse.
Sior zènero m'agiuterà a tegnir l'economia della casa, e cussì l'imparerà.
Vualtre dó sé stae nemighe per causa de una serva pettegola e de do conseggieri adulatori e cattivi; remosse le cause, sarà remossi i effetti.
Siora Contessa Isabella, che la vaga in tel so appartamento de sóra, mia fia in quel de sotto.
Ghe darò una cameriera per una, ghe farò per un poco tóla separada, e no vedendose e no trattandose, pól esser che le se quieta; e questo xé l'unico remedio per far star in pase la Niora e la Madonna.
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