LA VEDOVA SCALTRA, di Carlo Goldoni - pagina 2
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(parte)
Mil.
Ehi? (vengono tre servitori di locanda) Prendi il lume.
(ad uno de servitori, il quale porta un candelliere per servire il Milord) Amici, un poco di riposo.
(parte servito dal cameriere, come sopra)
Mon.
Addio Milord.
Andiamo a dormire per un momento anche noi.
Credo non vi sarà bisogno di lume.
(tutti salzano)
Con.
Se non ci vedremo nellalbergo, ci troveremo al caffè.
Mon.
Questa mattina forse non mi vedrete.
Con.
Siete impegnato?
Mon.
Spero di esser da madama Rosaura.
Con.
Questo è impossibile.
Ella non riceve veruno.(parte seguito da un servitore col lume)
Mon.
Sentite come si riscalda il Conte? Egli è innamorato più di noi, e forse gode quella corrispondenza che noi andiamo cercando.
Alv.
Se fosse così, sarebbe molto geloso.
Mon.
È italiano, e tanto basta.
(parte seguito da un altro, come sopra)
Alv.
Sia pur geloso quanto vuole, sia pur Rosaura fedele, i dobloni di Spagna sanno fare dei gran prodigi.
(parte anchegli, servito da un altro).
SCENA IV
Giorno
Camera di Rosaura con sedie.
Rosaura e Marionette, vestita alluso delle cameriere francesi.
Ros.
Cara Marionette, dimmi tu, che sei nata francese e sei stata allevata a Parigi, che figura farei io, se fossi colà fra quelle madame?
Mar.
Voi avete dello spirito, e chi ha dello spirito, in Francia fa la sua figura.
Ros.
Eppure io non sono delle più disinvolte; in Italia ne troverai moltissime più di me più briose, pronte di lingua, e sciolte nel costume.
Mar.
Volete dire di quelle che in Italia si chiamano spiritose, e noi le diremmo spiritate.
A Parigi piace il brio composto: una disinvoltura manierosa, una prontezza corretta, ed un costume ben regolato.
Ros.
Dunque colà le donne saranno molto modeste.
Mar.
Eh, non si piccano poi di tanta modestia.
Tutto passa per galanteria, quando è fatto con garbo.
Ros.
Ma dimmi, per essere stata tutta la notte al ballo, sono io di cattivo colore?
Mar.
Siete rossa naturalmente, ma questo in Francia non basterebbe.
Colà le donne per comparire hanno dadoperare il belletto.
Ros.
Questo poi non lapproverei.
Non vi so vedere una giusta ragione.
Mar.
Parliamoci qui tra noi.
Qual è quella delle mode di noi altre donne, che sia regolata dalla ragione? Forse il tagliarci i capelli, nei quali una volta consisteva un pregio singolare delle donne? Il guardinfante, che ci rende deformi? Il tormento che diamo alla nostra fronte per sradicare i piccoli peli? Tremar di freddo linverno, per la vanità di mostrare quello che dovremmo tener nascosto? Eh, tutte pazzie, signora padrona, tutte pazzie.
Ros.
Basta, io non mi voglio fare riformatrice del secolo.
Mar.
Fate bene; si va dietro agli altri.
Se vi rendeste singolare, forse non sareste considerata.
Ros.
Anzi da qui avanti voglio sfoggiar le mode con un poco più dattenzione.
Sin ora fui nelle mani dun vecchio tisico; ma giacché la sorte me ne ha liberata colla sua morte, non vo perdere miseramente la mia gioventù.
Mar.
Sì, trovatevi un giovinotto e rifatevi del tempo perduto.
Ros.
Converrà chio faccia speditamente.
È vero che il signor Pantalone mio cognato mi tratta con civiltà, ma finalmente non posso più dire di essere in casa mia, e vivo con della soggezione.
Mar.
Ma non vi mancheranno partiti: siete giovane, siete bella, e quello che più importa, avete una buona dote.
Ros.
In grazia di quel povero vecchio che lha aumentata.
Mar.
Ditemi la verità, avete niente per le mani?
Ros.
Così presto? Sono vedova di pochi mesi.
Mar.
Eh, le mogli govani dei mariti vecchi sogliono pensar per tempo a sceglier quello che deve loro rasciugare le lagrime.
Mi ricordo aver fatto lo stesso anchio col primo marito, che ne aveva settanta.
Ros.
Mi fai ridere.
Il Conte non mi dispiace.
Mar.
Non sarebbe cattivo partito, ma è troppo geloso.
Ros.
Segno che ama davvero.
Mar.
Io vi consiglierei star a vedere, se vi capita qualche cosa di meglio.
Oh, se poteste avere un Francese! Beata voi!
Ros.
Che vantaggio avrei a sposar un Francese?
Mar.
Godereste tutta la vostra libertà, senza timore di dargli una minima gelosia; anzi con sicurezza, che quanto più foste disinvolta tanto più gli dareste nel genio.
Ros.
Questa è una bella prerogativa.
Mar.
I mariti Francesi sono troppo comodi per le donne.
Credetelo a me, che lo dico per prova.
Ros.
Mia sorella ancor non si vede.
Mar.
Sarà alla tavoletta.
Ros.
Non la finisce mai.
Mar.
Poverina! Anchella cerca marito.
Ros.
Bisognerà che lo provvediamo anche a lei.
Mar.
Se non ci pensaste voi, vostro padre la lascerebbe invecchiare fanciulla.
Ros.
Per questo la tengo meco.
Mar.
È poi una buona ragazza.
Ros.
Mi pare che mio cognato la miri di buon occhio.
Mar.
Sella sperasse chegli morisse tanto presto, quanto ha fatto il vostro, forse lo piglierebbe.
Per altro mi pare abbia cera di volerlo giovane, bello e di buona complessione.
Ros.
Chi è costui, che viene alla volta della mia camera?
Mar.
Un cameriere della locanda dello Scudo di Francia.
Lo conosco, perché vi sono stata alloggiata.
È molto faceto.
Ros.
Viene avanti con gran libertà.
Domandagli che cosa vuole.
Mar.
Lasciatelo venire, che navrete piacere.
SCENA V
Arlecchino e dette
Arl.
Con grazia, se pol entrar? Resti servida.
Obbligatissimo alle sue grazie.
Ros.
Bel complimento!
Mar.
Se ve lo dico; è graziosissimo.
Arl.
Se la se contenta, ghho da far unambassada.
Ros.
dite pure, che io vi ascolto.
Arl.
Milord Runebif la reverisse.
Ros.
(a Marionette) Questi è un cavaliere inglese, che ho veduto la scorsa
notte alla festa da ballo.
Mar.
Lo conosco.
È un cavalier generoso.
Arl.
E dopo averla reverida, el dis che stamatina el vegnirà a bever la cioccolata; e per segno della verità, el ghe manda sto anello.
Ros.
Mi maraviglio di te e di chi ti manda con simili ambasciate.
Se Milord vuol venire da me a bere la cioccolata, è padrone, ma quellanello mi offende.
Egli non mi conosce.
Digli che venga, e imparerà meglio a conoscermi.
Arl.
Come! La ricusa un anello! Da chi hala imparà sta brutta usanza? Al dì dancuo donne che recusa regali, ghe ne son poche.
Ros.
Orsù, non più repliche, riportalo a chi te lha dato, e digli che Rosaura non ha bisogno dei sui anelli.
Arl.
Mi rest attonito, stupefatto, maraveià.
El me par un insonio.
Una donna recusa un anello? Lè un miracolo contro natura.
Mar.
Galantuomo, lasciatemi vedere codestanello.
Arl.
Vardelo pur.
Anca Marionette se farà maraveia, perché gnanca in Franza no se farà sti spropositi.
Mar.
Comè bello! Varrà almeno trecento doppie, e voi lo volete lasciar andare?
Ros.
Ti pare che una donna civile abbia da ricevere un regalo così alla prima, senza un poco di complimento?
Mar.
Sì, sì, dite bene.
Riportatelo a Milord, e ditegli che venga a bere la cioccolata.
(la padrona ne sa più di me.)
Arl.
Anderò, ghe lo dirò, racconteròa tutta Venezia che una donna ha ricusà un anello, ma son siguro che tutti la crederà una favola.
(parte)
Ros.
Alcuni forestieri hanno di noi altre Italiane una pessima prevenzione.
Credono che loro e le gioie, che portano dai loro paesi, abbiano a dirittura a renderci loro schiave.
In quanto a me, se ho da ricever qualche regalo, voglio prima farmi pregare per accettarlo, e voglio che laverlo accettato sia tutta la mercede di chi lo porge.
Mar.
Brava, signora padrona! Questo è un bellissimo sentimento, non così famigliare a tutti, e non così facile da porsi in esecuzione.
Ma torna il cameriere.
Ros.
E seco vi è il Milord.
Egli al certo non perde tempo.
Mar.
GlInglesi hanno poche parole e molti fatti.
Ros.
La loro troppa serietà non mi piace.
Mar.
Sì: ogni quarto dora dicono dieci parole.
Ros.
Introduci lInglese e poi va a frullare la cioccolata.
Mar.
Intanto passerò il tempo con Arlecchino.
Ros.
Non gli dar confidenza.
Mar.
Eh, so vivere anchio.
Sono Francese e tanto basta.
(parte)
SCENA VI
Rosaura, poi Milord.
Ros.
Se Milord avrà per me de sentimenti convenevoli al mio carattere, non ricuserò dammetterlo alla mia conversazione.
E forse col tempo ...
Ma eccolo che viene.
Mil.
Madama.
Ros.
Milord vi son serva.
Mil.
Perché non vi siete compiaciuta di ricever questo picciol anello?
Mi diceste iersera che vi piaceva.
Ros.
Tutto quello che piace, non è lecito di conseguire.
Mil.
Anzi si desidera quello che piace.
Ros.
Desiderare e prendere non è il medesimo.
Mil.
Madama, non replicherò per rispettare le vostre proposizioni.
Ros.
Accomodatevi.
Mil.
Tocca a voi.
Ros.
Favorite.
Mil.
Non mi tormentate con cerimonie.
(siedono)
Ros.
Come avete riposato bene il resto della notte?
Mil.
Poco.
Ros.
Vi piacque il festino di iersera?
Mil.
Molto
Ros.
Vi erano delle belle donne?
Mil.
Sì, belle.
Ros.
Milord, qual più vi piace fra quelle che si potevan dir belle?
Mil.
Voi, madama.
Ros.
Oh, volete scherzare?
Mil.
Credete, lo dico di cuore.
Ros.
Io non merito una distinzione sì generosa.
Mil.
Meritate molto, e non vi degnate di accettar poco.
Ros.
Non accetto, per non esser obbligata a concedere.
Mil.
Io non pretendo nulla da voi.
Se prendete lanello, mi fate piacere; se laggradite, son soddisfatto.
Ros.
Quando è così, non voglio usare atto villano con ricusare le vostre grazie.
Mil.
Prendete (si cava lanello e lo dà a Rosaura)
Ros.
Vi ringrazierei, se non temessi di dispiacervi.
Mil.
Se parlate, mi fate torto.
SCENA VII
Marionette, con due chicchere di cioccolata sulla guantiera, e detti.
Ros.
Ecco la cioccolata.
Mil.
(prende la tazza e la dà a Rosaura) Madama.
Ros.
(Che stile laconico!) (beve)
Mil.
(bevendo) Marionette, tu sei Francese?
Mar.
Sì, signore.
(fa una riverenza)
Mil.
Madama dee servirsi con attenzione.
Ros.
Fo quel chio posso.
Mil.
(rimette la tazza sulla guantiera e sotto vi pone una moneta)
Mar.
(guardandola, da sé) (Questa è per me.
Una doppia!)
Ros.
Prendi.
(rimette la tazza e Marionette vede lanello)
Mar.
(piano a Rosaura) (Mi rallegro dellanello).
Ros.
(piano a Marionette) (Sta cheta.)
Mar.
(Non parlo.) (porta via la guantiera)
Mil.
Voi siete vedova non è così?
Ros.
Lo sono, e se trovassi un buon partito, tornerei forse...
Mil.
Io non ho intenzione di prender moglie.
Ros.
Perché?
Mil.
Mi piace la libertà.
Ros.
E amore non vi molesta?
Mil.
Amo quando vedo una donna amabile.
Ros.
Ma il vostro è un amor passeggiero.
Mil.
Che? Si deve amar sempre?
Ros.
La costanza è il pregio del vero amante.
Mil.
Costante finché dura lamore, e amante finché è vicino loggetto.
Ros.
Non vi capisco.
Mil.
Mi spiegherò.
Io amo voi, vi sarò fedele finché vi amo, e vi amerò fino che mi sarete vicina.
Ros.
Dunque, partito che sarete di Venezia, non vi ricorderete di me?
Mil.
Che importa a voi chio vi ami in Londra, chio vi ami a Parigi? Il mio amore vi sarebbe inutile, ed io penerei senza frutto.
Ros.
Qual frutto sperate, finché mi siete vicino?
Mil.
Vedervi ed essere ben veduto.
Ros.
Siete un cavaliere discreto.
Mil.
Una dama donore non fa sperare di più.
Ros.
Siete adorabile.
Mil.
Son tutto vostro.
Ros.
Ma finché state a Venezia.
Mil.
Così penso.
Ros.
(Che bellumore!)
MIl.
(Quanto mi piace!)
Mar.
(torna) Signora, il signor Conte vorrebbe farvi una visita.
Ros.
Il conte di Bosco Nero?
Mar.
Per lappunto.
Ros.
Porta unaltra sedia e fàllo venire.
Mar.
Obbedisco.
(A questo geloso non casca mai nulla di mano.)
(porta la sedia e parte)
Mil.
Madama, il Conte è vostro amante?
Ros.
Vorrebbe esserlo.
SCENA VIII
Il Conte e detti.
Con.
(sostenuto) Riverisco la signora Rosaura.
Ros.
Addio, Conte.
Sedete.
Con.
Mi rallegro della bella conversazione.
Mil.
Amico, avete fatto bene a venire.
Io faceva morir di malinconia questa bella signora.
Con.
Anzi laverete molto ben divertita.
Mil.
Sapete il mio naturale.
Ros.
Marionette, con vostra permissione (salza e tira Marionette in disparte, e le parla piano) (Dirai ad Eleonora mia sorella che venga qui; e fà che si ponga a sedere presso a Milord.
Vorrei che la cosa finisse bene.)
(Marionette parte)
Con.
Non mi credevo così di buonora trovarvi in conversazione; si vede che siete di buon gusto.
Ros.
Milord ha voluto favorirmi di venire a bere la cioccolata da me.
Con.
Eh sì, siete generosa con tutti.
Ros.
Conte, voi mi offendete.
Mil.
(Costui è geloso come una bestia.)
Con.
(ironico) Veramente non si può negare che Milord non abbia tutte le amabili qualità desiderabili in un cavaliere.
Mil.
(Sono annoiato).
SCENA IX
Eleonora e detti
Ele.
È permesso il godere di sì gentile conversazione?
Ros.
Venite, Eleonora, venite.
Mil.
(a Rosaura) Chi è questa signora?
Ros.
Mia sorella.
Ele.
E sua devotissima serva.
(Milord la saluta senza parlare.)
Ros.
(ad Eleonora) Sedete presso a Milord.
Ele.
Se me lo permette.
Mil.
(senza mirarla) Mi fate onore.
Ele.
Egli è Inglese, non è vero?
Mil.
(come sopra) Sì, signora.
Ele.
È molto tempo che è in Venezia?
Mil.
(come sopra) Tre mesi.
Ele.
Gli piace questa città?
Mil.
(come sopra) Certamente.
Ele.
Ma, signore, perché mi favorisce con tanta asprezza? Sono sorella di Rosaura.
Mil.
Compatitemi, ho la mente un poco distratta.
(Costei non mi va a genio.)
Ele.
Non vorrei sturbare i vostri pensieri...
Mil.
Vi sono schiavo.
(salza)
Ros.
Dove, dove, Milord?
Mil.
Alla Piazza.
Ros.
Siete disgustato?
Mil.
Eh, pensate.
Oggi ci rivedremo.
Madama, addio.
Conte, a rivederci.
Ros.
Permettete chio almeno...(vuol alzarsi)
Mil.
No no, non voglio.
Restate a consolare il povero Conte.
Vedo chegli muore per voi.
Vi amo anchio, ma appunto perché vi amo, godo in vedervi circondata da più adoratori, che facciano giustizia al vostro merito e applaudiscano alla mia scelta.
SCENA X.
Rosaura, Eleonora, ed il Conte.
Ele.
Sorella, bella conversazione che mi avete fatta godere; vi son tenuta davvero!
Ros.
Compatite.
Quegli è un uomo di buonissimo cuore, ma ha le sue stravaganze.
Ele.
Per me non lo tratterò più certamente.
Con.
Milord ha il bellissimo cuore, ma io lho amareggiato dal dolor di vedermi mal corrisposto.
Ros.
Di che vi lagnate?
Con.
Di vedervi far parte delle vostre grazie ad un forestiero.
Ros.
Ma che? Sono io cosa vostra? Mi avete forse comperata? Son vostra moglie? Pretendete di comandarmi? Dichiaratevi, con qual autorità? Con qual fondamento? Conte, io vi amo, e vi amo più di quello che voi pensate; ma non voglio per questo sagrificarvi la mia libertà.
La conversazione, quandè onesta, è degna delle persone civili.
La donna di spirito tratta con tutti, ma con indifferenza.
Così ho fatto sinora, e se alcuno ho distinto, voi siete quegli; ma se ve ne abusate, io vi rimetterò nella massa degli altri, e forse vi sbandirò affatto dalla mia casa.
(parte)
SCENA XI.
Eleonora ed il Conte.
Ele.
Signor Conte, siete rimasto molto sconsolato.
Ma vostro danno; la maledetta gelosia è il flagello delle povere donne.
Fa bene mia sorella a levarvi questa pazzia dal capo.
In quanto a me, se mi toccasse un marito geloso, lo vorrei far morir disperato.
(parte)
Con.
Come si può fare a non esser geloso? Amo una bella donna e la trovo a sedere accanto dun altro.
Oh! la conversazione è onesta e civile.
Sarà non lo nego.
Ma si comincia colla civiltà, e si termina colla tenerezza.
Anchio mi sono innamorato un poco alla volta.
Sia maledetto chi ha introdotto il costume di questo modo di conversare.
(parte)
SCENA XII
Strada con la casa di Rosaura
Il Dottore e Pantalone
Pan.
La xe cussì, el mio caro amigo e parente.
Mio fradello Stefanelo xe morto senza fioi, e acciò no perissa la nostra casa senza eredi, me son resolto de maridarme mi.
Dott.
La massima non è cattiva.
Tutto sta che vi riesca daver figliuoli.
Pan.
Ve dirò, son avanzà in età; ma siccome mho sparagnà in zoventù, cussì spero de valer qualcossa in vecchiezza.
Dott.
Avete stabilito e fissato con chi accompagnarvi?
Pan.
Mio fradelo ha tiolto per mugier siora Rosaura, e mi inclinerave a siora Eleonora, e cussì tutte do le vostre putte le sarìa in casa mia, quando che vu, colla solita vostra cortesia, no me dis de no.
Dott.
Io per me sarei contentissimo; e vi ringrazio della stima che fate di me e delle mie figlie.
Basta che Eleonora sia contenta, prendetela chio ve laccordo.
Pan.
Ve dirò, la xe avezza a star in casa mia, in compagnia de so sorella, onde spererìa che no la disesse de no, e me par che no la me veda de mal occhio.
Dott.
Io, se vi contentate, ne parlerò con Eleonora; voi ditene una parola a Rosaura, e fra voi e me, col consiglio della sorella, spero la cosa riuscirà in bene.
Amico, vo per un affar di premura, e avanti sera ci rivedremo.
SCENA XIII.
Pantalone, poi Monsieur Le Blau.
Pan.
Eppur è vero, se mi no ghavea quella putta in casa, mi mìno me insuniava de maridarme.
Ghho chiapà a voler ben, e no posso viver senza de ela.
Mon.
Monsieur Pantalone, vostro servitor di buon cuore.
Pan.
Servitor obbligatissimo, monsù Le Blò.
Mon.
Voi tenete in molto prezzo la vostra persona.
Pan.
Perché disela cussì?
Mon.
Perché vi lasciate poco godere dai vostri amici.
Pan.
Oh la vede; son vecchio.
No posso più far nottolae; el goto me piase, ma bisogna che vaga lizier, e co le donne ha battuo la ritirada.
Mon.
Eppure io non mi batterei con voi a far allamore con una bella donna.
Siete vecchio ma li portate bene i vostri anni.
Pan.
Certo, che schinele mi no ghe nho.
Mon.
Evviva monsieur Pantalone de Bisognosi.
Io ho una bottiglia di Borgogna di dodici anni, che potrebbe dar la vita ad un morto.
Voglio che ce la beviamo insieme.
Pan.
Perché no? Per una bottiglia ghe stago.
Mon.
E voi come state a vino di Cipro? una volta ne ho bevuto del buono alla vostra casa.
Pan.
Ghho una barila preziosa, con una mare cussì perfetta, che farave deventar bone anca le lavaùre dei fiaschi.
Mon.
Buono, buono.
Lo sentiremo.
Pan.
Quando vol.
Mon.
Alon: chi ha tempo, non aspetti tempo.
Pan.
Adesso no xe tempo.
In casa ghe xe della suggezion.
Lassemo che le donne le vaga fore decasa, e po staremo colla nostra libertà.
Mon.
Le donne non mi mettono in soggezione.
Andiamo, andiamo.
Pan.
Bisogna averghe sta poca de convenienza.
Mon.
Eh, madama Rosaura avrà piacere che le andiamo a far un poco di conversazione.
è una donna di grande spirito: avete una gran cognata, signor Pantalone.
Pan.
(Adesso ho capìo che sorte de vin chel vorave bever; ghe xe anca in casa quella putta.
No vorave...No no, alla larga) (a Monsieur) Certo, la xe una vedoa propria, civil e modesta.
Mon.
Amico, fatemi il piacere, conducetemi a darle il buon giorno.
Pan.
Oh la fala, mi ghho nome Pantalon, no ghho nome condusi.
Mon.
Voi che siete il padrone di casa potete farlo.
Pan.
Posso farlo, ma no devo farlo.
Mon.
Perché?
Pan.
Perché? Ghe par a ela chel cugnà abbia da batter el canafio alla cugnada?
Mon.
Eh, lasciate questi pregiudizi.
Siate amico, siate galantuomo.
Farò io lo stesso per voi.
Pan.
Mi la ringrazio infinitamente, no ghho bisogno de sti servizi, e no son in stato de farghene.
Mon.
O io son pazzo, o non mi capite.
Mi piace la signora Rosaura, vorrei vederla da vicino; vi prego che mi facciate lintroduzione, e pare a voi che vi chieda una gran cosa?
Pan.
Eh, una bagatela.
A chi non patisce le gatorigole, no vol dir gnente.
Mon.
Ma io poi vi anderò senza di voi.
Pan.
La se comoda.
Mon.
Ella è vedova voi non le comandate.
Pan.
La dise ben.
Mon.
Volevo aver a voi questobbligazione.
Pan.
No mimporta gnente.
Mon.
Un altro si pregherebbe di potermi usare una tal finezza.
Pan.
E mi son tutto il contrario.
Mon.
Non è galantuomo chi non sa servire allamico.
Pan.
In te le cosse lecite e oneste.
Mon.
Io sono un onestuomo.
Pan.
Lo credo.
Mon.
Volete una dozzina di bottiglie? Ve la manderò.
Pan.
Me maraveggio dei fatti vostri.
No ghho bisogno delle vostre bottiglie; che in ti liquori ve posso sofegar vu e cinquanta della vostra sorte.
Ste esibizion le se ghe fa ai omeni de altro carattere, no a Pantalon de Bisognosi.
Mavè inteso.
Ve serva de regola; per vu in casa no ghe xe né Cipro, né Candia.
(parte)
SCENA XIV.
Monsieur Le Blau, poi Marionette.
Mon.
Ah, ah, ah.
Costui mi fa rider di cuore.
è un buon uomo, ma è troppo Italiano.
Ma che mimporta sei non mi vuole introdurre? Che bisogno ho io di questo mezzo? Non ho franchezza bastante per battere e farmi aprire? (batte) O di casa!
Mar.
(venendo alla finestra) Chi batte?
Mon.
Vi è madama...
oh! Marionette!
Mar.
Monsieur le Blau?
Mon.
Tu qui?
Mar.
Voi in Venezia?
Mon.
Sì.
Madama Rosaura è in casa?
Mar.
Salite, salite, che parleremo con comodo.
(chiude la finestra e apre la porta)
Mon.
Oh, questo è il vero vivere.
(entra in casa)
SCENA XV
Rosaura a sedere, leggendo un libro, poi Marionette.
Ros.
Bella erudizione che è questa! Chi ha scritto questo libro, lha fatto con animo di farsi ben voler dalle donne.
(legge) «Il padre deve provvedere alla figlia il marito, ed ella deve provvedersi del cicisbeo.
Questo sarà lintimo segretario della signora e di esso avrà più soggezione del marito.
La persona più utile ad u buon marito suol esser il cicisbeo, perché questo lo solleva di molti pesi e modera lo spirito inquieto di una moglie bizzarra».
Questo autore incognito non ha scritto per me.
In fin, che fui maritata, non ho voluto dintorno questi ganimedi, che pretendono comandare più del marito.
Chi non ha cicisbei è soggetta ad un solo; chi ne ha, moltiplica le sue catene.
Mar.
Non vorrei disturbare la vostra lezione.
Ros.
Prendi questo tuo libro, non fa per me.
Mar.
Che non piaccia a voi, mi rimetto; ma credetemi, che in oggi anco in Italia è la grammatica delle donne.
Ma lasciamo ciò, che meno ci deve importare.
Signora mia, la sorte vi offre una felicissima congiuntura di profittare del vostro merito.
Ros.
In che modo?
Mar.
Vi è un cavalier francese che arde per le vostre bellezze e sospira
la vostra corrispondenza.
Ros.
Come si chiama questo cavaliere?
Mar.
Monsieur Le Blau.
Ros.
Ah, lo conosco.
Ier sera ballava de minuè al festino con grande affettazione; quando mi dava la mano, pareva mi volesse storpiare.
Mar.
Ciò non importa: è un cavaliere molto ricco e nobile, giovine, bello e spiritoso, niente geloso, niente sofistico, e poi, basta dire che sia Francese.
Ros.
Tu non vuoi lasciar questo vizio di esaltare in ogni minima cosa la tua nazione.
Mar.
Ma se dico la verità! Insomma egli è nellanticamera, che aspetta la permissione di entrare.
Ros.
E tu lhai introdotto in casa con tanta facilità?
Mar.
è mio paesano.
Ros.
Che importa a me che sia tuo paesano? Devo saperlo anchio.
Mar.
Eh via, non mi fate la scrupolosa.
Anchegli avrà degli anelli.
Ros.
Eh, non mi fare limpertinente, che poi poi ...
Mar.
Burlo, burlo signora padrona.
Se non volete chei passi...
SCENA XVI
Monsieur Le Blau e dette
Mon.
Marionette, dorme madama?
Mar.
No, signore, ma per ora non può.
Mon.
Eh, se non dorme, dunque permetta chio avanzi.
(entra nella camera)
Mar.
(a Monsieur) Che avete fatto?
Ros.
Signore, qui non si costuma sì francamente...
Mon.
(singinocchia) Eccomi ai vostri piedi a domandarvi perdono della mia impertinenza.
Se avete bello il cuore, come bello è il vostro volto, spero non me lo saprete negare.
Mar.
(Bravo Monsieur Le Blau!)
Ros.
Alzatevi: lerror vostro non è sì grave, che vabbiate a gettar ai piedi di chi non merita sì tenere umiliazioni.
Mon.
Oh cielo! Le vostre parole mi hanno ricolmo il cuore di dolcezza.
Ros.
(da sé) (Ancorché vi sia un poco di caricatura, questa maniera obbliga infinitamente).
Mon.
(a Marionette) (Marionette, di te non ho più bisogno; puoi andartene a far gli affari di camera).
Mar.
Mi comanda, signora padrona?
Ros.
Avanza due sedie...
Mar.
Eccole.
(a Monsieur) (Ricordatevi, Monsieur, del costume del nostro paese.)
Mon.
(a Marionette) (Sì, i guanti per la cameriera.
Vi saranno.)
Mar.
(In quanto a questo poi, mi piace lusanza inglese.
Quel subito è la bella cosa).
SCENA XVII
Rosaura e Monsieur Le Blau.
Mon.
Ah madama! il cielo, che ha fatto tutto bene, non può aver fatta voi sì bella per tormentare gli amanti; onde dalla vostra bellezza argomento la vostra pietà.
Ros.
Siccome so di non esser bella, così non mi vanto di esser pietosa.
Mon.
La bassa stima che volete aver di voi medesima, proviene dalla vostra gran modestia.
Ma viva il cielo! Se Apelle dovesse ora dipinger Venere, non potrebbe fare che il vostro ritratto.
Ros.
La troppa lode, Monsieur, degenera in adulazione.
Mon.
Io vi parlo col c
...
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