LA VEDOVA SCALTRA, di Carlo Goldoni - pagina 10
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(le dà quella che ebbe da Rosaura)
Ros.
É forse regalo di qualche bella?
Alv.
É un cambio di Rosaura; appunto me ne privo, perché la sprezzo.
Ros.
Or cominciate a piacermi.
Alv.
Lode al cielo.
Ros.
Don Alvaro, ricordatevi del vostro decoro e dell'amor mio.
Alv.
Sarò fedele osservatore di mia parola.
Ros.
Ci rivedremo.
Alv.
Potessi almeno saper chi siete!
Ros.
Quando voi lo saprete, vi prometto che stupirete.
Alv.
Ah! certamente questa è una delle prime dame di Spagna.
Questa è una principessa di me invaghita, zelante dell'onor mio.
Amore.
Amore, tu mi volevi avvilito, ma il nume tutelare della mia nobiltà mandò la bella incognita a salvare l'onore della mia illustre famiglia.
SCENA XVIII
Strada remota.
Il Conte ed Arlecchino.
Con.
Che cosa mi vai dicendo, che non t'intendo?
Arl.
Digh cussì che la signora Rosaura ha mandà a invidar la locanda per la conversazion de stassera.
Con.
Che diavolo dici! Ha mandata ad invitar la locanda?
Arl.
Vogio dir...Sia maledetto! Una burla che ho fatto a uno Spagnuolo, m'ha fatto tanto ridere, che rido ancora e non so cossa che me diga.
Con.
Hai forse fatto qualche scherzo a Don Alvaro?
Arl.
Giusto a elo.
Con.
E in che consiste?
Arl.
Finzendo de portarghe un'ambassada della signora Rosaura...
Con.
Dunque don Alvaro ha l'accesso della signora Rosaura?
Arl.
Signor sì l'accesso, el secesso.
E stassera l'è invidà anca lu alla conversazion della vedoa.
Con.
Anch'egli? Ed io non son del numero degli invitati?
Arl.
Padron sì; questo è quello che voleva dir dell'ambassada fatta alla locanda.
Con.
Ora ho capito.
La signora Rosaura questa sera darà una conversazione in sua casa ?
Arl.
Signor sì.
Con.
L'invito suo mi consola, ma temo di ritrovare nei convitati altrettanti rivali.
Arl.
No ve dubitè gnente.
Una donna de garbo sa soddisfar tutti senza difficoltà.
SCENA XIX.
Rosaura mascherata con zendale alla veneziana, e detti.
Ros.
(viene passeggiando con qualche caricatura, guardando vezzosamente il Conte, senza parlare.)
Con.
Osserva, Arlecchino, come quella maschera mi guarda con attenzione.
Arl.
Guardevene, sior, perché delle volte se crede de trovar el sol d'Agosto, e se trova la luna de Marzo.
Con.
E così signora maschera, che cosa comanda?
Ros.
(sospira)
Con.
Questi sospiri con me sono inutili: alle finzioni donnesche una volta credevo.
Ora è passato il tempo.
Ho aperto gli occhi.
Se vi era qui monsieur Le Blau, era la vostra fortuna.
Ros.
Voi offendete una dama che non conoscete.
Con.
Perdonate, signora, ma con quella maschera, in quell'abito, e sola, avevo ragion di credervi, anziché una dama, un'ordinaria pedina.
Ros.
Amore fa simili stravaganze.
Con.
Siete innamorata di me?
Ros.
Pur troppo.
Con.
Ed io niente di voi.
Ros.
Se mi conosceste, non direste così.
Con.
Foste anche la dea Venere, non vi sarebbe pericolo che vi amassi.
Ros.
Perché?
Con.
Perché il mio cuore è già impegnato per altro oggetto.
Ros.
E per chi, se è lecito di saperlo?
Con.
In questo posso soddisfarvi.
Quella che adoro, è la signora Rosaura Balanzoni.
Ros.
La vedova?
Con.
Per l'appunto.
Ros.
Quanto siete di cattivo gusto! Che ha di bello colei?
Con.
Tutto; e poi piace a me, e tanto basta.
Ros.
Ella non è nobile.
Con.
É tanto savia e civile, che supplisce al difetto della nobiltà; ma ella nasce di casa nobile bolognese, e la famiglia de' Bisognosi è delle antiche di questa città.
Ros.
Rosaura credo sia impegnata con altri.
Con.
Se lo credete voi, non lo credo io; e quando ciò fosse, saprei morire, ma non mancarle di fede.
Ros.
Siete troppo costante.
Con.
Fo il mio dovere.
Ros.
Ma io che sospiro per voi non posso sperare pietà?
Con.
Vi dissi che nulla potete sperare.
Ros.
Se mi darò a conoscere, forse sarete obbligato ad amarmi.
Con.
Voi pensate male, e non vi consiglio a scoprirvi, per minorarvi il rossore della ripulsa.
Ros.
Dunque partirò.
Con.
Andate pure.
Ros.
Vorrei almeno una memoria della vostra persona.
Con.
Perché volete ricordarvi d'uno che non vi ama?
Ros.
Fatemi questo piacere, datemi qualche ricordo.
Con.
(Ho capito.) Se volete un mezzo ducato, ve lo posso dare.
Ros.
Non ho bisogno del vostro danaro.
Con.
Dunque che pretendete?
Ros.
Questo fazzoletto mi serve.
(gli leva il fazzoletto di mano e parte )
Con.
Manco male.
Me lo poteva dire alla prima, che faceva all'amore con il mio fazzoletto.
Che razza di gente si trova in questo mondo! Così, a quest'ora, verso la sera, la Piazza è piena di queste bellezze incognite.
Questa è delle più discrete, che si è contentata di un fazzoletto: vi sono quelle che tirano alla borsa.
Io non saprei adattarmi a trattarle.
La donna venale la donna venale è una cosa troppo, orrida agli occhi miei.
(parte)
SCENA XX
Camera di Rosaura accomodata per la conversazione, con tavolini e sedie, e vari lumi.
Mar.
Che ne dite, eh? Il signor Pantalone come sfoggia a cera? Tutto fa per voi.
Ele.
Eppure io, avendoci meglio pensato, non lo voglio assolutamente.
Mar.
Ditemi, come vi è piaciuto il Francese?
Ele.
Ti dirò la verità.
Il suo volto mi piace, il suo brio mi va a genio, la sua disinvoltura mi rapisce, ma non mi fido delle sue parole.
Mar.
Perché?
Ele.
Perché fa troppo l'innamorato a prima vista, e dice cose che non sono da credere.
Mar.
Ma ai fatti credereste?
Ele.
Quel che è di fatto, non si può non credere.
Mar.
Dunque, se vi desse la mano di sposo, non vi sarebbe che dire.
Ele.
Ma non lo farà.
Mar.
E se lo facesse, sareste contenta?
Ele.
Certo che sarei contenta; è un uomo assai ben fatto.
Mar.
Che mi date di mancia , se vi fo avere questa fortuna?
Ele.
Senti, un buon regalo davvero.
Mar.
Ma promettere e attendere non sono amici, è egli vero?
Ele.
Anzi attenderò più di quel che prometto.
Mar.
Orsù, lasciate fare a me, ché spero sarete contenta
Ele.
E mia sorella che dirà? So pure ch'ella ancora vi pretendeva.
Mar.
Ella ne ha quattro da scegliere: ma per quello che io vedo, questo non è il suo più caro.
Ele.
Basta, mi fido di te.
Mar.
Ed io son donna di parola.
Ho fatto più matrimoni in questo mondo, che non ho capelli in testa.
Ecco vostra sorella; per ora non le dite nulla.
Ele.
Mi lascio condurre dalla mia maestra.
SCENA XXI
Rosaura e dette.
Ros.
Sorella, siete sollecita a prender posto.
Ele.
Per l'appunto venivo ora da voi.
Ros.
Sentite se mi riesce, stasera voglio stabilire il mio nuovo accasamento; e voi che farete senza di me?
Ele.
Spero che non partirete di questa casa senza avere stabilito anche il mio.
Ros.
Volete il signor Pantalone?
Ele.
Il cielo me ne liberi.
Ros.
Dunque, che posso fare?
Mar.
Diamine! Che in tanta gente non vi sia uno sposo per lei?
Ros.
Che! Si fa un matrimonio come una partita a tressette? Ecco gente.
SCENA XXII
Il Conte e dette.
Con.
Eccomi, o signora, a ricever l'onore delle vostre grazie.
Ros.
Sono io l'onorata, se vi degnate di favorirmi.
Mar.
(Il signor Conte geloso è venuto il primo.)
Ros.
Sedete.
(Rosaura siede appresso il Conte, ed Eleonora in altra parte)
Con.
Obbedisco.
Signora, vi ringrazio delle cortesi espressioni della vostra lettera.
Ros.
Assicuratevi che sono dettate dal cuore.
Mar.
(Egli se l'ha tirata da vicino per non la perdere.)
SCENA XXIII
Don Alvaro e detti.
Alv.
Riverisco donna Rosaura.
Ros.
(s'alza) Serva di don Alvaro.
Alv.
La buona notte a tutti.
Ros.
Favorite (accenna che sieda)
Alv.
(Non vorrei che vi fosse la dama incognita.) (guarda qua e là, poi siede presso Rosaura)
Mar.(Anche questo sta bene.)
Alv.
Dove avete posto il mio albero?
Ros.
Nella mia camera.
Alv.
Dovevate esporlo qui in sala, acciò fosse ammirato da tutta la conversazione.
Mar.
Anzi lo metteremo sulla porta di strada, acciò sia meglio veduto.
Alv.
(da sé ) (Francese impertinente.)
SCENA XXIV
Milord e detti.
Mil.
(a Eleonora) Madama, mademoiselle.
(alli due cavalieri) Messieurs
Ros.
(a Milord) Milord, umilissima.
(s'alzano e tutti lo salutano) Compiacete d'accomodarvi.
Mil.
Madama (siede appresso il Conte)
Mar.(Madama! Madama! Non sa dir altro che Madama.
Nella sua bocca stanno male anco le parole francesi).
Ros.
Milord s'è incomodato a favorirmi.
Mil.
Io sono il favorito.
Mar.
(Oh, non ha detto poco.)
SCENA XXV.
Monsieur Le Blau e detti.
Mon.
Madama Rosaura, vostro umilissimo servitore.
(le bacia la mano), Mademoiselle Eleonora, m'inchino alle vostre bellezze.
(bacia la mano per forza ad essa, che la ritira) Amici, son vostro schiavo, Marionette buona sera.
(tutti s'alzano e lo salutano)
Mar.
(Questo almeno rallegra la conversazione).
Ros.
Monsieur, prendete posto.
Mon.
Il posto è preso per quel ch'io vedo; ma non importa.
Sederò vicino a questa bella ragazza.(siede fra Don Alvaro ed Eleonora) Madama Rosaura, io resto maravigliato.
Ros.
Di che?
Mon.
Credevo di vedervi una gioja al petto, e non la vedo.
Ros.
Volete dire il ritratto?
Mon.
Parlo di quello.
Ros.
Or ora ne sarete meglio informato.
Mar.
(In quanto a questo, poi, la mia padrona fa poca giustizia al merito)
Ros.
Signori miei, giacché vi siete degnati di favorirmi, ed io sono qui sedendo in mezzo di tutti quattro, prima che si moltiplichi la conversazione, intendo di farvi un breve discorsetto.
Io sono stata, benché senza merito, favorita ed ho da tutti riportato varie dimostrazioni di stima e di affetto.
Don Alvaro coll'offerta del grand'albero della sua casa m'insuperbisce.
Monsieur Le Blau col suo ritratto m'incanta.
Milord con ricche gioie mi sorprende.
Il Conte con espressioni di tenerezza, di rispetto e di amore mi obbliga e mi convince.
Vorrei esser grata a tutti, ma dividermi non è possibile; onde converrà che ad un solo mi doni.
La scelta ch'io farò non sarà capricciosa, né sconsigliata, ma figlia di buoni riflessi, giusta e doverosa.
Milord non vuol prender moglie, ma tuttavia, se mai nel vedersi in confronto cogli altri, gli nascesse in mente qualche pretensione sopra di me, una dama inglese m'impone dirgli che si ricordi che a madama Rosaura nulla ha promesso, che con essa è in libertà, ma che all'incontro, innamorato dai begli inchini della sua paesana, a quella ha promesso amore e fedeltà; e perché al mio discorso prestiate fede, vi manda questo astuccio, e vi dice che chi ve lo rende, è quella stessa che lo ha ricevuto.
(Rende l'astuccio a Milord).
Monsieur Le Blau con generose espressioni, con amorose tenerezze e dolci sospiri, mi lusingava dell'amor suo; ed egli potea sperar la mia mano, ma una certa Francese incognita mi ha data la commissione di ricordargli, che siccome ha ceduto Rosaura al suo rivale, così non la può più pretendere e quest'acqua " sans-pareille" gli farà risovvenire il suo impegno, e gli dirà che l'incognita è quella che lo rimprovera.
(gli dà la bottiglietta di "sans- pareille").
Don Alvaro parimente si era guadagnata la mia stima e forse ancora la mia predilezione, ed abbagliata dagli splendori della sua nobiltà, quasi quasi mi ero dichiarata per lui; ma gli sovvenga che la dama spagnuola non conosciuta, mettendogli in orrore le nozze di una mercantessa, gli ha comandato d'abbandonarla e di amar lei, benché incognita e senza speranza; e per segno della sua rassegnazione e del suo pentimento, ecco la tabacchiera della vedova da lui disprezzata.
(gli rende la tabacchiera).
Al Conte poi, che con tanta inciviltà tratta le maschere e con tanta asprezza le donne civili, e nega un leggiero favore ad una che sospira per lui rincrescendogli sino la perdita sì vile d'un fazzoletto di seta, fo a sapere che quella maschera che gliel'ha involato, alla presenza dei suoi rivali gli dà la mano e lo dichiara suo sposo.
(porge la mano al Conte, il quale con tenerezza d'affetto l'accoglie).
Con.
Oh me beato! Oh momento felice! Oh mano che mi consola!
Mil.
Viva il Conte, vi sarò buon amico.
Mar.
(L'ho detto che avrebbe fatto come la mosca d'oro)
Alv.
(s'alza) Non credevo che le donne italiane fossero così maliziose, né che arrivassero con una finzione a profanare il carattere delle Spagnuole.
Questo delitto vi rende orribile agli occhi miei; parto per non più rimirarvi; e, per castigo del vostro avanzato ardimento, vi privo della mia protezione.
Mon.
Madama Rosaura, la perdita della vostra persona mi costerebbe qualche sospiro, se vi maritaste nell'Indie, ma siccome vi siete maritata al nostro Conte, e resterete con lui in Italia, la facilità di vedervi mi scema il dolore d'essere escluso dalle vostre nozze.
Vi sarò il medesimo onesto amante, e se il Conte non vorrà essere nemico della gran moda, avrò l'onore di essere il vostro servente.
Con.
No, Monsieur vi ringrazio.
La signora Rosaura non ha bisogno di voi.
Mon.
Fate un viaggio a Parigi e vi sanerete di questa malinconia.
Mar.
Monsieur Le Blau, mi dispiace di vedervi fare una cattiva figura, e per il zelo della mia nazione e del vostro merito, bramo di far qualche cosa per voi.
La signora Rosaura , è già impegnata; se voi non voleste digiunare, quand'altri cenano, vi sarebbe la bella occasione.
Mon.
Sì, cara Marionette, fammi questo piacere: maritami tu alla francese.
Così senza pensarvi.
Mar.
Ecco la vostra sposa.
Mon.
Mademoiselle? Volesse il cielo! Ma ella non mi crede e non ha amore per me.
Mar.
La conoscete poco.
Anzi arde per voi.
Mon.
Ditelo, mio tesoro, è vero quanto Marionette mi dice?
Ele.
É verissimo.
Ele.
Se vi degnate...
Mon.
Viva Amore, viva Imeneo.
Signora cognata , io sono doppiamente contento.
Conte, ora non sarete di me geloso.
Con.
Ciò non ostante mi farete piacere a prendervi un alloggio separato dal mio.
Mar.
Povera signora Rosaura, quanto vi conpiango!
Ros.
Pazza! Tu non conosci la mia felicità.
SCENA ULTIMA
Pantalone, il Dottore e detti.
Pan.
Come va la conversazion, patroni?
Dott.
Che mai avete fatto a Don Alvaro, che va dicendo imprecazioni contro tutte le donne d'Italia?
Mon.
Signor Pantalone, signor Dottore, mio amatissimo suocero, mio venerabile cognato, lasciate che con un tenero abbraccio vi partecipi aver io avuta la fede di sposa da questa bella ragazza.
Pan.
Come? Che novità xe questa?
Dott.
Senza dirlo a me che son suo padre?
Ros.
Avevasi destinato di farlo prima di concludere le loro nozze.
Ecco in una conversazione stabiliti due matrimoni, il mio col conte di Bosco Nero e quello di mia sorella con monsieur Le Blau: avete voi niente in contrario?
Dott.
Ho sempre lasciato a fare voi; se lo credete ben fatto, io non mi oppongo.
Pan.
(Bisogna parer bon, e far de necessità virtù.) Mi ho desiderà le nozze de siora Eleonora, ma colla speranza che la lo fasse de cuor.
Co no la aveva per mi inclinazion, no gh'ho perso gnente a lassar una putta che me podeva far morir desperà.
Mon.
Evviva il signor Pantalone!
Mil.
Egli pensa con ragione veramente inglese.
Ros.
Ecco dunque condotto felicemente a fine ogni mio disegno.
Ecco assicurato lo stato di una vedova e di una fanciulla, stati egualmente pericolosi.
Confesso di aver operato nelle mie direzioni da scaltra ma siccome la mia scaltrezza non è mai stata abbandonata dalle massime d'onore e dalle leggi della civil società, così spero che sarò, se non applaudita, compatita almeno, e forse forse invidiata.
Fine
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